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  • Marcello Vandelli a Spoleto Arte: “L’arte è principalmente una segreta premeditazione”

    Marcello Vandelli, artista di origini modenesi, sa come farsi riconoscere. La sua arte questa settimana è entrata negli schermi degli italiani grazie a un servizio del Tgcom24. Il pittore di Spoleto Arte, con il suo stile inconfondibile, ha ammaliato il pubblico del format Arte in quarantena ed è pronto a conquistare anche noi con la sua filosofia artistica.

    • Di recente il Tgcom24 ha rilasciato un servizio su di lei. Come si sente?

    Sono grato di questa possibilità. Da anni investo tempo e spirito in questo mio percorso artistico. La pittura è totalizzante, riempie ogni istante della mia vita, è un sacrificio enorme, ma la considero un privilegio. Curo nei dettagli ciò che può aumentare la visibilità dei miei lavori e il servizio all’interno della rubrica Arte in quarantena è assolutamente un ottimo risultato. In modo particolare, nell’attuale contesto che tutti stiamo vivendo, ritengo che l’arte possa diventare una medicina per l’anima.

     

    • Cosa significa fare arte oggi?

    L’arte è principalmente una segreta premeditazione, nasce da un accumulo silenzioso di idee e da una costante attività di critica selezione. Il risultato che ne consegue si basa sulla pura sperimentazione, volta a ricercare un equilibrio tra forma e colore in grado di saper esprimere il senso di ciò che voglio comunicare.

     

    • Nelle sue opere trovano spazio l’autobiografico e l’anonimità. Da cosa nasce questa fusione così particolare?

    Le mie intuizioni artistiche sono l’espressione di uno spirito tormentato che vuole esplodere in un grido liberatorio. Sono ossessionato dalle problematiche della vita e della morte, i pensieri si trasformano in colori e forme, rappresentando la condizione esistenziale dell’uomo moderno, afflitto dalla solitudine, dall’incomunicabilità, dall’angoscia. In fondo, rappresento me stesso, quel bambino cresciuto in un mondo che non mi apparteneva, che mi faceva sentire estraneo. E al contempo rappresento il vissuto di ogni individuo, dipingendo una realtà fatta di sagome che si librano in una realtà onirica che ha oltrepassato il materiale, ma ha lasciato inalterata l’esigenza del silenzio e della solitudine.

     

    • Quanto c’è della sua terra nei suoi lavori?

    La mia vita, fin dalla giovinezza, è stata intrisa di esperienze, avventure ed imprevisti che hanno permesso alla mia indole artistica di uscire allo scoperto e crescere. Dopo aver viaggiato per il mondo, sono ritornato alle mie origini, a cui sono indissolubilmente legato, con una maturata consapevolezza.

    Nella primavera del 2012 è accaduto, però, un qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la mia vita, così come quella di molti altri. Il dolore nel vedere la mia terra lacerata dal terremoto… Questo evento brutale e inatteso, assolutamente incontrollabile, ha reso fragili le vite di molti, distrutto in pochi secondi gli equilibri della vita, lacerando ogni stabilità fisica ma soprattutto emotiva. In questa situazione di enorme incertezza si sono risvegliati i sentimenti, la necessità di ricercare, seppur con difficoltà, una nuova pace attraverso la condivisione con gli altri. Racchiuso nel mio piccolo mondo, per la prima volta, ho avvertito l’esigenza di palesare ciò che fino a quel momento avevo celato con tanto riguardo.

     

    • Spesso le è stato fatto notare che il suo stile si ispira alla Pop Art italiana. Che cosa l’ha spinta a seguire questa corrente?

    È impossibile non essere influenzati dal passato, nel mio caso, artistico. Esiste certamente una correlazione, e in alcuni casi mi sento collegato come da un filo invisibile. In genere, mi affascinano e colpiscono tutti quegli artisti che, attraverso cose apparentemente banali, riescono a esprimere emozioni profonde. Mi riferisco in primis agli artisti che hanno segnato un’epoca nella Roma degli anni Sessanta. In loro riconosco un’analogia con il mio vissuto, un’affinità elettiva. Una generazione, la loro, ambientata nel provvisorio benessere o nella provvisoria miseria del miracolo economico. La loro esigenza di dipingere, di stabilire dei rapporti e delle proporzioni, non è alienabile dalla condizione di vuoto in cui si sentono immersi e, proprio in questo vuoto, si sforzano di operare tracciando nuovi punti di riferimento. Ti porto l’esempio di Tano Festa con i suoi Coriandoli, di Mario Schifano con i suoi Campi di pane, di Cesare Tacchi e Giosetta Fioroni, la cui semplice eleganza riesce sempre a emozionarmi delicatamente, e il tormento interiore di Emilio Vedova che scolpisce le tonalità come a rappresentare i giorni drammaticamente vissuti nel periodo della guerra.

    Allo stesso modo, utilizzo l’arte come forma di comunicazione e al contempo di “purificazione”. Attraverso essa fisso il mio passato, mi faccio domande e mi do delle risposte. L’arte diventa il tramite verso la liberazione e la ritrovata consapevolezza.

     

    • Come ha conosciuto Spoleto Arte?

    “Il destino mescola le carte e noi giochiamo”, diceva Schopenhauer. Capita a volte di essere nel posto giusto al momento giusto. E così è stato.

     

    • C’è un’opera a cui è particolarmente legato?

    In realtà, direi di no. Ogni mia opera trova origine nei più profondi meandri del mio Io, è parte inscindibile del mio essere. La mia mente è in continua evoluzione. Non si placa, nemmeno quando dormo. Ogni mia opera è una rappresentazione onirica, un racconto introspettivo, indissolubilmente legato al precedente e a quello che ancora non ha trovato forma, condizionato dal momento, ma soprattutto dai ricordi, che troppo spesso riaffiorano, riconducendo i pensieri verso amore, dolore, passione e solitudine.

  • Benedetta Trudesti, artista di Spoleto Arte, si racconta in un’intervista

    È una settimana di grandi soddisfazioni per Benedetta Trudesti. La pittrice di Spoleto Arte è stata recentemente protagonista di un servizio del Tgcom24. Sul format Arte in quarantena, la pittrice nota per i suoi dipinti dagli sfondi rossi continua a incuriosire e ad appassionare il pubblico di spettatori. E la curiosità non manca nemmeno a noi, che abbiamo voluto farle qualche domanda.

    Cosa ne pensa del format “Arte in quarantena”: le piace l’iniziativa pensata per portare l’arte nelle case degli italiani durante la quarantena?

    Certo che sì! L’arte da sempre è un veicolo di emozione, stupore, studio e ricerca. In questo tempo, in cui la nostra vita si imprime di incertezze, possiamo spostare lo sguardo oltre, verso qualcosa che aiuta lo spirito. La visione dell’arte è una presenza importante in questo periodo di isolamento.

    Secondo lei, cosa dovrebbe fare l’arte in questo momento?

    Dal mio punto di vista è fondamentale l’incontro con l’Arte che è in grado di foggiare una sorta di creatività collettiva, ovvero una condivisione universale, il risveglio delle coscienze: ci si sente ingabbiati come in un vortice che evolve velocemente, di conseguenza la realtà diventa pesante e motivo di sofferenza. Si percepisce la necessità di ritrovarsi, di riscrivere lo spazio e il tempo in una sinergia, in un turbinio di emozioni che portino a un coinvolgimento.

    E a proposito di coinvolgimento… Nelle sue opere il colore rosso balza subito agli occhi. Impossibile non domandarsi quale sia il motivo dietro a questa scelta…

    Esse vivono un’esperienza di vita. L’esperienza che mi ha proiettato verso un qualcosa che intuivo ma non sapevo cosa fosse. Man mano che il tempo passava cercavo di cogliere tutto quello che mi rendeva felice interiormente. Andavo alla ricerca del particolare, un percorso che scrutava l’essenza dell’io in un contesto di intenso colore, ove emerge una passione intrinseca. È l’io che matura e che ritrova la forza nella fragilità, consapevole del tortuoso cammino.

    Che cosa cerca nei suoi ritratti?

    Questa è una bella domanda!

    Allora, tratti, movenze e pennellate trasudano di molecole dinamiche, guidate dal conscio e dall’inconscio di cui l’anima diventa una specie di “specchio”. Uno specchio che lascia riflettere l’essenza di un io nuovo, che lascia riscoprire l’essenza della vita in nuovi volti.

    In questi volti ci sono tantissime espressioni, specie in quelle dei bambini. Come sceglie i suoi soggetti?

    I volti sono il punto focale delle opere. Il tutto prende forma da un connubio fra idea, progetto e interiorità. Le espressioni indicano la capacità di ricercare lo sguardo di bimba dove si cela il desiderio dell’artista. I soggetti sono scelti da un’intuizione “inconscia” e profonda.

    C’è un quadro a cui è particolarmente legata?

    No, perché ogni lavoro nasce, prende forma, si plasma e acquista coscienza dall’intimo. Perciò l’uno non esclude l’altro, essi fanno parte di un grande disegno, cioè l’infinito (come i tanti tasselli della vita).

    Come ha conosciuto Spoleto Arte?

    Spoleto Arte l’ho conosciuta tramite vari eventi di rilievo, e con stupore in un momento così inconsueto.

    Qual è il suo prossimo progetto?

    Il mio prossimo progetto è tutto da scrivere, perché nasce e prende forma dalla vita stessa.

  • Spoleto Arte: l’angelico maledetto di Marcello Vandelli al Tgcom24

    Sull’innovativa piattaforma del Tgcom24 siede il carismatico artista Marcello Vandelli di Spoleto Arte. Il format è quello di Arte in quarantena, lanciato dal direttore Liguori per sopperire all’impossibilità momentanea di visitare mostre e musei fisicamente. A entrare oggi nelle case degli italiani è la volta dell’accattivante espressività creativa di questo pittore.

    Nato a San Felice sul Panaro (Mo) nel 1958, l’autore si lascia positivamente influenzare dalla Pop Art italiana. La sua pittura risulta “modernissima, estremamente mobile e duttile, poco prevedibile” per il noto critico Vittorio Sgarbi. Assomiglia “a volte al Licini più angelico o allo Schifano più liquido”. Lo stile cattura immediatamente il nostro interesse per la forte scelta cromatica. I colori rivelano infatti il carattere audace del Vandelli, sempre attento ad assorbire quanto avviene attorno a lui e a connotarlo in decise tonalità. È proprio questa particolare interiorizzazione delle esperienze ad affascinare. Il Vandelli è autobiografico, raffigura ciò che vede e lo colpisce. Ma lo riveste di una simbologia onirica facilmente deducibile, quasi attingesse a una matrice di sogni universale. In questo modo il suo linguaggio sfiora le vette dell’informale, proteggendo l’identità dei suoi soggetti.

    Il fatto che i personaggi siano anonimi, non abbiano un volto, sembrerebbe rifarsi al detto “si dice il peccato, ma non il peccatore”. In realtà Vandelli ha ben assimilato il concetto che le azioni e i fatti finiscono per reiterarsi nel tempo. Ne interrompe tuttavia la ciclicità fermando spesso su tavole di grandi dimensioni un istante decisivo, l’epifania della realtà, l’atto di “denuncia” nei confronti dell’umanità. Sgarbi spiega il motivo di questa scelta: tra l’artista e l’opera c’è un vero corpo a corpo, per questo servono grandi dimensioni. È una lotta per cui il pittore vuole investire l’osservatore con la propria creatività. Andando oltre l’ideale dunque, perché nei lavori di Vandelli c’è pittura. E c’è anche un’assenza.

    Vittorio Sgarbi la interpreta così: «Io, che ho per la pittura di ritratto una particolare predilezione perché è lì che senti, nel volto, l’anima dell’artista, mi chiedo che cosa abbia tenuto Vandelli così lontano dal volersi specchiare in un volto o specchiare il suo volto in quello di una persona ritratta.

