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  • Le nuove annate di 700 brut, Jalé e Angimbé FICUZZA, VINI REGALI La tenuta all’interno della Riserva Naturale, a 700 metri slm, a Piana degli Albanesi

    Marzo 2021«A Ficuzza – racconta Diego Cusumanol’aria è fresca e il microclima unico crea vini altrettanto unici. Le note fruttate raccontano le infinite varietà floreali rare che dipingono una vera e propria opera d’arte». Siamo all’interno della Riserva naturale orientata Bosco della Ficuzza: Rocca Busambra, Bosco del Cappelliere, Gorgo del Drago, nomi da favola che rimandano a un ecosistema unico e indubbiamente fiabesco. Sono 450, appartenenti a 90 famiglie, le specie vegetali catalogate sin dai tempi dei Borbone: numerose varietà di orchidee endemiche, le rupestri della Busambra come il fiordaliso, il cipollaccio, l’erba-croce e lo sparviere, le erbacee peonie, giaggiolo e viola e ancora la rosa di San Giovanni e l’erica arborea. Le schede botaniche, trasferite su catalogo digitale, sono consultabili nella Real Casina di Caccia, maestosa reggia che dal 2013 ospita il “Museo multimediale del bosco di Ficuzza”.

    «È la prima tenuta del nuovo corso – prosegue Diego Cusumano. Da qui è iniziato tutto. Si estende armonicamente all’interno del bosco di Ficuzza, a Piana degli Albanesi, su colline che superano i 700 metri sul livello del mare. Questo fa sì che ci sia una buona escursione termica: di giorno fa caldo per via dell’esposizione al sole dei vigneti, la sera la temperatura cala, complice il vento di collina. Abbiamo scelto di tenere su parte della proprietà i boschi e la macchia mediterranea tipica della zona. Così i vigneti ricordano un mosaico. Anche questo contribuisce alla qualità del vino. Abbiamo adottato una potatura a Guyot. Non è comune in Sicilia, ma una tenuta così particolare, per altitudine, per i boschi che la circondano, per il paesaggio che la caratterizza non poteva avere una potatura comune. Anche i filari sono disposti in modo diverso: a giropoggio, un tipo di allevamento più facile da trovare in Piemonte. Questo ci facilita nella raccolta, permettendo una maturazione uniforme sulla parcella».

    Jalé nasce da uve Chardonnay in purezza, mentre da un blend di Insolia e Chardonnay che vengono da queste parcelle nasce l’Angimbé. È stato impiantato anche il Pinot Nero, un vitigno noto per essere difficile, ma anche elegante. È il vitigno utilizzato per produrre un rosato, il Ramusa, e uno spumante metodo classico che si chiama 700, proprio come l’altitudine di questi vigneti. Qui nasce anche il vino di Re Ferdinando IV: il Salealto, un “vin du Terroir” di Ficuzza, ottenuto da Inzolia, Grillo e Zibibbo in parti uguali, vinificati separatamente poi affinati insieme.


    LE NUOVE ANNATE

    700 Metodo Classico Brut 2017

    Un metodo classico di montagna, da vigneti di Pinot Nero e Chardonnay che si trovano a 700 metri sul livello del mare. L’eleganza per celebrare Tenuta Ficuzza.

    Pinot Nero in prevalenza e Chardonnay. Vigneti allevati in collina ad una altitudine di 700m slm, esposizione nord-est, con una densità di ceppi pari a 5.000 piante per ettaro e una resa pari a 50 ettolitri per ettaro. Raccolta manuale in cassette.

    Vinificazione: pressatura di uve intere e utilizzo solo del primo mosto fiore per evitare tannini e conservare l’acidità, decantazione statica e fermentazione a bassa temperatura. Dopo circa 6 mesi sulle fecce fini, filtrazione e tiraggio, rifermentazione in bottiglia a 13°C. Le bottiglie riposano in cantina per 36 mesi dopo i quali avviene la sboccatura.

