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  • Anziani, mix arginina e vitamina C: così si batte la perdita di massa e forza muscolare

    Lo hanno affermato i medici geriatri della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg) nel corso del 67esimo congresso nazionale in corso a Roma dal 30 novembre al 3 dicembre 2022: un mix di arginina e vitamina C liposomiale contribuisce a “ringiovanire” la massa muscolare degli anziani, migliora il cammino e riduce la fatica stimolando la sintesi dell’ossido nitrico.

    È il risultato di uno studio sul Long Covid appena pubblicato dalla rivista Nutrients, condotto della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Ircss-Università Cattolica campus di Roma.

    Anziani, mix arginina e vitamina C: così si batte la perdita di massa e forza muscolare

    “Limitare la perdita di massa muscolare dovuta all’invecchiamento aiuta a ridurre anche il rischio di disabilità e mortalità – spiega Francesco Landi, presidente Sigg e autore dello studio insieme a Matteo Tosato, geriatra all’Università Cattolica del Sacro Cuore. La nostra ricerca è nata dall’esigenza di trovare soluzioni in grado di contrastare gli effetti debilitanti e invalidanti del Long Covid.

    Ma la scoperta dell’azione sinergica di arginina e vitamina C liposomiale sui sintomi legati alla massa e alla forza muscolare della sindrome post-Covid, suggerisce che l’integrazione quotidiana con questa combinazione è in grado di migliorare e ripristinare la composizione e la resistenza della massa muscolare anche dell’anziano”.

    Studi epidemiologici indicano che a partire dai 45 anni d’età si verifica una perdita della forza muscolare pari all’8% ogni 10 anni età. Tra i 50 e i 70 anni, la perdita si attesta dal 20 al 30%, procedendo progressivamente sino ad una perdita del 30% per decade dopo i 70 anni. La ricerca ha coinvolto 94 persone dai 20 ai 60 anni d’età con Long Covid. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: a uno è stato somministrato il mix arginina/vitamina C liposomiale, all’altro del placebo.

    “Combining L-arginine with vitamin C improves Long-Covid Symptoms”

    In relazione all’individuazione di trattamenti specifici per il Long Covid una prima, significativa risposta era già arrivata con lo studio “Combining L-arginine with vitamin C improves Long-Covid Symptoms: The Nationwide Multicenter Lincoln Survey”, condotta su 1.390 pazienti recentemente pubblicato sulla rivista Pharmacological Research (If 10,334), che ha dimostrato l’efficacia della terapia a base di L-arginina e vitamina C liposomiale nel migliorare i sintomi del long Covid.

    Una ricerca coordinata dal Consorzio Itme (International Translational Research and Medical Education), creato dall’Università Federico II di Napoli in collaborazione con l’Albert Einstein Institute of Medicine di New York con il professor Gaetano Santulli, cardiologo esperto di endotelio e il supporto di Damor, storica azienda farmaceutica italiana.

  • Covid, long-covid e rischio cardiovascolare: da Napoli un contributo di chiarezza

    L’obiettivo è quello di contribuire ad accendere uno spiraglio di luce sull’evoluzione della pandemia e sul long-covid nel prossimo futuro: non solo, c’è anche il tema sempre più attuale delle conseguenze, come il rischio cardiovascolare, che la malattia da Sars-cov-2 lascia negli organismi che ha contagiato. Sono gli argomenti che si propone di affrontare la conferenza stampa in programma il prossimo 20 ottobre 2022 alle ore 11 e 30 presso l’auditorium della Farmaceutici Damor in via Emilio Scaglione, 27 a Napoli.

    All’incontro con i giornalisti partecipano lo scrittore Maurizio De Giovanni, il professore di infettivologia dell’Università di Milano Massimo Galli, il presidente della Società italiana per la prevenzione cardiovascolare (Siprec) e direttore della Cardiologia dell’Università la Sapienza di Roma Massimo Volpe, il responsabile delle politiche del farmaco della Regione Campania Ugo Trama e l’assessore del Comune di Napoli alla salute Enzo Santagada.

    Covid, long-covid e rischio cardiovascolare: da Napoli un contributo di chiarezza

    Le cause delle manifestazioni del long-covid non sono ancora completamente definite, tuttavia un’ipotesi accreditata per le manifestazioni cardiovascolari suggerisce che esse siano correlate al persistere di una condizione di disfunzione endoteliale (tessuto che riveste la superficie interna dei vasi sanguigni, dei vasi linfatici e del cuore, ndr.). Inoltre, il long covid è un complesso ambito di condizioni diverse per le quali non può essere esclusa una patogenesi multifattoriale, lo afferma il professor Massimo Galli.

    Sulla base di queste considerazioni, il noto scrittore napoletano Maurizio De Giovanni, autore di numerosissimi romanzi di successo, la cui diffusione ha da lungo tempo superato i confini nazionali diventando un riferimento autorevole della letteratura moderna, racconterà la propria esperienza personale. Lui che nei mesi scorsi ha prima contratto il virus e poco tempo dopo è stato colpito da infarto.

    “Combining L-Arginine with Vitamin C Improves Long-Covid Symptoms”

    Il percorso per l’individuazione di trattamenti specifici per il long-covid è ancora lungo. Una prima, significativa risposta è già arrivata con lo studio “Combining L-Arginine with Vitamin C Improves Long-Covid Symptoms: The Nationwide Multicenter Lincoln Survey”, condotta su 1.390 pazienti recentemente pubblicato sulla rivista Pharmacological Research (IF 10,334).

    Che ha dimostrato l’efficacia della terapia a base di L-Arginina e Vitamina C liposomiale nel migliorare i sintomi del long Covid. Una ricerca coordinata dal professor Bruno Trimarco e realizzata dal Consorzio Itme (International Translational Research and Medical Education), creato dall’Università Federico II di Napoli in collaborazione con l’Albert Einstein Institute of Medicine di New York con il professor Gaetano Santulli, cardiologo esperto di endotelio e il supporto di Damor, storica azienda farmaceutica italiana.

  • Accordo Leroy Merlin – Ugolini

    Grazie a questo accordo lo shop online del colosso francese sarà il primo operatore a commercializzare Impera l’innovativo sistema italiano che illumina e protegge da Covid e altre patologie abbattendo le cariche microbiche di oltre il 99% 

    Tavarnelle Val di Pesa (FI), 21 settembre 2022. Ugolini Electronic Engineering, che da oltre vent’anni studia e produce soluzioni innovative per l’illuminazione, il benessere e la sicurezza delle persone e dell’ambiente, annuncia l’accordo con Leroy Merlin per la vendita della propria gamma di lampade Impera sullo shop online del colosso francese.

    Certificata come dispositivo medico in classe 1 (Direttiva CEE 93/42) da parte del Ministero della Salute e certificata EUDAMED della Commissione Europea, Impera offre un’illuminazione gradevole e adatta a ogni tipo di ambiente ma soprattutto distrugge per irradiazione i virus e i batteri nell’aria e sulle superfici ed è quindi ideale anche per locali di difficile areazione, rendendo ogni ambiente più disinfettato e sicuro.

    La tecnologia luminosa a LED nearUVA utilizzata da Impera è programmabile nell’intensità per assicurare un comfort visivo ottimale e la sua capacità di ridurre la carica microbica di oltre il 99% e di inattivare il virus SARS-CoV-2 del 99,9%, nonché la totale sicurezza per persone e animali, sono state attestate dall’Università di Siena con studi, prove di laboratorio e prove sul campo.

    Le prove di laboratorio hanno verificato la capacità della tecnologia delle lampade Impera di abbattere di oltre il 99% la componente microbica presente negli ambienti di vita quotidiana, fin oltre 2,5 metri dalla sorgente, con una esposizione delle superfici maggiore di 8 ore.

    “Grazie al grande lavoro di ricerca e sviluppo del nostro team e alla collaborazione con l’Università di Siena abbiamo messo a punto una soluzione totalmente made in Italy, innovativa e capace di proporre un nuovo approccio alla lotta contro i virus e i batteri presenti negli ambienti, compreso il SARS CoV-2 che così tanto ha sconvolto le nostre vite negli ultimi anni – dichiara Biancamaria Ugolini, CEO di Ugolini Electronic Engineering – La scelta di inserire la nostra soluzione nel proprio catalogo online da parte di un grande player mondiale come Leroy Merlin è un ulteriore riconoscimento della qualità del nostro prodotto e una grande opportunità di visibilità e di incremento delle vendite” conclude Ugolini.

    Il sistema Impera, che sarà commercializzato da Leroy Merlin in quattro differenti versioni, è facilissimo da installare, esattamente come una comune lampada a soffitto, ed è ideale per ogni tipologia di ambiente pubblico, privato o di comunità come reception, aree comuni, uffici, sale riunioni, complessi scolastici, strutture sanitarie, palestre, sale attesa, ascensori, aule, centri commerciali, eccetera.

  • Covid: 2 miliardi spesi dagli italiani per i tamponi

    Gli italiani hanno speso di tasca propria oltre 2 miliardi di euro per sottoporsi ai tamponi; il dato arriva dall’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research Norstat, realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale adulta, da cui è emerso che da marzo 2020 ad oggi sono circa 26,8 milioni i maggiorenni che hanno fatto uno o più tamponi a pagamento, con una spesa media pro capite di circa 76 euro.

    «Il costo dei tamponi è solo una delle spese che, causa pandemia, hanno iniziato a gravare sulle famiglie italiane», spiega Irene Giani, responsabile polizze vita e salute di Facile.it. «Un aiuto economico in questo senso può arrivare dalle assicurazioni a tutela della salute; generalmente il tampone non è escluso dalle coperture per esami diagnostici, ma occorre un certificato medico che dichiari che serve per avere conferma della diagnosi di Covid. Se si tratta di un tampone effettuato prima di un viaggio, invece, è bene sapere che alcune polizze ne rimborsano il costo in caso di positività».

    Per quasi 1 italiano su 5 l’importo pagato è stato ben più alto della media; 3,4 milioni di individui hanno speso tra i 100 e i 200 euro, mentre quasi 2 milioni hanno dovuto mettere a budget più di 200 euro; le fasce anagrafiche che in media hanno pagato di più sono i 25-34enni (93 euro) e i 45-54enni (81 euro). Dal punto di vista territoriale, sono i residenti nel Centro Italia coloro che, sempre in media, hanno speso di più per fare tamponi a pagamento (81 euro). Il costo ha gravato, seppur in modo differente, sia sui lavoratori (80 euro) sia sui disoccupati (60 euro).

    Ma quali e quanti tamponi hanno fatto gli intervistati? Il 51% ha dichiarato di aver fatto un test rapido in farmacia o presso altra struttura sanitaria, il 36% un molecolare mentre il 32% un rapido in autosomministrazione, per una media di 6 tamponi a testa. Interessante notare che di questi 6 tamponi ben 4 sono stati fatti negli ultimi tre mesi e, di conseguenza, gran parte dei costi si sono concentrati in questo lasso di tempo: se come detto, in media, gli italiani hanno messo a budget 76 euro per verificare il proprio stato di salute rispetto al Covid, 52 euro sono stati spesi solo negli ultimi tre mesi.

    Nella maggior parte dei casi ci si è sottoposti a tampone a seguito di un contatto con un soggetto positivo (35,1%), perché non ci si sentiva bene (30,6%) o, anche senza averne obbligo, perché un parente/conoscente aveva avuto un contatto con un positivo (19,6%); 3,6 milioni quelli che lo hanno fatto per poter lavorare. In ultimo, ben due milioni di persone hanno fatto il test solo per semplice paura.

    **Nota metodologica: Indagine mUp Research – Norstat svolta tra il 21 ed il 23 gennaio 2022 attraverso la somministrazione di n.1.009 interviste CAWI ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale.

  • Covid: la paura fa aumentare le polizze vita e salute

    I timori per la pandemia che non si ferma hanno spinto gli italiani a stipulare sempre più polizze assicurative legate alla vita o allo stato di salute. A novembre 2021, secondo un’indagine di Facile.it, erano 3,6 milioni (pari al 6% della popolazione) gli italiani che ne avevano sottoscritto una per la prima volta, portando a ben 16 milioni il numero dei nostri connazionali che avevano una polizza di questo tipo.

    Per loro esplicita dichiarazione, si legge nell’indagine* effettuata per conto del comparatore dall’istituto mUp Researchil 34% dei 3,6 milioni di nuovi assicurati, ha sottoscritto la polizza per timore della pandemia.

    A dimostrazione del crescente interesse degli italiani per un prodotto prima poco diffuso in Italia è anche il notevole incremento (27% anno su anno) delle ricerche online legate a queste polizze; interesse che non si è affatto spento e, affermano da Facile.it, nel secondo semestre del 2021 ha fatto registrare rispetto ai primi sei mesi dell’anno un +9% per le ricerche online di polizze vita.

