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  • Il punto di vista di Daniel Mannini sul concetto di trasversalità dell’arte e di visione creativa super partes

    È senza dubbio assodato, che il linguaggio universale dell’arte debba sempre conservare e avvalorare al massimo il concetto di trasversalità espressiva e comunicativa, per poter davvero essere accessibile a tutti e alla portata di tutti nella sua connotazione distintiva e identificativa. Ecco, perché l’artista creativo nella sua vocazione ispiratrice deve saper mantenere una propria visione creativa super partes, purificata e depurata da tutto ciò che potrebbe comprometterne e precluderne la piena e ottimale esplicazione. Su questo tipo di concezione bisogna sempre fare presa, poiché la neutralità incondizionata e inviolabile del fare arte va di pari passo con l’efficacia comprovante della finalità primaria a cui è destinata a livello sociale e collettivo e diventa un fondamento basilare per tutto ciò che ruota attorno alla dimensione del talento innato e alla formazione e preparazione, che lo sviluppa e lo fa evolvere in crescendo e perfezionarsi al meglio. Essere artista coerente e consapevole, responsabile e lungimirante significa in primis capire quanto serve trovare chiavi di approccio con il fruitore-spettatore tali da fornire una libertà di lettura e una chiave di interpretazione scevre in toto da qualunque e qualsivoglia ingerenza e intromissione distorta e fuorviante, affinché si possa innescare e alimentare un rapporto di contatto e di relazione affrancato da ogni possibile tendenziosità, anche sottesa e subliminale. Daniel Mannini (www.danielmanniniart.it) ha grande saggezza di pensiero e in questa direzione canalizza e veicola il suo percorso artistico, nella convinzione radicata di essere un creativo votato ad una formula di trasversalità autentica e genuina. A tal riguardo, ha risposto ad alcune domande mirate di approfondimento.

    D: Un tuo commento riflessivo sul concetto di trasversalità super partes del linguaggio artistico.
    R: Quello che mi ha sempre impressionato fin da piccolo è il raccontare un solito tema in tanti modi e stili diversi, dove ogni punto di vista può ricondursi a un determinato soggetto o argomento. La storia dell’arte ci racconta di come essa sia contemporanea e al passo con il tempo che trascorre, senza mutare la sua essenza di lascito della testimonianza di ogni individuo che viene definito artista e schedulato a un determinato settore in cui agisce per esprimersi al massimo delle sue capacità. Ed è proprio questo punto che mi fa capire come questa disciplina sia fondamentale per la nostra cultura e per il nostro essere. Anche se i gusti possono essere diversi, il rispetto dell’azione intrapresa rimane invariato, esclusi i casi in cui questa naturalezza viene a mancare a favore di una promozione fuorviante per interessi personali.

    D: Da giovane artista contemporaneo come applichi la visione creativa super partes all’interno del tuo palinsesto espressivo e comunicativo?
    R: La mia visione creativa parte dalla passione per il disegno e dall’interesse dell’arte intesa come applicazione e dedizione degli artisti. Durante gli studi scolastici ho assimilato maggiormente quello che rientrava all’interno delle mie curiosità e la spinta è stata quella di immedesimarmi nell’approccio di realizzazione di un lavoro. La progressione è avvenuta in una fase successiva al percorso scolastico, per conservare quella curiosità mistica di esprimermi attraverso una forma artistica, dove la pittura e la grafica hanno assunto un ruolo fondamentale. Il bisogno iniziale era quello di espellere tutte le sensazioni ed emozioni attraverso il colore e l’azione istintiva del gesto, mentre in questo momento il lato figurativo rappresenta l’espressione, attraverso un soggetto che si presenta quasi come un’icona, di testimonianza dei giorni nostri, nella quale gli argomenti non mancano e la fruizione di essi diventa maggiore rispetto a prima grazie all’uso della tecnologia.

    D: In che modo a tuo parere è possibile limitare ciò che in ambito artistico si rende tendenziosamente fuorviante e potenzialmente inquinante dell’essenza sostanziale di purezza assoluta da perseverare ad oltranza?
    R: Credo che sia molto difficile limitare, soprattutto al giorno d’oggi, quello che non è degno di essere definito “arte” anche se non ho la giusta posizione per poter affermarlo, per un discorso di inserimento di importanza all’interno del contesto artistico. L’unico modo possibile è quello della qualità e della bravura dell’artista, dove oltre la tecnica è essenziale il messaggio e il modo di colpire le masse nel momento giusto in un determinato periodo storico. La fruizione di un messaggio che conduce le persone a riflettere su quello che viene posto davanti a loro in modo del tutto indipendente e privo di influenza esterna, animando un flusso di coscienza che può trasferirsi nel tempo.

  • Daniel Mannini riflette sul concetto di stile creativo

    Acquisire un proprio stile e una propria forza di comunicazione espressiva esclusiva e caratteristica, che si rende unica nella sua orchestrazione globale è certamente molto qualificante per un artista, che desidera emergere facendo leva sul potenziale di risorse soggettive individuali e sulla componente di personalizzazione originale e inedita, che lo rendono subito e immediatamente riconoscibile e subito e immediatamente distinguibile in maniera palese e lampante. Ogni vero artista vuole in qualche modo essere diverso e staccarsi dagli standard e dagli stereotipi massificanti e vuole fare arte sui generis, avere un’impronta e un imprinting non sdoganato e non infrazionato, vuole riuscire a trovare e consolidare una propria nicchia e recuperare uno stile tutto suo, non emulativo e non copiativo. È dunque plausibile per chi come Daniel Mannini (www.danielmanniniart.it) desidera essere apprezzato per lo stile personale e per la cifra stilistica personalizzata, fare scelte ponderate e riflettere su come proseguire nel cammino di ricerca e di sperimentazione sulla scia di questa direzione pregevole. Da qui è scaturita un’intervista a tema molto interessante.

    D: Qual è il tuo punto di vista sul concetto di stile creativo personalizzato con esclusività e unicità?
    R: Quello che determina il percorso di un’artista è basato sulla sua unicità espressiva e di dialogo con lo spettatore. In tutti gli ambiti viene preso spunto da un qualcosa che ci incuriosisce approfondire, ma la vera differenza è quella di non appropriarsene ma di ispirarsi e abbinare il giusto abito alla propria personalità. Anche al giorno d’oggi vediamo questa emulazione di grandi maestri o di modelli che seguono le mode, ma il risultato è quello di un appiattimento delle idee e degli stili che non producono niente di buono per l’evoluzione dell’arte stessa. L’esempio che mi hanno insegnato è quello riguardante le famose tele con i tagli di Lucio Fontana: ognuno può dire di poterlo fare, ma il primo rimarrà sempre Fontana e l’opinione espressa è dovuta solo dal guardare il superfluo e non l’intensità di ogni singolo taglio.

    D: Nel tuo percorso di ricerca sperimentale senti di essere riuscito a sviluppare una certa originalità individuale?
    R: Come dico sempre, ogni singola realizzazione è un passo per migliorarsi ed evolvere la propria percezione artistica. Da quando ho intrapreso questo percorso posso dire di essere arrivato a un punto in cui il passaggio dall’astratto al figurativo mi ha aperto le porte per poter esprimere al massimo le mie idee e ciò che voglio portare avanti, seguendo semplicemente una tecnica che ho sempre ammirato e voluto approfondire da quando ho avuto il piacere di conoscerla e la curiosità nel metterla in atto. Sicuramente posso dire che non c’è nessuna imitazione di idee quando mi applico a un nuovo lavoro, ma questo giudizio di originalità spetta agli altri dirlo o se vedono i miei lavori come una replica di tanti altri visti in precedenza o nella contemporaneità. Ciò che porto a completamento del lavoro è ciò che sento e ciò da cui sono ispirato, ovvero la realtà circostante del nostro tempo.

    D: Nel mondo artistico attuale si sta riscontrando purtroppo un’emulazione copiativa in crescendo e in aumento esponenziale. Quale causa a monte ritieni possa esserci?
    R: I motivi possono essere molteplici e per quello che mi riguarda è anche un discorso di espansione comunicativa attraverso l’uso di internet, dove possiamo trovare le informazioni in modo del tutto semplice e veloce. Se da una parte è una cosa positiva, dall’altra c’è il rischio nella ripetizione di un qualcosa già visto. Molto dipende anche dalla persona stessa che intraprende questo percorso, perché non è detto che se un certo modello ha la sua maggior visibilità rispetto ad altro, allora deve essere preso come unica chiave di lettura. La mancanza di spirito d’iniziativa è sicuramente dovuta a tutto questo, il voler tutto e subito anche al costo di sembrare uguali, perché quello che conta è il risultato e non la sua funzione principale, cioè quella di far esprimere l’emozione e la riflessione a una tematica.

  • Il punto di vista di Daniel Mannini sul rapporto tra arte e cinema sulla scia del Festival veneziano

    La famosa manifestazione del Festival del Cinema, che si svolge ogni anno a Venezia, catapultando nella splendida cornice lagunare l’attenzione e l’interesse dell’opinione pubblica mondiale, oltre che degli addetti operatori di settore, merita assolutamente una considerazione valutativa ad hoc, in quanto simbolo iconico immortale e intramontabile dell’arte cinematografica, ma non solo, racchiudendo in sé tutta una tradizione storica, artistica e culturale di notevole pregevolezza e di acclarata e consolidata rilevanza e portata a livello internazionale e cosmopolita, che si accresce e si evolve anche dopo la conclusione dell’evento veneziano e mette in luce l’aspetto socialmente utile e funzionale, con messaggi e contenuti di grande qualità sostanziale, che fanno da motore trainante e propulsore ben oltre e ben al di là della dimensione puramente e strettamente cinematografica. Inoltre, da sempre il fascino magico di questo festival è sinonimo di mondanità con un parterre di VIP e di ospiti illustri e star di Hollywood, che arrivano in laguna accolte come special guest. È quindi un’occasione positiva anche connessa e collegata a un mix di fattori e componenti, che ne decretano l’assoluta esclusività come appuntamento imperdibile annuale. Arte e cinema poi sono sempre fortemente coese in armoniosa fusione e quindi il contesto festivaliero si presta a dare ancora più slancio di collante al connubio vincente, oltre ad essere un potente strumento correlato all’universo della moda e dello stile glamour e rappresenta una vetrina altisonante per le griffe e i brand più rinomati e autorevoli. Ecco dunque una perfetta commissione alchemica, che sfocia all’interno di questo super mega evento, acquisendo una sua identità avvalorante di considerevole meritocrazia qualitativa e conferendo all’insieme un valore d’eccellenza ed eccezione indiscutibile. Su questa scia l’artista poliedrico Daniel Mannini ha risposto ad alcune domande attinenti all’argomento con perspicace proiezione di pensiero. Il sito web di Daniel Mannini sempre ben aggiornato è  www.danielmanniniart.it .

    D: Un tuo parere di riflessione sul legame da sempre speciale tra arte e cinema.
    R: Il cinema è un’altra tipologia di arte figurativa e ogni componente è parte di una fotografia molto più grande, ovvero la ripresa con la videocamera. Che sia un corto, un film o un documentario, ogni tassello dev’essere al posto giusto, perché si crei un filo armonico, così come per i dipinti, la musica, le sculture e i monumenti architettonici. La considero nell’élite della massima espressione dell’essere umano, dove anche in questo caso l’idea viene messa in atto attraverso soggetti e oggetti che formano la componente principale per rappresentare un qualcosa. Oltre a ciò, quello che caratterizza un regista da un altro è dato dal punto di vista della sua visione, il riuscire a dare una sua caratura nella ripresa nel tentativo di distinguersi ed essere originale in un determinato momento storico nella storia del cinema. Questo concetto è molto legato agli artisti, in quanto ogni regista, come ogni artista, deve riuscire a lasciare il proprio segno caratteristico, che venga subito riconosciuto. Oltre alla rappresentazione della realtà, nel cinema esiste anche l’astrazione, che può essere ispirata da un semplice particolare, e successivamente si può creare e inventare una storia, come avviene con la pittura tramite il processo compiuto da ogni pennellata o schizzo.

    D: Un tuo parere di riflessione sulla portata di rilevanza prestigiosa del Festival del Cinema di Venezia, manifestazione di interesse internazionale che catalizza l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, oltre che degli addetti e operatori del settore.
    R: Il Festival di Venezia rappresenta un evento unico e ben contestualizzato all’interno della città, la quale è perfetta per questo tipo di avvenimenti anche per la sua unicità identitaria. Oltre che da un punto di vista cinematografico, è una vetrina moto importante per il nostro Paese, confermando la bellezza del suo patrimonio culturale. Un motivo di elogio per questo evento, oltre al piacere dei professionisti di ricevere un riconoscimento per il proprio lavoro, è anche quello di includere creazioni diverse tra loro, valorizzando le singole influenze che ogni artista e dunque lavoro hanno avuto. Un tema da riportare al centro del dibattito è la cultura stessa, perché rappresenta una risorsa che non viene sfruttata, in senso benevolo, nel suo totale potenziale, anzi. Chi è nel mondo della cultura è molto sofferente per la mancanza di appoggio da parte delle istituzioni. Al giorno d’oggi è quasi improponibile questa situazione, se pensiamo che in altri Paesi è diverso e la cultura è molto integrata e supportata.

    D: Di recente è scomparso uno dei nomi di maggiore spicco del panorama cinematografico che lascia un ricordo indelebile e di notevole caratura: Alain Delon. Un tuo commento di riflessione su questo attore di eccellente talento e immenso carisma.
    R: La figura di Alain Delon rimarrà senza ombra di dubbio iconica a livello internazionale, in quanto ha rappresentato un tipo di personalità che esprimeva un grande carisma per la sua bravura, ma anche per il punto di vista estetico. Nonostante io faccia parte di un’altra generazione, non posso non conoscere il suo talento! La prima volta che ho avuto modo di vederlo sullo schermo è stata durante la visione a scuola del film “Il Gattopardo”, uno dei film più belli realizzati. Il talento di Alain Delon è stato quello di essere un artista poliedrico, che ha interpretato molti ruoli ed è stato d’ispirazione anche per attori del giorno d’oggi, che hanno riconosciuto la sua influenza, oltre per il talento, anche per tutti i premi ricevuti durante la sua lunga carriera. Penso che questo adattarsi a diverse dinamiche possa essere da stimolo nel capire che sperimentare e trovare la propria strada è parte integrante del percorso.

  • Le riflessioni dell’artista Daniel Mannini sul Festival della Filosofia

    Il Festival Nazionale della Filosofia, che vanta ormai una notorietà internazionale, è diventato un appuntamento annuale di grande richiamo per operatori di settore, ma anche per semplici appassionati e curiosi, che accorrono sempre più numerosi ad assistere agli incontri, alle conferenze, alle lectio magistralis, ai dibattiti, ai seminari, organizzati tra Modena, Carpi e Sassuolo con una progressione davvero corposa e coinvolgente, anche per i cosiddetti profani non esperti e non conoscitori della materia, che possono cogliere l’opportunità di lasciarsi trasportare e accostarsi al mondo filosofico attuale. Protagonisti di fama e autorevolissimi personaggi intervengono a fare da mentori nei vari eventi predisposti per accontentare gusti, preferenze ed esigenze eterogenei. L’edizione 2024 nello specifico ha individuato un tema di riferimento testimonial davvero variegato come potenzialità di approfondimento e analisi mirata: la psiche. Argomento, che offre innumerevoli incipit e input per imbastire e intavolare scambi di confronto a 360 gradi, coinvolgendo anche la dimensione creativa e artistica ovviamente di riflesso e richiamando concetti di accostamento e connessione, che fanno da fil rouge da sempre tra la concezione artistica e la concezione filosofica, alimentando il legame solide duraturo già presente da illo tempore. Su questa proiezione è stato interpellato a riguardo l’artista Daniel Mannini con un’apposita intervista. Il sito web personale di Daniel Mannini è www.danielmanniniart.it .