     

    Angimbé Terre Siciliane I.G.T. 2020

    Affabile come l’estate siciliana, grazie all’Insolia, complesso come lo Chardonnay.

    Insolia 70%, Chardonnay 30%. Vigneti allevati in collina ad una altitudine di 700m slm, esposizione sud-est per l’Insolia, est per lo Chardonnay, con una densità di ceppi pari a 5.000 piante per ettaro e una resa pari a 60 ettolitri per ettaro. Raccolta manuale in cassette nella prima decade di settembre.

    Vinificazione: macerazione a freddo delle bucce per 12 ore a 8°C, pressatura pneumatica, decantazione a freddo, fermentazione a 18°-20°C, permanenza in acciaio sulle fecce fini per 4 mesi e successivo affinamento in bottiglia.

     

    Jalé Sicilia D.O.C. 2019
    Vigneto del Ventaglio

    Proviene dallo storico vigneto di Chardonnay chiamato “del ventaglio” per la sua caratteristica forma. Uno Chardonnay che conquista per intensità, freschezza e pulizia.

    Chardonnay 100%. Vigneti allevati in collina ad una altitudine di 700/800m slm, esposizione sud, con una densità di ceppi pari a 5.000 piante per ettaro e una resa pari a 60 quintali per ettaro. Età media del vigneto pari a 25 anni, raccolta manuale in cassette nella prima decade di settembre.

    Vinificazione: macerazione a freddo e successivo illimpidimento statico. Fermentazione in carati di rovere da 225 litri, permanenza per circa 8 mesi negli stessi e successivo affinamento in bottiglia.

     

    GLI ALTRI VINI DI TENUTA FICUZZA

    Ramusa Terre siciliane I.G.T.

    Grande freschezza e bevibilità in un rosato da uve Pinot Nero in purezza allevato a 700-800 metri sul livello del mare.

    Pinot Nero 100%. Vigneti allevati in collina ad una altitudine di 700 slm, esposizione nord-est, con una densità di ceppi pari a 5.000 piante per ettaro e una resa pari a 60 ettolitri per ettaro. Raccolta manuale in cassette nella prima metà di settembre.

    Vinificazione: diraspatura, macerazione a freddo per 24 ore poi svinatura e fermentazione a temperatura controllata. Affinamento sulle fecce fini per 6 mesi.

     

    Salealto Terre siciliane I.G.T.

    Il nome richiama le caratteristiche del vino al palato e il terroir di produzione: 700 metri slm. Un vino unico, montanaro e mediterraneo allo stesso tempo

    1/3 Insolia, 1/3 Zibibbo, 1/3 Grillo. Vigneti allevati in collina ad una altitudine di 700/800m slm, con una densità di ceppi pari a 5000 piante per ettaro e una resa pari a 60 quintali per ettaro.

    Vinificazione: raccolta manuale in cassette, macerazione in pressa a temperatura ambiente e successivo illimpidimento statico. Fermentazione in acciaio a 20°C, travaso ed assemblaggio dei vini, permanenza per circa 10 mesi sulle fecce fini e successivo affinamento in bottiglia.

     

     

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    A TOUCHING EXPERIENCE. Sentire uno specifico territorio ad ogni tocco. Il legame che unisce ogni vino alla propria terra d’origine è un legame profondo e indissolubile che definisce l’essenza del vino stesso. Partendo da questa consapevolezza, Cusumano ha voluto rendere visibili e palpabili sulle sue bottiglie le più intime sfumature delle terre Siciliane, mostrando come siano intrinsecamente connesse al vino cui danno origine. Una trama di linee libere posta in rilievo sulle etichette sintetizza i territori di ciascuna tenuta, lasciando al consumatore l’ebrezza di scoprirli uno ad uno al solo sfioro della bottiglia. Chi sceglie i vini Cusumano sarà così accompagnato ad ogni tocco in un viaggio sensoriale che coinvolgerà vista, olfatto, gusto e tatto, per un’esperienza unica dall’intensità straordinaria.

