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  • Aggredito da boss e punito da Polizia, De Pierro deposita simbolo IdD per Europee e protesta al Viminale

    Il giornalista presidente dell’Italia dei Diritti – De Pierro il 22 aprile depositerà il contrassegno del movimento per partecipare alle elezioni europee e poi manifesterà davanti al Ministero contro l’assurda vicenda che lo vede protagonista. Da poliziotto fu aggredito e minacciato da Armando Spada, ma fu sanzionato da Gabrielli

    Antonello De Pierro
    Roma – Sabato 8 e domenica 9 giugno prossimi gli italiani saranno chiamati alle urne per eleggere i loro 76 parlamentari che li rappresenteranno in seno al Parlamento Europeo e già da qualche tempo i partiti sono in fermento per l’organizzazione di una campagna elettorale che si annuncia molto combattuta e ricca di sorprese.
    Il percorso burocratico che immetterà le forze politiche nella competizione inizierà presso il Viminale domenica 21 e lunedì 22 aprile con il canonico rito del deposito dei simboli, tappa obbligata per chi vuole presentare le liste di candidati presso le Corti d’Appello di Roma, Napoli, Milano, Venezia e Palermo nelle giornate del 30 aprile e del 1 maggio e partecipare pertanto alla tornata elettorale. Agli appuntamenti in programma non mancherà il movimento Italia dei Diritti – De Pierro, realtà ormai consolidata nel panorama politico italiano con vari eletti in seno a numerosi consigli comunali, ma comunque presente ovunque nei territori con un esercito di esponenti territoriali, i cosiddetti consiglieri ombra, i quali monitorano costantemente l’attività dei vari enti, denunciando mediaticamente e amministrativamente eventuali distorsioni e carenze gestionali e risultando spesso più efficaci delle opposizioni elette. La formazione politica, che fa capo al noto giornalista e già poliziotto Antonello De Pierro, ha annunciato che, come già accaduto in altre competizioni, anche questa volta parteciperà alla lunga maratona del Viminale, depositando il proprio simbolo nella giornata di lunedì 22 aprile. Sarà lo stesso De Pierro, accompagnato come di consueto da alcuni collaboratori, a espletare le pratiche previste per il deposito dei contrassegni. Ma quest’anno ci sarà una novità. Il leader dell’IdD, dopo la fine delle operazioni, dalle 16,30, manifesterà davanti al Ministero dell’Interno per portare davanti all’opinione pubblica e sensibilizzare la coscienza collettiva su quella che da sempre ritiene una grave e clamorosa ingiustizia subita in seno ai ruoli della Polizia di Stato, Sarà solo l’inizio di una serie di proteste a oltranza, già annunciate e cantierizzate da tempo, ma sempre procrastinate per varie ragioni, che lo vedranno manifestare davanti alla Questura di Roma, presso l’Aeroporto di Fiumicino e nei pressi di molte altre sedi istituzionali o di organi di informazione.

    E’ già nota a molti la vicenda che lo ha coinvolto, suo malgrado, insieme alla sua famiglia, in particolare sua madre Lucia Salvati, dirigente statale in pensione, i quali, dopo aver presentato un esposto per abusi edilizi sono stati risucchiati in un vortice kafkiano fatto di intimidazioni, coperture istituzionali, aggressioni mafiose. Il giornalista e politico romano, affiancato spesso anche da sua madre, da anni sta combattendo per far emergere la verità e accendere definitivamente i riflettori su una storia torbida fatta di clamorose omissioni da parte di chi, nel tessuto istituzionale, in particolar modo di Ostia, avrebbe dovuto vigilare e far rispettare le norme codificate nel nostro ordinamento giuridico. Soprattutto è balzata più volte agli onori delle cronache l’episodio che vede De Pierro e suo fratello vittime di un’aggressione fisica, condita da minacce di morte, da parte del noto boss mafioso Armando Spada. L’esponente del clan, cugino di quel Roberto Spada che colpì con una testata il reporter Daniele Piervincenzi, è lo stesso che minacciò di morte (“Ti sparo in testa”) e sequestrò la giornalista di Repubblica Federica Angeli, che vive sotto scorta. E’ questo il personaggio che un giorno si presentò alla porta del numero uno dell’Italia dei Diritti, accompagnato in macchina da Alfonso De Prosperis, noto imprenditore della lavorazione del ferro e da sua moglie Angela Falqui, per indurlo, con le maniere forti (dopo l’aggressione fu costretto a ricorrere, insieme a suo fratello, alle cure dei sanitari), a farlo desistere dal proseguire a chiedere giustizia per i torti che riteneva di aver subito. La Falqui era l’intestataria di un immobile, confinante con la proprietà di De Pierro, in cui erano state realizzate delle imponenti opere edili (si parla della trasformazione di una porzione di villetta bifamiliare in 4 appartamenti, poi tutti venduti). Dalla famiglia dell’ex direttore di Radio Roma erano stati presentati degli esposti per chiedere la verifica della liceità dei lavori effettuati, ma non ci sono stati mai riscontri. Come non ci sono stati in merito a un’altra costruzione, sempre della Falqui, risultata poi abusiva, che non solo non rispettava i canonici 5 metri di distanza dal confine altrui, ma addirittura sconfinava di circa 50 cm, come dimostrato apoditticamente con videoriprese da De Pierro. Un illecito visibile ictu oculi e accertato successivamente in sede giudiziale solo su impulso di parte, tramite una citazione in giudizio in sede civile, terminata con una condanna alla demolizione, che però 2 vigilesse in servizio a Ostia, Patrizia Sgueglia ed Emanuela Spito, non solo non notarono, ma arrivarono addirittura a dichiarare che la proprietà della Falqui era stata ispezionata, ma non erano state riscontrate irregolarità.

    E’ questo il contesto in cui si incardina un’altra clamorosa vicenda, direttamente connessa e che è più che lecito domandarsi come sia stato possibile che abbia avuto luogo, in quanto assolutamente in conflitto con qualsivoglia criterio logico e razionale. Non tutti sanno che prima delle intense attività di tipo giornalistico e politico, De Pierro ha espletato per lungo tempo l’attività di poliziotto, a cui ha affiancato un efficace impegno sindacale, iniziato col Siulp e continuato con la Uil Polizia, incassando molti risultati a favore della categoria rappresentata.

    In occasione dell’episodio intimidatorio posto in essere dal boss Spada, che era stato accompagnato dalla coppia De Prosperis e Falqui, si verificarono alcune circostanze che suscitano quantomeno qualche perplessità oggettiva. I componenti della volante del Commissariato di Ostia, intervenuti sul luogo dell’aggressione, avvenuta con l’ausilio di un bastone ,in via Peio, all’Infernetto, dove è ubicata anche la sede nazionale dell’Italia dei Diritti, si rifiutarono, nonostante le insistenze del loro collega De Pierro, di sequestrare il prefato bastone, e di perquisire l’esponente del clan, il quale, in base a quanto riferito loro dallo stesso De Pierro, sembra avesse portato la mano alla tasca come per estrarre un coltello, ma poi avesse desistito dopo che questi si era qualificato come appartenente alla Polizia di Stato. E il sospetto del poliziotto, stando ai fatti registrati dalla cronaca mesi dopo, era alquanto fondato. Infatti lo stesso Spada tempo dopo fu arrestato per aver tagliato la gola a un uomo con un coltello.

    Il procedimento attivato dalla denuncia presentata dal giornalista e da suo fratello fu ascritto alla competenza decisionale del Giudice di Pace, con imputati Armando Spada e Alfonso De Prosperis, a seguito di un’informativa di P.G., redatta presso il Commissariato di Ostia, che sembrò non proprio idonea a tratteggiare fedelmente la dinamica di un episodio di minacce e aggressione da parte di un boss mafioso, ma soprattutto perché l’oggetto del reato (bastone) non fu posto sotto sequestro.

    Ma peggio accadde presso la caserma dei Carabinieri di Casal Palocco, a seguito di una denuncia che De Prosperis e Falqui redassero contro il presidente dell’Idd e i suoi familiari, probabilmente per attenuare la presenza ingombrante di Spada, con una versione dei fatti che agli occhi, anche distratti, di chiunque abbia un pizzico di buonsenso e obiettività non può che risultare sprezzante del ridicolo.

    Quello che era diventato “il sig. Spada” fu fatto nascondere nell’autovettura per evitare un suo coinvolgimento nell’aggressione che De Pierro e suo fratello avevano posto in essere contro coloro i quali avevano accompagnato il boss mafioso di Ostia, che si era spaventato di fronte a loro. Per ciò che riguarda il bastone servito per colpire il fratello del leader politico, il suo utilizzo nella grottesca ricostruzione dei denuncianti era cambiato. In base alla loro versione dei fatti era servito allo Spada per difendersi da un “pericoloso animale” che il giornalista-poliziotto gli aveva aizzato contro, con riferimento a un cane, che era uscito dall’abitazione saltellando come qualsiasi cucciolo di 6 mesi di vita (era questa la sua età anagrafica all’epoca).

    Sulla conseguente informativa di P.G., redatta presso la suddetta caserma di Casal Palocco, \a firma del maresciallo Giuseppe Liguori, venne indicato il boss Armando Spada come teste, ma non vennero riportati i suoi dati anagrafici (luogo e data di nascita), né fu scritto nulla sulla sua nota caratura criminale. Comunque, il procedimento penale che vedeva indagati Antonello De Pierro e suo fratello, con l’unica “colpa” di aver subito un’aggressione mafiosa, non fece registrare alcuna istruttoria dibattimentale e fu inghiottito dalle sabbie mobili della prescrizione.

    Ebbene, in base a questa circostanza, il dott. Tiziano Vetro, allora direttore della V Zona della Polizia di Frontiera di Fiumicino e titolare della potestà disciplinare circa le condotte del De Pierro poliziotto, considerò affidabili le assurde affermazioni dei signori De Prosperis e Falqui, che avevano accompagnato il boss Spada, il quale ha poi posto in essere l’intimidazione mafiosa, e ritenne che il suo comportamento da appartenente alla Polizia di Stato, vittima dell’aggressione in esame, di cui sembra giusto sottolineare la matrice mafiosa, fosse meritevole di una sanzione disciplinare severa e avviò un procedimento affinché fossi sottoposto al giudizio del Consiglio Provinciale di Disciplina. L’ipotesi irrogativa fu individuata nella punizione estrema della destituzione. In pratica De Pierro, da sempre impegnatissimo per garantire e difendere il rispetto della legalità e della giustizia, da poliziotto in primis, ma anche nell’esercizio delle attività giornalistica e politica, non meritava di continuare a far parte dei ruoli della Polizia di Stato. In sede di processo disciplinare l’ipotesi iniziale fu derubricata e gli fu comminata la pena della deplorazione, ugualmente inaccettabile per chi non solo non ha commesso nulla, ma è stato vittima di un’azione malavitosa da parte di un boss mafioso.

    La notifica del procedimento disciplinare avviato dal dott. Vetro, ex coordinatore del Servizio del Dipartimento della Protezione Civile e stretto collaboratore dell’allora capo della Polizia Franco Gabrielli, quando era al vertice della Protezione Civile, nominato da Mario Monti e confermato poi da Enrico Letta e Matteo Renzi, avrebbe cagionato ingenti danni alla persona del leader dell’Idd, inizialmente di natura clinica (a parte il prevedibile e fisiologico stress emotivo fu costretto solo pochi mesi dopo a un approccio farmacologico, pressoché definitivo, per la cura dell’ipertensione arteriosa sistemica, manifestatasi proprio in quel frangente e che poi gli ha procurato una retinopatia ipertensiva), ma successivamente anche carrieristici e patrimoniali di non poco conto. E non solo a lui, ma a tutta la collettività.

    Nell’immediatezza del fatto fu colto da reattività ansiosa situazionale, indubbiamente fisiologica di fronte a un provvedimento tanto assurdo, peraltro con la triste e dolorosa consapevolezza di essere la vittima dell’episodio disciplinarmente contestato. Nonostante fosse già duramente provato da tutta la vicenda, peraltro già nota presso quegli uffici, e dalle tante collusioni istituzionali annesse, ora stava provando anche il sapore amaro della beffa come destinatario di una paradossale contestazione disciplinare di grado estremo.

    Come conseguenza alla reazione ansiosa fu inviato da parte del medico della Polizia di Stato presso la Commissione Medica Ospedaliera di Roma Cecchignola per essere sottoposto a visita collegiale, al fine di verificare la sua idoneità al servizio, con la formulazione diagnostica di “ansia reattiva situazionale e ipertensione arteriosa” (infatti i valori pressori, a seguito dell’episodio notificatorio dell’avvio procedimentale, si erano alzati di molto). In pratica il poliziotto De Pierro, vittima, sotto casa sua, di un atto criminoso da parte del boss Spada, recatosi appositamente lì al fine di compierlo, veniva strappato al suo lavoro, che stava svolgendo con grande passione e abnegazione, per essere sottoposto all’umiliante iter delle visite mediche accertanti la sua idoneità al servizio, e venivo lasciato in malattia per oltre un anno, a spese dei contribuenti, solo perché il dott. Vetro aveva creduto alle affermazioni alquanto grottesche di chi aveva accompagnato con la propria autovettura il boss in questione, il quale, coadiuvato, secondo l’accusa, da De Prosperis, aveva compiuto l’azione delittuosa.

    Al termine dei vari accertamenti, terminato anche l’iter disciplinare con la già accennata deplorazione (pertanto anche altri appartenenti di vertice della Polizia di Stato avevano creduto alla versione di chi aveva accompagnato in macchina il boss mafioso, ritenendolo colpevole, ma non tanto da essere destituito), rientrò in servizio, ma con una prospettiva di carriera bloccata. Infatti il suo rapporto informativo, già penalizzato dagli effetti di una gravissima situazione di mobbing subita in passato (in un altro reparto capitolino tra il 2001 e il 2005) ed esauritasi nella sua messa in pratica soltanto a seguito di un esposto presentato presso la Procura della Repubblica, a causa della deplorazione comminatagli, subì una variazione peggiorativa e si attestò sotto il giudizio di buono, circostanza che tradotta in termini carrieristici dispiegava effetti consistenti nel naufragio di ogni possibilità di avanzamento professionale ed economico per molti anni. Tale situazione fu aggravata dall’esclusione dal concorso da vice ispettore proprio a causa della sanzione ascrittagli. Dopo le notifiche di questi ultimi provvedimenti, che andavano ad aggiungersi, essendone tra l’altro la conseguenza diretta, a quanto già avvenuto a livello procedimentale, fu inviato nuovamente presso la Cmo, a causa di una nuova manifestazione ansiosa reattiva e sfidiamo chiunque a non esserne vittima a seguito di un tale accanimento da parte della Polizia di Stato, che invece di stargli accanto in quanto vittima di mafia, aveva immotivatamente infierito su di lui proprio credendo a quanto affermato da chi era arrivato sotto casa sua in compagnia dell’esponente del clan.

