Categoria: Arte e Cultura

  • Premio Miami a cura di Salvo Nugnes, vetrina internazionale per l’arte contemporanea

    Torna il Premio Miami, significativa iniziativa internazionale dedicata alla promozione dell’arte contemporanea. Ideato da Salvo Nugnes, curatore d’arte, scrittore e giornalista, il progetto nasce per favorire il dialogo culturale tra Italia e Stati Uniti, offrendo una vetrina d’eccellenza a pittori, scultori, poeti e fotografi desiderosi di affermarsi nel panorama artistico mondiale.

    Il Premio rappresenta un riconoscimento di alto profilo, volto a sostenere la creatività e a valorizzare le nuove tendenze dell’arte. Il prestigio dell’iniziativa è ulteriormente rafforzato dal sostegno istituzionale del Sindaco e del Console di Miami, che ne sanciscono il respiro e la rilevanza internazionale. Accanto a Nugnes, partecipano alla manifestazione anche autorevoli figure del panorama culturale di Miami, insieme a personalità di rilievo del mondo giornalistico e artistico italiano, tra cui Silvana Giacobini, già direttrice di Chi e Diva e Donna, Maddalena Baldini, giornalista, ed Elena Gollini, curatrice d’arte e blogger.

    Un appuntamento che celebra l’arte senza confini, nato per unire culture, visioni e talenti in un’unica, prestigiosa cornice globale.

  • Presto vedrà la luce il primo romanzo divulgativo dell’esperto Emmanuele Macaluso, attraverso il quale racconterà le tecniche del marketing sporco.

    L’indiscrezione durante un evento divulgativo pubblico sta facendo il giro dei social. Emmanuele Macaluso ha dichiarato che sta scrivendo un libro nel quale racconterà alcune tecniche di ingegneria sociale e marketing sporco attraverso la forma del romanzo.

     

    Sono passati più di 10 anni dal suo ultimo libro sull’argomento che lo ha portato a conferenze sold out in buona parte dell’Italia. Era il 2014 quando è stato dato alle stampe “Dirty Marketing – quando tutto è una menzogna solo la verità può salvarti”, edito da Golem Edizioni. Un saggio che supportava il suo Manifesto del Marketing Etico, il documento presentato dallo stesso Emmanuele Macaluso nel novembre del 2011 e ancora oggi allo studio di molte università e business school a livello globale.

    Nelle scorse ore, a latere di un incontro divulgativo, Emmanuele Macaluso ha condiviso con la platea la sua volontà di scrivere un nuovo libro per trattare i temi dell’ingegnerizzazione sociale e del dirty marketing (marketing sporco nda), ma questa volta non utilizzando la forma del saggio universitario, ma quella del romanzo.

    Secondo Macaluso, il romanzo – attraverso la potenza dello storytelling – ha la capacità di essere compreso in modo più diretto anche da un pubblico di non addetti ai lavori. In più, sempre secondo l’esperto e divulgatore torinese, rappresenta un buon modo per veicolare in modo convincente messaggi importanti verso l’opinione pubblica. Per suffragare la sua tesi ha ricordato il caso de “I demoni” di Guido Maria Brera, diventato in seguito anche una serie televisiva di successo sulla piattaforma Sky.

    Macaluso starebbe lavorando ad un thriller, attraverso il quale i protagonisti possono svelare alcune tecniche reali in modo chiaro e coinvolgente.

    L’autore del Manifesto del Marketing Etico non ha dato indicazioni circa il titolo o un’eventuale data di uscita, limitandosi a dire che il suo primo romanzo è quasi terminato e che ha avuto già alcuni contatti con case editrici. Tuttavia (ha sottolineato), dopo due libri pubblicati con piccole case editrici, riconoscendo (in qualità di esperto di marketing) le potenzialità divulgative e commerciali di questo progetto, starebbe valutando di pubblicare con case editrici più strutturate e in grado di gestire gli interessi e i diritti del libro anche in caso di sviluppi al di fuori del mercato letterario. Sviluppi che parrebbero più che plausibili visto l’aumento esponenziale di piattaforme video che producono contenuti tratti da libri.

     

    Chi è Emmanuele Macaluso: è un esperto di marketing strategico e comunicazione con un’esperienza più che ventennale. Saggista, divulgatore e speaker, alterna l’attività di consulente a quella di docente e formatore.

    È autore di libri, saggi e centinaia di articoli di settore. Nel 2011 ha presentato il suo Manifesto del Marketing Etico, documento diventato un riferimento nel settore a livello globale. Da allora è impegnato in un’attività di divulgazione e disvelamento del marketing sporco che avviene attraverso pubblicazioni e incontri divulgativi dal vivo. Ha già vinto premi letterari, ha conseguito onorificenze professionali ed è ritenuto un riferimento nel settore del marketing, della comunicazione e della divulgazione.

    Il suo profilo completo è disponibile qui: https://www.emacaluso.com/profile.htm o sul sito del Manifesto del Marketing Etico: www.manifestodelmarketingetico.org

  • Associazione Vibra: Impegno, Passione e Sostenibilità per il territorio con oltre 500 produzioni Video

    Oggi vogliamo parlarvi di una realtà che, dal 2018, porta avanti un impegno concreto per la valorizzazione del territorio, l’Associazione Vibra.

    Con sede in Arona (NO), nel cuore dell’Alto Piemonte, cerca di affermarsi come protagonista nella promozione culturale, sociale e territoriale, avendo realizzato a oggi oltre 500 produzioni multimediali di alta qualità. (altro…)

  • “Senza Riserve. Storie di Nativi Americani” – Una nuova e originale voce nella letteratura italiana dedicata agli Indiani d’America

    Senza Riserve. Storie di Nativi Americani
    Senza Riserve. Storie di Nativi Americani

    Mauna Kea Edizioni annuncia l’uscita di Senza Riserve. Storie di Nativi Americani.

    Legami più forti delle catene: la lotta per essere indiani non si spegne in questa sorprendente opera letteraria  firmata da Paolo Valerio Bellotti.

    Questa raccolta di quattordici storie avvincenti getta luce sulla resilienza dei Nativi Americani, sospesi tra le cicatrici di un passato mai sepolto e le insidie di un’America rurale moderna, fatta di deserti polverosi, foreste selvagge e riserve soffocanti.

    Con una copertina che sfoggia un’immagine di Remington.

    Celebre anche per un album di Fabrizio De André, il libro unisce un’estetica visiva iconica a un’innovazione narrativa di grande impatto.

    Le storie narrate tengono il lettore con il fiato sospeso, esplorando un mosaico di vite straordinarie:

    un indiano Choctaw di origine africana che negli anni ’30 fugge dal Ku Klux Klan in un Mississippi arido, intriso di whisky, speranze svanite e note blues;

    una studentessa Yokut che, con ostinazione guerriera, si ribella ai pregiudizi radicati;

    un cacciatore Cheyenne che affronta i bracconieri nei boschi selvaggi del Wyoming.

    Dalle cicatrici dei bambini abusati alla ricerca di riscatto delle adolescenti, questi protagonisti sfidano l’assimilazione culturale.

    Un’arma di annientamento antica e moderna – insieme a razzismo, degrado e ingiustizie quotidiane.

    La loro forza risiede nella comunità, nell’amicizia e nelle tradizioni, che diventano le difese più autentiche contro un mondo ostile.

    Si dà vita a un intreccio di epica, dolore e una vitalità inaspettata che cattura l’immaginazione.

    Con questa opera, Bellotti arricchisce la letteratura italiana con un focus raro e prezioso sulle esperienze dei Nativi Americani, inserendosi nella prestigiosa scia di prestigiosi autori di Mauna Kea Edizioni.

    Raffaella Milandri, autrice e traduttrice di opere native e direttore editoriale, elogia la scrittura di Paolo Valerio Bellotti:

    “Originalità, uno stile incisivo e un approccio narrativo che richiama con forza gli autori nativi”.

    La sua scrittura originale e coinvolgente offre una prospettiva fresca.

    Mette in luce identità forgiate nella resistenza e nella lucidità di chi sa cosa non vuole diventare.

    Nato a Milano nel 1982, Bellotti porta nella sua narrazione un amore profondo per le culture native, maturato attraverso studi umanistici in filologia e cinema.

    E arricchito da esperienze globali, come il lavoro in Francia, Niger, Palestina e Bosnia prima dei 25 anni.

    Oggi, a 43 anni, unisce la sua passione per la natura, la fotografia di animali selvatici e la cultura nativa, che trasmette con entusiasmo attraverso la scrittura.

    Influenzata anche dal suo ruolo di insegnante e preside di un centro di formazione professionale vicino a Milano.

    Senza Riserve. Storie di Nativi Americani è disponibile nelle librerie e negli shop online, invitando i lettori a immergersi in un capitolo potente e innovativo della narrativa italiana, dedicato a una delle voci più autentiche e meno raccontate del continente americano.

  • “Ombre su Torino”: il nuovo thriller storico di Marco Folletti debutta con NOA Edizioni 

    Ombre su Torino di Marco Folletti
                          Ombre su Torino di Marco Folletti

    NOA Edizioni, il nuovo marchio del Gruppo Editoriale Mauna, annuncia con entusiasmo l’uscita di “Ombre su Torino. Diari di Vendetta e Nebbia”.

    Il secondo romanzo di Marco Folletti è un avvincente thriller storico che intreccia amore proibito, vendetta e segreti sepolti.

    Dopo il successo di “La divisa sbagliata. Un indiano d’America tra gli SS” (Mauna Loa Edizioni, 2021), Folletti torna con una narrazione potente, ambientata in una Torino avvolta dalla nebbia e strangolata dalla crisi economica.

    Una trama avvincente

    In “Ombre su Torino”, una fascinosa operatrice finanziaria di successo si perde in una passione proibita con due giovani amanti, mentre truffe e tradimenti la trascinano verso l’abisso.

    Quando un quadro rubato dai nazisti riemerge, diventa l’arma della sua vendetta contro chi l’ha incastrata.

    Attraverso due diari – le confessioni di una donna in lotta per la propria innocenza e le memorie di un soldato della Gestapo – il romanzo intreccia due epoche, sfidando il lettore a distinguere verità e menzogna in un crescendo di eros, violenza e segreti, fino a un finale indimenticabile.

    “Ombre su Torino” è un thriller che illumina le ombre del passato.

    NOA Edizioni: una nuova voce per gli autori

    Fondato da Raffaella Milandri, NOA Edizioni si distingue per il suo modello partecipativo, che garantisce trasparenza e libertà creativa agli autori.

    “Ombre su Torino” è tra le prime pubblicazioni del marchio, simbolo della sua missione di promuovere storie autentiche e di impatto, affiancandosi agli altri marchi del Gruppo Mauna: Mauna Kea Edizioni, Mauna Loa Edizioni e Mauna Edizioni.

    Presentazione al Salone del Libro di Torino

    Il romanzo è stato presentato in anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino lo scorso maggio.

    L’evento, aperto a lettori e addetti ai lavori, ha offerto l’opportunità di incontrare Marco Folletti e scoprire i retroscena di questa storia avvincente.

    Dichiarazione di Marco Folletti

    “‘Ombre su Torino’ è un viaggio nelle pieghe oscure di una città che amo, dove passato e presente si intrecciano in un gioco di specchi,” dichiara Marco Folletti.

    “Ho voluto esplorare il confine tra giustizia e vendetta, ispirandomi alla storia e alle sue ombre.

    Grazie a NOA Edizioni per aver dato vita a questo progetto con un approccio che mette l’autore al centro.”

    L’autore: un narratore della storia

    Nato a Novara e residente a Torrazza Piemonte, vicino a Torino, Marco Folletti è uno scrittore e ricercatore storico.

    Dopo la maturità tecnica, ha collaborato con testate come “La Voce del Canavese” (1993-1994), curando la rubrica di storia locale “Radici”, e con enti per valorizzare il patrimonio storico, tra cui il recupero del Cimitero Militare Polacco di Chivasso (1998) e conferenze come “Uomini d’Acciaio” (2001) e “Assedio e uomini di scienza” (2006).

    Già guida sotterranea al Museo “Pietro Micca” di Torino, continua a organizzare incontri storici. Con “Ombre su Torino”, Folletti conferma la sua abilità nel coniugare ricerca storica e narrazione coinvolgente.

     

  • In prima edizione italiana “Il mio Popolo, i Sioux”, un grande classico di  Luther Standing Bear

    Il mio popolo, i Sioux di Luther Standing Bear
                  Il mio popolo, i Sioux di Luther Standing Bear

    Luther Standing Bear è uno scrittore e una figura iconica nativa americana.

    Sioux-Lakota, durante la sua mirabile vita Cavallo Pazzo, Toro Seduto e Buffalo Bill sono solo alcuni dei personaggi della storia del West che hanno incrociato la sua strada.

    In “Il mio Popolo, i Sioux”, pubblicato dalla Mauna Kea Edizioni, dalla infanzia indiana spensierata Luther passa giovanissimo alla Carlisle Indian School, dove gli viene imposto un nome cristiano e insegnato il mestiere di lattoniere.

    Promuove la educazione occidentale e lo studio della lingua inglese presso la sua gente.

    Consapevole che sia la unica strada per difendersi dagli uomini bianchi, “più numerosi delle formiche”.

    Dopo aver eccelso come educatore e commesso, lavora con il Wild West Show di Buffalo Bill, lotta per ottenere la cittadinanza americana.   Infine, intraprende la carriera di attore a Hollywood.