    VITICOLTURA SOSTENIBILE. Tutti i vini Cusumano si avvalgono della certificazione SOStain/VIVA “Sustainable Wine”. Comune denominatore delle diversità e delle unicità dei vini Cusumano, infatti, è l’impegno per una viticoltura sostenibile che nasce dal sentimento e dall’obbligo etico di proteggere le risorse, limitandone lo spreco. Una ricerca che si traduce in azioni conformi al protocollo di SOStain, il programma di sostenibilità per la vitivinicoltura siciliana, patrocinato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente, del Territorio e del Mare, attraverso il progetto di sostenibilità V.I.V.A.

     

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    CUSUMANO. Fondata da Alberto e Diego Cusumano nel 2001 a Partinico dove ha sede, produce vini eleganti e identitari in cinque tenute: Ficuzza a Piana degli Albanesi in provincia di Palermo, San Giacomo a Butera (Caltanissetta), Presti e Pegni sulle colline di Monreale, Monte Pietroso a Monreale, San Carlo a Partinico (Palermo). Nel 2013 la famiglia Cusumano ha creato Alta Mora racchiudendo sotto un unico nuovo marchio le contrade di Guardiola, Pietramarina, Verzella, Feudo di Mezzo e Solicchiata sull’Etna.

    www.cusumano.it

    Materiali stampa disponibili al link Google Drive
    https://drive.google.com/open?id=1mZvHGefy_EXMBzLwdk568GRkOFd0uDMd

  • Different territories, same passion: Cusumano brinda al ritorno della Coppa Florio

    9, 10 e 11 ottobre 2020

    Autodromo Pergusa
    Via Nazionale – 94010 Pergusa (EN)

    Dopo 91 anni ritorna in Sicilia la più antica gara di motori, la Coppa Florio, all’interno della 24H Series Europea. Un grande evento all’insegna di tradizione e innovazione: sono i caratteri che accomunano la gara con la filosofia della cantina Cusumano che vuole per questo sostenere lo svolgimento della Coppa Florio in Sicilia.

    «È un onore – afferma Diego Cusumano – far parte di questo straordinario evento, un vero e proprio concentrato di tradizione, stile, eleganza e impegno. Pur operando su territori diversi, siamo certi di condividere con Coppa Florio 2020 la stessa passione».

    Il 9, 10 e 11 ottobre la corsa siciliana si svolgerà all’interno del rinnovato Autodromo che circonda per quasi cinque chilometri il lago di Pergusa e sarà valida per la 24H SERIES Europe e, contemporaneamente, contaminerà l’intero territorio con tante iniziative.

    Una grande occasione di scoperta della Sicilia per il “popolo dei motori” al seguito dell’evento. In particolare, venerdì 9 ottobre la gara sarà preceduta dalla parata delle auto che percorreranno le strade che collegano Pergusa a Enna a intervalli di un minuto. In questa occasione il fotografo Roberto Barbato inaugurerà la mostra che raccoglie la collezione di immagini storiche della Coppa. Sarà questa anche l’occasione per degustare i vini Cusumano, in particolare Angimbé e Benuara.

     

    Angimbé

    • Sicila D.O.C.
    • Uve: Insolia 70%, Chardonnay 30%

    Affabile come l’estate siciliana, grazie all’Insolia, complesso come lo Chardonnay.

     

    Benuara

    • Sicilia D.O.C.
    • Uve: Nero d’Avola 70%, Syrah 30%

    Il Nero d’Avola in una veste complessa, raffinata, sposa il Syrah. Eleganza e bevibilità dai vigneti della Tenuta Presti e Pegni.

     

    Tutti i vini Cusumano si avvalgono della certificazione SOStain/VIVA “Sustainable Wine”. Comune denominatore delle diversità e delle unicità dei vini Cusumano, infatti, è l’impegno per una viticoltura sostenibile che nasce dal sentimento e dall’obbligo etico di proteggere le risorse, limitandone lo spreco. Una ricerca che si traduce in azioni conformi al protocollo di SOStain, il programma di sostenibilità per la vitivinicoltura siciliana, patrocinato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente, del Territorio e del Mare, attraverso il progetto di sostenibilità V.I.V.A.

