Tag: napoli

  • RC auto: in Campania +8,52% in 12 mesi, ma arrivano i ribassi

    A luglio 2024, secondo l’Osservatorio RC auto Facile.itAssicurazione.it i premi medi per assicurare un’auto in Campania sono aumentati dell’ 8,52% su base annua arrivando a 1.079,26 €euro, vale a dire circa 85 euro in più rispetto a luglio 2023*, addirittura 107 a Napoli.

    La buona notizia, però, è che da qualche mese il trend di aumenti si è invertito e, se si guarda al semestre, in alcune province i valori hanno iniziato a scendere e comunque, a livello regionale, l’incremento è stato molto più contenuto, pari ad appena 0,55%.

    «Sebbene il mutato contesto economico si faccia ancora sentire sui premi RC auto, dal mercato iniziano ad arrivare i primi segnali positivi legati al rallentamento dell’inflazione e ad una stabilizzazione dei tassi di sinistrosità», spiega Andrea Ghizzoni, Managing Director assicurazioni di Facile.it «Nonostante il contesto sia quindi caratterizzato dall’incertezza, è lecito attendersi una progressiva stabilizzazione dei premi.».

    I trend provinciali

    Analizzando i dati su base territoriale emerge che a luglio 2024 i premi sono sostanzialmente cresciuti in tutta la regione, seppur con importanti differenze tra una provincia e l’altra.

    L’aumento annuo più consistente è stato rilevato in provincia di Benevento, dove il premio medio nei dodici mesi è salito dell’ 11,97%. Al secondo posto si posiziona la provincia di Napoli, dove le quotazioni sono aumentate del 10,09%, seguita da quella di Salerno (+8,46%). Ai piedi del podio – e anch’esse con aumenti inferiori alla media regionale come Salerno –  Avellino (+6,22%) e Caserta (+4,51%).

    Se dall’osservare i dati su base annua passiamo a farlo si base semestrale, però, vanno evidenziati i valori negativi registrati a Benevento (-1,53%), Caserta (-3,27%) e Avellino (-14,85%).

    I valori assoluti

    Analizzando i dati dell’Osservatorio di Facile.it emerge che, a luglio 2024, la provincia campana in cui l’RC auto costa è risultata essere più costosa è quella di Napoli, dove il premio medio è arrivato a 1.166,79 euro. Seguono le province di Caserta (995,60 euro) e Salerno (841,38 euro). Le aree dove, invece, i premi medi sono risultati più contenuti sono quelle di Benevento (776,35 euro), e Avellino (794,37 euro).

    *L’Osservatorio auto di Facile.it calcola il premio di assicurazione RC auto medio e le sue variazioni negli ultimi 12 mesi. Per calcolare tali dati, Facile.it si è avvalso di un campione oltre un milione di preventivi effettuati in Campania dai suoi utenti tra il 1 luglio 2023 e il 31 luglio 2024 e i relativi risultati di quotazione prodotti. Facile.it confronta le compagnie assicurative elencate a questa pagina: https://www.facile.it/come-funziona.html#compagnie_confrontate

     

     

  • I Quartieri Spagnoli di Napoli

    I Quartieri spagnoli sono da considerarsi tra uno dei quartieri di Napoli ricchi di storia e folklore.

    I Quartieri Spagnoli, hanno origine durante il viceregno spagnolo del XVI secolo, e tra strade strette e vicoletti caratteristici, si può respirare, ancora oggi quella genuinità popolare della città di Napoli.

    Le vie trasudano di storia, i muri ci raccontano la sua antica origine. L’origine dei Quartieri Spagnoli risale a quando il viceré Pedro de Toledo aveva ordinato di dedicare questa zona della città alle guarnigioni spagnole, che erano presenti a Napoli per reprimere eventuali rivolte, ma anche come accampamento per soldati di passaggio verso altri fronti bellici.

    Fin dalla nascita di questo quartiere però si presentarono fenomeni di criminalità, gioco d’azzardo e soprattutto di prostituzione, cosa dovuta anche dal fatto che arrivando i soldati e stanziando qui, l’offerta di svago proferita dai locali ai soldati spagnoli, che stanziavano qui, era variegata.

    Anche se il vicerè di Napoli, Don Pedro de Toledo, cercò di emanare alcune leggi per debellare tale fenomeno, e far diventare la zona più tranquilla, il quartiere rimase, anche dopo la fine della sua funzione originaria di zona militare, un’aria abbastanza vivace e di grandi difficoltà sociali della città del Regno.

    Anche se la presenza militare dal 600, iniziò a diminuire, i quartieri spagnoli, si ripopolavano di persone che provenivano dalle campagne e dalle zone limitrofe della città partenopea. Massiccia divenne anche la presenza di artigiani, soprattutto sarti e calzolai. A partire dal XVIII secolo, quest’area venne caratterizzata, come stava succedendo anche in altri quartieri di Napoli, da una forte divisione e disparità delle attività lavorative ed imprenditoriali.

    Fino al XIX scolo, grazie anche alla vicinanza con Via Toledo, sede di importanti uffici amministrativi e finanziari come il Banco delle due Sicilie, Borsa e Gran Corte dei Conti, incise profondamente sulla composizione socio professionale degli abitanti della zona, la quale assunse una fisionomia di tipo residenziale, vista la presenza di nobili, impiegati, e persone appartenenti al ceto medio.

    Nonostante le proposte di ricostruzione durante il periodo del Risanamento nella prima metà del XX secolo, l’aspetto dei Quartieri spagnoli rimase inalterato.

    Oggi i Quartieri Spagnoli si presentano come un luogo di grande rilevanza storica artistica che offre diversi spunti della cultura artistica napoletana. Non solo palazzi e chiese ma anche la famosa street art, disseminata per tutti i quartieri, come il famoso murales di Maradona, vero e proprio luogo di culto per i tifosi e non solo.

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  • Campania, una Rete per battere il diabete

    Da 150 a più di 350 milioni. In soli vent’anni nel mondo le persone affetta da diabete sono più che raddoppiate. E le previsioni per il prossimo quinquennio non sono certo rassicuranti. L’Organizzazione mondiale della sanità stima una crescita dei pazienti fino a 600 milioni entro il 2030.

    Campania, una Rete per battere il diabete

    Cinquecentomila sono le persone con diabete che vivono nella regione Campania (6 milioni in Italia). Di fronte a questi numeri e nella consapevolezza della difficile sfida che il diabete rappresenta per il Sistema sanitario nazionale e per quelli regionali, il Coordinamento delle associazioni di pazienti diabetici campani con la referente Fabiana Anastasio, promuove il secondo incontro delle Federazioni di pazienti della macroarea del Sud Italia.

    Appuntamento il 3-4 maggio 2024, a partire dalle ore 9, al Renaissance hotel mediterraneo di Napoli. Coinvolti oltre ai pazienti i rappresentanti del mondo istituzionale e sanitario. Al centro della due giorni congressuale la costruzione della Rete diabetologica che, sulla base dalle indicazioni delle linee guida delle società scientifiche e del Piano nazionale del diabete, disciplini i percorsi in modo da ottimizzarne funzioni e risultati.

    Le associazioni dei Pazienti lanciano la sfida

    “La patologia diabetica – afferma Fabiana Anastasio, presidente del Coordinamento delle associazioni diabetici della Campania – investe oltre che il paziente, la famiglia, le strutture sanitarie, l’assistenza ed il mondo del lavoro. Paradigma della cronicità, deve essere affrontata con una corretta informazione sulla necessità di un adeguato stile di vita ed una presa in carico strutturata, tempestiva, efficace ed efficiente”.

    I numeri crescenti della popolazione diabetica e l’enorme aggravio dei costi clinici dovuti ad una inefficace gestione rischiano di rendere, nei prossimi anni, insostenibile lo sforzo finanziario necessario a garantire a tutte le persone l’assistenza. “Per vincere questa sfida – prosegue Anastasio – è fondamentale un’alleanza forte tra istituzioni, chi cura la malattia e chi ha la malattia. Questo lo scopo dell’incontro da cui vorremmo scaturisse un documento d’intenti condiviso sulle azioni da porre in essere”.

  • Napoli e i suoi re…Alfonso D’Aragona

    Uno dei re di Napoli, Alfonso d’Aragona, viene ricordato ancora oggi, grazie all’arco trionfale che volle far erigere all’ingresso di Castel Nuovo.
    Conosciuto da noi napoletani e nel mondo con il nome di Maschio Angioino, proprio sul suo ingresso il sovrano volle celebrare, con un arco scolpito, la conquista del regno di Napoli nel 1443. Una celebrazione del suo trionfo, desideroso di emulare la gloria degli imperatori romani ed ispirandosi agli antichi archi trionfali proprio dell’architettura romana.
    Viene raffigurato di fatti, l’ingresso del sovrano in città alla maniera degli antichi imperatori, sopra il suo carro, e tutt’attorno la sua corte che lo acclama. Ma la storia vera, della sua conquista del Regno di Napoli in realtà è un’altra…
    La storia narra che i Catalani riuscirono a penetrare in città grazie a un sotterfugio che mise fine a un logorante assedio durato mesi.
    Le mura di Napoli, sin dai tempi dei romani, erano considerate impenetrabili, e si doveva trovare una soluzione.
    La soluzione era proprio all’interno delle mura della città, ossia il pozzo di Santa Sofia.
    Nei pressi del Pozzo di Santa Sofia, proprio all’interno delle mura cittadine, c’erano numerose botteghe, una di queste era quella di un umile sarto chiamato “mastro Ciliello cosetore”, che portava avanti l’attività assieme a sua moglie Ciccarella e ai suoi figli. Si racconta che una notte durante l’assedio gli uomini di Alfonso si intrufolarono in un canale sotterraneo, che sbucava proprio nella casa del povero sarto. I soldati proprio da li riuscirono ad entrare inosservati in città. La scoperta di questo passaggio segreto, o meglio la soffiata che ebbe re Alfonso, si dice sia avvenuta da parte di due muratori Aniello e Roberto. Mentre fonti un po’ più romanzesche affermano che la soffiata del passaggio segreto venne fatta da Ciccarella, la moglie del sarto, e che proprio lei abbia voluto aiutare il re aragonese per vendicarsi di Renato d’Angiò che le aveva negato un favore.
    Il nuovo sovrano in un certo qual modo non nascose il segreto del suo successo, anzi dispose nel suo testamento che si provvedesse ad erigere una cappella dedicata a San Giorgio, proprio nelle vicinanze del pozzo di Santa Sofia, e un’altra cappella all’interno della bottega del sarto dedicata a san Michele Arcangelo. Di queste costruzioni antiche, oggi non vi è più traccia.
    Inoltre i complici del re catalano, il sarto, la sua famiglia e i muratori furono ricompensati generosamente con una pensione a vita di trentasei ducati. Le prove di questa generosità sono state ritrovate nei secoli negli antichi archivi di Napoli. Una volta insediatosi, Alfonso venne soprannominato il Magnanimo, proprio perchè si rivelò essere un sovrano illuminato e liberale; grazie ad una meritevole opera di mecenatismo, Napoli diventa il centro propulsore della cultura italiana dell’epoca.
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  • I gioielli della devozione al Museo del Tesoro di San Gennaro

    I gioielli della devozione, è il titolo della mostra, che sarà aperta fino al 14 maggio 2024, al Museo del Tesoro di San Gennaro.

