Autore: heleny

  • Economia globale, il forum dei potenti potrebbe traslocare da Davos

    Il tradizionale appuntamento con il World Economic Forum, uno degli eventi più importanti per l’economia globale, che si svolge da decenni nella sede alpina di Davos in Svizzera, in futuro potrebbe cambiare location.

    Da evento elitario a evento clou per l’economia globale

    davos forumQuando la fondazione “WEF” cominciò a organizzare questo meeting a Davos, era una specie di club per le élite manageriali europee. Piano piano però ha esteso la sua partecipazione sia a livello numerico sia a livello di contenuti. Oggi coinvolge regolarmente decine di migliaia di partecipanti ed è diventato uno degli eventi più importanti per l’economia globale.

    Sono presenti capi di Stato, i governatori delle maggiori banche centrali come FED e Banca centrale Europea ma anche esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale, con intellettuali e giornalisti selezionati.

    L’incontro tra i potenti

    Questo incontro fra i potenti diventa occasione per discutere dei temi più caldi del momento per l’economia globale. Quello del 2026, ad esempio, ha come fulcro il tema del commercio e la politica tariffaria americana, ma anche le tensioni legate alla Groenlandia. Dagli interventi degli esponenti di spicco dell’economia globale, gli investitori di tutto il mondo traggono segnali in tempo reale sulle future tendenze geopolitiche ed economiche.

    I problemi legati alla location

    Con il crescere delle dimensioni e dell’importanza, è diventato sempre meno comodo svolgerlo nel piccolo paesino svizzero. La carenza di alloggi, il costo elevato della sicurezza, le infrastrutture fisiche abbastanza limitate sono tra i maggiori problemi evidenziati dai funzionari del WEF.

    L’idea di traslocare da Davos è stata lanciata da Larry Fink. Costui è presidente di Blackrock e co-presidente ad interim del consiglio di amministrazione del World Economic Forum. Non si può quindi parlare di un semplice rumors ma di un’ipotesi molto concreta. L’idea sarebbe quella di spostare il summit verso altre sedi, a rotazione, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. Al tempo stesso verrebbe ridisegnata la stessa struttura del forum sull’economia globale, che da molti è ritenuto troppo elitario perché coinvolge solo i leader politici e imprenditoriali.

    Favorevoli e contrari

    Ovviamente come in tutti i cambiamenti ci sono delle resistenze da affrontare. I direttori del WEF hanno sottolineato l’importanza storica della sede di Davos anche sotto il profilo turistico, ragione per cui il governo svizzero si oppone al cambio di sede. Anche alcuni dei funzionari del forum continuano a sostenere la candidatura Svizzera.

  • Agricoltura europea, ci sono preoccupanti segnali di declino

    Lo scenario economico del vecchio continente sta cambiando in maniera progressiva ma anche inesorabile. In particolar modo l’agricoltura europea sta attraversando una fase di declino che dovrebbe preoccuparci. A dimostrarlo sono gli ultimi dati riguardo alla produzione di grano.

    Il mercato del grano e l’agricoltura Europea

    agricolturaL’ultimo report pubblicato dal dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) ha evidenziato una novità assoluta poco invidiabile, ossia che l’Europa per la prima volta nella sua storia rischia di diventare un’importatrice netta di grano. Significa che la maggior parte di quello che consumiamo arriva dall’estero perché non riusciamo a produrne abbastanza da soli.

    L’impatto degli eventi climatici

    Gli eventi climatici estremi che hanno colpito Germania e Francia hanno impattato sul 65% dei territori dedicati all’agricoltura. In altri paesi come Spagna, Romania Polonia e Ungheria, il clima avverso ha comportato perdite fino a 30 % per i coltivatori.

    Complessivamente, la produzione del grano in Europa è scesa del 5% e in alcuni casi – la Francia – i raccolti sono stati i peggiori mai visti da decenni a questa parte. Non dobbiamo stupirci allora se ci sono trading con volumi sempre maggiori di import di grano.

    I costi in aumento

    Oltre l’impatto degli eventi climatici estremi, l’agricoltura Europea ha sofferto anche di alcuni fattori tipicamente economici. Ci riferiamo all’incremento del prezzo dei fertilizzanti, che nel giro di un paio d’anni è cresciuto tra il 40 e il 60%. Anche l’aumento del costo dei carburanti e dei prodotti fitosanitari ha finito per aumentare i costi per ettaro, cresciuti di 210 euro.

    Vista la redditività sempre più scarsa, molti agricoltori scelgono di ridurre le superfici coltivate o abbandonare l’attività.

    Le quotazioni del grano

    In questo scenario così complicato dal punto di vista produttivo, le quotazioni del grano europeo sono già salite del 10%. La conseguenza è che si è ridotta la competitività del Vecchio Continente sui mercati globali, incrementando il ricorso all’import. L’USDA ritiene che nel 2027 la carenza di grano nella UE potrebbe toccare i 7 milioni di tonnellate.
    Il futuro dell’agricoltura europea si gioca sulle scelte, o meglio su due opzioni binarie che dipenderà solo dalle decisioni politiche che prenderà Bruxelles. o si garantisce in fretta un cambiamento di rotta oppure saranno guai seri.

  • Prezzi da record per cacao e caffè, cosa si aspetta nel 2025

    Lo scorso anno è stato turbolento sotto vari punti di vista per l’inflazione. In special modo alcune categorie di prodotti hanno vissuto impennate dei prezzi che hanno sconvolto i relativi mercati. È il caso ad esempio di caffè e cacao, le cui quotazioni sono schizzate su livelli che non si vedevano da tempo.

    La corsa dei prezzi

    prezziNel 2024 il prezzo del caffè è cresciuto di circa l’80% mentre l’aumento del cacao è addirittura stato del 170%, creando uno slippage positivo che ha scombussolato il settore.

    Oltre agli effetti globali dell’inflazione, queste due materie prime alimentari sono state spinte al rialzo dalle condizioni climatiche avverse, che hanno inciso sulla produzione globale. Ma ci sono anche altre dinamiche che hanno messo sotto pressione i relativi mercati.

    Il caso del cacao

    I due maggiori produttori di cacao al mondo sono Costa d’Avorio e Ghana. Messi insieme rappresentano circa il 60% dell’intera produzione a livello globale. A causa del cambiamento climatico c’è stato un impatto forte sulle rispettive coltivazioni. Le piogge abbondanti, i forti venti e alcune malattie delle piante hanno ridotto la resa in queste regioni. Alla fine la produzione globale di cacao è scesa del 13,1%, ma siccome la domanda rimane robusta sono stati intaccati livelli delle scorte.
    Lo squilibrio fra domanda e offerta ha finito per innescare un rialzo esorbitante dei prezzi, che hanno chiuso oltre 11.240 dollari a New York sul finire del 2024 (fonte Pocket Option Italia). Il bilancio finale dell’anno, come detto, segna più 170%.

    Il rincaro del caffè

    Un altro grande prodotto alimentare che ha subito feroci aumenti dei prezzi e il caffè. In special modo la varietà arabica – la più pregiata – ha toccato livelli di prezzo che non si vedevano da band a 50 anni. In questo caso i problemi hanno riguardato soprattutto il Brasile, che è il maggiore produttore mondiale di caffè. Le temperature anomale e la siccità hanno inciso sulla produzione, innescando anche il timore di un deficit prolungato.
    Ai fattori climatici si sono aggiunti poi eventi geopolitici, in particolar modo le interruzioni dei commerci lungo il Mar Rosso, che hanno reso più costoso il trasporto delle merci. Le conseguenze sono state un rialzo a 321 centesimi per Libra alla fine dell’anno, con un bilancio finale di più 78%.

    Gli scenari

    La situazione sembra destinata a non migliorare rapidamente nei prossimi mesi. La vulnerabilità dei mercati di cacao e caffè sono ormai sotto gli occhi di tutti e le previsioni per il prossimo anno non sono rosee, al punto che l’industria sta cercando soluzioni nuove per evitare un deficit cronico di offerta, ma servirà del tempo per dare delle risposte al mercato.

  • Valute, le profezie hanno ancora fallito: non esiste un rivale del dollaro

    Periodicamente vengono alla ribalta previsioni che immaginano un futuro in cui il dollaro non è più la regina delle valute. In realtà, ogni volta che questo accade, il tempo finisce per dare sempre ragione al biglietto verde americano.

    Perché il dollaro resta il re delle valute

    valute dollaroNumeri alla mano, si può ad esempio smentire l’ultima fosca previsione riguardo al biglietto verde americano, risalente a circa un paio di anni fa. C’era chi pronosticava una forte discesa della moneta a stelle e strisce, anche del 30 o 40 per cento.

    Lo scenario attuale dice invece che il dollar index, che misura l’andamento del biglietto verde rispetto a un paniere di valute principale, viaggia oltre quota 104 con un market facilitation index che conferma quanto sia robusto. Se consideriamo l’andamento del dollaro rispetto a una delle grandi valute del panorama, lo Yen giapponese, nell’ultimo biennio c’è stata una crescita del 30%.