    È un’umanità senza volto, è un’umanità dove sono tutti uguali, fatta di persone distinte, ma che lui riserva solo per la sua dimensione interiore, le tiene per sé, non le mostra agli altri.

    È questa la cosa che mi ha colpito di più, diciamo l’idea di vedere spazi, di vedere sagome, di vedere forme umane… C’è un rapporto tra la figura e lo spazio, ma quella figura potrebbe essere chiunque di noi. L’uomo nella sua identità democratica, cioè quella per cui non c’è un popolo di gente che non è nessuno e invece alcuni che sono tutto».

  • L’essere materico di Benedetta Trudesti di Spoleto Arte al Tgcom24

    Siamo ormai in un punto chiave della fase 2. Al limite tra chiusura e riapertura. Su questo limite, tutto interiore, danza a ritmo di pennellate Benedetta Trudesti, artista di spicco di Spoleto Arte. Su di lei il Tgcom24 ha pubblicato il nuovo servizio per il format Arte in quarantena: “l’Essere Materico”.

    Benedetta Trudesti intuisce già in tenera età la forza travolgente dell’arte riconoscendola come propria e sviluppandola nel corso del tempo in un linguaggio incredibilmente affascinante. Dopo aver intrapreso il percorso artistico all’istituto d’Arte per il Mosaico di Monreale e aver frequentato i corsi di Arte e Iconografia Cristiana a Palermo, diviene allieva del maestro Mazzotta. Nel corso degli anni partecipa a importanti mostre e concorsi, riscontrando un notevole successo di pubblico e critica. Nel 2015 partecipa alle selezioni, superandole, della Biennale di Roma e, sempre nello stesso anno, espone ad Arte Padova.

    Cercando di rendere tangibili i moti dell’anima, Benedetta Trudesti incanta l’osservatore per la particolare scelta dei suoi sfondi rossi. Simbolo di un percorso che riporta l’essenza dell’io in una distesa di colore e di passione, il rosso indica la maturazione di un io che si ritrova forte nelle proprie debolezze, nella consapevolezza che il cammino che lo attende non è facile. Diventa dunque inevitabile ritrovarsi nei ritratti di Benedetta Trudesti, rispecchiarvisi come davanti a ricordi ed emozioni vere, possedute in passato e finalmente ritrovate.

    Ciò che l’artista dipinge infatti è la propria indagine che, partendo dal reale, scende tra le spire dell’inconscio, facendo luce come all’interno del ventre materno per ritrovarvi il palpito della vita. Partendo dal presupposto che ogni quadro prende forma dall’interiorità, Benedetta Trudesti ritrae l’essenza in divenire di ciò che ci è più caro: noi stessi, la nostra vita. Osservarne un’opera è una vera epifania, quell’esperienza catartica che uno dovrebbe provare per ritrovare se stesso, per riscoprirsi diamante.

  • Tgcom24: l’artista Laura Bruno di Spoleto Arte incanta con “Gocce di pensieri”

    Si muovono le più svariate forme di consapevolezza nell’arte di Laura Bruno. Pittrice e scultrice della rosa di Spoleto Arte, è protagonista del nuovo servizio di Tgcom24 per il format Arte in quarantena con “Gocce di pensieri”.

    Con oltre vent’anni di esperienza artistica internazionale, Laura Bruno continua ad affascinare il pubblico per l’intensità e la misteriosità delle sue opere. Nelle sue sculture, così come per i suoi dipinti, si può infatti rimirare un nucleo, un concetto attorno al quale si stratificano i pensieri, materializzandosi sotto forma di volti, segno e colore.

    Laureata in Lettere moderne, Laura Bruno dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Napoli comincia a esporre in Italia e all’estero. Tra gli eventi a cui ha preso parte vi è la mostra “Grazie Italia”, tenutasi nel 2015 al Padiglione Guatemala della 56° Biennale di Venezia. Musei e chiese, italiane e straniere ospitano diverse sue creazioni.

    I quadri di Laura Bruno sono riconoscibili per le sue escursioni in campo surrealista e iperrealista. Dimostrano con coinvolgimento l’interesse per la vita, valore portato in risalto da una tavolozza irrequieta e dai ritratti simbolici. Dietro ogni volto si cela sempre un’umanità che spesso viene ferita, ma che emana una forza magnetica. La sua attenzione per il dettaglio inoltre apre le porte a un continuo andirivieni tra conscio e inconscio, a una metamorfosi tra realtà e finzione che svela il nocciolo di una questione esistenziale. Un’analisi, quella di Laura Bruno, che non si sofferma sull’apparenza, ma va a fondo, per portare a galla quanto c’è di apparentemente sconcertante nell’animo umano: il suo profondo attaccamento a una natura ancora primitiva.

    Il critico d’arte Vittorio Sgarbi scrive: «Emblematiche e significative. Visioni modificate che si affidano a una sorta di compenetrazione metamorfica fra uomo e animale […] di sapore surrealista. Un ritratto virile, quasi iperrealistico. L’opera artisticamente più evoluta fra quelle a me note dell’artista[…] anche in ragione della solidità del disegno e delle esibite capacità di calibratura compositiva. […] È questa la strada espressiva che più rappresenta l’arte della Bruno e verso la quale consiglio di proseguire».

  • Tgcom24: Giuliana Maddalena Fusari di Spoleto Arte e l’Informale Femmina

    Cresce a vista d’occhio il format Arte in quarantena del Tgcom24. Questa volta lo fa portando in primo piano l’arte di Giuliana Maddalena Fusari. Artista di Spoleto Arte, la Fusari ha un interessante percorso alle spalle. Tale da rendere il suo stile riconoscibile e fuori dal comune.

    I premi e le mostre

    Recentemente insignita da Spoleto Arte del Premio Internazionale Ambasciatore d’Arte (2019) e del Premio Tamara de Lempicka (2018) dalla Milano Art Gallery, Giuliana Maddalena Fusari è stata selezionata in precedenza per importanti esposizioni internazionali realizzate e organizzate dal curatore di mostre e grandi eventi Salvo Nugnes. Dalla Pro Biennale presentata da Vittorio Sgarbi a Venezia, alla Biennale Milano presentata sempre dal noto critico nella metropoli lombarda. E poi le esposizioni a Rio de Janeiro, Sanremo, le mostre Spoleto Arte incontra Venezia e Miami meets Milano nel contesto di Art Basel, fiera d’arte più importante al mondo.

    Giuliana Maddalena Fusari

    Uscita dal DAMS con la lode, Giuliana dal 2000 è professoressa accademica. Per lei è stata coniata l’espressione “Estetica dell’Angelismo”. È il 2013 e non passa un anno che l’artista aderisce all’“Estetica Paradisiaca”. Identificandosi spesso con il soggetto dell’angelo, l’artista fa delle Crocifissioni l’espressione del dolore interiore. Molti suoi lavori presentano inoltre delle vistose cuciture in lana mohair, ferite aperte dell’anima, mai rimarginatesi. Il fatto che la Fusari prediliga forme fluttuanti, sospese, scorporate dalla realtà, contribuisce a ricreare quest’atmosfera di ricerca interiore, spirituale. Un aspetto che ben le vale l’entrata nel suddetto movimento, incentrato su un nuovo approccio artistico nei confronti del sacro. Qui i colori si fanno sempre più rarefatti, il bianco trionfa, simbolo di una tensione spirituale che si eleva nonostante una condizione esistenziale asettica. Bellezza e purezza fuse in un unicum di grande potere evocativo.

    L’Informale Femmina

    Si muoverà su questa linea, addentrandosi sempre più nella sfera femminile, fino a giungere all’“Informale Femmina”. Dal 2019 cioè si dedica a una pittura informale a rilievo. L’inserimento di vere perle accentua infatti l’espressione di grazia ed eleganza nelle sue opere. Lo stesso Vittorio Sgarbi commenta: “So che l’arte della Fusari è intimamente femminile, e non solo, o non tanto, per l’impiego […] dei tessuti cuciti. C’è una sensibilità, nella Fusari, un modo di riconoscersi in ciò che produce, una precisa disposizione interiore, fortemente individualizzata, che non potrebbe non essere femminile”. In questa femminilità Giuliana ritrova se stessa, attraverso quello che diviene un atto di conoscenza introspettiva.

    “L’impulso sessuale” continua il professore “fa da grande forza ancestrale che più di ogni altra ci lega alla natura. Ottenerne sollievo e trasmetterlo al prossimo è il massimo risultato che ci si possa prefiggere”.

  • Intervista a Daniela Rebuzzi di Spoleto Arte: l’arte, un viaggio spirituale

    Lugano, 6 maggio. La passione per i viaggi è il filo conduttore che collega Daniela Rebuzzi alle sue opere. Viandante tra spiritualità e colore, l’artista della rosa di Spoleto Arte crea lavori che accendono nell’osservatore il desiderio di perdersi al loro interno. Perdersi sì, ma per poi ritrovarsi. Daniela mette nelle sue opere tutta la sua esperienza e ricerca per trarne la parte migliore. Come una guida, ci conduce per mano in un sentiero che si apre su risonanze positive. Ecco perché osservando le sue creazioni si prova il segreto piacere di stare in pace con se stessi. Dal 23 aprile è possibile sperimentare la sensazione di essere tutt’uno con questo mondo anche sulla piattaforma Arte in quarantena del Tgcom24. E proprio dopo un contributo a lei dedicato, abbiamo voluto farle qualche domanda.

    Le piace l’iniziativa del Tgcom24 di portare direttamente a casa l’arte contemporanea durante l’isolamento?

    Quando me ne hanno parlato, mi è sembrata un’ottima iniziativa. L’espressione artistica riesce a raggiungere lo spettatore, anche se non direttamente, avendo la possibilità di espandersi e dimostrare la propria forza. Sono fermamente convinta che ogni espressione d’arte è una “medicina invisibile” a portata dell’uomo e che, specialmente in questo periodo, ne abbiamo urgentemente bisogno.

    Daniela Rebuzzi

    Secondo lei per fare vera arte occorre viaggiare oppure l’arte è un viaggio che cominciamo in noi stessi?

    Per quanto mi riguarda, entrambe le cose. Il viaggio della mia vita, specialmente il mio cammino spirituale, influenza molto la mia pittura. D’altro canto il mio universo personale viene ampliato grazie alla mia passione per i viaggi che sono un vero percorso interiore, tracciato spesso in solitaria, al fine di entrare in comunione con i luoghi e le culture incontrate. Una sorta di studio che successivamente, dai miei taccuini, si traduce in arte.

    Nelle sue opere c’è effettivamente una forte componente spirituale e cromatica. Come comunicano queste due realtà nei suoi lavori?

    La realtà spirituale e quella cromatica coesistono nelle mia creatività e si fondono per esaltare il concetto che desidero esprimere attraverso un’opera d’arte. La sperimentazione della componente cromatica e l’energia dei colori delineano e rafforzano i concetti spirituali.

    Che funzione ha la parola nelle sue creazioni?

    Il gesto e la materia sono uno dei punti chiave da cui si dirama la mia arte dove confluisce spesso anche la parola, in foggia di scrittura o di poesia, sulla scia del desiderio di far emergere il concetto delle mie creazioni.

    C’è un’opera a cui è affezionata?

    L’opera a cui sono molto affezionata è senza dubbio Grandmother. Si tratta di un dipinto eseguito con tela dipinta ad olio lavorata a maglia. È stata un’opera che mi ha portato molto successo e visibilità, apprezzata inoltre dal critico Vittorio Sgarbi. Un dipinto che ho dedicato a mia nonna, la quale mi ha tramandato la passione per la manualità e insegnato il sapere dei lavori artigianali di un tempo.

    Come ha conosciuto Spoleto Arte e il suo presidente?

    Durante le selezioni della Biennale Milano 2017. In quell’occasione ho conosciuto il suo presidente Salvo Nugnes, grazie al quale nel corso degli anni ho partecipato a diverse esposizioni collettive.