    D: Una tua valutazione sulla prestigiosa manifestazione nazionale del Festival della Filosofia che si svolge come ogni anno nel mese di Settembre a Modena, Carpi e Sassuolo e vanta delle presenze di alta qualità ed elevata autorevolezza in materia.
    R: Nonostante non ci sia stata occasione di partecipare come spettatore, anche per motivi di distanza, penso che il Festival della Filosofia sia un evento importante e un pretesto per creare una maggiore interazione e coinvolgimento tra le persone e per godere delle ricchezze contenute dalle città ospitanti. È un modo per essere parte integrante di un contesto in cui il pensiero è il più libero possibile da determinate circostanze, che cerca di coinvolgere le persone nella conoscenza e nella comprensione dell’importanza della cultura, per acquisire l’interesse nello scoprire altre cose rispetto alle solite. È un momento di opportunità anche nell’espressione creativa e penso che amalgamare diversi ambienti sia solo un bene e sicuramente crei interesse nel partecipare a questa tipologia di eventi. La psiche è parte integrante del nostro essere ed evitare di ascoltarla o analizzarla agendo di impulso o istinto, non permette di avere la possibilità di scelta.

    D: In che modo a tuo parere l’ispirazione filosofica può acquisire un valore aggiunto corposo all’ispirazione creativa in generale e nello specifico, che tipo di trasporto di traino ne ottieni tu nella tua ricerca artistica e nella tua visione sperimentale soggettiva?
    R: La filosofia riesce ad amalgamarsi bene con qualsiasi tipo d’ispirazione che un creativo possiede. Oltre che rappresentare una chiave di lettura del proprio pensiero, crea un’alchimia tra mente e corpo che si rileva nella fase di esplorazione del proprio percorso lavorativo e artistico. Come è possibile notare all’interno di qualsiasi disciplina, anche nell’arte ha avuto e continua ad avere una sua rilevanza. Come dico sempre: il risultato che otteniamo da una propria tecnica applicata su un supporto o materiale, è il sunto della nostra espressione teorica inserita in un contesto reale, visivo. Oltre ad apprendere diversi concetti e lezioni che possono essere interessanti, è importante elaborare un proprio pensiero, grazie all’assimilazione di questi. Nel mio percorso, la filosofia è parte integrante ma non determinante per la mia visione elaborata in un determinato lavoro, in quanto il contesto rimane lo stimolo maggiore per poter esprimere il mio pensiero.

    D: Un tuo parere di riflessione su uno dei cosiddetti mostri sacri della filosofia contemporanea da sempre ospite d’onore in conferenza anche durante il festival filosofico modenese, il grande maestro Umberto Galimberti.
    R: Nutro un grande rispetto e ammirazione per la figura di Umberto Galimberti, considerandolo un patrimonio italiano per la sua imponente personalità, la quale contiene anche una sua ironia espressa in maniera seria, che può farti sorridere ma al tempo stesso ragionare. Una dote che riconosco è quella di riuscire a spiegare con chiarezza un concetto rendendolo comprensibile e scorrevole, riuscendo anche nell’intento di farsi ascoltare dai giovani, e questo grazie (almeno credo) ad una mentalità aperta al mondo di oggi, analizzando e comprendendo nel modo più reale possibile la narrazione attuale. Quando sono nella fase creativa, ci sono momenti in cui la musica viene sostituita dall’ascolto degli interventi che Galimberti, ma anche altri, fanno durante le proprie lezioni, perché così mi piace definirle. Lezioni in cui il coinvolgimento passivo indirizza il pensiero in altre direzioni e permette di fare un viaggio di analisi a livello generale e personale.

  • Daniel Mannini si racconta nell’essenza precipua della sua fervida vocazione artistica

    Pittore per autentica vocazione e per autentico slancio creativo vibrante e fremente, incalzante e pulsante, Daniel Mannini è un esempio davvero molto positivo di come l’ispirazione si possa tenere sempre ben nutrita e alimentata e possa essere ben sostenuta e supportata da un fertile e fecondo apparato e impianto di fattori, che coesistono e convivono assieme in impeccabile armonia di equilibrio e si sorreggono l’uno con l’altro bilanciandosi in perfetta corresponsione e corrispondenza. Ho voluto entrare nel merito del suo percorso di ricerca intavolando una formula mirata di approfondimento con domande a largo raggio, che offrono e consentono una vasta scala di condivisione di pensiero da parte di Daniel e permettono di comprendere gli step basilari e i passaggi principali della sua naturale e innata propensione creativa. Il sito personale di Daniel Mannini è www.danielmanniniart.it .

    D: Guardando indietro ai tuoi cosiddetti esordi pittorici iniziali quale è stato in assoluto il motore trainante di incipit che ancora oggi ti guida e ti accompagna?
    R: Nonostante la mutazione avvenuta nello stile pittorico, il motore trainante è la motivazione nel riuscire, un giorno, a poter dedicarmi completamente a questa arte che è la pittura. Avere ogni giorno il tempo per continuare ad evolvermi come pittore e non avere altro tipo di occupazione durante la giornata. Questo sentimento di traino è accompagnato dalla perseveranza e curiosità che stimola la mia creatività e permette di avere quella incoscienza che mi accompagna nella fase di ricerca nella realizzazione dell’idea che ho in mente. Come ultimo ma fondamentale, la passione è in assoluto il componente che deve accompagnare in tutto questo e bisogna prenderne cura nel nutrirla di motivazioni e stimoli.

    D: In quale misura sei influenzato dalla fantasia immaginaria e dallo spirito di inventiva e come influiscono sul tuo stimolo di ispirazione?
    R: Sono sempre stato un ragazzo che purtroppo con la fantasia ha sempre avuto un problema, essendo molto realista guardavo l’arte come una documentazione della realtà e meno dal punto di vista simbolico o fantasioso. Con il tempo la curiosità di capire realtà lontane dalla mia concezione, mi ha permesso di sviluppare un mio modo di esprimere, provando ad approcciarmi alla pittura nel modo più naturale, per poi arrivare fino ai dipinti di oggi. Quello che sono riuscito a coniugare sono queste due fasi, infatti la mia fantasia ha uno sviluppo di ricerca su immagini e soggetti di opere d’arte maggiormente, per trasmettere un espressione della realtà o di citazione in un insieme di fasi creative, dal disegno su carta da bambino fino alla tela, che si uniscono.

    D: In quale contesto preferisci posizionarti mentre dipingi e perché? Hai mai provato a dipingere all’aperto o comunque ti piacerebbe farlo? Dove in particolare e perché?
    R: Come si è evoluta la mia espressione pittorica, anche il modo di realizzare i miei dipinti è cambiato. Nella fase astratta, la tela era distesa su un piano e dipinta a pennello o spatola, cosa che ancora oggi faccio. Successivamente veniva distesa a terra e l’azione della sgocciolatura veniva realizzata girando intorno al quadro, per avere un totale controllo del dipinto e viceversa e immergermi completamente. Adesso la maggior parte della realizzazione viene eseguita in verticale sul cavalletto, e questo mi ha dato occasione di avere un nuovo approccio di esecuzione, dove la pennellata e il controllo del segno assumono una nuova linfa. L’esperienza della pittura all’aperto non l’ho mai affrontata e non ne ho mai avuto la curiosità, perché quando sono fuori preferisco assaporare il tutto di quello che può ispirarmi e poi dedicarmi alla pittura all’interno di una stanza. Attualmente non ho uno studio e il tutto viene eseguito in camera, però se ci sarà occasione l’idea sarebbe quella di avere uno spazio mio, dove anche i dipinti stessi abbiano un loro luogo di custodia. Dipingere al chiuso è come essere in un habitat naturale e posso gestire meglio il tutto, facendomi accompagnare da musica o documentari, anche artistici, come sottofondo. Questo per avere la dedizione giusta e immedesimarmi nel soggetto che dipingo.

  • Il pittore Daniel Mannini approfondisce il suo punto di vista sul concetto saliente di arte sacra e religiosa

    L’arte sacra e religiosa conserva e custodisce in sé quei valori distintivi peculiari, che la rendono da sempre intrisa di fascino ammaliante e bellezza suprema e racchiude tutta una commistione visionaria di pregnante suggestione emotiva e spirituale. Senza ombra di dubbio costituisce uno dei pilastri, che sorreggono la grande storia dell’arte universale ed è destinata a rimanere tale anche in futuro, rappresentando un’immagine molto edificante della rievocazione artistica ed ergendosi a vessillo di elevazione oltre l’aspetto formale e la dimensione estetica a sé stante. L’Italia, Paese della grande bellezza artistica e culturale, possiede un’illustre storia connessa alla tradizione artistica sacra e religiosa e ne nobilita alla portata all’interno in primis delle chiese e dei contesti ad esse collegati. Le chiese italiane sono dei veri e propri mausolei dell’arte universale e offrono a tutti, ovviamente incluso anche gli atei non credenti e gli agnostici, la possibilità di assecondare la passione e l’amore per il senso artistico di pregio, avendo un circuito preziosissimo di opere superlative, che inneggiano alla grande bellezza assoluta. Ritengo, che sia molto importante evidenziare questo aspetto e questa componente, che spesso purtroppo non viene considerata e anzi talvolta addirittura viene dimenticata con trascuratezza. Siamo invece tutti quanti nella possibilità (peraltro a titolo gratuito) di avere a disposizione un autentico scrigno di tesori favolosi e straordinari, che sono collocati proprio dentro le nostre chiese e che si offrono in tutto il loro magnetismo unico e speciale. Ho pertanto voluto approfondire questo argomento con il giovane artista Daniel Mannini, che ha una proiezione creativa moderna e anticonformista, ma al contempo sempre rispettosa di ciò, che l’arte antica ha tramandato e perpetrato fino ai giorni nostri. Il sito personale di Daniel Mannini è www.danielmanniniart.it .

    D: Abitando nel contesto territoriale di una città assolutamente spettacolare a livello artistico come Firenze, in quale chiesa trovi maggiore afflato di stimolo nella contemplazione delle opere d’arte a tema sacro e religioso e perché?
    R: Firenze ha una grande vastità di scelta che comunque è sempre unica, ma uno dei momenti in cui ho provato una grande ammirazione è stato durante la visita della Chiesa di Santa Maria del Fiore, ovvero il Duomo di Firenze. Chi ha avuto modo di vederla dall’esterno, ha potuto ammirare la facciata con le sue innumerevoli illustrazioni scultoree, il campanile di Giotto e la cupola nella parte posteriore. Già la struttura in sé è una sacralità di monumento. Lo stupore è nato quando ho visto la decorazione interna della cupola, l’affresco del Giudizio Universale di Giorgio Vasari e Federico Zuccari, nella sua pienezza e potenza, in particolare per la presenza di tante figure e per la prevalenza del colore azzurro del cielo, che è una sorta di magnete per gli occhi e trasmette un ampiezza maggiore rispetto allo spazio. Oltre al Duomo, ogni chiesa o contesto del luogo fiorentino è ricco d’ispirazione e di contemplazione.

    D: Quale è l’opera d’arte scultorea a tema sacro e religioso del genio Michelangelo che ti colpisce di più e perché?
    R: In assoluto, l’opera scultorea sacra che mi ha più colpito del maestro Michelangelo è La Pietà, perché quello che continua a colpirmi tuttora è la posizione dei corpi, che trasmettono una normale naturalezza del movimento con la sua spontaneità. Credo che sia una delle sculture più importanti. Essa si avvicina molto al popolo, raggiungendo un livello equo con le persone comuni nonostante la sua sacralità per i personaggi raffigurati. La scultura è un campo artistico che ho avuto modo di testare solo come materia di studio alle superiori, ma non ha mai suscitato qualcosa in me; però apprezzo molto il lavoro dietro ad un opera realizzata con questa tecnica. Mi piace riportare queste tipo di figure all’interno di un dipinto, perché mi permette la loro riproduzione e l’opportunità di inserirle in un nuovo contesto e con una nuova forma.

    D: In che modo pensi che l’arte sacra e religiosa possa essere un punto di riferimento e di richiamo positivo nelle prospettive moderne di impronta non convenzionale e tendenzialmente scevre da elementi e componenti affini e inclini alla dinamica evocativa tipica della sacralità?
    R: La figura per l’arte sacra ha sicuramente una sua importanza all’interno della storia dell’arte, oltre che come simbolo sacro anche come testimonianza degli eventi e delle persone che ne hanno fatto parte. D’altro canto, prendere come riferimento un soggetto sacro e dare una propria interpretazione, può solamente creare un nuovo punto di vista e ricondurla all’opera originale. Creare un passaparola tra generazioni attraverso un nuovo linguaggio, per non dire contemporaneo. In questo non ci vedo niente di male, anzi l’idea di provare a riprodurre o rielaborare un tale soggetto credo che sia anche una prova per l’artista stesso, in cui non è importante emulare ma tirare fuori il meglio da quello che ha dentro. Una motivazione che permette di fare quel piccolo passo per avvicinarci alla risposta. Nel mio percorso non ho affrontato tematiche sacre o religiose, anche perché personalmente sono fedele in quello che creo, e anche se fossero presenti, esse non sono affini a quel contesto di fede e credenza di una religione.

  • Daniel Mannini ci svela i capisaldi della sua arte pittorica

    Iniziato da poco il nuovo anno è sempre funzionale e costruttivo alimentare e rinvigorire concetti basilari e primari, che fanno da radici di fondamento solide e robuste a quel fremente e vibrante input artistico di slancio trainante necessario e indispensabile per ogni creativo. La vocazione artistica è come una sorgente, che nasce e sgorga in maniera spontanea e naturale attraverso la sintonia coesa di una serie di fattori dominanti e determinanti per sviluppare in modo positivo e propositivo il talento innato e accentuare quelle doti virtuose di autentica creatività, che sono potenzialmente racchiuse nell’animo di chi possiede tale preziosa vocazione e vuole trasformarla in dedizione reale e concreta, intraprendendo un cammino, che diventa di rimando anche un percorso di crescita esistenziale e di progresso interiore e introspettivo. La mente e il cuore sospinti da questa energia propulsiva procedono all’unisono e in perfetta congiunzione di collante spirituale. Così nasce l’arte vera missione-vocazione, che tutto sostiene e custodisce al suo interno e che diventa quella ragione di vita e quella motivazione imprescindibile senza la quale non è possibile stare e di cui non si può assolutamente fare a meno. Chi trova nell’arte questo paradigma di guida frutto di una meravigliosa commistione avrà sempre quell’emozione pura e quella capacità di sorprendersi e di sorprendere nel raccontare e nel raccontarsi attraverso il proprio operato, senza filtri, senza riserve, senza condizionamenti, restando sempre e comunque fedele a se stesso, ai propri valori e ideali supremi, ai propri principi irrinunciabili. Il sito web di Daniel Mannini www.danielmanniniart.it dimostra appieno la missione-vocazione e alla base del suo fare pittorico.

    D: La parola “ispirazione” quanto conta nella tua ricerca pittorica e perché?
    R: L’ispirazione è una componente fondamentale nella mia ricerca perché è continuamente ricca di stimoli per poter produrre i miei dipinti. Come per i progetti artistici in atto, quello che riporto è ispirarsi a dei soggetti, secondo una tematica, e contestualizzarli all’interno del processo creativo secondo la mia visione. Non è e non sarà mai un copiare gli altri, ma semplicemente esaltare l’artista o il tema trattato. Nella nostra contemporaneità, essendoci tante distrazioni date dal web e dall’utilizzo dei social, è possibile trovare motivi che possono portare a realizzare una propria espressione visiva, oltre che parlata. Come mi ha insegnato l’arte, o per quello che ho compreso, lasciare la propria testimonianza sotto qualsiasi forma espressiva è come segnare un punto in una linea del tempo, comprendendo anche il contesto in cui viene eseguita.