    Nessuna concorrente credibile all’orizzonte

    Nel mondo esistono circa 180 valute, e nessuna di esse sembra un concorrente – attuale o futuro – davvero credibile per il dollaro americano. Peraltro tra tutte quelle valute esistenti soltanto un numero ristretto ha un ruolo importante nel panorama commerciale internazionale, nelle riserve valutarie delle banche centrali e in ambito finanziario (basta aprire un broker Consob autorizzato per rendersi conto che vengono negoziati a malapena una ventina di valute, incrociandole soprattutto con dollaro ed euro) .

    Non c’è bisogno di dirlo, il dollaro è quello che regna in ognuno di questi ambiti. Bisogna peraltro aggiungere che nel mondo, i paesi che hanno valute ancorate al dollaro rappresentano il 50% del PIL mondiale.

    Le altre valute più importanti

    (Molto) Dietro al re dollaro c’è l’euro. La valuta dell’Eurozona è assai utilizzata, sia come riserva sia in ambito commerciale. Molto più distanziate ci sono Yen giapponese, sterlina britannica e Yuan cinese.

    Proprio la moneta di Pechino era in passato indicata come quella che, nel giro di un paio di decenni, avrebbe spodestato il dollaro dal suo trono. Previsioni che si sono scontrate con la crisi del mercato azionario cinese, con la mancanza di un quadro normativo e la i liquidità dei mercati finanziari. Dai numeri sembra che la de-dollarizzazione sia ancora una pura utopia.

  • Tariffe commerciali, l’America Latina può avvantaggiarsi della presidenza Trump

    Ormai siamo sempre più vicini alle elezioni statunitensi, con il duello tra Trump e Kamala Harris che rimane molto incerto. Spettatori molto interessati di questo duello sono i paesi dell’America Latina, per ragioni puramente economiche riguardanti le tariffe commerciali.

    Le presidenziali USA e le tariffe commerciali

    tariffe import exportDonald Trump ha sempre posto come uno dei caposaldi del suo programma economico l’inasprimento delle tariffe commerciali, allo scopo di ridurre il grosso deficit statunitense. Ha fatto chiaramente intendere che, in caso di rielezione alla Casa Bianca, inasprirà la battaglia dei dazi in corso contro la Cina.
    Ed è qui che entrano in ballo i paesi dell’America Latina, perché da questo scenario otterrebbero un grande vantaggio.

    Una battaglia a suon di tariffe commerciali tra Stati Uniti e Cina finirebbe per penalizzare l’export americano verso il paese del Dragone, con quest’ultimo costretto a cercare nuove fonti di approvvigionamento. Probabilmente non potrebbero essere quelle europee, destinate almeno parzialmente ad allinearsi alle misure statunitensi (come accaduto per le tariffe commerciali sulle auto elettriche). E allora i paesi privilegiati diventerebbero quelli dell’America Latina.

    La prima presidenza Trump

    C’è già un precedente in tal senso, relativo alla prima esperienza di Trump alla Casa Bianca. Durante quel periodo infatti l’export dei prodotti agroalimentari americani verso Pechino subì un profondo declino. La soia ad esempio, prima delle elezioni di Trump vantava un export di 36 milioni di tonnellate verso la Cina, dopo scesero a 8,2 milioni.
    Tutto questo ebbe ripercussioni anche sui prezzi, perché la soia crollò a 780,5 cents/bushel, sui minimi di 10 anni (fonte Pocket Option Italia).

    Il Brasile si sfrega le mani

    Nonostante i tentativi dei produttori americani di bypassare i dazi, adottando anche strategie di hedging trading, di tutto questo scenario se ne avvantaggiò il Brasile, che ha decuplicato le proprie esportazioni verso la Cina. Non a caso dal 2022 è diventato il primo partner commerciale di Pechino.

    Il paese sudamericano vide crescere nello stesso periodo anche l’export di mais verso Oriente, che arrivò a 16 milioni di tonnellate. La carne bovina crebbe a 2,3 milioni di tonnellate. Complessivamente il Brasile durante la presidenza Trump raddoppiò il proprio export da 85 miliardi a 167 miliardi di dollari.
    Ma un discorso analogo vale per molti altri paesi dell’America Latina, che sono ricchi di materie prime agricole (l’Argentina ad esempio è il primo esportatore mondiale di soia) e che per i motivi anzi detti fanno il tifo per Trump.

  • Marketing, le società petrolifere puntano sullo sport per ripulire la loro immagine

    Da un bel po’ di tempo le grandi società petrolifere, finite giustamente nel mirino dell’opinione pubblica per come alimentano la crisi climatica, stanno cercando di ripulire la loro immagine attraverso importanti campagne di marketing (la cui sincerità è decisamente dubbia). Soprattutto di recente un connubio assai praticato è quello con lo sport.

    I numeri della politica di marketing

    marketing petrolioSecondo una ricerca condotta dal New Weather Institute, un think-tank che si occupa del cambiamento climatico, i finanziamenti da parte delle società petrolifere al mondo dello Sport hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 5,6 miliardi di dollari. La più attiva in questo senso è stata Aramco, la compagnia petrolifera Nazionale dell’Arabia Saudita, che ha pompato circa 1,3 miliardi di dollari nel mondo sportivo. Ma sono praticamente tutte le compagnie ad adottare un trend following rispetto a questa strategia.

    Lo scopo fondamentale di questa feroce iniezione di denaro sarebbe di acquisire una sorta di licenza sociale per continuare ad operare, viste le massicce critiche riguardo al loro ruolo fondamentale di alimentare la crisi climatica.

    Nessuno sport si salva

    Questa imponente campagna di marketing globale non sta escludendo alcuno Sport. Sebbene i più finanziati restino gli sport motoristici, anche per via di una maggiore affinità tra i due settori, l’attivismo delle società petrolifere si manifesta anche nel calcio, nel golf e addirittura arriva anche agli sport sulla neve (che dovrebbero essere quanto di più lontano dal loro mondo e dai loro affari).

    Del resto, appena un anno fa, il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman, ammise candidamente che se il lavaggio sportivo fosse servito ad aumentare il PIL del paese avrebbero continuato senza dubbio a farlo. Ed è ciò che sta accadendo.

    Le star più ricercate

    Nell’ambito di questa strategia rientrano anche i corteggiamenti a molteplici star dello Sport. Si pensi a Cristiano Ronaldo che guadagna 200 milioni di dollari l’anno (180 milioni di euro, secondo il cambio attuale pubblicato da Pocket Option Italia), oppure Tyson Fury ed Anthony Joshua. Pagati per andare a trascorrere del tempo in Medio Oriente nell’ambito di contratti veri e propri, oppure di semplici sponsorizzazioni. Tutto questo per riciclare la propria reputazione globale, in barba agli sforzi del mondo per viaggiare verso un’economia verde.

  • Economie emergenti, la stabilità politica diventa un punto di forza

    Malgrado gli ultimi mesi abbiano continuato a offrire un contesto generale caratterizzato da forti tensioni geopolitiche, le economie emergenti non sembrano averne sofferto troppo. Anzi, lo scenario futuro potrebbe essere ancor più favorevole.

    Il fattore politico e le economie emergenti

    economie emergentiDurante il corso dell’anno si contano elezioni in oltre 70 paesi, che rappresentano più della metà del PIL a livello globale. Questo dato già fa capire quanto la politica sarà importante per il futuro delle economie emergenti. Ma proprio sotto questo aspetto arrivano le notizie migliori, dal momento che la stabilità in molti paesi dovrebbe offrire sollievo gli investitori e dare beneficio ai sistemi economici.

    Ad eccezione del dramma che sta vivendo il Venezuela, quasi ovunque le elezioni si sono svolte in un contesto senza violenze di rilievo. Inoltre nella gran parte dei casi chi era al governo è stato confermato, e solitamente la stabilità e la continuità a livello politico rappresenta un vantaggio per le economie emergenti, perché mandano segnali di mercato intriganti agli investitori internazionali.

    I casi più interessanti

    Tra i vari contesti che meritano una certa attenzione, spiccano soprattutto Messico, e Sudafrica e India.
    Il paese centroamericano ha visto il trionfo politico di Claudia Sheinbaum, con l’appoggio del presidente uscente. Nel prossimo futuro sarà il rapporto politico con gli Stati Uniti, e quindi con il prossimo presidente USA, a recitare un ruolo importante. Ma altresì saranno importanti le mosse di politica monetaria della Fed e l’andamento del dollaro, che di recente si è indebolito (anche se la formazione di un diamante Diamond pattern lascia aperta ogni ipotesi per il futuro).

    Sud Africa e India

    In Sudafrica, nonostante il partito African National Congress abbia perso la maggioranza, la creazione di una coalizione di governo alimenta le speranze di continuità politica necessarie per le riforme strutturali. Per questa economia emergente c’è da sottolineare la ricchezza di minerali molto ambiti da Stati Uniti e Cina per la transizione energetica globale.

    Poi c’è l’India, dove il presidente Narendra Modi ha ottenuto un terzo mandato, pur con una maggioranza più risicata. La stabilità politica dell’India sta favorendo la sua crescita costante, ma il suo ruolo sempre più importante nelle catene di produzione globale lo espongono alle perturbazioni del commercio mondiale.

  • Quotazioni del rame destinate a salire per la transizione energetica

    Nonostante quest’anno sia già caratterizzato da un forte aumento di prezzo, e malgrado la forte correzione del mese di giugno, il rally delle quotazioni del rame potrebbe non finire. La prospettiva di un deficit di offerta, o se preferite di un eccesso di domanda, è destinata Infatti a imprimere un’ulteriore spinta rialzista.