    Dopo un lungo periodo trascorso in malattia, non richiesto, a carico dei contribuenti (giova ricordare, sempre riconducibile al procedimento avviato dal dott. Tiziano Vetro, che aveva dato per buone le dichiarazioni di chi aveva visto arrivare in compagnia di un boss mafioso), questa volta, al termine di un ulteriore cospicuo lasso temporale passato in convalescenza, sempre a carico dei contribuenti, di un poliziotto strappato alla sua attività istituzionale da un provvedimento che, secondo i canoni della logica, non avrebbe mai dovuto esistere, fu giudicato non idoneo in maniera assoluta al servizio di polizia.

    “A mio avviso — afferma De Pierro — e di quanti ne hanno avuto cognizione e mi conoscono, il provvedimento della Cmo, non corrisponde al mio reale stato clinico, ma mi giunge con un sapore alquanto epurativo. Infatti, non solo non ho mai avuto alcuna necessità di sottoporsi ad alcun tipo di approccio curativo e pertanto di fare ricorso ad uno specialista, ma la mia intensa attività politica (sono titolare di ben 3 cariche elettive), sociale e giornalistica, cresciuta enormemente da quanto sono assente dal servizio (non per mia scelta e pertanto, in perfette condizioni di salute, non ho ritenuto opportuno fermarmi), a mio avviso, e non solo, appare assolutamente in insanabile conflitto col giudizio diagnostico e prognostico formulato dalla Cmo (mi si indica addirittura come soggetto con rapporti sociali ridotti, circostanza agevolmente confutabile anche da un’infinita e pubblica piattaforma probatoria edificatasi in tanti anni di intense e ovvie relazioni sociali, che ha suscitato l’ilarità di chiunque ne sia venuto a conoscenza),che mi avrebbe condannato alla quiescenza a poco più di 50 anni, con una pensione pagata da chi è costretto a lavorare fino a 67 anni e oltre. In ogni caso, se il dottor Vetro non avesse creduto alla versione di persone le quali hanno accompagnato, nel frangente dell’aggressione, un esponente di vertice di un’organizzazione mafiosa, non starei ora a sindacare l’infausto approdo decisionale a cui è giunta la Cmo, che ha strappato ai servizi d’istituto un poliziotto”.

    Inevitabilmente il presidente De Pierro, che è anche, nell’ambito territoriale della Città Metropolitana di Roma Capitale, capogruppo dell’Italia dei Diritti in seno al consesso consiliare del Comune di Roccagiovine, consigliere presso l’Unione dei Comuni Valle Ustica e capogruppo dell’Idd nel consiglio comunitario della X Comunità Montana dell’Aniene (temporaneamente commissariata per ultimare la trasformazione in Unione dei Comuni Montani) si è visto costretto a proporre ricorso di gravame alla Commissione Medica di II Istanza, al fine di vedere accogliere le sue doglianze circa la valutazione del suo reale stato clinico e affinché si esprimesse in riforma di quanto decretato dal precedente consesso medico-legale.

    Avrebbe potuto godere di una baby pensione, sfruttando sin da subito i vantaggi di essere un giovane pensionato, ma ha preferito opporsi categoricamente. L’ha fatto soprattutto perché non sarebbe stato eticamente giusto dover gravare sulla collettività, costretta a corrispondergli un trattamento pensionistico in assenza di una patologia che giustifichi tale approdo decisionale, deciso a dimostrare in ogni sede che la formulazione diagnostica partorita dai medici della Cecchignola non è conforme al reale quadro clinico a lui riconducibile.

    Sarebbe stato questo, qualora fosse stato confermato dalla Commissione di II Istanza il giudizio medico-legale espresso dal consesso della Cecchignola, e di conseguenza il transito allo stato di quiescenza, il grande detrimento arrecato ai contribuenti come conseguenza dell’avvio del noto procedimento da parte del dottor Vetro, che di fatto ha privato il tessuto sociale di un’unità lavorativa nel pieno della sua potenzialità energetica e della sua capacità produttiva.

    Una circostanza che puntualmente si è purtroppo materializzata, con un iter procedimentale che, al di là dell’approdo decisionale conclusivo, lascia spazio a molti dubbi, anche sotto il profilo burocratico-amministrativo oltre che medico-legale, e che verrà approfondito e denunciato mediaticamente in altra occasione, Tanto più che una relazione peritale, frutto di un attento lavoro d’indagine diagnostica svolto da autorevoli esperti, ha assolutamente smentito quanto decretato dalla deputazione del Celio e di conseguenza da quella antecedente della Cecchignola, Per tutto ciò sarà esercitato naturalmente il diritto di accesso alla giurisdizione competente a conoscere della questione, al fine di ottenere un annullamento del provvedimento, appena le condizioni giuridiche lo permetteranno. Attualmente ciò non è ancora possibile, ancorché ci sia una corposa piattaforma documentale a conforto, in quanto non esiste allo stato attuale un provvedimento di dispensa dal servizio. Infatti dopo la pronuncia della Commissione di II Istanza il presidente dell’IdD si è trovato di fronte a una scelta. Da una parte avrebbe potuto attendere la messa in quiescenza, cosa scartata a priori per i motivi già argomentati. Dall’altra avrebbe potuto optare per il transito ai ruoli civili del Ministero dell’Interno o di altra Amministrazione dello Stato. La sua scelta è stata proprio quest’ultima, formulando un’istanza a tutte le Amministrazioni dello Stato con l’esposizione del divenire fenomenico della paradossale vicenda al fine di rendere edotti tutti i destinatari di quanto accaduto. Una scelta obbligata e sofferta per evitare il pensionamento da parte di chi avrebbe potuto continuare a svolgere regolarmente il suo lavoro di poliziotto se qualcuno un giorno non avesse deciso di perseguirlo disciplinarmente e rovinargli il suo percorso professionale e biologico dando credito a persone che si erano recare sotto casa sua accompagnando un boss mafioso, il quale nella circostanza l’aveva minacciato e aggredito, peraltro senza tenere assolutamente in considerazione che l’esponente del clan nella circostanza era stato rinviato a giudizio insieme a uno degli accompagnatori per l’aggressione posta in essere proprio nei confronti di De Pierro. Una congiuntura completamente ignorata dalla Polizia di Stato, che ha assurdamente trasformato, in sede di istruttoria disciplinare, la vittima in aggressore. Lo Stato ha investito dei fondi per formare un poliziotto, il quale aveva superato un concorso pubblico e aveva scelto questo lavoro con grande passione, in servizio e fuori dal servizio, come si evince palesemente dalla grande quantità di atti prodotti anche fuori dall’orario di lavoro, con vari interventi che hanno contribuito a rendere più sicuri i cittadini, arrestando rapinatori, sventando furti, etc., non tirandosi mai indietro di fronte a quanto gli veniva imposto dal suo ruolo istituzionale. E ora, esclusivamente a causa di un procedimento avviato dal dott. Vetro, solo perché quest’ultimo ha ritenuto più attendibili le parole di gente in rapporti con un esponente mafioso, da circa 8 anni il suo apporto sociale in qualità di poliziotto, da sempre acerrimo propugnatore dei valori di legalità, giustizia ed etica (qualcuno in sede di visite medico-legali ha avuto anche l’ardire di affermare che inseguire la verità in nome di questi valori non è compatibile con l’idoneità psicofisica al servizio di polizia), è venuto meno e probabilmente lo resterà per sempre. Il consigliere comunale di Roccagiovine ha chiesto a gran voce che quel provvedimento così paradossale venisse revocato in autotutela (lo ha fatto anche sua madre rivolgendosi direttamente agli allora ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e Capo della Polizia Franco Gabrielli), ma nessuna risposta è mai pervenuta in merito e che ora continuerà a chiedere con le manifestazioni che saranno poste in essere.

    Ha le idee chiare De Pierro sul fatto che una simile assurdità meriti, senza alcuna remora, di essere diffusa il più possibile e che venga sollecitata inevitabilmente l’indignazione dei cittadini onesti, “perché chi non oppone sdegno di fronte a una vicenda del genere foraggia il germe dell’illegalità, di cui si nutre il sistema mafioso”.

    “Se qualcuno si illude — ha dichiarato con convinzione — che tutto ciò possa finire come se nulla fosse accaduto e su questa vicenda possa calare il velo dell’oblìo sbaglia di grosso.

    Con questa manifestazione continua, per me e per il movimento politico Italia dei Diritti, che presiedo, una tetragona battaglia senza precedenti, condotta a oltranza, affinché sui fatti in argomento possano accendersi perpetuamente i riflettori e vengano esposti al giudizio della pubblica opinione. E credo che sarà davvero arduo imbattersi in qualcuno, nel tessuto sociale sano della nostra nazione, che possa esprimersi a favore di un procedimento disciplinare, avviato dalla Polizia di Stato, nei confronti di un poliziotto, in riferimento a un episodio in cui è stato vittima di un’aggressione con minacce di morte da parte di un boss mafioso. L’unica cosa certa è che non mi rassegnerò e non mi fermerò di fronte a questa vergogna, che ha calpestato la mia dignità, riducendola a puro sussurro.

    Si parla tanto di suicidi nelle forze dell’ordine e mi piacerebbe indagare le vicende professionali e disciplinari delle vittime. La nostra battaglia sarà anche a favore di tutti gli uomini in divisa affinché fatti del genere non si ripetano mai più. Promuoveremo ogni iniziativa che riterremo idonea a suscitare l’indignazione anche dell’ultimo cittadino. Organizzeremo altre manifestazioni di protesta presso ogni sede istituzionale, partendo da altre sedi della Polizia di Stato, per continuare con tutte quelle che riterremo opportune, comprese le redazioni di organi di stampa e televisione. Avremo a disposizione costantemente il nostro ufficio stampa per tutti i lanci mediatici dell’accaduto, con comunicati e video su tutte le piattaforme disponibili. Io e la mia famiglia siamo stati finora coinvolti in una vicenda kafkiana e ci siamo trovati a fronteggiare personaggi che sono stati capaci di accompagnare il boss Armando Spada in occasione dell’aggressione subita e tutte le cellule deviate e colluse delle istituzioni che li hanno favoriti, ma mai avremmo pensato che io avrei dovuto difendermi anche dalla mia tanto amata Polizia di Stato, che invece di tutelarmi (e i fatti erano già noti in atti che il mio reparto già custodiva) mi ha avviato un procedimento disciplinare e mi ha inflitto una sanzione che mi ha notevolmente indebolito nella mia battaglia contro questi soggetti e contro un esponente di una clan mafioso, che di fatto, e questa è la triste realtà, sono stati indirettamente favoriti nella circostanza e hanno condizionato il mio divenire carrieristico.

    A chi finora è rimasto indifferente verrà chiesta la propria opinione ufficialmente e pubblicamente tramite i canali mediatici. Perché di fronte a una circostanza del genere le risposte possono essere solo 2. O si è d’accordo con un procedimento per destituzione a carico di un poliziotto, in riferimento a un episodio in cui questi è stato vittima di un boss mafioso, oppure non lo si è. Delle due l’una. Il silenzio non può essere ammesso.

    E l’avremmo voluto chiedere in primis al dott. Tiziano Vetro, che , a prescindere dall’accaduto, ho sempre stimato per il suo alto senso delle istituzioni, il quale prima di approdare alla meritata quiescenza e godersi, anche se per poco tempo, la sua pensione, ha assunto una decisione incomprensibile e inaccettabile che mi ha rovinato professionalmente, ma mi ha penalizzato notevolmente anche sotto il profilo esistenziale. Purtroppo non sarà possibile in quanto deceduto. Da lui avremmo voluto sapere anche come sia stato possibile tutto questo. Perché qualcuno, alla luce dell’assurdità della vicenda in esame, potrebbe porsi un quesito: ‘Ma la polizia è con la mafia o con i poliziotti?’. Io che ho fatto parte (e ancora sono legato con un sottile filo) della Polizia di Stato so per certo che la polizia è contro la mafia. E’ per questo che è ancora più importante un intervento chiarificatore in merito.

    Come faremo con tutti gli ex ministri del’Interno che si sono succeduti dopo la vicenda e con l’attuale Matteo Piantedosi e con l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, che ha lavorato a stretto contatto con il dott. Vetro quando era a capo della Protezione Civile e che ha firmato il provvedimento disciplinare in esame, e con gli altri capi della Polizia, in particolare l’attuale Vittorio Pisani. Qualcuno dovrà pur spiegarcelo come sia potuto accadere. E chiederemo anche di annullare in autotutela decisoria tutta la vicenda disciplinare, quantomeno per limitare gli ingenti danni provocati.

    Ma chiederemo un’opinione sulla vicenda (e in questo caso anche come sia stato possibile giungere a un processo disciplinare e alla comminazione di una sanzione) altresì a tutti i dirigenti e funzionari coinvolti nel procedimento, che hanno continuato tranquillamente la loro carriera mentre la mia, quella di un poliziotto vittima di mafia, è stata annientata. A iniziare dalla dottoressa Eva Claudia Cosentino, funzionario istruttore nel procedimento, la quale, pur essendo stata resa ben edotta in afferenza ai fatti ed essendo statale fornita una cospicua documentazione in merito, ha insistito per la destituzione. Lo chiederemo all’allora questore di Roma Nicolò D’Angelo, il quale aveva conferito l’incarico istruttorio alla dottoressa Cosentino, e al dott. Giovanni Battista Scali, il quale ha presieduto il consiglio di disciplina, che ha irrogato la sanzione della deplorazione, derubricando sì la punizione estrema della destituzione, ma riconoscendo ugualmente meritevole di censura me, aggredito e minacciato di morte dal boss Armando Spada, e agli altri componenti del sopracitato consesso giudicante che si sono espressi favorevolmente per la sanzione.