    A tradurre e curare la edizione in italiano di  questo grande classico della letteratura nativa americana è Raffaella Milandri, scrittrice, giornalista e nota studiosa dei Nativi Americani.

    Dice la Milandri:

    “Questo di Luther Standing Bear è un grande classico citato in tutte le bibliografie sui Nativi Americani.

    Ma non era mai stato tradotto prima in Italia.

    Occorre dare voce a autori come lui, che hanno difeso la cultura del proprio popolo.

    Appena potrò mi dedicherò a portare alla luce, per i lettori italiani, altri autori nativi dimenticati”.

    Raffaella Milandri è anche attivista per i diritti dei Popoli Indigeni.

    Da molti anni si impegna in una campagna divulgativa a favore delle culture native.

     

  • Uno, nessuno e centomila. Una opera dalla sconcertante modernità in alta leggibilità

    Uno, nessuno e centomila ad alta leggibilità
            Uno nessuno e centomila ad alta leggibilità

    Il capolavoro di Pirandello in edizione ad alta leggibilità accessibile a tutti, a grandi caratteri, elevata interlinea e rientri ripetuti.

    A cura di Paolo Montanari, per la Mauna Kea Edizioni.
    In quest’opera, dalla sconcertante modernità, troviamo un uomo insoddisfatto e depresso: ossessionato dal sé che vede riflesso negli occhi degli altri, dà una spallata alla sua vita per riconquistare la propria identità.

    Trova la via di fuga nella natura, nella spoliazione dai beni materiali, e in una sana solitudine.
    “C’è una maschera per le famiglie, una per la società, una per il lavoro. E quando resti solo, resti nessuno”.
    Secondo Luigi Pirandello, la realtà non ci appartiene, appartiene a mille “altri” che ci incasellano nella versione di noi stessi che percepiscono, andando a negare la vera identità di ognuno.
    Nell’opera si trova una precorritrice vena ambientalista: anche gli alberi sono vittime, ingabbiati e obbligati a crescere in città, dove l’uomo decide di collocarli:

    “Forse gli alberi, per crescere, hanno bisogno di silenzio”.
    Questo romanzo di Luigi Pirandello rappresenta in maniera molto abile la crisi d’identità dell’uomo del Novecento, il quale rasenta i limiti della follia.
    Per il diritto di leggere, Uno, nessuno e centomila è finalmente disponibile in edizione ad alta leggibilità accessibile a tutti, a grandi caratteri, elevata interlinea e rientri ripetuti.
    L’Autore: Luigi Pirandello nacque ad Agrigento nel 1867 e morì a Roma nel 1936.

    Fu insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1934. Il suo primo grande successo venne decretato con Il Fu Mattia Pascal, ma raggiunse la piena notorietà grazie alle opere teatrali, cui si dedicò completamente dal 1922, incoronandolo nel successivo decennio drammaturgo di fama mondiale.
    Il curatore: Paolo Montanari Paolo Montanari è nato a Pesaro, dove vive e lavora.

    Giornalista pubblicista, è membro di varie giurie letterarie e da 25 anni è operatore culturale; in collaborazione con la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Pesaro, organizza incontri di vari interessi culturali.

    Ha tenuto seminari presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione sul cinema, in particolare sui registi Rossellini e Olmi.

    A sua cura un importante convegno, sempre a Pesaro, su Pier Paolo Pasolini. D

    al 2019 a oggi, sta tenendo un ciclo di conferenze in varie città su Leonardo, Raffaello e Leopardi.

  • Daniel Mannini nel suo percorso creativo rende omaggio alla storia della Sociologia

    Sempre attento, prodigo e solerte nel suo percorso di ricerca creativa, Daniel Mannini ha voluto improntare un nuovo progetto artistico curato dalla dottoressa Elena Gollini (in scia con il concetto di arte per il sociale e di arte funzionale alla collettività) omaggiando simbolicamente la storia della Sociologia e tutto ciò che ha prospettato nel panorama pregresso e in quello attuale, ricoprendo e rivestendo ambiti di applicazione estensiva di indubbia rilevanza culturale e comunitaria. Certamente, i preziosi insegnamenti dei maestri sociologi hanno offerto delle ottime e congeniali basi di riflessione attraverso cui poter sviluppare pensieri di approfondimento, trasferibili anche ai nostri giorni e utili per imbastire e innervare le fondamenta del futuro, coinvolgendo ovviamente anche di rimando altri comparti, dalla Filosofia alla Psicologia, dal costume alle abitudini di vita, dalla tradizione all’innovazione, per meglio adattarsi e amalgamarsi con l’evoluzione progressiva dell’intera dimensione esistenziale umana. Su questa sfaccettata stimolante occasione e ghiotta opportunità analitico-riflessiva ha preso vita il progetto artistico di Daniel Mannini con una sua opera grafico-digitale come importante testimonianza del suo modus pensandi sensibile e sempre recettivo verso tematiche e argomentazioni, che pur non appartenendo al mondo creativo in senso lato e in senso stretto, fanno comunque da imprescindibile e fondamentale corollario per dipanare proiezioni e visioni allargate e dilatate con elastica ed utile versatilità. In particolare, Daniel Mannini ha designato come creazione rappresentativa del progetto l’immagine dal titolo “L’Albatro” spiegando con dovizia accurata: “L’ispirazione nasce all’opera di Baudelaire dove l’artista e la creatività viene soffocata dalla realtà di oggi ed è legato con essa da un filo rosso. La postura e la sua espressione nel guardare l’orizzonte racchiudono la sua determinazione nel seguire il proprio percorso, nonostante gli ostacoli che incontra”. A fronte di questo pregevole progetto e del suo lodevole intento di condivisione, gli è stato conferito un attestato simbolico di meritocrazia che recita: “Per il contributo costante e concreto a favore di messaggi e di pensieri ad ampia fruizione sociale e collettiva che sollecitano e fanno emergere una positiva riflessione comunitaria e fungono da incalzante stimolo comunicativo di condivisione sinergica”. All’interno del progetto di Daniel Mannini molto apprezzabile è il commento espresso da Marco Bonini (al quale va un ringraziamento speciale per la premurosa disponibilità da parte della curatrice e dell’artista) che supporta attivamente ormai da tempo il giovane promettente e talentuoso artista creativo attraverso le sue lungimiranti, acute e argute considerazioni sempre calzanti e sempre intrise di illuminata sapienza.

  • Daniel Mannini: nuovo progetto di arte per il sociale dedicato alla storia della Sociologia

    Non poteva mancare, negli insieme mirato di progetti artistici di Daniel Mannini (qualificanti e avvaloranti in funzione di un messaggio di arte per il sociale e di arte socialmente funzionale alla collettività) quello inerente ad approfondire la storia della Sociologia, spaziando su focus tematici di stimolante condivisione, per dare ulteriore plus valore comprovante alla sua ricerca. Nasce così il nuovo progetto artistico curato dalla dottoressa Elena Gollini con sezioni di scritti appositi e una speciale sezione in versione audio, per completare e integrare il tutto. concepito con un’orchestrazione di palinsesto facilmente fruibile e ben comprensibile anche per i cosiddetti non esperti in materia. Al suo interno è racchiuso il significativo contributo di Marco Bonini, che sposando appieno un pensiero di profonda e radicata coerenza e consapevolezza riflessiva, ha espresso stimolanti parole, dichiarando con la sua magistrale capacità comunicativa sempre accattivante: “L’arte come rappresentazione sintetica simbolica ed emotiva della società, come alambicco di distillazione del senso della società si nutre di sociologia e allo stesso tempo nutre la sociologia. Non può non essere e farsi sociologia. Ma mentre la sociologia è lo studio analitico della società, si configura come uno smascheramento scientifico, una scomposizione della società in meccanismi di massa, l’arte, partendo dalla stessa analisi, vedendo gli stessi meccanismi, potremmo dire che li ricopre o più propriamente li ri-maschera dietro un dipinto figurativo di più immediata interpretazione. L’arte restituisce così al popolo il risultato accademico della sociologia, rendendolo appunto sintetico, simbolico ed emotivo. In una parola democratizzandolo”. A riguardo la dottoressa Gollini ha tenuto a rimarcare: “Rinnovo anche da parte dell’artista Daniel Mannini un sentito ringraziamento a Marco Bonini, che ancora una volta ha dimostrato la sua accorata propensione a dare supporto di sostegno a favore di un giovane esponente dell’arte contemporanea, attraverso il suo commento di notevole spessore, che esprime una ravveduta valutazione sul piano filosofico esistenziale ed esistenzialista davvero intensa“.

  • Le riflessioni di Daniel Mannini sul concetto di arte provocatoria e di provocazione

    L’arte provocatoria e di provocazione ha acquistato e acquisito un ruolo sempre più influente e rilevante e nel tempo ha consolidato la sua posizione intoccabile e inviolabile nel palinsesto contemporaneo. Si pone da un lato come orientamento artistico di denuncia e di protesta sociale diventando strumento di resistenza e di resilienza, utilizzato soprattutto dai giovani creativi e dalle nuove generazioni di artisti, che fanno simbolicamente “sentire la propria voce” e diffondono il proprio pensiero libero e indipendente, sfidando la disciplina perpetuata dalla tradizione accademica e irrompendo con incalzante, intenzionale irriverenza per scardinare e frantumare, rompere e scindere, disturbare e turbare il cosiddetto “ordine sovrano dominante”. I web e i social fanno poi da collante di connessione interspaziale e vengono sfruttati per dare vita a communities di artisti-creativi, che sono accomunate da questa motivazione di traino e vogliono allineare il proprio operato a una prospettiva di provocazione mirata su livelli precisi per meglio canalizzare e indirizzare il clamore popolare e pubblico suscitato e ottenere traguardi e obiettivi ben precisi. Niente è mai pensato a caso o improvvisato senza premeditazione, fungendo da “liberi battitori” attivamente sul pezzo per sostenere e perorare il senso della provocazione come plus valore aggiunto al talento artistico e alle risorse creative. Poi, su una scia parallela spopolano esempi a modello di provocazione più sottilmente concertata per trovare nella sua radicale stranezza (o originale stramberia) un motore di richiamo enorme e diventare testimonial per antonomasia di una formula di provocazione, dove alla resa dei conti niente è come sembra e niente come appare e di rimando diventa vero tutto e il contrario di tutto, lasciando un segno comunque profondo destinato a protrarsi e perpetrarsi nel tempo tra stupore curioso e protesta sdegnata. Esempio a modello calzante di recente evoluzione è la famosissima (per alcuni famigerata, per altri fantomatica) opera “Banana” di Maurizio Cattelan, che ha ricevuto un mix micidiale di critiche negative e di commenti dispregiativi, per poi entrare a buon conto e a buon diritto agli onori della gloria durante una prestigiosa asta internazionale, essendo stata acquistata de iure e de facto da un facoltoso acquirente per una cifra strabiliante, che come fulmen in clausula finale ha persino voluto mangiarsela di gusto, accogliendo in toto e facendo suo appieno lo spirito di provocazione assoluto e la volontà provocatoria borderline dell’autore, che così ha potuto cavalcare l’onda con il vento in poppa (in barba e alla faccia dei suoi molteplici detrattori sentenzianti) sprezzante di ogni giudizio sfavorevole. In tal modo ha conseguito una consacrazione solenne nell’olimpo dei Guinness World Record delle vendite in asta pubblica, mentre con astuzia scaltra ha rimarcato ancora una volta il suo successo mondiale con uno scettro di artista “re della provocazione”. A tal riguardo è stato interpellato il giovane Daniel Mannini per manifestare le sue riflessioni.

    D: Una tua considerazione valutativa sul concetto di arte provocatoria e di provocazione.
    R: L’arte provocatoria è un concetto affascinante e complesso che si colloca al confine tra espressione creativa e contestazione sociale. Essa ha il potere di sfidare le convenzioni, mettere in discussione le norme e stimolare il dibattito su temi scomodi. La provocazione diventa uno strumento per sollevare interrogativi, stimolare riflessioni e, talvolta, indurre al cambiamento. Gli artisti che adottano questo approccio spesso si trovano in una posizione di rischio, poiché la loro opera può suscitare reazioni forti, sia positive che negative, costringendo il pubblico a confrontarsi con le proprie convinzioni e, in alcuni casi, a riconsiderare il proprio punto di vista. Quando l’arte perde il suo significato profondo e si riduce a un semplice strumento per sensazione lo spettatore, rischia di perdere la sua capacità di comunicare messaggi significativi. L’arte provocatoria deve mantenere un obiettivo chiaro e una profondità che vada oltre la superficie, affinché possa realmente contribuire a una comprensione più profonda della condizione umana e delle problematiche sociali. La sua capacità di sfidare, interrogare e trasformare il dialogo pubblico è ciò che la rende un elemento vitale nel panorama culturale contemporaneo.

    D: Un tuo commento sulla famosa “Banana” da record di Maurizio Cattelan.
    R: La “Banana da record” di Maurizio Cattelan è un’opera d’arte provocatoria e simbolica che ha suscitato un grande dibattito nel mondo dell’arte contemporanea. La vendita dell’opera ha attirato l’attenzione non solo per il suo prezzo elevato, ma anche per il modo in cui sfida le convenzioni artistiche. L’artista gioca con l’idea di cosa costituisca l’arte e il valore ad essa associato, sfruttando l’assurdità e il senso dell’umorismo, sollevando questioni sul mercato dell’arte, sull’autenticità e sull’interpretazione. Il fatto che una banana potesse essere considerata un’opera d’arte ha portato a riflessioni più ampie sulla cultura contemporanea e sulla percezione del valore. In un certo senso essa è diventata un simbolo della nostra epoca, in cui il concetto di arte si intreccia con la viralità e il consumismo, specchiando perfettamente quello che è il mondo di oggi e di come viene data importanza all’estetica e all’originalità rispetto al suo reale significato.