  • Spoleto Arte: Valcarlo Drensi e il futuro dell’arte a partire dalla quarantena

    Roma, 27 aprile. Il Maestro Valcarlo Drensi è reduce da un recente servizio del Tgcom24 a lui dedicato. S’intitola Osservare, non guardare, per l’innovativa piattaforma Arte in quarantena. Nell’entusiasmo contenuto dalla situazione, ci concede una breve ma illuminante intervista. Pittore della rosa di Spoleto Arte, l’artista fa il punto sulla situazione dell’arte in questa fase di crisi. Ma non solo. Guarda con lungimiranza anche il suo futuro.

    Venerdì scorso è uscito sulla piattaforma di Tgcom24 il servizio su di lei per Arte in Quarantena. Che ne pensa di questa finestra mediatica?

    Mala tempora sono questi, in cui l’arte sta sospesa, confinata per obbligo e necessità. Tempi in cui musei, gallerie, mostre, eventi culturali sono in quarantena e la socialità è costretta in spazi domestici e interiori. Sono tempi in cui la realtà vitale è sopravanzata da quella virtuale, per questo occorre fare di necessità virtù e utilizzare al meglio quella che non è solo una finestra ma un portone aperto verso il mondo, in senso lato e letterale, per mantenere alta la capacità di fruire l’arte in tutte le sue espressioni e forme, non ipocritamente escludendo i personali percorsi creativi. Ben venga dunque questa vostra iniziativa e questa “finestra” da spalancare.

    Valcarlo Drensi

    Nel 2006 ha fondato il Movimento Artistico e Culturale dell’Affabulazione Italiana e successivamente il Movimento Metaformale. Che cosa cerca nell’arte oggi?

    L’attuale panorama artistico ha raggiunto la saturazione delle proposte espressive per cui nuovi movimenti hanno l’onere di stimolare la creatività sopita e l’impegno di indicare alcuni possibili obiettivi. Tra i molti proponibili e proposti, anche dal movimento Affabulante, alcuni sono imprescindibili e vanno, sia pur sempre criticamente, perseguiti. Nell’Arte, dunque, a maggior ragione in questi tempi si potrà e dovrà cercare:

    * la felicità della bellezza;

    * la libertà dell’immaginazione;

    * la saggezza  della memoria,

    * l’espressività dell’essenziale;

    * la capacità di sottrarre animo e mente al “mala de vivre” esistenzialista, senza tuttavia rinunciare ad affrontare le tematiche più ostiche e scottanti del quotidiano.

    Che evoluzione prevede?

    Il Vico individua nella storia un’alternanza di corsi e ricorsi, così è pure per l’Arte.  Dopo un predominio della non forma per tutta la seconda metà del secolo scorso, pur con i dovuti distinguo ed eccezioni, oggi si può rilevare una tendenza a recuperare terreno da parte della forma. Questo non vuol dire rinnegare ma inglobare l’esperienza dell’astrattismo concettuale, all’interno del figurativismo formale, secondo l’ipotesi  Meta-formale.

    C’è un’opera a cui è particolarmente legato?

    Ogni opera, bella o brutta che sia, è per ciascun autore come un figlio e, pertanto, un piezzo ’e core direbbe Edoardo. Ma se devo proprio indicarne una, ritengo Inno alla gioia, ovvero Europa. È quella che mi rappresenta di più, non solo per il risultato visivo ma anche per la concettualità simbolica di quel rebus. Simboleggia, infatti, i tre livelli dell’Europa: quello degli ideali, quello delle istituzioni e quello dei popoli. Come meglio si esplicita nella didascalia associata al quadro, di cui è parte integrante.

    Valcarlo Drensi

    Nei suoi lavori ci sono molti simboli. Qual è il più ricorrente?

    Non uno ma almeno due sono i più frequentemente usati, perché particolarmente significativi:

    – la Bicicletta come simbolo di libertà, del viaggio, non solo in senso fisico, del cammino nel suo evolvere, ma anche della fatica del vissuto quotidiano, insomma, della vita nella sua interezza.

    – l’Ombrello, invece, assume significati più protettivi e, pertanto, simboleggia un sicuro rifugio, la casa, sebbene non raffigurata esplicitamente, la sicurezza della famiglia e, in fondo, la certezza degli affetti sia che sotto ci si ripari in coppia, in gruppo o da soli.

    L’individuo e la folla: come li rappresenterebbe in questo periodo?

    La  “Folla” non è scomparsa ma si nasconde in attesa dentro di noi, che di essa siamo contenuto e allo stesso tempo contenitore. Di questo abbiamo conferma tanto letterariamente, quanto filosoficamente e biologicamente. Per Pirandello ognuno è “uno, nessuno e… centomila”. Il Microcosmo che Democrito, Aristotele e tutta la filosofia Rinascimentale vede nell’uomo quale rappresentazione dell’Universo (macrocosmo) non è sufficientemente “affollato”? E ancora, biologicamente non siamo forse una folla di centinaia di miliardi di cellule, ciascuna singolo individuo vitale? Come vede non siamo mai soli, anche per altri versi, ma sempre parte e tutto di folle diverse. Per questo e perché siamo animali sociali, possiamo essere sicuri che torneranno file e folla, croci e delizie, nel nostro futuro.

    Per concludere, come ha conosciuto Spoleto Arte e il suo presidente?

    Per precedenti collaborazioni artistiche, del tutto soddisfacenti.

  • Spoleto Arte: le infinite dimensioni di Daniela Rebuzzi al Tgcom24

    Viene dal lago di Lugano Daniela Rebuzzi, l’artista di Spoleto Arte presentata venerdì 24 aprile al Tgcom24. La sua particolare creatività entra di diritto in quella raccolta culturale lanciata dal direttore Paolo Liguori quasi due mesi fa: Arte in quarantena. Grazie a quest’iniziativa si può così supportare il mondo artistico pur durante questo periodo d’isolamento. Nelle case degli spettatori infatti arrivano giornalmente contenuti  originali con consigli o possibilità di approfondimento del panorama artistico contemporaneo. In quest’universo si inserisce Daniela Rebuzzi, pittrice e scultrice ticinese che ha costruito la sua ricerca attorno al gesto e alla materia.

    Daniela RebuzziL’arte di Daniela Rebuzzi

    Nelle sue creazioni si scopre un’insolita ricchezza di spunti espressivi. Alla sperimentazione sopraggiunge una forte componente spirituale. Quest’ultima deriva dalla filosofia sciamanica, che Daniela ha fatto sua. E lo stesso si può dire nel caso della cromoterapia, i cui principi si riscontrano nei suoi lavori. Ma c’è un’altra caratteristica che ci colpisce quando li osserviamo. È vero che sono il risultato di un lungo percorso interiore, ma la suggestione che provocano sulla nostra fantasia può manifestarsi perché l’artista ha viaggiato fisicamente. Da questi viaggi ha assorbito e sondato personalmente quanto le diverse culture avevano da offrirle. Poi ha trasmesso quanto ricevuto alle sue creazioni che ci appaiono, così, effettivamente provenienti da culture distanti, eppure conosciute. Daniela, non per niente, conosce cinque lingue ed è stata agli antipodi del mondo: in Siberia, Messico, India e in molte altre terre…

    L’abisso mnemonico e l’identità

    Questi “grand tours contemporanei” le hanno permesso di esplorare l’universo dell’inconscio, della pische, o la sfera onirica. Traccia di questi studi si ritrova inevitabilmente nelle sue creazioni che ospitano, tra le tante cose, la parola. Chiave per accedere a ulteriori significati, la parola diventa un codice che ambisce a illustrare una via interpretativa, così come l’intera composizione, della stratificazione a cui siamo soggetti durante l’esistenza. Ecco quindi che nelle sue opere troviamo una risonanza, un legame che l’artista definisce “atavico” e che ci connette con la Natura in modo intimo, ancestrale. Daniela ci fa riemergere più consapevoli da quell’abisso mnemonico che ci portiamo dentro e che ci accomuna tutti in quanto parte di una tradizione culturale millenaria. Qui natura e tecnica comunicano in qualità di forze complementari, spingendo l’artista a ridefinire quell’identità che tanto va cercando in questo mondo attraverso l’arte. L’arte diventa perciò strumento sacro con cui proseguire un’indagine istintivamente vitale e, proprio per questo, quanto mai avvincente.

    Dal 2013 la sua fama è cresciuta sempre più. Espone a mostre ed eventi internazionali che hanno luogo in Italia o in altri paesi, anche oltreoceano.

     

  • Tgcom24: la pittrice Ulla Wobst e le sue fiabe surreali

    L’arte contemporanea non ha confini. Lo sa Spoleto Arte che propone Ulla Wobst, pittrice tedesca, per le clip artistiche del Tgcom24. Durante questa quarantena quindi, perché non gettare uno sguardo a ciò che succede anche nella patria dei fratelli Grimm?

    Il riferimento ovviamente non è casuale e presto viene detto il perché. L’artista si è avvicinata all’arte proprio grazie alle loro fiabe. Come? Volendo indugiare più a lungo nella magia di quelle storie, ha cominciato molto presto a dipingerle, ereditando così una straordinaria capacità “narrativa”.

    Ulla Wobst

    Servono tuttavia alcuni chiarimenti per comprendere quanto questa peculiarità si sia radicata nel suo immaginario e sia divenuta tratto distintivo del suo stile. Dopo aver studiato Filologia tedesca e inglese, Ulla Wobst diventa dapprima insegnante e poi preside di un college di 1500 studenti. Ed è proprio approfondendo gli studi di Storia dell’Arte e di Belle Arti che scopre e sviluppa la passione per la pittura. Dal 2002 lavora come artista indipendente nel suo atelier di Dortmund. Da allora espone in tutto il mondo per mostre come la Biennale d’Arte di Londra

    Ulla WobstDai fratelli Grimm alla concezione artistica

    La ragione che si nasconde dietro ogni sua opera consiste nel desiderio di vivere tanto nella realtà quanto in quella dimensione fiabesca costituita dal surreale, dalle profondità della pische e dai sogni. Tenendo questo principio come base, l’artista si addentra nel mondo della pittura trovando che non vi è un’effettiva differenza tra le due realtà dal momento che il passaggio risulta armonioso. Ciò che Ulla Wobst vuole quindi dimostrare è che la realtà è infinita, costituita da quanto esperiamo attraverso i sensi, dal nostro vissuto che comprende tanto le emozioni quanto i pensieri. Non esistono dei netti confini perciò tra i regni dello spirito, della mente e dell’anima.

    Il commento dell’esperto

    Ecco allora che la pittrice scosta quel velo di Maya per concentrarsi sull’uomo e su come si relaziona con i suoi pari, con se stesso, con Dio, l’universo, la vita e la morte. Vuole mostrarne i lati più bui e quelli più brillanti attraverso un bagaglio di simbologie letterarie, di elementi surreali e di ricordi astratti. Lo storico d’arte Elena Foschi così ne parla: «Ogni racconto diventa un’ispirazione che alimenta il fuoco della nostra curiosità. Trasmette antiche conoscenze e consapevolezza moderna a un’interpretazione didattica d’avanguardia di paradigmi senza tempo». Quella dipinta da Ulla Wobst è una realtà capace di travalicare il tempo e lo spazio. Una dimensione da scoprire, se solo si vuole alzare quel velo che ci costringe a vedere solo l’apparenza.

  • Tgcom24: Maria Petrucci, pittrice e scultrice di Spoleto Arte

    Tgcom24: Maria Petrucci, pittrice e scultrice di Spoleto Arte

    Un fulmine a ciel sereno. È stato così per Maria Petrucci quando l’arte ha fatto irruzione nella sua vita. Di lei o, meglio, delle sue opere parlerà il nuovo appuntamento di  Arte in quarantena del Tgcom24. Pittrice e scultrice di Spoleto Arte, Maria Petrucci è testimone di come l’arte non possa rimanere un talento inespresso. Di come sia inevitabile essere se stessi per vivere con se stessi.