    I driver delle quotazioni del rame

    quotazioni del rameIl fattore più importante relativo alle quotazioni del rame si lega al percorso di transizione energetica che stiamo vivendo. La richiesta di metallo rosso crescerà notevolmente nei prossimi anni, dal momento che il rame è un elemento cardine del processo di transizione verso una economia green.
    E’ infatti essenziale non solo per la mobilità elettrica, ma anche per il settore eolico e per gli impianti ad energia solare.

    Secondo delle stime formulate da Goldman Sachs, la richiesta di metallo rosso sarà 6 volte superiore a quella attuale nel giro di dieci anni, arrivando a circa 5,4 milioni di tonnellate. Ma se lo scenario attorno alle rinnovabili fosse ancora più spinto, allora la crescita della domanda potrebbe diventare nove volte superiore.

    L’eccesso di domanda rispetto all’offerta

    Chiaramente questo scenario fa immaginare un eccesso di domanda nei prossimi anni, cosa che di conseguenza agirebbe come fattore rialzista sulle quotazioni del rame. Per questo motivo proprio Goldman Sachs ritiene che il metallo rosso potrebbe registrare un ulteriore aumento del 15% entro la fine di quest’anno, arrivando così a superare i 12.000 dollari per tonnellata.

    Ci sono però anche analisti che sono meno convinti di questo scenario, anche alla luce della recente correzione e della broadening formation (megafono) che si sta concretizzando. Secondo loro nel medio periodo ci sarà uno stallo delle quotazioni del rame, per via soprattutto del fatto che l’economia globale non si riprenderà in maniera così rapida come si spera (soprattutto in Cina, il maggior consumatore di rame al mondo).

    Cosa dice il mercato

    Dall’inizio di quest’anno le quotazioni del rame, fino al loro picco di maggio, erano schizzate verso l’alto di circa il 20% (fonte Pocket Option Italia) Il prezzo del future sul metallo rosso al Comex è cresciuto più velocemente del contratto a termine a tre mesi che viene trattato al London Metal Exchange, spalancando così le porte ad ulteriori aumenti di prezzo sulla piazza londinese, dove ha già superato diecimila dollari per tonnellata.

  • Mercati finanziari, occhio al clima di eccessivo risk-on che si respira

    Negli ultimi mesi sui mercati finanziari si è respirato un clima di euforia e di propensione al rischio per molti versi sorprendente. Per questo motivo alcuni analisti avvisano che c’è un contesto di risk-on eccessivo, che potrebbe portare a delle svolte improvvise nel prossimo futuro.

    Cosa sta succedendo sui mercati finanziari

    mercati finanziariI dati parlano chiaro. Lo S&P 500 si trova ai massimi mentre l’indice VIX (quello della paura che c’è sui mercati finanziari) si trova ai minimi.
    Questo indice – che misura la volatilità delle opzioni Call e put sull’indice S&P 500 – si trova ormai da 50 mesi sotto il livello di 48. Una scia così lunga si era verificata soltanto tra il 2011 e il 2015.
    Ma a quell’epoca i tassi di interesse si trovavano allo zero su tutti i principali mercati dell’occidente (rendendo quasi normale il maggiore appeal del mercato azionario), mentre adesso i tassi di interesse sono a livelli molto elevati (cosa che dovrebbe diminuire l’appetito al rischio).

    Un pericolo sottovalutato

    Questo scenario descrive perfettamente una situazione in cui il pericolo non viene annusato correttamente dagli investitori. L’azionario americano si trova in una situazione in cui l’ipercomprato tecnico è una spada di Damocle che continua a incombere, ma intanto tutti continuano a seguire una strategia trend following, senza contare i segnali di allarme.
    Anche se ci volessimo concentrare sui fatti di casa nostra, guardando all’indice FTSE MIB, si può sottolineare come moltissimi titoli sono in una situazione di ipercomprato tecnico pluriennale dell’indicatore RSI. Ovvero, uno scenario di prolungata anomalia.

    Correzione e slippage

    Il rischio che si possa assistere a di una forte correzione se non addirittura un downtrend è quindi molto concreto. Del resto le condizioni sono le stesse che si verificarono in occasione della bolla delle dotcom e successivamente con lo scoppio della crisi dei subprime. E quando comparirà l’hanging man (la candela tecnica peggiore, ossia “impiccato”) molti potrebbero pentirsi di non aver valutato bene le insidie di questo contesto.

    Chi ama il rischio farebbe in ogni caso bene a coprirsi con le obbligazioni, che vantano in media dei buoni rendimenti. Quella a lungo termine è in alcuni casi anche a breve periodo potrebbero essere una scelta positiva, chiaramente se si selezionano bene gli asset.

  • Crescita economica, si può tornare a scommettere sulla Cina?

    Dopo anni di debolezza, la crescita economica cinese sembra far vedere una luce in fondo al tunnel. Il primo trimestre di quest’anno si è chiuso infatti con un incoraggiante +5,3%, che fino a pochi anni fa sarebbe stato accolto con delusione, ma stavolta rappresenta un piccolo spiraglio di ottimismo (anche perché è superiore all’obiettivo posto da Pechino del 5%).

    La Cina e la crescita economica

    economia cineseProbabilmente è ancora presto per dire se la Cina sia veramente uscita da un lungo tunnel nel quale si era infilata con lo scoppio del Covid (con la situazione peggiorata a seguito della crisi del settore immobiliare). L’adozione di forti politiche espansive e il costante impegno del governo per favorire la crescita economica stanno indubbiamente agendo In senso positivo.

    Tuttavia le basi della crescita economica del paese del dragone non sembrano ancora solide, soprattutto se guardiamo al pericolo deflazionistico e alla grande crisi del settore immobiliare.

    Il mercato che stuzzica

    Se però ci concentriamo sul mercato azionario, i segnali di ripresa della crescita economica cinese devono essere un fattore di grande interesse. Ricordiamo che da circa tre anni e mezzo il mercato azionario di Pechino sta sottoperformato ampiamente i listini finanziari di tutto il mondo (la sua performance viaggia sotto le medie mobili degli altri), inclusi anche quelli degli altri paesi emergenti.

    Nel 2023 lo S&P 500 è cresciuto del 22%, mentre il CSI 300 Index ha perso il 13% (in euro). Questo significa che i prezzi dei titoli cinesi sono assolutamente convenienti. In alcuni casi le valutazioni viaggiano su livelli che non si vedevano da circa un decennio. Inoltre, il rapporto prezzo/utili della Borsa di Shanghai è ai minimi da fine 2014.

    Opportunità o no?

    Bisogna quindi chiedersi con attenzione se la Cina rappresenta una opportunità in questo momento, oppure una “Value Trap“. Gli analisti sul punto sembrano divisi, perché c’è chi pensa che il mercato cinese sia un’opportunità di tipo contrarian troppo ghiotta per lasciarsela scappare (viste anche le prospettive di crescita economica) e chi invece ci vede solo dei segnali di investimento tipici di una value trap (trappola di valore).
    In ogni caso, la parola d’ordine per chi decide di tornare a guardare alla Cina sarà prudenza.

  • Reddito fisso, cresce l’appeal per i paesi emergenti

    Una delle caratteristiche relative ai paesi emergenti è quella di avere un coefficiente di rischio maggiore, cosa che spesso spaventa gli investitori. Tuttavia lo scenario che si sta concretizzando ultimamente, nell’ambito di special modo del reddito fisso, fa ritenere che questo rischio possa essere ben ripagato.

    Lo scenario emergente sul reddito fisso

    paesi emergentiSotto diversi punti di vista l’andamento dei mercati emergenti sta registrando evidenti miglioramenti. In special modo alcuni di loro evidenziano una crescita economica più robusta e al tempo stesso gli indicatori di momentum mostrano una dinamica calante dell’inflazione più rapida rispetto ai paesi avanzati.

    Ciò è avvenuto perché gli stimoli forniti dalle banche centrali sono stati più moderati, grazie al fatto che avevano cominciato il ciclo di rialzi dei tassi di interesse con anticipo rispetto, ad esempio, a Stati Uniti ed Eurozona. Per questo motivo oggi il reddito fisso di alcuni di questi mercati è molto interessante per gli investitori. Ancora di più se paragonato a quello dei paesi industrializzati.

    Due dati eclatanti

    Un esempio numerico chiarisce meglio la situazione. Brasile e Messico, i due paesi emergenti più performanti ultimamente, hanno un tasso di interesse di circa l’11%, con un’inflazione che viaggia attorno al 4,5%. Si ottiene così un rendimento reale da reddito fisso di poco superiore al 6%.

    In questo contesto va inoltre considerata la situazione delle valute di questi paesi. In alcuni casi le valute emergenti sono avvolte da uno scenario favorevole, chi fa immaginare un ruolo rialzo in futuro. Il peso messicano, ad esempio, nell’ultimo anno ha guadagnato il 6% rispetto al dollaro americano. Di conseguenza, il rischio di minore affidabilità redditizia potrebbe essere più che compensato da ritorni enormemente elevati. Ecco allora che affidarsi a un broker affidabile e selezionare bene i Paesi in cui investire, può diventare molto proficuo.