    Ma chiederemo il suo punto di vista, inerente all’evento procedimentale e alla censura concretizzatasi, anche all’attuale dirigente della Polaria di Fiumicino, mio reparto di appartenenza, il dott. Giovanni Casavola, estraneo alla vicenda disciplinare, ma che, messo più volte a conoscenza dei fatti non ha speso al mio indirizzo nemmeno una parola di conforto. Mi sarebbe bastata quella. Come colui il quale è stato a capo della V Zona di Fiumicino fino a qualche tempo fa, il dott. Bruno Megale, anch’egli inequivocabilmente a conoscenza dei fatti, ma a quanto pare ha preferito ignorare. Va detto che il dott. Megale, ha raccolto il testimone del dott. Vetro solo pochi mesi dopo (marzo 2017) che quest’ultimo aveva avviato il procedimento in parola (notificato il 7 dicembre 2016) a mio carico ed era in carica a Fiumicino anche all’esito della pronuncia decisionale del consiglio di disciplina (luglio 2017). Ora è stato nominato questore di Reggio Calabria, ironia della sorte proprio la provincia in cui mio cugino, carabiniere, perse la vita in servizio, in un attentato mafioso nel 1994, e la Scuola Allievi Carabinieri reggina è a lui intitolata.

    Fortunatamente io, che ho da sempre amato fortemente la Polizia di Frontiera di Fiumicino e ho svolto con impegno anche il ruolo di dirigente sindacale per la Uil Polizia, ho incassato, in compenso, la solidarietà di tantissimi colleghi, scandalizzati e increduli di fronte all’assurda vicenda. In particolare tengo a sottolineare l’espressione, da parte mia, di un sentimento di grande gratificazione per la vicinanza dimostratami dall’allora mio diretto superiore, il dott. Giuseppe Manzo, con cui ho lavorato per molti anni con ampia motivazione professionale, in un rapporto di reciproca stima, e che ora è entrato a far parte del movimento politico che presiedo.

    Ma comunque ogni prefetto, come ogni questore, dirigente o funzionario della Polizia di Stato, ma anche ogni ufficiale, dirigente o funzionario degli altri corpi di polizia e delle Forze Armate verrà invitato pubblicamente a esprimersi in merito. Come anche i medici della Cmo che hanno giudicato, con disarmante freddezza e distacco rispetto a una vittima di mafia, il mio stato clinico fino a definirmi non idoneo al servizio di polizia, visto che alla mia domanda specifica de visu non si sono degnati di rispondere. E naturalmente tutti i dirigenti nazionali e provinciali dei sindacati della Polizia di Stato, finora rimasti silenti di fronte a un avvenimento di eccezionale gravità.

    L’ultimo barlume di speranza a cui era aggrappata la mia permanenza nell’attribuzione mansionale rivestita fino a qualche anno fa, ancorché fortemente penalizzata dalle inaccettabili vicissitudini di natura disciplinare in questione, sarebbe stato un favorevole verdetto medico-legale da parte della Commissione Medica di II Istanza, a cui ho rivolto per competenza la formulazione del ricorso di gravame, che avrebbe sanato, almeno sotto il profilo clinico e medico-legale, una grottesca vicenda che ormai si trascina da lungo tempo. Ciò non è avvenuto ed è ancora più clamoroso alla luce di un relazione peritale pro veritate redatta da autorevoli esperti, che ha demolito nel merito, punto per punto, le statuizioni promananti dal consesso in parola sotto il profilo clinico, senza tener conto di vari e clamorosi vizi di legittimità che a mio avviso e secondo il parere di esperti in diritto amministrativo interpellati, si sono formati in varie fasi endoprocedimentali e che presto saranno oggetto di valutazione giurisdizionale.

    E non essendosi concretizzata quest’ultima’ultima evenienza vorrà dire che io, dipendente civile dello Stato, con una retribuzione quasi raddoppiata per via della pensione privilegiata ordinaria o pensionato baby sulle spalle dei cittadini (è questo il messaggio che dovrà principalmente passare all’opinione pubblica) a seguito delle conseguenze di un procedimento travalicante i confini del paradosso, in cui la Polizia di Stato ha perseguito un dipendente con la sola colpa di essere stato vittima di un boss mafioso, continuerò a svolgere la professione giornalistica in via parziale nel primo caso o in via esclusiva nel secondo, eventualmente anche senza retribuzione (mi occuperò molto anche di questioni inerenti alla Polizia di Stato), E soprattutto continuerò, da presidente del movimento Italia dei Diritti, a lottare, insieme ai tanti dirigenti, eletti e attivisti, per salvaguardare la tutela dei diritti dei cittadini, e a onorare i 3 mandati politici di natura elettiva, come già, perfettamente in ottima salute (a parte i già citati problemi ipertensivi, manifestatisi subito dopo l’avvio del procedimento in questione), ho fatto almeno fino a circa un anno fa (quando ho subito un trauma cranico occipitale che ha rallentato notevolmente la mia attività), arrivando a lavorare fino a 20 ore al giorno per l’esercizio dei mandati politici, un impegno e una profusione di energie un po’ insoliti per chi è stato giudicato affetto da patologia di tipo ansioso così invalidante, con buona pace di chi, inverosimilmente, ha formulato, con riferimento alla mia persona, l’improbabile e ridicola definizione di un soggetto con rapporti sociali ridotti.

    Ma verrà chiesto di esprimersi nel merito e contestualmente tributare un messaggio di solidarietà (naturalmente in via ufficiale tramite canali mediatici) a ogni personaggio istituzionale che riterremo utile alla causa, e senz’altro al presidente della Repubblica, del Senato, della Camera dei Deputati, del Consiglio dei Ministri, a tutti i deputati e senatori, a tutti i presidenti di Regione e agli altri esponenti regionali e a tutti i sindaci e amministratori locali.

    Chiederemo alle assemblee consiliari di tutti i comuni italiani, dando ampia diffusione a mezzo comunicato stampa, di votare una mozione di solidarietà sull’accaduto, che vede un poliziotto punito dopo essere stato aggredito da un boss mafioso.

    Saranno avviate petizioni sul web.

    Ma soprattutto chiederemo di esprimere pubblicamente la propria solidarietà nei miei confronti a tutti i miei numerosi amici personaggi pubblici con cui ho avuto rapporti di lavoro nei tanti anni di attività giornalistica, specie nel decennio trascorso come direttore di Radio Roma.

    E a coloro i quali non rientrano nella mia rete amicale l’invito sarà rivolto mediaticamente. Ma il nostro ufficio stampa sarà a disposizione di chiunque, anche meno noto (attori, attrici, soubrette, cantanti, etc. – o aspiranti tali), crederà di voler lanciare un messaggio di solidarietà in difesa della mia dignità e del mio onore.

    Come sarà anche al servizio di mia madre Lucia Salvati, dirigente dello stato in pensione, che ha espresso la ferma volontà di sostenermi attivamente in questa battaglia.

    La possibilità sarà aperta anche a imprenditori che vorranno farlo a nome della loro azienda. Anzi, specie dopo la crisi causata dall’emergenza Covid 19, verrà offerta un’esposizione pubblicitaria gratuita su tutti i canali mediatici da noi direttamente controllati. E comunque, chiunque vorrà registrare un video solidale potrà farlo e questo sarà pubblicato sui canali che sono già attivi e su quelli che attiveremo.

    Tutto ciò affinché su questo caso, rimasto ormai fin troppo nell’ombra, anche per mia scelta, in quanto non ho mai voluto che fosse reso noto per tutelare l’immagine di quella Polizia di Stato, che finora poco si è preoccupata dell’intima sofferenza che mi è stata cagionata, non venga mai scritta la parola fine.

    Perché su una vicenda come questa è per me un dovere civile e morale tenere alta l’attenzione presso l’opinione pubblica”.

  • De Pierro su condanna Armando Spada, a Federica Angeli è andata meglio che a me

    Il presidente dell’Italia dei Diritti, poliziotto e giornalista, interviene sulla sentenza che punisce con un anno di reclusione il boss di Ostia e racconta l’aggressione ai suoi danni e la clamorosa censura disciplinare della Polizia di Stato, lamentando l’indifferenza della giornalista di Repubblica e neo delegata alle periferie di Roma Capitale nei suoi confronti

    Federica Angeli
    Roma – A più di sette anni dall’evento che, secondo l’accusa, avrebbe visto il noto boss di Ostia Armando Spada minacciare di morte la giornalista di Repubblica Federica Angeli, è arrivata, in primo grado la condanna a un anno di reclusione. La Angeli si recò nello stabilimento gestito da Spada per realizzare un’intervista e le minacce in esame sarebbero state rivolte al suo indirizzo per indurla a cancellare un video realizzato nella circostanza.

    Antonello De Pierro

    Sulla pronuncia sentenziale, che riconosce valida l’ipotesi di reato formulata dalla procura capitolina come tentata violenza privata, è intervenuto il giornalista presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, il quale, anch’egli vittima di un’aggressione con minacce di morte da parte dello stesso esponente del clan Spada, ha tributato alla collega Angeli, da anni sotto scorta, numerose espressioni di solidarietà, fino a dedicarle un premio ricevuto qualche anno fa ad Aprilia, un riconoscimento valoriale che, nell’occasione, aveva rivolto anche al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta.

    Quando viene resa una sentenza che sanziona una condotta criminale — ha dichiarato De Pierro —, sempre che l’attività istruttoria e dibattimentale sia stata espletata correttamente per accertare la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, è sempre una buona notizia. In questo caso purtroppo non riesco a gioire molto, in quanto la giustizia ha in parte perso. Infatti la rubricazione della fattispecie comportamentale riconducibile al reato in esame vedrà abbattersi sulla vicenda processuale la mannaia inesorabile della prescrizione fra non molto tempo. Federica Angeli vive da anni sotto scorta e porta sulla sua pelle le cicatrici inguaribili di un periodo molto duro del suo cammino esistenziale. In ogni caso questa vicenda, che la vede vittima, ha avuto un esito quantomeno accettabile e comunque frutto di un percorso logico e regolare sotto il profilo giuridico, partito dall’acquisizione della notizia di reato, passato dalla disamina valutativa della sua fondatezza durante la fase delle indagini preliminari, approdato al rinvio a giudizio e, dopo la formazione, in sede dibattimentale, di una piattaforma probatoria tale da dare compiutezza al libero convincimento del giudice circa la colpevolezza dell’imputato, giunto alla statuizione sentenziale di condanna “.

    Nel 2007 Armando Spada si recò a casa di De Pierro, accompagnato in macchina da Alfonso De Prosperis, noto imprenditore della lavorazione del ferro a Ostia, e da sua moglie Angela Falqui, minacciando di morte e aggredendo lui e la sua famiglia, per farli desistere dal denunciare dei presunti abusi edilizi, risultati poi reali, con conseguente demolizione di un immobile abusivo, a seguito dell’esercizio di una vocatio in ius di parte in sede civile, nonostante 2 vigilesse di Ostia, Patrizia Sgueglia ed Emanuela Spito, non li avessero notati arrivando a dichiarare che era tutto regolare.

    Io e mio fratello abbiamo sentito colpire il cancello — ricorda il leader dell’Idd ed ex direttore di Radio Roma — e abbiamo visto un uomo che non conoscevamo, accompagnato da Alfonso De Prosperis e Angela Falqui, quest’ultima proprietaria di un immobile dove erano in corso dei lavori imponenti per i quali avevamo presentato più esposti sempre caduti nel vuoto, che ha iniziato a minacciarci di morte e quando siamo scesi in strada ci ha colpiti, mio fratello anche con un bastone. Abbiamo saputo in seguito che si trattava del famigerato boss Armando Spada, lo stesso che ora è stato condannato per le minacce a Federica. Quando giunse sul posto una volante del commissariato di Ostia successe qualcosa quantomeno di strano. I componenti della pattuglia si rifiutarono di sequestrare il bastone con cui il criminale aveva colpito mio fratello, nonché di perquisirlo dopo che avevo loro riferito che a un certo punto lo stesso aveva portato la mano alla tasca come per estrarre un coltello. L’ipotesi era verosimilmente fondata alla luce del fatto che l’esponente mafioso qualche tempo dopo era stato arrestato in quanto aveva tagliato la gola a una persona con un’arma da taglio“.

    A quanto pare il criminale avrebbe desistito dopo che il massimo esponente del movimento Italia dei Diritti, che era anche un poliziotto e storico sindacalista, prima del Siulp e poi della Uil Polizia, si sarebbe qualificato come appartenente alla Polizia di Stato.

    E’ incredibile e paradossale — continua De Pierro — che il procedimento penale avviato con la nostra denuncia, con un’informativa di P.G. redatta presso il commissariato di Ostia, sia stato affidato alla competenza decisionale del Giudice di Pace e sia finito vittima della mannaia della prescrizione prima che venisse esperita alcuna istruttoria dibattimentale. E’ questo il punto che non ho mai compreso e ancora mi perdo in una buia vallata di ipotesi. Federica Angeli, anni dopo l’episodio che mi ha visto vittima di Armando Spada, viene minacciata di morte dallo stesso personaggio. Una cosa gravissima che suscita giustamente l’indignazione di tutti e l’intervento deciso delle istituzioni. A Federica viene assegnata la tutela per motivi di sicurezza e ancora oggi mi risulta che goda di una sacrosanta protezione. Si giunge a un processo e ora possiamo registrare la sentenza di condanna, anche se di fatto inutile sotto il profilo pratico della pena da scontare da parte del condannato. Io e mio fratello, non solo siamo stati minacciati di morte, ma anche malmenati in concorso, con tanto di attestazione e previsione prognostica di un referto clinico, ma come legittimato a conoscere della vicenda viene individuato il Giudice di Pace e il procedimento addirittura viene inghiottito dalla palude della prescrizione prima ancora di far registrare alcuna istruttoria dibattimentale. Ma rispetto alla vicenda che coinvolge Federica nel mio caso c’è di più. Lei può solo, come chiunque creda nello stato di diritto, esprimere una cocente delusione per un procedimento che, causa la decorrenza dei termini prescrizionali, si ferma a una condanna in primo grado. Una disillusione con cui ho dovuto fare i conti anch’io e ciò sarebbe stato davvero poca cosa rispetto al detrimento che è stato arrecato alla mia persona e alle conseguente devastanti che mi hanno travolto. I signori De Prosperis e Falqui, i quali avevano accompagnato sotto casa mia, con la loro autovettura, il boss Spada per porre in essere l’atto intimidatorio in parola, presentarono una denuncia – querela contro di noi, probabilmente per attenuare la presenza ingombrante dello Spada, in cui si lasciarono andare ad affermazioni che sfidavano apoditticamente e senza alcun pudore le punte più alte del ridicolo, almeno per chi abbia il dono del buon senso e dell’obiettività valutativa. Dichiararono grottescamente che ‘il sig. Spada’ fu fatto nascondere nell’autovettura per evitare un suo coinvolgimento nell’aggressione che io e mio fratello avevano posto in essere contro di loro. In pratica chi aveva accompagnato in macchina il boss mafioso per minacciarci e aggredirci lamentava che noi avevamo usato violenza contro di loro e avevano fatto nascondere quest’ultimo, immagino molto spaventato, per non coinvolgerlo e proteggerlo dalla nostra aggressione.