    L’esposizione propone un confronto fra tre simboli della devozione di Napoli, mettendo per la prima volta in dialogo il Collare di San Vincenzo Ferrer , storico protettore del rione Sanità, conservato nel Museo Diocesano di Napoli e di proprietà del Fondo edifici di culto, con il collare solenne di San Gennaro, dal, valore inestimabile, che conserva le offerte di sovrani e regnanti, e il Collare Spera, straordinaria testimonianza della devozione di una famiglia napoletana per il Santo Patrono. Un intreccio tra fede, arte e storia, dove i collari dialogano quasi tra loro, con la loro storia e il loro vissuto. Testimonianze preziosissime del passato della città di Napoli e per la devozione verso i due santi Gennaro e Vincenzo, veneratissimi da tempo immemore.

    Le ricerche condotte nell’archivio della Cappella del Tesoro, hanno permesso di ritrovare molti documenti inediti sugli aspetti devozionali, storici, artistici dei due collari del Santo Patrono, creati per adornare il suo busto reliquiario. La storia del collare “Solenne” conosciuto come uno dei gioielli più preziosi d’Europa, con migliaia di pietre preziose fra smeraldi, rubini, zaffiro e diamanti, donati da re e regine o acquistati dalla Deputazione del Tesoro di San Gennaro ebbe origine nel 1679. Il collare che veniva posto sul busto del Santo nelle occasioni solenni, venne commissionato dalla Deputazione all’orario Michele Dato quella che è oggi la fascia superiore del gioiello. Nel XIX secolo questo fu trasformato nel grandioso pettorale che oggi ammiriamo, attraverso un percorso molto articolato, che grazie al ritrovamento di un documento del 7 settembre 1825, aiuta comunque ad aggiungere tasselli importanti per la cronologia dell’assemblaggio dei mobili.

    Il Collare Spera, è invece la testimonianza della devozione di una famiglia napoletana. Donato da Giovan Francesco Spera e da sua moglie Anna Lucrezia nel 1706, è un esempio di reimpiego di gioielli per uso profano ad uso religioso. Quasi dimenticato per secoli e offuscato dal bagliore e dall’importanza del collare Solenne, il cosiddetto collare “feriale” è frutto dell’assemblaggio di perle e di gioielli più modesti, forma un disegno elegante e rappresenta una rarità nella storia dell’oreficeria napoletana. In occasione della mostra è stato anche possibile studiare il retro dell’opera, in argento, dove sono incisi la data del montaggio, il nome e lo stemma della famiglia Spera. Diversa ma più semplice e povera, ma non meno interessante e importante, è la storia del collare di San Vincenzo Ferrer della Basilica di Santa Maria della Sanità, conosciuta come la chiesa di San Vincenzo “o Munacone”, dove è vivissimo il culto del predicatore domenicano, che secondo la tradizione fermò l’epidemia di colera del 1836-37. Il collare e il grembiule, della statua lignea del Santo, sono frutto dell’assemblaggio su un supporto in tessuto di gioielli donati al Santo in epoche diverse. Si trovano mobili di valore contenuto e semplice, di provenienza popolare o piccolo borghese, assemblati elegantemente in un insieme ricchissimo. È il popolo che si priva dei suoi gioielli per donarli a San Vincenzo, e che ancora oggi dona. Per la prima volta insieme i Tre Collari in mostra, permetteranno di immergersi in questa storia che nasce nel passato, e che prosegue e vive ancora oggi nella città di Napoli.

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  • I Bronzi di San Casciano al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

    Dal 16 febbraio al 30 giugno  2024 sarà esposta al terzo piano del Museo Archeologico nazionale di Napoli, la mostra ” Gli Dei ritornano. I Bronzi di San Casciano”.

    Inaugurata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, alla presenza del Ministro della Cultura Sangiuliano la mostra che è considerata un vero e proprio viaggio attraverso i secoli, che porterà il visitatore alla scoperta del paesaggio delle acque calde tra Etruschi e Romani, nel territorio dell’antica città stato etrusca di Chiusi.

    Il pubblico ammirerà gli straordinari ritrovamenti effettuati nell’estate 2022 e le novità venute alla luce nel 2023 nel santuario termale etrusco e romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni.

    Dall’età del bronzo fino all’età imperiale, la grande tradizione di produzioni in bronzo di quest’area dell’Etruria viene raccontata in un percorso ricco di suggestioni, anche sonore. Come l’acqua calda delle sorgenti termali si fa vortice e diventa travertino, così il visitatore scopre come le offerte in bronzo incontrino l’acqua, non solo a San Casciano dei Bagni, ma anche nei tantissimi luoghi sacri del territorio. Sono esposte oltre venti statue e statuette, migliaia di monete in bronzo ed ex voto anatomici, che narrano una storia di devozione, di culti e riti in luoghi sacri dove l’acqua termale era utilizzata anche per fini terapeutici.

    L’eccezionale conservazione delle statue e dei reperti ha permesso di tramandare lunghe iscrizioni in etrusco e in latino che restituiscono nuovi dati sul rapporto tra Etruschi e Romani, riguardanti i culti presso le sorgenti termali e sulle divinità qui venerate.

    Tra i reperti mai esposti al pubblico spicca la statua in bronzo che rappresenta una figura femminile con le mani aperte per la preghiera. la donna indossa un chitone e un mantello, il suo viso è incorniciato da una chioma finemente pettinata e lunghe ed eleganti trecce avvolte cadono sul petto. La scultura rimanda a figure con una manto traverso diffuse sin dalla prima età ellenistica, e può essere datata alla metà del II secolo a.C. Il manufatto è stato rinvenuto nell’insieme di offerte all’interno della vasca sacra, in un gruppo si statue che abbracciavano un grande tronco di quercia. La scultura di devota orante era deposta a testa in giù, come a voler rivolgere la sua preghiera verso il cuore della sorgente termale.

    Il secondo reperto inedito è la base di un donario in travertino, che eccezionalmente presenta un’iscrizione bilingue. La metà destra è redatta in etrusco, con lettura da desta a sinistra, mentre la sinistra è in latino con lettura da sinistra a destra. Dalla campagna di scavo del 2023 al santuario del bagno Grande provengono numerosi nuovi bronzi, riconducibili alle pratiche religiose e rituali di questo luogo termale. Tra questi anche se in piccole dimensioni spicca un “rene” in versione miniaturistica.

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  • La Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli

    La chiesa del Gesù nuovo è una delle chiese più imponenti di Napoli.

    La chiesa del Gesù Nuovo è situata nel cuore del centro antico della città di Napoli, in Piazza del Gesù, di fronte la guglia dell’Immacolata, è una delle chiese più cara ai napoletani, dato che all’interno è custodito il corpo di San Giuseppe Moscati, il medico napoletano canonizzato santo da papa Giovanni Paolo II nel 1987.

    La chiesa del Gesù Nuovo è una delle chiese con la massima concentrazione di pittura e scultura barocca, alla quale hanno lavorato alcuni dei più influenti artisti di scuola napoletana. La chiesa ha di per se una storia particolare. Essa infatti nasce come palazzo nobiliare della famiglia Sanseverino, una delle più importanti casate del regno di Napoli. La famiglia volle per la facciata del palazzo una decorazione a bugnato a forma di diamante, che per la loro particolare forma avrebbe dovuto far confluire le energie positive dall’esterno verso l’interno. in realtà alla luce delle peripezie della famiglia e del palazzo il risultato fu proprio l’opposto. Infatti la famiglia perse il palazzo che venne confiscato e venduto ai gesuiti. Una volta divenuto chiesa anche, qui la sorte non fu tanto benevola. La chiesa subì un incendio, la cupola crollo più volte, e durante la guerra una bomba cadde nella navata, fortunatamente senza esplodere.

    Ancora oggi la misteriosa facciata del Gesù Nuovo, desta meraviglia e mistero, a causa dei misteriosi segni, incisi su ogni singola pietra

    I gesuiti la fecero diventare una degli scrigni barocchi della città di Napoli. Entrati in possesso del palazzo, incaricarono della ristrutturazione di tutto il complesso i loro confratelli Giuseppe Valeriano e Pietro Provedi. Essi sventrarono completamente il sontuoso palazzo, l’unica cosa che salvarono, è per l’appunto, la sontuosa facciata a bugne.

    Ricca di decorazioni marmoree realizzate da Cosimo Fanzago, la chiesa è a croce greca. Sulla controfacciata, in corrispondenza della navata centrale, sopra il portale centrale, è presente il grandioso affresco di Francesco Solimena, con la Cacciata di Eliodoro dal Tempio.

    Una chiesa che si trova nel cuore della città, che avvolta dall’arte e il mistero, merita davvero di essere conosciuta.

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  • Servizio Gratuito di Orientamento Universitario al Centro Studi Luca Giordano di Napoli

    Un’opportunità per i giovani che stanno pensando di iscriversi all’università

    Napoli, 6 novembre 2021 – “La fine del ciclo scolastico e un momento di felicità perché raggiunge un obiettivo importante ed allo stesso tempo un elemento criticità. La scarsa conoscenza del mercato del lavoro sempre più esigente e mutevole e del mondo universitario variegato e verticalizzato, mette i giovani di fronte ad un vero e proprio enigma che molto spesso li blocca in periodi sabbatici più o meno lunghi che molto spesso non aiutano a risolvere il problema” dichiara la Dott.ssa Laura Chiarolanza, Fondatrice e Amministratore del Centro Studi Luca Giordano e partner del Gruppo Multiversity a cui fanno riferimento l’Università Telematica Pegaso, l’Università Mercatorum e Università San Raffaela di Roma. 