    Scelta tra valuta forte e debole

    In ogni caso si ha la possibilità di scegliere tra l’investimento in valuta forte oppure in valuta locale, a seconda di come si sviluppi l’attrattività dei ritorni potenziali. Ad esempio, nei paesi con limitati i problemi di liquidità convengono gli investimenti in reddito fisso denominati in dollari, mentre i Paesi con valutazioni interessanti e una bilancia commerciale solida (oltre ai già citati Brasile e Messico ci sono anche l’Indonesia e il Sudafrica) conviene puntare sulle obbligazioni in valuta locale.

  • Imprese, il settore delle Utility è pronto per una grande ripresa

    Nell’ultimo anno e mezzo, le imprese che fanno parte del settore delle utility hanno sofferto uno scenario economico decisamente poco favorevole. Tuttavia ci sono diversi fattori che fanno ritenere che il quadro complessivo stia per cambiare, generando nuove opportunità di crescita.

    Le difficoltà vissute dalle imprese

    imprese utilitiesLe aziende che si occupano di offrire servizi di pubblica utilità hanno sofferto notevolmente il periodo di tassi di interesse elevati, che le banche centrali hanno dovuto vivere per combattere l’incremento dell’inflazione.

    I costi di finanziamento elevati infatti hanno scoraggiato gli investimenti in infrastrutture, in special modo quelli riguardanti progetti di transizione energetica. Le imprese che hanno sofferto di più sono proprio quelle del settore delle rinnovabili. Allo stesso tempo, tassi di interesse elevati comportano la concorrenza più forte da parte dei titoli di Stato, visto che il loro rendimento è diventato più allettante.

    La mini-crisi

    Le difficoltà delle imprese del settore utility sono evidenti guardando alle performance degli indici azionari corrispondenti.
    A Wall Street, il mercato azionario più importante al mondo, la sottoperformance delle utility rispetto all’indice principale è stata superiore al 30%. In Europa nel 2023 è andata un po’ meglio, ma nel corso di questo 2024 la sottoperformance ha già raggiunto il 13%, e questo accade in tutti gli indici Nazionali (FTSE Mib, Dax Xetra, Ibex, Cac, ecc).

    La debolezza dei prezzi delle utilities tuttavia diventa adesso un’opportunità, dal momento che nella maggior parte dei casi le aziende sembrano sottovalutate. Tutto questo senza considerare lo scenario globale che potrebbe diventare molto favorevole di cui a breve.

    Prospettiva interessante

    Il primo fattore importante è appunto l’andamento dei tassi di interesse. Le banche centrali stanno per cominciare il ciclo di tagli al costo del denaro (la Banca Centrale Svizzera già ha cominciato), e questo spingerà progressivamente le imprese ad investire nei loro progetti.

    Un altro fattore importante riguarda i prezzi dell’energia. Negli ultimi mesi il mercato ha viaggiato su previsioni talmente caute da risultare fortemente pessimistiche. In realtà i prezzi dell’energia elettrica sono calati del 20% da inizio anno, e non dovrebbero scendere ancora molto. Val la pena ricordare che i prezzi dell’energia sono una variabile determinante per le valutazioni delle Utility, a causa delle correlazioni con i prezzi dell’energia elettrica.

    Un altro fattore che potrebbe dare slancio alle utilities è la domanda di energia elettrica. Il recente calo visto negli ultimi mesi è quasi esclusivamente legato alla frenata dell’attività industriale, ma con i tagli e i tassi di interessi e la conseguente crescita economica la domanda potrebbe nuovamente salire.

  • Mercato delle materie prime, ecco perché le dinamiche di prezzo non sono uguali per tutti

    Negli ultimi mesi l’andamento dell’inflazione è stato complessivamente calante, segno che gli sforzi fatti dalle banche centrali di tutto il mondo stanno avendo effetto. Tuttavia, se ci spostiamo sul mercato delle materie prime possiamo osservare delle dinamiche contrastanti tra le varie commodities. A tutto questo c’è una spiegazione.

    C’è differenza tra mercato e mercato

    materie primeSoprattutto nell’ultimo periodo, si stanno intensificando le dinamiche differenti nella formazione dei prezzi sul mercato delle materie prime. Questo avviene sia per l’andamento della tendenza precedentemente in corso (al rialzo o al ribasso), sia per fattori strettamente attinenti ai fondamentali che contribuiscono alla formazione dei vari prezzi.

    L’energia cresce

    Il mercato delle materie prime energetiche è quello che più di tutti è sensibile alle fluttuazioni di breve periodo, diventando terreno fertile per tecniche di scalping 5 minuti. In particolar modo, questo settore sta risentendo soprattutto delle tensioni a livello geopolitico, che vanno ad influenzare in primo luogo il prezzo del petrolio. Questo avviene perché crescono i timori di una riduzione dell’offerta, e la conseguente formazione di un deficit sul mercato. Per questo motivo, da metà febbraio l’indice finanziario delle materie prime energetiche è andato verso l’alto.

    I metalli in ordine sparso

    Sul mercato dei metalli invece il driver principale dei prezzi sono i fattori fondamentali relativi alla domanda e all’offerta. Per questo motivo, le tendenze all’interno del settore possono essere molto differenti a seconda del tipo di metallo preso in considerazione.

    Nel mercato dei metalli ferrosi la tendenza è principalmente ribassista, perché risente della scarsa crescita economica della Cina che indebolisce la domanda di metallo.
    Sul versante opposto invece ci sono i metalli non ferrosi. Su questo mercato invece, dopo aver segnato un doppio minimo, i prezzi sembrano indirizzarsi verso il rialzo, principalmente grazie al traino del rame per il quale si prevede una deficit di offerta (cosa che rappresenta un fattore rialzista per il prezzo).

    L’oro fa un settore a sé stante

    Un discorso a parte merita invece l’oro, che viene considerato un bene rifugio. Questo significa che il suo prezzo è molto sensibile tanto all’andamento delle politiche monetarie quanto alle escalation delle tensioni sul fronte internazionale.

  • Prezzo di oro e argento sempre più divergenti , cosa succede?

    Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad una corsa veemente del prezzo dell’oro, che è riuscito a salire sui 2200 dollari per oncia. A differenza del suo collega più prezioso, l’argento invece non è riuscito a ritestare i massimi che raggiunse nel 2020 (28 dollari). Peraltro è decisamente ancora al di sotto dei suoi record storici (circa 50 dollari). Perché c’è questa divergenza?

    Cosa incide sulle dinamiche di prezzo

    argentoStoricamente le dinamiche del prezzo di oro e argento sono state sempre abbastanza simili, soprattutto perché condividono il loro ruolo di riserva di valore. Quando l’oro cresceva, di solito anche l’argento cresceva in proporzione, creando un gioco a zero spread.

    Tuttavia negli ultimi anni il rapporto tra oro e argento, che esprime il prezzo dell’oro come multiplo del silver, è addirittura triplicato superando quota 90. Questa divergenza nasce dai fattori determinanti della domanda di argento.

    L’argento e il suo ruolo industriale

    Il grosso della richiesta di argento deriva sostanzialmente da applicazioni industriali, che rappresentano circa il 75% della domanda totale. Anche se l’argenteria e la gioielleria costituiscono ancora una quota rilevante della domanda fisica di argento, questo metallo trova larga applicazione e soprattutto nell’ambito della transizione energetica, per la realizzazione di batterie e celle fotovoltaiche. Proprio il calo della richiesta rispetto alla forte offerta ha contribuito alla scarsa performance dell’argento nel corso del 2023.

    Il prezzo del silver metal infatti è stabilmente sotto i 26 dollari per oncia da un paio di anni. La quotazione ha testato più volte questo limite superiore, formando anche un triplo massimo tecnico, ma non l’ha mai superato.

    Prospettive e performance

    Le prospettive sono tuttavia molto positive per l’argento. Anzitutto la richiesta di metallo è destinata ad essere superiore all’offerta ancora per un bel po’ di tempo, visto che la produzione mineraria ancora non si è ripresa del tutto dopo la crisi covid. Inoltre l’argento è un metallo più ciclico rispetto all’oro, e questo vuol dire che nei periodi di ripresa economica tende a performare meglio, mentre in quelli di crisi va decisamente bene.

    Il contesto macro-globale dovrebbe migliorare decisamente tra la fine del 2024 e gli inizi del 2025, è proprio questo spinge molti analisti a ritenere che il prezzo dell’argento potrebbe andare decisamente al rialzo nella seconda metà di quest’anno.

  • Mercati, l’euforia per l’Argentina di Milei si è già spenta

    L’elezione presidenziale di Javier Milei era stata accolta come una grande svolta per l’economia argentina, tanto che i mercati avevano accompagnato la cavalcata presidenziale con rialzi sontuosi, soprattutto sulla Borsa di Buenos Aires.
    Il vento però è drasticamente cambiato, e lo scetticismo verso le ricette dell’anarco-capitalista che occupa la Casa Rosada è aumentato.

    E’ cambiato l’umore dei mercati

    economia argentinaAlcuni numeri servono a rendere bene l’idea, confrontando scenario passato e quello attuale. Nella seconda metà del 2023, la Borsa di Buenos Aires aveva viaggiato all’insegna del Toro. Il principale listino del paese nell’arco di un anno è riuscito a guadagnare il 370%. Se consideriamo solo il periodo post-elettorale, la percentuale di crescita è stata del 67%.