    Per ciò che riguarda il bastone servito per colpire mio fratello, il suo utilizzo nella bizzarra e fantasiosa ricostruzione dei denuncianti era cambiato. In base alla loro versione dei fatti era servito all’esponente mafioso Spada per difendersi da un ‘pericoloso animale’ che io gli avrei aizzato contro, con riferimento a un cane di sei mesi di vita, peraltro di mio fratello, che era uscito dall’abitazione saltellando inoffensivamente come qualsiasi cucciolo di quell’età è abituato a fare.

    La relativa informativa di P.G., redatta presso la caserma dei Carabinieri di Casal Palocco e firmata dal maresciallo Giuseppe Liguori, allora comandante di stazione, indicò Armando Spada, autore dell’intimidazione mafiosa, come teste, ma non vennero riportati i suoi dati anagrafici (luogo e data di nascita), né fu scritto nulla sulla sua nota caratura criminale. Il conseguente procedimento penale che vedeva indagati me e mio fratello, con l’unica ‘colpa’ di aver subito un’aggressione da parte di un noto membro di vertice nella gerarchia di un clan malavitoso, non fece registrare alcuna istruttoria dibattimentale e fu inghiottito dalle sabbie mobili della prescrizione.

    E per quanto fosse già abbondantemente paradossale quanto accaduto fino a quel momento, al pieno trionfo dell’assurdo non avevamo ancora assistito e mai avrei creduto che potesse accadere quanto si verificò successivamente, un’altra surreale vicenda che si incardinò nel vergognoso divenire fenomenico che si era dispiegato fino a qual momento, raggiungendo livelli di illogicità e irrazionalità ardui solo da ipotizzare per chi, come me, ha fatto della giustizia,della legalità e dell’etica un modus vivendi imprescindibile e immarcescibile nel suo percorso esistenziale. E invece no. Non mi era bastato quanto già occorsomi, una circostanza che da anni mi fa vivere col cuore stretto nel terrore, quello che Federica ha in parte mitigato con la tutela assegnatale. Nel mio caso chi avrebbe dovuto difendermi, o quantomeno preoccuparsi, anche solo umanamente di ciò che stavo vivendo, ha segnato per sempre il mio cammino biologico e professionale nella Polizia di Stato“.

    Infatti De Pierro, poliziotto presso la Polizia di Frontiera di Fiumicino, per quei fatti ha subito un processo disciplinare con richiesta di destituzione. Senza ombra di dubbio può risultare strano e surreale, una trama filmica dello sceneggiatore più fantasioso, ma purtroppo e la triste realtà in cui si è trovato catapultato il reporter romano, noto anche per il suo impegno politico nelle istituzioni (è capogruppo dell’Italia dei Diritti, presso il Comune di Roccagiovine e nella Comunità Montana dell’Aniene, attualmente in liquidazione commissariale per favorire la trasformazione in Unione dei Comuni Montani, e consigliere in seno al consiglio dell’Unione dei Comuni Valle Ustica, nel territorio della Città Metropolitana di Roma Capitale, dove il movimento da lui presieduto conta ben 25 amministratori eletti).

    Il dott. Tiziano Vetro, allora direttore della V Zona della Polizia di Frontiera di Fiumicino (parliamo del dicembre 2016), ha evidentemente ritenuto attendibili le strambe dichiarazioni di chi ha accompagnato il boss Spada in auto per aggredire l’agente – giornalista e l’ha deferito al Consiglio Provinciale di Disciplina. La funzionaria istruttrice Eva Claudia Cosentino, nominata dall’allora questore di Roma Nicolò D’Angelo, pur essendo stata resa compiutamente edotta sulla circostanza dell’aggressione di stampo mafioso, insistette per la rubricazione dell’estrema censura disciplinare individuata nella destituzione dai ruoli. Il Consiglio Provinciale di Disciplina, presieduto dal vice questore vicario Giovanni Battista Scali, lo ritenne comunque meritevole di sanzione, derubricata però in deplorazione, una proposta avallata e resa definitiva dal capo della Polizia Franco Gabrielli. Risultato: carriera bloccata. Infatti l’approdo decisionale compresse ogni opportunità di avanzamento carrieristico e di miglioramento economico per il numero uno dell’Idd e ne ha determinato l’esclusione dal concorso per l’accesso alla nomina di vice ispettore.

    E’ innegabile che le ragioni della logica più elementare, contro le quali ha cozzato inesorabilmente nella congiuntura, si ribellano categoricamente di fronte a un provvedimento in cui la vittima di un’aggressione mafiosa, poliziotto, invece di essere tutelata, viene perseguita e punita come se fosse colpevole dalla Polizia di Stato, che la sanziona disciplinarmente.

    E’ lapalissiano — riprende De Pierro — che ogni criterio di diritto e di giustizia in questa circostanza sia spirato inesorabilmente e abbia dato vita al trionfo dell’iniquità più illogica e inspiegabile. Tanto più che dopo la notifica dell’inizio del procedimento sono stato inviato presso il Dipartimento Militare di Medicina Legale di Roma – Cecchignola al fine di verificare la mia idoneità, sotto il profilo clinico, al servizio, con il quesito diagnostico riferibile ad ansia reattiva situazionale, direi fisiologica nell’immediatezza della palese ingiustizia che mi ha visto vittima. Dopo un lungo periodo di convalescenza, a spese dei corpi collettivi, sono stato giudicato idoneo al servizio. A seguito delle notifiche dei provvedimenti che hanno suonato il de profundis per il mio avanzamento professionale e per ogni miglioramento economico, compresa l’esclusione dal concorso per accedere alla qualifica di vice ispettore, è stato deciso un nuovo invio presso la Cmo. Altro lungo periodo in malattia, sempre a carico della collettività, che avrebbe certamente evitato di pagare un dipendente in malattia se un bel giorno il dott. Tiziano Vetro non avesse attribuito affidabilità alle dichiarazioni di persone in rapporti con un famigerato clan malavitoso, peraltro senza alcun supporto istruttorio-dibattimentale, e avesse deciso di censurare disciplinarmente la vittima di un agguato mafioso, e poi è giunta la statuizione di non idoneità al servizio. Tradotto in termini pratici significa pensione baby a poco più di 50 anni sulle spalle di chi è costretto, dalle norme in vigenza sulla quiescenza, ad andare in pensione a 67 anni. Non potevo assolutamente accettare, sotto il profilo etico e morale, una cosa simile a danno dei cittadini, anche perché non solo io, ma chiunque mi conosce sa perfettamente che l’asserita ansia persistente da eventi stressanti, peraltro nel caso cagionata da una vicenda disciplinare che non avrebbe mai dovuto esistere in una dimensione valutativa di corretta applicazione della logica,prima che del diritto, tale da pregiudicare la mia efficienza operativa in servizio, è ben lontana dal mio reale stato clinico. Per di più, con mio sommo stupore, ho scorto tra le righe del verbale di riforma che io avrei, a loro dire, scarsi rapporti sociali, una circostanza che, con tutto il rispetto, mi fa ritenere inattendibile l’intera statuizione della Commissione Medica Ospedaliera della Cecchignola. Su questo mi piacerebbe che chi ha formulato tale assurdità circa i miei tratti di personalità, agevolmente confutabili da una semplice ricerca su qualsiasi motore di ricerca, a conferma della mia intensa e perpetua attività pubblica, si assuma le sue responsabilità e spieghi pubblicamente come sia giunto a tale conclusione tragicomica, che sta suscitando sonore risate da parte di chiunque ne venga a conoscenza.

    Ora la pronuncia decisionale afferente alla mia idoneità al servizio, affinché non venga confermata l’attuale posizione che mi vede un baby pensionato a spese di chi dovrà, ahimè, suo malgrado, lavorare fino a età avanzata per pagare il mio trattamento di quiescenza, passa alla Commissione Interforze di II Istanza, che ha sede presso l’Ospedale Militare Celio di Roma ed è attualmente presieduta dal Brigadier Generale Mauro De Fulvio, l’organo di gravame deputato a conoscere dei ricorsi avverso le decisioni assunte dalle varie Cmo dislocate sul territorio nazionale, che ho adito nella speranza di veder riformare, melius re perpensa, la deliberazione promanante dai medici della Cecchignola e sancire il mio rientro in servizio, purtroppo con un pregiudizio incommensurabile in termini di progressione carrieristica ed economica, effetto dispiegato dal provvedimento assunto nei miei confronti, reo semplicemente di essere stato vittima di un’intimidazione mafiosa da parte del boss Armando Spada.

    E’ questa la grande differenza che intercorre tra me e Federica Angeli. Lei ha potuto assistere al processo contro chi l’avrebbe minacciata. A me, non solo non è stato concesso ciò che dovrebbe essere logico in uno stato di diritto, ma ho addirittura dovuto subire conseguenze paradossali per aver denunciato. Colgo l’occasione di esprimere nei confronti di Federica il mio rammarico per non aver ricevuto mai una parola di conforto e solidarietà da parte sua in merito alla vicenda di cui sono stato e sono ancora vittima, cosa che io ho fatto, com’è noto, in più occasioni al suo indirizzo. E se prima ciò era un auspicio e un legittimo desiderio, purtroppo mai soddisfatti, ora, in virtù della sua recente nomina istituzionale in qualità di delegata alle periferie, è una pretesa, da cittadino romano legato alla sua città e paladino della legalità e della giustizia. In virtù della sua figura di personaggio antimafia esprima pubblicamente il suo parere sulla vicenda che vede me e la mia famiglia vittima di persone in rapporti con il clan Spada, dello stesso boss Armando Spada e di vari personaggi istituzionali che spesso hanno favorito, con le loro omissioni ai nostri danni, il clan stesso. E naturalmente sarebbe auspicabile anche che spendesse qualche parola sulle grottesche e gravissime conseguenze di tutto ciò sulla mia attività di poliziotto.

    Questa è una richiesta che rivolgo anche alla sindaca Virginia Raggi, peraltro originaria di Roccagiovine, il comune dove siedo in consiglio comunale, la quale ha dichiarato, in occasione della condanna nei confronti di Armando Spada, di essere ‘sempre al fianco dei cittadini che denunciano e combattono con noi contro la criminalità’. Ebbene non mi risulta di averla mai vista al nostro fianco in questa battaglia per la legalità, né che abbia mai speso una sola parola in merito, pur essendo stata resa edotta più volte in merito alla kafkiana vicenda. Come non ho mai scorto la sua presenza in via Peio, all’Infernetto, per verificare al civico 34 le clamorose omissioni di 2 vigilesse capitoline, le quali, come ho già ampiamente dimostrato, sono riuscite a non vedere lapalissiani abusi perpetrati da persone in rapporti col clan Spada, asserendone peraltro addirittura la regolarità. Il tempo dei proclami è terminato. Alle parole auspicheremmo che seguissero azioni concrete, perché ogni denuncia rimasta inascoltata da parte di vittime di mafia, non solo è una sconfitta per le istituzioni democratiche e per tutto il parenchima sociale sano, ma è un regalo indiretto che si porge su un piatto d’argento allo stesso sistema mafioso, che si autoalimenta, purtroppo, grazie alle complicità reciproche con cellule deviate presenti, come spesso inchieste giudiziarie o giornalistiche mettono in luce, nell’apparato amministrativo. Decontaminare le istituzioni dalle infiltrazioni imponenti e pervasive che le hanno messe sotto scacco è una priorità imprescindibile e improcrastinabile, se vogliamo sperare nella palingenesi capitolina. In tal senso la sfida vincente del futuro risiede in un percorso di edificazione collettiva nel terreno della legalità“.

  • Italia dei Diritti, De Pierro nomina Oscar Tortosa vice presidente

    Il presidente del movimento ha scelto con convinzione: “E’ stato dalla prima ora una figura molto affidabile per il nostro movimento, che ha sostenuto con coerenza e impegno ogni battaglia. La sua storia politica non ha bisogno di commenti e credo fosse la persona più adatta per ricoprire il ruolo

    Oscar Tortosa e Antonello De Pierro

    Roma – Sarà l’on. Oscar Tortosa il nuovo vice presidente del movimento politico Italia dei Diritti. La carica è rimasta vacante per qualche anno per scelta del presidente Antonello De Pierro, al quale spetta il compito di individuare la persona giusta e procedere all’investitura.
    Oscar Tortosa

    Tortosa, ex assessore del Comune di Roma per moltissimi anni e consigliere regionale del Lazio, era già parte integrante dell’organizzazione politica facente capo al giornalista romano come responsabile nazionale per la Politica Interna. Oggi la decisione di De Pierro di volerlo al suo fianco nella gestione del movimento, che appare in buona salute e in costante crescita, è dettata dal fatto di voler dare linfa vitale a una realtà associativa in continua espansione puntando sulla grande esperienza di un politico di lungo corso. Dopo i verdetti emessi dalle urne in occasione delle ultime elezioni, 14 consiglieri eletti in ben 7 comuni, oltre a un numero elevato in quota Idd in altre liste, erano e sono attesi grandi cambiamenti nell’organigramma dirigenziale.
    Oscar Tortosa e Antonello De Pierro

    Oscar Tortosa è stato dalla prima ora una figura molto affidabile per il nostro movimento — ha spiegato De Pierro —, che ha sostenuto con coerenza e impegno ogni battaglia. La sua storia politica non ha bisogno di commenti e credo fosse la persona più adatta per ricoprire il ruolo. Dopo gli ultimi risultati elettorali che, alle amministrative, hanno fatto registrare una crescita esponenziale per il movimento che sono onorato di presiedere, nonostante la ricusazione della lista alle consultazioni europee solo perché penalizzati da norme ingiuste e inique, avevo bisogno di rafforzare l’Ufficio di Presidenza, che per un lungo lasso temporale è rimasto ancorato solo alla mia figura. Mi piace confessare che non è stato facile convincerlo ad accettare. Negli ultimi anni Oscar ha sempre insistito per dare spazio ai giovani, a cui affida la speranza per una palingenesi di un quadro istituzionale disastroso. Un assunto concettuale che mi vede assolutamente d’accordo, ma che non può far prescindere dall’affidare la cura formativa delle nuove leve a chi ha un bagaglio esperienziale tale da aver scritto pagine importanti negli annali della storia politica peninsulare. Oscar è l’emblema della teorizzazione appena espressa e rivendico con orgoglio la sua nomina. Mi dà un notevole sussulto emozionale pensare all’entusiasmo con cui si è messo subito al lavoro, che ha già tracciato la previsione di grandi novità evolutive. Nelle prossime ore credo che annunceremo le prime notizie di rilievo“.