    Siamo molto attenti a quello che succede tra i giovani che frequentano il nostro istituto ed ai loro coetanei in generale. Il disagio prost-diploma è palpabile negli studenti del quinto anno lo rispecchiano i quesiti che pongono quotidianamente. È proprio pensando ai nostri allievi ed alla loro generazione che abbiamo pensato di lanciare un Servizio Gratuito di Orientamento Universitario. Un’opportunità per aiutare i ragazzi a fare una sintesi delle loro attitudini, passioni ed esigenze e poter scegliere il percorso universitario con maggiore consapevolezza. Ho deciso inoltre di occuparmene personalmente, perché voglio trasferire in questa iniziativa la stessa passione e attenzione che mettiamo tutti i giorni per i percorsi individuali di recupero anni scolastici che da oltre vent’anni sosteniamo con dedizione e coerenza.

    Il servizio di Consulenza Gratuita di Orientamento Universitario è disponibile tutti i giorni feriali dalle 14.00 alle 17.00, sia in presenza che online.  Per prenotare basta accedere alla pagina https://www.centrostudigiordano.com/universita/ 

  • La Tombola Napoletana

    La tombola napoletana è uno dei simboli del periodo più magico dell’anno, il Natale.

    E come da tradizione in quasi tutte le case e famiglie napoletane che si rispettino, si inizia la preparazione non solo dei vari menù per i giorni di festa, ma anche ad organizzarsi per le tombolate, riaprendo e prendendo dai vari mobili e cassetti il grande tesoro, riposto con cura l’anno scorso, ossia cartelle, cartellone, panariello e numeri, strumenti necessari per dare inizio al grande rito della tombola.

    Un momento particolare quello della tombola napoletana , si riuniscono amici e parenti soprattutto dopo le cene delle due vigilie, mentre si attende la mezzanotte, mentre si aspetta la nascita del giorno nuovo e di un anno nuovo, nella speranza che porti più fortuna.

    Ma in realtà come e perché è nata la tombola? La tombola nacque nel 1734 , grazie all’ingegno proverbiale dei napoletani, per raggirare un divieto di Re Carlo III di Borbone. Il Re aveva ufficializzato il gioco del lotto nel Regno di Napoli, cosi da poter incrementare le entrate casse del ragno, ma uno dei suoi più fidati consiglieri, il frate domenicano Gregorio Maria Rocco, lo riteneva invece un gioco amorale ed ingannevole. Allora si arrivò ad un compromesso, il sovrano vietò il gioco durante le festività natalizie, cosi che i napoletani non si distraessero dalle preghiere. Il popolo però non voleva rinunciare al gioco del lotto, e a non poter tentare la fortuna, cosi trovarono uno stratagemma. Si organizzarono in maniera più discreta e familiare, i 90 numeri del lotto furono rinchiusi in un cestino di vimini, chiamato il panariello, e furono disegnati i numeri su delle cartelle, trasformando il gioco pubblico, in un gioco più intimo e familiare.

    Il termine tombola, nasce grazie alla forma cilindrica del pezzo di legno dove è impresso il numero e dal suo rumore che si crea nel panariello, grazie al fatto che di tanto in tanto viene fatto roteare per smuovere i numeri all’interno. La tombola ha, come abbiamo visto, una storia antichissima, che nel corso dei secoli ha mantenuto intatto il suo scopo, sia quello di vincere una modesta somma di denaro, che quella principalmente di creare un momento conviviale unico, fatto di tante risate e magia.

    La magia un tempo era data dai femminielli, persone uniche a metà tra il genere maschile e quello femminile. Termine creato dalla lingua napoletana, utilizzato per descrive un personaggio importantissimo per la nostra cultura, attaccata in maniera viscerale alle sue origini a metà strada tra la spiritualità pagana e saggezza popolare. Quasi una divinità che racchiude l’animo maschile e femminile, colui che conosce in maniera perfetta tutti e due i mondi, l’unico che per tradizione, essendo puro e al di sopra delle parti, può spiegare il significato dei numeri estratti dal panariello, proprio perché considerato spiritualità del popolo e portatore di buona fortuna, ossia la ciorta.

    Le tombole dei femminielli, che erano numerosissime nei quartieri popolari e popolosi di Napoli, ed era una versione scostumatissima, della tombola familiare, utilizzando un linguaggio più colorito e pieno di doppi sensi. Un tempo le tombolate dei femminielli, invitati appositamente nelle abitazioni, proprio perché come detto sopra, erano portatori di ciorta e buon augurio, erano ammesse solo donne e bambini, gli uomini assistevano fuori le abitazioni. Erano quasi esclusi da questo incontro quasi esclusivamente al femminile.

    Oggi ne esiste ancora una versione quasi riveduta e corretta, della tombola dei femminielli, diciamo una versione moderna che è la Tombola Vajassa, sempre molto colorita con doppi sensi ammessi e graditi fatti con allegria e leggerezza, ma ove tutti possono partecipare, rispettando il concetto di convivialità.

    La tombola è una vera tradizione è un modo per riunirsi e perché no imparare “Pazzianno e Ridenno” qualcosa sulla nostra identità e sulla nostra cultura popolare.

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  • Storia di Palazzo Penne Napoli

    Palazzo Penne è uno dei rari esempi di palazzo in stile rinascimentale a Napoli.

    Palazzo Penne è situato tra il misterioso Pendino di Santa Barbara e via Largo Banchi Nuovi, è uno dei gioielli nascosti del centro antico di Napoli.

    Venne costruito nel 1406 per volere di Antonio Penne segretario di re Ladislao d’Urazzo. Il proprietario volle ricordarlo con un’epigrafe situata proprio sul portale. Il palazzo ha un piccolo slargo, che era considerato il primo ingresso alla città. L’architettura di palazzo Penne è molto particolare, fonde, come accade a palazzo Carafa, elementi catalani con l’arco ribassato e lo stile toscano, con l’utilizzo di bugne nella facciata. L’arco è caratterizzato da incisione particolare che in italiano vuol dire “tu che giri la testa, o invidioso, e non guardi volentieri questo (palazzo), possa di tutti essere invidioso, nessuno (lo è) di te”.

    La facciata del palazzo ha in tre filari di bugne con al centro il rilievo della penna, simbolo della famiglia nonché simbolo della funzione di segretario e consigliere che ricopriva Antonio Penne nei confronti di re Ladislao. Ma ad accompagnare questa decorazione, ci sono altri otto filari con su inciso il giglio angioino, in onore di re Ladislao.

    Alla costruzione del palazzo Penne è legata una leggenda napoletana, che racconta che il palazzo sia stato costruito da Belzebù in persona per volere proprio di Antonio Penne, che aveva suggellato con lui un patto di sangue … si racconta che Antonio si era innamorato follemente di una giovane dama. La donna però avrebbe acconsentito al matrimonio, se solo Antonio fosse stato capace di costruire il suo palazzo in una notte. Per accontentarla, Penne aveva chiamato in suo aiuto il diavolo. Il diavolo acconsentì ad aiutarlo ma in cambio avrebbe avuto l’anima di Antonio.

    Ma il patto conteneva una clausola aggiunta da Penne. Lui avrebbe dato la sua anima a Belzebù se fosse stato capace di contare i numerosissimi chicchi di grano che erano stati sparsi nel cortile del palazzo. Una volta finita la costruzione del palazzo, il diavolo iniziò a contare velocemente il grano, ma ad un certo punto gli fu impossibile continuare … difatti Penne oltre al grano aveva sparso anche della pece, il che rese impossibile al diavolo continuare perché i chicchi di grano si attaccavano alle mani del demonio e questi non riusciva a contare. A quel punto Antonio Penne si fece il segno della croce, e questo gesto aprì una voragine nella quale il diavolo sprofondò. La voragine venne utilizzata come pozzo ormai chiuso, ma ancora visibile a chi riesce a visitare il meraviglioso palazzo rinascimentale partenopeo.

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  • Chiesa di Santa Maria del Parto Napoli

    La chiesa di Santa Maria del Parto, è una delle chiese monumentali della città di Napoli, sita più precisamente nel quartiere di Chiaia, nella zona di Mergellina.

    All’interno della chiesa di Santa Maria del Parto, ancora oggi si può ammirare la tomba del poeta Jacopo Sannazaro e il presepe di Giovanni da Nola.

    Federico I di Napoli, salito al trono del Regno nel 1497, concesse al Sannazaro una pensione di seicento ducati, oltre ad un terreno nella zona di Mergellina. Il terreno precedentemente era appartenuto ai monaci benedettini del convento dei Santi Severino e Sossio.

    Molto probabilmente nel podere già esisteva una villa, e lo stesso Sannazaro fece aggiungere una torre. Il Sannazaro inoltre, fece progettare anche due chiese sovrapposte. I lavori per la realizzazione delle chiese iniziarono nel 1504, quando il poeta si trasferì a Mergellina. La chiesa sottostante venne terminata nel 1525, interamente scavata nel tufo, simile alla vicina tomba del poeta Virgilio, con un ingresso autonomo e dedicata a Santa Maria del Parto, nome che deriva da una delle opere del Sannazaro De Partu Virginis.

    La chiesa divenne luogo di preghiera per tutte le donne incinte o per quelle che desideravano avere un figlio. Infatti c’era l’usanza di riunirsi ogni 25 di ogni mese per recitare preghiere in favore di queste donne. Con la morte di Sannazaro, la chiesa cadde in abbandono, venendo utilizzata come luogo di sepoltura per gli appartenenti alla confraternita del Santissimo Rosario. Sebbene gli affreschi siano scomparsi definitivamente dalla chiesa sotterranea, lo splendore del luogo ha superato il passare del tempo. La chiesa sarà narrata dai viaggiatori e dagli amanti dell’arte. Il destino della chiesa superiore invece, fu più controverso. Concepita come una cappella privata dedicata a San Nazario, la chiesa rimase parzialmente incompiuta a causa dell’epidemia di peste del seicento, e anche a causa dell’instabilità politica che attanagliarono Napoli durante questo periodo storico. Nel 1529, infatti, il Sannazaro donò la chiesa ai Servi di Maria, che si assicurarono di portare i lavori a conclusione, regalando magnificenza al santuario.

    Il poeta espresse ai padri servi di Maria, la volontà che i suoi resti riposassero nella chiesa. Il monumento funebre che accoglie le spoglie del poeta, fu disegnato secondo teorie accreditate, dallo stesso Sannazaro. Il monumento funebre è di chiara ispirazione rinascimentale. Con fortissimi riferimenti allo stile di Michelangelo Buonarroti. Sulla parte superiore si trova un bassorilievo di Marsia e Nettuno, mentre ai lati si trovano le statue di apollo e Minerva. L’opera è completata dal busto del poeta, ritratto dalla sua maschera funeraria e che alla base presenta il nome di Actius Sincerus; pseudonimo assunto dall’umanista dopo aver aderito all’Accademia Pontaniana. Nella chiesa inoltre è conservato uno splendido presepe ligneo opera di Giovanni da Nola che il Sannazaro aveva commissionato nel 1520, con le statue di Maria, Giuseppe e tre pastori, mentre nell’abside sono posizionate le statue di San Nazario e San Jacopo, eseguite da Bartolomeo Ammannati.