     

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    CUSUMANO. Fondata da Alberto e Diego Cusumano nel 2001 a Partinico dove ha sede, produce vini eleganti e identitari in cinque tenute: Ficuzza a Piana degli Albanesi in provincia di Palermo, San Giacomo a Butera (Caltanissetta), Presti e Pegni sulle colline di Monreale, Monte Pietroso a Monreale, San Carlo a Partinico (Palermo). Nel 2013 la famiglia Cusumano ha creato Alta Mora racchiudendo sotto un unico nuovo marchio le contrade di Guardiola, Pietramarina, Verzella, Feudo di Mezzo e Solicchiata sull’Etna.

    www.cusumano.it

  • TRA TERRA E MARE I BIANCHI SICILIANI DELL’ESTATE CUSUMANO

    Quando, nel 2000, i fratelli Alberto e Diego Cusumano iniziarono ad esplorare la Sicilia alla ricerca dei terreni più vocati, avevano chiaro in mente che è il legame profondo e indissolubile con il territorio a definire l’essenza del vino stesso. E in quest’isola dai tanti volti, in cui la geografia muta nel giro di pochi chilometri, le tenute di Cusumano raccontano proprio la straordinaria varietà di questa terra tanto da essere ciascuna “un’isola nell’isola” con un’identità distinta.

    A conferma di questo, i bianchi Angimbè e Shamaris, due etichette icona di Cusumano, disponibili entrambi nella nuova annata, la 2019: perfetti per accompagnare i pranzi e le fresche sere d’estate, raccontano due storie molto diverse.

    Angimbè nasce a Tenuta Ficuzza, a Piana degli Albanesi (PA), su colline che superano i 700 metri sul livello del mare. Deve il suo nome al bosco che sorge vicino ai vigneti dove crescono l’Insolia e lo Chardonnay da cui nasce. Angimbé vuol dire luogo che in sé ha tutto. E qui c’è davvero tutto: c’è la macchia mediterranea a dare carattere, il vento e l’altitudine a dare freschezza e aromi eleganti alle uve, c’è l’Insolia che su queste vigne sviluppa l’acidità, la mineralità e la raffinatezza di un bianco di montagna, con lo Chardonnay a donare la giusta morbidezza.

    Bisogna spostarsi di qualche chilometro per raggiungere le colline di Tenuta Montepietroso a Monreale (PA), dove il terreno franco sabbioso, l’altitudine (500 metri slm) e la Tramontana che soffia spesso sul versante Nord, portando il fresco del mare, creano un’ambientazione speciale per il Grillo, che qui riesce a tirare fuori una freschezza naturale e una sapidità che ne aumentano il carattere, l’eleganza e la capacità di invecchiamento. Qui nasce Shamaris, un Grillo in purezzadiverso, complesso ed elegante. Il nome richiama il mare, quel mare vicino che si respira quando soffia la tramontana.

    Diversi, dunque, i colori scelti per le loro etichette: quelli della terra per l’Angimbè e quelli del mare per lo Shamaris. Ma, in entrambi i casi, le cromie materiche e gli intrecci di campiture scure e chiare traducono in colore le tonalità e l’armonia che i vitigni regalano al palato, mentre le trame di linee libere in rilievo sull’etichetta riproducono esattamente i filari dei vigneti delle rispettive tenute, arricchendo il viaggio sensoriale del degustatore. È questa, infatti, la Touching Experience di Cusumano che vuole sottolineare, anche tramite il senso del tatto, la diversità e l’unicità di ogni sua singola produzione.

     

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    Angimbé

    • Sicila D.O.C.
    • Uve: Insolia 70%, Chardonnay 30%

    Affabile come l’estate siciliana, grazie all’Insolia, complesso come lo Chardonnay.