    Maria Petrucci

    Il suo percorso artistico comincia a Mantova nel ’72, all’età di 33 anni. All’epoca Maria Petrucci frequentava i corsi dell’Enal (Ente nazionale assistenza lavoratori) e nel frattempo scriveva poesie, dipingeva. In questo periodo conosce il segretario Roberto Tranchina, che la inizia e incoraggia al mondo dell’arte presentandole un bando per un concorso artistico. Da allora la nostra artista raccoglie un successo dopo l’altro.

    Maria Petrucci

    Dalla pittura alla scultura

    Più o meno è la stessa storia con la scultura: conosce il legno nella falegnameria dell’allora marito. Ne rimane affascinata, prova inquietudine. Comincia così a scolpire sulle ginocchia ed espone sei mesi dopo la sua prima scultura in una mostra di pittura. Ma quella rassegna viene vista dal critico mantovano Renzo Margonari che non si lascia sfuggire il nuovo talento. Con stupore la nostra artista ne legge il biglietto a lei indirizzato. Margonari le consigliava caldamente di smettere di dipingere per dedicarsi esclusivamente alla scultura. Si ricolgeva proprio a lei che aveva creato solamente un’unica opera scultorea, quella esposta… Si trattava nientemeno che di esordire come scultrice mentre, come, pittrice, era già affermata. Eppure segue il consiglio.

    L’incidente

    Quasi vent’anni dopo fonda il Museo Maria Petrucci nel suo paese natale, Toffia. Qui si dedica ai ragazzi e alla gente del suo paese. Tuttavia, come le piace ricordare, “la vita dà e toglie”: nel 2000 viene investita da un’automobile. L’incidente compromette per sempre l’uso del braccio destro. Dopo vari tentativi e atroci dolori, l’artista purtroppo è costretta a desistere dalla sua attività artistica.

    Il messaggio

    Una speranza si riaccende nel 2008, quando Editoriale Giorgio Mondadori la contatta per il Catalogo degli Scultori Italiani. Da allora accende l’interesse delle più grandi associazioni artistico-culturali. Scrive nel suo sito: «Ogni lavoro nasce dalle mie emozioni, da una forte spinta interiore, dall’anima. Ho sempre desiderato essere in qualche modo a servizio degli altri e questo museo mi ha permesso di riuscirci».

    Una storia travagliata e uno stile altamente suggestivo, quello di Maria Petrucci.

  • Spoleto Arte: il pittore Valcarlo Drensi al Tgcom24

    Scrutare, domandarsi, riflettere. Valcarlo Drensi chiede all’osservatore partecipazione attiva. Guardare non è sufficiente quando serve darsi delle risposte, sebbene ponderate. Solo allora si contemplerà effettivamente la bellezza dell’insieme. L’artista ne è certo e lo dimostra attraverso le sue opere, oggetto di uno dei prossimi servizi del Tgcom24. Al format “Arte in quarantena” dunque un altro grande pittore contemporaneo dalle fila di Spoleto Arte.

    Valcarlo Drensi

    Nato a Roma nel ’53, Drensi si forma sotto la guida del maestro salentino Raffaele Giurgola, da cui eredita e rielabora i caratteri figurativo-impressionisti. È il ’92, quando espone alla galleria Munch di Amsterdam e alla Ensen Gallery di Dresda. Torna poi in Italia per il Festival dei Due Mondi di Spoleto (’94 e ’96) continuando a raccogliere menzioni speciali e riconoscimenti in casa e all’estero. La svolta tuttavia arriva nel 2006 con il Movimento Artistico e Culturale dell’Affabulazione Italiana. Per Drensi l’artista affabulante è colui che non riproduce la realtà, ma ne propone una alternativa e verosimile. È chi “attraverso la memoria elabora il verso con l’immaginazione”.

    Valcarlo Drensi
    Italiani in gita di Valcarlo Drensi

    Valcarlo Drensi e il Movimento Metaformale

    Segue il Movimento Metaformale nel 2009. Il pittore ne è, ancora una volta, il fondatore. In particolare, parla di “sintetismo espressivo” per cui è possibile offrire un’interpretazione ulteriore della realtà rendendola rappresentazione di quella concettualità “immaginabile, leggibile e sintetica”. Niente fronzoli e orpelli, semmai un figurativo che renda più fruibile l’esperienza concettuale informale.

    Valcarlo Drensi
    Inno alla gioia (particolare) di Valcarlo Drensi – Gli ideali volano alto indifferenti, le istituzioni pesano aggrappate alle spalle dei popoli che, come al solito, pedalano

    L’individuo, la folla, i simboli

    Interessante poi scoprire come dietro le creazioni di Valcarlo Drensi si nasconda anche una profonda analisi sociologica. Si prenda ad esempio la folla, un elemento spesso presente nei suoi lavori. Una folla dove il singolo individuo genera un movimento conflittuale o meno nei confronti degli altri e viceversa. Ciascuno dei personaggi è raffigurato in azione, in un moto di libertà ed espressione. Ciascuno si staglia su uno sfondo rarefatto che desidera passare inosservato per far emergere massimamente i suoi abitanti. Proprio a questi ultimi viene data particolare attenzione così come alla loro integrazione nel gruppo. Ecco allora che il pittore si aiuta, nella caratterizzazione sintetica dei personaggi, con l’utilizzo di simboli che connotino il soggetto e allo stesso tempo stimolino l’immaginazione del fruitore. Una bicicletta diviene metafora della gioia di muoversi e allo stesso tempo della fatica impiegata nel raggiungere un obiettivo; una barca simboleggia il viaggio e la speranza, così come una borsa il bagaglio di esperienze e conoscenze…

    Il messaggio di Valcarlo Drensi

    L’opera in questo modo si riveste di un significato palese e, al contempo, segreto. Ne nasce una suggestione tale da rielaborare il senso della realtà in un messaggio tanto concreto quanto comprensibile. O, come direbbe Vittorio Sgarbi:

    «gli uomini vengono esibiti quasi sempre nella loro pluralità, in disposizione orizzontale o verticale che sia, con la strutturalità decomposta della pittura a fare da perfetta metafora del loro essere un insieme comunque inseparabile, anche in una condizione permanente di annebbiamento che non è solo visuale, ma, probabilmente, anche esistenziale. È questo, forse, il messaggio più forte dell’arte di Valcarlo Drensi».

  • Spoleto Arte: intervista alla pittrice Rosanna Cecchet

    Chi va fuori di questi tempi? Con tutte queste restrizioni la quotidianità muta. Il mondo dell’arte segue questa rotta e resiste, continua imperterrito a raffigurare questa realtà sfaccettata. Un po’ come fa Rosanna Cecchet, rinomata artista bellunese. Da poco protagonista di un servizio del Tgcom24, la pittrice di Spoleto Arte non perde tempo. Anzi, lo sfrutta per raccontare il presente.

    • Cosa ne pensa dell’iniziativa di Arte in Quarantena?

    Quella istituita dal direttore Paolo Liguori per Tgcom24 è una bella opportunità tanto per gli spettatori che per gli artisti contemporanei, dal momento che non possiamo uscire di casa a causa dell’epidemia.

    • Oltre a opere che riguardano il suo vissuto o la natura, ce ne sono diverse che raffigurano episodi di cronaca che hanno fatto il giro del mondo e sono entrati a far parte della Storia. Anche questo periodo diventerà il soggetto di uno dei suoi futuri quadri?

    Sì, tant’è vero che ne ho già iniziato uno. Il tempo in questo momento non mi manca… Ma per il momento è troppo presto per dare maggiori dettagli.

    Rosanna Cecchet

    • Speriamo di vederlo presto allora, anche perché la sua arte affascina per la minuzia con cui rende i particolari e per la dimensione dello spazio. Aperto e chiuso che significato assumono all’interno delle sue composizioni?

    La minuzia è una delle mie caratteristiche distintive e una tela deve quasi sempre essere grande perché io possa esprimermi al meglio. Tutti noi viviamo “dentro e fuori”: mi piace pensare che chiunque osservi le mie opere possa interpretarle a modo proprio, ciascuno in base alla sua vita vissuta.

    • Spesso si ha l’idea di osservare una visione, un sogno ricco di simboli che diventa dipinto: il surrealismo quanto può nascondere o enfatizzare la realtà?

    Nei miei dipinti non nascondo niente, dipingo quella che è una mia pura realtà. Ma, come dicevo poco fa, lascio il pensiero a chi li osserva.

    • Il colore è un altro grande protagonista dei suoi lavori. Che cosa vuole trasmettere con quest’ultimo?

    La psicologia ha numerosi trattati sul significato del colore e del suo uso per trasmettere emozioni; io non sono esente dal coinvolgimento che questo effetto fisico genera. Principalmente trasmetto la gioia e il dolore che si associano a determinate scene.

    • Il critico d’arte Vittorio Sgarbi e il noto sociologo Francesco Alberoni hanno scritto commenti molto positivi sulle sue opere. Come li ha conosciuti?

    Sono lusingata dai loro apprezzamenti. Ho avuto l’opportunità di incontrarli partecipando alle mostre collettive organizzate da Spoleto Arte di Salvo Nugnes, quali la Pro Biennale di Venezia, la Biennale Milano, l’esposizione Spoleto Arte e le numerose manifestazioni cui ho partecipato.

  • Spoleto Arte: intervista all’artista Angelo Scuderi

    Un’acquerellista “poeta dentro”, questo è Angelo Scuderi. L’artista romano della scuderia Spoleto Arte è stato recentemente oggetto di un servizio del Tgcom24 per il format Arte in quarantena. Di piglio deciso, spiega con schietta disinvoltura il suo pensiero artistico e lo stile personale. Una caratteristica che non abbiamo potuto fare a meno di notare anche in occasione della sua intervista.

    • Recentemente il Tgcom24 le ha dedicato uno spazio sulla nuova piattaforma Arte in Quarantena. Cosa pensa di quest’iniziativa?

    Un’iniziativa importantissima a fare comprendere l’importanza e il ruolo fondamentale dell’arte durante le avversità, come quella del Covid-19. L’arte è la panacea di ogni male, capace di creare emozioni positive che sicuramente stimolano le difese immunitarie dell’essere umano.

    • Affermando che “l’arte non ha pazienza”, non aspetta, lancia un forte messaggio ai suoi colleghi. Che cosa dovrebbe fare un artista in questo momento secondo lei?

    L’artista in questo momento deve assolutamente creare forti emozioni da diffondere come la medicina più forte e importante. In questo momento l’arte non ha la pazienza di tollerare questo virus, l’arte è in grado di distruggere qualsiasi virus. A chi pensa che gli artisti siano inutili dico sempre di provare a passare la quarantena senza musica, libri, film, teatro, poesia, fotografia o pittura.

    Angelo Scuderi

    • Restando sempre sul tema, ma prendendo un altro punto di vista, si potrebbe dire che l’arte è prima di tutto impulsiva?

    L’arte è assolutamente impulsività. Quando creo le mie opere mi ritrovo da solo davanti a un foglio bianco e, senza alcuna progettualità, solo d’impulso nascono questi personaggi, queste mie ombre. Solo dopo mi rendo conto di avere creato qualcosa di unico. In questo l’atto della creazione di un’opera d’arte è molto simile all’atto con cui viene concepito un figlio.

    • Come ha incontrato la sua passione per gli acquerelli? Lei poi ha sviluppato una tecnica e uno stile molto personali…

    Ho incontrato per caso questa forma d’arte meravigliosa. L’acquerello è la forma d’arte pittorica più difficile, ma anche quella più bella. A mio avviso ciò è dovuto all’acqua, elemento imprevedibile. L’acqua, questo elemento della vita, si unisce in modo incontrollabile e sempre diverso con i pigmenti naturali o minerali dei colori diventando un tutt’uno con la carta per dare voce ai sentimenti, agli stati d’animo dell’artista.

    • Ci sono dei soggetti a cui è particolarmente legato?

    Sì, le ombre. Le ombre, i riflessi, i mei personaggi indefiniti quasi totalmente privi di dettagli, di particolari. Queste mie ombre, proprio perché non definite, diventano universali nella continua ricerca di misteriosi segreti della figura umana che la ragione nasconde.