    D: La parola “aspirazione” che ruolo riveste nella tua ricerca pittorica e perché?
    R: Se ispirazione è una componente fondamentale, l’aspirazione è il motore che mi spinge a ritagliare degli spazi fuori dal mio orario lavorativo da poter dedicare a quello che mi piace di più fare, ovvero dipingere. Credo che sia importante anche questo aspetto per non perdere mai lo stimolo nel voler fare e raggiungere degli obiettivi personali. Non bisogna mai abbattersi, ma combattere per la propria indole, il vivere e fare quello che più ci piace. Non dover essere come il proprio mentore, ma capire come raggiungere tale livello. Questo aspetto non mi distrae da quella focalizzazione che è la disciplina della materia trattata. È chiaro che per raggiungere l’indipendenza e dedicarmi ogni giorno a tempo pieno, questa è l’unica strada percorribile.

    D: Un tuo commento sul concetto di stimolo motivazionale.
    R: Credo che lo stimolo motivazionale sia un concetto molto soggettivo. Nel mio caso l’azione della pittura è un’emozione che riporto in forma artistica, ma soprattutto è un ricercare di migliorarsi ad ogni nuovo dipinto, che una volta concluso, crea quella sensazione di poter fare ancora meglio. Questo è dovuto a un connubio tra ispirazione e aspirazione, che procedono come linee parallele e senza prevalere l’una sull’altra. Avere una motivazione può portare a delle scoperte a cui non si presta attenzione, ma che comunque fanno parte del proprio inconscio, e questo può venir fuori in qualsiasi momento. Esempio chiaro riguarda la mia produzione artistica, in cui la trasmissione di emozioni attraverso il colore e la materia hanno fatto spazio a un movimento più figurativo, ma che contiene una ricerca di messaggio. Questo è dovuto anche a un processo di cambiamento in atto, che ho percepito col tempo.

  • Daniel Mannini ci racconta la sua grande passione per i musei con il loro fascino irresistibile

    I musei sono contesti speciali, a cui nessuno è capace di restare indifferente e dimostrare distacco, perché sono i custodi simbolici di una storia e di una cultura, che ci appartiene e dalle quali possiamo sempre ricavare nuovi stimolanti incipit per rafforzare il nostro sapere e la nostra conoscenza e per trovare nuove chiavi di lettura del presente proiettandolo nel futuro e nel futuribile. Anche chi di solito non è avvezzo a frequentare gli ambiti museali e vi si reca sporadicamente, ogni volta rimane comunque colpito e affascinato, viene rapito e conquistato da questi ambienti magicamente ammalianti, che incantano e si lasciano permeare dalle nostre emozioni più recondite, dal pathos più inconscio, dal trasporto più intimo. Il pittore Daniel Mannini, talento emergente di notevole capacità creativa e di incalzante dinamismo sperimentale, è un grande estimatore appassionato dei musei e al loro interno ovviamente coglie anche interessanti spunti di ispirazione da intrecciare alla sua vivace prospettiva. I musei offrono un patrimonio di risorse inestimabile e inesauribile da cui gli artisti in generale possono trarre una fonte vitale di energia creativa, da trasferire nel proprio personale background e da filtrare insieme a quell’alchimia di componenti ed elementi, che fanno da propulsore potente per alimentare e incrementare la propria prospettiva visionaria. Daniel è certamente un esempio a modello molto positivo di questa favorevole sinergia, che scaturisce in primis dall’empatia verso il senso della scoperta e il desiderio di carpire e metabolizzare, accompagnati da una spiccata sensibilità ricettiva e percettiva. Ecco, perché ho pensato di intavolare un’intervista dedicata a questa tematica, che lui sente molto affine alla sua forma mentis. Il sito web personale di Daniel Mannini www.danielmanniniart.it accoglie la sua produzione e si presta a una formula di interazione molto piacevole.

    D: Raccontaci quando e come nasce questo tuo appassionato slancio verso i musei.
    R: La mia passione nasce durante gli studi di scuola superiore, quando oltre a studiare la storia dell’arte ci è stata data la possibilità di visitare alcuni musei. Concluso il periodo scolastico, ho iniziato a coltivare questa passione all’interno della mia vita quotidiana, quando la curiosità e la suggestione sono diventate una ricerca molto naturale, anche durante i periodi in cui non dipingevo. Ogni volta che ho modo di poter visitare qualche museo ho un grande entusiasmo, perché credo che sia semplicemente meraviglioso osservare testimonianze del tempo, immedesimarsi nell’artista e capire come ha fatto a realizzare tale opera d’arte, ammirarla quando la troviamo davanti ai nostri occhi. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare e questo mantiene vivo il mio animo e dona un senso al tutto.

    D: Qual è il contesto museale che hai visitato che ti ha trasmesso maggiore coinvolgimento e perché?
    R: Premettendo che ogni museo ha la sua bellezza e importanza, quello che mi ha colpito maggiormente sono stati gli Uffizi a Firenze, che ritengo, a mio avviso, una scuola di insegnamento, oltre che d’incanto, per la pittura. Anche se la mia esecuzione è diversa, rimane l’interesse nel capire come viene usato il pennello. Quello che mi ha coinvolto completamente è stata la Galleria dell’Accademia, sempre a Firenze, al cui interno troviamo la statua del David di Michelangelo. La prima volta che ho avuto modo di visitarla è stato incredibile, soprattutto per l’effetto che mi ha trasmesso: mi è venuta la pelle d’oca non appena ho visto la scultura dal fondo del corridoio. Questa sensazione, per quanto mi riguarda, è stata inaspettata: una figura scultorea potentissima che attrae gli occhi e non puoi far altro che ammirare ogni singolo dettaglio di questa opera monumentale realizzata da Michelangelo. Interessante è inoltre la serie di figure del non-finito “I Prigioni” dove l’immagine esce dal marmo.

    D: Quale museo che non hai mai ancora visitato vorresti vedere durante questo nuovo anno e perché?
    R: In questo anno vorrei visitare, appena avrò l’occasione, i Musei Vaticani e Villa Borghese a Roma, per la loro ricca quantità di opere e qualità storica e avere modo di vedere da vicino anche uno dei miei pittori preferiti in assoluto, Caravaggio, oltre a grandi maestri della scultura e della pittura stessa. Questo anche per cercare di apprendere quanto più possibile con gli occhi la realizzazione delle figure, visto il seguito che ha preso la mia fase produttiva. É sempre questa ricerca di stimoli che mi permette di mantenere l’interesse per la pittura in maniera del tutto viva. Inoltre vorrei visitare la Cappella Sansevero a Napoli, per ammirare le sculture che si trovano all’interno, soprattutto il “Cristo Velato” di Sanmartino, per osservare l’effetto del panneggio. Oltre che sulla pittura il mio interesse ricade anche sulla scultura, in parte credo anche per il discorso detto precedentemente. Ho una grande ammirazione per chi ha realizzato certi capolavori, capendo che anche loro erano persone come me e come tutti noi, capaci di trasferire nel linguaggio universale dell’arte la realtà e i sentimenti.

  • Biennale Milano, intervista al curatore Salvo Nugnes

    Incontriamo Salvo Nugnes, curatore d’arte, scrittore e reporter in occasione della nuova edizione di Biennale Milano, manifestazione da lui ideata, che si terrà nel mese di novembre nel cuore del capoluogo Lombardo.

    Dott. Nugnes, Biennale Milano è un evento di grande importanza. Qual è l’obiettivo principale che si è prefissato in questa nuova edizione della mostra? 

    La Biennale Milano si caratterizza per essere principalmente una rassegna di arte democratica, è questa la sua peculiarità fondamentale. È aperta potenzialmente a tutti, e tutti possono vederla con uguale diritto. Sappiamo bene che, purtroppo, l’arte è spesso e volentieri elitaria, fatta da pochi, pochissimi, per mettersi al servizio di una classe di privilegiati. Questa manifestazione è nata per supplire a vuoti di questo genere, intollerabili in una società che si ritenga civilmente evoluta.

     

    Perché ha scelto proprio Milano come città per organizzarla? 

    Perché è una città cosmopolita in cui si respira e si fondono nuove tendenze, arte, moda, politica, cultura, design. Sembrava impossibile che una città con un tale fermento artistico e culturale non avesse un appuntamento periodico in cui riconoscersi e potersi ritrovare.

     

    Anche quest’anno Biennale Milano ha il contributo di noti Personaggi.

    Si certo, a partire dal Prof. Vittorio Sgarbi che presenterà l’evento. Lui stesso l’ha definita “la vera Biennale d’arte in Italia, una possibilità per gli artisti di essere considerati”. Ogni giorno si alternano conferenze, incontri e presentazioni letterarie, per offrire un intrattenimento gratuito e coinvolgente al nutrito pubblico che vi partecipa. Abbiamo, poi, il contributo di tanti amici e personalità del mondo della cultura e dell’arte come Silvana Giacobini, Paolo Liguori, direttore del TGCom24, del presidente del Vittoriale di D’Annunzio Giordano Bruno Guerri, Katia Ricciarelli, Mario Luzzatto Fegiz, critico musicale e molti altri. Iniziative ad alto livello per dare un concreto e tangibile contributo alla diffusione dell’arte e della cultura.

     

    Avrebbe dovuto parteciparvi anche il Prof. Francesco Alberoni, da poco venuto a mancare.

    È stata una grande perdita per me, ma anche per l’intera umanità. Persone del calibro, del valore, della grandezza di Alberoni non ne nascono molti ed io sono veramente onorato di averlo potuto frequentare ed instaurare con lui un rapporto di vera e sincera amicizia. Ha partecipato con entusiasmo ad ogni edizione di Biennale Milano, apportando il suo prezioso contributo ed anche per quest’anno mi ha dato molti consigli utili. Abbiamo deciso di rendergli omaggio nei giorni di esposizione in modo che quanta più gente possibile possa ricordarlo.

     

    A che tipologia di arte è aperta l’esposizione?

    Qualsiasi forma d’arte: pittura, poesia, fotografia, scultura, disegno, scrittura, artigianato…

    Come sostenuto prima, a tutti si deve offrire la possibilità di uscire dal guscio, di presentarsi, di farsi conoscere attraverso un’esposizione e una pubblicazione, sarà poi la selezione naturale del gusto di noi tutti a determinare chi ha più capacità e chi meno. Stiamo selezionando artisti contemporanei, italiani e stranieri, da più di 40 paesi, di talento e meritevoli di interesse e attenzione.  Sono certo che le opere, attraverso un linguaggio universale, comprensibile e accessibile a tutti, arriveranno direttamente al cuore della gente.

     

    Come fanno gli artisti a partecipare alle selezioni?

    È molto semplice, basta che mandino su WhatsApp al numero 3517250110 i loro lavori che verranno poi visionati dal Comitato e selezionati. Possono anche vedere tutte le informazioni ed il bando di partecipazione sul sito ufficiale www.biennalemilano.it

     

  • Intervista a Annalisa Mirizzi, autrice esordiente Italiana.

     

    Ho avuto il previlegio di intervistare Annalisa Mirizzi, una ragazza molto dolce e gentile.

    Le ho esposto alcune domande, sulla sua vita privata e non solo.  Il suo primo libro saga sta avendo un notevole successo su YouTube, con trailer e audio letture, svolte da una doppiatrice e attrice Giulia Segreti.

    Ecco a voi l’intervista di Annalisa Mirizzi.

    Ecco alcune domande che le porgo per l’artico da pubblicare sul blog.

    A che età hai scoperto di amare la lettura e scrittura?

    Da sempre, all’inizio scrivevo sul diario, i miei pensieri, i miei segreti e i miei sfoghi, con i famigliari che mi leggevano le fiabe o spezzoni di libri.

    Poi ho scoperto un’applicazione dove si potevano scrivere storie completamente inventate, quindi scrivevo storie come passa tempo.  Diciamo che la scrittura l’ho amata e la continuo ad amare in ogni sua forma, dai tempi scolastici a quelli creativi.

    La lettura mi ha sempre affascinato, mi fa evadere dalla realtà, nei momenti in cui voglio essere ovunque con la mente o semplicemente ho bisogno di rilassarmi.

    La lettura e la scrittura per me sono importanti, perché in alcuni romanzi mi sentivo come i protagonisti a seconda di come stavo. Ammetto che quando scrivo sto bene.

    Quindi per me leggere e scrivere storie tutt’ora mi fanno sentire rilassata e mi dimentico del resto. Non avrei mai pensato che la mia passione diventasse poi un lavoro. Ma nella mia vita volevo fare la scrittrice e poter coinvolgere le persone nella mia fantasia.

    Che rapporto hai con i fan?

    Bellissimo, con loro ci parlo, ascolto le loro idee, chiedo consigli. Per me i fan sono come degli amici. Mi piace tenerli presenti nelle mie folli idee e soprattutto stupirli in qualche modo. Mi piace quando mi mostrano video e editing sul libro e mi mostrano il loro supporto. Li amo, sono fantastici anche se ora sono pochi, spero di creare una grande famiglia.

    Sei fidanzata?

    No, sono single, non ho nessuno ragazzo che posso definire il mio fidanzato.

    Tocchiamo un argomento più delicato, il tuo bullismo. So che vuoi iniziare una battaglia contro di esso, come sta procedendo?

    Parlare della mia storia è importante, proprio perché dalle esperienze degli altri si può sempre imparare qualcosa e più si denuncia questo fenomeno, più persone si possono unire per combattere questa piaga. Il bullismo e il cyberbullismo non ha età, attacca quando vuole e in modo differenti. Ho raccontato di me in molti articoli, ma soprattutto ho mandato un video contro il bullismo al Centro Nazionale Contro Il Bullismo. Potete vedere il video su Instagram, precisamente sul loro profilo. Quindi si è una lotta, formata da tante persone che vogliono fermare tutto questo.

    Ci sono audio letture del tuo libro: “The Game Of Possession 1”, cosa ne pensi?

    In anzi tutto devo ringraziare Giulia e Marco per lo splendido lavoro, perché sono due doppiatori fantastici. Con le loro voci danno vita alla storia e soprattutto hanno un interpretazione recitativa che ti trasmette così tante emozioni da lasciarti a bocca aperta. Sono orgogliosa e felice che nel canale YouTube di Giulia Segreti ci siano le audioletture del mio primo romanzo, perché sono così talentuosi che mi fanno venire i brividi ogni volta che lì ascolto. Sicuramente ne usciranno delle altre, perché mi immagino la voce di Ivan e Ludovica con le loro e sono perfetti.

    Sei mai stata tradita?

    Bella domanda. Si, sia in amore che in amicizia. Ma capita di incontrare persone che tradiscono la fiducia e non solo quella, esistono anche queste persone, fa parte del genere umano.  Ma esistono anche persone fedeli, bisogna solo cercare e tenere gli occhi aperti, chi cerca trova.

    Hai delle amicizie d’infanzia?

    Si, ho un’amica che considero “amica d’infanzia” perché siamo cresciute insieme.  In verità il nostro rapporto è stato molto strano, all’inizio non ci sopportavamo proprio poi crescendo siamo cambiate. Credo che sia normale, sono quelle amicizie strane, nate da un’antipatia per poi volersi davvero bene. Siamo nate nello stesso anno con quattro mesi di differenza. Siamo un duo molto scoppiettante insieme, ci capiamo al volo  e siamo quasi “telepatiche”.  Ci conosciamo quasi da quindici anni. Abbiamo quel rapporto che ci diciamo tutto, credo. Alcune cose rimangono solo nostre e basta.

    Ho notato sul tuo profilo Instagram che suoni il pianoforte, che sinfonie ti piace interpretare?

    Non suono il piano, la foto me l’ha fatta un mio amico. Lui studia al conservatorio e amo ascoltare quando suona, è molto bravo e talentuoso. Ha provato a insegnarmi ma ci vuole pazienza con me, mi confondo semplicemente con i tasti, quindi invento sinfonie a caso che risultano carine.

    Che rapporto hai con questo tuo amico?

    Per me è come un fratello, un fratello più piccolo e gli auguro di realizzare il suo sogno di diventare un musicista.

    Se ti dovessi descrivere con tre aggettivi, come ti descriveresti?