    Ma la chiesa conserva una tela misteriosa … il dipinto di Leonardo da Pistoia, chiamato il Diavolo di Mergellina o il San Michele che calpesta il demonio. La particolarità dell’opera sta nel fatto che il demonio è raffigurato con il volto bellissimo di una donna identificata come Vittoria Colonna d’Avalos, che tentò di sedurre il giovane cardinale Diomede Carafa.

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  • Il Museo di Capodimonte

    La storia del museo di Capodimonte, incorniciata da splendidi giardini e dal suo immenso parco, deve la sua nascita all’amore che il sovrano borbonico Carlo III, provava per l’arte.

    Il Museo di Capodimonte era la residenza storica dei Borbone, ma che ha visto susseguirsi altri sovrani, dai Bonaparte, Murat e i Savoia, ebbe la posa della prima pietra nel 1738.

    Il Re con questa impresa architettonica, volle far risplendere Napoli, che dopo due secoli di viceregno spagnolo, era ritornata ad essere capitale di un regno indipendente.

    Il nuovo sovrano decise il riassetto urbano della città e tra le varie idee ci fu appunto, quella di costruire un palazzo dove ospitare, una delle collezioni di opere d’arte più oggi famosa nel mondo, la collezione Farnese, ereditata da sua madre Elisabetta Farnese.

    Il luogo prescelto fu la collina di Capodimonte, zona boschiva di Napoli, ricca di selvaggina, con l’idea di affiancare la reggia non solo ad uso museale, ma anche come luogo di svago dove risiedere durante, anche durante le battute di caccia.

    Sostando nei pressi della fontana del Belvedere si godrà di una vista mozzafiato, con lo sguardo si abbraccia tutta Napoli dal Vesuvio, alla Certosa di San Martino fino a Posillipo.

    Ma il sovrano Carlo III non si limitò alla costruzione della reggia, assieme a sua moglie Maria Amalia di Sassonia decisero di fondare la Real Fabbrica di porcellana di Capodimonte, dando vita ad una tradizione che non è mai terminata.

    Il Museo di Capodimonte ufficialmente inaugurato nel 1957, ospita nelle sue sale i massimi esponenti della pittura Italia, e napoletana, un vero e proprio viaggio all’interno della storia dell’arte del nostro paese.

    Fiore all’occhiello è come detto prima, la collezione Farnese, ma tra i capolavori non possiamo dimenticare opere di Raffaello, Tiziano, Sebastiano del Piombo, Michelangelo, El Greco, Bruegel il Vecchio. Oltre a pitture e disegni, arricchiscono la collezione oggetti rari e preziosi, che costituiscono la settecentesca ‘Galleria delle cose rare’.

    Ma non possiamo dimenticare la galleria espositiva dedicata alla storia dell’arte napoletana e del centro Italia, che racconta in un arco temporale che va dal 200 al 700, l’avvicendarsi sul trono di Napoli  di numerose famiglie nobiliari.

    Ci sono stati eventi storici che hanno influenzato il mondo della cultura, arricchendola grazie ad ispirazioni che provenivano dall’estero. Molte delle opere che si ammirano appartenevano a chiese e conventi, alcune sono state prese letteralmente da queste strutture, mentre altre donate, così per tutelarle meglio.

    Qui si incontrano artisti come Pinturicchio, Vasari, Artemisia Gentileschi, Luca Giordano, considerato il più grande pittore barocco in Europa dopo Rubens e tra i più grandi pittori del seicento napoletano a cui è stata dedicata una grande mostra” dalla natura alla pittura”.

    Tra le opere che si trovano all’interno del museo non possiamo dimenticare uno degli artisti più geniali e controversi del seicento, Caravaggio, con una delle sue opere più famose, la “Flagellazione di Cristo” tela di formato più grande e più monumentale delle cinque o sei opere che il pittore eseguì alla fine del suo soggiorno a Napoli.

    Cosa altro aggiungere, bisogna solo venire a visitare questo scrigno di arte, che offre non solo un immersione nell’arte ma anche nella natura.

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  • La Chiesa del Gesù Nuovo nel cuore Napoli

    La chiesa del Gesù nuovo è una delle chiese più imponenti di Napoli.

    La chiesa del Gesù Nuovo è situata nel cuore del centro antico della città di Napoli, in Piazza del Gesù, di fronte la guglia dell’Immacolata, è una delle chiese più cara ai napoletani, dato che all’interno è custodito il corpo di San Giuseppe Moscati, il medico napoletano canonizzato santo da papa Giovanni Paolo II nel 1987.

    La chiesa del Gesù Nuovo è una delle chiese con la massima concentrazione di pittura e scultura barocca, alla quale hanno lavorato alcuni dei più influenti artisti di scuola napoletana. La chiesa ha di per se una storia particolare. Essa infatti nasce come palazzo nobiliare della famiglia Sanseverino, una delle più importanti casate del regno di Napoli. La famiglia volle per la facciata del palazzo una decorazione a bugnato a forma di diamante, che per la loro particolare forma avrebbe dovuto far confluire le energie positive dall’esterno verso l’interno. in realtà alla luce delle peripezie della famiglia e del palazzo il risultato fu proprio l’opposto. Infatti la famiglia perse il palazzo che venne confiscato e venduto ai gesuiti. Una volta divenuto chiesa anche, qui la sorte non fu tanto benevola. La chiesa subì un incendio, la cupola crollo più volte, e durante la guerra una bomba cadde nella navata, fortunatamente senza esplodere.

    Ancora oggi la misteriosa facciata del Gesù Nuovo, desta meraviglia e mistero, a causa dei misteriosi segni, incisi su ogni singola pietra

    I gesuiti la fecero diventare una degli scrigni barocchi della città di Napoli. Entrati in possesso del palazzo, incaricarono della ristrutturazione di tutto il complesso i loro confratelli Giuseppe Valeriano e Pietro Provedi. Essi sventrarono completamente il sontuoso palazzo, l’unica cosa che salvarono, è per l’appunto, la sontuosa facciata a bugne.

    Ricca di decorazioni marmoree realizzate da Cosimo Fanzago, la chiesa è a croce greca. Sulla controfacciata, in corrispondenza della navata centrale, sopra il portale centrale, è presente il grandioso affresco di Francesco Solimena, con la Cacciata di Eliodoro dal Tempio.

    Una chiesa che si trova nel cuore della città, che avvolta dall’arte e il mistero, merita davvero di essere conosciuta.

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  • Basilica della Santissima Annunziata Napoli

    La chiesa della Santissima Annunziata riunisce la maestosità architettonica di Luigi Vanvitelli e la commovente storia dei bambini che venivano abbandonati per avere una vita migliore.

    La chiesa della Santissima Annunziata sorge in uno dei luoghi più storici di Napoli.

    Tra Spaccanapoli e il corso Umberto I, più precisamente in Via Forcella, la Basilica è considerata una dei capolavori architettonici di Vanvitelli. Una prima chiesa venne fondata nel XIII dagli Angioini, ma già nel 500 venne ampliata grazie a Ferdinando Manlio. La struttura dopo essere stata colpita da un incendio venne affidata proprio al Vanvitelli, artista della corte borbonica, che assieme al figlio Carlo, le diedero un aspetto tardo barocco. L’interno della chiesa è a croce latina con una navata unica. Lateralmente sono presenti sei cappelle, che ricordano la Cappella Palatina della Reggia di Caserta, realizzata dallo stesso Vanvitelli. La basilica attuale fa parte di un grande complesso monumentale che all’inizio era composto anche da un ospedale, un convento, uno ospizio per orfani ed un “conservatorio” per le esposte, ossia le ragazze povere o prive di famiglia, che venivano ospitate qui per conservare la loro virtù, ma a cui veniva fornita anche una piccola dote per essere maritate. La struttura all’inizio rappresentava una delle “Sante Case dell’Annunziata”, un’antica e importante istituzione presente nel Regno di Napoli nel XIV secolo. Le case erano enti assistenziali per la cura dell’infanzia abbandonata ed erano governate dai laici.

    L’istituzione, dedicata alla cura dell’infanzia abbandonata, era patrocinata dalla Congregazione della Santissima Annunziata, fondata nel 1318. La congregazione, sostenuta anche dalle famiglie nobili di Napoli ebbe vita lunga fino a metà del novecento. A sinistra dell’ingresso è ancora visibile, anche se oggi è chiuso, il pertugio attraverso cui venivano introdotti nella ruota di legno gli “esposti”, cioè i neonati che le madri abbandonavano per miseria, o perchè illegittimi. Spesso accanto alla ruota era presente un campanello, così da avvisare le suore o le balie, che c’era un bimbo da accogliere. Indosso alcuni neonati non avevano nessun oggetto di riconoscimento, mentre altri erano accompagnati da un foglietto di carta con su scritto il nome dei genitori, oppure indossavano un pezzo d’oro o di argento. Tutto ciò che indossavano veniva annotato in un registro, casomai in un futuro qualcuno li avesse riconosciuti. I bambini ospiti della struttura venivano chiamati “figli della Madonna”, “figli d’a Nunziata” o appunto “esposti”. Il più diffuso tra i cognomi napoletani, Esposito, nasce proprio dalla storia di questa ruota. La ruota, una delle più note d’Italia, fu chiusa nel 1875, ma a causa della miseria, continuarono però ad essere lasciati sui gradini della basilica per molto tempo ancora.

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  • La leggenda di Castel Capuano

    Castel Capuano, dopo Castel dell’Ovo, è il più antico castello di Napoli. Il suo nome si deve alla vicina Porta Capuana, un tempo varco di accesso alla vecchia strada verso Capua.

    Costruito nel XII secolo per ordine del figlio di Ruggero il Normanno, Guglielmo il Malo, venne utilizzato subito come residenza reale, anche se il suo aspetto era più simile a quella di una fortezza militare. Nel 1231 difatti, Federico II gli diede un’ aspetto più simile ad una reggia, e degna di ospitare la famiglia reale.

    Con la costruzione del Maschio Angioino, destinato a residenza reale, Castel Capuano divenne residenza dei membri della famiglia reale, dei residenti funzionari del regno e personaggi illustri come Francesco Petrarca. Nei secoli subì altre ristrutturazioni sino a diventare, con la venuta di Don Pedro de Toledo a Napoli, sede del palazzo di giustizia, dove riunì tutti i tribunali del regno.