    • Collegandoci alle domande precedenti… L’arte fino a che punto è personale e quando diventa “patrimonio” condiviso?

    L’arte è di tutti, dell’artista che la crea e che in lei esprime i suoi messaggi. Ma anche dello spettatore, nel quale l’arte suscita emozioni, sentimenti capaci di farci provare dei profondi brividi, delle scariche potentissime di adrenalina. Queste sono le cose che ci mantengono in vita. Che vita sarebbe una vita priva di emozioni, priva di sentimenti? A cosa servirebbe vivere anche mille anni senza alcuna emozione o senza provare profondi sentimenti? Spesso quando creo arte, ma anche quando vivo l’arte altrui, sono pervaso da quelli che io definisco brividi. Sì, brividi, perché sono molto simili a dei prolungati orgasmi che ti attraversano tutto il corpo.

    • Come ha conosciuto Spoleto Arte e il suo presidente?

    Spoleto Arte e il suo presidente sono la realtà più bella del mondo dell’arte italiana in questo momento. Capaci di dare voce e visibilità a migliaia di artisti. È proprio grazie alla mente illuminata di Salvo Nugnes che sono entrato in contatto con questa prestigiosa realtà dell’arte italiana. È stato infatti proprio lui che mi ha selezionato per le prime mostre e che mi sta accompagnando in un crescendo di successi di pubblico e critica.

  • Intervista a Giuseppe Oliva, rinomato artista di Spoleto Arte

    Giuseppe Oliva, rinomato pittore di origini ragusane, vive e lavora a Varese. Non sono passati molti giorni da quando la sua arte è stata protagonista di un servizio di Tgcom24 per il format Arte in quarantena e così ne abbiamo approfittato per saperne di più. Artista di punta di Spoleto Arte, Oliva è particolarmente apprezzato per i suoi dipinti ispirati ai colori della natura mediterranea…

    Di recente è uscito su Tgcom24, per la rubrica ideata da Paolo Liguori, un servizio a lei dedicato. Cosa ne pensa dell’iniziativa di portare direttamente l’arte nelle case degli italiani?

    Sicuramente è una iniziativa molto interessante e meritoria, perché consente a tutti, nonostante il periodo che stiamo vivendo, di continuare ad avere un rapporto con l’arte, fondamentale, non soltanto da un punto di vista culturale, ma anche e soprattutto da un punto di vista strettamente personale, perché l’arte con i colori, la materia e la sua narrazione è sicuramente in grado di esaltare le emozioni più profonde di ciascuno di noi.

    Nei suoi dipinti si ritrovano i colori di determinati luoghi a cui è legato. Cosa significa trasfigurare la realtà per esaltarla?

    Sì, è vero, nelle mie opere prevalgono i colori della mia Sicilia: il blu, gli azzurri, il celeste, ma non con lo scopo di esaltare la natura, ma semplicemente come una scusa per descrivere un mondo interiore fatto di ricordi e di emozioni. Sono colori della mia infanzia, della mia adolescenza, della mia gioventù e della mia età adulta, sfumature, particolari che mi riportano indietro nel tempo e mi fanno rivivere sprazzi della mia vita.

    Giuseppe Oliva

    Nel corso della sua carriera artistica ha scelto di dedicarsi a una pittura scultorea. Che cosa cerca nella matericità del colore?

    Si è stata una scelta che ho fatto ormai tanti anni fa e su cui continuo ancora a sperimentare e cioè a cercare di esprimere, non solo attraverso il colore, ma anche attraverso la materia, le mie emozioni più recondite. I miei quadri sono diventati ancora più materici, ad esempio nel momento in cui ho cercato di dare una forma al concetto dell’oltre, a tutto ciò che riteniamo sia qualcosa di reale, ma che in effetti non esiste. Concetto che in qualche modo ho materializzato attraverso la raffigurazione dei riflessi, di per sé bellissimi da vedere, ma sicuramente la sintesi di una realtà virtuale, in quanto basta veramente poco ‒ un alito di vento, il passaggio di un gabbiano ‒ per farli sparire o modificarli e per rendersi conto della loro virtualità. La materia cioè come un modo per dire a me stesso che non bisogna fermarsi dinanzi alle apparenze e un modo, altresì, per carpire dal particolare il mio “infinito”, che poi diventerà l’infinito dell’osservatore quando si troverà davanti alla tela e avrà la possibilità di individuare il momento più recondito della sua vita e le sue emozioni più profonde.

    Ci sono delle opere a cui è maggiormente legato?

    Sono diversi i quadri a cui sono particolarmente affezionato, tutti legati a particolari momenti della mia vita, ad esempio Nostalgia del 2017, Oltre i riflessi del 2016 , ma uno in particolar modo Scia di speranza del 2019: l’ho realizzato verso la fine dell’anno, una scia bianca della luna proiettata su un mare scuro e oltremodo materico, come a voler significare di uscire sempre dal proprio pessimismo più cupo e lasciarsi guidare dalla speranza di andare avanti e trovare le energie per superare sempre ogni avversità.

    Cosa significa essere artisti durante la quarantena?

    Essere artista in quarantena, per me, significa sicuramente avere avuto più tempo per pensare e riflettere, per soffermarsi ancora di più sull’aspetto concettuale della mia pittura e cercare di trarre e, nel contempo, cercare di trasferire, la consapevolezza dell’oltre. In altre parole: non attenersi alle apparenze, ma tentare di superarle e tentare di vivere una vita migliore. In questo periodo più di ogni altro la pittura, l’arte in genere, può dare la forza e la giusta energia di andare avanti e cercare di superare ogni tipo di avversità.

    Qualche progetto in serbo per il futuro?

    Quale progetto? Al di là delle mostre, delle esposizioni che, passata questa emergenza sicuramente farò in diverse città italiane, il progetto più grande è quello di dare sempre più corpo alle mie riflessioni e di rendere sempre più netto il connubio tra concetto, filosofia e arte, in modo che la tela possa sempre di più diventare come una sorta di libro, tale da trasformare l’osservatore in un vero e proprio lettore, capace di percepire in modo sempre più netto le sue emozioni.

  • Spoleto Arte: la pittrice Katiuscia Papaleo e l’arte in quarantena

    È tempo di restare a casa, di lavorare tra le mura domestiche e di dedicarsi a ciò che più ci piace, di coltivare le nostre potenzialità. Ma non sempre è così facile. Katiuscia Papaleo, artista di Spoleto Arte e Maestro d’arte di Milano, dimostra qui tutta la sua determinazione. Inoltre sarà protagonista di uno dei prossimi servizi del Tgcom24 dove si racconterà. In tempi di isolamento l’arte si schiera in prima linea contro il male e non ha paura di mostrarsi. L’arte infatti può essere determinante in queste giornate. Per questo motivo abbiamo voluto farle qualche domanda.

    A breve uscirà un servizio a lei dedicato sulla piattaforma del Tgcom24. Come si sente e cosa ne pensa di quest’iniziativa?

    È un’iniziativa molto bella perché in un momento di difficoltà come quello che stiamo attraversando, dove le giuste restrizioni attuali impediscono ogni movimento, si ha la possibilità di comunicare in qualche modo arte e cultura, che è sempre un’ottima medicina per la mente e per l’anima.

    Anticipando un po’ il contenuto… C’è un momento, all’inizio, in cui afferma che l’arte è un dono con cui si nasce. È sempre valido il detto “impara l’arte e mettila da parte” o ci vuole costanza, soprattutto in questo campo?

    In questo campo avere un dono è un conto, ma non curarlo sarebbe un “dono sprecato”. Ci vuole molta costanza e studio, per fare in modo che questo dono si sviluppi poi in arte.

    Il suo rapporto con il colore è molto particolare e lo si vede dalle atmosfere atemporali che ricrea nei suoi lavori. Come nasce una sua opera dal punto di vista cromatico?

    Di solito parto sempre da una base neutra poi attraverso i contrasti di luci e colori l’opera prende forma. Possono variare i soggetti, ma non l’atteggiamento pittorico con cui affronto un lavoro.

    E invece, parlando di soggetti, ce ne sono alcuni a cui è particolarmente legata?

    In realtà no, perché alla forma io antepongo sempre il colore. Utilizzando la pittura come forma di comunicazione in genere il soggetto è legato a ciò che voglio comunicare in quel preciso istante.

    L’osservazione della realtà è uno degli “esercizi artistici” da cui non si può prescindere. E questi giorni critici interessano tutti, ciascuno di noi li analizza, ma non tutti riescono a trarne motivo di ispirazione… È così anche per lei? Che cosa racconterebbe nelle sue creazioni adesso?

    In questo periodo particolare l’ispirazione può arrivare da mille spunti anche se non è facile tenere alta la voglia di dipingere, perché sopraggiunge lo sconforto, la paura.

    Katiuscia Papaleo

    Io ho dipinto. Sì, ho dipinto alcune cose nel frattempo, raccontando l’arrivo del Coronavirus da paesi lontani, la ricerca nell’aiuto spirituale, l’arrivo della primavera e il risveglio della natura incurante di ciò che sta accadendo agli uomini. Di cose da dire ce ne sarebbero tante, però mi rendo conto che quando la testa è bombardata di pensieri solo negativi e preoccupazioni per te e per i tuoi cari, diventa difficile tradurre in pittura. Il tempo che potresti avere a disposizione per immergerti solo nell’arte non è sempre così artisticamente fruttifero.

    Lei ha esposto in moltissime mostre di livello nazionale e internazionale, alcune organizzate da Spoleto Arte. Come ha conosciuto il suo presidente, Salvo Nugnes?

    Ho conosciuto il dott. Nugnes semplicemente partecipando ad una delle mostre organizzate da Spoleto Arte, che ha la capacità di offrire ad un artista quella visibilità che non sempre da soli si riesce ad avere.

    Su che cosa le piacerebbe lavorare prossimamente?

    Mi piacerebbe lavorare sulla ripresa, sulla solidarietà che ha dimostrato il nostro Paese e sul saper “fare” e collaborare in momenti di crisi. È qualcosa su cui spero di poter lavorare presto.

  • La pittrice di Spoleto Arte Nevèl: «L’arte è conforto e medicina» per questi tempi

    Nevèl è una pittrice di Mondovì (CN), parte della rosa di artisti di Spoleto Arte, che recentemente è stata al centro di un servizio del Tgcom24 per il format Arte in quarantena. Colpiti dalla sua solarità e simpatia, abbiamo voluto conoscerla meglio.

    D: Qualche settimana fa il TGcom24 ha trasmesso un servizio a lei dedicato sulla rubrica creata da Paolo Liguori per l’arte. Come si sente e cosa ne pensa di quest’iniziativa?

    Nevèl

    R: Anche in questi giorni difficili, la possibilità di esprimermi nella pittura è per me il miglior ansiolitico. Battuta a parte, proprio in questi momenti è importante condividere i valori più importanti e positivi che esprimono la nostra umanità. L’arte è luce, sogno: possiamo spiccare in volo anche se chiusi in una stanza. È conforto e medicina dell’anima e dei sensi.

    Benvenute dunque le programmazioni che la promuovono. Per questo vorrei poter ringraziare anche il nostro carissimo dottor Salvo Nugnes.

    D: Quand’è cominciata la sua attrazione per il mondo dell’arte e come vi si è approcciata?

    R: Fin da giovane sentivo in me una passione e una forza che riuscivo e potevo esprimere solo disegnando.  Circa 25 anni fa, durante una festa a casa mia, uno degli invitati, guardando i fogli disegnati che avevo l’abitudine di appendere alle pareti, mi disse: «Signora, vedo che sa fare dei disegni bellissimi, le consiglio vivamente di iscriversi ad un corso di pittura». E da lì ho iniziato.

    D: Nelle sue opere troviamo una simbologia ricorrente… vuole illustrarcela in breve?