    Ambiziosa, gentile e fantasiosa. Se devo essere sincera preferirei spiegare e aggiungere altri dettagli invece che tre aggettivi, ma è più semplice se sono gli altri a conoscermi e a descrivermi. Sperando che non dicano cavolate, diciamo che sono sempre stata messa in un mirino di parole negative nei miei confronti. Motivi immotivati, ma quando non si piace alle persone e si è in un certo mirino dove inventano di tutto.

    Com’è il tuo rapporto con i tuoi genitori?

    Molto bello, c’è una trasparenza tra di noi, è un rapporto limpido e cristallino.  Non ho segreti con loro. Avere un buon rapporto con la propria famiglia è importante, perché di loro puoi fidarti sempre  e ci saranno sempre nelle scelte che fai e sono pronti a perdonarti se sbagli e se ti perdi per alcuni minuti loro ti rimettono nel cammino giusto.

    Cosa ci possiamo aspettare nel futuro?

    Non lo so, il futuro è imprevedibile.

    Cosa vuoi dire a tutti coloro che hanno dei sogni?

    Di non arrendersi, anche se ci saranno mille no tra quei mille ci sarà un si, bisogna solo aspettare e avere pazienza.

    Un tuo difetto?

    Sono molto testarda, ma allo stesso tempo non lo considero un difetto. Il mio essere testarda dipende su che cosa mi focalizzo.

    Grazie per avermi concesso l’intervista.

    Grazie a te. Un saluto ai lettori dell’”Articolo/blog”

    Questa era l’intervista che ho fatto a Annalisa Mirizzi. Grazie per l’ascolto.

     

     

     

     

     

  • Il libro Mister Parkinson presto film

    Abbiamo letto in molti la storia di Maria Luisa che nella primavera del 2006 fu vittima di una patologia sconosciuta. La sua vicenda ci tenne con il fiato sospeso, una storia commovente, piena di straordinaria dignità d’animo e amore per la vita. Una giovane maestra elementare di mezza età, bella e solare, amatissima dai suoi bambini che lei definiva le gemme preziose che nascono sui rami più alti dell’albero della vita. Questa misteriosa forma di parkinsonismo la paralizzò completamente, togliendole ogni possibilità di movimento, nessun uso degli arti mani e gambe e come disse lei in persona: “Dio non mi ha lasciato neppure la possibilità di asciugarmi le lacrime”.

    La giovanissima figlia allora studentessa scrisse giorno dopo giorno un diario per annotare i suoi progressi in realtà Maria Luisa si stava trasformando impercettibilmente in un angelo ma la forza della scrittura tenne in vita donna per ben 15 lunghi anni, amorevolmente accudita come la rosa di un magnifico giardino.

    Maria Luisa ci ha lasciato il primo maggio del 2020 e la sua storia ora diventerà un film per la produzione di Pietro Innocenzi. “Ho scritto io” dice la figlia Nina Monca Scalabrin autrice del libro Mister Parkinson  “proprio perché volevo trasmettere le mie emozioni esattamente come le aveva vissute la mia famiglia Una  storia come la nostra forse non andrebbe mai raccontata, la tristezza non è mai un bene da condividere ma lo è l’amore e nel mio racconto di amore ce n’è moltissimo. Io penso che anche nella sofferenza c’è continuità. La vita deve comunque andare avanti e non fermarsi mai per questo abbiamo lottato e aiutato la ricerca. Io sono una motivatrice e vorrei che le malattie neuro degenerativa trovassero tutte una cura.”

    Restiamo tutti in attesa del film e nel frattempo facciamo tanti auguri all’autrice che ancora una volta ci regalerà una storia piena di emozioni.        Grazia Dell’Angelo.

     

    Amazon.it: Mister Parkinson – Scalabrin, Nina Monica – Libri

  • Marcello Vandelli a Spoleto Arte: “L’arte è principalmente una segreta premeditazione”

    Marcello Vandelli, artista di origini modenesi, sa come farsi riconoscere. La sua arte questa settimana è entrata negli schermi degli italiani grazie a un servizio del Tgcom24. Il pittore di Spoleto Arte, con il suo stile inconfondibile, ha ammaliato il pubblico del format Arte in quarantena ed è pronto a conquistare anche noi con la sua filosofia artistica.

    • Di recente il Tgcom24 ha rilasciato un servizio su di lei. Come si sente?

    Sono grato di questa possibilità. Da anni investo tempo e spirito in questo mio percorso artistico. La pittura è totalizzante, riempie ogni istante della mia vita, è un sacrificio enorme, ma la considero un privilegio. Curo nei dettagli ciò che può aumentare la visibilità dei miei lavori e il servizio all’interno della rubrica Arte in quarantena è assolutamente un ottimo risultato. In modo particolare, nell’attuale contesto che tutti stiamo vivendo, ritengo che l’arte possa diventare una medicina per l’anima.

     

    • Cosa significa fare arte oggi?

    L’arte è principalmente una segreta premeditazione, nasce da un accumulo silenzioso di idee e da una costante attività di critica selezione. Il risultato che ne consegue si basa sulla pura sperimentazione, volta a ricercare un equilibrio tra forma e colore in grado di saper esprimere il senso di ciò che voglio comunicare.

     

    • Nelle sue opere trovano spazio l’autobiografico e l’anonimità. Da cosa nasce questa fusione così particolare?

    Le mie intuizioni artistiche sono l’espressione di uno spirito tormentato che vuole esplodere in un grido liberatorio. Sono ossessionato dalle problematiche della vita e della morte, i pensieri si trasformano in colori e forme, rappresentando la condizione esistenziale dell’uomo moderno, afflitto dalla solitudine, dall’incomunicabilità, dall’angoscia. In fondo, rappresento me stesso, quel bambino cresciuto in un mondo che non mi apparteneva, che mi faceva sentire estraneo. E al contempo rappresento il vissuto di ogni individuo, dipingendo una realtà fatta di sagome che si librano in una realtà onirica che ha oltrepassato il materiale, ma ha lasciato inalterata l’esigenza del silenzio e della solitudine.

     

    • Quanto c’è della sua terra nei suoi lavori?

    La mia vita, fin dalla giovinezza, è stata intrisa di esperienze, avventure ed imprevisti che hanno permesso alla mia indole artistica di uscire allo scoperto e crescere. Dopo aver viaggiato per il mondo, sono ritornato alle mie origini, a cui sono indissolubilmente legato, con una maturata consapevolezza.

    Nella primavera del 2012 è accaduto, però, un qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la mia vita, così come quella di molti altri. Il dolore nel vedere la mia terra lacerata dal terremoto… Questo evento brutale e inatteso, assolutamente incontrollabile, ha reso fragili le vite di molti, distrutto in pochi secondi gli equilibri della vita, lacerando ogni stabilità fisica ma soprattutto emotiva. In questa situazione di enorme incertezza si sono risvegliati i sentimenti, la necessità di ricercare, seppur con difficoltà, una nuova pace attraverso la condivisione con gli altri. Racchiuso nel mio piccolo mondo, per la prima volta, ho avvertito l’esigenza di palesare ciò che fino a quel momento avevo celato con tanto riguardo.

     

    • Spesso le è stato fatto notare che il suo stile si ispira alla Pop Art italiana. Che cosa l’ha spinta a seguire questa corrente?

    È impossibile non essere influenzati dal passato, nel mio caso, artistico. Esiste certamente una correlazione, e in alcuni casi mi sento collegato come da un filo invisibile. In genere, mi affascinano e colpiscono tutti quegli artisti che, attraverso cose apparentemente banali, riescono a esprimere emozioni profonde. Mi riferisco in primis agli artisti che hanno segnato un’epoca nella Roma degli anni Sessanta. In loro riconosco un’analogia con il mio vissuto, un’affinità elettiva. Una generazione, la loro, ambientata nel provvisorio benessere o nella provvisoria miseria del miracolo economico. La loro esigenza di dipingere, di stabilire dei rapporti e delle proporzioni, non è alienabile dalla condizione di vuoto in cui si sentono immersi e, proprio in questo vuoto, si sforzano di operare tracciando nuovi punti di riferimento. Ti porto l’esempio di Tano Festa con i suoi Coriandoli, di Mario Schifano con i suoi Campi di pane, di Cesare Tacchi e Giosetta Fioroni, la cui semplice eleganza riesce sempre a emozionarmi delicatamente, e il tormento interiore di Emilio Vedova che scolpisce le tonalità come a rappresentare i giorni drammaticamente vissuti nel periodo della guerra.

    Allo stesso modo, utilizzo l’arte come forma di comunicazione e al contempo di “purificazione”. Attraverso essa fisso il mio passato, mi faccio domande e mi do delle risposte. L’arte diventa il tramite verso la liberazione e la ritrovata consapevolezza.

     

    • Come ha conosciuto Spoleto Arte?

    “Il destino mescola le carte e noi giochiamo”, diceva Schopenhauer. Capita a volte di essere nel posto giusto al momento giusto. E così è stato.

     

    • C’è un’opera a cui è particolarmente legato?

    In realtà, direi di no. Ogni mia opera trova origine nei più profondi meandri del mio Io, è parte inscindibile del mio essere. La mia mente è in continua evoluzione. Non si placa, nemmeno quando dormo. Ogni mia opera è una rappresentazione onirica, un racconto introspettivo, indissolubilmente legato al precedente e a quello che ancora non ha trovato forma, condizionato dal momento, ma soprattutto dai ricordi, che troppo spesso riaffiorano, riconducendo i pensieri verso amore, dolore, passione e solitudine.

  • Benedetta Trudesti, artista di Spoleto Arte, si racconta in un’intervista

    È una settimana di grandi soddisfazioni per Benedetta Trudesti. La pittrice di Spoleto Arte è stata recentemente protagonista di un servizio del Tgcom24. Sul format Arte in quarantena, la pittrice nota per i suoi dipinti dagli sfondi rossi continua a incuriosire e ad appassionare il pubblico di spettatori. E la curiosità non manca nemmeno a noi, che abbiamo voluto farle qualche domanda.

    Cosa ne pensa del format “Arte in quarantena”: le piace l’iniziativa pensata per portare l’arte nelle case degli italiani durante la quarantena?

    Certo che sì! L’arte da sempre è un veicolo di emozione, stupore, studio e ricerca. In questo tempo, in cui la nostra vita si imprime di incertezze, possiamo spostare lo sguardo oltre, verso qualcosa che aiuta lo spirito. La visione dell’arte è una presenza importante in questo periodo di isolamento.

    Secondo lei, cosa dovrebbe fare l’arte in questo momento?

    Dal mio punto di vista è fondamentale l’incontro con l’Arte che è in grado di foggiare una sorta di creatività collettiva, ovvero una condivisione universale, il risveglio delle coscienze: ci si sente ingabbiati come in un vortice che evolve velocemente, di conseguenza la realtà diventa pesante e motivo di sofferenza. Si percepisce la necessità di ritrovarsi, di riscrivere lo spazio e il tempo in una sinergia, in un turbinio di emozioni che portino a un coinvolgimento.

    E a proposito di coinvolgimento… Nelle sue opere il colore rosso balza subito agli occhi. Impossibile non domandarsi quale sia il motivo dietro a questa scelta…

    Esse vivono un’esperienza di vita. L’esperienza che mi ha proiettato verso un qualcosa che intuivo ma non sapevo cosa fosse. Man mano che il tempo passava cercavo di cogliere tutto quello che mi rendeva felice interiormente. Andavo alla ricerca del particolare, un percorso che scrutava l’essenza dell’io in un contesto di intenso colore, ove emerge una passione intrinseca. È l’io che matura e che ritrova la forza nella fragilità, consapevole del tortuoso cammino.

    Che cosa cerca nei suoi ritratti?

    Questa è una bella domanda!

    Allora, tratti, movenze e pennellate trasudano di molecole dinamiche, guidate dal conscio e dall’inconscio di cui l’anima diventa una specie di “specchio”. Uno specchio che lascia riflettere l’essenza di un io nuovo, che lascia riscoprire l’essenza della vita in nuovi volti.

    In questi volti ci sono tantissime espressioni, specie in quelle dei bambini. Come sceglie i suoi soggetti?

    I volti sono il punto focale delle opere. Il tutto prende forma da un connubio fra idea, progetto e interiorità. Le espressioni indicano la capacità di ricercare lo sguardo di bimba dove si cela il desiderio dell’artista. I soggetti sono scelti da un’intuizione “inconscia” e profonda.

    C’è un quadro a cui è particolarmente legata?

    No, perché ogni lavoro nasce, prende forma, si plasma e acquista coscienza dall’intimo. Perciò l’uno non esclude l’altro, essi fanno parte di un grande disegno, cioè l’infinito (come i tanti tasselli della vita).

    Come ha conosciuto Spoleto Arte?

    Spoleto Arte l’ho conosciuta tramite vari eventi di rilievo, e con stupore in un momento così inconsueto.

    Qual è il suo prossimo progetto?

    Il mio prossimo progetto è tutto da scrivere, perché nasce e prende forma dalla vita stessa.

  • Salvo Nugnes al Sole 24 Ore: l’arte terapia durante la quarantena

    Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna. L’arte ha bisogno del suo pubblico e, come l’acqua, si spiana la strada per trovarlo anche quando sembra impossibile. A notarlo è stato Salvo Nugnes, curatore di mostre e grandi eventi, presidente di Spoleto Arte e grande gallerista. Nella lucida analisi sulla realtà in cui versa il settore artistico, piegato dagli effetti del Coronavirus, c’è una possibilità di redenzione. L’ha rivelata a «Il Sole 24 Ore» il primo maggio, festa dei lavoratori, una data simbolica e di buon auspicio.

    Il manager Nugnes, come tutti, ha risentito degli effetti di questo blocco necessario ed è stato costretto a chiudere temporaneamente le sue gallerie d’arte a Milano. Come lui, anche i suoi artisti sono stati colpiti direttamente. L’annullamento o il posticipo di tutti gli eventi in presenza ha infatti interrotto bruscamente l’intimità che veniva a crearsi con il visitatore proprio attraverso l’opera. Ma l’arte ha trovato il modo, per prima, di comunicare con il suo pubblico. Diversi musei hanno offerto tour virtuali e molti artisti hanno ritrovato l’ispirazione e la necessità di raccontare questi tempi anomali.

    C’è però un risvolto da tenere sotto controllo. Se il mondo dell’arte dimostra di essere il primo a reinventarsi e a coinvolgere tutto il paese, è anche vero che “le perdite economiche saranno ingenti” e che “molti, purtroppo, non ce la faranno”. Come fare dunque a risollevare il settore? Per Nugnes la risposta è una: partendo esattamente dall’arte. Meglio, dalle sue proprietà terapeutiche.

    Lo sostiene proprio chi da più di trent’anni si occupa di personaggi illustri, tra cui Margherita Hack, Francesco Alberoni e Vittorio Sgarbi. Ma anche di donne che hanno fatto la storia dello spettacolo come Romina Power, Katia Ricciarelli, Amanda Lear e Silvana Giacobini. Lo crede chi ha visto le enormi potenzialità di arte e cultura e ha deciso di investirci tempo, passione e denaro. Per questo motivo ha iniziato una collaborazione con il direttore del Tgcom24 Paolo Liguori. Un progetto che si è consolidato nel format Arte in quarantena e che ora porta nelle case degli italiani il respiro vitale dell’arte contemporanea. Un’interessante iniziativa che punta ad ampliare il pubblico fisico delle mostre. Chi normalmente non è un “frequentatore abitudinario” potrà così appassionarsi agli autori che animano il panorama artistico italiano. L’artista troverà un modo innovativo per dare vita al proprio sentire e lo spettatore guarirà dalla monotonia con la forza dirompente dell’arte. Benessere in tutte le sue forme, dalla pittura al teatro, dalla fotografia al cinema, dalla scultura alla danza. Un nuovo orizzonte che finalmente include la soluzione al bisogno di stare bene dandogli voce e visibilità.