    (Foto di Pino Briotti)

  • Proiettile in busta, De Pierro esprime solidarietà a Federica Angeli

    Il presidente dell’Italia dei Diritti: “L’esternazione del mio sentimento solidale, oltre che doverosa, a tutela dell’imprescindibile diritto costituzionale della libertà di stampa, affonda le sue radici inevitabilmente altresì in motivazioni del tutto soggettive, essendo stato vittima io stesso di un’aggressione e di minacce di morte da parte di Armando Spada“.
    Antonello De Pierro

    Roma – La giornalista di Repubblica Federica Angeli, che dal 2013 vive sotto scorta per aver denunciato lo strapotere dei clan a Ostia, in particolar modo quello degli Spada, è stata destinataria di una busta contenente un proiettile recapitata alla redazione del Fatto Quotidiano. La Squadra Mobile della Questura capitolina ha sequestrato il materiale e ha avviato un’attività di indagine insieme alla Digos. Di recente la Angeli era stata escussa come teste in aula nel processo che vede alla sbarra il boss Armando Spada, il quale nel 2013 l’aveva minacciata di morte.

    Federica Angeli

    Alla Angeli giunge l’espressione di solidarietà del presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, che purtroppo nel 2007 ha subito un’aggressione e minacce di morte a scopo intimidatorio proprio da Armando Spada, accompagnato sotto casa sua da Alfonso De Prosperis, noto imprenditore della lavorazione del ferro a Ostia e da sua moglie Angela Falqui, dopo che il giornalista romano aveva presentato delle denunce per degli abusi edilizi perpetrati sul territorio. Un episodio che gli è valso il triste e non invidiabile primato di primo professionista dell’informazione finito vittima di un esponente del clan Spada, dopo la stessa Angeli e Daniele Piervincenzi, vittima della ormai arcinota testata ricevuta da Roberto Spada, cugino di Armando.

    Antonello De Pierro

    Esprimo la mia più totale vicinanza alla collega Federica Angeli — ha dichiarato il leader del movimento — donna e professionista coraggiosa che ha rinunciato, suo malgrado, alla libertà, essendo costretta a vivere sotto scorta, pur di adempiere compiutamente quel diritto-dovere impostole dall’attività lavorativa scelta, fedele al suo impulso dnatico di fornire un’informazione libera e incondizionata ai lettori del quotidiano per cui firma i suoi commendevoli articoli, sempre orientati verso la ricerca della verità ad ogni costo. L’esternazione del mio sentimento solidale, oltre che doverosa, a tutela dell’imprescindibile diritto costituzionale della libertà di stampa, a nome dell’Italia dei Diritti, che sono orgoglioso di presiedere, affonda le sue radici inevitabilmente altresì in motivazioni del tutto soggettive, essendo stato vittima io stesso di un’aggressione e di minacce di morte da parte di Armando Spada. A differenza dell’attenzione giustamente rivolta al caso di Federica, purtroppo, a causa di vari elementi e di un comportamento quantomeno un po’ distratto da parte di chi ha redatto l’informativa di P.G., il procedimento relativo al mio episodio è stato ascritto alla competenza decisionale del Giudice di Pace penale, anziché del tribunale, e non è mai giunto a sentenza essendosi arenato sugli scogli della prescrizione. E questo è successo innanzitutto perché i poliziotti della volante del commissariato di Ostia, intervenuti sul posto, si sono rifiutati, nonostante la mia insistenza, di sequestrare il bastone con cui Spada aveva posto in essere l’aggressione nei confronti miei e di mio fratello, il quale cercò di difendermi nella circostanza, e di perquisirlo. Paradossalmente furono loro, i coniugi Alfonso De Prosperis e Angela Falqui, i quali lo avevano accompagnato sotto casa mia per mettere in atto la sua azione delittuosa, a denunciare noi e Spada fu indicato come teste. Addirittura fu sostenuto che la coppia era stata costretta a far nascondere il ‘signor Spada’ in macchina, il quale si era spaventato della nostra presenza. Il bastone usato nell’aggressione era diventato uno strumento di difesa contro un pericoloso animale, un cucciolo di cane di sei mesi di vita, che io gli avrei aizzato contro. Queste e altre accuse ridicole e grottesche furono mosse nei nostri confronti, il tutto supportato da un’informativa redatta dai Carabinieri della stazione di Casal Palocco, in cui il teste Armando Spada veniva riportato senza riferimenti anagrafici afferenti alla data e al luogo di nascita e soprattutto senza alcun cenno alla caratura criminale del soggetto. E’ legittimo domandarsi la differenza tra le minacce di morte rivolte all’indirizzo di Federica, affidate alla decisione del tribunale, e quelle proferite nei miei confronti, peraltro accompagnate da un’aggressione con lesioni guaribili in 6 gg. s.c. per me e 8 gg s.c. per mio fratello, affidate alla competenza del Giudice di Pace. Per di più è alquanto singolare assistere a questa intermittente valutazione del contesto mafioso o agli stessi reati che assumono una gravità diversa secondo le circostanze. Una minaccia da parte di Armando Spada ha un valore diverso se rivolta a Federica Angeli invece che ad Antonello De Pierro, tra l’altro in quest’ultimo caso con annessa aggressione fisica? Ero presente in aula a piazzale Clodio quando Federica ha testimoniato contro Armando Spada. Devo dire che rivedere Armando Spada, sorvegliato a vista da quattro poliziotti penitenziari, dopo diversi anni mi ha fatto un effetto dirompente. Il procedimento che avrebbe dovuto garantire l’esercizio della mia pretesa punitiva è finito in prescrizione solo perché qualcuno ha usato superficialità in fase di indagini preliminari. E chi ha accompagnato in macchina Armando Spada ha continuato a girare indisturbato e a godere di numerose coperture istituzionali. Onestamente mi ha fatto sorridere il ministro dell’Interno Marco Minniti quando ha dichiarato, riferendosi alle risolute misure adottate nei confronti di Roberto Spada dopo la testata a Daniele Piervincenzi, che a Ostia non ci sono zone franche. Ebbene caro ministro Minniti sono costretto a contraddirla in quanto in via Peio, all’Infernetto, la zona franca purtroppo c’è ed è stata completamente abbandonata dalle istituzioni, anzi proprio grazie ad alcune cellule deviate di queste, persone in chiari rapporti con il clan Spada hanno potuto fare i loro comodi, sotto l’indifferenza e spesso favoriti da omissioni da parte di pubblici ufficiali dell’apparato che avrebbe invece dovuto invece garantire i controlli atti a impedire che ciò avvenisse. Pertanto, prima di fare tali affermazioni, le suggerisco di informarsi per evitare di essere poi smentito dai fatti. Faccia un giro in via Peio e si renderò conto lei stesso“.

  • De Pierro, auspico un governo con Di Maio e Salvini

    Il presidente dell’Italia dei Diritti: “Gli italiani hanno affidato loro il consenso decretando che fossero i vincitori delle elezioni politiche ed è giusto che governino. In democrazia funziona così. Però voglio che dimostrino di non aver preso per il culo gli elettori e cancellino immediatamente la legge Fornero. Poi realizzino la più grande illusione della storia politica italiana, il reddito di cittadinanza. Mi viene davvero da ridere e sono troppo curioso di guardare il signor Salvini risolvere quello che chiama il problema migranti

    Antonello De Pierro
    Roma – “Gli italiani hanno affidato loro il consenso decretando che fossero i vincitori delle elezioni politiche ed è giusto che governino. In democrazia funziona così. Se il Centrosinistra non ha saputo soddisfare le esigenze e rispondere alle istanze dell’elettorato e questo l’ha punito ritengo che meriti di restare all’opposizione“.

    E’ quanto ha dichiarato il presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, riferendosi al leader del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio e a quello leghista Matteo Salvini, in afferenza al risultato sancito dalle urne e in vista delle imminenti consultazioni per l’affidamento del mandato da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la formazione del nuovo governo che dovrebbe guidare il paese.

    Antonello De Pierro

    Auspico pertanto — ha aggiunto — che il prossimo esecutivo sia espressione delle forze politiche che fanno capo a Di Maio e Salvini semplicemente perché sono i numeri a dirlo. La loro è indubbiamente una vittoria figlia del peggior populismo mai espresso nel Dopoguerra, ma se i cittadini hanno creduto alle promesse fantascientifiche sbandierate senza pudore di sorta è anche perché c’é stato un manipolo di politicanti che ha deluso le aspettative di chi aveva concesso loro la fiducia. Noi siamo contro il populismo, che riteniamo dannosissimo per il paese, ma non possiamo accettare una casta politica che, pur dichiarandosi paradossalmente di sinistra, ha calpestato i diritti delle cellule più deboli del nostro parenchima sociale e favorito i poteri forti, disorientando pertanto parte dei cittadini, che hanno votato irrazionalmente, sotto la spinta irrefrenabile della disillusione, se non della disperazione“.

    Poi il leader dell’Italia dei Diritti, noto anche, suo malgrado, per essere stato il primo giornalista minacciato e aggredito da un membro del clan Spada di Ostia, prima della reporter di Repubblica Federica Angeli e dell’inviato Rai Daniele Piervincenzi, avendo subito un’aggressione da parte del famigerato Armando Spada, cugino di Roberto, accompagnato sotto casa sua dal noto imprenditore della lavorazione del ferro Alfonso De Prosperis e da sua moglie Angela Falqui, affonda sugli impegni assunti da Di Maio e Salvini durante la campagna elettorale: “E’ davvero deprimente prendere atto dell’humus subculturale in cui affoga parte del popolo italiano, quell’Italietta delle casalinghe di Voghera, o forse sarebbe meglio collocarle nell’immaginario comune in qualche cittadina del Sud, che trascorre le giornate davanti ai miti di cartone dei reality. E’ quel tessuto peninsulare che furbescamente è stato individuato, con le dovute differenze, da Di Maio e Salvini, come esca per la loro pesca consensuale, sapendo di gettare a colpo sicuro l’amo della demagogia su pesci fregnoni e creduloni da poter nutrire e catturare con la speranza di promesse evanescenti. Perché è d’ignoranza che si ciba il populismo. Vedere Salvini eletto in Calabria mi fa inorridire e non credo ci sia bisogno di spiegare il perché, almeno a chi riesce a elaborare idee di senso compiuto. Ma credo anche che chi vince ha ragione, anche se è la nostra povera Italia che ne farà le spese. E pertanto, lo ripeto, dovranno essere loro a governare. E poco m’importa del braccio di ferro ingaggiato per la premiership. Però, chiunque riesca a spuntarla per sedere sullo scranno più alto di Palazzo Chigi voglio che dimostrino di non aver preso per il culo gli elettori e cancellino immediatamente la legge Fornero. Poi realizzino la più grande illusione della storia politica italiana, il reddito di cittadinanza, che è una presa in giro già dal nome. Il reddito di cittadinanza è tutta un’altra cosa, ma forse a loro piaceva tanto questo espressione linguistica. Comunque per attivare quello che loro chiamano così, ma in realtà sarebbe una specie di sussidio di disoccupazione, un reddito minimo garantito, quello che gli inglesi chiamano basic income, bisognerebbe azzerare tutta la spesa sostenuta dalla apparato statale per la sanità, per la scuola e per l’università. E sarebbero ancora a metà dell’opera. Perché servirebbe ancora una copertura finanziaria pari al doppio. Credo che il risveglio sarà amaro per chi ha creduto alle fandonie pentastellate e si è fatto anestetizzare la coscienza dai proclami di Luigino Di Maio. Ma mi viene davvero da ridere e sono troppo curioso di guardare il signor Salvini risolvere quello che chiama il problema migranti, dimenticando però che la previsione legislativa attualmente in vigenza porta il nome di Bossi-Fini ed è la peggiore che sia stata mai varata. E proprio questo dettato normativo è la risultanza di un lungo periodo in cui la Lega è stata al governo del paese, ma mi pare che mai sia riuscita ad affrontare il fenomeno in maniera efficace, anzi ha votato un provvedimento che è riuscito solo a peggiorare le cose“.

  • De Pierro, per Touadi non mi sono candidato in Umbria

    Il presidente dell’Italia dei Diritti ha rinunciato alla candidatura alla Camera dei Deputati nel collegio umbro con Civica Popolare per accettare il coordinamento della campagna elettorale del candidato alla presidenza della Regione Lazio
    Antonello De Pierro e Jean-Léonard Touadi

    Roma – Ha fatto notizia nei giorni scorsi la rinuncia del presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro a candidarsi per un seggio alla Camera dei Deputati.

    Il leader del movimento aveva stretto un accordo con Beatrice Lorenzin per inserire vari esponenti del movimento da lui presieduto nelle liste di Civica Popolare, la formazione che fa capo alla ministra della Salute, ma in extremis proprio lui aveva desistito dal correre per optare a favore del coordinamento della campagna elettorale di Jean-Léonard Toaudi, candidato alla carica di governatore del Lazio con lo stesso partito.

    Infatti, quando Touadi, con cui intrattiene rapporti amicali e di reciproca stima da molti anni, gli ha rivolto la richiesta, De Pierro non ha esitato ad accettare l’incarico propostogli, ritirando il suo nome dalla lista. Oggi ha deciso di parlare dell’episodio e si dice felice per la scelta fatta, maturata al di là di ogni calcolo politico solo per una questione di amicizia e di apprezzamento nei confronti dell’ex assessore capitolino della giunta Veltroni e deputato per l’Idv e per il Pd, ma si dice rammaricato per non aver potuto partecipare nella regione che aveva scelto, ossia l’Umbria: “Quando ho deciso di candidarmi non ho avuto dubbi.