    R: Dopo anni di ricerca e studio ho trovato un mio “stile”, la mia essenza, la mia forza di procedere nella vita impegnandomi al massimo delle mie possibilità: prende forma nel sole la luce e la forza vitale, trasmettendo sensazioni positive. Nella parte inferiore mi ispiro ai sogni: esprimo forma e materia.

    D: Dai suoi lavori si denota una spiccata vivacità cromatica. Cosa l’ha portata a scegliere questo tipo di espressività spesso definita “solare”?

    R: Essere solare è nella mia natura anche quando intorno a me ci sono situazioni ombrose…

    D: Anche la tecnica mista diviene parte integrante se non rifinitura stessa dell’opera. Piume, grappoli d’uva, maschere, farfalle… immagino che ogni oggetto abbia un suo perché, ma viene spontaneo chiedersi: alludono tutti all’interiorità?

    R: Soprattutto all’interiorità. Ho perso mio padre quando ero piccola. Forse questa ipersensibilità che mi porto dentro nasce proprio da quella mancanza di presenza e di contatto di cui ho sofferto. Sono spinta sempre a trasformarla in sole, in luce, e a mettere in primo piano sempre un valore positivo.

    Nevèl

    D: Ci sono degli artisti e/o delle correnti artistiche che apprezza in particolar modo?

    R: Adoro De Chirico, anche perché per creare le sue opere prendeva ispirazione dai suoi sogni. In suo onore ho chiamato Giorgio il mio terzo figlio e Giorgio era anche il nome di mio padre.

    D: Sognando un po’ un futuro più sereno: che cosa si augura?

    R: Per un futuro più sereno: più arte per tutti!

    Sono convinta che, nonostante i molti ostacoli, la strada verso un futuro migliore, con più valori di armonia e di libertà, è già tracciata. Ci sono tutte le forze giuste, comprese quelle spirituali. Sono credente e prego, prego per la salute del mio compagno di viaggio in questa vita, Matteo, dei miei figli Enrico, Davide, Giorgio ed Elisa, tutti per me sostegno e anche fonte di ispirazione.

  • Intervista all’artista Anna Actis Caporale di Spoleto Arte

    Più che di un diario di viaggio, si tratta di un diario dei ricordi. Anna Actis Caporale è un’artista che racconta il mondo vedendolo con gli occhi di chi ne conosce l’incanto. Tra i suoi dipinti spiccano i gialli e gli azzurri del paesaggio orientale e, con il recente servizio di Tgcom24, inserito sulla piattaforma Mediaset Play sabato scorso, possiamo finalmente ricominciare a viaggiare anche noi. E chi meglio di Anna Actis Caporale, artista di Spoleto Arte, può farci da guida?

    D: Sabato 28 marzo al Tgcom24 il servizio sul suo percorso artistico: cosa pensa di quest’iniziativa che porta l’arte nelle case degli italiani durante la quarantena?

    R: È un’ottima iniziativa. C’è bisogno di arte, di bellezza e di luce in questo periodo cupo che ci vede confinati nelle nostre abitazioni. Spero che in questo modo si possa portare un momento di serenità nelle nostre vite.

    D: Oltre a essere pittrice, è anche fotografa. I suoi scatti raccolgono quanto ha esperito nei suoi viaggi. Cosa l’ha spinta nelle regioni della Cina e del Marocco?

    R: La curiosità innanzitutto. La voglia di conoscere culture diverse.

    Ho visitato molti paesi e, per quanto riguarda la Cina, fin da piccola ero affascinata da questa cultura millenaria e misteriosa, per noi. Ascoltavo rapita i racconti di un prozio, vissuto in Cina e a Taiwan per quasi cinquant’anni e, appena ho potuto, ci sono andata. Era una Cina che si apriva solo allora al turismo e per questo era ancora più interessante.

    Anna Actis Caporale

    Il Marocco mi affascina per la diversità del paesaggio. Dalle città imperiali brulicanti di vita, in cui la cultura araba si mischia alla berbera, ai monti dell’Atlante dove i berberi si erano rifugiati per sfuggire agli invasori arabi, dove le stratificazioni delle rocce, messe a nudo, parlano delle ere geologiche che si sono susseguite fin da quando il luogo era un fondale marino… e infine il deserto, il regno dei nomadi.

    D: Cosa la lega a queste culture?

    R: Sono sempre stata attratta dalla cultura orientale. Mi sono formata in un periodo in cui il richiamo delle filosofie orientali era molto sentito. Il “viaggio in India” era un mito per molti miei coetanei. Io ho preferito interessarmi di filosofie-religioni quali il Confucianesimo, il Taoismo e lo Zen giapponese, perché ho sempre creduto che questo sia il modo migliore per capire un popolo. Ma io sono e rimarrò sempre un’occidentale con un background diverso.

    Per quanto riguarda la cultura araba devo dire che mi sono avvicinata con il desiderio di conoscere e poi sono stata attratta dalla gente. I mercati ed i suk , brulicanti di gente, i suoni, i colori, l’odore delle spezie… Tutto ciò compare spesso nei miei quadri.

    D: Ecco, infatti nelle sue opere si ritrovano reminiscenze, emozioni di luoghi lontani. Qual è la scintilla all’origine dei suoi lavori?

    R: La voglia di approfondire e di trasmettere ciò che ho vissuto. Quando dipingo mi calo nella tela, come un attore nella sua parte, e non è tanto il semplice paesaggio quanto un insieme di percezioni, emozioni, sentimenti che voglio trasmettere.

    D: Viaggi e miraggi: ai tempi del Coronavirus l’unica soluzione possibile è viaggiare con la fantasia?

    R: Si, indubbiamente la fantasia ci può aiutare. Possiamo ricorrere alle arti visive, alla musica…

    D: L’arte in un suo miraggio: come la dipingerebbe?

    R: Da bambina sognavo di far volare gli aquiloni, di volare su di una mongolfiera… sogni mai realizzati. Ora, di tanto in tanto, li trasporto sulla tela ed è quanto di più vicino ad un miraggio io possa intendere.

    D: Come ha conosciuto Spoleto Arte?

    R: Rispondendo ad un vostro invito ad una mostra collettiva.

    D: Nelle sue opere spazio e tempo hanno un peso importante. Proiettandoci dunque nel futuro, ha in serbo qualche progetto ancora da realizzare?

    R: Ho ancora molte “storie” da raccontare… vedremo dove mi porteranno.

  • Spoleto Arte: la provvisorietà dell’essere di Angelo Scuderi al Tgcom24

    «In tempi di coronavirus tutto ciò che è l’essere umano è stato momentaneamente sospeso» afferma con sicurezza l’artista romano Angelo Scuderi. A lui è dedicato il nuovo servizio sul format dell’arte ai tempi del Coronavirus del Tgcom24. Il pittore, della scuderia Spoleto Arte presieduta da Salvo Nugnes, non si lascia scoraggiare dal corso degli eventi che hanno particolarmente influenzato le attività delle belle arti.

    L’arte e la quarantena secondo Angelo Scuderi

    Nel tempo della paura c’è chi, come Angelo Scuderi, non aspetta solamente la fioritura, ma si adopera affinché arrivi al più presto. «L’arte può andare veramente in quarantena, può essere emarginata dalla nostra vita?» chiede più a noi che a se stesso. Lui infatti ha già una risposta: «L’arte non ha pazienza di vivere tutto questo, l’arte non ha tempo, non dà tempo al virus di emarginarla, di distruggerla. L’arte è eterna ed è vita. In questi momenti l’artista emerge e crea, crea ciò che prova, ciò che vive, i suoi sentimenti». Ecco allora che l’ispirazione prende il volo e l’arte prolifera, consentendo all’artista di affrontare positivamente l’emergenza, proprio attraverso la creazione laddove domina la distruzione delle certezze.

    L’artista

    Angelo Scuderi, classe ’70, è un artista autodidatta. La sua carriera comincia dipingendo su vetro e legno, ma è con l’acquerello che le sue emozioni trovano la massima espressione. L’utilizzo della gomma liquida, inizialmente non ben accetto dai puristi, viene – con il tempo e la tenacia che da sempre lo contraddistingue – apprezzato da pubblico e critica, che ne determinano il successo.

    Il messaggio di Angelo Scuderi

    Una costanza, quella del pittore, che colora di speranza tanto le sue opere quanto i suoi pensieri: «Sarà grazie all’arte che l’essere umano rimarrà tale, non perderà la sua identità e resterà vivo». E, in fin dei conti, che vita sarebbe una vita senz’arte? Secondo Scuderi un’arte chiusa in quarantena ci farebbe morire prima del tempo, perché “un essere umano senz’arte non ha alcun senso che esista”.

  • Spoleto Arte: il Maestro d’arte Katiuscia Papaleo al Tgcom24

    Spoleto Arte: il Maestro d’arte Katiuscia Papaleo al Tgcom24

    È categorica Katiuscia Papaleo. «L’arte è un dono con cui una persona ci nasce. O ce l’hai o non ce l’hai nelle corde dell’anima». Sono parole che possono sembrare dure, ma che non possono essere più vere osservando i lavori dell’artista. Katiuscia Papaleo ha avuto la fortuna di nascere con questa dote e la perseveranza di coltivarla con i giusti incontri. Alla pittrice milanese, fiore all’occhiello di Spoleto Arte, presieduta da Salvo Nugnes, il Tgcom24 dedica ora una puntata sul nuovo format dedicato all’arte durante la quarantena.

    Katiuscia Papaleo
    Opera di Katiuscia Papaleo

    Katiuscia Papaleo

    Nata a Milano nel ’71, Katiuscia trascorre la sua giovinezza sul Naviglio Grande, negli studi pittorici di grandi artisti. Spicca, su tutte le sue esperienze, quella più longeva alla “Fucina dei Colori” del Maestro Benito Trolese. Qui apprende i tre precetti che da allora la guidano nel suo percorso artistico. Il primo riguarda l’arte in generale, una forma libera d’espressione per cui bisogna avere sempre qualcosa da raccontare, nonché la volontà di farlo. La fiamma che anima l’artista si spegnerebbe infatti qualora costui non avesse nulla da dire. In secondo luogo la tecnica: i dipinti della Papaleo si contraddistinguono per un particolare studio del colore e della luce.





    L’ultimo insegnamento può essere ricollegato al primo: si dipinge perché la pittura è una grandissima forma di comunicazione, così come la scrittura e la parola, perché si ha la possibilità di esprimersi senza censure o pregiudizi. Ed ecco che la nostra pittrice raffigura allora ciò che vive, lasciandosi condurre in un viaggio attraverso le emozioni, sensazioni che riversa sulla tela sotto forma di colori e atmosfere sognanti. La sua, una dote esclusiva, diventa inclusiva una volta che viene messa in pratica. Per chi, come lei, avverte l’insaziabile esigenza di esprimersi attraverso colori e segni, dipingere diventa fonte inesauribile di libertà e indagine sulla realtà. Capire ciò che la gente dice e ciò che vorrebbe invece dire diventa una prerogativa, un’abilità che si può sviluppare attraverso il tempo e la dedizione all’arte. Una capacità che Papaleo ha acquisito con l’osservazione e che si esplica nella gioia di aver trovato la forma più pura della libertà: la pittura.

    Arte moderna e contemporanea diventano l’oggetto degli studi della pittrice che nel 2017 si vede conferito il titolo di Maestro d’Arte da Carla d’Acquino Mineo, presidente della Maison d’Art di Padova e critico d’arte.

  • Spoleto Arte: la pittrice bellunese Rosanna Cecchet al Tgcom24

    Spoleto Arte: la pittrice bellunese Rosanna Cecchet al Tgcom24

    Viene da Feltre (BL) Rosanna Cecchet, artista di Spoleto Arte, associazione culturale presieduta da Salvo Nugnes. Con i suoi dipinti sarà al centro del nuovo servizio del Tgcom24 per il format pensato proprio per questi tempi di isolamento forzato: Arte in quarantena.