    Va precisato che la svalutazione del Peso argentino (il cambio dollaro-peso valeva 1830 a inizio 2023, adesso vale 840 con l’ADX indicator che non accenna a cambiare direzione) ha di fatto gonfiato i numeri di questo rally, comunque la crescita c’è stata ed anche molto forte. Ad innescarla erano state le promesse di tagli alla spesa pubblica e di privatizzazione di interi settori dell’economia da parte di Milei.

    La realtà differente dalla fantasia

    L’euforia e l’entusiasmo del periodo post elettorale lentamente però ha iniziato ad affievolirsi. La mazzata più pesante è stata la bocciatura della maxi riforma (legge Omnibus), che avrebbe dovuto cambiare radicalmente l’economia argentina. La riforma è stata prima ridimensionata in Commissione, in quindi respinta dal Congresso all’inizio di febbraio. Bisogna rifarla.

    La bocciatura ha avuto un effetto raggelante sui mercati, perché si è capito che l’ago della bilancia al Congresso sono i rappresentanti del partito liberale, che hanno posizioni molto più moderate rispetto a quelle del presidente.
    Dopo il flop della riforma la Borsa di Buenos Aires ha imboccato una via della discesa, perdendo nel mese di febbraio il 23%, con una intensa escursione di volatilità (che piace agli speculatori ma non agli investitori). L’unica buona notizia per Milei è che nel mese di gennaio, per la prima volta 12 anni, c’è stato un avanzo finanziario con un surplus pari a oltre mezzo miliardo di euro.

  • Tassi di interesse, anche le elezioni USA hanno il loro peso

    Mancano ormai pochi mesi alle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti. La probabile sfida tra Biden e Trump non sarà soltanto un evento politico, ma avrà importanti implicazioni economiche, anche riguardo l’andamento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve.

    Le presidenziali e i tassi di interesse

    elezioni usaSappiamo che la Federal Reserve è alle prese, come tutte le banche centrali mondiali, con la lotta all’alta inflazione tramite un aumento aggressivo dei tassi di interesse. Il ciclo di strette sembra però ormai concluso. Il nodo della questione però è quando sarà il momento migliore per cominciare ad abbassare il costo del denaro.
    Sotto questo aspetto, la Federal Reserve sa benissimo che non può ignorare l’evento clou dell’anno, che sono le elezioni di novembre.

    Sui mercati OTC è parere abbastanza diffuso che la banca centrale americana proverà ad anticipare i tagli di interessi per evitare di fare un cambio di rotta di politica monetaria a ridosso dell’appuntamento elettorale. Una mossa contraria infatti potrebbe essere tacciata di avere un indirizzo politico, più che economico.
    In secondo luogo, c’è la convinzione che la Federal Reserve spingerà forte sul taglio dei tassi nel secondo semestre, in modo che il nuovo presidente si troverà in una posizione più comoda per poter agire con le sue ricette economiche.

    Quindi cosa aspettarsi dalla Fed

    Quali saranno le strategie a breve termine della banca di Washington? E lecito aspettarsi che la FED comincerà a tagliare i tassi di interesse verso la metà dell’anno. I mercati speravano che avrebbe cominciato a farlo prima, ma di recente è arrivata la doccia gelata, cosa che peraltro ha spinto il dollaro statunitense sul mercato valutario oltre quota 104.
    Dopo il primo taglio, è presumibile che si continuerà a piccoli passi anche nelle riunioni successive.

    La nomina del Capo

    C’è poi un altro aspetto importante che lega le presidenziali di novembre alla Banca Centrale Americana. Ossia la nomina del presidente della Federal Reserve, giacché il rischio di un candidato non ortodosso le cui decisioni siano fortemente influenzate dal Presidente è concreto. Tuttavia, al Senato americano c’è una Intesa bipartisan riguardo alla necessità di garantire l’indipendenza della Federal Reserve sempre sempre e comunque.

  • Mercato del petrolio, l’OPEC si trova a un bivio insidioso

    Nell’ultima riunione tenuta dal cartello dei produttori del mercato del petrolio è maturata una decisione scontata, ossia la continuazione della politica dei tagli alla produzione per sostenere il prezzo. Ma cosa accadrà nei prossimi mesi?

    Lo scenario per il mercato del petrolio

    mercato del petrolioPer bilanciare la frenata della domanda di oro nero, lo scorso mese di novembre il cartello dei produttori a varato nuovi tagli di circa 900.000 barili al giorno, che portano il totale complessivo di riduzione dell’output (includendo anche i tagli volontari sauditi e russi) a 2,2 milioni di barili al giorno.

    Fino a marzo si andrà avanti, così ma tra poco l’OPEC dovrà decidere se confermare questa politica, aumentarla ulteriormente oppure ridurla. Probabilmente una risposta l’avremo solo nelle prossime settimane, ma intanto si possono fare delle ipotesi sulle azioni e le reazioni del mercato del petrolio.

    L’ipotesi di allentamento delle restrizioni

    Se il cartello dei produttori decidesse di ammorbidire un poco le restrizioni portate avanti finora, il mercato del petrolio potrebbe imboccare la strada di un surplus di offerta abbastanza prolungato, cosa che agirebbe sui prezzi in ottica ribassista (e potrebbe produrre una candela inverted hammer del prezzo).

    L’ipotesi di continuazione dei tagli

    Dall’altro canto però, se l’Opec decidesse di confermare i tagli fino alla fine dell’anno, potrebbe non ottenere l’effetto sperato di stimolare i prezzi. Da un lato infatti bisogna vedere se i singoli paesi membri saranno fedeli alle decisioni prese, riducendo effettivamente la propria quota produttiva. Dall’altro lato il calo produttivo provoca rendimenti decrescenti, a maggior ragione se il prezzo del barile non dovesse poi risalire la china.

    I precedenti recenti

    Bisogna ricordarsi che nell’ultimo periodo non sono stati i tagli dell’Opec a innescare la ripresa del prezzo, bensì il rischio geopolitico e la ripresa delle importazioni dalla Cina. Per il cartelloe quindi fare trading con volumi di produzione non sarà affatto facile. Inoltre i record di produzione registrati negli Stati Uniti (e anche in altri paesi) significano che l’offerta rimane robusta malgrado le restrizioni da parte del cartello. Proprio la corsa dei produttori americani potrebbe essere il fattore più critico da tenere presente per l’OPEC nella sua prossima decisione.

  • Mercati finanziari, robotica e AI (artifical intelligence) battono la sostenibilità

    Il tema della transizione energetica continua ad essere uno dei più discussi in ambito internazionale, conservando un certo appeal anche sui mercati finanziari. Tuttavia i veri vincitori del 2023 sono altri: intelligenza artificiale ed automazione.

    I temi più cari ai mercati finanziari

    roboticaPer capire quali tendenze hanno dominato nel corso dell’ultimo anno, bisogna guardare soprattutto agli afflussi e deflussi di denaro che sui mercati finanziari hanno riguardato gli ETF tematici europei.

    Ebbene la scena è stata dominata dagli ETF tecnologici riguardanti i temi di robotica, automazione e intelligenza artificiale. Su un totale di 2,2 miliardi di dollari di afflussi in entrata complessivi, oltre 1,4 miliardi di dollari sono stati indirizzati verso questi temi. Parliamo quindi del 65% degli afflussi totali.

    Gli altri temi sul podio

    Al secondo posto per afflussi netti si sono piazzati gli ETF sui temi beni di lusso. I mercati finanziari hanno registrato denari in entrata per circa 200 milioni di dollari. Bisogna tuttavia evidenziare che una gran parte di questi afflussi si è verificata nel primo trimestre del 2023, quando la riapertura della Cina dopo il lockdown sembrava essere il preludio alla cavalcata economica del gigante di Pechino (che è il mercato principale del settore luxury). Gli indicatori leading erano tutti apparecchiati per una forte rirpesa, ma questo scenario invece non si è verificato.

    Ecco la sostenibilità ambientale

    Per vedere il tema della sostenibilità bisogna arrivare al gradino più basso del podio. In questo caso bisogna sottolineare come gli investitori dei mercati finanziari abbiano riposizionato i loro portafogli. Anziché puntare su aree specifiche della transizione verde, è stata data preferenza alla sostenibilità nel suo complesso.
    Altra cosa da sottolineare è il forte deflusso ha avuto dalla componente Clean Energy, chiaramente condizionato dal fatto che molte società del settore eolico hanno attraversato un periodo difficilissimo (la Gravestone Doji degli indici di settore è un dato eclatante), a causa degli altissimi costi di investimento dovuti all’impennata dei tassi di interesse.

  • Finanza e abusivismo, oltre mille chiusure disposte dalla Consob in 5 anni

    Il settore della finanza continua ad essere ricco di squali, soprattutto quando si parla di servizi resi via internet. Lo rende chiaro in modo evidente il bilancio dell’attività della Consob, la nostra Authority dei mercati finanziari, dell’ultimo quinquennio.

    L’attività della Consob a tutela della finanza

    consobIn circa 5 anni di attività, l’Authority italiana ha oscurato mille siti finanziari che non avevano le necessarie autorizzazioni per operare. Portali che nel corso del tempo avevano catturato migliaia di clienti, che ahiloro difficilmente riusciranno a recuperare i propri soldi (in certi casi parliamo di centinaia di migliaia di euro). Anche perché spesso dietro questi siti ci sono società fittizie con sede in paradisi fiscali.