    Per leggere l’intervista integrale: https://alleyoop.ilsole24ore.com/2020/05/01/salvo-nuges/

  • Intervista a Daniela Rebuzzi di Spoleto Arte: l’arte, un viaggio spirituale

    Lugano, 6 maggio. La passione per i viaggi è il filo conduttore che collega Daniela Rebuzzi alle sue opere. Viandante tra spiritualità e colore, l’artista della rosa di Spoleto Arte crea lavori che accendono nell’osservatore il desiderio di perdersi al loro interno. Perdersi sì, ma per poi ritrovarsi. Daniela mette nelle sue opere tutta la sua esperienza e ricerca per trarne la parte migliore. Come una guida, ci conduce per mano in un sentiero che si apre su risonanze positive. Ecco perché osservando le sue creazioni si prova il segreto piacere di stare in pace con se stessi. Dal 23 aprile è possibile sperimentare la sensazione di essere tutt’uno con questo mondo anche sulla piattaforma Arte in quarantena del Tgcom24. E proprio dopo un contributo a lei dedicato, abbiamo voluto farle qualche domanda.

    Le piace l’iniziativa del Tgcom24 di portare direttamente a casa l’arte contemporanea durante l’isolamento?

    Quando me ne hanno parlato, mi è sembrata un’ottima iniziativa. L’espressione artistica riesce a raggiungere lo spettatore, anche se non direttamente, avendo la possibilità di espandersi e dimostrare la propria forza. Sono fermamente convinta che ogni espressione d’arte è una “medicina invisibile” a portata dell’uomo e che, specialmente in questo periodo, ne abbiamo urgentemente bisogno.

    Daniela Rebuzzi

    Secondo lei per fare vera arte occorre viaggiare oppure l’arte è un viaggio che cominciamo in noi stessi?

    Per quanto mi riguarda, entrambe le cose. Il viaggio della mia vita, specialmente il mio cammino spirituale, influenza molto la mia pittura. D’altro canto il mio universo personale viene ampliato grazie alla mia passione per i viaggi che sono un vero percorso interiore, tracciato spesso in solitaria, al fine di entrare in comunione con i luoghi e le culture incontrate. Una sorta di studio che successivamente, dai miei taccuini, si traduce in arte.

    Nelle sue opere c’è effettivamente una forte componente spirituale e cromatica. Come comunicano queste due realtà nei suoi lavori?

    La realtà spirituale e quella cromatica coesistono nelle mia creatività e si fondono per esaltare il concetto che desidero esprimere attraverso un’opera d’arte. La sperimentazione della componente cromatica e l’energia dei colori delineano e rafforzano i concetti spirituali.

    Che funzione ha la parola nelle sue creazioni?

    Il gesto e la materia sono uno dei punti chiave da cui si dirama la mia arte dove confluisce spesso anche la parola, in foggia di scrittura o di poesia, sulla scia del desiderio di far emergere il concetto delle mie creazioni.

    C’è un’opera a cui è affezionata?

    L’opera a cui sono molto affezionata è senza dubbio Grandmother. Si tratta di un dipinto eseguito con tela dipinta ad olio lavorata a maglia. È stata un’opera che mi ha portato molto successo e visibilità, apprezzata inoltre dal critico Vittorio Sgarbi. Un dipinto che ho dedicato a mia nonna, la quale mi ha tramandato la passione per la manualità e insegnato il sapere dei lavori artigianali di un tempo.

    Come ha conosciuto Spoleto Arte e il suo presidente?

    Durante le selezioni della Biennale Milano 2017. In quell’occasione ho conosciuto il suo presidente Salvo Nugnes, grazie al quale nel corso degli anni ho partecipato a diverse esposizioni collettive.

  • Spoleto Arte: Valcarlo Drensi e il futuro dell’arte a partire dalla quarantena

    Roma, 27 aprile. Il Maestro Valcarlo Drensi è reduce da un recente servizio del Tgcom24 a lui dedicato. S’intitola Osservare, non guardare, per l’innovativa piattaforma Arte in quarantena. Nell’entusiasmo contenuto dalla situazione, ci concede una breve ma illuminante intervista. Pittore della rosa di Spoleto Arte, l’artista fa il punto sulla situazione dell’arte in questa fase di crisi. Ma non solo. Guarda con lungimiranza anche il suo futuro.

    Venerdì scorso è uscito sulla piattaforma di Tgcom24 il servizio su di lei per Arte in Quarantena. Che ne pensa di questa finestra mediatica?

    Mala tempora sono questi, in cui l’arte sta sospesa, confinata per obbligo e necessità. Tempi in cui musei, gallerie, mostre, eventi culturali sono in quarantena e la socialità è costretta in spazi domestici e interiori. Sono tempi in cui la realtà vitale è sopravanzata da quella virtuale, per questo occorre fare di necessità virtù e utilizzare al meglio quella che non è solo una finestra ma un portone aperto verso il mondo, in senso lato e letterale, per mantenere alta la capacità di fruire l’arte in tutte le sue espressioni e forme, non ipocritamente escludendo i personali percorsi creativi. Ben venga dunque questa vostra iniziativa e questa “finestra” da spalancare.

    Valcarlo Drensi

    Nel 2006 ha fondato il Movimento Artistico e Culturale dell’Affabulazione Italiana e successivamente il Movimento Metaformale. Che cosa cerca nell’arte oggi?

    L’attuale panorama artistico ha raggiunto la saturazione delle proposte espressive per cui nuovi movimenti hanno l’onere di stimolare la creatività sopita e l’impegno di indicare alcuni possibili obiettivi. Tra i molti proponibili e proposti, anche dal movimento Affabulante, alcuni sono imprescindibili e vanno, sia pur sempre criticamente, perseguiti. Nell’Arte, dunque, a maggior ragione in questi tempi si potrà e dovrà cercare:

    * la felicità della bellezza;

    * la libertà dell’immaginazione;

    * la saggezza  della memoria,

    * l’espressività dell’essenziale;

    * la capacità di sottrarre animo e mente al “mala de vivre” esistenzialista, senza tuttavia rinunciare ad affrontare le tematiche più ostiche e scottanti del quotidiano.

    Che evoluzione prevede?

    Il Vico individua nella storia un’alternanza di corsi e ricorsi, così è pure per l’Arte.  Dopo un predominio della non forma per tutta la seconda metà del secolo scorso, pur con i dovuti distinguo ed eccezioni, oggi si può rilevare una tendenza a recuperare terreno da parte della forma. Questo non vuol dire rinnegare ma inglobare l’esperienza dell’astrattismo concettuale, all’interno del figurativismo formale, secondo l’ipotesi  Meta-formale.

    C’è un’opera a cui è particolarmente legato?

    Ogni opera, bella o brutta che sia, è per ciascun autore come un figlio e, pertanto, un piezzo ’e core direbbe Edoardo. Ma se devo proprio indicarne una, ritengo Inno alla gioia, ovvero Europa. È quella che mi rappresenta di più, non solo per il risultato visivo ma anche per la concettualità simbolica di quel rebus. Simboleggia, infatti, i tre livelli dell’Europa: quello degli ideali, quello delle istituzioni e quello dei popoli. Come meglio si esplicita nella didascalia associata al quadro, di cui è parte integrante.

    Valcarlo Drensi

    Nei suoi lavori ci sono molti simboli. Qual è il più ricorrente?

    Non uno ma almeno due sono i più frequentemente usati, perché particolarmente significativi:

    – la Bicicletta come simbolo di libertà, del viaggio, non solo in senso fisico, del cammino nel suo evolvere, ma anche della fatica del vissuto quotidiano, insomma, della vita nella sua interezza.

    – l’Ombrello, invece, assume significati più protettivi e, pertanto, simboleggia un sicuro rifugio, la casa, sebbene non raffigurata esplicitamente, la sicurezza della famiglia e, in fondo, la certezza degli affetti sia che sotto ci si ripari in coppia, in gruppo o da soli.

    L’individuo e la folla: come li rappresenterebbe in questo periodo?

    La  “Folla” non è scomparsa ma si nasconde in attesa dentro di noi, che di essa siamo contenuto e allo stesso tempo contenitore. Di questo abbiamo conferma tanto letterariamente, quanto filosoficamente e biologicamente. Per Pirandello ognuno è “uno, nessuno e… centomila”. Il Microcosmo che Democrito, Aristotele e tutta la filosofia Rinascimentale vede nell’uomo quale rappresentazione dell’Universo (macrocosmo) non è sufficientemente “affollato”? E ancora, biologicamente non siamo forse una folla di centinaia di miliardi di cellule, ciascuna singolo individuo vitale? Come vede non siamo mai soli, anche per altri versi, ma sempre parte e tutto di folle diverse. Per questo e perché siamo animali sociali, possiamo essere sicuri che torneranno file e folla, croci e delizie, nel nostro futuro.

    Per concludere, come ha conosciuto Spoleto Arte e il suo presidente?

    Per precedenti collaborazioni artistiche, del tutto soddisfacenti.

  • Spoleto Arte: intervista alla pittrice Rosanna Cecchet

    Chi va fuori di questi tempi? Con tutte queste restrizioni la quotidianità muta. Il mondo dell’arte segue questa rotta e resiste, continua imperterrito a raffigurare questa realtà sfaccettata. Un po’ come fa Rosanna Cecchet, rinomata artista bellunese. Da poco protagonista di un servizio del Tgcom24, la pittrice di Spoleto Arte non perde tempo. Anzi, lo sfrutta per raccontare il presente.

    • Cosa ne pensa dell’iniziativa di Arte in Quarantena?

    Quella istituita dal direttore Paolo Liguori per Tgcom24 è una bella opportunità tanto per gli spettatori che per gli artisti contemporanei, dal momento che non possiamo uscire di casa a causa dell’epidemia.

    • Oltre a opere che riguardano il suo vissuto o la natura, ce ne sono diverse che raffigurano episodi di cronaca che hanno fatto il giro del mondo e sono entrati a far parte della Storia. Anche questo periodo diventerà il soggetto di uno dei suoi futuri quadri?

    Sì, tant’è vero che ne ho già iniziato uno. Il tempo in questo momento non mi manca… Ma per il momento è troppo presto per dare maggiori dettagli.

    Rosanna Cecchet

    • Speriamo di vederlo presto allora, anche perché la sua arte affascina per la minuzia con cui rende i particolari e per la dimensione dello spazio. Aperto e chiuso che significato assumono all’interno delle sue composizioni?

    La minuzia è una delle mie caratteristiche distintive e una tela deve quasi sempre essere grande perché io possa esprimermi al meglio. Tutti noi viviamo “dentro e fuori”: mi piace pensare che chiunque osservi le mie opere possa interpretarle a modo proprio, ciascuno in base alla sua vita vissuta.

    • Spesso si ha l’idea di osservare una visione, un sogno ricco di simboli che diventa dipinto: il surrealismo quanto può nascondere o enfatizzare la realtà?

    Nei miei dipinti non nascondo niente, dipingo quella che è una mia pura realtà. Ma, come dicevo poco fa, lascio il pensiero a chi li osserva.

    • Il colore è un altro grande protagonista dei suoi lavori. Che cosa vuole trasmettere con quest’ultimo?

    La psicologia ha numerosi trattati sul significato del colore e del suo uso per trasmettere emozioni; io non sono esente dal coinvolgimento che questo effetto fisico genera. Principalmente trasmetto la gioia e il dolore che si associano a determinate scene.

    • Il critico d’arte Vittorio Sgarbi e il noto sociologo Francesco Alberoni hanno scritto commenti molto positivi sulle sue opere. Come li ha conosciuti?

    Sono lusingata dai loro apprezzamenti. Ho avuto l’opportunità di incontrarli partecipando alle mostre collettive organizzate da Spoleto Arte di Salvo Nugnes, quali la Pro Biennale di Venezia, la Biennale Milano, l’esposizione Spoleto Arte e le numerose manifestazioni cui ho partecipato.

  • Spoleto Arte: intervista all’artista Angelo Scuderi

    Un’acquerellista “poeta dentro”, questo è Angelo Scuderi. L’artista romano della scuderia Spoleto Arte è stato recentemente oggetto di un servizio del Tgcom24 per il format Arte in quarantena. Di piglio deciso, spiega con schietta disinvoltura il suo pensiero artistico e lo stile personale. Una caratteristica che non abbiamo potuto fare a meno di notare anche in occasione della sua intervista.

    • Recentemente il Tgcom24 le ha dedicato uno spazio sulla nuova piattaforma Arte in Quarantena. Cosa pensa di quest’iniziativa?

    Un’iniziativa importantissima a fare comprendere l’importanza e il ruolo fondamentale dell’arte durante le avversità, come quella del Covid-19. L’arte è la panacea di ogni male, capace di creare emozioni positive che sicuramente stimolano le difese immunitarie dell’essere umano.

    • Affermando che “l’arte non ha pazienza”, non aspetta, lancia un forte messaggio ai suoi colleghi. Che cosa dovrebbe fare un artista in questo momento secondo lei?

    L’artista in questo momento deve assolutamente creare forti emozioni da diffondere come la medicina più forte e importante. In questo momento l’arte non ha la pazienza di tollerare questo virus, l’arte è in grado di distruggere qualsiasi virus. A chi pensa che gli artisti siano inutili dico sempre di provare a passare la quarantena senza musica, libri, film, teatro, poesia, fotografia o pittura.

    Angelo Scuderi

    • Restando sempre sul tema, ma prendendo un altro punto di vista, si potrebbe dire che l’arte è prima di tutto impulsiva?

    L’arte è assolutamente impulsività. Quando creo le mie opere mi ritrovo da solo davanti a un foglio bianco e, senza alcuna progettualità, solo d’impulso nascono questi personaggi, queste mie ombre. Solo dopo mi rendo conto di avere creato qualcosa di unico. In questo l’atto della creazione di un’opera d’arte è molto simile all’atto con cui viene concepito un figlio.

    • Come ha incontrato la sua passione per gli acquerelli? Lei poi ha sviluppato una tecnica e uno stile molto personali…

    Ho incontrato per caso questa forma d’arte meravigliosa. L’acquerello è la forma d’arte pittorica più difficile, ma anche quella più bella. A mio avviso ciò è dovuto all’acqua, elemento imprevedibile. L’acqua, questo elemento della vita, si unisce in modo incontrollabile e sempre diverso con i pigmenti naturali o minerali dei colori diventando un tutt’uno con la carta per dare voce ai sentimenti, agli stati d’animo dell’artista.

    • Ci sono dei soggetti a cui è particolarmente legato?

    Sì, le ombre. Le ombre, i riflessi, i mei personaggi indefiniti quasi totalmente privi di dettagli, di particolari. Queste mie ombre, proprio perché non definite, diventano universali nella continua ricerca di misteriosi segreti della figura umana che la ragione nasconde.

    • Collegandoci alle domande precedenti… L’arte fino a che punto è personale e quando diventa “patrimonio” condiviso?

    L’arte è di tutti, dell’artista che la crea e che in lei esprime i suoi messaggi. Ma anche dello spettatore, nel quale l’arte suscita emozioni, sentimenti capaci di farci provare dei profondi brividi, delle scariche potentissime di adrenalina. Queste sono le cose che ci mantengono in vita. Che vita sarebbe una vita priva di emozioni, priva di sentimenti? A cosa servirebbe vivere anche mille anni senza alcuna emozione o senza provare profondi sentimenti? Spesso quando creo arte, ma anche quando vivo l’arte altrui, sono pervaso da quelli che io definisco brividi. Sì, brividi, perché sono molto simili a dei prolungati orgasmi che ti attraversano tutto il corpo.

    • Come ha conosciuto Spoleto Arte e il suo presidente?

    Spoleto Arte e il suo presidente sono la realtà più bella del mondo dell’arte italiana in questo momento. Capaci di dare voce e visibilità a migliaia di artisti. È proprio grazie alla mente illuminata di Salvo Nugnes che sono entrato in contatto con questa prestigiosa realtà dell’arte italiana. È stato infatti proprio lui che mi ha selezionato per le prime mostre e che mi sta accompagnando in un crescendo di successi di pubblico e critica.