    *Indagine mUp Research realizzata attraverso n.1.072 interviste CAWI ad un campione di individui in età 18-74 anni rappresentativo della popolazione italiana adulta. 

     

    Immagine © Kasar

  • I vantaggi di contattare una web agency durante la pandemia

    Con il COVID-19 sono entrati nella nostra vita termini come lockdown e smart working, didattica a distanza e shopping online. La vita tra le mura domestiche ha portato a un aumento della navigazione su Internet e alla sempre maggiore importanza della realizzazione Siti Web a Roma e delle Agenzie Web e del digital marketing.

    La ricerca We Are Social del 2020 mostrava già un aumento del 7% dell’uso di Internet nel 2020 e un aumento dell’8,7% del traffico sui social media pari a 3,81 miliardi di utenti attivi ovvero il 49% della popolazione mondiale. Lo strumento preferito per accedere ad Internet è lo smartphone e anche il tempo medio trascorso sui social media è aumentato.

    In Italia siamo arrivati al 45% di utenti attivi con una solida presenza sui social media e per questo anche imprenditori e aziende hanno compreso l’importanza di affidarsi ad un’agenzia web in caso di pandemia.

    I vantaggi di contattare un’Agenzia

    Chi sceglie di rivolgersi a una Agenzia Web a Roma durante la pandemia può contare su un servizio di qualità per comunicare messaggi concreti tramite testi di valore e immagini accattivanti. Ad esempio, in Romaweblab puntiamo ad accompagnare il cliente nel raggiungimento degli obiettivi e lavoriamo con passione e competenza per raggiungere gli obiettivi dei clienti.

    L’idea di affidarsi a una web agency nel 2022 significa sfruttare tutte le potenzialità del web marketing e accedere a nuove opportunità di business generate proprio dalla pandemia da COVID-19 e dalla situazione di emergenza sanitaria e lockdown.

    Anche chi non aveva un sito web ha compreso l’importanza di questo strumento in un momento caratterizzato dal distanziamento sociale e in particolare è aumentata la richiesta di eCommerce anche e soprattutto per vendere in ogni momento e da ogni luogo, superando i limiti imposti dalla pandemia. Tuttavia, non basta essere online per avere risultati e per questo la realizzazione siti web e la gestione dei social media a Roma va affidata a professionisti del settore.

    Come avere successo online durante la pandemia

    Per sopravvivere alla situazione di pandemia servono strategie e studio, contenuti di qualità e costanza. Molte aziende non hanno mai sviluppato una strategia di comunicazione digitale in precedenza e per questo non comprendono l’importanza di evitare il fai da te.

    In Romaweblab, web agency a Romaspieghiamo all’imprenditore che ognuno ha la sua professionalità, un Fotografo di matrimonio a Roma deve fare la sua professione,un programmatore la sua, un grafico la sua per questo è importante affidarsi a chi sa creare un rapporto di fiducia con il cliente, che ha come obiettivo l’aumento della visibilità sul web. Oggi più che mai è importante esserci in ogni momento e non pensare di poter fare da soli. Un contenuto scritto male o un’immagine sbagliata danneggiano la reputazione dell’azienda e impediscono di raggiungere gli obiettivi e i risultati desiderati.

    Per questo motivo durante la pandemia è importante rivolgersi a una web agency specializzata come Romaweblab, da sempre al fianco delle aziende di ogni dimensione.

     

  • Materie prime costose e introvabili, gli ordini saltano e la ripresa ne risente

    Ci sono centinaia di elementi molto diversi tra loro, uniti in questo momento da un fattore comune: sono costosi e introvabili.
    Materie prime che è sempre più difficile portare in Italia.
    Parliamo di componenti elettronici come semiconduttori e chip, materiali semi-lavorati, l’acciaio inox ma anche di prodotti più insospettabili come il lino, il cotone, le fibre sintetiche e la seta.

    Lo scenario delle materie prime

    materie primeA innescare questi problemi è stata soprattutto la pandemia, perché con i lockdown le produzioni / estrazioni si sono fermate. Quando sono cominciate le riaperture, la conseguente impennata della domanda ha reso sempre più complesso smaltire tutti gli ordinativi rimasti in sospeso.
    In pratica la disponibilità di queste materie prime è diventata più ridotta ,e questo ha esercitato una fortissima pressione sui prezzi.

    Forniture ridotte

    Molti importatori che prima ordinavano diversi lotti di materie prime, hanno dovuto accontentarsi di minilotti e microlotti e poi risolvere in parte con le scorte che già avevano (se l’avevano). Anche se il caso più eclatante è quello del settore tech e del mercato dell’auto, in realtà questa situazione affligge tutti i settori.

    Costi di trasporto e speculazione

    Ad aggravare il problema è stato poi l’iperaffollamento dei container e i costi enormi di trasporto, che in alcuni casi è sette volte più alto rispetto al 2019.
    Significa che anche là dove le materie prime sono disponibili, diventata complicato farsele recapitare. E quando si riesce, non si può scaricare più di tanto il costo sul prezzo finale.

    In questo scenario caratterizzato da grande volatilità, deve poi inquadrarsi il fenomeno della pura speculazione sui prezzi delle materie prime. In sostanza anche là dove il mercato (domanda e offerta) potrebbe generare un certo prezzo, c’è chi ci marcia e lo gonfia artificiosamente.

    A rischio l’intero sistema produttivo

    Questo comporta ricadute pesanti sull’intero sistema produttivo, già messo in ginocchio da ripetuti problemi legati al Covid e ai lockdown. Il risultato a cui porta infatti sono consegne mancate e rischio concreto di perdere i propri clienti, proprio mentre la ripresa potrebbe invece far decollare gli ordini.

  • Crisi, l’Europa deve scegliere tra due strade (entrambe difficili)

    Il modo di affrontare la crisi – una dopo l’altra – è quello che rende l’Europa ciò che è. Le difficoltà plasmano il continente, come diceva Jean Monnet, che fu il primo architetto dell’Europa unita. E non c’è dubbio che la crisi attuale abbia un carattere estremamente “formativo” per la UE.
    Dal modo in cui ne verremo fuori dipende il nostro futuro, la nosta speranza e la nostra ambizione.

    La sfida della UE di fronte alla crisi

    crisi covid EUE’ fuor di dubbio che la pandemia comporta tragedie e una scia di dolore indelebile, ma da questa crisi nasceranno anche delle opportunità. Innanzitutto riguardanti un cambio di rotta politico, che ci consenta di spostare lo sguardo più in alto e più lontano.

    Ma bisognerà garantire politiche economicamente corrette, ma con un consenso popolare. Bisognerà superare le posizioni e i contrastanti interessi dei Paesi membri. Cosa non facile, come già si è visto in sede di definizione del Next Generatione EU.

    Non sprecare lo sforzo del Next Generation

    La pandemia è uno shock perfetto che ha colpito tutti i Paesi senza distinzioni. In questo senso li ha resi davvero una Unione. Ma bisogna esserlo solo nelle tragedie, ma pure nel percorso di crescita.
    Attraverso la Next Generation Europe, i Paesi membri devono aiturarsi a venirne fuori.
    Del resto c’è una enorme quantità di risorse mobilizzate, e molteplici cardini sui uali fare leva (capitale umano, investimenti, infrastrutture, ambiente) che possano spingere le economie. Ma non si devono seguire orizzonti limitati, strategie a breve termine, bensì adottare soluzioni di lungo respiro.

    La scelta tra due opzioni

    Davanti alla crisi attuale, ci sono due strade, due opzioni binarie per l’Europa. O si concede una flessibilità di bilancio ai singoli Stati (soprattutto quelli dalle finanze pubbliche più malandate), oppure si trasferiscono compiti e capacità di spesa verso l’Unione, sottraendola ai singoli Paesi.
    Quest’ultima scelta significa in sostanza conferire maggiore autorità alla Commissione, dove ci sono economisti dalla capacità analitica e dalla competenza istituzionale adeguata. Figure in grado dio scegliere le migliori opzioni per l’azione comune, ponendosi un passo più avanti dei paesi membri.

  • “Sotto la neve pane – Una lunga chiacchierata” di Gabriella Romolini e Maria Giorgini: un libro che tocca l’anima

    Tutto ha origine durante la quarantena, momento in cui Gabriella, la figlia, ha deciso di coinvolgere la mamma, Maria, in una sorta di gioco che portasse alla luce i ricordi. L’intento reale di Gabriella era quello di scacciare i brutti pensieri di solitudine che la mamma stava vivendo a causa della Pandemia esortandola a ricordare il suo passato e a condividerlo.

    Come se fossero una di fronte all’altra hanno raccontato la storia della loro famiglia con un linguaggio diretto, che parte dal cuore e si diffonde tutto intorno.

    Il lettore, lasciandosi trasportare dal vento dei ricordi, potrà conoscere la loro famiglia, ma anche tradizioni e costumi di una società non troppo lontana da noi.

    Con una scrittura intensa, una voce che parte da dentro e la bellezza della memoria che agghinda gli attimi trascorsi, “Sotto la neve pane – Una lunga chiacchierata” si fa leggere con immenso piacere.

    Il libro è di una delicatezza unica, le parole sono come carezze e le scrittrici sono in grado di riportare alla luce i valori di un tempo. Quando la vita aveva un sapore differente, poiché legato al duro lavoro, all’impegno costante e dalla condivisione dei momenti.

    Questo libro racchiude una certa magia, poiché le autrici sono riuscite a raccontare stralci di vita quotidiana che riguardano la loro famiglia facendogli assumere il fascino e la poesia del nuovo e del misterioso.

    Queste pagine sono un dono di profonde emozioni che portano il lettore a sfiorare le radici delle tradizioni. Un libro che consigliamo per Natale!

    “Sotto la neve pane – Una lunga chiacchierata” di Gabriella Romolini e Maria Giorgini è acquistabile online su tutti gli store e sul sito della casa editrice Albatros.

    Il libro sarà presente il 19 novembre 2021 al Salone della Cultura di Milano. La presentazione sarà curata da Eleonora Marsella.

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  • Polizze vita: 3,6 milioni di italiani ne hanno sottoscritta una nel 2021

    Sono circa 3,6 milioni gli italiani che nel 2021 hanno sottoscritto per la prima volta una polizza vita e di questi più di uno su tre (34%) lo ha fatto perché si sentiva meno sicuro a causa del Covid-19. Il dato arriva dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat -realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale* – da cui è anche emerso che, in totale, sono oltre 16 milioni le persone che hanno una polizza vita.

    L’interesse degli italiani verso queste coperture assicurative trova conferma anche nei dati del comparatore; secondo l’analisi* di Facile.it, nel 2021 le ricerche online di polizze vita sono aumentate del 27% rispetto allo scorso anno.

    Eppure, orientarsi tra questi prodotti non è sempre semplice: anche se, erroneamente, si ritiene che le polizze vita siano tutte uguali (o che addirittura ne esista un solo tipo!), è bene sapere che sul mercato sono presenti molte soluzioni diverse tra loro tanto è vero che, come evidenziato dall’indagine, meno di 1 rispondente su 2 (46%) ha stipulato una polizza vita per tutelare i propri cari in caso di morte dell’assicurato.

    L’elenco dei prodotti in commercio è lungo – si va dalle assicurazioni che tutelano in caso di malattie a lungo termine fino a vere e proprie formule di investimento e risparmio – per questo Facile.it ha messo a punto un breve vademecum con un focus su una delle polizze vita più note, quella “temporanea caso morte” che, a fronte della scomparsa prematura dell’assicurato, eroga ai beneficiari indicati nel contratto una somma di denaro predefinita.

    «Si tratta di prodotti particolarmente indicati per le famiglie che hanno un solo portatore di reddito, per i nuclei esposti a un debito importante, come un mutuo o un prestito o, anche, per coloro che decidono di tutelare i propri figli fino al raggiungimento dell’indipendenza economica», spiega Irene Giani BU Manager assicurazioni vita di Facile.it. «I costi, se confrontati con i benefici, sono tutt’altro che proibitivi, soprattutto per i giovani; un trentenne che sceglie di tutelarsi per 30 anni, con un capitale assicurato di 100.000 euro, può farlo spendendo meno di 10 euro al mese.».