    D: In che modo l’arte provocatoria e di provocazione può rendersi funzionale al concetto di arte per il sociale e in che modo invece di contro può costituire una visione distorta o fuorviante a livello collettivo e comunitario?
    R: L’arte provocatoria può avere un ruolo complesso e sfaccettato nel contesto dell’arte per il sociale. Da un lato, può essere uno strumento potente per stimolare riflessioni critiche su temi sociali, politici ed economici, spingendo il pubblico a confrontarsi con questioni scomode e a mettere in discussione le proprie convinzioni, contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica e a mobilitare le comunità su temi importanti come i diritti umani, l’uguaglianza, l’ambiente e la giustizia sociale. Essa ha il potenziale di essere uno strumento efficace per il cambiamento sociale, ma deve essere utilizzata con attenzione. La sua capacità di stimolare il dibattito e la riflessione deve essere bilanciata con la consapevolezza delle possibili reazioni e delle distorsioni che possono sorgere. L’arte per il sociale deve quindi cercare di mantenere una connessione autentica con le comunità e le questioni che intende affrontare, evitando di cadere nel rischio della provocazione fine a se stessa. Questo è riportato all’interno di ogni mio lavoro, dove la mia rappresentazione, che sia astratta o figurativa, è data dal mettere in luce quelle che possono essere temi attuali riguardanti la società odierna.

  • Le riflessioni di Daniel Mannini sul concetto di arte dissacrante e dissacratoria

    Da sempre assistiamo a fasi cicliche di evoluzione artistica e creativa, che producono e alimentano in parallelo il concetto (peraltro sempre attualissimo e molto sentito) di arte dissacrante e dissacratoria. trovando delle frequenze espressive davvero sferzanti e incisive per colpire nel centro del bersaglio e scuotere e mobilitare non soltanto gli addetti esperti di settore, ma anche l’intera opinione pubblica più o meno preparata e predisposta ad accogliere e comprendere a fondo le radici viscerali di tali manifestazioni sui generis. Diventa pertanto molto interessante confrontarsi con le cosiddette nuove generazioni di artisti contemporanei, che vengono in modo diretto e o indiretto messe a contatto con tutto ciò, che si rende intenzionalmente fuori schema dottrinale e fuori dogmatismo più tradizionalista, lanciando dei messaggi sottesi e insiti, che deviano l’attenzione dalla semplice esercitazione creativa e perizia strumentale fine a se stessa e vogliono appunto fungere da dimostrazione visibile e tangibile di significative e paradigmatiche dialettiche comunicative alternative e anticonformiste, talvolta volutamente spinte in una dimensione di limite estremo e in una visione borderline di inaspettata e inattesa prorompenza, per infondere e imprimere un ulteriore elemento di impatto percettivo e un fattore di vero e proprio coup de théâtre, accentuandone al massimo la portata nel suo potenziale. A tal riguardo, non si possono non menzionare esempi a modello passati alla storia e diventati eccellenze iconiche senza tempo come la famosissima “Merda d’artista” di Piero Manzoni e l’altrettanto famosissimo “Orinatoio” di Marcel Duchamp, che hanno rappresentato delle opere epocali di rottura netta e di grandi sparti acque, volendo entrare nel merito contenutistico di valenza intrinseca e al contempo volendo inculcare una presa di coscienza e di consapevolezza sociale e collettiva proprio mediante e attraverso questo tipo di proiezione concettuale di impronta dissacrante e dissacratoria, per rafforzare la potenzialità di quanto racchiuso dentro queste formule artistiche così inusuali e anomale nella concezione comune vigente. Su questo fronte di pensiero è stato interpellato come esponente di promettente talento Daniel Mannini con alcune domande apposite.

    D: Un tuo commento di riflessione sul concetto paradigmatico di arte dissacrante e dissacratoria.
    R: Il concetto di arte dissacrante e dissacratoria si colloca in un ambito complesso e sfaccettato, che invita a riflettere su come l’arte possa sfidare, interrogare e, in alcuni casi, destabilizzare le convenzioni sociali, culturali e religiose. Questi termini evocano la capacità dell’arte di rompere con le tradizioni consolidate, di mettere in discussione le narrazioni dominanti e di provocare reazioni emotive e intellettuali forti. Attraverso la satira e l’ironia, gli artisti possono evidenziare le contraddizioni della società, portando alla luce questioni scomode e talvolta ignorate. Questo tipo di arte può rivelarsi liberatorio, spingendo lo spettatore a riconsiderare le proprie convinzioni e a riflettere su temi rilevanti come la giustizia sociale, l’identità, il potere e la libertà individuale. Il confine tra arte dissacrante e provocazione è sottile perché non tutte le opere, che cercano di scuotere le fondamenta della cultura e la coscienza, riescono a produrre un dialogo costruttivo anzi, alcune possono cadere nella banalità. È quindi fondamentale che l’arte dissacrante non si limiti a offendere, ma che abbia una dimensione critica e riflessiva per stimolare una discussione significativa. Questa tipologia d’arte è un potente strumento di analisi e riflessione delle molteplici sfaccettature della condizione umana.

    D: Una tua valutazione sull’opera iconica “Merda d’artista” di Piero Manzoni.
    R: Questa è un’opera iconica di Piero Manzoni che ha suscitato ampie discussioni e riflessioni nel mondo dell’arte contemporanea, ponendo domande su cosa possa essere considerato arte e sul valore stesso dell’opera d’arte. La scelta di Manzoni di utilizzare un materiale così scandaloso è una critica alle convenzioni artistiche dell’epoca e una sfida alla commercializzazione dell’arte. La sua opera mette in discussione il concetto di autenticità e di valore, suggerendo che il significato di un’opera d’arte possa derivare più dal contesto e dalla percezione che dal materiale o dalla tecnica utilizzata. Questa grande provocazione ha portato a riflessioni profonde sulla natura dell’arte e sulla sua fruizione, rendendola un’opera fondamentale nel panorama dell’arte contemporanea, dove la sua ironia continua a influenzare anche gli artisti di oggi ed essere un esempio di come l’arte possa sfidare le convenzioni sociali e culturali, un invito a riflettere sul significato dell’arte e sulla sua capacità di provocare e disturbare.

    D: Un tuo commento di valutazione sull’opera iconica “Orinatoio” di Marcel Duchamp.
    R: Questa è una delle opere più rivoluzionarie e provocatorie della storia dell’arte, dove oggetto quotidiano viene elevato a opera d’arte semplicemente attraverso il suo cambio di posizione naturale e la firma dell’artista, sfidando le convenzioni tradizionali nel riguardo di quello che possa essere considerato arte. Duchamp invita a riflettere sul ruolo dell’artista e sull’atto creativo, ponendo domande fondamentali sulla natura dell’arte stessa. L’opera è un esempio di ready-made, un concetto che rompe con le tecniche artistiche tradizionali mettendo in discussione il valore estetico. La scelta di un oggetto così banalmente utilitario come soggetto d’arte sottolinea l’idea che l’arte può essere ovunque e che il significato può essere costruito attraverso il contesto, l’intenzione e l’interpretazione. Ha suscitato dibattiti e controversie che perdurano fino ad oggi, dimostrando la sua capacità di provocare pensiero critico e discussione, segnando una rottura con il passato e influenzando la concezione contemporanea dell’arte e il modo in cui interagiamo con essa. Questo si congiunge perfettamente con l’opera di Manzoni.

  • Eretici, streghe e cinema nel nuovo saggio di Sergio Battista

    Il 20 novembre scorso, per i tipi della casa editrice indipendente Tempesta Editore, è uscito il nuovo saggio di Sergio Battista dal titolo IGNES LUCIS – ERETICI E STREGHE NELLA STORIA DEL CINEMA. Il volume si presenta come un percorso storiografico che include le più importanti, e in alcuni casi sconosciute, produzioni cinematografiche che hanno mostrato le vicende di individui etichettati come eretici o streghe. L’autore delinea inizialmente un quadro storico di riferimento, nel quale tratta, con uno stile quantomai scorrevole, le vicende che vanno dal riconoscimento del cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero Romano, fino alle pratiche inquisitorie dei secoli successivi, utilizzate dalle gerarchie politico-religiose a difesa di un’egemonia culturale su base dogmatica. I film analizzati nel libro appartengono alla categoria di film storici, ossia basati sulla consultazione di verbali di processi, cronache del tempo, testimonianze, che hanno posto importanti quesiti circa l’esercizio della giustizia in Europa, e non solo, per molti secoli. Il lavoro di ricerca tra cinema e storia di Sergio Battista delinea i tratti di un affresco inquietante che analizzando eventi e situazioni del passato, pone quesiti che riguardano anche il presente e gettano uno sguardo sospettoso verso un potere che mutando d’aspetto riesce a rigenerarsi in continuazione.

     

    Sergio Battista, Dottore Magistrale in Storiografia Cinematografica è al suo terzo saggio: IGNES LUCIS arriva dopo L’UOMO, IL TEMPO E IL PAESAGGIO edito dalla casa editrice romana Chipiùneart e al saggio divulgativo pluripremiato dal titolo IL CINEMA DALLA PARTE DEGLI ULTIMI edito da Porto Seguro Editore.

  • Premio Giotto: un palcoscenico prestigioso per gli artisti

    Il Premio Giotto è un invito a celebrare l’arte in ogni sua forma, valorizzando il talento, la dedizione e l’impegno di chi sceglie di dedicare la propria vita alla creazione artistica. È, al tempo stesso, un omaggio al ricco patrimonio culturale del passato e uno sguardo proiettato verso il futuro, un futuro in cui l’arte continua a giocare un ruolo fondamentale come mezzo di espressione e come veicolo di sensibilità.

    La dimensione partecipativa del riconoscimento arricchisce l’esperienza per tutti coloro che vi prendono parte. Gli artisti trovano un palcoscenico prestigioso dove mostrare la propria opera e condividerne i significati, mentre il pubblico ha l’opportunità di entrare in contatto diretto con i creatori e di scoprire i molteplici linguaggi dell’arte contemporanea. Questo incontro tra sensibilità diverse favorisce non solo la crescita culturale, ma anche quella umana, sottolineando quanto l’arte sia un elemento fondamentale per la coesione sociale.

    L’evento gode del sostegno dell’amministrazione comunale, della Regione e di figure di spicco del panorama politico e culturale, dimostrando quanto sia cruciale investire in manifestazioni che promuovono la bellezza e il valore della creatività.

    Il Premio Giotto rappresenta dunque un tributo all’inesauribile capacità dell’arte di emozionare, ispirare e unire. È un chiaro segnale di quanto l’arte sia un linguaggio universale che supera le barriere del tempo e delle differenze culturali, creando un ponte tra passato, presente e futuro. Attraverso questo evento, si riafferma l’importanza di proteggere, promuovere e sostenere la creatività in ogni sua forma, celebrando il valore intrinseco dell’arte come espressione della più profonda umanità.

  • Amaro Silano premiato come Eccellenza Calabrese alla rassegna “Galarte”

    Nella cerimonia del 9 novembre tradizione, arte e cultura si fondono per celebrare il meglio del territorio. Un evento che è un omaggio all’autenticità e alla qualità che contraddistinguono un prodotto ambasciatore dei sapori e della cultura della Calabria nel mondo.

     

    In occasione del prestigioso riconoscimento ottenuto al Concours Mondial de Bruxelles 2024, l’Amaro Silano è premiato come Eccellenza Calabrese durante la cerimonia della XXVII Edizione di “Galarte”. Questo tributo, assegnato su base meritocratica, è riservato alle realtà di spicco del territorio calabrese distintesi per l’eccellenza nel proprio settore.

    L’evento, organizzato dall’Associazione “Club della Grafica” e patrocinato dalla Città di Montalto Uffugo e dal GAR – Gruppo Antropologico Rotese, si terrà sabato 9 novembre 2024, alle ore 17.30, nella splendida cornice di Palazzo Sant’Antonio, a Montalto Uffugo.

    La rassegna “Galarte”, giunta ormai alla sua XXVII Edizione, rappresenta un’importante occasione di celebrazione dell’arte, della cultura e delle eccellenze produttive calabresi. La manifestazione, fin dalle sue origini, ha il compito di individuare e valorizzare quelle realtà che, grazie a talento e dedizione, contribuiscono a portare alto il nome della Calabria sia a livello nazionale che internazionale. Il Tavolo di Presidenza della Rassegna, promotore di questa iniziativa di valorizzazione, è composto da tre personalità di spicco nel panorama culturale e artistico: il Maestro Giacomo Vercillo, Presidente dell’Associazione “Club della Grafica”, insignito della Medaglia della Presidenza della Repubblica nel 1995; la Dott.ssa Rose Marie Surace, Presidente del Gruppo Antropologico Rotese, e la Dott.ssa Manuela Fragale, Consulente Marketing e Comunicazione e Giornalista internazionale, entrambe insignite della Medaglia del Senato della Repubblica al “Galarte”.

    Dopo L’assegnazione della medaglia d’oro al Concours Mondial de Bruxelles nel corso del quale vengono valutati e classificati, da una giuria di esperti di varie nazionalità, i migliori distillati e liquori prodotti nel mondo, anche questo riconoscimento ci riempie di orgoglio, perché sa sempre ci sentiamo ambasciatori della nostra terra, portando nel mondo un prodotto calabrese, realizzato in Calabria da mani calabresi” commenta Domenico Maradei, General Manager di Amaro Silano e del Liquorificio 1864.