    Ho scelto di farlo in Umbria. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto è un territorio che amo moltissimo e ogni volta che mi è possibile ci faccio un salto, senza stancarmi mai di ammirare le sue bellezze naturali, storiche e architettoniche, restandone estasiato. In secondo luogo perché amo gli umbri, gente laboriosa, cordiale e umile, un esempio per chiunque. Non posso poi tralasciare una ragione prettamente politica. L’Italia dei Diritti, nella regione di san Francesco d’Assisi e di santa Rita da Cascia, gode di un notevole consenso, maturato anche grazie all’avvincente campagna elettorale che abbiamo condotto in occasione delle ultime consultazioni regionali, con candidato presidente Giampiero Prugni, che purtroppo da qualche tempo ci ha lasciati. Anche se la lista è saltata proprio in sede di presentazione, per un disguido legato all’assenza di un atto nel fascicolo documentale consegnato, il 3% che ci assegnavano i sondaggi era emblematico circa il lavoro programmatico e aggregativo svolto. Auspico presto di lavorare nuovamente in prima persona per questa straordinaria terra, che quando ci ritorno mi emoziona sempre come fosse la prima volta”.

  • Clamoroso passo indietro di De Pierro, sarà coordinatore campagna elettorale di Touadi

    Il presidente dell’Italia dei Diritti, che nei giorni scorsi aveva stretto alleanza con Beatrice Lorenzin, ha rinunciato a correre per un seggio alla Camera e ha risposto alla chiamata dell’amico candidato alla presidenza della Regione Lazio

    Antonello De Pierro e Jean-Léonard Touadi

    Roma – Ha del clamoroso il passo indietro fatto dal presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, candidato alla Camera dei Deputati con la lista Civica Popolare, dopo l’accordo stretto con la ministra della Salute Beatrice Lorenzin. Il patto resta comunque in piedi e il movimento, rispettando l’annunciata confluenza per le elezioni politiche e regionali, sosterrà lo stesso Cp in tutta Italia.

    Ma la scelta di De Pierro si consuma nel Lazio, dove l’Italia dei Diritti aveva scelto di correre da sola alle regionali con il responsabile provinciale di Roma Carlo Spinelli candidato a governatore, a cui ha chiesto di rinunciare per partecipare alla competizione come aspirante consigliere nelle file del partito di Lorenzin. E qui la vicenda esce in parte dalle stanze della politica e abbraccia il terreno dell’amicizia, della stima, dei rapporti umani. La molla decisionale scatta quando viene rivelata la candidatura alla presidenza della Regione Lazio di Jean-Léonard Touadi, un personaggio capace e carismatico, ma soprattutto onesto, con cui il leader dell’Italia dei Diritti ha da lungo tempo un legame amicale e di mutuo apprezzamento. E soprattutto quando il neo candidato governatore gli chiede di assumere il coordinamento della sua campagna elettorale De Pierro non ha indugi. Rinunciare alla possibilità di accedere a uno scranno in Parlamento non è un problema se si crede fermamente in certi fondamenti valoriali. E la storia personale e politica di Touadi è in perfetta sintonia con quella di un paladino della legalità come il numero uno del movimento che ha fatto dell’appello al rispetto dei diritti individuali e collettivi il suo vangelo. Le linee programmatiche da esplicitare nella campagna elettorale di Civica Popolare sono imperniate proprio sulla lotta alla corruzione e alla mafia, nel trionfo di quella legalità che è la piattaforma edificante di un parenchima sociale sano. Quella corruzione che De Pierro combatte da sempre con tutte le sue forze. I suoi diciotto incatenamenti per ottenere la rotazione intermunicipale periodica (risultato raggiunto) dei vigili urbani capitolini per prevenire ogni tentazione corruttiva, fanno ormai parte integrante della storia della Roma recente. O la battaglia per la giustizia combattuta contro persone in rapporti con il clan Spada di Ostia, tanto da accompagnare il boss Armando, già agli arresti domiciliari e destinatario di un ordine di custodia cautelare in carcere proprio nei giorni scorsi con contestazione del 416 bis c.p., a minacciarlo di morte e aggredirlo per indurlo a non proseguire nel denunciare degli abusi a carattere edilizio da parte di persone a lui care. Un episodio che gli ha fatto guadagnare il triste e non invidiabile primato di primo giornalista aggredito dal clan, a cui hanno fatto seguito le minacce a Federica Angeli, che vive sotto scorta, e l’arcinota testata data da Roberto Spada a Daniele Piervincenzi.

    De Pierro spiega i motivi della scelta di sposare la causa elettorale di Toaudi: “Conosco Jean-Léonard da un cospicuo lasso temporale. Il sentimento nutrito da sempre nei suoi confronti è racchiuso tutto nella parola stima. Stima per il politico Touadi, stima per l’uomo Touadi. Due facce della stessa medaglia che, coniugate tra loro, partoriscono un’attività volta costantemente all’ottimizzazione dei corpi collettivi. E’ una peculiarità che dovrebbe essere fisiologica per chi ambisce agli scranni istituzionali, ma purtroppo, tra populismo, demagogia e addirittura becero sciacallaggio, sul proscenio è cosa rara da scorgere. Jean-Léonard incarna quella figura che dovrebbe essere eletta a emblema valutativo per l’idoneità a ricoprire ruoli politici. Mi sembrava doveroso rispondere alla sua chiamata sacrificando una candidatura. Ho semplicemente risposto al comando imperioso del senso dello stato, che alberga costantemente in me. Poter coordinare il lavoro arduo che ci accingiamo a intraprendere è un onore oltre che un piacere per me. Il suo impegno in politica è stato sempre segnato da un forte impegno per l’affermazione della legalità. Un paradigma concettuale che noi propugniamo da sempre, specie quando ci siamo accorti di dover fare costantemente i conti con un sistema inquinato, purtroppo trasversale, che si autoalimenta con biunivoche connivenze, che travalicano qualsivoglia steccato ideologico o senso della funzione da parte di funzionari pubblici, sempre, purtroppo, in nome del tornaconto personale. Intorno a questo apparato ruota spesso una lapalissiana realtà di disagio e di disperazione sociale. E se da un lato questi signori la relegano ai margini dei loro interessi ufficiali, dall’altro, con ributtante cinismo, con paradossale impudenza, ci intingono il pane. Se vogliamo almeno sperare di assistere un giorno alla palingenesi della nostra amata Italia, dobbiamo profondere le nostre energie affinché il nostro impegno si indirizzi, con priorità assoluta, a decontaminare l’apparato istituzionale dalle pervasive propaggini metastatiche che l’hanno messo sotto scacco. Dobbiamo restituire al corpo sociale, e quindi elettorale, quegli ideali e speranze che sono naufragati sugli scogli della malagestione della cosa pubblica. E questo naufragio genera quella pericolosa disillusione che erutta purtroppo nel voto di protesta, diventando terreno fertile di caccia per chi cerca di racimolare consensi con l’esercizio di una retorica populista e qualunquista, che spesso addirittura scivola nello sciacallaggio, condotta che ha davvero poco a che vedere con una sana politica. Queste manifestazioni comportamentali purtroppo anestetizzano le coscienze e coartano l’autodeterminazione del corpo elettorale. Ed è cosa nota che il sonno delle coscienze può generare mostri. E’ questa la sfida che ho sempre scelto di giocare da presidente dell’Italia dei Diritti, che avevo scelto di giocare da candidato alla Camera con Civica Popolare e ora al fianco di Jean-Léonard Touadi, per ridare la capacità di autodeterminazione alle persone, perché ciò significa restituire loro la dignità, che il potere di pochi eletti ha spesso schiacciato, marciandoci sopra con i cingoli dell’arroganza. Per concludere vogliamo dare una ‘nuova casa al civismo’, per dirla con le parole tanto care a Jean-Léonard“.

  • Antonello De Pierro felice per la candidatura di Touadi alla Regione Lazio

    Il presidente dell’Italia dei Diritti e candidato alla Camera dei Deputati con Civica Popolare: “Beatrice Lorenzin non avrebbe potuto operare una scelta migliore. Jean-Léonard è una delle migliori figure che il panorama politico offre attualmente”

    Roma – “Esterno la mia massima espressione di felicità per la candidatura a presidente della Regione Lazio di Jean-Léonard Touadi. Beatrice Lorenzin non avrebbe potuto operare una scelta migliore”.

    Antonello De Pierro

    E’ con queste parole che il presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, candidato alla Camera dei Deputati con Civica Popolare, ha accolto l’annuncio della ministra della salute e leader di Cp Beatrice Lorenzin, di aver deciso di designare come aspirante governatore del Lazio, collegato alla sua lista, Jean Léonard Touadi, ex assessore comunale di Roma della giunta Veltroni ed ex deputato eletto nelle file dell’Italia dei Valori.

    Jean-Léonard Touadi

    Infatti il numero uno dell’Italia dei Diritti e il neo candidato si conoscono proprio dai tempi dell’elezione in Parlamento di Touadi con la lista dell’Idv, partito presso cui De Pierro ricopriva il ruolo di capo ufficio stampa delle segreterie romana e regionale del Lazio.

    “Jean-Léonard è una delle migliori figure che il panorama politico offre attualmente — ha continuato il candidato alla Camera — nutro per lui profondi stima e affetto, sentimenti che sono rimasti immutati nel tempo. E’ un concentrato di competenza politica, cosa che nel frangente epocale che stiamo vivendo credo sia un requisito fondamentale, di onestà indiscussa, di spessore culturale, di umanità e soprattutto di quell’umiltà genuina e spontanea che solo i grandi sanno far trasparire. Il suo eloquio forbito e raffinato, è capace di arrivare al cuore della gente con estrema facilità, grazie anche ai suoi modi espressivi molto rassicuranti. Sono certo che per le regionali ci sarà una campagna elettorale molto interessante e combattuta. La figura di Jean-Léonard è nettamente superiore, per lo scranno più alto della Regione, a quelle degli altri candidati. I vari Zingaretti, Lombardi e Parisi avranno filo da torcere nel contendere a lui la carica”.

  • Antonello De Pierro stringe alleanza con Beatrice Lorenzin e si candida alla Camera

    L’accordo raggiunto tra Italia dei Diritti e Civica Popolare rafforza la neonata formazione politica guidata dalla ministra della Salute e spiazza quelle liste che hanno corteggiato invano il movimento presieduto dal giornalista romano

    Antonello De Pierro

    Roma – Dopo attente valutazioni e varie trattative, il direttivo nazionale dell’Italia dei Diritti, presieduto dal presidente e fondatore Antonello De Pierro, ha scelto con chi stringere l’alleanza per correre alle prossime elezioni politiche per il rinnovo dei membri della Camera dei Deputati e del Senato. Dopo aver depositato il simbolo identificativo del movimento presso il Viminale, rubando il tempo a Fratelli D’Italia e Partito Democratico nella corsa per arrivare a vedere affisso per ultimi il proprio contrassegno sulla bacheca del dicastero dell’Interno, si è proceduto alla definitiva formulazione decisionale sulla formazione politica su cui convergere. Infatti era già stato deciso da tempo che l’Italia dei Diritti non avrebbe partecipato col proprio simbolo a livello nazionale, mentre aveva annunciato da tempo la propria corsa solitaria alla Regione Lazio, schierando come candidato presidente il responsabile provinciale di Roma Carlo Spinelli.
    Beatrice Lorenzin
    L’accordo è stato raggiunto, già mercoledì scorso, con Civica Popolare, la compagine che vede il suo leader nella ministra della Salute Beatrice Lorenzin, ma per scelta del presidente De Pierro solo ora viene reso noto. L’intesa trovata avrà conseguenze anche sul piano regionale laziale, dove il numero uno del movimento ha chiesto all’aspirante governatore del Lazio di fare un passo indietro e candidarsi nella lista schierata da Lorenzin. A questi sarà collegata, in quota Italia dei Diritti, Livia Celardo, la giovane economista e ricercatrice universitaria figlia di Carmine, uno degli esponenti storici del movimento, che per ovvii motivi resterà ai box.

    Per De Pierro, candidato alla Camera dei Deputati, è stata un’ottima convergenza programmatica e d’intenti come egli stesso spiega: “Dopo aver valutato attentamente l’offerta politica del momento, naturalmente circoscritta all’alveo del centrosinistra, che da sempre è la nostra collocazione naturale, nel ventaglio di possibilità esaminate non abbiamo nutrito alcun dubbio quando ci siamo imbattuti nelle proposte concrete di Civica Popolare. La disamina analitica era terminata. Da sempre impegnati nella tutela dei diritti delle cellule più deboli del parenchima sociale, spesso calpestate e mortificate dal potere e dall’arroganza di pochi eletti, abbiamo trovato qui una piattaforma ideale per edificare e corroborare le nostre linee programmatiche e un humus fertile per coltivare e preservare i nostri principi fondanti informati in particolar modo alla legalità, alla giustizia e soprattutto all’etica. Da sempre fedeli a una frase di Cesare Pavese, eletta a illuminante esempio, che diceva ‘Non bisogna andare incontro al popolo, ma essere popolo”, è quello che abbiamo sempre propugnato per la tutela dei corpi collettivi. E cosa c’è di meglio del binomio civica e popolare per dare senso compiuto ai prefati assunti concettuali? Il riferimento ai cives e al popolo credo siano l’espressione ideale per orientarsi verso l’interesse degli italiani. Quando ci siamo contestualmente calati nella sfera lorenziniana abbiamo subito respirato un’aria nuova, un profumo di pulito, ma soprattutto un’armonia di intenti e di proiezioni progettuali, e sono quelle peculiarità che fanno la differenza per ambire a espletare un giusto mandato sul proscenio politico nazionale. Altrove abbiamo notato subito divergenze interne, alleanze improbabili, tutti elementi che rendono fragili le compagini e fanno vacillare significativamente la credibilità quando si chiede agli elettori di orientare il consenso nel segreto dell’urna elettorale. Qui ho trovato alti e commendevoli standard valoriali, altrove circostanze che possono facilmente scivolare verso il disvalore. Un po’ poco per ambire a contrastare i populismi rappresentati da Lega e M5s, o per arginare le spinte plutocratiche di Forza Italia e Fratelli d’Italia, a favore dei grossi potentati economici. Noi crediamo fortemente che ci siano due categorie in cui si dividono coloro i quali decidono di operare in politica. I primi sono quelli che espletano la loro attività a beneficio della collettività e non certo a salvaguardia degli interessi personali e sono quelli che noi chiamiamo politici. E questi, con grande compiacimento ho trovato in Civica Popolare. Poi ci sono coloro i quali sacrificano sull’altare dei tornaconti personali l’interesse primario dei cittadini. E a questi noi diamo l’appellativo di politicanti e sono tutta un’altra cosa. Gente che deve rimanere lontana dagli scranni istituzionali”.