    Come funzionano le polizze vita caso morte, cosa coprono realmente, cosa non coprono e come scegliere quella più adatta alle proprie esigenze? Ecco i consigli di Facile.it:

    1. Occhio ai parametri. Come detto, la polizza temporanea caso morte garantisce ai beneficiari una somma di denaro in caso di scomparsa prematura dell’assicurato. Nella scelta della polizza, quindi, è fondamentale definire sia il capitale assicurato, che corrisponde all’importo erogato in caso di imprevisto, sia la durata della polizza, vale a dire il tempo per il quale si è coperti. Questi due parametri andranno a determinare il premio da versare alla compagnia; pertanto, se vogliamo tutelare i nostri cari durante gli anni di mutuo, inutile prevedere una polizza di durata maggiore rispetto a quella del finanziamento in essere.
    2. Capitale costante o decrescente? Esistono polizze a capitale costante – che richiedono il pagamento di un premio fisso per tutta la durata della polizza, ma in caso di decesso garantiscono ai beneficiari un capitale fisso che non varia per tutta la durata del contratto – e polizze a capitale decrescente con le quali, invece, col passare del tempo diminuiscono sia le rate da pagare sia l’importo che verrà rimborsato in caso di imprevisto; ancora una volta, quindi, è fondamentale scegliere in base alle proprie reali necessità confrontando i diversi prodotti presenti sul mercato.
    3. I fumatori pagano di più. Uno degli elementi che incide maggiormente sul costo della polizza è l’abitudine al fumo. Se si è fumatori è possibile subire una maggiorazione del premio che varia in base all’età anagrafica e che, in alcuni casi, può arrivare anche all’80%. La definizione di fumatore, però, non è univoca tra le compagnie: in alcuni casi è sufficiente aver fumato, anche sporadicamente, nei 24 mesi precedenti alla sottoscrizione del contratto, in altri si è considerati fumatori solo se si consumano più di 20 sigarette al giorno e, in altri ancora, rientrano nella categoria anche coloro che, pur avendo smesso, lo hanno fatto solo dopo consiglio medico a seguito di una patologia.
    4. I lavori pericolosi… Non tutte le professioni sono compatibili con la polizza vita temporanea caso morte; piloti di aerei, collaudatori di veicoli e sommozzatori, ad esempio, generalmente non possono sottoscrivere questa tipologia di assicurazione o, comunque, non sono tutelati qualora il sinistro avvenga durante lo svolgimento del proprio lavoro. Attenzione, però, perché sono esclusi anche lavori decisamente più comuni: in alcuni casi, ad esempio, operai e muratori impiegati in contesti particolarmente pericolosi potrebbero non essere tutelati.
    5. …e le attività sportive. Molte compagnie assicurative non rimborsano il capitale nel caso in cui il sinistro mortale avvenga durante la pratica di attività sportive ritenute pericolose. Rientrano in questa categoria, ad esempio, la pratica di alpinismo, arrampicata libera, arti marziali, paracadutismo, lotta, pugilato, rugby, sci acrobatico e, più in generale, qualsiasi sport esercitato professionalmente.
    6. Visita medica e malattie pregresse. Poiché l’assicurazione non è valida se il decesso è connesso a malattie pregresse già note all’assicurato, prima di attivare la polizza molte compagnie richiedono una visita medica che accerti lo stato di salute dell’assicurato. Alcune società consentono di sottoscrivere il prodotto anche senza una visita preventiva, ma attenzione perché in questo caso potrebbero esserci limiti alla somma riconosciuta in caso di sinistro; inutile fare i furbi e nascondere alla compagnia malattie già conosciute perché il rimborso verrebbe negato ugualmente.
    7. Il periodo di carenza. È bene sapere che le polizze temporanee caso morte hanno un cosiddetto periodo di carenza; questo significa che l’assicurazione non entra in vigore nel momento in cui viene sottoscritto il contratto, ma solo dopo che sono trascorsi alcuni mesi dalla firma. Normalmente il periodo è pari a 6 mesi, ma in alcuni casi può arrivare addirittura a 12; durante questo lasso di tempo, in caso di sinistro non vi sarà alcun rimborso. Alcune compagnie offrono la possibilità di azzerare il periodo di carenza tramite apposita visita medica da effettuare prima della sottoscrizione.
    8. Le coperture aggiuntive. Oltre alla copertura del caso morte, alcune compagnie offrono garanzie aggiuntive come, ad esempio, l’invalidità permanente, in modo da tutelare economicamente il beneficiario anche nel caso in cui l’assicurato perda la capacità di lavorare e, quindi, di produrre reddito. Altre compagnie, invece, prevedono la possibilità di avere un anticipo del capitale in caso di malattia grave dell’assicurato; altre ancora, infine, associano alla polizza programmi di prevenzione con check-up periodici gratuiti.
    9. Non ho l’età. Le polizze vita non sono sottoscrivibili da tutti: per farlo è necessario essere maggiorenni e spesso non è possibile acquistare il prodotto oltre una certa età, che può variare, a seconda della compagnia, tra i 65 e i 78 anni. È però possibile superare il limite anagrafico sottoscrivendo la copertura prima del raggiungimento dell’età massima; così facendo ci si può assicurare fino addirittura ad 85 anni.
    10. Risparmi il 19%. Le polizze vita temporanee caso morte sono detraibili dall’Irpef nella misura del 19% del premio versato (fino ad un massimo di 530 euro complessivi, che diventano 750 euro se la polizza tutela persone con disabilità gravi). Inoltre, questa copertura assicurativa non è soggetta a nessuna tassa di successione a carico dei beneficiari.

     

     

    *Nota metodologica: Indagine mUp Research – Norstat svolta tra il 27 ed il 29 ottobre 2021 attraverso la somministrazione di n.1.072 interviste CAWI ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale.
    * L’analisi sull’aumento delle ricerche di polizze vita è stata realizzata su un campione di oltre 140.000 mila ricerche effettuate su Facile.it da utenti nel periodo gennaio-ottobre 2020 e 2021.

  • Banche centrali, serve ancora denaro a basso costo per fronteggiare la crisi

    La necessità di affrontare la pandemia ha spinto le banche centrali a lavorare in un territorio sconosciuto. Nessuno avrebbe potuto immaginare una simile catastrofe sanitaria, con conseguenze economiche devastanti, che chissà per quanto tempo lasceranno ancora il segno.

    La posizione scomoda delle banche centrali

    denaroSe normalmente per fronteggiare le crisi servono risposte immediate, per fronteggiare una crisi di quella portata servivano misure forti. E le banche centrali le hanno adottate.
    Non esistono esempi storici di tassi d’interesse così bassi o addirittura negativi, e per questo motivo gli istituti centrali viaggiano su una linea sottile.
    Da una parte di questa linea c’è il timore di innescare un crollo dei mercati finanziari, dall’altra quella di innescare un calo della fiducia nel valore del denaro. Cadere da un lato o dall’altro del burrone, sarebbe ugualmente grave.

    Cautela giustificata

    Nessuna banca centrale vuole correre il rischio di ridurre troppo presto il sostegno all’economia, alzando i tassi. Correrebbe infatti di innescare danni collaterali come il crollo dei prezzi degli immobili, delle obbligazioni e delle azioni. Tutto questo porterebbe a pericoli di solvibilità delle imprese (anche alcune delle aziende più famose nel mondo) e dei governi, finendo per trascinare giù anche il sistema bancario, che già viene fuori da un decennio durissimo dopo il crack finanziario del 2008-2009.

    Per questo motivo la FED – la regina delle banche centrali – continua a rassicurare che il costo del denaro non verrà alzato presto, e ribadisce che chi dice il contrario non fa delle previsioni ma solo opinione.

    E’ ancora tempo di stimoli

    Allo stesso tempo però, l’epoca del denaro a buon mercato non potrà durare ancora a lungo, anche perché i deficit degli stati si stanno gonfiando sempre di più.
    E’ chiaro che senza l’aiuto del governo e il denaro a buon mercato, non sarebbe stato possibile assistere a una ripresa rapida dell’economia globale.
    Bisogna capire adesso quando l’economia sarà in grado di camminare sulle proprie gambe, senza questi stimoli, ma fino a quel momento non ci si devono aspettare segnali di inversione del trend da parte delle banche centrali.

  • Oltre 1.000 marchigiani fuorisede tornati a casa grazie allo smart working

    Smart e remote working sono stati per molti un’occasione per riorganizzare la propria vita, anche da un punto di vista abitativo, e tra le categorie che più hanno beneficiato di questa opportunità c’è quella dei lavoratori fuori sede; secondo l’indagine* commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, nell’ultimo anno sono oltre 1.000 i lavoratori marchigiani fuorisede che, grazie alla possibilità di sfruttare i vantaggi dello smart working hanno scelto di tornare a casa senza per questo dover rinunciare al proprio impiego.

    A livello nazionale, si legge ancora nell’indagine, a prendere la decisione di trasferirsi dal luogo in cui ha sede l’azienda per cui si lavora ha interessato addirittura il 20% dei fuorisede, vale a dire 400.000 individui.

    Il 75% di loro ha scelto di tornare a vivere nel luogo di origine, mentre il 25% ha preferito trasferirsi in un’altra città, diversa sia da quella in cui è nato sia da quella dove ha sede l’azienda per cui lavora.

    Nelle Marche crescono le attivazioni di linee internet

    Uno dei primi indicatori del rientro in pianta stabile – o semi stabile – in regione è la richiesta di linee ADSL e connessioni ad alta velocità (indispensabili per lo smart working). Anche in questo caso, secondo le rilevazioni di Facile.it, le Marche fanno registrare notevoli incrementi che, fra marzo 2020 e gennaio 2021, si sono attestati al 7,1%.

    Tenore di vita più alto

    Uno degli elementi che ha spinto i fuorisede a cambiare città è quello economico. Se è vero che la retribuzione media degli “smart workers di ritorno” è pari a 1.840 euro, per uno su tre lo stipendio mensile è inferiore ai 1.500 euro. Cambiare città mantenendo lo stesso lavoro ha permesso quindi a molti di migliorare il proprio tenore di vita; il 28,1% ha dichiarato che la ragione principale per cui ha deciso di rimanere a lavorare da remoto è perché, pur percependo lo stesso stipendio, può permettersi cose che prima da lavoratore fuori sede non poteva.

    Analizzando le intenzioni per il futuro, sei smart workers di ritorno su dieci hanno dichiarato di non avere intenzione di tornare a fare i fuorisede con casa in affitto e di voler continuare a lavorare da remoto, dalla propria città di origine o da quella in cui si sono trasferiti dopo il lockdown.



     

    *Nota metodologica: indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat dal 15 al 19 luglio attraverso n.6.537 interviste CAWI ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale, di cui, grazie a sovra-campionamento n. 408 lavoratori fuorisede in affitto in epoca pre-Covid 19 e n. 242 individui che si siano successivamente trasferiti grazie allo smart working.

    L’analisi sui contratti di fornitura Internet casa è stata realizzata su un campione di circa 100.000 contratti raccolti da Facile.it tra aprile 2019 e gennaio 2021.

  • Oltre 1.000 trentini fuorisede tornati a casa grazie allo smart working

    Smart e remote working sono stati per molti un’occasione per riorganizzare la propria vita, anche da un punto di vista abitativo, e tra le categorie che più hanno beneficiato di questa opportunità c’è quella dei lavoratori fuori sede; secondo l’indagine* commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, nell’ultimo anno sono oltre 1.000 i lavoratori trentini fuorisede che, grazie alla possibilità di sfruttare i vantaggi dello smart working hanno scelto di tornare a casa senza per questo dover rinunciare al proprio impiego.

    A livello nazionale, si legge ancora nell’indagine, a prendere la decisione di trasferirsi dal luogo in cui ha sede l’azienda per cui si lavora ha interessato addirittura il 20% dei fuorisede, vale a dire 400.000 individui.

    Il 75% di loro ha scelto di tornare a vivere nel luogo di origine, mentre il 25% ha preferito trasferirsi in un’altra città, diversa sia da quella in cui è nato sia da quella dove ha sede l’azienda per cui lavora.

    In Trentino-Alto Adige crescono le attivazioni di linee internet

    Uno dei primi indicatori del rientro in pianta stabile – o semi stabile – in regione è la richiesta di linee ADSL e connessioni ad alta velocità (indispensabili per lo smart working). Anche in questo caso, secondo le rilevazioni di Facile.it, il Trentino-Alto Adige fa registrare notevoli incrementi che, fra marzo 2020 e gennaio 2021, si sono attestati al 3,8%.

    Tenore di vita più alto

    Uno degli elementi che ha spinto i fuorisede a cambiare città è quello economico. Se è vero che la retribuzione media degli “smart workers di ritorno” è pari a 1.840 euro, per uno su tre lo stipendio mensile è inferiore ai 1.500 euro. Cambiare città mantenendo lo stesso lavoro ha permesso quindi a molti di migliorare il proprio tenore di vita; il 28,1% ha dichiarato che la ragione principale per cui ha deciso di rimanere a lavorare da remoto è perché, pur percependo lo stesso stipendio, può permettersi cose che prima da lavoratore fuori sede non poteva.

    Analizzando le intenzioni per il futuro, sei smart workers di ritorno su dieci hanno dichiarato di non avere intenzione di tornare a fare i fuorisede con casa in affitto e di voler continuare a lavorare da remoto, dalla propria città di origine o da quella in cui si sono trasferiti dopo il lockdown.



     

     

    *Nota metodologica: indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat dal 15 al 19 luglio attraverso n.6.537 interviste CAWI ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale, di cui, grazie a sovra-campionamento n. 408 lavoratori fuorisede in affitto in epoca pre-Covid 19 e n. 242 individui che si siano successivamente trasferiti grazie allo smart working.