    “Comunicare la Calabria attraverso i nostri prodotti è un obiettivo importante e questo premio ci gratifica e ci spinge a continuare nella valorizzazione del territorio, perché è dalle erbe officinali della Sila, evochiamo con Amaro Silano i paesaggi di questa terra affascinante, mantenendo vivo il legame con tradizione e natura” chiosa Antonio Reda, Resp. Marketing di Liquorificio 1864.

     

    https://www.liquorificio1864.it

    Liquorificio 1864 nasce a pochi anni dopo l’Unità d’Italia, in Calabria. Nel 2005, un gruppo di imprenditori, guidato da Elvira, Antonella e Gianni Regina con Orlando Marcelletti, rifonda l’azienda per rilanciare le ricette originali e diffondere i sapori calabresi nel mondo. Oggi, Liquorificio 1864 propone prodotti tradizionali e innovativi, premiati a livello internazionale, mantenendo fede alle ricette storiche.

  • Daniel Mannini riflette sul concetto di stile creativo

    Acquisire un proprio stile e una propria forza di comunicazione espressiva esclusiva e caratteristica, che si rende unica nella sua orchestrazione globale è certamente molto qualificante per un artista, che desidera emergere facendo leva sul potenziale di risorse soggettive individuali e sulla componente di personalizzazione originale e inedita, che lo rendono subito e immediatamente riconoscibile e subito e immediatamente distinguibile in maniera palese e lampante. Ogni vero artista vuole in qualche modo essere diverso e staccarsi dagli standard e dagli stereotipi massificanti e vuole fare arte sui generis, avere un’impronta e un imprinting non sdoganato e non infrazionato, vuole riuscire a trovare e consolidare una propria nicchia e recuperare uno stile tutto suo, non emulativo e non copiativo. È dunque plausibile per chi come Daniel Mannini (www.danielmanniniart.it) desidera essere apprezzato per lo stile personale e per la cifra stilistica personalizzata, fare scelte ponderate e riflettere su come proseguire nel cammino di ricerca e di sperimentazione sulla scia di questa direzione pregevole. Da qui è scaturita un’intervista a tema molto interessante.

    D: Qual è il tuo punto di vista sul concetto di stile creativo personalizzato con esclusività e unicità?
    R: Quello che determina il percorso di un’artista è basato sulla sua unicità espressiva e di dialogo con lo spettatore. In tutti gli ambiti viene preso spunto da un qualcosa che ci incuriosisce approfondire, ma la vera differenza è quella di non appropriarsene ma di ispirarsi e abbinare il giusto abito alla propria personalità. Anche al giorno d’oggi vediamo questa emulazione di grandi maestri o di modelli che seguono le mode, ma il risultato è quello di un appiattimento delle idee e degli stili che non producono niente di buono per l’evoluzione dell’arte stessa. L’esempio che mi hanno insegnato è quello riguardante le famose tele con i tagli di Lucio Fontana: ognuno può dire di poterlo fare, ma il primo rimarrà sempre Fontana e l’opinione espressa è dovuta solo dal guardare il superfluo e non l’intensità di ogni singolo taglio.

    D: Nel tuo percorso di ricerca sperimentale senti di essere riuscito a sviluppare una certa originalità individuale?
    R: Come dico sempre, ogni singola realizzazione è un passo per migliorarsi ed evolvere la propria percezione artistica. Da quando ho intrapreso questo percorso posso dire di essere arrivato a un punto in cui il passaggio dall’astratto al figurativo mi ha aperto le porte per poter esprimere al massimo le mie idee e ciò che voglio portare avanti, seguendo semplicemente una tecnica che ho sempre ammirato e voluto approfondire da quando ho avuto il piacere di conoscerla e la curiosità nel metterla in atto. Sicuramente posso dire che non c’è nessuna imitazione di idee quando mi applico a un nuovo lavoro, ma questo giudizio di originalità spetta agli altri dirlo o se vedono i miei lavori come una replica di tanti altri visti in precedenza o nella contemporaneità. Ciò che porto a completamento del lavoro è ciò che sento e ciò da cui sono ispirato, ovvero la realtà circostante del nostro tempo.

    D: Nel mondo artistico attuale si sta riscontrando purtroppo un’emulazione copiativa in crescendo e in aumento esponenziale. Quale causa a monte ritieni possa esserci?
    R: I motivi possono essere molteplici e per quello che mi riguarda è anche un discorso di espansione comunicativa attraverso l’uso di internet, dove possiamo trovare le informazioni in modo del tutto semplice e veloce. Se da una parte è una cosa positiva, dall’altra c’è il rischio nella ripetizione di un qualcosa già visto. Molto dipende anche dalla persona stessa che intraprende questo percorso, perché non è detto che se un certo modello ha la sua maggior visibilità rispetto ad altro, allora deve essere preso come unica chiave di lettura. La mancanza di spirito d’iniziativa è sicuramente dovuta a tutto questo, il voler tutto e subito anche al costo di sembrare uguali, perché quello che conta è il risultato e non la sua funzione principale, cioè quella di far esprimere l’emozione e la riflessione a una tematica.

  • Il punto di vista di Daniel Mannini sul concetto di trasversalità dell’arte e di visione creativa super partes

    È senza dubbio assodato, che il linguaggio universale dell’arte debba sempre conservare e avvalorare al massimo il concetto di trasversalità espressiva e comunicativa, per poter davvero essere accessibile a tutti e alla portata di tutti nella sua connotazione distintiva e identificativa. Ecco, perché l’artista creativo nella sua vocazione ispiratrice deve saper mantenere una propria visione creativa super partes, purificata e depurata da tutto ciò che potrebbe comprometterne e precluderne la piena e ottimale esplicazione. Su questo tipo di concezione bisogna sempre fare presa, poiché la neutralità incondizionata e inviolabile del fare arte va di pari passo con l’efficacia comprovante della finalità primaria a cui è destinata a livello sociale e collettivo e diventa un fondamento basilare per tutto ciò che ruota attorno alla dimensione del talento innato e alla formazione e preparazione, che lo sviluppa e lo fa evolvere in crescendo e perfezionarsi al meglio. Essere artista coerente e consapevole, responsabile e lungimirante significa in primis capire quanto serve trovare chiavi di approccio con il fruitore-spettatore tali da fornire una libertà di lettura e una chiave di interpretazione scevre in toto da qualunque e qualsivoglia ingerenza e intromissione distorta e fuorviante, affinché si possa innescare e alimentare un rapporto di contatto e di relazione affrancato da ogni possibile tendenziosità, anche sottesa e subliminale. Daniel Mannini (www.danielmanniniart.it) ha grande saggezza di pensiero e in questa direzione canalizza e veicola il suo percorso artistico, nella convinzione radicata di essere un creativo votato ad una formula di trasversalità autentica e genuina. A tal riguardo, ha risposto ad alcune domande mirate di approfondimento.

    D: Un tuo commento riflessivo sul concetto di trasversalità super partes del linguaggio artistico.
    R: Quello che mi ha sempre impressionato fin da piccolo è il raccontare un solito tema in tanti modi e stili diversi, dove ogni punto di vista può ricondursi a un determinato soggetto o argomento. La storia dell’arte ci racconta di come essa sia contemporanea e al passo con il tempo che trascorre, senza mutare la sua essenza di lascito della testimonianza di ogni individuo che viene definito artista e schedulato a un determinato settore in cui agisce per esprimersi al massimo delle sue capacità. Ed è proprio questo punto che mi fa capire come questa disciplina sia fondamentale per la nostra cultura e per il nostro essere. Anche se i gusti possono essere diversi, il rispetto dell’azione intrapresa rimane invariato, esclusi i casi in cui questa naturalezza viene a mancare a favore di una promozione fuorviante per interessi personali.

    D: Da giovane artista contemporaneo come applichi la visione creativa super partes all’interno del tuo palinsesto espressivo e comunicativo?
    R: La mia visione creativa parte dalla passione per il disegno e dall’interesse dell’arte intesa come applicazione e dedizione degli artisti. Durante gli studi scolastici ho assimilato maggiormente quello che rientrava all’interno delle mie curiosità e la spinta è stata quella di immedesimarmi nell’approccio di realizzazione di un lavoro. La progressione è avvenuta in una fase successiva al percorso scolastico, per conservare quella curiosità mistica di esprimermi attraverso una forma artistica, dove la pittura e la grafica hanno assunto un ruolo fondamentale. Il bisogno iniziale era quello di espellere tutte le sensazioni ed emozioni attraverso il colore e l’azione istintiva del gesto, mentre in questo momento il lato figurativo rappresenta l’espressione, attraverso un soggetto che si presenta quasi come un’icona, di testimonianza dei giorni nostri, nella quale gli argomenti non mancano e la fruizione di essi diventa maggiore rispetto a prima grazie all’uso della tecnologia.

    D: In che modo a tuo parere è possibile limitare ciò che in ambito artistico si rende tendenziosamente fuorviante e potenzialmente inquinante dell’essenza sostanziale di purezza assoluta da perseverare ad oltranza?
    R: Credo che sia molto difficile limitare, soprattutto al giorno d’oggi, quello che non è degno di essere definito “arte” anche se non ho la giusta posizione per poter affermarlo, per un discorso di inserimento di importanza all’interno del contesto artistico. L’unico modo possibile è quello della qualità e della bravura dell’artista, dove oltre la tecnica è essenziale il messaggio e il modo di colpire le masse nel momento giusto in un determinato periodo storico. La fruizione di un messaggio che conduce le persone a riflettere su quello che viene posto davanti a loro in modo del tutto indipendente e privo di influenza esterna, animando un flusso di coscienza che può trasferirsi nel tempo.

  • Mostra Collettiva Internazionale “Simulacri dell’uomo. Figure, volti, sembianze”

    Dal 9 al 21 Novembre

    INAUGURAZIONE SABATO 9 NOVEMBRE ALLE ORE 17:30

    Cura, organizzazione e presentazione

    del Critico d’Arte e Curatrice Maria Palladino

    Fin dalle epoche più remote, la rappresentazione della figura ha significato per l’uomo un’autoriflessione relativa al proprio posto nel mondo, alla ricerca del senso della propria esistenza.

    A partire da 32.000 anni or sono, con i graffiti rupestri, l’individuo ha narrato di sé per costruire la propria storia, come rito propiziatorio per la caccia, per segnalare che un dato luogo era occupato, o testimoniare il proprio passaggio. Il corpo era raffigurato in maniera estremamente stilizzata, con il tronco frontale e gli arti laterali, a lasciare immaginare una rudimentale idea di profondità.

    Altre volte semplici impronte di mani stavano ad indicare un’affermazione di identità, la traccia della propria esistenza.

    Nel Paleolitico Superiore, le Veneri Steatopigie, datate da 35.000 a 11.000 anni fa, documenterebbero la femminilità del tempo, con attributi fisici molto pronunciati, statuette votive del culto coevo della Dea Madre.

    Innegabile la rilevanza della resa artistica della grazia e della proporzione nella Grecia classica, allorché il Canone di Policleto, redatto dallo scultore intorno al 450 a. C., stabiliva la ricerca di un modulo che descrivesse armonia e bellezza, nelle forme del corpo come nell’architettura.

    Compiendo un salto temporale fino al periodo rinascimentale (1492 – 1600), la ripresa dei canoni classici e la visione antropocentrica e neoplatonica, l’essere umano è posto al centro del mondo, con la capacità di determinare il proprio destino, e penetrare con il proprio intelletto la creazione divina. Esempi sono le opere di grandi maestri quali Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Botticelli, Donatello, Tiziano, Giorgione, i cui capolavori ancora oggi incantano il mondo.

    Uno scarto notevole possiamo osservarlo invece successivamente, in epoca postimpressionista e preespressionista: Edvard Munch (1863 – 1944), con il dipinto “L’urlo” (1893), di cui l’autore produsse diverse versioni, è una visione della natura i cui colori stravolti echeggiano la disperazione dell’uomo, travolto dalle vicissitudini della vita, e i cui tratti somatici risultano anch’essi snaturati.

    Con opere quali “La danza” (1909), “La gioia di vivere” (1906), “La musica” (1910), di Henri Matisse (1869 – 1954), le forme appaiono schematiche, il segno si fa continuo, corposo e avvolgente, il ritmo è serrato e i colori divengono espressione delle passioni.

    Il quasi contemporaneo Cubismo (1907 – 1914) vede il sovvertimento di tutti i parametri, a partire dalle “Demoiselles d’Avignon” (1906 – 1907) di Pablo Picasso, in cui ogni elemento, dalla prospettiva, alle proporzioni, al colore, è messo in discussione e scomposto, al fine di includere e prospettare nella visione ogni punto di vista possibile, una crisi degli strumenti conoscitivi, considerato anche il periodo pre-bellico.

    In età secessionista (1898 – 1918), il lavoro di uno dei capofila, Egon Schiele (1890 – 1918), aaprofondiva il contesto di questa crisi, divenuta ancor più drammatica nel periodo della Prima Guerra, espandendosi nel campo dei valori umani e della psiche. L’estrema disarticolazione delle membra, presente nei suoi soggetti, e la loro erotizzazione, è rivelatrice, oltre che di una grande maestria anatomica, di una sofferenza interiore che esplicita il demone di ogni grande artista, dato dalla sua stessa capacità di rompere gli schemi.