    A Napoli però storia e leggenda si intrecciano sempre, e proprio a Castel Capuano è legato la leggenda del “Fantasma degli avvocati”, uno spirito cruento, che ogni 19 aprile si aggira per le stanze del tribunale.

    Secondo la tradizione popolare il fantasma in questione è quello della giovane e crudele Giuditta Guastamacchia, la sposa fedifraga che, proprio nell’aprile del 1800, fu processata e giustiziata dalla Gran Corte della Vicaria per aver assassinato il giovanissimo marito, fatto scempio del suo cadavere, con la complicità del suo amante, un prete, e di suo padre. La storia di Giuditta inizia quando giovanissima, con un bimbo piccolo da crescere, si ritrova sola e molto povera dopo la morte del marito. Il marito viene giustiziato per aver frodato il regno di Napoli. Il padre di Giuditta, nell’impossibilità di mantenere la figlia e il nipote, decide di chiuderla nel Convento di Sant’Antonio alla Vicaria, dal quale uscì solo nel 1794. E, proprio in convento, Giuditta intreccia una relazione amorosa con un sacerdote, don Stefano D’Aniello che, per allontanare i sospetti, si spaccerà come lo zio di Giuditta.
    E proprio per salvare le apparenze, lo “Zio” prete decide di far venire dalla Puglia un suo giovane nipote di appena 16 anni, convincendolo a sposare la ragazza. Con il giovane marito il matrimonio non fu mai consumato e Giuditta rimase sempre a disposizione del prete. La situazione precipitò quando il giovane marito di Giuditta, scoprendo di essere stato truffato con un matrimonio farsa, decise di rendere pubblica la tresca di sua moglie con un religioso, facendo scoppiare uno scandalo. Giuditta, fiutato il pericolo, elaborò un vero e proprio piano criminale. Fece credere al padre di essere stata malmenata e derubata dal marito poi convolse l’amante prete, convincendolo a partecipare al delitto. Con uno stratagemma, il giovane marito di Giuditta, venne attirato in casa della donna e strangolato. Giuditta decise di sbarazzarsi del cadavere facendolo a pezzi, con l’aiuto di due complici, un barbiere e un chirurgo. Il povero ragazzo venne così maciullato e i suoi resti infilati in un sacco per essere poi dispersi nel bosco, in campagna e nel mare. Il piano però fallì. Il barbiere, fermato per un controllo dalle guardie reali mentre si sbarazzava dei resti del povero giovane, venne interrogato e confessò tutto, facendo il nome dei suoi complici. Giuditta provò a scappare ma la sua fuga terminò a Capodichino. Il Tribunale della Vicaria condannò tutti a morte per impiccagione, tranne lo zio prete che riuscì a cavarsela con l’ergastolo per non aver partecipato materialmente all’omicidio del nipote. Ma Giuditta ebbe una doppia punizione: considerata la mente criminale, dopo l’impiccagione, la testa e le mani le vennero amputate e messe in mostra, come una sorta di monito alla popolazione, a una delle finestre della vicaria. Il suo cranio, successivamente, utilizzato per studi di fisiognomica criminale e venne conservato ed esposto presso il Museo di Anatomia di Napoli. La sua anima nera, da allora, non trovò mai pace. La sposa maledetta, secondo la tradizione popolare, ricompare nel giorno della ricorrenza dell’esecuzione, il 19 aprile, nelle buie stanze di Castel Capuano.

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  • La chiesa della Madonna di Piedigrotta Napoli

    Napoli e le sue tantissime chiese, oltre ad affascinare per la loro bellezza architettonica, incuriosiscono per le leggende popolari di cui sono avvolte.

    Proprio alla Chiesa della Madonna di Piedigrotta, che sorge vicino al lungomare di Napoli, è legata una leggenda.

    Un giorno nel bel mezzo di una tempesta, Frate Bernardino ritornò precipitosamente nella chiesa a controllare se tutto stesse al suo posto. Ma il frate non ebbe nemmeno il tempo di riprendersi dalla pioggia che rimase scioccato, vedendo che la statua della Madonna, situata sull’altare maggiore, non era più al suo posto.

    Trafelato, chiamò subito l’Abate poiché si pensò ad un furto.
    Ma dopo che il frate decise di dare una ricontrollata, vide la Madonna ritornare al suo posto col mantello bagnato spiegando di essere apparsa in soccorso ad alcuni marinai che l’avevano invocata impauriti dall’eccezionale tempesta, che esternamente imperversava.

    Alla Vergine mancava una scarpetta: l’aveva tolta perché piena di sabbia e non aveva fatto in tempo a rimetterla. L’Abate in persona constatò che il mantello della Madonna era bagnato e che mancava proprio una scarpetta. Così prese a cercare la scarpetta mancante. Fu proprio lì, dove trovarono la scarpetta e la statua lignea dedicata alla Madonna, che ebbe inizio il culto.

    Da questa leggenda deriva la tradizione di regalare alle spose una scarpetta con il simbolo del sole come buon auspicio e protezione. Sembra che a questa leggenda si faccia risalire anche la favola della “Gatta Cenerentola” di Giambattista Basile, dalla quale prese spunto la fiaba di Cenerentola di Charles Perrault, divenuta un classico della Disney.

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  • Pompei e il suo Santuario

    Pompei non è famosa solo per il suo parco archeologico conosciuto nel mondo, ma anche per il suo santuario.

    Il santuario della beata Vergine del Rosario di Pompei è uno dei santuari mariani più importanti e visitati d’Italia.

    Tra i papi che hanno visitato il santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, ci sono stati san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e papa Francesco. La storia del santuario è legata alla figura del beato Bartolo Longo, che è stato il suo fondatore, assieme alla contessa Marianna del Fusco, con la quale condivise anche una vita dedicata all’aiuto dei più bisognosi.

    Il santuario è stato costruito grazie alle offerte spontanee dei fedeli di ogni parte del mondo. Si iniziò nel 1876, ed il primo a seguire i lavori fu Antonio Cua, docente dell’Università di Napoli, e che diresse in maniera gratuita la costruzione della parte rustica della chiesa. Mentre Giovanni Rispoli, si dedicò sia alla decorazione sia alla lavorazione della monumentale facciata che venne inaugurata nel 1901. Il santuario divenne basilica pontificia maggiore grazie a papa Leone XIII nel 1901.

    La chiesa in principio aveva una sola navata, ma con il passare del tempo e con l’aumento dei fedeli che si recavano in chiesa, divenne necessario l’ampliamento del santuario che venne eseguito tra il 1934 al 1938. Il santuario così divenne a tre navate. Oltre che meta di pellegrinaggi, il santuario attira anche molti turisti, che oltre a visitare gli adiacenti scavi archeologici dell’antica Pompei, si recano al santuario, per ammirare la quantità di ex voto, presenti nei corridoi, che il quadro della Madonna di Pompei. Immagine mariana a cui migliaia di pellegrini si rivolgono in preghiera e per avere aiuto. Si deve ringraziare Bartolo Longo per questa immagine e non solo. Bartolo Longo proprio perché voleva propagare la pratica del rosario, si recò a Napoli per acquistare un dipinto della Madonna del Rosario. Voleva acquistarne uno già visto in un negozio, ma le cose andarono diversamente. In via Toledo per puro caso, incontra infatti, Padre Radente, suo confessore, che gli consigliò di andare a suo nome al Conservatorio del Rosario di Portamedina, e di chiedere a suor Maria Concetta De Litala un vecchio dipinto del rosario che egli stesso le aveva affidato. Bartolo Longo si recò dalla suora, ma rimase sconvolto alla visione del quadro, molto rovinato e con la Madonna che in maniera insolita consegna il rosario a Santa Rosa anziché a santa Caterina da Siena come da tradizione. Bartolo Longo voleva rinunciare, ma la suora con insistenza lo convinse a portar via il quadro. Arrivò al Santuario di Pompei su un carretto che trasportava letame, avvolto in una coperta logora e consumata. Il dipinto rovinato subì vari restauri e ben presto l’immagine della Madonna si coprì di pietre preziose e offerte dei fedeli .

    Ogni anno oltre quattro milioni di persone si recano in visita al santuario in particolare l’8 maggio e la prima domenica di ottobre per assistere alla supplica alla Madonna di Pompei, preghiera e atto d’amore alla Vergine, scritta dal beato Bartolo Longo .

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  • Il Babà napoletano

    Il babà, il re della pasticceria napoletana è uno dei dolci più famosi nel mondo, difatti viene chiamato “Sua maestà il babà”. Questo caratteristico dolce da forno, imbevuto tradizionalmente a Napoli nel rum ha da sempre addolcito le domeniche delle famiglie napoletane.

    La sua lievitazione lunga, la tecnica di preparazione e la sua inconfondibile forma a Cappello di chef lo rendono un dolce inconfondibile nella forma e nel gusto che si apprezza dal primo morso. La popolarità del babà è indiscussa, e le sue origini sono antichissime.

    Il babà deriva da un dolce polacco il Babka Ponczowa; a cui i pasticceri francese gli hanno dato un’identità, migliorandolo, chiamandolo Baba e successivamente a Napoli venne trasformato in Babà! Nel 1700 il re di Polonia Stanislao Leszczynski, nobile molto raffinato,e colto che amava e promuoveva l’arte culinaria, era anche un sofisticato “gourmet” e gli venne attribuita la paternità del babà. Il nome di questo dolce deriva dai racconti delle Mille e una notte, Alì Babà e i quaranta ladroni che si racconta il re apprezzasse molto.

    Si narra, che il re polacco che ormai non aveva i denti, stanco di mangiare sempre lo stesso dolce secco, un giorno scagliò quest’ultimo verso la credenza dove si ruppe una bottiglia di liquore che inzuppò il dolce. Il re dopo questo incidente fortunato lo assaggiò e lo trovò squisito.

    Successivamente in Francia, giunse l’allora famoso pasticcere Nicolas Stohrer in occasione del matrimonio della figlia del re polacco Maria Leszczynski con il re di Francia Luigi XI. In quella occasione, venne creato il nostro famoso Babà donandogli la forma a fungo che bene conosciamo.

    Ma la sua vera anima venne identificata poco più avanti. Nel XIX secolo il maestro Brillant-Savarin inventò un liquore che ben si accompagnava alle macedonie di frutta e di questa magnifica novità i fratelli Julien decisero di combinare un dolce matrimonio, abbinando il liquore al Babà chiamandolo Babà Savarin.