    L’analisi sui contratti di fornitura Internet casa è stata realizzata su un campione di circa 100.000 contratti raccolti da Facile.it tra aprile 2019 e gennaio 2021.

     

  • Oltre 17.000 lavoratori fuorisede tornati a casa grazie allo smart working

    Smart e remote working sono stati per molti un’occasione per riorganizzare la propria vita, anche da un punto di vista abitativo, e tra le categorie che più hanno beneficiato di questa opportunità c’è quella dei lavoratori fuori sede; secondo l’indagine* commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, nell’ultimo anno sono oltre 17.000 i lavoratori friulani fuorisede che, grazie alla possibilità di sfruttare i vantaggi dello smart working, hanno scelto di tornare a casa senza per questo dover rinunciare al proprio impiego.

    Tenore di vita più alto

    Uno degli elementi che ha spinto i fuorisede a cambiare città è quello economico. Se è vero che la retribuzione media degli “smart workers di ritorno” è pari a 1.840 euro, per uno su tre lo stipendio mensile è inferiore ai 1.500 euro. Cambiare città mantenendo lo stesso lavoro ha permesso quindi a molti di migliorare il proprio tenore di vita; il 28,1% di chi, a livello nazionale, ha scelto di cambiare città per svolgere lo smart working ha dichiarato che la ragione principale per cui ha deciso di rimanere a lavorare da remoto è perché, pur percependo lo stesso stipendio, può permettersi cose che prima da lavoratore fuori sede non poteva.

    Analizzando le intenzioni per il futuro, sei smart workers di ritorno su dieci hanno dichiarato di non avere intenzione di tornare a fare i fuorisede con casa in affitto e di voler continuare a lavorare da remoto, dalla propria città di origine o da quella in cui si sono trasferiti dopo il lockdown.

    In Friuli-Venezia Giulia crescono le attivazioni di linee internet per lo smart working

    Uno dei primi indicatori del rientro in pianta stabile – o semi stabile – in regione è la richiesta di linee ADSL e connessioni ad alta velocità (indispensabili per lo smart working). Anche in questo caso in Friuli-Venezia Giulia si sono registrati notevoli incrementi che, fra marzo 2020 e gennaio 2021, si sono attestati al +4,1% che va a sommarsi al +5,95% successivo al primo lockdown.

     

     

    *Nota metodologica: indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat dal 15 al 19 luglio attraverso n.6.537 interviste CAWI ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale, di cui, grazie a sovra-campionamento n. 408 lavoratori fuorisede in affitto in epoca pre-Covid 19 e n. 242 individui che si siano successivamente trasferiti grazie allo smart working.

    L’osservatorio Facile.it – Mutui è stato realizzato su un campione di oltre 100.000 richieste di mutuo raccolte nel primo semestre 2020 e 2021.

    L’analisi sui contratti di fornitura Internet casa è stata realizzata su un campione di circa 100.000 contratti raccolti da Facile.it tra aprile 2019 e gennaio 2021.

  • Oltre 30.000 siciliani fuorisede tornati a casa grazie allo smart working

    Smart e remote working sono stati per molti un’occasione per riorganizzare la propria vita, anche da un punto di vista abitativo, e tra le categorie che più hanno beneficiato di questa opportunità c’è quella dei lavoratori fuori sede; secondo l’indagine* commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, nell’ultimo anno sono oltre 30.000 i lavoratori siciliani fuorisede che, grazie alla possibilità di sfruttare i vantaggi dello smart working, hanno scelto di tornare a casa senza per questo dover rinunciare al proprio impiego.

    Tenore di vita più alto

    Uno degli elementi che ha spinto i fuorisede a cambiare città è quello economico. Se è vero che la retribuzione media degli “smart workers di ritorno” è pari a 1.840 euro, per uno su tre lo stipendio mensile è inferiore ai 1.500 euro. Cambiare città mantenendo lo stesso lavoro ha permesso quindi a molti di migliorare il proprio tenore di vita; il 28,1% di chi, a livello nazionale, ha scelto di cambiare città per svolgere lo smart working ha dichiarato che la ragione principale per cui ha deciso di rimanere a lavorare da remoto è perché, pur percependo lo stesso stipendio, può permettersi cose che prima da lavoratore fuori sede non poteva.

    Analizzando le intenzioni per il futuro, sei smart workers di ritorno su dieci hanno dichiarato di non avere intenzione di tornare a fare i fuorisede con casa in affitto e di voler continuare a lavorare da remoto, dalla propria città di origine o da quella in cui si sono trasferiti dopo il lockdown.

    In alcune aree della Sicilia crescono le attivazioni di linee internet per lo smart working

    Uno dei primi indicatori del rientro in pianta stabile – o semi stabile – in regione è la richiesta di linee ADSL e connessioni ad alta velocità (indispensabili per lo smart working). Anche in questo caso alcune aree della Sicilia hanno fatto registrare notevoli incrementi che, fra marzo 2020 e gennaio 2021, si sono attestati al +11% per Palermo, al +10% per Messina e al +8% per Ragusa.

    Sicilia seconda in Italia per il saldo fra ingressi ed uscite

    Guardando al fenomeno degli “smart workers di ritorno” emerge chiaramente come questo abbia assunto connotati diversi a seconda dell’area geografica. Alcune regioni, soprattutto nel Meridione, hanno visto rientrare lavoratori in misura maggiore rispetto a quelli che sono usciti: la Sicilia è al secondo posto in questa classifica (+27%), dietro alla Sardegna (+40%) e davanti alla Calabria (+21%).

    Di contro, le regioni con città più popolose da un punto di vista demografico e lavorativo, hanno avuto un bilancio negativo, vale a dire che il numero di smart workers che hanno lasciato la regione è superiore a quello di coloro che vi hanno fatto ritorno: ad esempio Lombardia (-2%), Piemonte (-10%) e Lazio (-20%).

     

     

    *Nota metodologica: indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat dal 15 al 19 luglio attraverso n.6.537 interviste CAWI ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale, di cui, grazie a sovra-campionamento n. 408 lavoratori fuorisede in affitto in epoca pre-Covid 19 e n. 242 individui che si siano successivamente trasferiti grazie allo smart working.

    L’osservatorio Facile.it – Mutui è stato realizzato su un campione di oltre 100.000 richieste di mutuo raccolte nel primo semestre 2020 e 2021.

    L’analisi sui contratti di fornitura Internet casa è stata realizzata su un campione di circa 100.000 contratti raccolti da Facile.it tra aprile 2019 e gennaio 2021.

     

     

  • Quasi 9.000 sardi fuorisede tornati a casa grazie allo smart working

    Smart e remote working sono stati per molti un’occasione per riorganizzare la propria vita, anche da un punto di vista abitativo, e tra le categorie che più hanno beneficiato di questa opportunità c’è quella dei lavoratori fuori sede; secondo l’indagine* commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, nell’ultimo anno sono quasi 9.000 i lavoratori sardi fuorisede che, grazie alla possibilità di sfruttare i vantaggi dello smart working, hanno scelto di tornare a casa senza per questo dover rinunciare al proprio impiego.

    A livello nazionale, si legge ancora nell’indagine, a prendere la decisione di trasferirsi dal luogo in cui ha sede l’azienda per cui si lavora ha interessato addirittura il 20% dei fuorisede, vale a dire 400.000 individui.

    Il 75% di loro ha scelto di tornare a vivere nel luogo di origine, mentre il 25% ha preferito trasferirsi in un’altra città, diversa sia da quella in cui è nato sia da quella dove ha sede l’azienda per cui lavora.

    Tenore di vita più alto

    Uno degli elementi che ha spinto i fuorisede a cambiare città è quello economico. Se è vero che la retribuzione media degli “smart workers di ritorno” è pari a 1.840 euro, per uno su tre lo stipendio mensile è inferiore ai 1.500 euro. Cambiare città mantenendo lo stesso lavoro ha permesso quindi a molti di migliorare il proprio tenore di vita; il 28,1% ha dichiarato che la ragione principale per cui ha deciso di rimanere a lavorare da remoto è perché, pur percependo lo stesso stipendio, può permettersi cose che prima da lavoratore fuori sede non poteva.

    Analizzando le intenzioni per il futuro, sei smart workers di ritorno su dieci hanno dichiarato di non avere intenzione di tornare a fare i fuorisede con casa in affitto e di voler continuare a lavorare da remoto, dalla propria città di origine o da quella in cui si sono trasferiti dopo il lockdown.

    In Sardegna crescono le attivazioni di linee internet ed i mutui nei piccoli comuni

    Uno dei primi indicatori del rientro in pianta stabile – o semi stabile – in regione è la richiesta di linee ADSL e connessioni ad alta velocità (indispensabili per lo smart working). Anche in questo caso la Sardegna fa registrare notevoli incrementi che, fra marzo 2020 e gennaio 2021, si sono attestati al 15,9%, il dato più alto registrato in Italia.

    Un altro dato molto interessante, e altrettanto indicativo della volontà di rientro in maniera definitiva nelle zone di origine, arriva dalla distribuzione delle richieste di mutuo per l’acquisto della casa. Se si confrontano i dati del primo semestre 2021 con quelli dello stesso periodo 2020, si vede che la percentuale di mutui richiesti in zone come il medio campidano o l’iglesiente siano cresciuti notevolmente (rispettivamente passati dall’1,82% al 3,42% del totale richieste mutui della regione e dal 3,86% al 5,82%). Insomma, non si compra solo nelle grandi città, e poco per volta lo smart working potrebbe contribuire a ripopolare anche i piccoli centri.

    Sardegna prima in Italia anche per il saldo fra ingressi ed uscite

    Guardando al fenomeno degli “smart workers di ritorno” emerge chiaramente come questo abbia assunto connotati diversi a seconda dell’area geografica. Alcune regioni, soprattutto nel Meridione, hanno visto rientrare lavoratori in misura maggiore rispetto a quelli che sono usciti: è ancora una volta la Sardegna ad essere prima in questa classifica (+40%), davanti alla Sicilia (+27%) e alla Calabria (+21%).

    Di contro, le regioni con città più popolose da un punto di vista demografico e lavorativo, hanno avuto un bilancio negativo, vale a dire che il numero di smart workers che hanno lasciato la regione è superiore a quello di coloro che vi hanno fatto ritorno: ad esempio Lombardia (-2%), Piemonte (-10%) e Lazio (-20%).

     

     

    *Nota metodologica: indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat dal 15 al 19 luglio attraverso n.6.537 interviste CAWI ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale, di cui, grazie a sovra-campionamento n. 408 lavoratori fuorisede in affitto in epoca pre-Covid 19 e n. 242 individui che si siano successivamente trasferiti grazie allo smart working.

    L’osservatorio Facile.it – Mutui è stato realizzato su un campione di oltre 100.000 richieste di mutuo raccolte nel primo semestre 2017 e 2021.

    L’analisi sui contratti di fornitura Internet casa è stata realizzata su un campione di circa 100.000 contratti raccolti da Facile.it tra aprile 2019 e gennaio 2021.

  • Oltre 1.000 lucani fuorisede tornati a casa grazie allo smart working

    Smart e remote working sono stati per molti un’occasione per riorganizzare la propria vita, anche da un punto di vista abitativo, e tra le categorie che più hanno beneficiato di questa opportunità c’è quella dei lavoratori fuori sede; secondo l’indagine* commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, nell’ultimo anno sono oltre 1.000 i lavoratori lucani fuorisede che, grazie alla possibilità di sfruttare i vantaggi dello smart working hanno scelto di tornare a casa senza per questo dover rinunciare al proprio impiego.

    A livello nazionale, si legge ancora nell’indagine, a prendere la decisione di trasferirsi dal luogo in cui ha sede l’azienda per cui si lavora ha interessato addirittura il 20% dei fuorisede, vale a dire 400.000 individui.

    Il 75% di loro ha scelto di tornare a vivere nel luogo di origine, mentre il 25% ha preferito trasferirsi in un’altra città, diversa sia da quella in cui è nato sia da quella dove ha sede l’azienda per cui lavora.

    Tenore di vita più alto

    Uno degli elementi che ha spinto i fuorisede a cambiare città è quello economico. Se è vero che la retribuzione media degli “smart workers di ritorno” è pari a 1.840 euro, per uno su tre lo stipendio mensile è inferiore ai 1.500 euro. Cambiare città mantenendo lo stesso lavoro ha permesso quindi a molti di migliorare il proprio tenore di vita; il 28,1% ha dichiarato che la ragione principale per cui ha deciso di rimanere a lavorare da remoto è perché, pur percependo lo stesso stipendio, può permettersi cose che prima da lavoratore fuori sede non poteva.

    Da notare, però, che la prima ragione per cui si è scelto di lavorare da un’altra città (42,1%) è la volontà di trovare un ritmo di vita più a misura d’uomo, qualunque cosa questo voglia dire.