  • Intervista a Giuseppe Oliva, rinomato artista di Spoleto Arte

    Giuseppe Oliva, rinomato pittore di origini ragusane, vive e lavora a Varese. Non sono passati molti giorni da quando la sua arte è stata protagonista di un servizio di Tgcom24 per il format Arte in quarantena e così ne abbiamo approfittato per saperne di più. Artista di punta di Spoleto Arte, Oliva è particolarmente apprezzato per i suoi dipinti ispirati ai colori della natura mediterranea…

    Di recente è uscito su Tgcom24, per la rubrica ideata da Paolo Liguori, un servizio a lei dedicato. Cosa ne pensa dell’iniziativa di portare direttamente l’arte nelle case degli italiani?

    Sicuramente è una iniziativa molto interessante e meritoria, perché consente a tutti, nonostante il periodo che stiamo vivendo, di continuare ad avere un rapporto con l’arte, fondamentale, non soltanto da un punto di vista culturale, ma anche e soprattutto da un punto di vista strettamente personale, perché l’arte con i colori, la materia e la sua narrazione è sicuramente in grado di esaltare le emozioni più profonde di ciascuno di noi.

    Nei suoi dipinti si ritrovano i colori di determinati luoghi a cui è legato. Cosa significa trasfigurare la realtà per esaltarla?

    Sì, è vero, nelle mie opere prevalgono i colori della mia Sicilia: il blu, gli azzurri, il celeste, ma non con lo scopo di esaltare la natura, ma semplicemente come una scusa per descrivere un mondo interiore fatto di ricordi e di emozioni. Sono colori della mia infanzia, della mia adolescenza, della mia gioventù e della mia età adulta, sfumature, particolari che mi riportano indietro nel tempo e mi fanno rivivere sprazzi della mia vita.

    Giuseppe Oliva

    Nel corso della sua carriera artistica ha scelto di dedicarsi a una pittura scultorea. Che cosa cerca nella matericità del colore?

    Si è stata una scelta che ho fatto ormai tanti anni fa e su cui continuo ancora a sperimentare e cioè a cercare di esprimere, non solo attraverso il colore, ma anche attraverso la materia, le mie emozioni più recondite. I miei quadri sono diventati ancora più materici, ad esempio nel momento in cui ho cercato di dare una forma al concetto dell’oltre, a tutto ciò che riteniamo sia qualcosa di reale, ma che in effetti non esiste. Concetto che in qualche modo ho materializzato attraverso la raffigurazione dei riflessi, di per sé bellissimi da vedere, ma sicuramente la sintesi di una realtà virtuale, in quanto basta veramente poco ‒ un alito di vento, il passaggio di un gabbiano ‒ per farli sparire o modificarli e per rendersi conto della loro virtualità. La materia cioè come un modo per dire a me stesso che non bisogna fermarsi dinanzi alle apparenze e un modo, altresì, per carpire dal particolare il mio “infinito”, che poi diventerà l’infinito dell’osservatore quando si troverà davanti alla tela e avrà la possibilità di individuare il momento più recondito della sua vita e le sue emozioni più profonde.

    Ci sono delle opere a cui è maggiormente legato?

    Sono diversi i quadri a cui sono particolarmente affezionato, tutti legati a particolari momenti della mia vita, ad esempio Nostalgia del 2017, Oltre i riflessi del 2016 , ma uno in particolar modo Scia di speranza del 2019: l’ho realizzato verso la fine dell’anno, una scia bianca della luna proiettata su un mare scuro e oltremodo materico, come a voler significare di uscire sempre dal proprio pessimismo più cupo e lasciarsi guidare dalla speranza di andare avanti e trovare le energie per superare sempre ogni avversità.

    Cosa significa essere artisti durante la quarantena?

    Essere artista in quarantena, per me, significa sicuramente avere avuto più tempo per pensare e riflettere, per soffermarsi ancora di più sull’aspetto concettuale della mia pittura e cercare di trarre e, nel contempo, cercare di trasferire, la consapevolezza dell’oltre. In altre parole: non attenersi alle apparenze, ma tentare di superarle e tentare di vivere una vita migliore. In questo periodo più di ogni altro la pittura, l’arte in genere, può dare la forza e la giusta energia di andare avanti e cercare di superare ogni tipo di avversità.

    Qualche progetto in serbo per il futuro?

    Quale progetto? Al di là delle mostre, delle esposizioni che, passata questa emergenza sicuramente farò in diverse città italiane, il progetto più grande è quello di dare sempre più corpo alle mie riflessioni e di rendere sempre più netto il connubio tra concetto, filosofia e arte, in modo che la tela possa sempre di più diventare come una sorta di libro, tale da trasformare l’osservatore in un vero e proprio lettore, capace di percepire in modo sempre più netto le sue emozioni.

  • Spoleto Arte: la pittrice Katiuscia Papaleo e l’arte in quarantena

    È tempo di restare a casa, di lavorare tra le mura domestiche e di dedicarsi a ciò che più ci piace, di coltivare le nostre potenzialità. Ma non sempre è così facile. Katiuscia Papaleo, artista di Spoleto Arte e Maestro d’arte di Milano, dimostra qui tutta la sua determinazione. Inoltre sarà protagonista di uno dei prossimi servizi del Tgcom24 dove si racconterà. In tempi di isolamento l’arte si schiera in prima linea contro il male e non ha paura di mostrarsi. L’arte infatti può essere determinante in queste giornate. Per questo motivo abbiamo voluto farle qualche domanda.

    A breve uscirà un servizio a lei dedicato sulla piattaforma del Tgcom24. Come si sente e cosa ne pensa di quest’iniziativa?

    È un’iniziativa molto bella perché in un momento di difficoltà come quello che stiamo attraversando, dove le giuste restrizioni attuali impediscono ogni movimento, si ha la possibilità di comunicare in qualche modo arte e cultura, che è sempre un’ottima medicina per la mente e per l’anima.

    Anticipando un po’ il contenuto… C’è un momento, all’inizio, in cui afferma che l’arte è un dono con cui si nasce. È sempre valido il detto “impara l’arte e mettila da parte” o ci vuole costanza, soprattutto in questo campo?

    In questo campo avere un dono è un conto, ma non curarlo sarebbe un “dono sprecato”. Ci vuole molta costanza e studio, per fare in modo che questo dono si sviluppi poi in arte.

    Il suo rapporto con il colore è molto particolare e lo si vede dalle atmosfere atemporali che ricrea nei suoi lavori. Come nasce una sua opera dal punto di vista cromatico?

    Di solito parto sempre da una base neutra poi attraverso i contrasti di luci e colori l’opera prende forma. Possono variare i soggetti, ma non l’atteggiamento pittorico con cui affronto un lavoro.

    E invece, parlando di soggetti, ce ne sono alcuni a cui è particolarmente legata?

    In realtà no, perché alla forma io antepongo sempre il colore. Utilizzando la pittura come forma di comunicazione in genere il soggetto è legato a ciò che voglio comunicare in quel preciso istante.

    L’osservazione della realtà è uno degli “esercizi artistici” da cui non si può prescindere. E questi giorni critici interessano tutti, ciascuno di noi li analizza, ma non tutti riescono a trarne motivo di ispirazione… È così anche per lei? Che cosa racconterebbe nelle sue creazioni adesso?

    In questo periodo particolare l’ispirazione può arrivare da mille spunti anche se non è facile tenere alta la voglia di dipingere, perché sopraggiunge lo sconforto, la paura.

    Katiuscia Papaleo

    Io ho dipinto. Sì, ho dipinto alcune cose nel frattempo, raccontando l’arrivo del Coronavirus da paesi lontani, la ricerca nell’aiuto spirituale, l’arrivo della primavera e il risveglio della natura incurante di ciò che sta accadendo agli uomini. Di cose da dire ce ne sarebbero tante, però mi rendo conto che quando la testa è bombardata di pensieri solo negativi e preoccupazioni per te e per i tuoi cari, diventa difficile tradurre in pittura. Il tempo che potresti avere a disposizione per immergerti solo nell’arte non è sempre così artisticamente fruttifero.

    Lei ha esposto in moltissime mostre di livello nazionale e internazionale, alcune organizzate da Spoleto Arte. Come ha conosciuto il suo presidente, Salvo Nugnes?

    Ho conosciuto il dott. Nugnes semplicemente partecipando ad una delle mostre organizzate da Spoleto Arte, che ha la capacità di offrire ad un artista quella visibilità che non sempre da soli si riesce ad avere.

    Su che cosa le piacerebbe lavorare prossimamente?

    Mi piacerebbe lavorare sulla ripresa, sulla solidarietà che ha dimostrato il nostro Paese e sul saper “fare” e collaborare in momenti di crisi. È qualcosa su cui spero di poter lavorare presto.

  • Intervista all’artista Anna Actis Caporale di Spoleto Arte

    Più che di un diario di viaggio, si tratta di un diario dei ricordi. Anna Actis Caporale è un’artista che racconta il mondo vedendolo con gli occhi di chi ne conosce l’incanto. Tra i suoi dipinti spiccano i gialli e gli azzurri del paesaggio orientale e, con il recente servizio di Tgcom24, inserito sulla piattaforma Mediaset Play sabato scorso, possiamo finalmente ricominciare a viaggiare anche noi. E chi meglio di Anna Actis Caporale, artista di Spoleto Arte, può farci da guida?

    D: Sabato 28 marzo al Tgcom24 il servizio sul suo percorso artistico: cosa pensa di quest’iniziativa che porta l’arte nelle case degli italiani durante la quarantena?

    R: È un’ottima iniziativa. C’è bisogno di arte, di bellezza e di luce in questo periodo cupo che ci vede confinati nelle nostre abitazioni. Spero che in questo modo si possa portare un momento di serenità nelle nostre vite.

    D: Oltre a essere pittrice, è anche fotografa. I suoi scatti raccolgono quanto ha esperito nei suoi viaggi. Cosa l’ha spinta nelle regioni della Cina e del Marocco?

    R: La curiosità innanzitutto. La voglia di conoscere culture diverse.

    Ho visitato molti paesi e, per quanto riguarda la Cina, fin da piccola ero affascinata da questa cultura millenaria e misteriosa, per noi. Ascoltavo rapita i racconti di un prozio, vissuto in Cina e a Taiwan per quasi cinquant’anni e, appena ho potuto, ci sono andata. Era una Cina che si apriva solo allora al turismo e per questo era ancora più interessante.

    Anna Actis Caporale

    Il Marocco mi affascina per la diversità del paesaggio. Dalle città imperiali brulicanti di vita, in cui la cultura araba si mischia alla berbera, ai monti dell’Atlante dove i berberi si erano rifugiati per sfuggire agli invasori arabi, dove le stratificazioni delle rocce, messe a nudo, parlano delle ere geologiche che si sono susseguite fin da quando il luogo era un fondale marino… e infine il deserto, il regno dei nomadi.

    D: Cosa la lega a queste culture?

    R: Sono sempre stata attratta dalla cultura orientale. Mi sono formata in un periodo in cui il richiamo delle filosofie orientali era molto sentito. Il “viaggio in India” era un mito per molti miei coetanei. Io ho preferito interessarmi di filosofie-religioni quali il Confucianesimo, il Taoismo e lo Zen giapponese, perché ho sempre creduto che questo sia il modo migliore per capire un popolo. Ma io sono e rimarrò sempre un’occidentale con un background diverso.

    Per quanto riguarda la cultura araba devo dire che mi sono avvicinata con il desiderio di conoscere e poi sono stata attratta dalla gente. I mercati ed i suk , brulicanti di gente, i suoni, i colori, l’odore delle spezie… Tutto ciò compare spesso nei miei quadri.

    D: Ecco, infatti nelle sue opere si ritrovano reminiscenze, emozioni di luoghi lontani. Qual è la scintilla all’origine dei suoi lavori?

    R: La voglia di approfondire e di trasmettere ciò che ho vissuto. Quando dipingo mi calo nella tela, come un attore nella sua parte, e non è tanto il semplice paesaggio quanto un insieme di percezioni, emozioni, sentimenti che voglio trasmettere.

    D: Viaggi e miraggi: ai tempi del Coronavirus l’unica soluzione possibile è viaggiare con la fantasia?

    R: Si, indubbiamente la fantasia ci può aiutare. Possiamo ricorrere alle arti visive, alla musica…

    D: L’arte in un suo miraggio: come la dipingerebbe?

    R: Da bambina sognavo di far volare gli aquiloni, di volare su di una mongolfiera… sogni mai realizzati. Ora, di tanto in tanto, li trasporto sulla tela ed è quanto di più vicino ad un miraggio io possa intendere.

    D: Come ha conosciuto Spoleto Arte?

    R: Rispondendo ad un vostro invito ad una mostra collettiva.

    D: Nelle sue opere spazio e tempo hanno un peso importante. Proiettandoci dunque nel futuro, ha in serbo qualche progetto ancora da realizzare?

    R: Ho ancora molte “storie” da raccontare… vedremo dove mi porteranno.

  • Spoleto Arte: intervista a Margherita Casadei, la pittrice delle donne alla finestra

    È arrivato il momento per Margherita Casadei, pittrice di un animo femminile sensibile alla musica del mondo, di raccontare un po’ di sé e della sua carriera. A pochi giorni dal servizio sulla sua produzione artistica per il Tgcom24 abbiamo voluto approfondire alcuni aspetti caratteristici del suo percorso.

    D: Sabato è uscito il servizio su TGcom24 in merito al suo percorso artistico. Come si sente?

    R: Sono felicissima, trepidante. In un momento così difficile per l’Italia e per il mondo, impegnati a contrastare il Coronavirus, mi auguro che parlare di arte possa infondere in chi ascolta un po’ di serenità e possa offrire un attimo di fuga dalle preoccupazioni. Credo che possa portare una ventata di colore in questo periodo oscuro e duro per tutti noi, che ha spento l’entusiasmo e l’attività di molte persone.

    donne alla finestra

    D: Un’evasione nell’intimità. Le sue opere traducono la bellezza dell’universo femminile, quello più poetico, sognante, privato… Com’è nata l’idea di mostrare le sue protagoniste di spalle, in città romantiche immerse nella notte o nella luce del tramonto?

    R: Nella cura dell’interiorità e della vita, l’arte è uno strumento fondamentale, è un potente veicolo di messaggi privati che possono diventare messaggi per tutti e unirci fortemente, dando luogo a una comunicazione e a una “comunità artistica”.

    L’idea di mostrare le mie figure di spalle nasce quasi per magia da una linea tracciata sulla tela… Quel giorno intuisco un nuovo approccio all’insieme del quadro: traccio mano a mano una donna alla finestra. L’affacciarvisi ribadisce il punto di vista sul mondo. Mi rendo conto immediatamente che la donna, essendo voltata di spalle, facilita il fruitore nell’immedesimazione. Invita a guardare verso un oltre, verso un mondo migliore. Di sicuro in lei c’è un’esortazione a guardare di più il cielo e a immergersi nell’infinito che ci circonda oltre alla solita materialità. Filtra la musica del mondo, della vita e la trasmette. Il segno pittorico diventa così il mezzo per risalire alle radici della comunicazione, per dire con i colori quello che le parole non risolvono.

    D: Perché alcune delle sue donne hanno un incarnato tendente all’azzurro?

    R: Inconsciamente voglio invitare ad alzare di più lo sguardo verso il cielo e verso l’infinito.

    D: Lei vive e lavora vicino a Cervia. C’è un po’ di questa città nei suoi dipinti?

    R: Di sicuro ci sono dei luoghi vissuti e altri sognati: sia cittadini che di paese, con particolare attenzione anche agli alberi. Con i loro rami richiamano una tensione verso l’alto, quasi una muta preghiera. Mi rendo conto che l’arte è un meraviglioso processo in grado di raccogliere pezzi di mondo e di vita unendoli in un insieme armonico e ricco di significato.

    D: Animali e gioielli: sulle sue tele li troviamo molto spesso, come mai? C’è una relazione tra loro e la figura femminile?