    La soddisfazione è lapalissiana nelle parole del leader dell’Italia dei Diritti, che poi passa a parlare dei collegi: “Credo che il nostro impegno debba essere esponenziale per poter raggiungere l’obiettivo prefisso. Tengo a precisare che noi, al di là dell’estensione territoriale dei collegi dove sono presenti i nostri candidati, daremo il nostro contributo in tutta l’area peninsulare, senza indugi di sorta, con il massimo impegno. Dal canto mio, ho rinunciato per motivi personali al collegio di Ostia, che probabilmente, in virtù della mia storia personale, professionale e politica, sarebbe stata per me la collocazione più naturale, e ho optato per un collegio fuori dal Lazio. In ogni caso sarò personalmente il candidato non in lista non solo a Ostia, ma anche in tutti i collegi di Roma e provincia, dove profonderò le mie energie senza economia per convogliare nella lista Civica Popolare il maggior numero di consensi ed evitare che personaggi che, a suon di proclami demagogici e di vacui esercizi retorici, possano accedere al Parlamento o al Consiglio Regionale del Lazio”.
    Antonello De Pierro a una manifestazione dell'Italia dei Diritti
    De Pierro, primo reporter minacciato e aggredito dal clan Spada a Ostia (prima di Federica Angeli, attualmente sotto scorta, e di Daniele Piervincenzi) e molto attivo anche sui social (la sua pagina Fb conta 163.000 like, come agevolmente riscontrabile dalla classifica in aggiornamento quotidiano dell’ottimo Baroncelli e 56.000 follower su Twitter), tanto da essere nella top ten dei giornalisti più seguiti sul web e precisamente all’ottavo posto, punta il dito contro Matteo Salvini e Luigi Di Maio, contestandone decisamente alcune proposte: “L’avversario da battere, prima ancora del centrodestra dei rigurgiti di stampo fascista, è il populismo dilagante della Lega e del M5S. E’ un vero e proprio pericolo, un allarme sociale di cui aver paura, spesso sottovalutato imperdonabilmente. E’ in crescita grazie alla disillusione della gente di fronte ad alcuni errori valutativi della politica, alle distorsioni comportamentali degli appartenenti alla categoria di coloro i quali ho bollato poc’anzi come politicanti. E’ un movimento che avanza sospinto dal nulla, senza vere idee a tracciarne la rotta, ma che fa leva solo sui timori dei cittadini, che vengono condizionati nell’autodeterminazione e deviati nel pensiero da un bombardamento impressionante di fake news, e spetta a noi lavorare per arginarne l’avanzata, che può condurre a una vera e propria catastrofe nazionale. Parto dalla Lega, a cui Salvini ha furbescamente sottratto la parola Nord, al fine di allargare anche nel centrosud il bacino di consensi e c’è chi ingenuamente ci casca e rimuove l’antimeridionalismo dai percorsi della memoria. Ma anche se Salvini ha confezionato il vestitino nuovo al suo partito, sotto resta sempre quello di ‘Roma ladrona’ , di ‘chi non salta napoletano è’, del ‘bruciamo il tricolore’ e così via. Tra l’altro promuove l’abolizione della tanto odiata legge Fornero, ma tralascia di dire, mancando di onestà intellettuale, che è una promessa da marinaio, impossibile da realizzare. Noi che quella onestà intellettuale la custodiamo intatta nel nostro patrimonio dnatico non possiamo far finta di nulla e diciamo che la legge Fornero, giusta o sbagliata che sia, con buona pace di chi la vorrebbe vedere abolita, non potrà essere cancellata. E il motivo è semplice. Avrebbe un costo elevatissimo che la nazione non può assolutamente sostenere e chi dice il contrario inganna il paese. Come è fuori da ogni criterio di ragionevolezza la proposta del raggiungimento del diritto di quiescenza dopo 41 anni lavorati, indipendentemente dall’età. Tale previsione è semplicemente folle e condannerebbe i lavoratori ad andare in pensione a 70, forse a 80 anni, o addirittura forse mai, come potrebbe succedere con matematica certezza a tante donne, specie nel settore privato. Basta questo perché noi, con a cuore il bene del paese, e soprattutto, in questo caso, il diritto a maturare una pensione a un’età adeguata, dopo una vita di lavoro. Come è fuori da ogni logica l’intenzione progettuale di Di Maio che addirittura vorrebbe sommare l’età anagrafica con gli anni lavorati e raggiungere quota 100. E anche qui vale lo stesso identico ragionamento fatto con Salvini. Una condanna senza diritto di appello per chi aspira ad andare in pensione a una ragionevole età. Basta un semplice calcolo matematico per comprenderlo, ma c’è chi, accecato dall’antipolitica a ogni costo, non ha neanche pensato a farlo. Inganno o rapporto conflittuale di Salvini e Di Maio con la matematica? A noi poco importa. A noi interessa solo il fatto di sentire il dovere di informare e rimettere a fuoco il campo visivo a chi non riesce a leggere la triste verità tra le pieghe di tali farneticanti esternazioni. Di Maio non inciampa purtroppo, come ormai risaputo, solo sui congiuntivi, che, anche se piuttosto grave per chi aspira a fare il premier, sarebbe il minimo, in quanto ciò non mette a repentaglio la tenuta del paese, ma per nostra sfortuna ci sono esplicitazioni programmatiche che ci preoccupano enormemente per la disarmante sicurezza con cui vengono trasmesse alla massa. Una su tutte è l’affermazione di Luigino che, colpito da vocazione da eminente virologo, propone una previsione di obbligatorietà dei vaccini solo in caso di emergenze epidemiche. Ciò potrebbe essere letto come uno scherzo, una battuta, tanto è esilarante. E invece è tutto vero e a pronunciare tale aberrazione, che si infrange inesorabilmente contro la logica esperienziale prima ancora che contro gli assunti dottrinali della clinica medica, è un candidato premier che aspira a governare il paese. Qualcuno è riuscito a spiegargli che i vaccini, nell’accezione propria del termine, servono in fase preventiva e non certo per curare una patologia già insorta? La sfida non è solo politica, ma anche culturale, e deve mirare a stroncare un concentrato esplosivo di dilettantismo e incompetenza, che può condurre l’Italia direttamente nel baratro, quando ha invece bisogno esattamente del contrario, ossia di una palingenesi strutturale. Ma come può pretendere una formazione politica che non ha regole interne certe, ma solo pressappochismo organizzativo, di poter gestire la guida di una nazione, peraltro complessa, come la nostra? Un caso emblematico è rappresentato dall’esclusione da un collegio plurinominale per la Camera dei Deputati, dell’avvocata lucana Antonella Sassone, che in passato ha ricoperto con merito due ruoli nell’Italia dei Diritti e che improvvisamente, come tanti altri, non si è ritrovata in lista. Come riporta Il Fatto Quotidiano sembrerebbe che la causa dell’esclusione sia stata una candidatura, alcuni anni or sono, con l’Italia dei Valori. Peccato che la valida professionista non si sia mai candidata col partito che fu di Di Pietro. E se così fosse, come mai lo stesso criterio non è stato applicato a Elio Lannutti, il quale, non solo si è candidato con l’Idv, ma ne è stato uno degli esponenti di vertice, essendo stato eletto tra le sue file in Senato. Un’incongruenza lapalissiana, quanto grottesca, che la dice lunga su una compagine politica capace di mostrarci tutto e il contrario di tutto”.

  • Sarà Carlo Spinelli il candidato presidente alla Regione Lazio per Italia dei Diritti

    Il 51enne castellano, responsabile provinciale di Roma, guiderà il movimento fondato e presieduto dal giornalista Antonello De Pierro alle consultazioni elettorali della prossima primavera
    Carlo Spinelli e Antonello De Pierro

    Roma – Dopo un’attenta valutazione sulla situazione politica attuale e dopo un estenuante dibattito all’interno del direttivo regionale, il presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro ha annunciato la deliberazione assembleare in merito al candidato presidente del movimento per le prossime regionali del Lazio.
    Il consesso, presieduto dallo stesso De Pierro, dopo che nei giorni scorsi aveva deciso all’unanimità la partecipazione solitaria alla competizione, ha individuato in Carlo Spinelli, responsabile provinciale di Roma, l’uomo giusto per guidare il movimento alle regionali del 2018. Il cinquantunenne, marinese di nascita e da sempre residente ai Castelli Romani, ha già guidato l’Italia dei Diritti alle elezioni comunali di Ariccia dove, all’esordio elettorale, ha ottenuto un buon 3,4%. Dopo aver assunto il coordinamento provinciale è riuscito a creare un gruppo di lavoro compatto, composto da giovani volenterosi, onesti e con una passione viscerale per la politica, portando avanti quelli che sono i principi fondanti del movimento, con un’attenzione particolare alle classi sociali più deboli. Da sempre impegnato sul sociale, Spinelli è stato per anni volontario della Croce Rossa partecipando a numerose missioni tra le quali quella per il terremoto del centro Italia del 1997. Ha spesso messo a disposizione la sua passione per lo spettacolo, partecipando a numerose manifestazioni di beneficienza anche come organizzatore.
    Carlo Spinelli e Antonello De Pierro
    E’ un compito di grande responsabilità quello affidatomi dal direttivo e che il presidente Antonello De Pierro ha accolto con fiducia — ha esordito il neo candidato presidente subito dopo la sua investitura — che porterò avanti con i soliti passione e impegno che hanno caratterizzato questi anni di militanza nel movimento. Non sono un politico di professione ma lo faccio perché credo in quelli che sono i valori ed i principi che caratterizzano l’Italia dei Diritti.
    Carlo Spinelli e Antonello De Pierro
    Capisco cosa significa affrontare i problemi nella vita di tutti i giorni
    — ha poi continuato — provenendo da una famiglia umile dove io stesso già dall’età di 12 anni ho iniziato a lavorare cercando di coniugare lavoro e studio e per questo, dopo un’infanzia e un’adolescenza piuttosto dure ho imparato a rispettare gli altri, ad avere amore per la vita e ad accontentarmi di quello che la stessa ci offre. Sono sempre disposto ad aiutare gli altri e mi batterò nel consiglio regionale, una volta eletto, affinché vengano tutelati i diritti di tutti, vigilerò affinché la regione venga governata in maniera onesta, senza sprechi e soprattutto senza che a pagare siano sempre i cittadini.
    Questo sarà il mio impegno
    — ha chiosato — e il consenso elettorale che riceverò sarà ricambiato facendomi portavoce dei problemi seri che ci attanagliano quotidianamente cercando di rendere il più possibile vivibile la nostra regione, cuore pulsante dell’Italia, una regione falcidiata da numerose calamità e spesso guidata senza tener conto dei reali bisogni dei suoi abitanti“.

  • Italia dei Diritti correrà da sola alle regionali del Lazio

    La scelta per le prossime consultazioni elettorali è maturata in seno al direttivo laziale del movimento fondato e presieduto da Antonello De Pierro. A breve sarà comunicato il nome del candidato presidente

    Italia dei Diritti

    Roma – L’Italia dei Diritti è pronta a scendere in campo da sola per le prossime consultazioni regionali del Lazio. Così ha deciso all’unanimità il direttivo regionale del Lazio del movimento fondato e presieduto dal giornalista Antonello de Pierro. E’ stato proprio il presidente in persona a condurre il dibattito che si è sviluppato all’interno del consesso sulla possibilità di vedere il simbolo del movimento impresso sulle schede elettorali della prossima consultazione regionale, e la volontà espressa da tutti i membri, dal più anziano in carica Carmine Celardo al più fresco di nomina Carlo Spinelli, è stata che l’Italia dei Diritti dovrà essere presente alle prossime elezioni regionali con una lista autonoma e fuori da ogni coalizione. E’ già iniziata l’opera di individuazione, da parte dei componenti del direttivo, del nome da proporre in qualità di candidato presidente alla regione Lazio, una persona che il gruppo si è impegnato a indicare e comunicare il prima possibile per iniziare al più presto il percorso che porterà il movimento a chiedere il consenso ai residenti laziali per governare la regione Lazio. Una nuova sfida che il presidente De Pierro ed il movimento tutto sono pronti a lanciare alla politica, ai politici, ma soprattutto ai politicanti del territorio laziale.

  • Antonello De Pierro chiuderà la campagna elettorale a Lariano

    Il presidente dell’Italia dei Diritti sarà presente nella cittadina dei Castelli Romani per sostenere di persona la candidatura di Sabrina Verri
    Antonello De Pierro