    Il Surrealismo di Joan Mirò (1893 – 1983), scultore, pittore e ceramista catalano, osserva un superamento della forma in vista della creazione di un vero e proprio linguaggio che si avvicina all’astrazione: i cosiddetti “miroglifici”, coem definiti dal poeta e scrittore francese Raymond Queneau (1903 – 1976), i quali producono un codice ricorrente, con i propri particolari grafemi, che ripercorre i motivi dell’automatismo psichico e di un intenso spiritualismo, rivelando creature polimorfe.

    L’arte informale di Willem de Kooning (1904 – 1997), nutrendosi di luce, colore e segno, scompone queste istanze per dare origine a suggestioni che non ravvisano, ma evocano le entità citate, come nella serie di sei, a partire dall’opera antesignana “Donna I” (1950 – 1952).

    Di segno differente, la serie delle “Têtes d’otages” di Jean Fautrier (1898 – 1964), esponente del “Tachisme”, pittura informale a macchie degli anni ’50 in Francia. Protagonista della resistenza nel periodo della Seconda Guerra, ne ritrarrà la tragica essenza in queste fisionomie appena accennate, che immortalano le cicatrici dell’anima dei partigiani francesi (1942 – 1943).

    Per amore di sintesi, giungiamo all’esperienza espressionista del secondo Novecento del pittore irlandese Francis Bacon (1909 – 1992): l’esperienza personale e individuale diviene protagonista, traducendosi in immagini che turbano e inquietano, rivelando il vissuto celato nelle ombre della coscienza, come nella celeberrima sequenza dei “Papi” (1949 -1956), derivati dal “Ritratto di Papa Innocenzo X” (1650) di Diego Velàzquez, in cui i colori cupi echeggiano la desolazione degli ambienti.

    Questa breve carrellata descrive a grandi linee il rapporto fra la parvenza umana e l’arte, che gli artisti selezionati ad esporre in questa mostra saranno chiamati ad interpretare e proseguire, seguendo la loro tecnica, stile e poetica personale.

    20.09.2024 Maria Palladino

    In esposizione opere degli artisti: Abo Alberto Nori, Aldo Diana, Andrea Pisano, Annalise Ambrogio, Blasco Maria Patricolo, Corrado Campisi, Davide Clementi, Domenico Zullo, Edy Tiravanti, Egle Piaser, Elisabetta Mion, Gianni Mattera, Gianluca Grosso, Manuel Silvestrin, Mariella Stirpe, Marina Comerio, Marino Salvador, Michela Marinai, Monica Antiga, Oronzo Mattiace, Piero La Rosa, Romina Lorusso, Stefano Zaniboni, Ylenia Pilato.

    Presso: Barchessa Villa Quaglia, Viale XXIV Maggio 11, 31100 Treviso (TV)

    Orari di apertura: Martedì – Sabato, 15:00 – 19:30. Chiuso Domenica e Lunedì.

    Ingresso libero. https://www.barchessavillaquaglia.it

    Per Informazioni e contatti: Maria Palladino: 3341695479 [email protected]

  • Mostra Personale di Pittura “Una calda febbre di colori” del Maestro Giancarlo Cuccù

    Organizzazione, cura e presentazione del Critico d’Arte Maria Palladino

    Per Giancarlo Cuccù, il rapporto continuativo con il colore diventa strumento di indagine introspettiva e di analisi sulla percezione e la risonanza interiore dei fenomeni, siano essi paesaggi, nature morte, ritratti o figure. La materia cromatica diviene materia vivente, e nel sovrapporsi e accorparsi, accostarsi delle pennellate frenetiche, nervose, nell’urgenza di arrivare all’essenza, alla ragione ultima di ogni esistenza, nell’entusiasmo della constatazione della sua effettiva, inevitabile fuggevolezza.

    Da questo origina la luce, una luminosità talora diffusa, talora convergente sull’oggetto dell’analisi, rivelatrice come uno studio anatomico, una diagnosi medica, apparentemente oggettiva e distaccata, ma fondamentalmente intrisa di profonda umanità. Di un sentimento di fraterna compassione che nasce dalla considerazione interiorizzata del dolore del vivere, e soltanto attraversando questo dolore, la vita tutta trova il senso del suo essere.

    I paesaggi fermani, le montagne, i calanchi e le dolci, modulate colline, il suo luogo d’origine, divengono specchio dell’evolversi, soggettivo e oggettivo, trasformazione mutua della natura e dell’autore che la percepisce e restituisce come altro da sé, che diviene al contempo geografia delle emozioni, metamorfosi perpetua attraverso le stagioni, gli anni, l’esperienza.

    Intreccio fitto, quasi tessuto, di toni dominanti con poche variazioni, in cui trama e ordito si rivelano altresì schema del sentire, come in “Grande paesaggio con i Monti Sibillini”, che nella magniloquenza della rappresentazione disvela echi affettivi; “Paesaggio con alberi inclinati”, il quale nel variare in diagonale del ductus pittorico suggerisce prospettive inconsuete, epifanie possibili anche nel già noto; “Paesaggio con mandorli in fiore”, nella fascia rosea che definisce la fioritura, e pone l’accento sull’oggetto del discorso, sorprende per la mutazione improvvisa nella consuetudine modulata dei cromatismi noti.

    Nei dipinti di figura, la dolcezza attonita dei bambini, quali “Bambina scalza”, “I primi denti” che preannunciano, negli atteggiamenti e negli sguardi malinconici, la prefigurazione e l’accettazione della gravosità del percorso umano. Trascorre quindi nella drammaticità, altresì luministica, di opere quali “Nascita”, “La morte del clochard” dichiaranti, nell’ossimorica opposizione, il punto cardine della ricerca dell’artista.

    Il suo interesse si concentra allo stesso modo su temi scomodi, sull’attualità più tragica del nostro presente: “L’urlo dell’Africa”, “I dannati”, trattano le tragiche vicende dell’immigrazione, per restituirci un’immagine degli individui, e delle collettività, quali materia in dissoluzione, merce di scambio, vittima unica e indistinguibile allegoria dell’avidità contemporanea.

    Si potrebbe ravvisare una summa ideale di tutto questo nella natura morta “Melograno aperto”, che circoscrive in uno spazio ridotto l’immensa ferita, corporale e psichica, dell’esistere, in una concentrazione di forma-colore la quale identifica l’eterno originarsi e dissolversi di tutti gli enti, organici e inorganici.

    E’ riduttivo descrivere la pittura di Giancarlo Cuccù come “espressionista”, in quanto vi si ravvisano molteplici e disparate istanze, fuse in uno stile unico, la cui originalità è cifra distintiva dell’artista autentico: dalla scarnificazione formale di Cèzanne alla sintesi di Matisse, ai toni stemperati e luminosi di Bonnard e la visionarietà pre-espressionista di Van Gogh e Gauguin, lo sguardo impietoso, dissezionante, dell’amato Chaïm Soutine, le accensioni deformanti di Georges Rouault, fino alla durezza essenziale dei nordici Appel, Kokoschka, Nolde, e i riferimenti più vicini e familiari di Osvaldo Licini, Attilio Forgioli, Tullio Pericoli, Ruggero Savinio.

    La specificità dell’operare artistico di Giancarlo Cuccùnella sua pittura, sta proprio nel tessere una rete perpetua e inestinguibile fra il suo punto di osservazione, se stesso e il riguardante. Un dialogo silente e che si rinnova ogni volta, nell’intuizione della mutevolezza e inafferrabilità di un’immagine unica del reale.

    Così come in quella gioiosa e inesauribile investigazione del carattere ultimo che identifichi, in una singola concrezione materica, qualsiasi entità animata o inanimata intorno a noi.

    Cenni biografici

    Giancarlo Cuccù nasce a Torino da genitori marchigiani e vive nelle Marche fino all età di sei anni nella grande casa dei nonni materni, nella frazione di Collina Nuova, nel comune di Monte Vidon Combatte. Apprezza la bellezza della campagna e del vivere all’aria aperta. Ritorna a Torino, ma per le vacanze estive e natalizie è di nuovo nelle Marche. L’incontro con la pittura avviene nella tarda estate del 1938 quando dipinge su legno un piccolo paesaggio andato perduto dai colori rossi e blu. Dei primi anni Sessanta si ricordano un Vicolo di notte, ritratti di attori. figure di toreri e alcuni paesaggi andati distrutti. E del 1960 1’acquisto del primo cavalletto da studio. Della fine degli anni Sessanta rimangono un paesaggio di chiaro influsso morandiano, un ritratto di donna monocromo e un nudo eseguito a spatola, un ritratto della madre malata (databile al 1970). tre ritratti del padre, un piccolo Arlecchino, qualche paesaggio, oltre a numerosi disegni e lavori a china. Alla fine del 1967 lascia definitivamente Torino e si trasferisce a Fermo nelle Marche, dove abita tuttora.

    Nel 1976 in occasione del primo dei molti viaggi a Parigi incontra la pittura francese del post-impressionismo e vede dal vivo le opere degli artisti che saranno le avanguardie della pittura moderna: L’ultimo Cezanne con i lavori sulla Saincte Victoire, Rouault, Gauguin, Van Gogh, Soutine, Bonnard, il primo Matisse, il Monet delle ninfee e, per finire Munch e gli espressionisti tedeschi (Nolde sopra tutti ma anche L’austriaco Kokoschka).

    Mostre collettive a Fermo nel 1982 (Palazzo Comunale) nel 1996 (Cappella di Villa Vitali), e nel 2003 (Cisterne Falconi). Va a Monte Vidon Corrado a ritrovare i paesaggi del primo Licini e le atmosfere delle Amalasunte. Nel 1990 è in Olanda per la mostra del centenario della morte di Van Gogh e a Parigi conosce Madame Castaing, della quale eseguirà tre ritratti. Negli anni 2000 è a Ceret e cerca in quei luoghi la violenza cromatica del “folle di Smilovitchi”. È di nuovo a Parigi negli anni seguenti per le retrospettive di Gauguin, Cezanne e Modigliani. Studia le opere di Scipione e Gino Rossi. Nel 2005 tiene una personale di oli e disegni alla Galleria di Arte Moderna a Montecatini.

    Nel 2008 espone a Firenze presso Art in Progress in via dell’Oriolo. È fra i 106 artisti che inviano una formella dipinta alla Libreria Bocca di Milano per partecipare all’iniziativa “L’arte aiuta la cultura“. Viene in contatto con la pittura dissacrante dello svizzero Varlin e nel frattempo continua gli studi e le ricerche sul paesaggio marchioiano proprio in quel lembo di terra (le struggenti colline e i calanchi) che da Fermo s’interna fino a Montottone, Petritoli, San Procolo Monte Vidon Combatte e Collina Nuova. Nei primi anni Duemila conosce Oscar Piattella e va spesso a Cantiano a trovarlo e lo ritrae con un cagnolino in braccio. Si lega in amicizia con il pittore milanese Attilio Foroioli che viene in vacanza a Cupra Marittima e del quale eseguirà tre ritratti. Conosce i pittori siciliani Guccione e Sarnari.

    Sulla sua attività pittorica è stato pubblicato nel 2008 il librocatalogo I colori dell’anima con testo critico di Marisa Calisti e nel 2010 con scritti di Piero Feliciotti e Lucio Del Gobbo in occasione della mostra di Jesi nel 2011 Orizzonti con testo di Gloriano Paoletti e a seguire Ritorni, con le osservazioni critiche di Stefano Papetti. Nel 2014 espone a Palazzo Ducale di Urbino presentato da Silvia Cuppini, e a Palazzo dei Capitani ad Ascoli Piceno e ancora all’Alexander Museum Hotel di Pesaro. Nella primavera del 2013 espone sedici opere alla Galleria Wikiarte di Bologna e nel frattempo viene accettata la sua iscrizione a socio della Società Belle Arti e Museo Permanente a Milano.

    Nel 2004 è andato ad abitare in una grande casa con uno studio all’ultimo piano dove «Si coglie una veduta della campagna fermana che si spinge a sud fino al Gran Sasso e a nord al di là di Monte San Vicino con una vista sui Monti Sibillini da togliere il fiato». Nel 2017 a Roma – Galleria la tartaruga; nel 2019 A Firenze – Semiottagono delle murate e nel 2022 e 2023 in una mostra collettiva e in personale a Mantova – Galleria Sartori.

    Presso: Palazzo Pisani Revedin, San Marco 4013A, 30124 Venezia (VE)

    La mostra resterà visitabile fino al 15 Novembre

    Orari di apertura: da Martedì Domenica 10:30 – 13:30, 14:30 – 18:30. Chiuso il Lunedì. Ingresso libero.

    Per informazioni e contatti: Maria Palladino: 3341695479 [email protected]

  • Il Canto della Foresta su medicina sciamanica e Ayahuasca, dei due psicoterapeuti Bonani e Riccamboni

    Il canto della foresta di Riccamboni e Bonani

    C’è in atto una vera e propria rivoluzione al confine tra il mondo scientifico e quello spirituale.

    La restituzione di dignità di medicine a rimedi di tradizione sciamanica, dopo decenni di proibizionismo che hanno fortemente limitato – e ancora limitano – le possibilità di ricerca e l’utilizzo nella cura della malattia fisica e della sofferenza psicologica.

    Di questo e della connessione tra uomo e natura scrivono i due psicoterapeuti Silvia Riccamboni e Matteo Maria Bonani, di Padova,  ne “Il Canto della Foresta. Ayahuasca e Medicina Sciamanica”, uscito a cura della Mauna Loa Edizioni.