    Analizzando le intenzioni per il futuro, sei smart workers di ritorno su dieci hanno dichiarato di non avere intenzione di tornare a fare i fuorisede con casa in affitto e di voler continuare a lavorare da remoto, dalla propria città di origine o da quella in cui si sono trasferiti dopo il lockdown.

    In Basilicata crescono le attivazioni di linee internet ed i mutui nei piccoli comuni

    Uno dei primi indicatori del rientro in pianta stabile – o semi stabile – in regione è la richiesta di linee ADSL e connessioni ad alta velocità (indispensabili per lo smart working). Anche in questo caso la Basilicata fa registrare notevoli incrementi che, fra marzo 2020 e gennaio 2021, si sono attestati al 5%.

     

    *Nota metodologica: indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat dal 15 al 19 luglio attraverso n.6.537 interviste CAWI ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale, di cui, grazie a sovra-campionamento n. 408 lavoratori fuorisede in affitto in epoca pre-Covid 19 e n. 242 individui che si siano successivamente trasferiti grazie allo smart working.

    L’analisi sui contratti di fornitura Internet casa è stata realizzata su un campione di circa 100.000 contratti raccolti da Facile.it tra aprile 2019 e gennaio 2021.

  • Quasi 21.000 emiliano-romagnoli fuorisede tornati a casa grazie allo smart working

    Smart e remote working sono stati per molti un’occasione per riorganizzare la propria vita, anche da un punto di vista abitativo, e tra le categorie che più hanno beneficiato di questa opportunità c’è quella dei lavoratori fuori sede; secondo l’indagine* commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, nell’ultimo anno sono quasi 21.000 i lavoratori dell’Emilia-Romagna fuorisede che, grazie alla possibilità di sfruttare i vantaggi dello smart working hanno scelto di tornare a casa senza per questo dover rinunciare al proprio impiego.

    A livello nazionale, si legge ancora nell’indagine, a prendere la decisione di trasferirsi dal luogo in cui ha sede l’azienda per cui si lavora ha interessato addirittura il 20% dei fuorisede, vale a dire 400.000 individui.

    Il 75% di loro ha scelto di tornare a vivere nel luogo di origine, mentre il 25% ha preferito trasferirsi in un’altra città, diversa sia da quella in cui è nato sia da quella dove ha sede l’azienda per cui lavora.

    Tenore di vita più alto

    Uno degli elementi che ha spinto i fuorisede a cambiare città è quello economico. Se è vero che la retribuzione media degli “smart workers di ritorno” è pari a 1.840 euro, per uno su tre lo stipendio mensile è inferiore ai 1.500 euro. Cambiare città mantenendo lo stesso lavoro ha permesso quindi a molti di migliorare il proprio tenore di vita; il 28,1% ha dichiarato che la ragione principale per cui ha deciso di rimanere a lavorare da remoto è perché, pur percependo lo stesso stipendio, può permettersi cose che prima da lavoratore fuori sede non poteva. 

    Da notare, però, che la prima ragione per cui si è scelto di lavorare da un’altra città (42,1%) è la volontà di trovare un ritmo di vita più a misura d’uomo, qualunque cosa questo voglia dire.

    Analizzando le intenzioni per il futuro, sei smart workers di ritorno su dieci hanno dichiarato di non avere intenzione di tornare a fare i fuorisede con casa in affitto e di voler continuare a lavorare da remoto, dalla propria città di origine o da quella in cui si sono trasferiti dopo il lockdown.

    In Emilia-Romagna crescono le attivazioni di linee internet ed i mutui nei piccoli comuni

    Uno dei primi indicatori del rientro in pianta stabile – o semi stabile – in regione è la richiesta di linee ADSL e connessioni ad alta velocità (indispensabili per lo smart working). Anche in questo caso l’Emilia-Romagna fa registrare un incremento che, fra marzo 2020 e gennaio 2021, si è attestato al 2,1%.

    Si incominciano anche a vedere i primi segnali di volontà di rientro in maniera definitiva nelle zone di provincia, tanto che il recente osservatorio di Facile.it e Mutui.it ha messo in evidenza come, nel primo semestre 2021, le domande di finanziamento per immobili ubicati in comuni con meno di 250.000 abitanti siano state l’84,9% del totale di quelle presentate in Emilia-Romagna, in aumento dell’1,6% rispetto al 2020.

    Insomma, non si compra solo nelle grandi città, e poco per volta lo smart working potrebbe contribuire a ripopolare anche i piccoli centri.

     

    *Nota metodologica: indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat dal 15 al 19 luglio attraverso n.6.537 interviste CAWI ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale, di cui, grazie a sovra-campionamento n. 408 lavoratori fuorisede in affitto in epoca pre-Covid 19 e n. 242 individui che si siano successivamente trasferiti grazie allo smart working.

    L’osservatorio Facile.it – Mutui è stato realizzato su un campione di oltre 100.000 richieste di mutuo raccolte nel primo semestre 2020 e 2021.

    L’analisi sui contratti di fornitura Internet casa è stata realizzata su un campione di circa 100.000 contratti raccolti da Facile.it tra aprile 2019 e gennaio 2021.

     

     

  • 17.000 pugliesi fuorisede tornati a casa grazie allo smart working

    Smart e remote working sono stati per molti un’occasione per riorganizzare la propria vita, anche da un punto di vista abitativo, e tra le categorie che più hanno beneficiato di questa opportunità c’è quella dei lavoratori fuori sede; secondo l’indagine* commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, nell’ultimo anno sono circa 17.000 i lavoratori pugliesi fuorisede che, grazie alla possibilità di sfruttare i vantaggi dello smart working hanno scelto di tornare a casa senza per questo dover rinunciare al proprio impiego.

    A livello nazionale, si legge ancora nell’indagine, a prendere la decisione di trasferirsi dal luogo in cui ha sede l’azienda per cui si lavora ha interessato addirittura il 20% dei fuorisede, vale a dire 400.000 individui.

    Il 75% di loro ha scelto di tornare a vivere nel luogo di origine, mentre il 25% ha preferito trasferirsi in un’altra città, diversa sia da quella in cui è nato sia da quella dove ha sede l’azienda per cui lavora.

    Tenore di vita più alto

    Uno degli elementi che ha spinto i fuorisede a cambiare città è quello economico. Se è vero che la retribuzione media degli “smart workers di ritorno” è pari a 1.840 euro, per uno su tre lo stipendio mensile è inferiore ai 1.500 euro. Cambiare città mantenendo lo stesso lavoro ha permesso quindi a molti di migliorare il proprio tenore di vita; il 28,1% ha dichiarato che la ragione principale per cui ha deciso di rimanere a lavorare da remoto è perché, pur percependo lo stesso stipendio, può permettersi cose che prima da lavoratore fuori sede non poteva.

    Da notare, però, che la prima ragione per cui si è scelto di lavorare da un’altra città (42,1%) è la volontà di trovare un ritmo di vita più a misura d’uomo, qualunque cosa questo voglia dire.

    Analizzando le intenzioni per il futuro, sei smart workers di ritorno su dieci hanno dichiarato di non avere intenzione di tornare a fare i fuorisede con casa in affitto e di voler continuare a lavorare da remoto, dalla propria città di origine o da quella in cui si sono trasferiti dopo il lockdown.

    In Puglia crescono le attivazioni di linee internet ed i mutui nei piccoli comuni

    Uno dei primi indicatori del rientro in pianta stabile – o semi stabile – in regione è la richiesta di linee ADSL e connessioni ad alta velocità (indispensabili per lo smart working). Anche in questo caso la Puglia fa registrare notevoli incrementi che, fra marzo 2020 e gennaio 2021, si sono attestati al 4,8%.

    Si incominciano anche a vedere i primi segnali di volontà di rientro in maniera definitiva nelle zone di provincia, tanto che il recente osservatorio di Facile.it e Mutui.it ha messo in evidenza come, nel primo semestre 2021, le domande di finanziamento per immobili ubicati in comuni con meno di 250.000 abitanti siano state l’88% del totale di quelle presentate in Puglia, in aumento di circa l’1% rispetto al 2020 Insomma, non si compra solo nelle grandi città, e poco per volta lo smart working potrebbe contribuire a ripopolare anche i piccoli centri.

     

    *Nota metodologica: indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat dal 15 al 19 luglio attraverso n.6.537 interviste CAWI ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale, di cui, grazie a sovra-campionamento n. 408 lavoratori fuorisede in affitto in epoca pre-Covid 19 e n. 242 individui che si siano successivamente trasferiti grazie allo smart working.

    L’osservatorio Facile.it – Mutui è stato realizzato su un campione di oltre 100.000 richieste di mutuo raccolte nel primo semestre 2020 e 2021.

    L’analisi sui contratti di fornitura Internet casa è stata realizzata su un campione di circa 100.000 contratti raccolti da Facile.it tra aprile 2019 e gennaio 2021.

  • Ripresa economica, ci sono dei fattori che ancora non ci fanno stare tranquilli

    Ancora una volta l’andamento della ripresa economica finisce per smorzare l’ottimismo di fondo, a causa della sua progressione a singhiozzo. Molti speravano di non assistere neppure a una terza ondata di Covid, e invece siamo addirittura alla quarta.
    Ma se la pandemia continua ad essere il primo fattore che pesa sulla ripresa economica, ce ne sono altri che pure vanno considerati.

    La risalita dei contagi e la ripresa economica

    ripresa economicaLa risalita dei contagi purtroppo è un duro colpo a chi sperava che ormai la ripresa economica fosse instradata in modo definitivo sui binari della crescita. La nuova accelerazione del contagio, soprattutto nei Paesi che hanno già vaccinato larga parte della popolazione, ha il potenziale di rallentare le riaperture e frenare il recupero macro.
    La variante Delta ha costretto anche la Cina – la locomotiva della ripresa post Covid – a introdurre nuove restrizioni e fare i conti con il rallentamento economico.

    La Fed e l’inflazione

    Lo scenario che si evolve di nuovo in peggio, ha spinto la FED a cambiare un poco registro. Qualche settimana fa la banca centrale americana aveva cominciato a pensare alla riduzione dello stimolo monetario, dichiarando l’intenzione di anticipare il rialzo dei tassi dal 2024 al 2023. Senza sbilanciarsi troppo, però, perché non c’erano ancora segnali affidabili e sicuri che il peggio è alle spalle.
    E ha fatto bene, perché da allora non sono stati fatti passi avanti sul terreno della ripresa economica. La frenata della FED, visto il mercato ancora fragile, quindi è stata indolore.

    Intanto l’inflazione continua ad avanzare. Essendo determinata da problemi dal lato produttivo, e dal momento che non è accompagnata da un corrispondete aumento dei salari, alla fine fine si traduce come una “tassa” sui consumatori. E alla fin fine frenerà i consumi.

    L’incertezza e l’autunno “caldo”

    La situazione complessiva dunque genera un intreccio che a sua volta produce incertezza, soprattutto per chi opera sui mercati attraverso strategie trading intraday.
    L’autunno sarà la stagione decisiva per la ripresa economica. Se la crescita dei contagi ci darà tregua, se i colli di bottiglia che generano l’inflazione si scioglieranno, allora potrebbero esserci di nuovo le condizioni per parlare di minori stimoli delle banche centrali. Insomma, di maggiore normalità.
    In caso contrario invece ci aspettano ancora tanti mesi complicati.

  • Lavoro: 400.000 fuorisede tornati a casa grazie allo smart working

    Smart e remote working sono stati per molti un’occasione per riorganizzare la propria vita, anche da un punto di vista abitativo, e tra le categorie che più hanno beneficiato di questa opportunità c’è quella dei lavoratori fuori sede; secondo l’indagine* commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, nell’ultimo anno il 20% dei fuorisede, vale a dire 400.000 individui, hanno approfittato dello smart working per cambiare città.

    Il 75% di loro ha scelto di tornare a vivere nel luogo di origine, mentre il 25% ha preferito trasferirsi in un’altra città, diversa sia da quella in cui è nato sia da quella dove ha sede l’azienda per cui lavora.

    Le regioni

    Guardando al fenomeno degli “smart workers di ritorno” emerge chiaramente come questo abbia assunto connotati diversi a seconda dell’area geografica. Alcune regioni, soprattutto nel Meridione, hanno visto rientrare lavoratori in misura maggiore rispetto a quelli che sono usciti: è il caso della Sardegna (+40%), ma anche della Sicilia (+27%) e della Calabria (+21%).

    Di contro, le regioni con città più popolose da un punto di vista demografico e lavorativo, hanno avuto un bilancio negativo, vale a dire che il numero di smart workers che hanno lasciato la regione è superiore a quello di coloro che vi hanno fatto ritorno: ad esempioLombardia (-2%), Piemonte (-10%) e Lazio (-20%).