    I poteri della Consob

    Dal 2019, grazie al Decreto Crescita, i poteri della nostra Authority sulla finanza si sono fatti più forti, rendendo possibile l’oscuramento di quei siti che illecitamente propongono servizi per la finanza. Tuttavia dal momento della segnalazione a quello dell’oscuramento possono passare settimane, e inoltre ragioni tecniche allungano di altri giorni preziosi l’efficacia dell’oscuramento.

    La caccia grossa nel trading online

    L’ambito in cui questi siti trovano terreno più fertile e quello del trading sui derivati. Spesso propongono CFD sui titoli di borsa, oppure sono opzioni binarie broker Europei, ma soprattutto sono siti di trading sulle criptovalute. Questi portali sfruttano esche allettanti, spesso utilizzando abusivamente ignare celebrità per convincere le persone che ci sono guadagni facili e sostanziosi, anche grazie all’attività di call center molto aggressivi.

    Talvolta lo schema era così sofisticato che alcune vittime venivano adescate anche da una falsa Consob, che dietro pagamento di alcune spese prometteva il recupero integrale del capitale. Insomma una truffa nella truffa.

    L’avvertimento

    Dal momento che questo schema continua a ripetersi, e nuovi siti abusivi della finanza continuano a spuntare fuori, la Consob rimarca l’importanza di un uso consapevole di internet, e soprattutto in vita sempre a fare una verifica delle necessarie autorizzazioni di questi operatori. Bisogna sempre utilizzare broker regolamentati Consob per effettuare investimenti online in modo sicuro e consapevole.

  • Economia della Eurozona, c’è forte rischio di rimanere impantanati nella stagnazione

    Dalla seconda metà del 2022, l’attività economica nella Eurozona si è infilata nel tunnel della stagnazione. Nonostante le prospettive siano migliorate, per il futuro rimane comunque il rischio che il 2023 sarà per l’economia della Ue ancora un anno fiacco.

    Cosa aspettarsi per l’economia

    economia ueCi sono alcuni nodi importanti che continuano a frenare lo slancio dell’economia Europea. La maggior parte delle componenti della domanda privata se non si muovono in calo, riescono soltanto a muoversi lateralmente.

    L’incremento dei tassi ha provocato una contrazione degli investimenti, e allo stesso tempo stanno comprimendo i profitti delle imprese, a loro volta penalizzati anche alla crisi dei consumi.

    La buona notizia arriva dal calo dell’inflazione (si vedano i dati XTB group), che dovrebbe migliorare il potere d’acquisto delle famiglie e stimolare così almeno una moderata crescita dei consumi privati nel 2024.

    La nuova normalità

    Dobbiamo comunque abituarci ad una crescita che sarà prossima allo zero per diverso tempo ancora. Fattori come l’invecchiamento della popolazione e i modesti incrementi di produttività non si cambiano da un giorno all’altro, per cui la crescita fiacca dell’economia europea potrebbe diventare la nuova normalità per i prossimi anni.

    Nel calderone vanno peraltro messe ulteriori sfide che attendono l’Eurozona, a cominciare dai prezzi dell’energia ancora elevati, che soffieranno come un vento strutturale contrario sull’economia. Inoltre c’è la possibilità che il divario rispetto alla crescita statunitense aumenterà, penalizzando ulteriormente la produttività della UE. Insomma, i segnali in tempo reale che ci manda il mercato non sono positivi.

    La BCE

    La vera novità dei prossimi mesi potrebbe essere l’intervento accomodante della Banca Centrale Europea sui tassi di interesse. L’economia sta chiedendo disperatamente delle misure di stimolo, che la Banca Centrale potrebbe varare nella prima metà del 2024 effettuando il primo taglio al costo del denaro dopo un lungo ciclo di manovre restrittive.

  • Economie emergenti, tre certezze danno più fiducia nel futuro

    Quest’anno vissuto tra tensioni geopolitiche, rialzi dei tassi di interesse a livello globale e la corsa dell’inflazione, non ha fatto che aumentare il contesto incerto che avvolge sempre le economie emergenti. Su di essi si sente spesso la massima : le cose non sono mai né belle né brutte come sembrano. Ma come interpretare quello che sta succedendo?

    Le certezze delle economie emergenti

    economie emergentiSi deve partire da quello di cui si ha certezza. Anzitutto i fondamentali delle economie emergenti, che sono molto solidi sia rispetto alla loro storia che ai mercati sviluppati. Gli indicatori leading principali sono infatti i migliori dal 2009. Se viene inclusa anche la Cina (che è una “emergente” per modo di dire, visto che parliamo della seconda forza mondiale), l’indice dei mercati emergenti è vicino al livello più alto di sempre.

    Anche i mercati azionari offrono una sponda interessante. Il rapporto p/e corretto per l’inflazione (Cape) dell’indice Msci Em, che misura l’andamento dei titoli rispetto agli utili è pari a 10,7x, circa un terzo del livello dell’indice S&P 500 (29,5x). Ciò significa che il mercato azionario degli emergenti è più fertile da un decennio a questa parte, ed è anche molto interessante rispetto al dollaro Usa (in aggregato).

    Le banche centrali

    Un altro elemento di certezza è il comportamento delle banche centrali. Le loro decisioni e la loro retorica rende chiaro che questo ciclo di inasprimento è finito. Peraltro alcuni istituti delle economie emergenti hanno iniziato già a tagliare il costo del denaro.
    Per la prima volta nella storia, nei prossimi quattro trimestri si prevede che i tassi d’interesse dei mercati emergenti scenderanno al di sotto di quelli del dollaro (il Market facilitation index aggregato).
    La disponibilità di finanziamenti più convenienti in questi Paesi, unita alla relativa attrattiva dei rendimenti azionari rispetto a quelli del reddito fisso, dovrebbe sostenere in futuro sia le società che i rendimenti del mercato azionario.

    Anche se le incertezze sono sempre dietro l’angolo, le economie emergenti sembrano offrire l’accesso ad alcune delle opportunità di crescita strutturalmente più vantaggiose, e quindi un universo interessante in cui investire.

  • Gestione patrimoniale, boom del private banking nel 2023

    Malgrado la situazione a livello geopolitco ed economico non sia certo delle migliori, il 2023 del private banking sta viaggiando su binari dritti e sicuri. Tanto che a fine anno la gestione patrimoniale dovrebbe superare i 1000 miliardi, secondo le stime della stessa Associazione di settore (Aipb).

    I numeri della gestione patrimoniale

    gestione patrimonialeNel primo semestre, la corsa del settore è stata propiziata dal buon andamento dei mercati finanziari, che ha accresciuto il valore dei portafogli delle famiglie rispetto al 2022. A questo bisogna aggiungere anche l’aumento della raccolta netta da parte dei fondi di gestione patrimoniale.

    Il fatto che la componente più incisiva sarà la raccolta netta, fa capire che è aumentato il numero di famiglie facoltose, ossia coloro che hanno una ricchezza finanziaria investibile uguale o superiore a 500 mila euro.

    Nella seconda metà dell’anno invece, pur essendoci stata una crescita inferiore, l’effetto finale non inciderà negativamente sul bilancio annuale.
    La crescita sarà composta per un 5,3% dalla nuova raccolta, e per un altro 2,9% grazie all’effetto mercato (ossia la price action dei singoli asset).

    Cambiano i portafogli dei clienti

    L’Osservatorio Aipb 2023 ha evidenziato anche i cambiamenti avvenuti nella gestione patrimoniale, a seguito degli eventi geopolitici e della crisi economica.

    Nei portafogli gestiti c’è stato un ribilanciamento dovuto alla crescita dei tassi di interesse da parte delle banche centrali. Per questo la liquidità è confluita prevalentemente nel reddito fisso (quasi un terzo del totale), ossia obbligazioni e titoli di Stato. La crescita del 33% (dati XTB group) segna una inversione netta rispetto al trend recente.
    È cresciuta anche la sensibilità delle famiglie per gli investimenti sostenibili. E’ rimasto stabile il gestito, mentre è stato un anno in rosso per l’assicurativo, con deflussi per circa otto miliardi di euro.

    Troppi si affidano al “fai da te”

    Infine l’indagine evidenzia che, anche se è cresciuto il ricorso ai private banker (e la quasi totalità degli intervistati è soddisfatto del proprio private banker), c’è una grossa fetta di persone che ancora preferisce il fai da te, o addirittura preferisce non fare niente proprio. Si tratta di circa 400 miliardi di euro, pari a una quota di mercato del 35%.

  • Prezzo dell’oro, segnali chiari indicano la fine della corsa

    La corsa del prezzo dell’oro potrebbe ormai aver superato il suo picco. E ci sono diversi segnali che lasciano immaginare una possibile discesa nei prossimi mesi, con il metallo giallo che verrebbe scalzato dall’argento.

    Lo scatto del prezzo dell’oro

    prezzo dell'oroL’ultimo impulso alla quotazione del metallo prezioso è stato attivato nel mese di ottobre. La tensione geopolitica scoppiata dopo l’aggressione di Hamas a Israele, e il successivo scoppio del conflitto in Medio Oriente, avevano scatenato un clima di avversione al rischio sui mercati finanziari. Questo ha portato il prezzo dell’oro da poco più di 1800 dollari l’oncia, fin sopra i 2000 dollari.