    Rosanna Cecchet

    Nata a Cisterna di Latina nel 1942, Rosanna Cecchet ha alle spalle una vita singolare che le consente di dedicarsi all’arte pienamente solo dopo la pensione. A questa disciplina infatti la pittrice ha riservato sempre il suo tempo e le sue energie con una costanza ammirevole.

    Rosanna Cecchet

    Il commento di Alberoni

    «I sogni a occhi aperti hanno tanti livelli di profondità e di significati, sono spesso legati alla speranza. Nelle opere di Rosanna Cecchet c’è questo e c’è anche l’opposto» scriverà il noto sociologo Francesco Alberoni sui suoi lavori. I quali hanno sia l’aspetto di un sogno felice sia l’angoscia generata da un incubo terribile. Una dualità che viene accentuata dalla scelta di esprimere tramite la pittura a olio tanto rappresentazioni intime suggestive quanto episodi di cronaca che hanno interessato tutto il mondo (dalla Guerra del Golfo all’11 settembre, fino alla strage del Bataclan).




    Vittorio Sgarbi

    Dettagli minuti e grandiose campiture invitano l’osservatore a immergersi nella trama dei colori, di un racconto che include tutti in quanto compartecipi della sua storia e parte della Storia. Dirà il critico Vittorio Sgarbi: «Quella di Rosanna Cecchet è pittura di memoria, ma anche di simbologie sottili, di metafore di vita, di morte, di esistenza. […] Tutto questo è ripreso da Rosanna Cecchet con certosina e paziente minuzia, quasi ella fosse intenta in un lavoro di ricerca interiore che si volge attraverso il segno, l’armonia dei colori, il gioco cangiante delle luci e dei riflessi sugli oggetti e sul mondo. Il suo tratto è meticoloso, preciso, tutt’altro che convenzionale, quasi l’artista avesse accolto in sé la lezione divisionista, quella del realismo magico e di certa pittura surrealista. Non c’è enfasi né retorica nella pittura insieme solare e vagamente malinconica dell’artista, ma il desiderio supremo di cogliere, attraverso il paziente lavoro di ricamo di segno e colore, il senso profondo dell’esistenza».

  • Spoleto Arte: tra viaggi e miraggi, i dipinti di Anna Actis Caporale sul Tgcom24

    Fotografa e pittrice, Anna Actis Caporale si trasforma in reporter di sogni ed emozioni. Le esperienze che hanno caratterizzato i suoi viaggi in Cina e in Marocco sono state raccolte negli omonimi volumi fotografici. Ma non basta. Le immagini di culture remote rimangono impresse nella sua memoria al punto che spetta alla pittura dare loro una nuova veste. A darcene una rapida e intensa visione sarà il prossimo appuntamento del format di Tgcom24, nato per contrastare l’impossibilità di recarsi fisicamente nelle mostre durante la quarantena.

    Anna Actis Caporale

    L’artista ‒ selezionata da Salvo Nugnes, presidente di Spoleto Arte e manager di grandi nomi tra cui Margherita Hack, Francesco Alberoni e Vittorio Sgarbi ‒ nata a Mazzè (TO) nel ’51, unisce nelle sue opere la passione per l’arte e l’archeologia, una passione che l’ha spinta a intraprendere delle spedizioni in diverse parti del mondo. Un talento trasmessole dal padre Aldo, noto pittore del Canavese, e dal fratello Sergio, artista con uno stile innovativo, prematuramente scomparso. Anna raccoglie quest’eredità, la fa propria e con il pennello in mano dà colore alle visioni e alle impressioni che popolano la sua memoria. La fiaba, l’esotismo, l’ispirazione momentanea sono i tratti riconoscibili nei suoi lavori, tutti accomunati da un fil rouge di cui lasciamo la rivelazione alle parole della pittrice: «Viaggiare significa conoscenza e confronto con realtà diverse. Per me dipingere è un viaggio attraverso le idee, le impressioni, i colori, i sentimenti e le esperienze vissute e a volte anche i sogni… Ecco quindi i miei Viaggi e Miraggi».

    Anna Actis Caporale
    Anna Actis Caporale

    Il commento di Sgarbi

    E di questi Viaggi e Miraggi parla anche il prof. Vittorio Sgarbi, commentandone le opere: «È l’esotismo, inteso non come attrattiva per il pittoresco turistico, ma interesse motivato per il culturalmente diverso, l’elemento che più connota l’arte di Anna Actis Caporale, fotografa oltre che pittrice, che nell’espressione figurata condensa per simboli e impressioni ciò che l’esperienza esistenziale del viaggio le ha lasciato addosso. Il colore smaltato rinuncia al volume e alla profondità dello spazio per concentrarsi sulla densità tattile e sul contrasto dei timbri, quasi a voler recuperare l’aspetto sensoriale del ricordo, in termini che qualche volta sembrano esasperare analoghe propensioni di Aldo Mondino».

  • Spoleto Arte: intervista a Gino Maria Sambucco, protagonista del servizio al Tgcom24

    L’Anima della roccia, questo il titolo del servizio di Tgcom24 sul fotografo friulano Gino Maria Sambucco, artista dell’ass. Spoleto Arte presieduta da Salvo Nugnes, lo scorso 19 marzo. Incuriositi dai suoi scatti e dalla sua simpatia, abbiamo voluto fargli qualche domanda.

    D: Recentemente è uscito un servizio del Tgcom24 su di lei e le sue fotografie nella rubrica dedicata all’arte ai tempi del Coronavirus. Cosa ne pensa e come si sente?

    R: Penso che questa sia una delle ottime iniziative che servono a distrarre un po’ dallo stress di stare continuamente a casa per tanto tempo. Di sicuro le particolari foto delle Dolomiti e del Nordest gioveranno a questo scopo, oltre che a pubblicizzarle per quando terminerà l’emergenza sanitaria. Sfruttare per questi motivi la mia arte mi fa stare bene. Mi rendo conto che sarà un piccolissimo contributo, ma è già qualcosa, e tanti di questi contributi messi insieme faranno la differenza.

    Gino Maria Sambucco
    Vittorio Sgarbi e Salvo Nugnes davanti alle foto di Gino Maria Sambucco

    D: Lei ha preso in mano giovanissimo la macchina fotografica. C’è un modello a cui è particolarmente affezionato o qualcosa che ricorda con particolare piacere?

    R: Ho ereditato la macchina fotografica da mio padre quando non c’erano ancora le foto a colori. Quando finalmente sono arrivate, ho immortalato gli uccellini che ho sempre allevato e mi sono reso conto di quanto si migliora in poco tempo. Poi, durante il servizio militare, con delle piccole Polaroid ho portato a casa parecchi ricordi. In quel periodo sono arrivate anche le videocamere che registravano filmati di 5 minuti e alla fine degli anni Ottanta avevo una videocamera con nastri che duravano mezz’ora per lato e allora mi sono filmato tutto il mio comune di Codroipo. Tutte le vie, casa per casa, e tutto il territorio.

    D: In passato ha realizzato anche degli MMS con le immagini del suo Friuli. Qual è il suo rapporto con la tecnologia?

    R: Dovrei partire da prima degli MMS per spiegare questa passione. Vede, nel 1997 è comparsa nei cieli del Friuli la bellissima stella cometa Hale-Bopp. Mai vista una cosa simile a memoria d’uomo, a dir poco fantastica. Rincorrendola nelle notti terse, mi ha dato il tempo di fotografarla accanto o sopra tutte le torri, i campanili, i monumenti importanti che mi circondavano. In quel periodo esposi quelle foto a Mortegliano (UD), sotto il campanile più alto d’Italia. Riscontrai di aver fatto un buon lavoro perché vidi arrivare davanti ai miei quadri fotografi importanti.

    Nel 2003, grazie ai telefoni cellulari, oltre agli SMS era arrivata per tutti la possibilità con gli MMS di spedire per via postale delle cartoline con commenti, saluti ecc. Così io, da bravo filatelico, entro l’anno ho spedito una cartolina per ogni località riportata sull’elenco telefonico del Friuli “Terra di risorgive”.

    Gino Maria Sambucco
    Salvo Nugnes e Gino Maria Sambucco

    D: La sua ricerca è divisa in fotografie realistiche e pittografie. Cosa l’ha portata a questa diversificazione? Nel suo lavoro c’è inoltre una forte relazione tra il viaggio e lo scatto. Quanto è importante l’attimo?

    R: Nel Medio Friuli, guardando da Nordovest, l’orizzonte è ricamato dai monti della Slovenia, del Friuli, delle Dolomiti fino ai monti padovani e vicentini. Fin da ragazzo mi sono interessato ai loro nomi e alla loro fisionomia per riconoscerli e viaggiando molto per lavoro ho notato che osservandoli in orari diversi con condizioni climatiche diverse, mostrano dei particolari alle volte curiosi, specie per me che ho un carattere allegro e scherzoso.

    Mi porto appresso sempre la macchina fotografica perché credo fermamente nella capacità di sorprendere l’istante. Così ho iniziato a costruire “Mitici e Dolomitici” con migliaia di fotografie. Negli ultimi anni le fotocamere dispongono di un sacco di tecnologia, c’è la possibilità di ravvivare i colori, di dare tonalità diverse, fare immagini posterizzate… Con queste nuove funzioni si possono ottenere immagini reali con colori e sfumature irreali. Con l’esperienza le accentuo o attenuo finché vedo che mi piacciono, allora scatto e ottengo le mie pittografie che stimolano la fantasia e la condivisione.

    D: Ha dei modelli di riferimento oppure la natura è la sua insegnante?

    R: Le mie insegnanti sono la natura e la continua attenzione alla tecnologia che ci permette di sperimentare sempre di più.

    D: Lo scorso anno ha esposto in numerose città con Spoleto Arte e tenuto due personali, una a Belluno, l’altra alla Milano Art Gallery (MI). Qual è ora la sua prossima mossa?

    R: Nel  2019 ho partecipato con soddisfazione a parecchie mostre. Quest’anno intanto sono fermo per l’emergenza sanitaria del Covid19 che si spera termini al più presto… Poi vedremo dove ci porterà questo imprevedibile mondo.

    D: Rispetto alla pittura, alla scultura, ai video o alle installazioni che cosa può offrire la fotografia oggi?

    R: Tutte le arti sono importanti perché documentano, raccontano situazioni, stimolano l’interpretazione, dimostrano l’abilità umana… Anche la fotografia deve avere tutte queste peculiarità, più quella dell’immediatezza.

  • Tgcom24 presenta il Maestro Giuseppe Oliva, rinomato artista di Spoleto Arte

    L’arte si riprende il proprio spazio nel fine settimana. E lo fa sabato 21 marzo con il Maestro Giuseppe Oliva della scuderia di Spoleto Arte. Il pittore di origini ragusane è infatti protagonista dell’ultimo servizio rilasciato dalla rubrica del Tgcom24 dedicata all’arte contemporanea e creata dal direttore Paolo Liguori.

    Giuseppe Oliva

    Riconosciuto per i suoi blu marini, Giuseppe Oliva porta sempre con sé e nella sua pittura la straordinaria ricchezza cromatica della sua terra. Questo leitmotiv diviene il punto cardine e la potenza espressiva della sua produzione artistica. Oltre al blu profondo del Mar Mediterraneo e al verde delle colline varesine su cui vive da circa quarantacinque anni, è il gesto a non passare inosservato e a prendere la parola. Le spatolate corpose e nervose fanno vibrare la tela dei riflessi della superficie marina o smuovono, come il vento, i teneri fili d’erba. La sua è una pittura che prende corpo, diviene scultorea e allo stesso tempo mantiene la quiete solenne che si ritrova nella corrente impressionista da cui Oliva si muove per la propria personale ricerca.