    Vendemmia 2018: 92 punti, James Suckling, jun.2019; 90 points, Vinous aug.2019; 89 punti, Robert Parker’s Wine Advocate; 89 punti Wine Enthusiast

     

    Shamaris

    • Sicilia D.O.C.
    • Uve: Grillo 100%

    Un Grillo di collina e al tempo stesso marino, grazie alla tramontana che porta il Mediterraneo tra i filari.

    Vendemmia 2018: Tre Bicchieri 2020, Gambero Rosso; 93 punti, James Suckling, jun.2019; 91 punti, Falstaff Magazine; Premio qualità/prezzo, Berebene 2020, Gambero Rosso; 89 punti, Wine Enthusiast, feb. 2020

     

    Tutti i vini Cusumano si avvalgono della certificazione SOStain/VIVA “Sustainable Wine”. Comune denominatore delle diversità e delle unicità dei vini Cusumano, infatti, è l’impegno per una viticoltura sostenibile che nasce dal sentimento e dall’obbligo etico di proteggere le risorse, limitandone lo spreco. Una ricerca che si traduce in azioni conformi al protocollo di SOStain, il programma di sostenibilità per la vitivinicoltura siciliana, patrocinato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente, del Territorio e del Mare, attraverso il progetto di sostenibilità V.I.V.A.

     

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    CUSUMANO. Fondata da Alberto e Diego Cusumano nel 2001 a Partinico dove ha sede, produce vini eleganti e identitari in cinque tenute: Ficuzza a Piana degli Albanesi in provincia di Palermo, San Giacomo a Butera (Caltanissetta), Presti e Pegni sulle colline di Monreale, Monte Pietroso a Monreale, San Carlo a Partinico (Palermo). Nel 2013 la famiglia Cusumano ha creato Alta Mora racchiudendo sotto un unico nuovo marchio le contrade di Guardiola, Pietramarina, Verzella, Feudo di Mezzo e Solicchiata sull’Etna.

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  • TRE CHEF DONNA STELLATE, TRE CENE ABBINATE AI VINI CUSUMANO PER GLI INTERNAZIONALI DI TENNIS FEMMINILE A PALERMO

    Il ritorno del grande tennis femminile a Palermo con il 30 Ladies Open in programma dal 20 al 28 luglio, sarà celebrato con tre cene firmate da altrettante chef donna stellate, accompagnate dai vini delle cinque tenute siciliane di Cusumano che si svolgeranno in una lounge realizzata a bordo piscina del Country Time Club. Tre ‘Stelle’ accomunate dall’amore per la grande cucina del sud Italia e da una stella Michelin. Il 23 luglio sarà la volta di Martina Caruso del Signum di Salina, quindi il 24 toccherà a Caterina Ceraudo del Dattilo di Strongoli in Calabria, mentre chiuderà la mini – rassegna Patrizia Di Benedetto del Bye Bye Blues di Palermo giovedì 25 luglio. 

    Sarà il cuoco e oste palermitano Filippo La Mantia ad aprire e presentare il calendario degli appuntamenti con una festa prologo lunedì 22 luglio.

    I piatti, gli abbinamenti con i vini Cusumano, le ricette sono raccolti in un libro “Il sapore della rinascita” del fotografo Pucci Scafidi.

     

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    Cusumano. Fondata da Alberto e Diego Cusumano nel 2001 a Partinico dove ha sede, produce vini eleganti e identitari in cinque tenute: Ficuzza a Piana degli Albanesi in provincia di Palermo, San Giacomo a Butera (Caltanissetta), Presti e Pegni sulle colline di Monreale, Monte Pietroso a Monreale, San Carlo a Partinico (Palermo). Nel 2013 la famiglia Cusumano ha creato Alta Mora racchiudendo sotto un unico nuovo marchio le contrade di Guardiola, Pietramarina, Verzella, Feudo di Mezzo e Solicchiata sull’Etna.