    Questa corsa al rialzo peraltro è stata accompagnata da un incremento della volatilità, che è passata da una media del 9% settimanale fino a un massimo del 16%. Soprattutto nell’immediatezza dello scoppio del conflitto.
    Proprio il successivo ritorno della volatilità verso valori più normali 12%, è il primo segnale che il clima di avversione al rischio sta lentamente rientrando. Ciò si lega al fatto che il timore di un allargamento del conflitto si è quasi del tutto affievolito.

    Il premio e le banche centrali

    Un altro aspetto importante da sottolineare è di natura tecnica. L’oro infatti continua ad essere scambiato con un premio incredibilmente alto rispetto ai rendimenti reali. Tuttavia questi ultimi sono destinati a rimanere a livelli abbastanza alti, e comunque superiori a 2%. Ciò crea uno scenario poco favorevole al prezzo dell’oro.

    Anche le banche centrali hanno un ruolo importante. Nei primi nove mesi dell’anno gli acquisti di lingotti da parte degli istituti centrali sono cresciuti del 14% rispetto al 2022, accumulando trading con i volumi per oltre mille tonnellate, un record che però sembra destinato a non essere continuato.

    Il testimone passa all’argento

    Con il prezzo dell’oro che pare destinato a scendere, potrebbe invece crescere quello dell’argento. Il silver metal all’inizio di ottobre è sceso ai minimi sui 21 dollari prima di cominciare una lenta risalita dopo aver attraversato diversi livelli di supporto e resistenza. Il recente calo dei rendimenti dei Treasuries a 10 anni è un fattore positivo per quei metalli ad alto Beta come l’argento, che viene anche favorito dalle migliori prospettive per le industrie, dove è molto utilizzato.

  • Acquisto di Twitter finora è una delusione feroce per Elon Muk

    Finora l’affare Twitter è stato a dir poco deludente per Elon Musk. Da quando ha effettuato l’acquisto del colosso dei social (che nel frattempo ha cambiato nome diventando X), l’azienda ha più che dimezzato il suo valore.

    Valore attuale e prezzo d’acquisto

    muskSe facciamo due conti, basandoci sul fatto che il social network ha distribuito azioni ai dipendenti ad un prezzo di 45 dollari, ne viene fuori che la valutazione di X non arriva neppure a 20 miliardi di dollari.

    Quindi meno della metà dei 44 miliardi di dollari che il magnate australiano pagò per completare una rocambolesca operazione (dalla quale a dire il vero si sarebbe voluto tirare fuori, ma questioni legali glielo hanno impedito).

    Tassi e debiti

    Il grosso problema che ha avuto Elon Musk è che per finanziare l’acquisto di Twitter ha dovuto contrarre debito, proprio nel momento in cui i tassi di interesse volavano sempre più in alto.
    Se da un lato i costi sono lievitati, dall’altra gli introiti sono precipitati, seguendo una traiettoria trend following discendente. I ricavi pubblicitari praticamente sono la metà di quelli che aveva Twitter, perché c’è stato un calo degli utenti di circa il 7%, sia per le controversie posizioni politiche assunte strada facendo da Musk.

    Bilancio negativo

    Malgrado una feroce operazione di taglio dei costi, principalmente quelli legati all’organico ridotto addirittura del 80%, il bilancio di X si avvia ad essere decisamente negativo. Non ci si aspetta un ritorno all’utile prima del 2024.

    Musk e le banche

    Fortunatamente per Elon Musk, queste vicissitudini finanziarie non sono un grande problema dal momento che parliamo dell’uomo col maggiore patrimonio al mondo.
    Il problema potrebbero invece averlo le banche che hanno contribuito con i loro finanziamenti (25 miliardi di dollari, dati Pocket Option) alla scalata di Twitter. Parliamo di Morgan Stanley, Bank of America, Barclays, Mufg, Bnp Paribas, Mizuho e Société Générale.

    Tuttavia proprio questa esposizione rende insidiosa la posizione di Musk, che ha garantito i prestiti con le sue azioni Tesla (il vero fulcro del suo patrimonio). Se non dovesse essere in grado di rimborsare i prestiti, le banche potrebbero diventare degli scomodi soci del magnate australiano.

  • Mercati dei Paesi più fragili a rischio con la politica “higher for longer”

    A partire dall’estate il contesto economico globale ha cominciato a fare i conti con una nuova retorica da parte delle banche centrali. La FED in primis ha abbracciato l’idea dell’higher for longer, ossia mantenere i tassi elevati più a lungo del previsto. Uno scenario che potrebbe creare problemi ai mercati dei Paesi più fragili. Ma non tutti.

    I tassi di interesse elevati e i mercati

    mercatiE’ abbastanza evidente che, nonostante gli sforzi fatti dalle banche centrali nell’ultimo anno e mezzo, la battaglia contro l’inflazione galoppante sia tutt’altro che vinta.
    Le ripetute strette monetarie soltanto negli ultimi mesi hanno fatto invertire la rotta all’inflazione, che però scende troppo piano. Ecco perché la Federal Reserve statunitense ha confermato che manterrà i tassi alti più a lungo.

    Le pressioni a causa dei prezzi energetici

    Il guaio è che dopo i tagli di Arabia e Russia alla produzione di petrolio, e dopo il più recente scoppio delle tensioni in Medio Oriente, i prezzi dell’energia sono tornati ad aumentare significativamente. Dopo un periodo di “tregua”, sono ricomparse le candele di inversione nelle tendenze di Brent e il WTI, che ora si ritrovano di nuovo sui 90 dollari al barile. Questo significa nuove pressioni inflazionistiche in arrivo.
    Inoltre la politica dell’higher for longer ha fatto salire i rendimenti del titoli di Stato, innescando una corsa agli strumenti difensivi sui mercati.

    I mercati più esposti

    In generale uno scenario simile non è mai di aiuto ai mercati dei Paesi più fragili. Lo dimostra la storia. Negli anni Novanta la Federal Reserve ha mantenuto i tassi di interesse alti per un lungo periodo, e le principali economie dei mercati emergenti hanno sperimentato una crisi della bilancia dei pagamenti a causa del forte deflusso di capitali.

    Sebbene oggi quelle stesse economie sono meno vulnerabili di allora, perché si indebitano di più all’interno e non dipendono completamente dai prestiti esteri, sono soprattutto quei Paesi di frontiera a soffrire in questo contesto, per via della correlazione tra valute rispetto ai paesi circostanti. Ma anche alcune economie asiatiche, perché sono per lo più importatrici di petrolio con bassi tassi di interesse.

  • Pagamenti digitali, si concretizza il pareggio rispetto ai contanti

    L’ammontare delle transazioni regolate tramite pagamenti digitali si avvia ad eguagliare in Italia quello regolato con i tradizionali contanti. Lo evidenzia uno studio condotto dall’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano.

    I dati sui pagamenti digitali

    pagamentiNel primo semestre di quest’anno sono state regolate circa 206 miliardi di euro di transazioni tramite pagamenti digitali, segnando una crescita del 13%, rispetto al primo semestre dello scorso anno.

    Se questa tendenza proseguisse ancora fino alla fine dell’anno – e sembra proprio che lo stia facendo – allora il 2023 potrebbe chiudersi con un volume di transazioni che oscillerà tra 425 e 440 miliardi di euro, con lo stocastico veloce che ormai sarebbe in ipercomprato. Questa cifra andrebbe praticamente ad eguagliare il transato in contanti.

    Una crescita continua

    Anche i più scettici erano sicuri che, nonostante la fine della pandemia, che ha fatto davvero e proprio volano alla crescita dei pagamenti digitali, questi ultimi avrebbero continuato a diffondersi sempre di più.
    Infatti, l’ammontare numerico dei pagamenti è cresciuto ulteriormente del 17,6%, fino ad arrivare a 4,5 miliardi di transazioni effettuate. In valore invece la crescita è stata del 13%.

    Va evidenziato tuttavia che questo ritmo alla lunga non è sostenibile, ed anche gli indicatori di trend following lo stanno evidenziando. Infatti si sta allineando piano piano alla crescita che si registrava prima dello scoppio della pandemia, quando era circa del 10%.

    Lo scontrino medio

    La grande diffusione dei pagamenti digitali viene testimoniata anche dall’importo medio delle operazioni che continua a scendere. Oggi è pari a 45,7 euro, mentre un anno fa era pari a 47,5. Utilizzare i pagamenti digitali anche per spese di minore entità.

    A favorire l’incremento delle transazioni regolate con pagamenti digitali sono anche i device elettronici che possono essere utilizzati allo scopo come smartphone, bracciali e orologi. Proprio questi strumenti che registrano i tassi di crescita maggiori.

  • Crediti a breve scadenza, lo scenario economico può riportarli in auge

    La situazione economica continua ad essere molto incerta, tanto nel Vecchio Continente che negli Stati Uniti. Per non parlare della situazione cinese, assai problematica vista la crisi dell’importantissimo settore immobiliare. Un quadro economico così depresso potrebbe presto riportare in auge i crediti a breve scadenza, almeno nell’ottica degli investitori.