    Dicono gli autori:

    “Come psicoterapeuti osserviamo ogni giorno lo smarrimento delle persone, impegnate a soddisfare bisogni indotti per riempire un tempo svuotato di senso: occorre ricordare che noi siamo natura.

    Siamo pieni di persone intorno, ma soli. Pieni di comodità e beni, ma insoddisfatti”.

    Lo smarrimento di cui soffre l’uomo contemporaneo, infatti,  è conseguenza della illusoria separazione dell’uomo dalla natura.

    I due autori, psicoterapeuti studiosi di ecologia profonda, spiegano come può essere d’aiuto la medicina sciamanica, e l’Ayahuasca, di cui oggi si parla e si legge sempre di più.

    Il ringraziamento degli autori va ai Popoli Indigeni:

    “Siamo grati alle popolazioni indigene dell’Amazzonia per custodire e tramandare la saggezza delle Piante Maestre e dell’Ayahuasca.

    Abbiamo molto da imparare da loro se vogliamo tornare a vivere in equilibrio con la Natura”.

    Per saperne di più: https://maunakeaedizioni.wordpress.com/2024/05/09/il-canto-della-foresta-ayahuasca-e-medicina-sciamanica-di-silvia-riccamboni-e-matteo-maria-bonani/

    Silvia Riccamboni vive a Padova dove lavora come psicoterapeuta, naturopata e formatrice orientata all’ecologia profonda.

    È studiosa di discipline olistiche, culture native e sciamanismo al quale deve l’incontro d’amore con il canto di cura rituale.

    Matteo Maria Bonani vive a Padova dove svolge l’attività di psicoterapeuta, docente e supervisore nell’area della psichiatria, delle disabilità e della tutela del minore.

    Insieme alla moglie si dedica alla musica medicina e tiene seminari per l’evoluzione personale, attingendo alle filosofie orientali e alle tradizioni sciamaniche.

  • Un originalissimo romanzo storico: La divisa sbagliata. Un Indiano d’America tra le SS

    La Divisa sbagliata

    E’ uscito, a cura della Mauna Loa Edizioni, un romanzo storico avvincente e accurato, ambientato durante la Seconda guerra mondiale:

    “La divisa sbagliata. Un Indiano d’America tra le SS”, di Marco Folletti.

    Molto particolare perché il protagonista, un Nativo Americano, fa una scelta davvero “controcorrente”.

    Anche se con una sua logica, pur non perdendo mai la sua coerenza di uomo giusto.

    La promessa di Hitler, propagandata negli Stati Uniti da Elwood A. Towner e altri, è quella  di dare la cittadinanza ariana ai Nativi Americani, di cui ammira la cultura, e di restituire loro le terre rubate.

    Il suo obiettivo è crearsi un alleato all’interno del paese nemico da lui più odiato, gli Stati Uniti d’America.

    Saxton, un Indiano d’America che soffre per la storia di violenze e di soprusi subiti dal suo popolo dall’arrivo di Colombo in poi, decide di credere alla parola di Hitler.

    Si arruola tra i nazisti per combattere il suo paese d’origine, da cui si sente rifiutato.

    Tormentato da dubbi sulla sua scelta, prega di non dover mai combattere contro i fratelli nativi reclutati nell’esercito statunitense.

    Inizia una incredibile avventura tra le fila naziste, in Italia.

    Schierato sulla linea Gustav e poi sulla Linea Gotica, incontrerà il Papa, il Führer e tanti personaggi delle varie fazioni.

    Manterrà, però, una condotta morale pacifista e antinazista che, più volte, gli fa rischiare la fucilazione.

    Per saperne di più: https://maunakeaedizioni.wordpress.com/2024/05/09/la-divisa-sbagliata-di-marco-folletti/

    L’autore, Marco Folletti, è di Torrazza Piemonte, presso Torino e si interessa di scrittura e di ricerca storica, collaborando con Enti, Associazioni e Gruppi Storici.

    Ha promosso, in collaborazione con il Consolato Generale di Polonia, la conoscenza del dimenticato Cimitero Militare Polacco istituito in Chivasso dopo la vittoria del 1918.

  • La prima edizione italiana di Coyote Stories di Mourning Dove

    Coyote Stories di Mourning Dove in italiano

    Si trova in libreria la prima edizione in italiano di “Coyote Stories” di Mourning Dove, autrice Salish tra le prime Native Americane a essere pubblicate nel secolo scorso.

    Questa opera contiene i meravigliosi racconti delle figure mitiche degli Indiani d’America più carismatiche: le antiche leggende del popolo Salish, salvate dalla autrice dalla contaminazione culturale occidentale.

    In queste storie, estremamente originali e di cui la curatrice Myriam Blasini ha rispettato lo spirito originale e il linguaggio, non ci sono buoni e cattivi in senso tradizionale.

    Questo libro è una preziosa testimonianza culturale, ma anche una lettura appassionante e divertente.

    Presto sarà disponibile anche in audiolibro.

    Qui troviamo l’eroe-antieroe Coyote e il Popolo degli Animali nelle loro gesta, mentre si preparano all’arrivo di chi cammina su due gambe, il Nuovo Popolo.

    La funzione di questi racconti tramandati per secoli solo per via orale era duplice: educativa per i giovani, ma anche per gli adulti, per mantenere le morale e la identità del popolo Nativo Americano dei Salish.

    Mourning Dove, una delle prime autrici Native Americane  pubblicate, è anche una straordinaria figura femminile attivista per i diritti del proprio popolo.

    Per avere più informazioni: https://maunakeaedizioni.wordpress.com/2024/05/09/racconti-di-nativi-americani-coyote-stories-di-mourning-dove/

    Aggiunge Milandri, fondatrice della Mauna Kea Edizioni:

    “Stiamo lavorando a nuovi progetti incentrati sulla salvaguardia e divulgazione delle Lingue Indigene.

    Dopo ‘Lessico Lakota’ e altri titoli, in questa collana, ‘Racconti di Nativi Americani’, ci sono tante altre novità, ormai venti titoli per dare al pubblico italiano la possibilità di leggere biografie di capi indiani, racconti di battaglie e antiche leggende.

    Incredibilmente, in Italia ci sono tanti appassionati di Nativi Americani ma si trovano pochi testi di grandi classici tradotti, una operazione che la Mauna Kea sta portando avanti.

    Anche per dare giustizia a una cultura che troppo spesso non ha avuto il dovuto rispetto ma, anzi, è stata osteggiata dall’epoca di Colombo in poi”.

  • ORDINE CREPUSCULUM: IL CONTINUO DI UNA SAGA LETTERARIA

    Nicola Adiletta pubblica il suo nuovo romanzo fantasy “Ordine Crepusculum 2- Fuochi di Guerra” nel settembre 2024, seguito dell’omonimo libro del 2017 “Il Lamento degli Innocenti” da Booksprint Edizioni.

    Il romanzo, pubblicato stavolta pubblicato da PAV Edizioni, narra le vicende dei generali di un Ordine di cavalieri (l’Ordine Crepusculum appunto) fondato al solo scopo di annientare l’Armata delle Tenebre comandate dal loro signore Rhaphnyarne.

    Gli eroi in questione continuano ad intraprendere un viaggio alla ricerca di un manufatto divino denominato ‘Lingua di Drago‘, unica arma in grado di annientare il Re dei Demoni e tutto il suo esercito.

    Durante il loro viaggio, i cavalieri dovranno affrontare numerosi pericoli ma avranno a disposizione anche il supporto di diversi alleati come re, avventurieri e perfino mercenari.

    Il romanzo è disponibile sia nelle librerie fisiche che online, nonché in formato cartaceo e in Ebook.

  • Libri: “L’appuntamento” di Klaus Zambiasi, un viaggio tra passione e introspezione

    Bolzano – Esce in libreria in questi giorni il nuovo romanzo di Klaus Zambiasi “L’appuntamento” (Youcanprint), un libro che esplora la bellezza degli incontri casuali che lasciano un segno indelebile e la complessità delle emozioni che ne scaturiscono.

    copertina L'appuntamento di K. ZambiasiKlaus Zambiasi è nato a Castiglione delle Stiviere (Mantova) ma vive e lavora in provincia di Bolzano. Apprezzato pittore, ha lavorato nella pubblica amministrazione prima di trasferirsi a Bratislava (Slovacchia) e mettersi in proprio nel settore immobiliare turistico. Dopo il successo dei suoi precedenti romanzi, “Il sorriso della luna” (2022) e “3 Il Bacio Rubato” (2023), tradotti anche in tedesco, Zambiasi ripropone i temi del viaggio, della ricerca di sé e dell’amore.

    “L’appuntamento” racconta il viaggio interiore di James, un uomo segnato da un passato difficile e da una profonda voglia di vivere pienamente il presente. La narrazione si sviluppa tra vari flashback, offrendo una finestra sulle sue esperienze, dai traumi familiari alle avventure amorose che hanno definito la sua visione della vita.

    Il protagonista rievoca gli anni ruggenti delle discoteche, delle vacanze nei camping internazionali e sulla Riviera Romagnola, legati ai nomi, ai volti e alle emozioni di incontri d’amore intensi e fugaci con belle turiste straniere, ma che tuttavia hanno lasciato un segno profondo in lui e ne hanno influenzato il modo di vivere e di entrare in relazione con l’altro sesso. Durante un’estate in campeggio sul Garda, James si trova coinvolto in un’avventura romantica con Annette, una giovane danese. Insieme vivono momenti indimenticabili di passione e scoperta reciproca.

    Attraverso gli episodi della giovinezza, James riflette su temi universali come l’amore, la perdita, la ricerca di sé e il significato della felicità. Le esperienze di lavoro lo portano a Vienna, dove tenta di ricostruire la sua vita, trovando nella passione per l’arte una via di fuga e un modo per dare un senso al suo passato tormentato. Tuttavia, il passato continua a bussare alla sua porta: la perdita del fratello, la complessa relazione con la madre biologica, le controversie sorte per un’eredità e le responsabilità che derivano dalle scelte familiari lo costringono a confrontarsi con i suoi demoni interiori.

    Il protagonista affronta con determinazione i fantasmi del suo passato attraverso viaggi apparentemente casuali, ma in realtà legati da un filo invisibile, che lo portano a riscoprire le sue origini, remote e recenti. Il suo è un viaggio nell’anima, in cui ogni incontro e ogni decisione assumono un significato più profondo, contribuendo a definire chi è realmente e cosa desidera dalla vita. “L’appuntamento” è un’introspezione sui temi dell’amore, della perdita, del destino e della ricerca di sé, sull’importanza degli incontri casuali e su come questi possano influenzare il corso della nostra vita. Con uno stile narrativo evocativo e coinvolgente, il libro invita i lettori a riflettere sulle proprie esperienze, sugli amori perduti e ritrovati, e sulla bellezza degli appuntamenti che il destino ci riserva.

  • COMUNICATO STAMPA – Selexi registra risultati straordinari nei test di selezione di settembre

    Milano, 2 ottobre 2024Selexi Srl, leader nel settore della gestione e ottimizzazione dei concorsi pubblici e privati, ha registrato un mese di settembre eccezionale, completando con successo oltre 170 procedure di selezione. Questo importante traguardo sottolinea l’impegno costante dell’azienda nel fornire soluzioni tecnologiche e metodologie avanzate, in grado di rispondere alle sfide della selezione moderna con trasparenza ed efficienza.

    La capacità di Selexi di gestire un volume elevato di test e candidati conferma il ruolo centrale che l’azienda riveste nel settore, collaborando con una vasta gamma di Enti pubblici e Università. Le competenze digitali e la varietà di soluzioni offerte, dalla selezione in presenza alle prove da remoto, hanno permesso all’azienda di distinguersi come partner affidabile e innovativo.

    Dati significativi delle procedure di settembre

    Nel dettaglio, Selexi ha collaborato con 28 enti e 28 università, completando un totale di 175 procedure, suddivise in:

    • 48 procedure concorsuali per enti della Pubblica Amministrazione, con 6.611 candidati coinvolti;
    • 125 prove di ammissione per Università Statali e private, che hanno coinvolto 40.675 candidati

    Tra queste, con riferimento alle modalità di gestione, vi sono state:

      • 34 procedure computer-based in presenza (CBT), gestiti direttamente presso le strutture di Selexi;
      • 63 prove computer-based da remoto (CBTH), garantendo flessibilità e sicurezza ai partecipanti;
    • 55 test in modalità cartacea (PBT);
    • 21 procedure svolte su TABLET (TBT), in presenza presso le strutture dei clienti.

    Il totale complessivo dei candidati iscritti ha raggiunto 47.286, confermando la capacità dell’azienda di supportare processi su larga scala senza compromettere la qualità del servizio.

     

    Tecnologie e flessibilità per un processo di selezione efficiente

    Selexi si distingue per la sua capacità di adattare il processo di selezione alle esigenze dei clienti, integrando tecnologie all’avanguardia come i test da remoto (CBTH) e i test su Tablet. Queste soluzioni consentono una gestione flessibile e veloce delle selezioni, riducendo i tempi di attesa e offrendo ai candidati un’esperienza moderna e accessibile.

    L’efficienza operativa di Selexi è stata riconosciuta da numerosi clienti, i quali hanno apprezzato la combinazione tra innovazione tecnologica e la capacità di gestire procedure complesse, che spaziano dai concorsi pubblici fino a selezioni mirate nel settore universitario. 