    A Napoli nel 1836 il cuoco Angeletti scrisse un libro di ricette e descrisse il Babà con uvetta e zafferano, ingredienti che abbiamo perso negli anni per dare spazio ad una pasticceria più popolare e commerciale, arricchendolo con creme, gelati, panna e frutta ma esaltandolo senza privarlo della sua identità e senza mai deludere anche i palati più esigenti.

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  • La sfogliatella e la sua storia

    La storia della sfogliatella napoletana.

    In molti si domandano se sia nato prima l’uovo o la gallina, nella città di Napoli, invece si discute sempre su quale sfogliatella sia nata prima, se la frolla o la riccia e se la Santa Rosa non sia in realtà La sfogliatella primigenia.

    la sfogliatella, tipo dolce napoletano, nacque nel 1600 in Costiera Amalfitana, tra Furore e Conca dei Marini.

    Delle molte leggende che si raccontano sulla nascita di questa opera di ingegneria culinaria, la più accreditata è sicuramente quella legata al convento di Santa Rosa ad Amalfi. Si narra che durante il XVII secolo le monache di clausura del convento di Santa Rosa fossero solite preparare infusi quali limoncello o nocillo e di venderli insieme ad altre leccornie, tipiche della tradizione costiera. Le suore, per questo motivo, erano solite creare nuove ricette.

    Un giorno pare che una di queste monache, Madre Clotilde, non avesse il cuore di gettare del semolino cotto nel latte che era avanzato dalla sera precedente, quindi vi aggiunse frutta secca, zucchero e limoncello e decise di utilizzare il composto come farcia per due sfoglie ammorbidite con lo strutto e di cuocere il tutto nel forno, ma non senza aver dato prima alla composizione, la forma di un cappuccio da monaco. questo dolce, chiamato Santa Rosa, delicato ed equilibrato, dalla doppia consistenza croccante e cremosa, ebbe un rapidissimo successo presso i contadini della zona. Per arrivare a Napoli, però, questa leccornia, ci mise ben 200 anni. Infatti nel 1818, colui che all’epoca era ancora un oste, Pasquale Pintauro, entrò a contatto con questa delizia che lo conquistò letteralmente. Pasquale Pintauro era il proprietario di un’ osteria di via Toledo, , che s’impossessò della preziosissima ricetta. L’osteria divenne immediatamente pasticceria e la ricetta della Santa Rosa fu lievemente modificata insieme alla forma, che da cappuccio monacale divenne una piccola conchiglia barocca. Pintauro eliminò la crema e le amarene del ripieno e assottigliò la sfoglia è così che è nacque la sfogliatella napoletana.

    Da lì poi la sfogliatella venne realizzata anche con la base di pastafrolla con lo stesso ripieno la sfogliatella frolla, più compatto e adatto al passeggio lungo via Toledo.

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  • Palazzo dello Spagnolo nel Rione Sanità

    Il palazzo dello Spagnolo o dello Spagnuolo, è uno dei palazzi storici della città di Napoli.

    Ubicato in Via dei Vergini nel Rione Sanità, il Palazzo dello Spagnolo è uno dei palazzi monumentali che si trova nel pieno centro antico di Napoli.

    Il Palazzo dello Spagnolo venne costruito nel 1738, su commissione del marchese di Poppano Nicola Moscati. Il marchese volle unificare due lotti di terra ricevuti dalla moglie. Il progetto venne affidato all’architetto Ferdinando Sanfelice. Il Sanfelice oltre al progetto dell’imponente palazzo, realizzò la monumentale scala a doppia rampa, chiamata ad “ali di falco”. La scala venne pensata come una sorta di luogo di incontro, ove avveniva una vera e propria vita sociale. Le decorazioni di stucco in stile rococò vennero affidati a Francesco Attanasio, ma eseguiti in un secondo momento da Aniello prezioso.

    Infatti le porte di accesso agli appartamenti sono decorati con stucchi che inquadrano medaglioni con i ritratti a mezzo busto della famiglia che abitava quell’appartamento.

    Il sovrano Carlo III di Borbone, spesso visitava il palazzo. Proprio nel palazzo infatti cambiava i suoi cavalli, per sostituirli con dei buoi, unici animali capaci di portarlo a Capodimonte, nella sua dimora di vacanza e di caccia. Attraversava la lunga e ripida Via Vergini per arrivare in quello che oggi uno dei musei più apprezzati al Mondo ossia il Museo di Capodimonte.

    Alla fine del secolo, il palazzo venne acquistato da un nobile spagnolo, Tommaso Atienza, il cui il soprannome Spagnolo o Spagnuolo, è il motivo per cui il palazzo si chiama oggi in questo modo. Il nobile spagnolo realizzò delle opere di espansione, come la costruzione di un altro piano e facendo decorare tutto il piano nobile. Decorazioni che purtroppo sono andate perdute a causa dei cattivi restauri avvenuti nel corso degli anni.

    A metà dell’ottocento il palazzo fu acquistato dalla famiglia Costa, grazie al fatto che il nobile Atienza, perse quasi tutto il suo patrimonio, indebitandosi a causa delle estrose opere di abbellimento del palazzo.

    Secoli dopo, il palazzo come molti edifici di Napoli, vide la proprietà frammentarsi, arrivando sino ad oggi ad avere diverse proprietà private. La regione Campania è riuscita ad acquistare solo due degli appartamenti del palazzo. Nell’edificio in passato è stato ospitato L’Istituto delle guarrattelle, un vero e proprio museo dedicato ai burattini locali ed internazionali, invece il secondo e il terzo piano sono sede del museo dedicato a Totò, il principe della risata, vissuto proprio nel Rione Sanità.

    Il palazzo dello Spagnuolo ancora oggi è considerato uno degli esempi più pregevoli di architettura civile in stile barocco napoletano all’interno del Rione Sanità

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  • Ragù Napoletano

    Il ragù napoletano è uno dei piatti tipici e secolari della cucina napoletana. Tipico piatto della domenica col suo profumo e il suo sapore il ragù napoletano, vi farà innamorare. La storia del ragù napoletano parte da molto lontano. Il suo antenato sembra essere un piatto tipico della cucina medievale francese, il daube de boeuf che risaliva al XVI secolo. Questo piatto era composto da uno stufato di pezzi di carne di bue unito a delle verdure. La sua cottura era molto lenta ed era fatta in un recipiente di creta. Ma degli antenati del ragù si parla anche di un altro piatto della cucina francese, Il ragout, piatto francese posteriore era sempre uno stufato di carne e verdure, dove però veniva utilizzato un altro tipo di carne che di solito era di montone. Il Ragout arrivò nella cucina napoletana solo verso il XVIII secolo sotto il regno di Ferdinando di Borbone. Proprio sotto il regno di Ferdinando ci fu una grande influenza della cultura e della moda francese a corte, e di conseguenza anche molti piatti francesi arrivarono nel regno. Molti piatti napoletani presero il nome dalle storpiature dei nomi francesi, come successe per il Ragù. Fu proprio Carolina d’Asburgo-Lorena, moglie di Ferdinando IV, a introdurre nelle cucine dei palazzi nobili la moda dei cuochi francesi, arricchendo le mense con questo sostanzioso piatto a base di carne di manzo o vitello di prima qualità, ma ancora privo di pomodoro.

    La versione napoletana del ragout venne modificata, così come la assaporiamo oggi. Il ragout arrivato a corte e chiamato dopo Ragù, fu inventato dai monsù napoletani nelle splendide cucine della nobiltà partenopea. I sapienti cuochi aggiunsero al saporito stufato di carne la salsa di pomodoro, ma così era troppo semplice, ed ecco che nella carne fece la sua comparsa il maccarone, ossia la pasta. Proprio il maccarone ci voleva per raccogliere e contenere questa prelibatezza avvolta dall’oro rosso che è il pomodoro.

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  • La Pizza Napoletana

    La storia della pizza napoletana , si mescola inesorabilmente con la storia millenaria della città di Napoli.

    La pizza Napoletana che diventata patrimonio UNESCO nel 2010, ha una storia lontana e ricca. Molto più di un semplice alimento, è considerato un vero e proprio tesoro culinario, un orgoglio napoletano famoso e conosciuto nel mondo.

    Napoli è sempre stata un crocevia di culture e molto probabilmente la pizza e le sue origini sono da ricercare, sia nel mondo greco con la “pinta” greca, ossia una forma di pane schiacciata, ma anche nel mondo arabo “pita”, il pane arabo originale che è grande e rotondo, fatto di acqua e farina e poi cotto in forno. Ma la pizza nel corso dei secoli è cambiata.  All’inizio si parlava di una semplice focaccia o di una torta, ma dal 1300 in poi si inizia a parlare di “pizis” o “pissas”, che si riferivano ai prodotti tipici da forno che erano comuni nell’Italia meridionale del tempo. Si può iniziare a parlare di pizza nel 1600, che grazie all’ingegno culinario napoletano, che voleva rendere più gustosa la tradizionale schiacciata di pane. Ed ecco che nacque la pizza mastunicola, condita con aglio, strutto, sale grosso, formaggio e basilico. La pizza si inizierà a tingerà di rosso, grazie al pomodoro, dopo la scoperta delle Americhe, .Bisognerà aspettare la seconda metà del 1800 per avere la pizza classica che conosciamo con pomodoro e mozzarella, nata, , dalla fantasia e la bravura di un pizzaiolo napoletano, Raffaele Esposito. Nel 1889, anno in cui ci fu la prima visita a Napoli dei sovrani d’Italia Re Umberto e la Regina Margherita, il pizzaiolo Raffaele Esposito, realizzò per i sovrani tre pizze, la mastunicola, la marinara, e un’altra pizza con mozzarella e pomodoro. La sovrana apprezzò così tanto l’ultima pizza da voler ringraziare ed elogiare il pizzaiolo per iscritto. Per tale motivo e per contraccambiare, Raffaele Esposito diede il nome della Regina al suo capolavoro culinario, che da allora si è diffuso ed è espatriato in tutto il mondo proprio con il nome di “Pizza Margherita”.

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  • Street food tour a Napoli

    Visitare Napoli vuol dire non solo conoscere le sue bellezze artistiche, ma anche assaporare la sua tradizionale cucina napoletana attraverso uno street  food tour. Infatti le bellezze artistiche della città assieme alla cultura vanno a braccetto con la storia della cucina napoletana.

    La cucina napoletana ha antichissime radici storiche che risalgono al periodo greco romano, passando per le dominazioni francesi e spagnole. La cucina napoletana proprio così si è arricchita di piatti che vanno dai più elaborati a quelli più popolari, che ha iniziato a trovare la sua immagine con la formazione della città capitale di un Regno con gli Angioini.