    Terreno fertile per i crediti a breve scadenza

    creditiL’economia mondiale sembra destinata a rallentare ancora, e questo finirà per spingere le banche centrali a rinunciare ai rispettivi cicli di rialzo dei tassi (che hanno superato il 5% negli Stati Uniti e il 4% nell’Eurozona) per evitare una recessione severa. Fermo restando che c’è il rischio concreto che comunque ce ne sia una più lieve.
    La prospettiva di uno scenario simile finirà per fornire un assist ai crediti a breve scadenza.

    Va sottolineato infatti che a causa dell’aumento dei rendimenti a breve termine, le curve dei rendimenti globali rimangono tenacemente invertite. Questo rappresenta una opportunità per gli investitori che vogliono riposizionarsi in modo da sfruttare efficacemente il contesto di tassi più elevati. Tale approccio consentirà di limitare i rischi, data l’incertezza delle prospettive economiche e di mercato.

    Le obbligazioni riconquistano appeal

    Indipendentemente dal tipo di atterraggio – morbido o duro – che ci attende, è assai probabile che le obbligazioni ritorneranno presto ad essere utilizzate come copertura contro la volatilità dei mercati azionari. Infatti gli utili delle aziende subiranno pressioni a causa del rallentamento dell’economia, e finiranno per tornare nelle dell’ichimoku cloud (nuvole), ma tale scenario di solito si accompagna a una buona performance del debito a breve termine di alta qualità.
    Per questo nascono opportunità interessanti per agli investitori che ambiscono a beneficiare di un contesto di tassi più elevati, senza assumersi un rischio di duration significativo.

    Uno strumento efficace

    Di solito le obbligazioni a breve scadenza vengono scambiate a prezzi maggiori rispetto alle emissioni di più lungo termine. Ma nello scenario attuale i rendimenti sono analoghi (o superiori) a quelli offerti da titoli omologhi di qualsiasi scadenza. Si muovono all’interno dello stesso pattern rettangolo, ma con rischio di tasso d’interesse minore. Quindi si dispone di un asset efficace per aumentare i rendimenti rispetto alla liquidità, oppure conservare il rendimento ma riducendo il rischio di volatilità.

  • Debito emergente ancora sottovalutato, ma le cose sono cambiate nell’ultimo decennio

    Il tanto agognato rimbalzo della crescita economica globale dopo la pandemia si è rivelato una illusione. Complice anche la guerra in Ucraina, il mondo sta facendo i conti con un’inflazione elevata e tassi di crescita al limite della recessione.
    In uno scenario del genere, il debito emergente presenta diverse caratteristiche di opportunità che tuttavia anche i portafogli istituzionali faticano a considerare.

    La visione distorta sul debito emergente

    debito emergenteBisogna sgomberare il campo da un facile equivoco. Le economie emergenti non sono una componente marginale nello scenario globale. Basta pensare che nel 2022 il prodotto interno lordo complessivo di queste economie rappresentava il 58% di quello globale. Se non vogliamo considerare la Cina, questa quota arriva comunque al 40%.

    Inoltre tra le prime venti maggiori economie a livello globale, la metà è classificabile come “emergente”. Considerare quindi il loro debito ancora come una asset class rischiosa e poco sviluppata è un errore.

    Eppure guardando i numeri ci si rende conto che anche i portafogli istituzionali sottovalutano le potenzialità e le opportunità del debito emergente. Secondo una ricerca di JPMorgan, l’allocazione in questa categoria di asset in media non supera il 4-5%. In molti casi l’esposizione dei broker autorizzati Consob addirittura è pressoché nulla.

    Asset class sottovalutata

    Bisogna poi aggiungere che negli ultimi anni il ventaglio geografico per investire nel debito emergente è passato da una decina di paesi fino a 90 circa. Ciò vuol dire che ci sono ampie possibilità di differenziare il rischio.

    Potremmo proseguire sottolineando che debito emergente offre un rendimento a parità di rischio molto più vantaggioso rispetto all’equity emergente. La volatilità del principale indice azionario emergente negli ultimi vent’anni infatti è stata di circa 2,5 volte superiore rispetto a quella dei principali indici di debito emergente in valuta forte. I principali pattern trading mostrano chiaramente che i ritorni del debito emergente, se corretti per la volatilità, risultano superiori del 40% rispetto a quelli delle azioni.

    Infine va sottolineato che a causa della crisi, gli afflussi verso il debito emergente ne hanno risentito. Ma presto o tardi riprenderanno i fiumi di denaro verso questi asset, offrendo così un grosso potenziale di rialzo a chi deciderà di partecipare al mercato.

  • Inflazione, la battaglia delle banche centrali non è ancora finita

    Dal recente simposio di Jackson Hole è emerso un messaggio chiaro da parte delle banche centrali: la lotta contro l’alta inflazione non si è ancora conclusa ed è possibile che saranno necessari ulteriori di alberi dei tassi di interesse nei prossimi mesi.

    Powell e Lagarde uniti contro l’inflazione

    inflazioneNonostante siano evidenti i progressi degli ultimi mesi, grazie alla politica dei tassi di interesse elevati, il rischio che l’inflazione rimanga radicata nell’economia è ancora elevato. Tanto il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, quanto la sua collega della BCE Christine Lagarde hanno sottolineato la necessità di mantenere il costo del denaro ad un livello restrittivo, per il tempo che sarà necessario affinché l’inflazione converga verso il target del 2%.

    Tutto questo non significa che una nuova stretta sui tassi di interesse ci sarà senza alcun dubbio. Rimangono alcuni dubbi sulle mosse che le due banche centrali faranno a settembre, dove è probabile che rimarranno ferme. Ancora più dubbi riguardano i mesi autunnali.

    Aggrappati ai dati

    In questa ottica entrambi i presidenti dei due istituti centrali hanno identificato come stella polare delle prossime decisioni i dati macro che arriveranno cammin facendo. Non solo quelli riguardanti l’inflazione, ma anche quelli relativi allo stato di salute delle rispettive economie. Se gli indicatori di inversione trend racconteranno che le cose stanno davvero cambiando, allora metteranno in pausa le strette.

    La politica dei tassi di interesse alti ha infatti avuto un contraccolpo evidente sulla crescita, tanto negli USA quanto in Europa. Sia la Fed che la BCE non vogliono esagerare con i rialzi dei tassi, rischiando di innescare una recessione. A meno che non sarà strettamente necessario a causa delle pressioni inflazionistiche.

    Mercati in bilico

    Questo clima di incertezza si sta ripercuotendo anche sui mercati finanziari, ed in special modo sull’andamento delle due valute principali. Il rapporto di cambio tra euro e dollaro sembra impantanato tra 1,08 e 1,10 (fonte dati Pocket Option Italia), perché è difficile interpretare le prossime mosse di Fed e BCE per i prossimi mesi.

  • Debiti troppo alti, l’economia cinese sta affogando nella sua corsa

    Per circa 30 anni l’economia cinese ha marciato ad un ritmo impressionante, che è stato sempre superiore al 5% annuo. L’unica eccezione è stato il 2020, l’anno della pandemia cominciata proprio in Cina. Ma adesso i debiti (pari al 300% del PIL) stanno presentando il conto.

    La Cina e una marea di debiti

    debiti cinaEra chiaro che non sarebbe stato possibile mantenere un ritmo di crescita così vertiginoso per sempre. Prima o dopo, certi nodi vengono al pettine. E secondo molte banche internazionali, siamo arrivati a quel momento.

    La ripresa dell’economia cinese dopo la pandemia è stata meno ruggente delle attese e le grandi banche, una dopo l’altra, hanno tagliato le previsioni di crescita di Pechino al di sotto dell’obiettivo del 5% fissato dal presidente Xi Jinping. E secondo l’autorevole Wall Street Journal, il Paese ormai sta annegando nei debiti contratti da imprese, governo centrale e amministrazioni locali (si parla di quasi 70 miliardi di dollari, fonte Pocket Option).

    Rischio bolla?

    Quello che è successo a Evergrande (che ha presentato negli Stati Uniti istanza di protezione dal fallimento) ed altri costruttori immobiliari, collassati sotto il peso dei centinaia di miliardi di debiti accumulati negli anni, sarebbe solo un’avvisaglia dello scoppio di una bolla. Anche perché il settore immobiliare, che negli ultimi decenni ha gonfiato e cavalcato il boom economico del Dragone, vale oltre un quarto dell’economia cinese. La sua crisi potrebbe trascinare a fondo l’intera economia del Paese.

    I segnali in tempo reale di allarme si stanno insomma moltiplicando tanto che il presidente americano, Joe Biden, ha definito il gigante cinese «una bomba a orologeria».

    Conseguenze

    Pare tuttavia da escludere il rischio di una Lemhan Brothers cinese, perché il legame fra banche e gruppi immobiliari non è così stretto.
    Ma il rischio contenuto di un contagio per il sistema finanziario, non vuol dire che la crisi cinese non avrà ripercussioni a livello globale. Del resto parliamo della seconda potenza mondiale.

    Quanto saranno forti queste ripercussioni è difficile dirlo, ma molto dipenderà dal sostegno che le autorità decideranno di fornire per invertire la tendenza discendente.
    La banca centrale cinese ha abbassato i tassi d’interesse e governo ha iniziato ad adottare misure per aiutare i gruppi immobiliari. Ma serve molto di più, e l’ipotesi di un corposo stimolo fiscale sembra che non trovi Xi Jinping troppo accondiscendente.