    Una tendenza emersa dall’indagine svolta per Facile.it è quello dello spostamento dai grandi centri urbani ma non verso le regioni del meridione, bensì verso comuni più piccoli siti all’interno della stessa regione dove ha sede l’azienda per cui è impiegato lo smart worker; fenomeno questo particolarmente evidente in Lombardia e Lazio.

    Tenore di vita più alto

    Uno degli elementi che ha spinto i fuorisede a cambiare città è quello economico. Se è vero che la retribuzione media degli “smart workers di ritorno” è pari a 1.840 euro, per uno su tre lo stipendio mensile è inferiore ai 1.500 euro. Cambiare città mantenendo lo stesso lavoro ha permesso quindi a molti di migliorare il proprio tenore di vita; il 28,1% ha dichiarato che la ragione principale per cui ha deciso di rimanere a lavorare da remoto è perché, pur percependo lo stesso stipendio, può permettersi cose che prima da lavoratore fuori sede non poteva.

    Da notare, però, che la prima ragione per cui si è scelto di lavorare da un’altra città (42,1%) è la volontà di trovare un ritmo di vita più a misura d’uomo, qualunque cosa questo voglia dire.

    Analizzando le intenzioni per il futuro, sei smart workers di ritorno su dieci hanno dichiarato di non avere intenzione di tornare a fare i fuorisede con casa in affitto e di voler continuare a lavorare da remoto, dalla propria città di origine o da quella in cui si sono trasferiti dopo il lockdown.

    Crescono i mutui nei piccoli comuni e le attivazioni di linee internet

    L’emigrazione dai grandi centri urbani trova conferma anche analizzando l’andamento delle richieste di mutui e delle attivazioni di linee internet casa.

    Il recente osservatorio* di Facile.it e Mutui.it ha messo in evidenza come nel primo semestre 2021 le domande di finanziamento per immobili ubicati in comuni con meno di 250.000 abitanti siano state il 77% del totale, in aumento del 7% rispetto al 2017; anche guardando ai contratti* di attivazione o cambio operatore del servizio internet casa emerge come, tra marzo 2020 e gennaio 2021, vi sia stato un boom soprattutto in alcune delle regioni “di rientro”; Sardegna (+15,9%), Calabria (+9,7%), Marche (+7,1%), Puglia (+4,8%).

     

     

    *Nota metodologica: indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat dal 15 al 19 luglio attraverso n.6.537 interviste CAWI ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale, di cui, grazie a sovra-campionamento n. 408 lavoratori fuorisede in affitto in epoca pre-Covid 19 e n. 242 individui che si siano successivamente trasferiti grazie allo smart working.

    L’osservatorio Facile.it – Mutui è stato realizzato su un campione di oltre 100.000 richieste di mutuo raccolte nel primo semestre 2017 e 2021.

    L’analisi sui contratti di fornitura Internet casa è stata realizzata su un campione di circa 100.000 contratti raccolti da Facile.it tra aprile 2019 e gennaio 2021.

  • I costi del Covid sulla salute dei bambini

    Meno opportunità terapeutiche per le famiglie, fatica economica per l’Associazione ma anche una pronta risposta organizzativa e attenzione alla sofferenza psicologica. La Nostra Famiglia pubblica sul proprio sito il Bilancio di Missione 2020.

    Nel 2020 le attività di riabilitazione e cura rivolte ai bambini con disabilità sono state condizionate dall’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia. E’ quanto emerge dal Bilancio di Missione dell’Associazione La Nostra Famiglia, che fotografa un contesto di fatica economica ma anche una pronta risposta organizzativa per far fronte alle domande di salute di tante famiglie.

    L’anno è stato condizionato dai provvedimenti regionali di sospensione delle attività extra-ospedaliera e specialistica ambulatoriale e, anche con la ripresa dell’attività, l’Ente ha dovuto tener conto dei protocolli di contenimento del contagio per la sicurezza di pazienti e operatori.

    “Dal nostro osservatorio i principali costi che hanno subito i nostri bambini sono stati la contrazione di opportunità di terapia: un danno pesante, perché la finestra terapeutica della maggiore efficacia degli interventi in età evolutiva è abbastanza stretta”, spiega il Direttore Sanitario Massimo Molteni.

    Per questo motivo l’Associazione ha progettato, con il riconoscimento in alcune regioni per le attività ambulatoriali, modelli e paradigmi nuovi come la telemedicina e la teleriabilitazione, grazie anche alle tecnologie sulle quali tanto aveva investito negli ultimi anni.

    “I bambini sono il futuro e la speranza del nostro Paese ma credo che occorra passare da una attenzione emotiva ai bambini ad una attenzione fattiva, sociale, politica, economica e culturale. Ciò vuol dire renderli protagonisti, farsi carico della loro fragilità che può essere fisica, psicologica, sociale, educativa e pensare a soluzioni inclusive nuove ed inedite perché possano crescere”, osserva la Presidente dell’Associazione Luisa Minoli.

    I bambini non sono piccoli adulti
    “La riabilitazione dell’età evolutiva non può costituire, come è sempre stato finora, un di cui dell’ambito riabilitativo per adulti”, spiega il Direttore Generale Marcello Belotti: “è arrivato il momento di dedicare a questo settore le attenzioni che richiede: i bambini non possono essere considerati dei piccoli adulti, quanto piuttosto dei portatori di bisogni specifici in ambito sanitario, socio-sanitario, educativo e sociale.

    Una notevole criticità si è registrata nella sospensione delle attività a ciclo diurno: “non ha certo giovato l’ostinata pervicacia delle autorità regionali e nazionali ad assimilare, sul piano delle normative regolatorie, queste attività a quelle socio-sanitarie dedicate agli anziani”, continua Molteni.
    La sofferenza maggiore è stata però per gli ospiti delle strutture residenziali: “se giustamente è stato definita drammatica la condizione di isolamento totale in cui hanno vissuto gli anziani nelle RSA, proviamo solo ad immaginare cosa può aver voluto dire restare in isolamento totale per dei ragazzi con disabilità, spesso intellettiva e comportamentale, per lunghissimi mesi”, commenta Molteni.

    La sofferenza psicologica
    Ma quali costi ha avuto il Covid sulla salute psicologica dei bambini? “Nella primissima fase, fino all’inizio dell’estate 2020, la tenuta dello stato di salute dei bambini è stato strettamente correlato alla capacità di tenuta delle rispettive famiglie: a riprova che la famiglia, quando presente, è fondamentale per il loro benessere”, continua Molteni. E la tenuta delle famiglie è stata largamente proporzionale alle risorse anche materiali: avere o meno la connessione e un pc, avere o meno un balcone o un pezzetto di giardino, ha fatto senz’altro la differenza nei lunghi periodi di lockdown. Il problema ha invece cominciato a manifestarsi durante il secondo lockdown: dal tardo autunno sono cominciati ad aumentare gli indicatori di disagio anche tra i nostri piccoli pazienti. I prossimi anni ci diranno quale è stato il prezzo da loro pagato in termini di ridotte opportunità di cura.

    La gestione, una sfida per garantire continuità
    Il quadro pandemico ha avuto un riflesso molto significativo sul valore della produzione del bilancio 2020, che registra un dato pesantemente negativo: il risultato di esercizio vede un ulteriore calo dai -4.394 milioni del 2019 ai 9.597 milioni del 2020. Pur in questo difficile contesto, l’Associazione si è comunque impegnata ad affrontare la sfida caratterizzata dalla necessità di contemperare scientificità, appropriatezza e prossimità, secondo il modello della presa in carico globale e della continuità assistenziale, con le risorse che il sistema pubblico mette a disposizione nella comunità per la gestione dei servizi alla persona. “Certamente servono più risorse, ma quanto accaduto induce a pensare che l’allocazione delle maggiori disponibilità per il sistema Italia non sarà disgiunta da un percorso di riforme, sperando che si ponga finalmente attenzione alla specificità della riabilitazione dell’età evolutiva”, conclude Belotti.

    In un anno accolti 23.000 giovani e bambini
    Per quanto riguarda l’attività riabilitativa, nelle 28 sedi dell’Associazione sono state accolte 23.216 persone, soprattutto bambini e ragazzi con disabilità congenite o acquisite, mentre sono stati 2.957 i piccoli e i giovani ricoverati presso i reparti ospedalieri per malattie neurologiche e neuromotorie, per disturbi cognitivi o neuropsicologici, per disturbi emozionali o psicosi infantili, oppure perché hanno perso funzioni e competenze in seguito a traumi cerebrali o a patologie del sistema nervoso centrale.

    Ricerca scientifica sul Covid e non solo
    La ricerca, affidata all’Istituto Scientifico Eugenio Medea, nel 2020 ha visto realizzati 118 progetti, i cui risultati sono stati oggetto di 161 pubblicazioni su riviste indicizzate, con una partecipazione dell’Istituto alle maggiori reti internazionali. In particolare il Polo lombardo dell’Istituto ha avviato, nell’ambito di HORIZON 2020, il progetto europeo MindBot, che mette la robotica a servizio della motivazione e del benessere dei lavoratori, tutelando l’uomo anche dal punto di vista della salute mentale. Il Polo veneto ha avviato uno studio clinico sull’Atassia di Friedreich per testare sicurezza ed efficacia di un farmaco anti-AIDS, mentre in Friuli Venezia Giulia uno studio ha individuato i correlati anatomici della dislessia fonologica e superficiale. Al Medea di Brindisi, invece, per i pazienti con Atrofia Muscolare Spinale (SMA) è stato avviato il trattamento con risdiplam, primo farmaco orale di tipo genico.
    Oltre ai tradizionali ambiti di ricerca, l’attività scientifica è proseguita anche con studi sul COVID19: l’istituto ha affrontato le problematiche socio-psicologiche dei bambini e delle loro famiglie poste dalla pandemia con l’indagine RADAR, sviluppata su1.472 genitori e1.630 bambini e ragazzi.
    Sono stati vinti inoltre 2 bandi finanziati dalla Fondazione Cariplo e dalla Fondazione Regionale lombarda della ricerca Biomedica che sostenevano progetti riguardanti aspetti strettamente molecolari delle proteine virali e la modalità di infezione.

    La raccolta fondi
    Si conferma l’attenzione dei donatori (enti pubblici e privati, aziende, persone fisiche) nei confronti delle attività e dei progetti dell’Associazione. Ne sono una testimonianza gli oltre 5 milioni e 200 mila euro raccolti nel 2020.

    Scarica il Bilancio di Missione 2020

    Intervista alla Presidente Luisa Minoli

    Intervista al Direttore Generale Marcello Belotti

    Intervista al Direttore Sanitario Massimo Molteni

    Galleria fotografica

  • Covid: oltre 30 milioni di persone hanno sviluppato nuove paure

    Da più di un anno a questa parte conviviamo con il virus, il quale non solo ha avuto conseguenze rilevanti sull’economia del Paese e sulle capacità di spesa delle famiglie, ma ha inciso anche sui comportamenti e sul benessere delle persone tanto che più di 7 individui su 10, pari a oltre 30,7 milioni di italiani, hanno dichiarato di aver sviluppato paure che non avevano prima della pandemia. È questo uno dei dati emersi dall’indagine che Facile.it ha commissionato agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat e realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale adulta*.

    Voglia di uscire, ma paura di assembramenti

    Grazie alla campagna vaccinale e al miglioramento della situazione epidemiologica, le restrizioni imposte dal Governo verranno gradualmente allentate e ci sarà la possibilità di spostarsi sempre più liberamente. Analizzando i dati dell’indagine, tuttavia, è emerso che quasi la metà degli italiani (47,1%), vale a dire più di 20,6 milioni di individui, ha ammesso di aver paura degli assembramenti; la percentuale raggiunge addirittura il 67% tra i rispondenti appartenenti alla fascia 65-69 anni.

    Tanti, circa 7,8 milioni, coloro che hanno dichiarato di aver paura di incontrare altre persone, sebbene siano amici, familiari o conoscenti; i più timorosi risultano essere i giovani con un’età compresa tra i 18 e i 24 anni (23,2% vs 17,8% nazionale), probabilmente preoccupati dalla possibilità di infettare parenti anziani come i nonni.

    Più di 1 italiano su 3 (36,3%, 15,8 milioni), invece, ha ammesso di aver paura di salire sui mezzi pubblici, mentre più di 9 milioni e mezzo di italiani si dichiarano timorosi per quanto riguarda la possibilità di viaggiare tanto che, come certificato da una precedente indagine di Facile.it, dei 6,5 milioni di italiani che non andranno in vacanza, 2 milioni hanno rinunciato proprio a causa della paura del contagio.

    Quasi 8 milioni di intervistati (18,2%), infine, hanno paura di andare al ristorante; la percentuale sale fino al 27,4% tra coloro che hanno 55-64 anni, mentre scende all’8,1% fra i giovani appartenenti alla fascia anagrafica 18-24 anni.