    R: Parto dai gioielli: diverse donne alla finestra indossano gioielli ricavati da un’abile selezione di materiali. Talvolta li creo io stessa e attorno si costruisce pian piano un mondo sognante fatto di colori che a tratti sono sfumati. Il gioiello applicato diventa così un’opportunità per costruirci attorno delle impressioni. Si dice appunto che un gioiello è per un’occasione… In questo caso ribadisce la “preziosa” occasione di incontrare se stessi e comunicare agli altri tramite l’arte. Dunque non è un simbolo di ricchezza materiale, ma suggerisce una raffinatezza interiore.

    Gli animali nei miei quadri rappresentano un affetto quotidiano, come i gatti ad esempio. Fin da bambina mi hanno sempre fatto molta tenerezza, ne ho avuti tantissimi e con ognuno un rapporto speciale. Come nel silenzio del buio notturno ci sono le luci della luna, delle stelle e dei lampioni a farci compagnia e a guidarci, così il gatto rappresenta un legame con l’uomo e una peculiare attitudine, poiché è un animale che sa vedere bene anche al buio oltre a essere fin dall’antichità portatore di positività e di una sensibilità particolari.

    donne alla finestra

    In alcuni miei dipinti accanto alla figura femminile compare un uccellino: come ci ricordano le poesie di Giovanni Pascoli, gli uccelli sono i messaggeri di un mistero poiché, potendo volare, fungono da ponte tra il cielo e la terra.

    D: La delicatezza del segno accarezza le forme degli oggetti e dei profili. Quanto questa scelta contribuisce nella creazione dell’atmosfera così caratteristica dei suoi lavori?

    R: La delicatezza del segno passa attraverso molti anni di pittura e di contatto con i colori, attraverso sacrifici, sbagli, diverse ricerche e sperimentazioni per arrivare ad accorgermi, a sentire che il tratto pittorico proviene direttamente dall’anima.

    D: Cosa cerca di trasmettere nella sua più recente produzione?

    R: Di quest’ultima fanno parte alcune donne alla finestra che acquistano lentamente la posizione del viso di tre quarti. Sono donne che raccontano fragilità ed emozioni anche solo con lo sguardo oppure con la loro postura, in ascolto di una musica universale da saper cogliere e trasmettere. Invitano ognuno ad aprire la “propria finestra” sul mondo.

    D: Qual è stato il percorso di crescita interiore e artistica da quando ha preso in mano per la prima volta pennello e tavolozza?

    R: In più di vent’anni di pittura ho lavorato molto su me stessa. Vi ho unito lo studio della filosofia, la musica, il canto e la danza. Spesso ai quadri ho abbinato poesie.

    Tutto è partito dall’interesse per la persona, per l’uomo concepito come essere problematico in mezzo a un universo misterioso dal ritmo affascinante. Parto raffigurando i musicanti di strada, le ballerine. La ballerina nella chiave di violino è un simbolo di musica universale, riassume il concetto di danza e di armonia. Dipingo anche donne con un gatto accanto e dopo la nascita di mia figlia Elena inizio a dipingere le maternità, uno spunto fortissimo anche per riflettere sulla donna creatrice, soggetto in cui la maternità è pure artistica. Poi è la volta della donna alla finestra che si ferma ad ascoltare la musica del mondo e si lascia attraversare da essa per cercare in tutti i modi di comunicarla agli altri.

    A distanza di anni riesco a notare comunque che il filo conduttore del mio far arte è la musica e la cura dell’interiorità, chissà andando avanti…

    D: Tra i suoi estimatori c’è anche Salvo Nugnes, presidente di Spoleto Arte a cura di Vittorio Sgarbi. Come vi siete conosciuti?

    R: Ho conosciuto il presidente Nugnes a Biennale Milano dove erano state esposte alcune mie opere selezionate dal comitato di Spoleto Arte. Ringrazio lui e tutto il suo staff per l’impegno e la professionalità che dimostrano ogni volta nell’organizzare e seguire vari eventi artistici, in cui traspare una forte passione per la cura e la salvaguardia dell’arte.

  • Spoleto Arte: il fotografo internazionale Roberto Villa ricorda Dario Fo in un’intervista

    Il vernissage della mostra Dario Fo e l’arte contemporanea, tenutosi lo scorso giovedì 6 febbraio a Roma ha visto l’intervento di numerosi ospiti vip, tra cui Dino Zoff, Pippo Franco, Maria Rita Parsi. Abbiamo voluto conoscere meglio chi ha reso possibile la mostra sul grande Premio Nobel a cura di Vittorio Sgarbi e Salvo Nugnes. Chi per oltre sessant’anni ha collaborato con Dario Fo e ora ne porta il nome e il ricordo in mostra attraverso le sue immagini. Si tratta del fotografo di fama internazionale Roberto Villa, semiologo e studioso dell’immagine, amico di Dario Fo e Pier Paolo Pasolini.

    Dopo una tournée iniziata al Comune di Castel Franco Emilia, proseguita all’Ambasciata di Belgrado e presso il Teatro Nazionale Serbo, presso l’Ambasciata e Istituto Italiano di Cultura Sloveno di Lubiana, poi di Vienna e di Pechino, al Teatro Nazionale Cinese, presso l’Ambasciata e l’Istituto Italiano di Cultura di Minsk e il Teatro Nazionale Bielorusso, è proprio il caso di dire: finalmente a Roma!


    roberto villa
    Finalmente a Roma con la mostra dedicata a Dario Fo. Come vi siete conosciuti e cosa l’ha spinta a proporre una serie di mostre sul Giullare Nobel?

    1968, Genova, Camera del Lavoro, è lì che ci siamo incontrati.

    Da studioso dei linguaggi delle arti ero molto interessato allo sperimentalismo ed alle innovazioni nel mondo della comunicazione delle diverse forme dello spettacolo, teatro e cinema, musica e pittura, e via. Non a caso nel 1949 avevo studiato la appena nata “Teoria dell’informazione”.

    Le nostre conversazioni sono state immediatamente “nutrienti” grazie ai comuni interessi, alla grande Cultura di Dario ed alla mia preparazione di ingegnere elettronico dagli interessi anomali.

    Il punto forte comune era operare per i minus sapiens, poiché è la cultura che rende liberi e, per potere fare cultura, contattando i Grandi e per collaborare con loro, avevo scelto la fotografia, quella che mi ha consentito di costruire documenti unici sul fare poetico dei grandi intellettuali con cui ho collaborato facendo anche fotografia.

    Quelle foto, infatti, non sono destinate ad essere appese ad un muro e basta, ma sono una overture che mi consente di parlare di cultura a decine di migliaia di giovani e no, ogni anno, non solo facendo loro scoprire il teatro, quello rivoluzionario linguisticamente di Dario Fo, ma rivelando anche i meccanismi del processo creativo in tutte le arti.

     

    Come si è comportato il pubblico di questo progetto itinerante? Le reazioni sono diverse a seconda della cultura di appartenenza? Quanto è conosciuto Fo all’estero e quanto in Italia?

    Grazie all’interattività, tra autore ed immagine nasce un dialogo che dà luogo a domande imperniate sul senso del lavoro e sul cosa rappresentano le immagini.

    Le diversità appaiono nella differente cultura dei singoli, quasi nessuno conosce le regole della composizione di un’immagine, ed ancor meno la differenza fra la composizione nella cultura occidentale e quella nella cultura orientale per cui, con ogni risposta,  faccio un mini corso di semantica dell’immagine.

    In tutto il mondo in cui ho presentato i lavori di Dario Fo il nostro Nobel è conosciuto e, spesso, più di quanto lo sia in Italia.

     roberto villaC’è uno scatto a cui è legato o un ricordo con Dario Fo a cui è particolarmente affezionato?

    Sì, c’è. Si tratta di una immagine in cui Dario, al centro del palco, in piedi, sta agitando le mani che appaiono “sfocate da movimento”: quella foto è nata per dimostrare proprio che il recitativo non era mai statico ma dinamico.

    Mentre facevamo quelle prove, noi due soli sul palcoscenico, Franca Rame, con suo divertimento, ci seguiva seduta in sala, talché ad un certo punto, con una espressione tipicamente milanese ha sigillato le nostre sperimentazioni con un “Sembrate due pirla!”

     

    Lavorando a stretto contatto con grandi della cultura italiana e non solo, come ha fatto lei, si viene influenzati dal loro carisma? In che modo?

    È proprio lo stretto contatto che non fa percepire il carisma destinato al pubblico. Quando gli argomenti della conversazione risultano molto complessi si stabiliscono rapporti ad elevata, autentica empatia ed anche di amicizia.

    In quel caso il contributo delle due parti diventa paritetico e non porta con sé nessuna connotazione di superiorità di “casta”.

     

    Nelle sue rassegne c’è una forte interrelazione artistica, dalla fotografia al teatro, dalla pittura alla scultura. Il fatto che molte forme d’arte comunichino tra loro non dovrebbe stupirci, dovremmo essere educati a questo oppure, secondo lei, la questione va affrontata diversamente? E cosa direbbe Dario Fo?

    È presente, a nostra difesa, la percezione separata, per ogni “categoria” artistica così, quando tre anni fa ho scritto su Facebook “Fotografia: Finalmente si parla di Cultura”, in relazione agli Stati Generali della Fotografia voluti dal Ministro Franceschini, 75 fotografi mi hanno scritto: “Cosa c’entra la cultura con la fotografia?”

    Viceversa, chi fa pittura o scultura è convinto di fare cultura con la C maiuscola, spesso una pia illusione. Tutti, proprio tutti, quando scelgono una qualsiasi forma di comunicazione esprimono sempre la loro cultura che, raramente, è meritevole della C maiuscola ma che, di certo, è l’impronta digitale (non elettronica, ma da digitus), del loro stato culturale meritevole, sia dell’appellativo più elevato o sia del pubblico ludibrio.

    Dario Fo è stato uno studioso, uno storico, un letterato, e come tale ha potuto e saputo travalicare molte categorie passando dalla letteratura alla drammaturgia, dalla recita alla pittura, dimostrando che solo chi si è dato gli strumenti idonei, con lo studio, con la conoscenza, non solo può essere libero, ma può operare per la libertà altrui.

  • Spoleto Arte: il fotografo internazionale Roberto Villa ricorda Dario Fo

    Il vernissage della mostra Dario Fo e l’arte contemporanea, tenutosi lo scorso giovedì 6 febbraio a Roma ha visto l’intervento di numerosi ospiti vip, tra cui Dino Zoff, Pippo Franco, Maria Rita Parsi. Abbiamo voluto conoscere meglio chi ha reso possibile la mostra sul grande Premio Nobel a cura di Vittorio Sgarbi e Salvo Nugnes. Chi per oltre sessant’anni ha collaborato con Dario Fo e ora ne porta il nome e il ricordo in mostra attraverso le sue immagini. Si tratta del fotografo di fama internazionale Roberto Villa, semiologo e studioso dell’immagine, amico di Dario Fo e Pier Paolo Pasolini.

    Dopo una tournée iniziata al Comune di Castel Franco Emilia, proseguita all’Ambasciata di Belgrado e presso il Teatro Nazionale Serbo, presso l’Ambasciata e Istituto Italiano di Cultura Sloveno di Lubiana, poi di Vienna e di Pechino, al Teatro Nazionale Cinese, presso l’Ambasciata e l’Istituto Italiano di Cultura di Minsk e il Teatro Nazionale Bielorusso, è proprio il caso di dire: finalmente a Roma!

    Finalmente a Roma con la mostra dedicata a Dario Fo. Come vi siete conosciuti e cosa l’ha spinta a proporre una serie di mostre sul Giullare Nobel?

    1968, Genova, Camera del Lavoro, è lì che ci siamo incontrati.

    Da studioso dei linguaggi delle arti ero molto interessato allo sperimentalismo ed alle innovazioni nel mondo della comunicazione delle diverse forme dello spettacolo, teatro e cinema, musica e pittura, e via. Non a caso nel 1949 avevo studiato la appena nata “Teoria dell’informazione”.

    Le nostre conversazioni sono state immediatamente “nutrienti” grazie ai comuni interessi, alla grande Cultura di Dario ed alla mia preparazione di ingegnere elettronico dagli interessi anomali.

    Il punto forte comune era operare per i minus sapiens, poiché è la cultura che rende liberi e, per potere fare cultura, contattando i Grandi e per collaborare con loro, avevo scelto la fotografia, quella che mi ha consentito di costruire documenti unici sul fare poetico dei grandi intellettuali con cui ho collaborato facendo anche fotografia.

    Quelle foto, infatti, non sono destinate ad essere appese ad un muro e basta, ma sono una overture che mi consente di parlare di cultura a decine di migliaia di giovani e no, ogni anno, non solo facendo loro scoprire il teatro, quello rivoluzionario linguisticamente di Dario Fo, ma rivelando anche i meccanismi del processo creativo in tutte le arti.

    roberto villa
    l’intervento di Roberto Villa durante il vernissage

    Come si è comportato il pubblico di questo progetto itinerante? Le reazioni sono diverse a seconda della cultura di appartenenza? Quanto è conosciuto Fo all’estero e quanto in Italia?

    Grazie all’interattività, tra autore ed immagine nasce un dialogo che dà luogo a domande imperniate sul senso del lavoro e sul cosa rappresentano le immagini.

    Le diversità appaiono nella differente cultura dei singoli, quasi nessuno conosce le regole della composizione di un’immagine, ed ancor meno la differenza fra la composizione nella cultura occidentale e quella nella cultura orientale per cui, con ogni risposta,  faccio un mini corso di semantica dell’immagine.

    In tutto il mondo in cui ho presentato i lavori di Dario Fo il nostro Nobel è conosciuto e, spesso, più di quanto lo sia in Italia.

    C’è uno scatto a cui è legato o un ricordo con Dario Fo a cui è particolarmente affezionato?

    Sì, c’è. Si tratta di una immagine in cui Dario, al centro del palco, in piedi, sta agitando le mani che appaiono “sfocate da movimento”: quella foto è nata per dimostrare proprio che il recitativo non era mai statico ma dinamico.

    Mentre facevamo quelle prove, noi due soli sul palcoscenico, Franca Rame, con suo divertimento, ci seguiva seduta in sala, talché ad un certo punto, con una espressione tipicamente milanese ha sigillato le nostre sperimentazioni con un “Sembrate due pirla!”

    Lavorando a stretto contatto con grandi della cultura italiana e non solo, come ha fatto lei, si viene influenzati dal loro carisma? In che modo?

    È proprio lo stretto contatto che non fa percepire il carisma destinato al pubblico. Quando gli argomenti della conversazione risultano molto complessi si stabiliscono rapporti ad elevata, autentica empatia ed anche di amicizia.

    In quel caso il contributo delle due parti diventa paritetico e non porta con sé nessuna connotazione di superiorità di “casta”.

    roberto villa

    Nelle sue rassegne c’è una forte interrelazione artistica, dalla fotografia al teatro, dalla pittura alla scultura. Il fatto che molte forme d’arte comunichino tra loro non dovrebbe stupirci, dovremmo essere educati a questo oppure, secondo lei, la questione va affrontata diversamente? E cosa direbbe Dario Fo?

    È presente, a nostra difesa, la percezione separata, per ogni “categoria” artistica così, quando tre anni fa ho scritto su Facebook “Fotografia: Finalmente si parla di Cultura”, in relazione agli Stati Generali della Fotografia voluti dal Ministro Franceschini, 75 fotografi mi hanno scritto: “Cosa c’entra la cultura con la fotografia?”

    Viceversa, chi fa pittura o scultura è convinto di fare cultura con la C maiuscola, spesso una pia illusione. Tutti, proprio tutti, quando scelgono una qualsiasi forma di comunicazione esprimono sempre la loro cultura che, raramente, è meritevole della C maiuscola ma che, di certo, è l’impronta digitale (non elettronica, ma da digitus), del loro stato culturale meritevole, sia dell’appellativo più elevato o sia del pubblico ludibrio.