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    Da IL SAPORE DELLA RINASCITA, il libro che accompagna la rassegna

     

    CATERINA CERAUDO

    “Il mio obiettivo è di rendere felici i clienti”. Lo ripete spesso Caterina, ultima dei tre figli di Roberto, che, a Strongoli, nella provincia più povera della Calabria, lanciò una scommessa che sembrava una pazzia. Quando il “bio” non era come adesso materia quotidiana delle nostre ricerche a caccia del prodotto lontano dai rischi dei pesticidi, Roberto volle provare che il buon cibo, il buon vino, il buon olio sono necessità assoluta per vivere sani.

    Di Caterina colpisce il sorriso, ma soprattutto tenacia e pragmatismo. Quando le chiedono quale sia l’ingrediente base del suo lavoro, risponde in maniera disarmante: “Rimanere con i piedi per terra”.

    C’è tutta la cultura meridionale nelle sue parole, c’è la consapevolezza che non si è mai arrivati alla meta, ma che bisogna sempre provare a migliorarsi. Detto da una che poco più che ventenne ha conquistato la Stella Michelin, sembra quasi un paradosso. Detto da una che nel 2017 è stata incoronata “Migliore chef donna dell’anno” per la Guida Michelin, forse lo è ancor di più, ma Caterina ha studiato e lavorato per fare dell’oggi solo una tappa di passaggio verso nuovi traguardi, consapevole che nella vita non ti regala niente nessuno.

    A lei e alla sua famiglia piacciono le sfide e piace realizzarle lì dove sono nati e cresciuti. La sfida più grande è di trasformare ciò che ti circonda nella scenografia ideale dei tuoi sogni da realizzare. Ci accomuna questa voglia di non arrenderci davanti alle difficoltà, di provare a dimostrare (soprattutto a noi stessi), che nel “profondo sud” volontà, carattere e tenacia possono e devono essere le vere armi vincenti per fare qualcosa.

    Caterina ha dimostrato che Strongoli può essere una delle capitali della ristorazione internazionale facendone un punto di attrazione, così come noi vogliamo tornare a dimostrare che si può e si deve provare ad organizzare grandi eventi sportivi a Palermo. La rinascita passa dalla voglia di impegnarsi in prima persona, senza sentirsi mai arrivati. Caterina mi ha raccontato che “costanza, studio e passione” sono alla base del suo lavoro. Un lavoro che ha nel ristorante Dattilo a Strongoli la sua sede naturale. Realizzato in un vecchio frantoio all’interno di un casolare del ‘600, è gestito dall’intera famiglia Ceraudo. Un’oasi di paradiso diventato anche luogo di attrazione “celebrato” dal New York Times che, nel 2017, aveva inserito il Dattilo tra le 52 mete imperdibili.

    A 32 anni, Caterina è tra le chef più apprezzate per la sua cucina che “rispetta” il territorio e la tradizione della famiglia, ma il percorso di… avvicinamento ai fornelli, ha origini lontane. Prima la laurea in Viticoltura ed Enologia a Pisa, poi l’esperienza formidabile nella “Scuola di alta formazione” di Niko Romito a Castel di Sangro in Abruzzo, quindi nel 2013 il ritorno al Dattilo per mantenere la stella Michelin che aveva conquistato lo chef che l’aveva preceduta, Frank Rizzuti. “La stella Michelin? La vivo come un punto di partenza” dice Caterina e non potrebbe essere diversamente per chi vuole migliorarsi sempre attingendo dalla tradizione e dal rispetto per la terra, consapevole che le difficoltà non mancano e bisogna essere sempre pronti a superarle. Ama J’ssuisjamais alle di YannTiersen, e per Caterina la felicità ha il sapore del “cioccolato”, mentre sostiene che il piatto che più la rappresenta è “Triglia, pane e arancia”. I dolci preferisce mangiarli più che prepararli, anche se quasi tutti i clienti che si recano al Dattilo non si perdono il “Dolce al finocchio”, buonissimo e senza grassi.

    “Il mio è il lavoro più bello” ripete e noi siamo felici che un lavoro fatto di profumi e gusto troverà ospitalità per una sera nel nostro circolo rendendo partecipi tutti coloro che lo vorranno di un evento che, siamo sicuri, rimarrà nella testa e nel cuore di chi ama cibarsi di emozioni.