    Le assicurazioni sottoscritte per la prima volta

    Per tutelarsi dalle incognite legate allo scoppio della pandemia, sono molti gli italiani che, nel corso dell’ultimo anno, hanno deciso di stipulare una copertura assicurativa; nello specifico, più di 4 milioni di individui hanno dichiarato di aver sottoscritto o rinnovato una polizza vita e tra questi, oltre 750.000 rispondenti lo hanno fatto per la prima volta in assoluto.

    Più di mezzo milione (546.038, 3,1%), invece, gli intervistati che non avevano mai sottoscritto una polizza infortuni/sanitaria/malattia e che l’hanno fatto per la prima volta nel corso dell’ultimo anno; tra i rispondenti con un’età compresa fra i 70 e i 74 anni il valore risulta essere addirittura il doppio (6,8%).

    Pochi meno, vale a dire oltre 520 mila, infine, gli individui che hanno stipulato una copertura assicurativa sanitaria specifica per il Covid.


    Nota metodologica: l’indagine è stata svolta tra il 29 aprile ed il 3 maggio 2021 attraverso la somministrazione di n.1.012 interviste CAWI con ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale.

  • Crisi economica, l’Europa accelera la ripresa e i capitali tornano ad affluire

    Dopo la lunga crisi economica dovuta alla pandemia, finalmente ora c’è una ripresa molto robusta. Ed è proprio sul ritmo di questa ripresa che si giocano molti equilibri sull’asse Europa-USA.

    La marcia di uscita dalla crisi economica

    crisi economicaFino a qualche settimana fa, la marcia dell’economia americana era veloce e convincente. La crisi economica, che pure ha lasciato forti cicatrici nel mondo a stelle e strisce, è stata combattuta con massicce dosi di stimoli monetari e fiscali. Stimoli che hanno dato i loro frutti, vista la robusta ripresa.

    Nel frattempo fino a poche settimane fa, la ripresa dalla crisi economica in Europa era più lenta. Anche per colpa delle campagne vaccinali a singhiozzo e delle ondate di contagi che riprendevano a macchia di leopardo.

    L’Europa recupera terreno

    Da qualche tempo però, l’Europa si è messa sui binari giusti. E il divario tra la nostra ripresa e quella statunitense si è ridotto.  Non annullato, ma sensibilmente diminuito sì.
    Questo spinge verso l’alto la fiducia degli investitori, soprattutto quelli obbligazionari, perché ormai si stanno attenuando le restrizioni in Europa e questo si riflette già sui dati macroeconomici.

    E’ evidente che ci siano flussi di capitali indirizzati verso l’Eurozona, che sono alimentati da investitori esteri che cercano di convertire la liquidità in Euro per acquistare attivi europei e iniziare a posizionarsi per la ripresa della regione. Il relative volatility index dei flussi in entrata nel Vecchio Continente si è attenuato, segno che stanno arrivando con una certa costanza.

    Anche i mercati valutari hanno cominciato a scontare la convergenza tra campagna vaccinale e ripresa dalla crisi economica, come evidenzia l’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro.
    Ma c’è una incognita… L’inflazione, che pesa sugli scenari post crisi economica.

    L’incognita inflazione

    La crescita dei prezzi dovrebbe rallentare in Europa, secondo l’osservazione degli indicatori leading, mentre negli Stati Uniti c’è appena stata una fiammata preoccupante (i mercati subito dopo i dati reagirono in modo forte). Anche se la Fed ha ribadito la convinzione che l’inflazione sia transitoria, la normalizzazione dei tassi è più vicina di quel che si pensa.
    Per questo motivo è difficile pensare che i tassi d’interesse europei possano continuare a recuperare rispetto a quelli statunitensi allo stesso ritmo.

  • Turismo: 22 milioni di italiani quest’anno faranno le ferie nel Bel paese

    Quest’anno le ferie saranno nazionali. Sono ben 22 milioni i nostri connazionali che, per le vacanze, hanno scelto di rimanere dentro i confini italiani. A certificare il dato l’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat e realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale*.

    Complici la situazione epidemiologica in miglioramento e la campagna di vaccinazione che ha raggiunto un numero sempre più alto di individui, sono in totale 26 milioni i nostri connazionali che già sanno si concederanno una vacanza estiva.

    A far loro da contraltare, invece, sono i 6,5 milioni di individui che, spinti dalla paura del virus o dall’impossibilità economica a spendere, faranno le ferie a casa propria. 11,5 milioni, infine, gli indecisi.

    Chi parte

    Sono più di 4 milioni e mezzo gli italiani che hanno già prenotato le ferie estive e comunque, tra chi preparerà le valigie, l’84,6% rimarrà in Italia. Come da tradizione il 55% farà le ferie ad agosto, mentre il 36% partirà a luglio. Tanti, quasi 5 milioni, sfrutteranno la calma del mese di settembre e più di 4 milioni di italiani faranno le ferie già a giugno.

    Più di un terzo dei rispondenti si potrà concedere non più di 7 giorni, ma in media si staccherà con 14 giorni di vacanza, alcune volte anche divisi fra più periodi.

    Se lo scorso anno molti dichiaravano avrebbero fatto le ferie in camper o roulotte, la novità dell’estate 2021 – ed è una buona notizia per tutti coloro che vi lavorano – potrebbe essere il boom dei villaggi turistici, nuovamente oggetto di grande attenzione da parte dei villeggianti; sono oltre 3,8 milioni gli intervistati che hanno dichiarato faranno le ferie in quel tipo di struttura.

    Al primo posto nelle intenzioni dei vacanzieri, però, rimane la sistemazione in Hotel e B&B (42%), a seguire la casa in affitto per periodi brevi o medi (33,7%), che ha registrato, rispetto allo scorso anno un boom (era il 22,1% nella rilevazione di maggio 2020).

    Chi non parte o ancora non ha deciso

    Sebbene i numeri siano notevolmente inferiori rispetto a quelli dello scorso anno, va detto che sono tanti anche coloro che quest’anno le vacanze non le faranno affatto; non hanno intenzione di partire circa 6,5 milioni (erano stati oltre 24 milioni a maggio 2020).

    A bloccare i propositi vacanzieri sono la paura del contagio (quasi 2 milioni, in particolare fra i residenti al Sud e nelle Isole) e, soprattutto, le difficoltà economiche (3,2 milioni). Poco meno di 1,5 milioni gli individui che hanno dichiarato di aver scelto di non partire per via delle eccessive restrizioni cui sarebbero costretti a sottostare.

    Sono 11,5 milioni, invece, coloro che ancora non hanno deciso se partire o meno. Anche in questo caso la ragione principale dell’indecisione è legata alle regole e alle limitazioni; il 50% ha dichiarato che prenderà una decisione solo dopo che verranno stabilite regole certe per il periodo estivo, mentre, come recentemente messo in luce dall’indagine di Facile.it, 4 milioni di italiani hanno detto che cambieranno idea solo se il coprifuoco verrà eliminato. Il 28% dei rispondenti, infine, non sa se riuscirà ad avere soldi sufficienti per pagare una vacanza.

    Vacanze, sì… ma dove…e come?

    In particolare, guardando a chi rimarrà in Italia, il 63,8% si sposterà in una località al di fuori della propria regione di residenza. Il 13% degli italiani, invece, opterà per una destinazione estera; in questo caso sembrano essere soprattutto i giovani con età compresa tra i 18 e i 24 anni a voler superare i confini nazionali (18%).

    Come nel 2020, anche quest’anno il mezzo preferito dagli italiani per raggiungere la destinazione sarà l’auto di proprietà; 19,3 milioni di individui (il 74,7% dei vacanzieri) si sposteranno con questo veicolo. Ma la quota di mezzi in movimento sulle strade italiane sarà ancora più alta se si aggiungono i circa 1,7 milioni di vacanzieri che useranno auto a noleggio, autobus, camper/roulotte.

    Segnali positivi arrivano sul fronte del trasporto aereo. Cresce la percentuale di chi ha dichiarato che quest’anno si sposterà così; il 17% dei vacanzieri, pari a più di 4 milioni di persone (era l’11% nell’indagine effettuata nel 2020).

    Buone notizie anche per le isole italiane e, più in generale, il trasporto marittimo; saranno oltre 1 milione e mezzo gli individui che raggiungeranno la propria destinazione vacanziera via nave, più del doppio rispetto a quanto rilevato a maggio 2020.

    Questa la fotografia ad oggi, ma interventi come l’ampliamento del bonus vacanze, la decisione sul coprifuoco e sulle regole da seguire per questa estate potrebbero avere un ruolo fondamentale nel determinare quanti italiani si concederanno una vacanza quest’anno.

     

     

     Nota metodologica: l’indagine è stata svolta tra il 29 aprile ed il 3 maggio 2021 attraverso la somministrazione di n.1.012 interviste CAWI con ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale.

  • La decisione sul coprifuoco blocca il turismo: 4 milioni di italiani partiranno solo se sarà eliminato

    Si inizia a parlare di vacanze, ma sono ancora molte le incognite sulla prossima stagione estiva, prima fra tutte il coprifuoco: proprio a causa di questa norma quasi 4 milioni di italiani non hanno ancora deciso se fare le ferie o se restare a casa e solo se la limitazione verrà eliminata partiranno. Il dato arriva dall’indagine commissionata da Facile.it e realizzata da mUp Research e Norstat su un campione rappresentativo della popolazione nazionale*.

    Dalla decisione del Governo su questa limitazione potrebbe quindi dipendere, almeno in parte, il bilancio della stagione estiva 2021 per il settore turistico, comparto che è stato già pesantemente colpito dalla pandemia: secondo i dati di Assoturismo, nel 2020 la perdita economica per l’intero settore, considerando il totale consumi turistici interni, è stimata intorno ai 240 milioni di euro al giorno.

    Guardando più da vicino il campione di rispondenti che, se confermato il coprifuoco, non farà le vacanze, emerge che i più preoccupati dalle limitazioni d’orario sono risultati essere gli uomini (40,8% rispetto al 29,3% del campione femminile).

    Analizzando i rispondenti su base geografica, invece, i più condizionati dalla presenza del coprifuoco sono risultati essere i residenti nelle regioni del Nord Est (43,1%) e del Nord Ovest (37,9%).

    Nota metodologica: l’indagine è stata svolta tra il 29 aprile ed il 3 maggio 2021 attraverso la somministrazione di n.1.012 interviste CAWI con ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale.

  • Covid: 16 milioni di genitori hanno sviluppato nuove paure legate ai figli

    Dalla didattica a distanza alla sospensione di tutte le attività sportive e ludiche, la pandemia ha avuto un impatto significativo anche sulla vita e sulla quotidianità dei più piccoli tanto che oltre 6 genitori italiani su 10, pari a quasi 16,5 milioni di individui, hanno dichiarato di aver sviluppato nuove paure legate ai figli, paure che non avevano prima della pandemia. È questo uno dei dati emersi dall’indagine che Facile.it ha commissionato agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat e realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale adulta*.

    Le paure più diffuse

    Ma quali sono, nello specifico, le paure che i genitori hanno oggi per i propri figli? Tra coloro che hanno ammesso di avere preoccupazioni che si sono manifestate solo dopo il Covid-19, più di 1 rispondente su 3, pari a oltre 8,5 milioni di individui, ha dichiarato di temere che a causa dei lockdown l’anno trascorso possa avere avuto un impatto psicologico negativo sul proprio figlio.

    Continuando ad analizzare i dati dell’indagine è emerso che più di 1 genitore su 4 (26,8%), vale a dire circa 6,7 milioni di persone, ha ammesso di essere preoccupato che la didattica a distanza possa avere creato lacune nella preparazione scolastica dei figli; pochi meno (6,5 milioni, 26,3%) sono coloro che hanno manifestato la paura che i ragazzi usino i mezzi pubblici considerati come potenziale veicolo di contagio.

    Con il graduale allentamento delle restrizioni, inoltre, gli studenti sono tornati e torneranno sempre più alla quotidianità, sia per quanto riguarda le lezioni in aula che le attività di svago e sportive; questa progressiva normalità dopo più di un anno di limitazioni, però, ha destato in molti genitori nuove paure tanto che, secondo l’indagine di Facile.it, sono più di 4 milioni e mezzo (18,1%) coloro che hanno dichiarato di essere preoccupati che i figli possano incontrare gli amici. Tanti anche gli italiani (circa 3,5 milioni) che addirittura hanno ammesso di aver paura di far rientrare i figli a scuola.

    Ad avere sviluppato nuove paure sono soprattutto le mamme (67,1% vs 64,4% dei papà) e i residenti nel Meridione, dove la percentuale di coloro che ha ammesso di avere preoccupazioni che si sono manifestate solo dopo lo scoppio della pandemia sale al 74,9% (65,8%, invece, il dato a livello nazionale).