    Dario Fo è stato uno studioso, uno storico, un letterato, e come tale ha potuto e saputo travalicare molte categorie passando dalla letteratura alla drammaturgia, dalla recita alla pittura, dimostrando che solo chi si è dato gli strumenti idonei, con lo studio, con la conoscenza, non solo può essere libero, ma può operare per la libertà altrui.

  • Intervista all’artista ritrattista Rosanna Gaddoni

    Pittrice e disegnatrice nata a Forlì, attualmente vive e lavora in Olanda. Tramite l’utilizzo di diverse tecniche e strumenti, come il carboncino, la matita e la fusaggine, Rosanna crea ritratti realistici con un personale tratto, intenzionato a investigare l’animo umano attraverso il contrasto del bianco e nero. Di seguito l’intervista all’artista.

    D: L’arte del ritratto ha radici antichissime. Quali sono le fonti a cui ti ispiri?
    R: Le opere d’arte che rappresentano il volto umano sono sempre state di mio interesse. In particolare, dopo l’invenzione della fotografia, il ritratto ha perso la funzione di documento storico, potendo fiorire in sperimentazioni per esplorare ed esprimere la complessità interiore dell’uomo. La ritrattistica moderna e contemporanea è per me, quindi, fonte di grande ispirazione per la capacità di investigare l’animo umano. La produzione di Egon Schiele in particolare mi ha indirizzato alla ricerca di espressività dei ritratti, alla possibilità di trasmettere vibrazioni ed emozioni di grande intensità, pur mantenendomi nel solco del figurativo. Dal punto di vista tecnico, utilizzo spesso nei miei ritratti la tecnica fotografica del “close up”, per evidenziare il dettaglio. Mi ispiro anche all’intensità e alla drammaticità del chiaroscuro, di cui le composizioni di Caravaggio sono esempi formidabili, e all’arte giapponese Sumi-E. Prediligo infatti disegnare ritratti di forte contrasto tra luce e ombra (bianco/nero), come espressione visuale di tensione interiore, e ricercare angolazioni del ritratto non convenzionali.

    D: Quali sono le componenti particolari che vuoi mettere più in evidenza in un ritratto?
    R: Nel mio lavoro artistico voglio comunicare il valore e la profondità dell’essere umano, della sua Umanità (intesa come forza e vulnerabilità) che si esprime nelle espressioni del viso, come linguaggio corporeo, in diretto contatto con le emozioni profonde. Penso che in un mio ritratto si incontrino le anime di tre diversi soggetti: chi viene ritratto, io che ritraggo e chi osserva. Per questo voglio che il disegno trasudi spirito ed emozioni, quelle che io so leggere in colui/colei che ritraggo, e che queste ultime vengano percepite e sentite dall’osservatore. In questo unione virtuosa di intendimenti, si sviluppa una energia e una consapevolezza che ci arricchiscono interiormente.

    D: Perché prediligi la tecnica del bianco e nero?
    R: Da giovane ragazza appassionata d’arte ho avuto la grandissima fortuna di visitare una mostra fotografica di Cartier-Bresson a Bologna. I suoi scatti in bianco e nero raccontavano la Roma del Dopoguerra nei primi anni Cinquanta ed erano presenti alcuni dei suoi famosi ritratti. Posso dire di essere stata folgorata dall’intensità di quelle foto in bianco e nero, a cui non mancava nulla e che comunicavano tutto. Il disegno figurativo in bianco e nero è a mio parere il connubio di semplicità e complessità, realtà e sofisticazione allo stesso tempo, ed è il metodo da me utilizzato per i ritratti. Nella mia esplorazione dell’animo umano, il ritratto in bianco e nero mira all’essenziale, quello che rimane oltre ai colori, che fa parte della memoria, e di ciò che le nostre sensazioni sono in grado di percepire e sublimare nella nostra visione e conoscenza interiore dell’altro, al di là dell’immagine.

  • Alessandro Sammarini: il suo libro “Le facce del dado” unisce poesia e arte

    Lo scrittore Alessandro Sammarini viene intervistato, ancora una volta, per parlare della sua ultima uscita letteraria “Le facce del dado” una raccolta di poesie che mirano dritte all’anima di ogni lettore. Il libro è acquistabile in formato cartaceo su Amazon.
    Di seguito l’intervista.

    D: In copertina sul libro “Le facce del dado” compare un’opera scultorea a forma di dado; ci spieghi il perché di questa scelta?
    R: Ho sempre avuto un’idea collettiva dell’arte. L’arte non si esprime solo nell’individualità ma soprattutto nell’insieme. Chi riconosce l’arte è da considerarsi artista. Senza questo anello nessuno sarebbe emerso e non avremmo avuto il piacere di apprezzare. Io credo che l’unione degli artisti sia il completamento dell’arte stessa e l’uomo ha bisogno di unire i propri doni, proprio come accade nelle orchestre. Un singolo strumentista può fare musica ma nell’insieme la potenza della stessa diventa esponenziale. Nel libro “Le facce del dado” ho concretizzato le mie idee; poesia, scultura e immagini sono forme d’arte diverse che recano un impatto armonico all’espressività delle parole toccando in modo più specifico la percezione dei sensi.

    D: Sul libro “Le facce del dado” è inclusa l’interessante presentazione introduttiva di Rina Gambini; chi è questa autorevole persona?
    R: La Prof.ssa Rina Gambini è direttrice della rivista letteraria “il Porticciolo”, presidente dell’omonima associazione culturale ed un’affermata critica letteraria. Conobbi Rina nel 2015 alla premiazione del concorso “Città di Pontremoli” dove il mio primo libro “Lettere alla ragione” ricevette il premio della Giuria. Artisticamente sono molto legato a Rina, in primis perché è una donna di notevole spessore culturale che mette a disposizione la sua conoscenza storico letteraria, organizzando reading di poesia ed incontri tematici. Persone come lei si possono definire “apostoli” della cultura italiana. Inoltre è stata la prima critica letteraria a valorizzare le mie opere e ad incoraggiarmi nel continuare a scrivere, con la sua energica umiltà e forte capacità di persuasione. Ecco perché la considero “madrina” delle mie poesie.

    D: Come è avvenuta la scelta fatta ad hoc delle suggestive immagini fotografiche inserite dentro il libro?
    R: Desideravo che il libro fosse impreziosito dalle immagini per aumentare il potenziale suggestivo e per ché no, anche per incuriosire il lettore più pigro. Jasmine, che si è occupata delle immagini fotografiche, l’ho conosciuta grazie alla preziosa collaborazione di Elena Gollini che mi ha stimolato ed incoraggiato nella chiusura di questo progetto. La collaborazione è nata in poco tempo; ho spedito a Jasmine le poesie, chiedendole di illustrarmi i versi che la colpivano a prima sensazione, e la sua risposta è stata quella che tutti possono ora ammirare e leggere: immagini suggestive che danno voce ai versi. L’empatia artistica è meravigliosa in questo “gioco” armonico! Si pensi solo che io e Jasmine non ci siamo mai incontrati di persona, abbiamo interagito con parole e fotografie, un’esperienza nuova per me ed il mio pragmatismo, con effetto intenso e personalmente fantastico!

  • L’astronauta italiano Franco Malerba su TheCOSMOBSERVER

    Si concede una lunga intervista a TheCOSMOBSERVER il primo astronauta italiano

     

    È stata pubblicata sul blog di divulgazione scientifica TheCOSMOBSERVER un’intervista dell’astronauta italiano Franco Malerba.

     

    Malerba è stato il primo astronauta italiano, e ha volato a bordo dell Space Shuttle Atlantis nel corso della missione STS-46 nel 1992.

    Quest’anno, in occasione del 25° anniversario della prima missione italiana nello spazio, Franco Malerba ha rilasciato una lunga intervista al divulgatore scientifico Emmanuele Macaluso per TheCOSMOBSERVER. Tre ore e mezza di racconti, aneddoti e confidenze sulla lunga epoea di Malerba. Un’epopea che lo ha portato a salire a bordo dello shuttle Atlantis dopo un iter durato ben 15 anni.

    Oltre alla sua esperienza nello spazio, Malerba parla anche dei suoi prossimi impegni.

     

    È possibile leggere l’articolo a questo indirizzo https://thecosmobserver.blogspot.it/2017/07/personaggi-e-personalita-intervista.html

  • Intervista a Simone Perugini, direttore d’orchestra del cd “Sinfonie” di Domenico Cimarosa

    Intervistiamo oggi il maestro Simone Perugini, compositore, musicologo e direttore d’orchestra. L’etichetta discografica Rc Record Classic di Londra pubblica un cd con inediti di Domenico Cimarosa eseguiti dall’Harmoniae Templum Chamber Orchestra diretta dal maestro Perugini.

     

    Il 21 marzo 2017 uscirà per l’etichetta discografica RC Record Label un nuovo cd dedicato alle sinfonie operistiche di Domenico Cimarosa. Nel cd saranno contenute ouvertures tratte dalle opere più celebri del compositore aversano (quali, ad esempio, quelle tratte dalle opere Il matrimonio segreto e Gli Orazi e i Curiazi), ma anche tratte da opere inedite (quali quelle tratte dalle opere Penelope, I Traci amanti, L’impegno superato). Un avvenimento di rilevanza culturale assai alta che rivelerà, a chi ancora non ne ha frequentazione, il grande talento del compositore italiano.

    Maestro Perugini, come mai per il suo primo cd, ha scelto di registrare musiche di Cimarosa?

    Per diversi motivi, primo fra tutti la mia tenace – e quasi patologica – convinzione dell’importanza della produzione cimarosiana all’interno della storia del melodramma italiano. Cimarosa, al proprio tempo, fu, assieme a Paisiello e a pochissimi altri, il compositore più ricercato, rappresentato, celebrato e imitato dal pubblico italiano ed europeo. Mi sono sempre chiesto: «Ma se il pubblico di allora coltivava una vera e propria venerazione per lui, deve esserci un motivo». Questo motivo va scoperto, rivalutato attentamente e preso in seria considerazione, dato che gli uomini del Settecento non erano né più stupidi, né meno sensibili di noi.

    Ed è riuscito a trovare il motivo?

    Dopo tanti anni di ricerche (mi occupo di Cimarosa dal 1993, principalmente come musicologo e ricercatore, ma anche come interprete), mi sono reso conto che la genuinità del suo pensiero musicale, la perfezione formale del suo stile – approfondita tramite molti anni passati presso il Conservatorio di Santa Maria di Loreto di Napoli sotto l’attenta guida dei maggiori insegnanti dell’epoca – e l’attualità dovuta all’eterno ripetersi dei meccanismi comici contenuti nelle sue opere, furono e sono gli elementi caratterizzanti della sua facile e immediata fruizione adatta anche al pubblico di oggi.

    Ci vuole parlare delle caratteristiche delle Sinfonie contenute nel CD?

    Cimarosa, come tutti i suoi contemporanei vissuti nella seconda metà del Settecento, componeva opere in tempi assai brevi. Questo non tanto per la sua genialità (tutti gli altri compositori tecnicamente ben preparati erano capaci di comporre in breve tempo e senza troppi ripensamenti), ma proprio perché la prassi produttiva del tempo e le strutture canoniche sulle quali venivano composti libretti e musiche, ne acceleravano il processo creativo. Il maestro compose 65 opere (di cui si conservano gli autografi) e le Ouvertures adottate per esse sono caratterizzate da tre maxi-strutture, per così dire: fino alla prima metà degli Anni ’80, Cimarosa preferisce la struttura tripartita (allegro-andante-allegro in tempo ternario), dalla metà di quello stesso decennio in avanti, abbandonata del tutto la forma tripartita, adotta forme più stringate e caratterizzate da un unico tempo veloce, a volte anticipato da una breve introduzione lenta di stile rapsodico.

    Come ha incontrato Cimarosa nel corso della sua carriera?

    Cimarosa fu un casto amore adolescenziale, diventato presto una specie di matrimonio: io e lui siamo ormai quasi una coppia di fatto. Quando incontrai la sua musica per la prima volta avevo tra i 17 e i 18 anni. Nel paese in cui vivevo, Cortona, in provincia di Arezzo, ogni estate avevo la fortuna di poter collaborare con “Studio Lirico”, una sorta di Summer Program estivo per cantanti provenienti dagli Stati Uniti, dalla Svezia e da altri paesi. “Studio Lirico” era guidato da due pionieri della riscoperta cimarosiana, oggi purtroppo deceduti: Nick Rossi (musicologo) e Talmage Fauntleroy (regista). Ogni anno gli allievi del corso, guidati dai propri insegnanti, mettevano in scena un’opera inedita del repertorio comico italiano e la scelta, quasi tutti gli anni, cadeva su un lavoro di Cimarosa. E fu amore a prima vista…

    Poi, nel corso degli anni, lei è diventato una figura di riferimento per tutti coloro che intendono studiare e approfondire l’opera di Cimarosa. Com’è avvenuta la trasformazione da “innamoramento adolescenziale” a “figura di riferimento”?

    Tramite lenti passi progressivi che riassumo brevemente: ho fondato un’Accademia musicale (L’Accademia Lirica Toscana “Domenico Cimarosa”), sono stato contattato dall’editore musicale Artaria Editions Limited, per cui curo tutt’oggi le edizioni critiche delle opere cimarosiane da loro pubblicate, successivamente dall’etichetta discografica Naxos e dalla nuova etichetta Rc Record Label. Ho scritto e pubblicato tre saggi su Cimarosa…E così, piano piano, mi sono accorto che venivo sempre più frequentemente contattato da editori, musicisti e musicologi che, per conto loro, volevano approfondire i propri studi sul compositore.

    Per concludere, maestro Perugini, altri progetti discografici in futuro?

    Sì, per adesso due. Ma solo di uno posso parlare, l’altro è ancora in fase di definizione, quindi, per scaramanzia, su quello taccio. Intanto, dopo il cd con le sinfonie operistiche, uscirà a metà giugno, sempre per Rc Record Classic, una nuova registrazione della Missa pro defunctis, composta da Cimarosa ne 1787. Anche in questo caso, come in quello delle “Sinfonie”, l’esecuzione si avvarrà dell’edizione critica della partitura da me curata.

    Com’è stato il suo rapporto con l’Harmoniae Templum Chamber Orchestra?

    A dir poco splendido. Giovani musicisti preparatissimi, altamente specializzati nella prassi esecutiva del Settecento, con cui collaborerò anche in seguito. Dopo i primi momenti di imbarazzo reciproco, tutto è andato a gonfie vele e il risultato finale, come si potrà ascoltare dal cd, è stato, almeno a mio giudizio, sorprendente.

    Letture preferite?

    Non so bene cosa c’entri col resto dell’intervista, comunque rispondo: romanzi classici e giallistica. Se l’argomento poi mi interessa, aggiunga saggistica.

    Per lei la musica è diventato un lavoro. Quali hobby ha?

    Anche qui vedo a malapena il collegamento con Cimarosa, ma tant’è… Non ho molti hobby (che poi preferisco, per autentico snobismo, chiamare divertimenti) al di fuori della musica: il cinema, la lettura come già detto, e soprattutto avere tanti amici che con il mio lavoro non c’entrino assolutamente nulla. Viaggiando spessissimo in treno, detesto parlare con gli amici di settime di dominanti o di contrappunti fioriti. Essendo poi ormai avvezzo ai meccanismi comici delle opere buffe del Settecento, amo ridere e far ridere gli altri, con tutti i mezzi leciti, s’intende.

     

    Laurie Farrel Smith

    PR Harmoniae Templum Chamber Orchestra

  • Autoradio si presenta al pubblico

    Siamo Max & Arianna , conduciamo AUTORADIO e ci avvaliamo della regia di Klaus G.
    Autoradio é una rubrica satirica che cerca di presentare gli Artisti nel loro intimo e molte interviste, sono fatte sia a persone famose che ad emergenti.
    Utilizziamo la loro Arte come pretesto per presentarvi la persona reale, più umana, più vera.
    Una delle particolarità di Autoradio sono le interviste con i “Botta e Risposta” davvero unici e divertentissimi.
    AUTORADIO è la rubrica radiofonica satirica..più esuberante che ci sia..!!!!
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