    Negli anni per le nuove esigenze di una città in espansione, e di un regno che affermava la sua immagine anche attraverso la sua tavola, alcuni piatti sono passati alla storia. L’identità napoletana cominciava a definirsi, prendendo spunti da molti ricettari diversi.

    Il “Ritratto di Napoli” di Giambattista del Tufo, inizia a descrivere Napoli e la sua cucina nel cinquecento, che già era celebre per i suoi cibi raffinati. A Napoli si trovavano ingredienti di grande qualità e quantità, soprattutto frutta e verdura, che nei mercati, ancora oggi, erano disposti in maniera spettacolare e quasi pittoresca, ornati con fiori, e sapienti accostamenti di colore.

    La tavola napoletana privilegiava i piatti di verdure, che è uno degli ingredienti principali ancora ora della nostra cucina. La verdura più diffusa, già dal cinquecento, era il broccolo, in napoletano Friariello cucinato in maniera semplice e gustoso. Proprio per il gran consumo di verdure i napoletani erano chiamati i mangiafoglie, ma nel 500 con l’arrivo della produzione di pasta, lo scenario cambia e i napoletani diverranno mangiamaccheroni. A Napoli la pasta iniziò ad essere lavorate con trafile molto varie e con il tempo furono ideati varie forme di pasta, le zite, i maltagliati, i paccari, i fusilli, i perciatelli gli spaghetti, i vermicelli e le linguine. Molte salse furono inventate o adattate a questi tipi di pasta, soprattutto la salsa di pomodoro, che divenne in brevissimo tempo l’accostamento preferito ai maccheroni.

    Durante l’Illuminismo e la dominazione francese, l’influenza d’oltralpe è evidentissima nella cucina partenopea: nascono il ragù napoletano, il gateau di patate e il famoso crocchè. Nell’Ottocento il divario tra la borghesia e il popolo diventa sempre più ampio, tanto che iniziano ad essere preparate ricette riservate alle diverse classi, come il brodo di polpo e la zuppa di freselle tipiche dei sobborghi partenopei. A questo periodo si fa risalire anche la nascita della pizza così come la conosciamo oggi, con le sue varie declinazioni. Le tradizioni culinarie napoletane sono diventate famose nel mondo sopravvissuta al “Nuovo Mondo”, ed alcuni dei suoi piatti non passeranno mai di moda, sono dei veri capolavori di sapori, profumi, ed è consigliabile a chi non è napoletano di assaggiarli, mentre al napoletano di conservarlo nella memoria e nelle tradizioni della tavola.

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  • La chiesa di San Giovanni a Carbonara

    Tra le chiese più antiche di Napoli bisogna ricordare la chiesa di San Giovanni a Carbonara, che si trova in una delle zone più popolari e popolose della città. La chiesa di San Giovanni Carbonara, infatti, è quasi al confine con Porta Capuana, un tempo una delle principali porte di ingresso al regno di Napoli.

    Una chiesa a più livelli, dovuta alla conformazione della zona, una chiesa che ha più stili architettonici, che vanno dallo stile gotico, rinascimentale, sino ad arrivare ai restauri avuti nel 700. San Giovanni a carbonara nasce nel 300, per desiderio di Gualtiero Galeota, nobile napoletano, che possedeva in questa zona, un tempo al di fuori delle mura del regno di Napoli, dei lotti di terra destinati a deposito e scarico di rifiuti inceneriti che grazie allo scorrimento di fiumi, che si trovavano in questa zona, confluivano poi in mare. Donato questo lotto di terra ai monaci agostiniani, questi iniziarono i lavori di edificazione.

    Re Ladislao, nel 400 non solo volle un ampliamento della chiesa ma la destinò come Pantheon degli ultimi Angioini di Napoli, ospita all’interno oltre la monumentale tomba dei sovrani, Ladislao e la sorella Giovanna II , anche cappelle appartenenti alle varie famiglie nobili napoletani, come la cappella dei Caracciolo del Sole, o meglio conosciuta, come la Tomba di Ser Gianni Caracciolo, gran siniscalco del regno, ma rimasto nella storia, come il grande amore della regina Giovanna II.

    Forse tra le meno conosciute è la cappella della famiglia Caracciolo di Vico, sorge fuori la linea di asse, dell’altare maggiore. La cappella squisitamente rinascimentale, fu voluta da Galeazzo Caracciolo, un potente maggiorente del sedil Capuano, appartenente ad una delle famiglie più potenti del viceregno spagnolo. La nascita della cappella, proprio qui in San Giovanni a Carbonara, è dovuta ad una prima esclusione, della chiesa di Donna Regina Vecchia, anche lei appartenente al Sedil Capuano, vicino alla dimora dei Caracciolo di Vico, ma il complesso religioso, già saturo di spazi, non avrebbe potuto ospitare un’altra cappella per la famiglia, quindi la scelta ricadde su la chiesta degli agostiniani, anche per via della presenza già in loco, della tomba del loro antenato Ser Gianni Caracciolo. Ma non solo, la scelta ricadde su san Giovanni a Carbonara, anche perché i padri agostiniani, concessero loro lo spazio vicino all’altare maggiore e al sontuoso monumento funebre di Re Ladislao.

    Il progetto attribuito al Bramante, portò a due campagne di lavoro, il primo quarto del 500, ove venne costruito l’altare dell’epifania, Diego De Siloé e Bartolomeo Ordonez, e la seconda parte del 500, dove vennero costruite le due tombe, di Nicolantonio e Galeazzo. Particolare, e anche da aguzzare la vista è proprio l’altare dell’epifania. Infatti il Re mago a sinistra è stato identificato ora come Alfonso II d’Aragona ora come Ferdinando il Cattolico.

    Non resta che visitare questo splendido e raro esempio di architettura rinascimentale napoletano.

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  • Napoli vista dal mare

    Una visita guidata a Napoli, non può considerarsi completa se no si ammira la città e la sua costa dal mare. Un tour quello di Napoli dal mare è un’esperienza unica, perchè significa conoscere questa terra, attraverso uno dei suoi elementi più caratterizzanti. Una visita che parte , con un gozzo di legno, per scoprire i fasti di un passato che affiora a pelo d’acqua. Ville Romane, residenze storiche, storie e leggende raccontate da esperti, dolcemente cullati dal mare è un esperienza che ognuno desidera fare.

    Alla scoperta della collina di Posillipo lì, dove finisce il dolore e gli affanni trovano riparo sorge la costa di “Pauslypon”, definita così già dagli antichi greci e luogo scelto da Publio Vedio Pollione per far costruire la sua immensa residenza dove si ritirò a lussuosa vita privata.

    “Il mare di Posillipo è quello che Dio ha fatto per i poeti, per i sognatori, per gli innamorati di quell’ideale che informa e trasforma l’esistenza” (Matilde Serao).

    Un luogo davvero suggestivo tra ville Romane, residenze storiche, leggende e ricco di storia, meta preferita dalla nobiltà vicereale, che adorava recarvi per le “passeggiate domenicali” in riva al mare, con il consueto corteo di carrozze e servitori al seguito.

    Molto spesso le serate si concludevano nelle amene ville lungo la costa, in feste e balli di corte fino a tarda notte.

    Tra le ville più ambite e belle c’era Palazzo Donn’Anna, oggi dal fascino decadente, è ancora l’edificio più dipinto, acquerellato, stampato e fotografato.

    La bellissima ed unica erede del cospicuo patrimonio dei Carafa, Anna Carafa di Stigliano convolata a nozze con il Viceré Don Ramiro de Guzman, duca di Medina, diventa la donna più potente del ‘600.

    La sua casina di delizie, pertanto, dovrà rispecchiare lo status di Viceregina raggiunto e affiderà l’incarico di restaurare il palazzo al più celebre architetto del tempo, Cosimo Fanzago, al quale non saranno posti limiti alle spese occorrenti per la realizzazione del progetto.

    Purtroppo l’opera  rimase incompiuta perché sopraggiunse la morte prematura della committente stessa, nel 1645, avvenuta in tragiche circostanze a soli trentacinque anni di età e il conseguente richiamo in patria di Don Ramiro, duca di Medina.

    Scogli e isolette che racchiudono storie incredibili, una vegetazione che cresce rigogliosa negli splendidi giardini privati apprezzati dai viaggiatori di tutto il mondo nella rinascita di cui godette Posillipo nel 1800, il borgo Marechiaro che nel nome stesso rievoca la limpidezza ma, ancor di più, nel suo significato originario la tranquillità di quelle acque, incantano lo sguardo di uno scenario talmente unico che diventa difficile resistere alla tentazione di ritornarci.

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  • Porta San Gennaro a Napoli

    Porta San Gennaro è la più antica porta della città di Napoli ancora esistente. Secoli fa la città di Napoli contava ben oltre 25 porte di accesso alla città.

    Oggi Porta San Gennaro, assieme alle sue ” Sorelle” Porta Capuana, Porta Nolana e Port’Alba, sono parte integrante della città, simbolo dell’antica storia del Regno di Napoli.

    Porta San Gennaro risale probabilmente al VIII secolo d.C. Inizialmente era situata dietro la Chiesa del Gesù, la porta fu spostata più volte, quasi a seguire l’espansione delle mura cittadine. Trovò finalmente una sistemazione definitiva ma nel 1573, per volere del vicerè Don Pedro de Toledo, che volle sistemare porta San Gennaro su via Foria. Non lontana da Piazza Cavour, oggi ha di fronte a se l’antica Via Vergini ingresso del secolare Rione Sanità.

    Porta San Gennaro era l’unico ingresso utilizzato da coloro che provenivano dalla parte settentrionale della città. Per molto tempo venne addirittura chiamata Porta del Tufo o dei Tufari perché proprio da qui entravano ed uscivano i carri pieni di blocchi di tufo, cavati nelle cave del Rione Sanità, utilizzati per le costruzioni degli edifici napoletani.

    La domanda nasce in maniera spontanea, da dove nasce allora il suo nome? Semplicemente il nome della porta si deve al fatto che da qui partiva l’unica strada che portava i pellegrini alle catacombe di San Gennaro, patrono di Napoli, a Capodimonte. Se vogliamo era una sorta di strada sacra, un miglio sacro, proprio in città.

    La porta ha al suo interno una statua di San Gaetano, posta nel 1656, per chiedere la grazia al santo di salvare la città dalla peste.

    All’esterno della porta invece, c’è una statuetta che benedice, che grazie all’iscrizione “Divo Januario, apotropaco, sospes Neapolis”, fa capire che rappresenta San Gennaro.