     

    MARTINA CARUSO

    Martina ha virtualmente raccolto il testimone dalla Ceraudo, anche se con un anno di…ritardo: Caterina nel 2017, Martina nel 2019. Ha ricevuto la stella in una stagione della vita per lei importante: il suo Signum ha festeggiato i 30 anni di attività e lei ne compirà 30 a dicembre prossimo. “È il riconoscimento – si legge nella motivazione – alla sua cucina strutturata, ma allo stesso tempo fresca e delicata con proposte originali che esaltano i sapori e i profumi dei prodotti locali”, ma anche alla “sua gran-de volontà e capacità di progredire e di rappresentare la sua isola raggiante, attraverso una grande tecnica e il tocco femminile di una giovane donna appassionata e determinata”. C’è tutta Martina nella motivazione del Premio. C’è il suo essere figlia di Salina al 100% e c’è la sua determinazione nel fare un lavoro che aveva capito potesse essere la sua professione ad appena 14 anni. Dieci anni dopo il suo nome era già scritto nella Guida Michelin con accanto una stella: la più giovane donna italiana a ricevere il riconoscimento al quale punta chi guida un ristorante di prestigio.

    Bisognerebbe andare almeno una volta al Signum, straordinario Resort a Malfa con panorama mozzafiato su Panarea e Stromboli, per capire e conoscere meglio Martina. Bisognerebbe godere di uno dei tramonti più belli al mondo per apprezzare e condividere la magia di un luogo unico. “La mia femminilità in cucina è espressione della mia terra”, sostiene Martina che ha viaggiato molto prima di tornare nella sua Salina, “isola nell’isola”. In 27 chilometri quadrati c’è il mondo di un’appassionata sognatrice che si è imposta una missione, e cioè di “far crescere e valorizzare il patrimonio isolano attraverso la sua cucina”.

    “Salina è la mia isola e la amo infinitamente – dice Martina – ne valorizzo il territorio e ne custodisco ogni dettaglio. È una terra vulcanica, fonte di energia. Quell’energia che mi scorre nelle vene e mi spinge a fare sempre di più”. Un’energia che l’ha portata a 16 anni lontano dalla sua isola per frequentare l’Istituto Alberghiero a Cefalù, poi le esperienze professionali a Londra, Roma e Vico Equense, prima di tornare a Salina e raccogliere in cucina l’eredità di papà Michele. Molte delle sue ricette sono l’evoluzione di ciò che cucinava il padre, mentre mamma Clara, psicologa, si è sempre occupata dell’albergo. Ad unirci non c’è solo il “rimanere sempre con i piedi per terra”, ma anche l’amore per lo sport: nuoto, calcio, pallavolo e, adesso, la corsa. Ogni giorno un’ora con le scarpe da ginnastica ai piedi ed il passo sostenuto da Malfa a Capo Faro respirando i profumi di un’isola che porta poi in tavola lavorando solo prodotti locali ed eccellenze siciliane.

    Ama Rino Gaetano (da ascoltare rigorosamente su vinile e giradischi) ed il suo divertimento è la fotografia, mentre l’inverno è la stagione dei viaggi. A Salina l’attività va in letargo e Martina ne approfitta per soddisfare la voglia di esplorare cucine nel mondo, come quella recente dallo chef Pedro Miguel Schiaffino a Lima, anche se nella sua cucina c’è e rimane sempre il “gusto della macchia mediterranea”.

    Quel gusto che porterà al Country in una delle magiche serate di luglio dedicate a loro, alle straordinarie chef stellate. Pensate, nel mondo sono 169 i ristoranti guidati da donne: di questi 41 sono in Italia (che è il primo paese al mondo per ristoranti a guida femminile) e noi ne avremo 3 in occasione del ritorno a casa del Torneo. Tre donne splendide e sorprendenti: se per Caterina la felicità ha il sapore del “cioccolato”, per Martina, appassionata sognatrice, la felicità è, come ha detto lei stessa, un… panino con mortadella.