    “Il successo ottenuto a settembre dimostra la nostra capacità di gestire con efficienza e flessibilità una vasta gamma di procedure di selezione, spesso su più fronti contemporaneamente. – ha commentato Davide Tommasiello, Direttore Commerciale di Selexi Srl. – In un contesto in cui vediamo un aumento del numero di concorsi, ma una diminuzione dei candidati, abbiamo dimostrato di poter gestire situazioni molto diverse, dai concorsi con molti iscritti a quelli con un numero più contenuto. Ciò che ci distingue è la capacità di prevenire eventuali criticità, offrendo soluzioni mirate a salvaguardare la continuità delle procedure. La fiducia che Enti e Università ripongono in noi è la prova che stiamo percorrendo la strada giusta, e continueremo a innovare per rispondere in modo sempre più efficace alle esigenze dei nostri clienti.”

     

    Innovazione e trasparenza al servizio delle istituzioni

    Con i risultati ottenuti nel mese di settembre, Selexi rafforza il suo ruolo di leader nel settore delle selezioni pubbliche e private. L’azienda è impegnata a investire in tecnologie all’avanguardia e a migliorare costantemente i propri servizi per offrire processi di selezione sempre più trasparenti, rapidi e accurati.

     

    Per ulteriori informazioni:

    Spada Media Group – Ufficio Stampa Selexi 

    [email protected]

    Tel. 02 2430 8560 – Int 217

  • Antonello De Pierro ad Aliano omaggia La Luna e i Calanchi

    Il giornalista presidente dell’Italia dei Diritti – De Pierro si è recato nel suggestivo borgo lucano di Cristo si è Fermato a Eboli in occasione del celebre festival di Arminio
    Antonello De Pierro

    Roma – Parlando di Aliano, all’epoca Gagliano, il comune lucano dove aveva trascorso il suo confino, condannatovi dal regime fascista, Carlo Levi diceva: “… quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte”. Questa impietosa fotografia della realtà lucana dell’epoca è scolpita nelle prime righe di “Cristo si è fermato a Eboli”, l’opera letteraria che l’ha reso celebre e in cui ha trasferito quella esperienza forzata.

    Chi si reca ad Aliano oggi si imbatte in poco o nulla di quella desolazione tratteggiata dal medico, scrittore e pittore piemontese. Nella terra che “Cristo” aveva cancellato dalla sua mappa geografica oggi si assiste a una esemplare valorizzazione del territorio, a una rivoluzione socioculturale che viaggia a vele spiegate proprio nel solco tracciato all’epoca da Levi. In questo scenario rinnovato si inserisce il festival “La Luna e i calanchi”, che da 13 anni regala al territorio un’overdose di fermenti culturali che, sotto l’attenta regia dell’ottimo e indefesso paesologo Franco Arminio invadono per vari giorni ogni angolo del borgo lucano, in un profluvio di emozioni a pioggia, a cui le decine di migliaia di partecipanti provenienti da tutta la Penisola si bagnano estasiati. E’ impresa ardua provare a tratteggiare a parole il bagno di folla che si sviluppa ad Aliano nei giorni della kermesse, in un concentrato di arti sceniche e figurative, di sonorità, di poesia, con sullo sfondo il suggestivo scenario dei calanchi. E’ un’esperienza unica e solo chi è presente può cogliere compiutamente ogni sfumatura emozionale che promana dalle innumerevoli espressioni artistiche che popolano il paese, un esercito intellettuale che si fonde col territorio e lascia un’impronta destinata a durare e a crescere a ogni edizione.

    Quest’anno la manifestazione ha fatto registrare altresì la presenza del giornalista romano Antonello De Pierro, presidente del movimento politico Italia dei Diritti – De Pierro, il quale, molto sensibile alle sirene di ogni forma di cultura, ha in comune con Arminio l’impegno contro lo spopolamento dei piccoli comuni. De Pierro, molto legato alla Basilicata per ragioni familiari non è passato inosservato ad Aliano e in tanti gli hanno chiesto foto e selfie, a cui si è prestato con estrema cortesia, fermandosi a lungo a parlare con varie persone presenti all’evento.

    E’ lo stesso ex direttore e voce storica di Radio Roma a spiegare come nasce la decisione di essere presente ad Aliano e godere della grande offerta culturale prodotta nella circostanza: “Sono legato al paese reso celebre da Carlo Levi da ragioni familiari. Mio padre era di Roccanova e mia madre è nativa di Gorgoglione. Aliano si trova proprio in mezzo ai comuni di origine dei miei genitori. Se vado a ritroso nei miei file mnemonici mi imbatto in note amarcord che mi vedono in macchina con mio padre e mia madre andare da Roccanova a Gorgoglione e viceversa. Ora a collegare i 2 borghi lucani ci sono altre strade, ma una volta si era costretti a passare per Aliano, con vie tortuose non molto diverse da quelle esistenti all’epoca del confino di Levi. Un mio ricordo d’infanzia è legato ai funerali dell’autore di ‘Cristo si è fermato a Eboli’, che si svolsero ad Aliano, dove egli scelse di essere sepolto. Qualche anno fa mi ero già recato ad Aliano e avevo trovato un paese trasformato radicalmente rispetto a quello dei miei fermi immagine infantili. La valorizzazione dei luoghi, perfettamente in linea con quanto avvenuto con Matera e altri centri della Basilicata, è stata esponenziale. Un doveroso plauso deve essere rivolto alle gestioni amministrative comunali degli ultimi anni. Non posso però risparmiare una critica nei confronti dell’amministrazione provinciale per le condizioni in cui versa la strada che collega Aliano alla Saurina. L’ho percorsa proprio qualche giorno fa e l’ho trovata in condizioni forse peggiori di come la ricordavo da piccolo. A fronte di un paese che ha fatto passi da gigante nell’evoluzione socioculturale, ancorché ancora molto isolato a causa di un’annosa carenza nei collegamenti per raggiungerlo, rileviamo una gestione provinciale inerte e ferma nel tempo, mostrando strade da Terzo Mondo. Francamente, essendo molto legato alla Basilicata, non ‘riesco proprio a mettere il morso a un moto di indignazione. Ma preferisco tornare alla manifestazione strabiliante a cui ho assistito ad Aliano, che ha fatto impennare il mio termometro dell’entusiasmo verso il rosso. Ne avevo sentito parlare benissimo da tempo, ma non ero mai riuscito a essere presente. Dopo 13 edizioni ce l’ho fatta e sono rimasto colpito piacevolmente dalla grande offerta culturale riscontrata e per me, che mi ero abituato da piccolo a riscontrare in Aliano una situazione di poco migliorata rispetto a come era stata decritta da Carlo Levi, è stato un grande motivo di orgoglio. Per questo sento il dovere di ringraziare il direttore artistico Franco Arminio, ma anche il sindaco Luigi Di Lorenzo e tutta l’amministrazione comunale, nonché i tanti artisti che, sotto l’attenta regia di Arminio, hanno reso possibili tutto ciò, a iniziare da Rocco Papaleo, Laura Valente, Ulderico Pesce per finire a tutti gli altri. Vedere un esercito di giovani assolutamente rapito dalle varie espressioni culturali proposte, ragazzi che per tutta la notte hanno popolato, accalcati anche sui tetti, le piazzette del paese, ballando con la musica popolare come se fosse stata una discoteca, è qualcosa di indescrivibile e riempie il cuore. Una grande partecipazione. E la partecipazione è libertà. Quel vento di libertà che Arminio fa soffiare da tredici anni. Quella libertà che la Basilicata ha conquistato finora e auspico possa farlo sempre di più, specie dai pregiudizi che l’hanno da sempre attanagliata, coartandone l’evoluzione del tessuto sociale, economico e culturale”.

  • Antonello De Pierro omaggia Pippo Franco per i suoi 84 anni

    Il giornalista presidente dell’Italia dei Diritti – De Pierro ha brindato insieme al popolare attore al party organizzato da Olga Bisera nella sua villa di Sacrofano
    Pippo Franco e Antonello De Pierro

    Roma – Ci sono persone che nel nostro parenchima sociale rappresentano costantemente un valore aggiunto, scrivendovi ogni giorno nuove pagine capaci di accarezzare e sollecitare le corde della sensibilità emozionale dei più refrattari alle vibrazioni dell’anima.

    Una di queste è Olga Bisera, l’attrice, giornalista e scrittrice che è stata legata sentimentalmente al re della commedia all’italiana Luciano Martino, per cui ha nutrito un grande amore rimasto intatto anche dopo la morte di quest’ultimo, senza mai perdersi nella nebbia del tempo.
    Pippo Franco, Antonello De Pierro e Olga Bisera

    La Bisera coltiva ogni giorno nel suo fertile giardino esistenziale il seme dell’amicizia e per i suoi amici apre spesso le porte della sua villa di Sacrofano, organizzando piacevoli serate conviviali, in cui il confronto dialogico regna sovrano tra gli invitati, all’insegna della crescita umana e culturale.

    E’ quanto accaduto l’altra sera, quando l’indefessa padrona di casa ha voluto brindare alle 84 primavere del celebre Pippo Franco con un party hollywoodiano, a cui hanno partecipato in tanti tra coloro i quali popolano la sua rete socioamicale. Dopo la pantagruelica cena consumata nel giardino di una dimora da sogno, immersa nella natura incontaminata vicino al parco di Vejo, è arrivato il momento del taglio della torta, dove il grande attore è stato subissato dall’affetto di tanti amici, i quali hanno intonato per lui la canonica “Tanti auguri”. Lui, noto per aver sempre preferito la concretezza del mestiere ai bagliori della popolarità, ha ringraziato tutti senza celare un lapalissiano velo di commozione, sotto lo sguardo vigile di sua moglie Piera Bassino.
    Pippo Franco, Irene Pastore e Antonello De Pierro

    A festeggiare lo storico mattatore del Bagaglino anche il giornalista Antonello De Pierro, presidente dell’Italia dei Diritti – De Pierro ed ex direttore e voce storica di Radio Roma, grande amico della Bisera. Ad accompagnarlo Irene Pastore, vice segretaria provinciale del movimento politico da lui presieduto, con un passato artistico e una vittoria al festival di Napoli nel suo palmares.

    De Pierro si è intrattenuto in confronti dialogici con molti degli ospiti, tra cui la nota attrice Adriana Russo, che considera la sua amica del cuore, dicendosi felice di “essere stato invitato a un ricevimento popolato da validi professionisti dello spettacolo e non da divi di cartone, come sempre più spesso accade, in un panorama in cui la fiamma della curiosità del pubblico si accende frequentemente di fronte a piccoli fenomeni televisivi, con data di scadenza inclusa, che tentano di farsi largo con prepotenza, tra fugaci apparizioni e codazzo scandalistico di corredo, ma si sciolgono come neve al sole, vedendo naufragare, con un bagaglio scevro di talento, la speranza di conquistarsi un posto nell’Olimpo artistico, fortunatamente accessibile ancora soltanto a chi possiede una solida piattaforma artistica e intellettuale”. Particolarmente gradito dall’ex numero uno di Radio Roma l’incontro con la cantante Maria Manno, una storica amica con cui non si vedeva da anni, arrivata insieme alla nota imprenditrice Susanna Bartolini. Tra i tanti presenti è d’uopo citare Carlotta Bolognini, figlia del produttore Manolo e nipote del regista Mauro, il regista Mario Salieri, che coltiva tra i suoi progetti futuri un docufilm sulla vita della Bisera, il grande attore greco Vassili Karis, la coreografa italolibanese Monique Stéphan e il noto ufficio stampa teatrale Francesco Caruso Litrico.

  • Arte, tecnologia e phygital: la mostra di Melkio al Muraless Art Hotel

    A Castel d’Azzano (VR) l’unica struttura ricettiva dedicata totalmente all’Arte Urbana sabato 12 ottobre, dalle ore 18:00, inaugura la mostra con le ultime opere di Melkio, celebre artista capace di lavorare sia con mezzi fisici che digitali.

     

    Sabato 12 ottobre, dalle ore 18:00, il Muraless Art Hotel di Castel d’Azzano (VR) si trasformerà in un crocevia di arte e tecnologia, ospitando l’inaugurazione della mostra del celebre artista genovese Melkiowww.melkio.com – Instagram @melkiogram) in coincidenza con Verona Art, per offrire un’occasione imperdibile per scoprire come l’arte contemporanea possa dialogare con la tecnologia e come un artista possa esplorare nuovi territori creativi mantenendo la propria identità.