    La porta custodisce un tesoro, un affresco del pittore Mattia Preti. La leggenda narra che Mattia Preti, chiamato il Cavaliere calabrese, dal carattere focoso come il Caravaggio, si rifugiò a Napoli, nel 1653, per sfuggire alla cattura dopo aver ucciso un uomo a Roma.

    Un’altra fonte invece racconta che arrivato a Napoli durante l’epidemia di peste fu arrestato e condannato a morte per aver ucciso una guardia che cercava di impedirgli l’ingresso in città, vietato per via dell’epidemia.

    Fatto sta che il vicerè venne a sapere dell’accaduto, e concesse la grazia a Mattia Preti. In cambio l’artista, riuscì a riscattare la sua vita, solo dopo aver acconsentito di dipingere tutte le porte della capitale del Regno.

    Prima dipinse Porta Capuana e Porta Nolana degli affreschi oggi non rimane traccia. Dipinse anche la Porta dello Spirito Santo, Porta Costantinopoli, Porta del Carmine e Porta di Chiaia, anche in questo caso né delle porte né degli affreschi non rimane traccia.

    Ma fonti storiche, arrivate sino a noi, ci dicono che l’elemento pittorico che accomunava tutte le porte, era la rappresentazione di corpi senza vita dei cittadini che o sullo sfondo o in basso, sono portati al cimitero o dilaniati dagli animali.

    Come detto prima, a noi oggi rimane solo l’affresco di Porta San Gennaro. Dipinto nel 1656 come ex voto dopo l’epidemia di peste, è ritornato di nuovo nel suo antico splendore grazie al restauro terminato a maggio 2021.

    Dell’affresco di Mattia Preti ammiriamo come figura centrale la vergine Maria, con Gesù bambino tra le braccia. È lei la protagonista e l’unica figura illuminata insieme con un cartiglio che porta la scritta a rovescio ” Satis est Domine”.

    Ai lati ci sono le figure dei santi che chiedono alla Vergine l’intercessione per la città di Napoli. Incontriamo San Gennaro, con le ampolle del sangue, San Francesco Saverio, con il dito puntato verso un’altra pergamena, con su scritto ” S. Franciscus xave patronus”. In fine Santa Rosalia, la santa protettrice invocata durante la peste.

    In basso si vedono scene di disperati e una donna piena di piaghe, e con dei cenci in testa, che seduta su alcuni gradini, morde sé stessa. È lei la rappresentazione, l’incarnazione e l’allegoria più forte e significativa, quella della Peste.

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  • Museo della carta di Amalfi

    Il Museo della carta di Amalfi, situato nella Valle dei Mulini, è un’ex cartiera trasformata in museo nel 1969.

    La Valle dei Mulini è stata descritta e raccontata da scrittori come Henry Longfellow, e ritratta da artisti di ogni tempo, come l’amalfitano Pietro Scoppetta, il cui acquarello si ammira nel museo di Capodimonte a Napoli.

    Il museo della carta di Amalfi, ospita i macchinari e le attrezzature restaurati e perfettamente funzionanti, utilizzati nell’antica cartiera per realizzare la carta a mano. Questa struttura, unica al mondo, offre ai suoi visitatori la magia di tornare indietro nel tempo e di sperimentare, grazie al funzionamento delle macchine azionate durante la visita con la forza e la potenza delle acque del torrente Canneto, l’emozione di creare un foglio della pregiata carta a mano di Amalfi. Tra le prime città in cui è stata scoperta nei secoli XII e XIII l’esistenza della carta, ci sono , oltre ad Amalfi,gli altri territori delle Repubbliche Marinare, Pisa, Genova e Venezia che avevano magazzini, sia in Siria, sia sulla costa della Palestina, dove si trovavano i maggiori centri per la produzione della carta.

    La scoperta della carta segnò un punto fondamentale per la storia della civiltà umana. Questa scoperta è universalmente attribuita ad un ministro cinese di nome Ts’ai Lun, nel 105 dopo Cristo. Si narra che Ts’ai Lun si trovava sulle rive di uno stagno accanto ad una lavandaia che stava sciacquando nell’acqua alcuni panni piuttosto logori. I panni, che venivano strofinati e sbattuti sulle rocce, si sfilacciavano e le fibrelle galleggianti sull’acqua andavano a riunirsi in una piccola insenatura ai piedi di Ts’ai Lun. Sul pelo dell’acqua si formò dopo qualche tempo, un velo di fibrelle ben feltrate che Ts’ai Lun osservò, raccolse con delicatezza e pose a seccare sull’erba. Il foglio secco e avente una certa consistenza, bianco, morbido, diede a Ts’ai Lun la grande idea, quel foglio poteva ricevere la scrittura.

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  • L’antica città di Cuma

    L’antica città di Cuma è tra le più antiche colonie greche dell’occidente.

    L’antica città di Cuma fu uno dei centri ricchi e di grande importanza nel mondo antico, proprio da Cuma la cultura greca si diffuse lungo tutta la penisola italiana. Passeggiando per il a Parco Archeologico di Cuma si ha come la sensazione di fare un tuffo nel passato, ancora oggi nella zona dell’Acropoli è possibile ammirare le mura e i resti del Tempio di Giove, la Cripta romana, l’edificio termale e l’Anfiteatro.

    Ma proprio perchè si sta passeggiando in un’antica città, come tutte le città c’era il luogo dedicato alle sepolture, infatti ci sono numerosi sepolcri dell’età greca e romana in prossimità dell’Arco Felice, viadotto costruito da Domiziano per il passaggio della via che collegava Pozzuoli a Roma.

    Sulla terrazza inferiore del tempio di Giove si trova anche il Tempio dedicato al dio Apollo. La costruzione del tempio è attribuita al mito di Dedalo, che la leggenda narra atterrò proprio qui dopo il volo da Creta.

    Cuma è strettamente legata al mito della sibilla Cuma. Vero e proprio fiore all’occhiello, l’Antro della Sibilla Cumana è accessibile da un piccolo piazzale sulla sinistra. Secondo la leggenda il dio Apollo era follemente innamorato di Sibilla, una giovane donna. Le offrì in cambio qualunque cosa pur di averla come sua sacerdotessa ed ella chiese l’immortalità, non pensando però di chiedere anche la giovinezza eterna. Man mano che invecchiava il suo corpo divenne sempre più piccolo finché non fu messa in una gabbietta nel tempio di Apollo dove sparì del tutto e di lei rimase solo la voce. Sempre la leggenda narra che in questo antro Enea venne a interrogare proprio l’oracolo della Sibilla cumana.

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  • L’antica Sessa Aurunca

    Sessa Aurunca, merita una visita guidata che ci farà scoprire che ha un’antichissima origine, cosa confermata da ritrovamenti di insediamenti preistorici e da necropoli del VIII secolo a.C. Questa era l’epoca in cui qui si trovavano gli Aurunci, popolazione di origine indoeuropea, che si erano stabilite nel basso Lazio, probabilmente intorno al I millennio a.C. Il loro territorio era compreso nell’area di Roccamonfina ed una delle sue città principali fu Terracina. Quando entrarono nell’orbita dei Romani nel IV secolo a.C., questi li definirono poco civilizzati, perchè costruivano le loro città sempre in cima a un colle a scopo difensivo, con alcune caratteristiche umbro-osche. Diventando colonia di diritto latino, Sessa iniziò a coniare moneta propria diventando un importante centro militare commerciale e rurale. Infatti il nome deriva da Julia Felix Classica Suessa o in breve Suessa, proprio per la felice posizione, ossia, una collina dal clima mite e con una fascia costiera a breve distanza dal golfo di Gaeta. Al declinare dell’Impero Romano, Sessa-Diocesi sin dai primi del Cristianesimo, vive un periodo di decadenza e dopo essere stata interessata alle vicende storiche di Capua, Salerno, Benevento e Gaeta, ritrova la sua importanza verso il XII secolo e riacquista un suo più definito ruolo tra il XIV ed il XV sec. sotto il Ducato Marzano, signori di buona parte di Terra di Lavoro ed appartenenti ad una delle più potenti famiglie del Regno napoletano, fecero di Sessa la capitale dei loro feudi.

    Passeggiando per questo antica cittadina tra le sue vie ed i vicoli del suo centro storico, si posso scoprire le tante testimonianze storiche, che ci raccontano l’origine di Sessa Aurunca.

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  • Il Museo Provinciale di Capua

    Il museo provinciale di Capua è un vero e proprio scrigno di tesori. Fondato dal canonico Gabriele Iannelli, archeologo e intellettuale, nel 1870 venne inaugurato ed aperto al pubblico nel centro storico di Capua, nel quattrocentesco palazzo Antigniano. L’edificio incorpora le vestigia di San Lorenzo ad Crucem, una chiesetta di età longobarda nel sito dei tre Seggi nobiliari della città.

    Del palazzo ancora oggi si può ammirare lo splendido portale durazzesco catalano, che reca incastonati gli stemmi degli Antignano e d’Alagno.

    Venne definito da Amedeo Maiuri il più significativo della civiltà italica della Campania.

    La collezione museale raccoglie reperti storici ed archeologici dell’antica Campania e di Terra di Lavoro. La sezione archeologica ospita al suo interno la più importante collezione di Matres Matutae, proveniente dall’area dell’antica Capua, oltre a numerosi reperti pre-romani. All’interno del cortile è presente un grande lapidario oggi intitolato a Theodor Mommsen, storico, numismatico ed epigrafo.

    La sezione medievale raccoglie importanti testimonianze sacre e laiche di Capua, tra le quali i resti della più volte demolita Porta Capuana, mentre la pinacoteca raccoglie, tra le varie opere, la corposa collezione delle opere di Francesco Liani.

    Le Matres Matutae sono sculture in tufo raffiguranti donne sedute con in grembo uno o più bambini in fasce. Le prime Madri furono rinvenute in maniera casuale nei pressi dell’antica Capua nel 1845, raccolte intorno ai resti di una grande area in tufo. Le statue rappresentano molto probabilmente degli ex voto, un’offerta propiziatoria e un ringraziamento per la concessione divina della fecondità. Le madri del Museo Campano formano un complesso unico nel suo genere ed un raro documento in Campania di scultura pre-imperiale. Esse sono la testimonianza più significativa del culto con il quale gli antichi campani onoravano il mistero della vita, considerando la maternità come un dono divino e avvolgendolo di poetica spiritualità l’evento della nascita ritenendola sacra, come tutto ciò che di vitale esce dal seno della natura. Le sculture sono disposte nel percorso museale seguendo criteri esclusivamente estetici.

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