     

    PATRIZIA DI BENEDETTO

    Patrizia è stata la nostra Beatrice nel Paradiso dell’alta cucina. Ci ha guidato in un mondo affascinante che conoscevamo solo da avventori. Grazie a lei si è realizzato il progetto delle chef stellate per gli Open di Tennis.

    Patrizia è stata nel 2011 la prima chef donna in Sicilia ad ottenere la stella Michelin, riportando, con il suo Bye Bye Blues di Mondello, il riconoscimento più prestigioso a Palermo dopo 20 anni di assenza. “All’inizio è stata abbastanza dura e ho dovuto faticare parecchio ma, a poco a poco, arrivavano le prime soddisfazioni e di pari passo cresceva il mio amore per questo lavoro” ci ha detto Patrizia, nata da una famiglia palermitana in cui le donne hanno sempre coltivato l’amore per la cucina e la passione per le tradizioni siciliane. È diventata chef quasi inconsapevolmente (“un vero atto di incoscienza” sostiene lei), quando immaginava, ormai, la sua vita dietro una scrivania. Ed invece nel 1991, insieme al marito, Antonio Barraco, sommelier di professione, rileva il Bye Bye Blues ed il ristorante diventa subito un punto di riferimento per i palermitani, ma la voglia di sperimentare e sperimentarsi ha portato presto Patrizia in giro per il mondo. “Attualmente sto collaborando ad un progetto in Giappone per la valorizzazione e promozione dei loro prodotti agroalimentari, acquacoltura e zootecnica, studiando dei menù con profilo mediterraneo”.

    La parola chiave e, che unisce Patrizia a Martina e Caterina, è “Mediterraneo”, cioè l’essenza del nostro essere, l’insieme di tante culture e dominazioni che hanno fatto delle nostre terre e del nostro mare qualcosa di unico ed apprezzato nel mondo. La buona cucina, la cucina di qualità sono il veicolo per far conoscere il meglio di noi stessi e della nostra tradizione.

    “Due ingredienti sono sempre presenti nella mia cucina: il mangiare bene ed in modo salutare – sottolinea Patrizia – utilizzo unicamente prodotti del mio territorio e solo e soltanto prodotti stagionali, con garanzia di qualità e freschezza delle materie prime, che sono i protagonisti indiscussi dei miei piatti”. Piatti che nascono dal cuore più che dal cervello, piatti da gustare al Bye Bye Blues, nome di un ristorante che racchiude anche un preciso intento: “Addio tristezza”, perché chi fa il suo ingresso in via del Garofalo, nel cuore di Mondello-Valdesi, lascia fuori da quelle mura tutte le difficoltà del vivere quotidiano per abbandonarsi ai piaceri della buona tavola.

    “Mi propongo da sempre di raggiungere e riuscire a soddisfare la gente che viene a trovarmi, regalando ai miei clienti qualche momento piacevole e allegro come dice il nome del ristorante”.  Stesso nome che Patrizia e Antonio hanno voluto dare ad un altro loro ristorante inaugurato 6 anni fa in Brasile, nello Stato di Bahia, mentre nel 2017 hanno dato il know-how per l’apertura di un ristorante di cucina italiana a Taiwan.

    “La mia è una cucina decisamente femminile e per femminile intendo una cucina fatta d’istinto, sentimento e creatività”. Una cucina che fa scuola nel mondo. Patrizia partecipa ogni anno al Word Gourmet Summit di Dubai e, una volta l’anno, ad eventi in Giappone per diffondere la cultura gastronomica siciliana. Basta dare un’occhiata agli ultimi impegni all’estero per capire quale sia l’impatto della cucina di Patrizia all’estero: ha partecipato all’Italian Fair al Marriott di Osaka, al Word Gourmet Summit ad Hong Kong e Pechino ed al Creative Chef Summit in Ucraina. A luglio prossimo, con Martina e Caterina, Patrizia sarà insieme a tutti noi al Country per un torneo che vuole risplendere di luce propria e, soprattutto, vuole continuare a regalare emozioni.