    Una delle esperienze più innovative e significative del percorso artistico di Melkio è stata la collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e il robot umanoide Alter Ego 3. Questo progetto, nel ventennale di IIT, ha visto l’incontro tra arte e scienza, con Melkio e Alter Ego 3 che hanno dipinto insieme una serie di tele. L’idea alla base del progetto era esplorare come la robotica potesse interfacciarsi con il lavoro di un artista umano. L’esperimento si è rivelato straordinario. Melkio descrive l’esperienza come dipingere con un bambino di tre anni, una forma di pittura istintiva e non completamente controllata, che ha portato a creare tratti grezzi e volutamente imprecisi. Insieme al robot, Melkio ha realizzato tre grandi tele e sei opere su carta, in un connubio che sfida i confini tra naturale e artificiale.

    https://www.dropbox.com/scl/fo/fz1ejttff2ozqwu667g8k/h?rlkey=99kbezipnxc1gj1uteb3teaoh&dl=0

    Melkio si definisce un artista “phygital”, un termine che descrive la sua capacità di lavorare con uguale maestria sia con la materia fisica sia con il digitale. La sua arte spazia dall’animazione per proiezioni e NFT fino alla pittura e alla decorazione di oggetti, mantenendo sempre una chiara identità visiva caratterizzata dall’uso di pochi colori (bianco, nero e rosso) e da un marcato dialogo tra i suoi personaggi. Le sue opere, pur nella loro semplicità cromatica, trasmettono un carattere romantico e riflessivo, affrontando temi che vanno dal sociale al fantascientifico, il tutto espresso con un linguaggio dall’ispirazione infantile e talvolta surreale.

    https://www.dropbox.com/scl/fo/53bumlbiy89o0rv8gvypt/AELp2dDlTGDjiWdnUdMwgPk?rlkey=qoaqoom5xjatt9t6wjpg5zy95&dl=0

     

    www.muralessarthotel.com

    Muraless Art Hotel è il primo Hotel ed unico al mondo interamente dedicato alla Street Art. Una struttura ricettiva ma non solo. Con le sue oltre novanta stanze, gli spazi comuni, la facciata esterna interamente dipinti, punta ad essere un vero e proprio tempio della Street Art, un Museo dedicato all’Arte Urbana e ai suoi protagonisti, una Galleria vivente. Il progetto è realizzato in collaborazione con la galleria Milanese Deodato Art, con la curatela di Chiara Canali, curatrice indipendente esperta nei linguaggi della Street Art e la collaborazione di Andrea Zamengo (Chill Surrealist). La facciata esterna di Muraless Art Hotel porta la firma di Mr Brainwash, uno degli street artist più quotati al mondo.

  • Spoleto Arte replica col premio per le eccellenze artistiche col contributo di Sgarbi, Giacobini, Guerri

    La nuova edizione dello storico Premio Spoleto, in programma per il 13 ottobre nella suggestiva cornice della Chiesa della Misericordia, un autentico gioiello architettonico del XIII secolo situato nel cuore della città, curato da Salvo Nugnes, celebre reporter e scrittore, si preannuncia come una celebrazione della creatività in ogni sua forma, offrendo una vetrina preziosa per tanti talentuosi artisti.

    Pittura, poesia, fotografia, scultura: ogni forma d’arte trova spazio in questo prestigioso riconoscimento, che riflette appieno la missione del curatore di scoprire nuovi talenti e offrir loro un’importante piattaforma per esprimere la propria creatività e ottenere il meritato riconoscimento.

    Daranno il loro contributo alla manifestazione tanti nomi illustri del panorama artistico e culturale: Vittorio Sgarbi,  Silvana Giacobini, scrittrice già giornalista di Chi, Giordano Bruno Guerri, storico e presidente del Vittoriale di D’Annunzio, Paolo Liguori, direttore Tgcom24, Pippo Franco, storico volto televisivo ed esperto d’arte, il regista Giancarlo Scarchilli, Ada Urbani, già senatrice ed assessore, Maddalena Baldini, giornalista, Alberto d’Atanasio, storico dell’arte, Rossana Potenza, nota soprano, Giada Eva Elisa Tarantino, storica dell’arte e diversi altri.

    Il Premio Spoleto è il luogo in cui il talento si incontra con la storia, e ogni opera ha l’occasione di brillare.

    Ecco i nomi degli artisti selezionati:

    Abbate Gisella, Actis Caporale Anna, Alaimo Venera, Alba Giuseppe, Angelosante Donato, Arduca Giuseppe, Arresta Angela, Asenova Boyanova Lidia, Barillaro Umberto, Berbeyer Bazan Amar Maria De Lourdes, Berton Barbara, Boccuti Simona, Bonacini Paola, Borrelli Carolina, Borsoni Ciccolungo Barbara, Botticelli Maria Antonia, Buscemi Loriana, Cabell Brigitte, Camardo Nino, Candriella Alessandra, Capoccetta Anna, Casellato Alessia, Chia Lia, Costa Alberto, Costi Susi, D’Angelo Rosa, Dalpasso Sabrina, Darbo Marcello, Denegri Marina, De Pascale Paola, Di Lorenzo Angelina, Di Rosa Fabio, Di Sabatino Laura, Donzello Giuliana, Estacchini Rosemary, Ficacci Irene, Francia Pier Giorgio, Garbini Sabrina, Garcia Alonso Javier, Garofalo Francesco, Gianuario Marialuisa, Giovanetti Angela, Gona Maria Rita, Grasso Carmine, Grosso Maddalena, Gualfucci Graziella, Guma Viola, Liang Shangyu, L’innominato, Litta Daniela, Marangoni Claudio, Marchino Francesco, Mariano Massimo, Marlo, Martelli Serena, Martino Raffaella, Meneghel Lorenzo, Morelli Federico, Mucchiut Milvia, Musarra Tomasino, Oliva Giuseppe, Paesano Paola, Papaleo Katia, Patricolo Blasco, Petrarca Simone, Pierandrei Patrizia, Pittau Elia, Ponti Rosita, Populin Julia, Praed Dannie, Protopapa Anna, Ramishvili Ekaterina, Recchia Fabio, Resta Ettore Giulio, Romeo Santoro, Romero Maria Guadalupe, Rossi Arduino, Rossodivita Gianfranco, Sacchi Franca, Saidi Hayat, Sambucco Gino, Sarvognan Francesco, Spallina Francesco, Stanevitch Beatriz, Taga Agron, Testa Riccardo, Truocchio Domenico, Turiano Giuseppa, Valentino Lara, Vallone Arabella, Vanolo Riccardo, Visciglia Lucia, Vittone Maria Teresa, Yanchuk Anastasia

  • Mostra d’Arte a Mazzè a cura di Salvo Nugnes: “Gli Actis, una famiglia per l’arte”

    Sabato 19 ottobre a Mazzè (TO), un evento speciale celebra la creatività e il legame familiare con la mostra intitolata “Gli Actis, una famiglia per l’arte”, che si terrà presso la Galleria Actis Caporale. L’iniziativa, curata da Salvo Nugnes, scrittore e reporter, vede protagoniste le opere di Anna Actis Caporale, pittrice di grande talento, che espone le sue creazioni insieme a quelle del padre Aldo e del fratello Sergio.

    La mostra non è soltanto un’occasione per apprezzare diverse espressioni artistiche, ma rappresenta anche un momento di riflessione sulla forza del legame familiare attraverso l’arte. Anna Actis Caporale presenta al pubblico una selezione delle sue opere che riflettono la sua continua ricerca stilistica e cromatica, in un percorso personale che ha saputo conquistare l’attenzione di critica e pubblico. Le sue tele si contraddistinguono per un uso sapiente del colore e una capacità di trasmettere emozioni profonde, offrendo un’esperienza visiva che si evolve tra tradizione e innovazione.

    In questo omaggio alla famiglia, vedremo esposti anche i lavori del padre Aldo, artista di grande spessore di cui quest’anno si celebra il centenario della nascita. Le sue opere, impregnate di una sensibilità unica verso il paesaggio e la vita rurale piemontese, testimoniano un’arte che ha saputo evolversi nel corso del tempo, rimanendo però sempre fedele a una visione autentica e intima della realtà.

    Particolarmente toccante è anche la presenza delle opere del fratello Sergio, scomparso prematuramente. Le sue creazioni, frutto di una giovinezza interrotta troppo presto, offrono uno sguardo sensibile e profondo sulla vita, esprimendo un forte desiderio di sperimentazione e di libertà artistica.

    La mostra “Gli Actis, una famiglia per l’arte” è dunque un modo per ricordare questi membri della famiglia, ciascuno con il proprio stile e le proprie peculiarità, uniti dalla comune passione per l’espressione artistica. L’evento si preannuncia come un viaggio emozionale attraverso i differenti percorsi creativi di tre artisti legati indissolubilmente non solo dal sangue, ma anche dall’amore per l’arte.

    Durante l’inaugurazione, oltre alla presenza del curatore Salvo Nugnes, interverrà anche Marco Formia, sindaco di Mazzè, a testimonianza dell’importanza culturale dell’evento per il territorio.

  • Il punto di vista di Daniel Mannini sul rapporto tra arte e cinema sulla scia del Festival veneziano

    La famosa manifestazione del Festival del Cinema, che si svolge ogni anno a Venezia, catapultando nella splendida cornice lagunare l’attenzione e l’interesse dell’opinione pubblica mondiale, oltre che degli addetti operatori di settore, merita assolutamente una considerazione valutativa ad hoc, in quanto simbolo iconico immortale e intramontabile dell’arte cinematografica, ma non solo, racchiudendo in sé tutta una tradizione storica, artistica e culturale di notevole pregevolezza e di acclarata e consolidata rilevanza e portata a livello internazionale e cosmopolita, che si accresce e si evolve anche dopo la conclusione dell’evento veneziano e mette in luce l’aspetto socialmente utile e funzionale, con messaggi e contenuti di grande qualità sostanziale, che fanno da motore trainante e propulsore ben oltre e ben al di là della dimensione puramente e strettamente cinematografica. Inoltre, da sempre il fascino magico di questo festival è sinonimo di mondanità con un parterre di VIP e di ospiti illustri e star di Hollywood, che arrivano in laguna accolte come special guest. È quindi un’occasione positiva anche connessa e collegata a un mix di fattori e componenti, che ne decretano l’assoluta esclusività come appuntamento imperdibile annuale. Arte e cinema poi sono sempre fortemente coese in armoniosa fusione e quindi il contesto festivaliero si presta a dare ancora più slancio di collante al connubio vincente, oltre ad essere un potente strumento correlato all’universo della moda e dello stile glamour e rappresenta una vetrina altisonante per le griffe e i brand più rinomati e autorevoli. Ecco dunque una perfetta commissione alchemica, che sfocia all’interno di questo super mega evento, acquisendo una sua identità avvalorante di considerevole meritocrazia qualitativa e conferendo all’insieme un valore d’eccellenza ed eccezione indiscutibile. Su questa scia l’artista poliedrico Daniel Mannini ha risposto ad alcune domande attinenti all’argomento con perspicace proiezione di pensiero. Il sito web di Daniel Mannini sempre ben aggiornato è  www.danielmanniniart.it .

    D: Un tuo parere di riflessione sul legame da sempre speciale tra arte e cinema.
    R: Il cinema è un’altra tipologia di arte figurativa e ogni componente è parte di una fotografia molto più grande, ovvero la ripresa con la videocamera. Che sia un corto, un film o un documentario, ogni tassello dev’essere al posto giusto, perché si crei un filo armonico, così come per i dipinti, la musica, le sculture e i monumenti architettonici. La considero nell’élite della massima espressione dell’essere umano, dove anche in questo caso l’idea viene messa in atto attraverso soggetti e oggetti che formano la componente principale per rappresentare un qualcosa. Oltre a ciò, quello che caratterizza un regista da un altro è dato dal punto di vista della sua visione, il riuscire a dare una sua caratura nella ripresa nel tentativo di distinguersi ed essere originale in un determinato momento storico nella storia del cinema. Questo concetto è molto legato agli artisti, in quanto ogni regista, come ogni artista, deve riuscire a lasciare il proprio segno caratteristico, che venga subito riconosciuto. Oltre alla rappresentazione della realtà, nel cinema esiste anche l’astrazione, che può essere ispirata da un semplice particolare, e successivamente si può creare e inventare una storia, come avviene con la pittura tramite il processo compiuto da ogni pennellata o schizzo.

    D: Un tuo parere di riflessione sulla portata di rilevanza prestigiosa del Festival del Cinema di Venezia, manifestazione di interesse internazionale che catalizza l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, oltre che degli addetti e operatori del settore.
    R: Il Festival di Venezia rappresenta un evento unico e ben contestualizzato all’interno della città, la quale è perfetta per questo tipo di avvenimenti anche per la sua unicità identitaria. Oltre che da un punto di vista cinematografico, è una vetrina moto importante per il nostro Paese, confermando la bellezza del suo patrimonio culturale. Un motivo di elogio per questo evento, oltre al piacere dei professionisti di ricevere un riconoscimento per il proprio lavoro, è anche quello di includere creazioni diverse tra loro, valorizzando le singole influenze che ogni artista e dunque lavoro hanno avuto. Un tema da riportare al centro del dibattito è la cultura stessa, perché rappresenta una risorsa che non viene sfruttata, in senso benevolo, nel suo totale potenziale, anzi. Chi è nel mondo della cultura è molto sofferente per la mancanza di appoggio da parte delle istituzioni. Al giorno d’oggi è quasi improponibile questa situazione, se pensiamo che in altri Paesi è diverso e la cultura è molto integrata e supportata.

    D: Di recente è scomparso uno dei nomi di maggiore spicco del panorama cinematografico che lascia un ricordo indelebile e di notevole caratura: Alain Delon. Un tuo commento di riflessione su questo attore di eccellente talento e immenso carisma.
    R: La figura di Alain Delon rimarrà senza ombra di dubbio iconica a livello internazionale, in quanto ha rappresentato un tipo di personalità che esprimeva un grande carisma per la sua bravura, ma anche per il punto di vista estetico. Nonostante io faccia parte di un’altra generazione, non posso non conoscere il suo talento! La prima volta che ho avuto modo di vederlo sullo schermo è stata durante la visione a scuola del film “Il Gattopardo”, uno dei film più belli realizzati. Il talento di Alain Delon è stato quello di essere un artista poliedrico, che ha interpretato molti ruoli ed è stato d’ispirazione anche per attori del giorno d’oggi, che hanno riconosciuto la sua influenza, oltre per il talento, anche per tutti i premi ricevuti durante la sua lunga carriera. Penso che questo adattarsi a diverse dinamiche possa essere da stimolo nel capire che sperimentare e trovare la propria strada è parte integrante del percorso.