    Roma – Si avvicina la data dell’undici giugno, giorno nel quale si svolgeranno le elezioni amministrative per il rinnovo dei sindaci e dei consigli comunali di molti comuni italiani. Il movimento Italia dei Diritti, ha deciso in questa occasione di rinunciare alla presentazione di liste autonome, offrendo il proprio sostegno a vari candidati a primo cittadino, scelti attentamente tra coloro i quali hanno presentato linee programmatiche in sintonia con i valori ideali promossi dall’organizzazione politica facente capo al giornalista romano Antonello De Pierro. Il leader della formazione civica nazionale, che ormai da tempo si fa portavoce delle istanze dei cittadini, a vantaggio della legalità e della giustizia, principi cardine della sua peculiarità azionistica, dopo aver viaggiato in tutta la penisola per tributare il sostegno alle candidature selezionate, ha deciso di chiudere la campagna elettorale in un comune dell’area metropolitana capitolina e precisamente dei Castelli Romani. Infatti venerdì prossimo sarà impegnato a Lariano, al fianco della candidata a sindaco Sabrina Verri, sostenuta dalla lista “Movimento per Lariano”. I comuni castellani proiettati verso il voto amministrativo sono sette, ma quelli in cui l’Italia dei Diritti ha deciso di scendere in campo, sposando il programma di uno dei candidati allo scranno più alto sono solo tre: Lariano, appunto, Monte Compatri e Nemi. Per gli altri comuni impegnati nella consultazione, il movimento non ha ritenuto opportuno esporsi estrinsecando un’opzione di voto, in quanto nessuno dei candidati in corsa è stato giudicato programmaticamente meritevole di valutazione positiva e pertanto tutti sono stati stimati inidonei a rappresentare l’ideologia propugnata. Tenuto conto del 3,4 % ottenuto lo scorso anno ad Ariccia, il supporto elettorale dell’Italia dei Diritti, può risultare, ai fini dell’esito elettorale, alquanto vantaggioso.
    De Pierro ha spiegato le ragioni dell’espressione preferenziale: “Nel territorio in questione mi sono affidato alla conoscenza e all’esperienza del validissimo responsabile provinciale romano della nostra formazione politica, Carlo Spinelli, che ha profuso notevoli energie per orientare al meglio le nostre scelte. E’ già successo ad Ariccia lo scorso anno, dove è stato molto bravo a condurre la nostra formazione al dignitoso 3,4 % decretato dalle urne. L’accorta disamina valutativa di Carlo ha seguito una logica mirata a premiare chi ha mostrato di perseguire l’interesse verso i corpi collettivi, conducendo a una soluzione lapalissiana e volitiva. A Nemi abbiamo scelto la continuità dando ancora fiducia ad Alberto Bertucci, il quale, nel quinquennio appena terminato, ha saputo lavorare molto bene, sia sul terreno del sociale, con iniziative atte a soddisfare le istanze promananti dalle fasce più deboli del parenchima collettivo, sia dal punto di vista culturale e turistico e la riconferma della bandiera arancione per il turismo dell’entroterra ne è una prova tangibile”.
    A Monte Compatri invece il movimento invita a votare per Fausto Bassani. Il presidente dell’Italia dei Diritti commenta così la convergenza sul nome del candidato di centrosinistra: “Spinelli qui ha richiamato l’alternanza democratica, spiegando le ragioni del punto di vista espresso. L’esplicazione argomentativa ha passato il vaglio del direttivo regionale e io ho approvato convinto. Dopo dieci anni di opposizione ci è parso giusto dare al centrosinistra la possibilità di portare avanti le proprie idee per guidare la cittadina alle porte di Roma, amministrata finora da una maggioranza assolutamente insoddisfacente in afferenza alle esigenze del territorio. Ci ha favorevolmente colpito lo spazio assegnato agli interventi sul sociale, contenuto all’interno del programma elettorale, una materia che ci sta particolarmente a cuore”.
    Infine il numero uno dell’Italia dei Diritti si sofferma sulla decisione di essere presente, venerdì prossimo, a Lariano, la cittadina nota per la sagra del fungo porcino, per sostenere la candidatura di Sabrina Verri: “E’ la candidata che più di tutti incarna il patrimonio dnatico del nostro movimento, della nostra stessa storia associativa, della nostra ragion d’essere. I nostri principi fondanti si rispecchiano con estrema chiarezza nella struttura ontologica del Movimento per Lariano, nonché nell’esplicitazione soggettiva della sua leader politica, la quale si è più volte distinta per le numerose battaglie socialmente importanti, che hanno fatto registrare il più delle volte esiti positivi. I suoi valori umani coincidono perfettamente con quelli che sono i nostri ideali ed in più riteniamo che le altre forze che concorrono a Lariano potrebbero risultare alquanto inefficaci, in caso di elezione, per la risoluzione delle problematiche che affliggono la comunità cittadina. Si possono notare infatti apparentamenti bizzarri e inusuali, verso cui nutriamo enormi perplessità in relazione alla coerenza dimostrata nelle scelte formative delle liste, oltre a personaggi riconducibili familiarmente a politici che già in passato sono stati attori inespressivi e inerti sul proscenio della politica locale. Ed è per questo che riteniamo un dovere morale nei confronti della cittadinanza larianese dare forza all’unica candidata credibile, l’unica ventata di novità in mezzo a una pletora di elementi che rievocano un usato non garantito, grazie a insuccessi e inadeguatezza operativa, ben impressi nei file mnemonici dell’elettorato del paese. Sarò a Lariano e inviterò a votare una donna che già in passato ha dato prova di grandi capacità, che l’hanno portata al conseguimento dei risultati che si era prefissa e che sono certo essere l’unica aspirante in corsa idonea a imprimere finalmente la spinta necessaria per quella crescita sociale, economica culturale e turistica che si attende da un lasso temporale troppo lungo”.
    De Pierro esprime infine il suo cruccio per non aver potuto individuare negli altri comuni al voto, in zona Castelli Romani e nel resto della Città Metropolitana di Roma Capitale, un candidato a sindaco che rispondesse ai requisiti minimi richiesti per ottenere un appoggio elettorale dall’Italia dei Diritti: “E’ davvero imbarazzante per noi, aver incontrato tante oggettive difficoltà nell’individuare candidati che rispondessero almeno in parte a quegli standard di qualità politica, che riteniamo indispensabili per potersi presentare agli elettori a chiedere di essere votati ed essere pertanto formalmente legittimati all’amministrazione della polis. Se non fossimo assolutamente contrari all’astensionismo, di fronte a una realtà così disarmante sarei personalmente tentato di invitare gli elettori a disertare le urne”.

  • Italia dei Diritti, Carlo Spinelli nominato responsabile provinciale di Roma

    E’ stato il presidente Antonello De Pierro a investirlo del ruolo al termine di una riunione straordinaria del direttivo regionale del Lazio

    Roma – Dopo diversi mesi di vacanza del ruolo, a causa del passaggio di Brunetto Fantauzzi a responsabile provinciale dell’Aquila, il movimento politico Italia dei Diritti, fondato e presieduto da Antonello De Pierro, ha un nuovo responsabile per la provincia romana. Si tratta di Carlo Spinelli, già coordinatore per Ariccia e da poco entrato a far parte dei membri del direttivo regionale del Lazio, che ha ricevuto l’investitura con nomina diretta del presidente De Pierro proprio al termine di una movimentata riunione straordinaria del massimo consesso laziale dell’organizzazione, in cui si è cominciato a discutere della presenza della lista Italia dei Diritti alle prossime consultazioni regionali. A sostituire Spinelli alla guida del movimento in quel di Ariccia sarà l’attuale responsabile dei giovani Mirko Velletrani, reduce da un buon piazzamento alle scorse elezioni amministrative della cittadina castellana, mentre il ruolo di vice resterà a Maurizio Nocera.
    “E’ con immenso piacere e orgoglio che accetto quest’incarico — sono state le prime parole del neo responsabile provinciale visibilmente commosso —, un altro passo in avanti all’interno del movimento che mi coinvolge sempre più. So che mi aspettano mesi di intenso lavoro anche in vista delle consultazioni elettorali per le amministrative della prossima primavera che vedranno alle urne molti comuni della provincia romana” .
    De Pierro si è dichiarato soddisfatto della sua decisione: “Le esigenze che hanno portato, diversi mesi orsono, il caro e stimato Brunetto Fantauzzi all’Aquila, hanno lasciato un vuoto operativo difficile da colmare. Ho atteso tutto questo tempo assumendo io stesso l’interim gestionale del territorio in questione, ma era arrivato il momento di individuare la persona giusta da investire ufficialmente dell’attribuzione mansionale di coordinamento di un’area territoriale così delicata. Non essendoci i presupposti necessari per procedere a un’elezione efficace in seno al direttivo, mi sono visto costretto a ricorrere alla nomina diretta per colmare un vuoto dirigenziale che ormai si era protratto per un lasso temporale troppo lungo. In ragione del suo percorso e del suo impegno nell’ambito del nostro movimento, nel propugnare e combattere con convinzione le nostre battaglie di civiltà e nell’accogliere con non comune sensibilità le istanze dei corpi collettivi, dimostrando in maniera apodittica l’assoluta assimilazione e condivisione dei principi basilari dell’Italia dei Diritti, la scelta non poteva ricadere su nessun altro se non su Carlo Spinelli. Non nascondo che al di là dei prefati elementi fondamentali avevo bisogno di una persona di estrema fiducia per poter assicurare una crescita territoriale sana e fedele alla nostra etica comportamentale, lontana da quei percorsi clientelari che spesso inquinano l’odierna politica e da quegli esercizi retorici che spesso illudono e beffano gli elettori. Perciò la stima che nutro per Carlo, che conosco tra l’altro da oltre 25 anni, mi ha lasciato margini di scelta alternativa davvero molto ridotti. Sono più che certo che la fiducia che ho riposto in lui, come già è accaduto in passato in altre occasioni, sarà ripagata da una valida ed esaustiva risposta sul campo”.

  • Marinelli cede il posto a Sallustio alla guida dell’Italia dei Diritti Lazio

    Il presidente Antonello De Pierro accoglie con favore la new entry e dichiara immutata la stima per il noto avvocato romano, che rimane segretario vicario e responsabile nazionale del Dipartimento per la Tutela dei Consumatori

    Roma – Cambio di guardia al vertice della segreteria dell’Italia dei Diritti Lazio, dopo la riunione del direttivo regionale, che ha sancito una rimodulazione dell’organigramma. E’ di stamane, infatti, la notizia riguardante il passaggio di testimone tra Vittorio Marinelli, noto avvocato romano e storico esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro, e Luisa Sallustio, la commercialista ariccina che, proprio di recente, ne era entrata a far parte in qualità di componente dell’organo di dirigenza laziale. Marinelli, già responsabile nazionale del Dipartimento per la Tutela dei Consumatori, va dunque a ricoprire la carica di responsabile vicario, assieme a Carmine Celardo e Anna Nieddu.
    “Saluto con piacere l’ingresso di Luisa Sallustio ai vertici dell Idd Lazio, la cui candidatura a sindaco di Ariccia sto fortemente sostenendo. Sono certo che la sua competenza saprà rispondere alle responsabilità del suo nuovo ruolo nell’ambito del nostro organigramma regionale e che, da oggi, sarà ancor più in prima linea per la crescita del nostro movimento nel Lazio – ha dichiarato il presidente De Pierro, che ha voluto ribadire ancora una volta la linea politica dell’Italia dei Diritti -, sempre dalla parte delle cellule più deboli del parenchima sociale e a sostegno della salvaguardia dei diritti imprescindibili, che l’ arroganza del potere, spesso, calpesta e mortifica”.Antonello De Pierro e Vittorio Marinelli
    Immutata la stima per Marinelli da parte del leader del movimento, che ha voluto così suggellare il condiviso passaggio di consegne alla guida della sua organizzazione politica nel Lazio: “Ringrazio Vittorio Marinelli per il commendevole impegno profuso alla guida dell’Idd regionale, che ha saputo dirigere attraverso una prodiga azione politica a sostegno dei diritti dei cittadini e della tutela di ogni prevaricazione nella sfera dei corpi collettivi. Il caro Vittorio – ha infine aggiunto – continuerà a dare il suo validissimo contributo, assieme a Celardo e Nieddu, ora che la squadra di vertice si è arricchita di una personalità capace e determinata come Luisa Sallustio che, già da tempo, sta operando in perfetta sintonia con i parametri ideali ed i valori fondanti del nostro movimento”.

  • Elezioni Ariccia, De Pierro annuncia appoggio a Luisa Sallustio

    Il presidente dell’Italia dei Diritti ha individuato nella professionista ariccina, che considera l’unico candidato a rappresentare gli elettori di centrosinistra, la proposta politica più coerente al suo messaggio etico e legalitario

    Roma – Dopo che, nei giorni scorsi, il movimento Italia dei Diritti aveva annunciato la sua partecipazione alle prossime elezioni amministrative di Ariccia, cittadina alle porte di Roma, ora ha ufficializzato le modalità con cui sarà presente nell’imminente competizione elettorale, entrata già nel vivo.
    A renderle note è stato il presidente Antonello De Pierro, rivelando il suo sostegno alla candidatura a sindaco di Luisa Sallustio, l’ex presidente del Consiglio comunale, che si è dimessa dopo essere entrata in conflitto con il gruppo del Partito Democratico, del quale faceva parte, contestando il mancato svolgimento delle primarie e provocando un autentico terremoto politico, che ha visto il suo epilogo nella sfiducia al sindaco Emilio Cianfanelli con conseguente commissariamento del Comune castellano.
    Luisa Sallustio e Antonello De Pierro
    De Pierro, il quale aveva già anticipato una scelta di campo che avrebbe collocato la sua compagine all’interno del perimetro politico di centrosinistra, spiega le ragioni della convergenza sulla Sallustio: “A seguito di un’attenta disamina del panorama politico locale, effettuata personalmente con l’indispensabile ausilio del nostro responsabile ariccino Carlo Spinelli, il quale si è distinto sul territorio per un’eccellente opera di individuazione e denuncia delle varie distorsioni presenti, con una rappresentanza esemplare nella difesa dei diritti, ho ritenuto che il candidato sindaco più vicino alle nostre peculiarità movimentistiche fosse Luisa Sallustio”.
    Luisa Sallustio e Antonello De Pierro
    Il presidente del movimento ha inoltre contestualizzato il suo orientamento preferenziale verso la candidatura della Sallustio, commentando lo scenario pre-elettorale ariccino che ha così descritto: “La nostra collocazione naturale è nell’alveo ideologico del centrosinistra ma, ad Ariccia, pur non volendomi addentrare nel divenire fenomenico dei fatti accaduti internamente al Pd locale che sembra abbia preferito non celebrare le primarie, ho avuto la spiacevole percezione che sia stato mortificato così il principio sacrosanto della democrazia, in posizione paradossale rispetto alle premesse di un partito che si pregia di aver inserito il termine ‘democratico’nel suo simbolo”.
    Il leader dell’Italia dei Diritti ha poi continuato: “Alla luce delle prefate considerazioni, abbiamo individuato nell’offerta politica di questa valida professionista, la risposta che stavamo cercando e che incarna in toto la nostra linea ideale. Per quanto ci riguarda, è lei la vera candidata del centrosinistra ariccino, in quanto portatrice di un progressismo politico che non abbiamo riscontrato in altre proposte locali. E’ probabile che alle eventuali primarie avremmo sostenuto lei e siamo certi che avrebbe stravinto. Venute meno tali consultazioni ci sembra frutto di una logica deduttiva che la reale candidata dell’area liberaldemocratica sia proprio lei. A nostro avviso non può essere riconosciuto un altro candidato e chi si identifica nei valori genuini della sinistra, salvo lasciarsi ingabbiare in percorsi clientelari, che non ci appartengono, non può che sceglierla. Il resto è solo vacuo esercizio retorico intriso di demagogia che cerca di inoculare frasi trite e ritrite per anestetizzare e condizionare le coscienze degli ariccini. Luisa — ha poi concluso De Pierro — ha sposato immediatamente i principi cardine del nostro movimento, ovvero la legalità e la giustizia, che insieme vanno a comporre il nostro concetto di etica, ancora più imprescindibile nella nostra azione politica. E’ su questa piattaforma ideale che costruiremo insieme il futuro di Ariccia, aprendo inoltre anche a quella società civile tanto cara al Movimento Cinque Stelle, la quale viene però quotidianamente ingannata dalle allucinazioni ideologiche generate dal più sfrontato qualunquismo di Grillo e Casaleggio, nonché dei vari Di Maio e Di Battista. Anzi, anticipo che, con ogni probabilità, presto proporrò a Luisa un incarico di rilievo all’interno del nostro movimento”.