    «Questa pandemia ha scatenato paure e incertezze che hanno investito la nostra quotidianità e destabilizzato il “pianificato” futuro» – spiega la Psicologa Raffaela Messina –  «Preoccupante per i genitori è l’impatto che la chiusura della scuola e la didattica on line ha sui bambini di ogni età. La distanza dagli amici, la mancanza di intesa tra i banchi e della parola scambiata con il compagno, hanno reso l’apprendimento una costrizione sterile. Irritabilità, disattenzione e ritiro sociale ne sono il risultato; comportamenti con i quali paure e risorse dei genitori oggi ancor di più devono confrontarsi».

    Le paure più diffuse al Nord, al Centro e al Sud

    Dall’analisi a livello territoriale emerge che, nonostante i genitori del Nord Italia si siano rivelati i meno preoccupati del Paese (59,2% vs 65,8% nazionale), rimane comunque alto fra loro il dato relativo ai possibili risvolti negativi del lockdown dal punto di vista psicologico tanto che, quasi 1 rispondente su 3 (32,3%), ha ammesso apertamente di avere questa paura.

    La preoccupazione nel far rientrare i figli a scuola, invece, è condivisa dal 7,2% degli abitanti del Settentrione, la metà rispetto a quanto rilevato in tutto il Paese (14,2%); stessa considerazione va fatta per la paura che i ragazzi escano di casa, dove la percentuale è pari al 5,8% a fronte del 10,2% registrato a livello nazionale.

    Spostandoci al Centro Italia, dall’indagine è emerso come gli abitanti di quest’area risultino essere i più preoccupati dalle possibili conseguenze negative della didattica a distanza sul percorso formativo degli alunni; se a livello nazionale la percentuale è del 26,8%, nelle regioni del Centro il valore sale fino a raggiungere il 28,3%. La paura che i figli possano incontrare gli amici, invece, è condivisa dai residenti del Centro Italia in percentuale minore rispetto alle altre zone del Paese (14,2% vs 18,1% nazionale).

    È però nel Meridione che si registrano i valori più alti: se a livello nazionale la percentuale di genitori che ha ammesso di aver manifestato nuove paure per i figli a causa della pandemia è pari al 65,8%, al Sud e nelle Isole il valore raggiunge addirittura il 74,9%.

    Gli abitanti di queste aree si dichiarano perlopiù preoccupati che i diversi lockdown possano aver avuto un impatto psicologico negativo sul proprio figlio; ad ammetterlo sono il 37% dei genitori residenti al Sud e nelle Isole, percentuale più alta rispetto a quella nazionale (34,3%).

    Un ulteriore dato interessante emerso dall’indagine è che, tra i residenti di queste aree d’Italia, la percentuale di coloro che hanno paura di far rientrare i figli a scuola, pari al 22,6%, notevolmente superiore rispetto a quella rilevata in tutto il Paese (14,2%).

    Gli abitanti del Meridione e delle Isole si sono rivelati anche maggiormente preoccupati nel far prendere i mezzi pubblici ai figli (34,2% vs 26,3% nazionale).



    Nota metodologica: l’indagine è stata svolta tra il 29 aprile ed il 3 maggio 2021 attraverso la somministrazione di n.1.012 interviste CAWI con ad un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale.

  • Progettare il 2021, facendo tesoro del 2020: 
l’eredità della pandemia nel mass market
nella decima edizione di “Un anno di Tendenze”

    C’è stato un prima, c’è (ancora) un durante e ci sarà presto un dopo: ma questo futuro non potrà essere progettato e costruito senza aver ben presente com’è cambiato il nostro mondo (anche di consumatori) per effetto della pandemia da Covid-19. A mettere in fila e commentare gli episodi salienti dello scorso anno è l’edizione 2021 di “Un anno di Tendenze”, la decima, appena realizzata da GS1 Italy raccogliendo i contenuti comparsi in 12 mesi sul suo web magazine Tendenze online.

    “Un anno di Tendenze 2021” ripercorre e rilegge lo scorso anno suddividendolo in tre fasi temporali, molto diverse l’una dall’altra, e individuando per ognuna i fenomeni che l’hanno caratterizzata:

    1. Caos calmo. Competitività e nanismo delle imprese, politica fiscale al centro del dibattito economico, mentre il retail procede “cum judicio” verso la trasformazione digitale. I consumi stagnanti brillano per alcune categorie, ma il Non Food continua a soffrire per l’avanzata del commercio online, grazie a un consumatore per il quale l’esperienza d’acquisto è già omnicanale. Prima dello tsunami.
    2. Covid shock. L’anno orribile del Coronavirus è arrivato a sconvolgere le abitudini degli italiani: lockdown, distanziamento sociale, mascherine e gel igienizzanti nella quotidianità. Ma anche code ai supermercati e consumi azzerati per interi settori: la ristorazione, su tutti, e il Non Food. L’e-commerce ha avuto, invece, un boom inaspettato, con la riscoperta anche del valore della prossimità, ma mettendo in difficoltà la catena di fornitura. Che ha reagito bene.
    3. Next normal. Dopo i mesi del lockdown il sistema del largo consumo si accinge a ricostruire un percorso virtuoso, pur sapendo di dover convivere con una realtà segnata dal virus, cercando di trarre lezioni dalle risposte date durante l’emergenza. E affrontando con rigore il nuovo panorama competitivo dove si delineano con maggiore nitidezza le direttrici da seguire, con alcuni paletti ben piantati: collaborazione, sostenibilità, efficienza, trasformazione digitale.

    «Prima, durante, dopo: queste tre parole raccontano in estrema sintesi il periodo che stiamo vivendo. C’era un prima, che proseguiva in continuità rispetto agli anni precedenti. Rileggere adesso le considerazioni, i dibattiti, le previsioni, di un anno fa è quantomeno strano. Ovviamente nessuno avrebbe potuto prevedere quello che è successo e la sua straordinarietà. Poi siamo entrati nel durante, e non ci siamo ancora usciti. Anzi, abbiamo creduto di esserne usciti e invece di durante ce n’era un secondo. Una fortissima discontinuità che ha coinvolto tutti e tutto e ha comportato cambiamenti per tutti. Oggi siamo ancora nel durante, con la speranza di entrare quanto prima nel dopo. Credo, però, che il modo migliore per non sprecare il tempo del durante sia quello di preparare il dopo, non solo aspettarlo. Con la voglia di tornare ad una nuova normalità» commenta Marco Cuppini, research and communication director di GS1 Italy.

    “Un anno di Tendenze 2021” è consultabile gratuitamente al link: https://issuu.com/tendenzeonline/docs/1_anno_di_tendenze-2021-issuu-2

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    GS1 Italy. A partire dall’introduzione rivoluzionaria del codice a barre nel 1973, l’organizzazione non profit GS1 sviluppa gli standard più utilizzati al mondo per la comunicazione tra imprese. In Italia, GS1 Italy riunisce 35 mila imprese dei settori largo consumo, sanitario, bancario, della pubblica amministrazione e della logistica. I sistemi standard GS1, i processi condivisi ECR, i servizi e gli osservatori di ricerca che GS1 Italy mette a disposizione semplificano e accelerano il processo della trasformazione digitale delle imprese e della supply chain, perché permettono alle aziende di creare esperienze gratificanti per il consumatore, aumentare la trasparenza, ridurre i costi e fare scelte sostenibili.

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  • Fallimenti di Stato: il Sud America ci casca spesso. Italia mai in default

    Non sono soltanto le aziende che, purtroppo, a volte incorrono nei fallimenti. Anche gli Stati possono andare in default. E non sono neppure pochi i casi nei quali questo è effettivamente successo. Con scene drammatiche: banche chiuse, code agli sportelli, stipendi pubblici bloccati, resse di fronte ai camioncini che distribuiscono beni di prima necessità.

    La pandemia e i fallimenti di Stato

    fallimento di statoSoltanto nell’ultimo anno, caratterizzato dalla crisi economica innescata dalla pandemia, ben 7 Paesi hanno dovuto dichiarare bancarotta.
    Se l’Argentina ha schivato per un pelo l’ennesimo default della sua storia, fallimenti (anche doppi) ci sono invece stati in Belize, Ecuador, Suriname, Zambia e Libano. Di questi paesi, solo il Libano aveva una situazione già compromessa, gli altri invece hanno visto il baratro proprio a causa della pandemia, che ha provocato un effetto slippage (scivolamento improvviso) e incontrollabile.
    A evidenzialo è uno studio di Standard&Poor’s, che ripercorre anche la storia dei fallimenti di Stato.

    I Paesi con il maggior numero di default

    La regione che più di tutte è stata caratterizzata dai fallimenti di Stato è il Sud America. La poco invidiabile classifica dei paesi con maggiori default sono infatti Ecuador e Venezuela (10 volte). Seguono Uruguay, Costarica, Brasile, Cile (9), Argentina, Perù, Messico e Turchia (8).
    C’è quindi tutto il Sud America ai primi posti con l’apparizione anche di Messico (siamo lì però) e di un solo Paese occidentale che è la Turchia.

    Rischio Turchia e Argentina

    Due di questi Paesi – Turchia e Argentina – si trovano oggi in una situazione assai complicata. Entrambi sono alle prese con una crisi economica fortissima condita da una inflazione galoppante. E intanto le loro valute – Lira e Peso – scivolano verso minimi storici contro il dollaro. Specialmente il peso argentino ha appena ritoccato il suo minimo storico sul biglietto verde a quota 92.62, con un indicatore ADX che non promette nulla di buono.
    Va ricordato che l’Argentina è reduce da un default appena pochi anni fa, nel 2014, ed è evidente che non riesce proprio a scrollarsi di dosso il suo “vizio” di non saper fare i conti (qualche decennio fa era una delle economie più floride al mondo), visto che il precedente fallimento risaliva ad appena 13 anni prima, nel 2001.

    L’Italia è ancora indenne

    L’Occidente sembra essere più attento alle proprie finanze. Infatti dal 1800 al 2014 sono davvero pochi i fallimenti in questo emisfero del mondo. Ma ci sono nomi comunque importanti, come Austria, Spagna, Grecia e anche la Germania (ma parliamo del primo dopoguerra). Solo la Grecia ha un fallimento recente, dal quale peraltro deve ancora riprendersi completamente. L’Italia non c’è, perlomeno dal 1861 non ha mai vissuto un dramma simile.

  • Covmatic: il sistema robotico per l’analisi dei tamponi

    In un mondo in cui tutto si muove velocemente e la ripresa del nostro Paese è diventata un’urgenza sempre più impellente, tecnologia e sanità non possono che supportarsi per cercare di accelerare e ottimizzare i tempi di una corsa che coinvolge tutti”, dichiara Alice Melocchi, tra gli ideatori di Covmatic, un’iniziativa di volontariato nata come sfida per il potenziamento della capacità di analisi dei tamponi per l’individuazione di SARS-Cov-2. La tematica è stata affrontata il 2 aprile durante “I venerdì dello Studio BNC”, un appuntamento online sempre più frequentato per riflettere su come la capacità di innovare, condividere pensieri e idee possa contribuire a un mondo migliore (per rivedere gli incontri https://www.studiobnc.net/sito/).

    Alice Melocchi (ricercatrice presso l’Università degli studi di Milano e CSO di Multiply Labs) e Alberto Cammarota (consulente di Porsche Consulting), hanno raccontato le fasi iniziali del progetto che ha avuto come primo punto di riferimento l’ospedale “Bolognini’’ di Seriate, insieme al quale sono state redatte un’analisi di fattibilità ed una proposta operativa di implementazione open source per incrementare, attraverso l’utilizzo di sistemi di automazione robotica, il numero dei tamponi processati. È stato così realizzato l’impianto pilota presso il presidio ospedaliero territoriale “F.M. Ospedale Passi” di Calcinate (BG), in cui un intero piano è stato rinnovato per ospitare il laboratorio che ha superato la validazione richiesta da Regione Lombardia e da ATS.

    Tanti enti, istituzioni e aziende hanno contribuito pro bono all’iniziativa, tra cui Rotary Club (in particolare il Distretto 2042) l’Università degli studi di Milano, il Politecnico di Milano, WeMake, Porsche Consulting, ABB e Multiply Labs. Il gruppo di persone coinvolte nel progetto conta più di 30 volontari, anche internazionali, che hanno dedicato il proprio tempo libero, lavorando fianco a fianco con tecnici e biologici dell’ospedale. Accanto allo sviluppo di procedure operative per la loro formazione, è stato inoltre predisposto un software in grado di tracciare le operazioni eseguite dai tecnici e il percorso dei campioni durante l’analisi. “Questo è un esempio di come sia possibile portare l’automazione all’interno dei processi di laboratorio”, continua Alberto Cammarota, “e siamo felici di aver reso il progetto open source per supportare in questo modo la lotta contro la pandemia da COVID-19. Tutti i volontari coinvolti, con le proprie competenze, hanno contribuito ad aumentare l’efficienza e a migliorare il processo: ora la documentazione è a disposizione di tutti i laboratori che vogliano utilizzare e implementare ulteriormente il sistema”.