    Giuseppe Oliva

    La sua ricerca

    Forte e incisiva, la sua produzione mira a focalizzare l’attenzione sul particolare, su una parte del tutto. Il risultato non è l’estraniamento, ma l’avvicinamento alla realtà, una forma di indagine che permette di addentrarsi nel cuore delle cose. La spatola, lo strumento d’azione, si trasforma simbolicamente nel “sismografo delle proprie emozioni”, capace di tradurre e trasferire le sensazioni dell’artista sulla tela. Tenendo presenti queste premesse, si arriva dunque a una conclusione sorprendente: ciò che Giuseppe Oliva dipinge è “una trasfigurazione del reale che esalta la realtà”.

    Il commento di Vittorio Sgarbi

    Di lui ha scritto il critico d’arte Vittorio Sgarbi: «Elabora lungo gli incerti steccati fra la natura e la sua astrazione la ricerca pittorica di Giuseppe Oliva, incentrata sull’espressività lirica del colore, esplorando con particolare dedizione, da novello Yves Klein, l’universo del blu più marino, con soluzioni che possono ricordare le costruzioni informali della Vieira da Silva, sfilacciate e tendenti a rientrare entro il dominio della tonalità del fondo».

  • Spoleto Arte: intervista a Margherita Casadei, la pittrice delle donne alla finestra

    È arrivato il momento per Margherita Casadei, pittrice di un animo femminile sensibile alla musica del mondo, di raccontare un po’ di sé e della sua carriera. A pochi giorni dal servizio sulla sua produzione artistica per il Tgcom24 abbiamo voluto approfondire alcuni aspetti caratteristici del suo percorso.

    D: Sabato è uscito il servizio su TGcom24 in merito al suo percorso artistico. Come si sente?

    R: Sono felicissima, trepidante. In un momento così difficile per l’Italia e per il mondo, impegnati a contrastare il Coronavirus, mi auguro che parlare di arte possa infondere in chi ascolta un po’ di serenità e possa offrire un attimo di fuga dalle preoccupazioni. Credo che possa portare una ventata di colore in questo periodo oscuro e duro per tutti noi, che ha spento l’entusiasmo e l’attività di molte persone.

    donne alla finestra

    D: Un’evasione nell’intimità. Le sue opere traducono la bellezza dell’universo femminile, quello più poetico, sognante, privato… Com’è nata l’idea di mostrare le sue protagoniste di spalle, in città romantiche immerse nella notte o nella luce del tramonto?

    R: Nella cura dell’interiorità e della vita, l’arte è uno strumento fondamentale, è un potente veicolo di messaggi privati che possono diventare messaggi per tutti e unirci fortemente, dando luogo a una comunicazione e a una “comunità artistica”.

    L’idea di mostrare le mie figure di spalle nasce quasi per magia da una linea tracciata sulla tela… Quel giorno intuisco un nuovo approccio all’insieme del quadro: traccio mano a mano una donna alla finestra. L’affacciarvisi ribadisce il punto di vista sul mondo. Mi rendo conto immediatamente che la donna, essendo voltata di spalle, facilita il fruitore nell’immedesimazione. Invita a guardare verso un oltre, verso un mondo migliore. Di sicuro in lei c’è un’esortazione a guardare di più il cielo e a immergersi nell’infinito che ci circonda oltre alla solita materialità. Filtra la musica del mondo, della vita e la trasmette. Il segno pittorico diventa così il mezzo per risalire alle radici della comunicazione, per dire con i colori quello che le parole non risolvono.

    D: Perché alcune delle sue donne hanno un incarnato tendente all’azzurro?

    R: Inconsciamente voglio invitare ad alzare di più lo sguardo verso il cielo e verso l’infinito.

    D: Lei vive e lavora vicino a Cervia. C’è un po’ di questa città nei suoi dipinti?

    R: Di sicuro ci sono dei luoghi vissuti e altri sognati: sia cittadini che di paese, con particolare attenzione anche agli alberi. Con i loro rami richiamano una tensione verso l’alto, quasi una muta preghiera. Mi rendo conto che l’arte è un meraviglioso processo in grado di raccogliere pezzi di mondo e di vita unendoli in un insieme armonico e ricco di significato.

    D: Animali e gioielli: sulle sue tele li troviamo molto spesso, come mai? C’è una relazione tra loro e la figura femminile?

    R: Parto dai gioielli: diverse donne alla finestra indossano gioielli ricavati da un’abile selezione di materiali. Talvolta li creo io stessa e attorno si costruisce pian piano un mondo sognante fatto di colori che a tratti sono sfumati. Il gioiello applicato diventa così un’opportunità per costruirci attorno delle impressioni. Si dice appunto che un gioiello è per un’occasione… In questo caso ribadisce la “preziosa” occasione di incontrare se stessi e comunicare agli altri tramite l’arte. Dunque non è un simbolo di ricchezza materiale, ma suggerisce una raffinatezza interiore.

    Gli animali nei miei quadri rappresentano un affetto quotidiano, come i gatti ad esempio. Fin da bambina mi hanno sempre fatto molta tenerezza, ne ho avuti tantissimi e con ognuno un rapporto speciale. Come nel silenzio del buio notturno ci sono le luci della luna, delle stelle e dei lampioni a farci compagnia e a guidarci, così il gatto rappresenta un legame con l’uomo e una peculiare attitudine, poiché è un animale che sa vedere bene anche al buio oltre a essere fin dall’antichità portatore di positività e di una sensibilità particolari.

    donne alla finestra

    In alcuni miei dipinti accanto alla figura femminile compare un uccellino: come ci ricordano le poesie di Giovanni Pascoli, gli uccelli sono i messaggeri di un mistero poiché, potendo volare, fungono da ponte tra il cielo e la terra.

    D: La delicatezza del segno accarezza le forme degli oggetti e dei profili. Quanto questa scelta contribuisce nella creazione dell’atmosfera così caratteristica dei suoi lavori?

    R: La delicatezza del segno passa attraverso molti anni di pittura e di contatto con i colori, attraverso sacrifici, sbagli, diverse ricerche e sperimentazioni per arrivare ad accorgermi, a sentire che il tratto pittorico proviene direttamente dall’anima.

    D: Cosa cerca di trasmettere nella sua più recente produzione?

    R: Di quest’ultima fanno parte alcune donne alla finestra che acquistano lentamente la posizione del viso di tre quarti. Sono donne che raccontano fragilità ed emozioni anche solo con lo sguardo oppure con la loro postura, in ascolto di una musica universale da saper cogliere e trasmettere. Invitano ognuno ad aprire la “propria finestra” sul mondo.

    D: Qual è stato il percorso di crescita interiore e artistica da quando ha preso in mano per la prima volta pennello e tavolozza?

    R: In più di vent’anni di pittura ho lavorato molto su me stessa. Vi ho unito lo studio della filosofia, la musica, il canto e la danza. Spesso ai quadri ho abbinato poesie.

    Tutto è partito dall’interesse per la persona, per l’uomo concepito come essere problematico in mezzo a un universo misterioso dal ritmo affascinante. Parto raffigurando i musicanti di strada, le ballerine. La ballerina nella chiave di violino è un simbolo di musica universale, riassume il concetto di danza e di armonia. Dipingo anche donne con un gatto accanto e dopo la nascita di mia figlia Elena inizio a dipingere le maternità, uno spunto fortissimo anche per riflettere sulla donna creatrice, soggetto in cui la maternità è pure artistica. Poi è la volta della donna alla finestra che si ferma ad ascoltare la musica del mondo e si lascia attraversare da essa per cercare in tutti i modi di comunicarla agli altri.

    A distanza di anni riesco a notare comunque che il filo conduttore del mio far arte è la musica e la cura dell’interiorità, chissà andando avanti…

    D: Tra i suoi estimatori c’è anche Salvo Nugnes, presidente di Spoleto Arte a cura di Vittorio Sgarbi. Come vi siete conosciuti?

    R: Ho conosciuto il presidente Nugnes a Biennale Milano dove erano state esposte alcune mie opere selezionate dal comitato di Spoleto Arte. Ringrazio lui e tutto il suo staff per l’impegno e la professionalità che dimostrano ogni volta nell’organizzare e seguire vari eventi artistici, in cui traspare una forte passione per la cura e la salvaguardia dell’arte.

  • Nevèl, l’artista della rosa di Spoleto Arte per l’appuntamento di Tgcom24

    Direttamente da Mondovì e da Spoleto Arte, Carla Filippi, in arte Nevèl, arriva a Tgcom24, protagonista del prossimo servizio dedicato all’arte ai tempi del Coronavirus. Lo pseudonimo è il risultato di un sogno premonitore che si è avverato quattro anni fa, di una felice fusione tra un verbo e un nome.

    Nevèl e l’arte

    Nata come hobby, la sua passione per l’arte si è man mano trasformata in un incontro con la propria interiorità. L’espressione dell’io, delle emozioni che lo caratterizzano diviene l’obiettivo principale delle sue creazioni. Nevèl si dedica così alla pittura e alla scultura per quel rendez-vous irrinunciabile con il proprio sé che ognuno dovrebbe attendere con trepidazione. L’appuntamento questa volta però è sulla piattaforma del Tgcom24, nella rubrica dedicata a chi non può rinunciare alla bellezza durante questo periodo di isolamento.

    E certamente sarà interessante scoprire come per Nevèl dipingere sia arte terapia e come le sue creazioni siano il frutto dell’interpretazione dei suoi sogni. Alla vivacità dei colori si somma infatti la presenza materica, quasi a dar vita e respiro a quelle intime sensazioni che fino a un attimo prima erano solamente evocazione.

    I commenti

    “Che dire di un’artista che pone la positività al centro della sua arte? Nevèl trasforma l’energia in qualcosa di tangibile, con opere che si possono vedere e toccare attraverso inserti significativi che danno spessore fisico e simbolico agli elementi della composizione” commenta Salvo Nugnes, curatore di mostre e grandi eventi. “Nevèl riveste le sensazioni di magica poesia.”

    Sulla stessa linea anche la curatrice d’arte Flavia Sagnelli:

    “Forza, energia e calore. Dalle tele dell’artista Carla Filippi emerge una passione coinvolgente e una tendenza all’unione tra opposti”. Una solarità contagiosa, che sicuramente farà breccia nell’animo degli spettatori di Tgcom24 per portare loro un vento di speranza.

  • Al Tgcom24 Gino Maria Sambucco della scuderia di Spoleto Arte

    Gino Maria Sambucco, biofornaio per professione, fotografo per passione, sarà protagonista del prossimo appuntamento firmato Tgcom24 e dedicato all’arte ai tempi del Coronavirus. A unire pane e foto l’unicità della cornice in cui vive e lavora: la montagna. Una montagna che ha lasciato il segno alle mostre organizzate da Spoleto Arte.

    Gino Maria SambuccoGino Maria Sambucco

    Ed è proprio la natura che costituisce l’elemento imprescindibile per la produzione dolciaria e di panetteria di ordine biologico. Un campo, quello della panificazione, tramandato da generazioni in famiglia e che ha deciso di abbracciare con lo stesso cuore genuino con cui si rivolge alle vette. La scintilla per queste ultime scatta ai tempi del liceo e da allora l’artista si dedica con fervore a immortalare la storia e il paesaggio della sua terra.

    Codroipo, Udine e Belluno guadagnano il podio per numero di scatti, tuttavia Sambucco ha già pensato di estendere la sua ricerca al Friuli e al Trentino, avanzando nella conquista tutta personale delle Dolomiti. Ma, forse, così personale poi non è. Le sue fotografie infatti non hanno come unico scopo quello documentaristico, puramente descrittivo. Non vogliono essere solamente “rimirate”.

    La magia della foto

    A dominare il gesto con cui decide di fotografare le montagne è il rischio che scompaiano, che la magia di quell’istante vada perduta per sempre. Ma, più ancora del timore, è l’amore sconfinato per le alture che gli fa notare il lato positivo, giocoso con cui ci si può avvicinare tanto alla fotografia quanto alla natura. Nei tratti scoscesi, nei profili che si stagliano tra le luci e le ombre, tra le nuvole e la neve, vivono personaggi divini, contemporanei, fiabeschi. Le Dolomiti svelano storie preziose tutte da interpretare. Ed è la gioia di queste epifanie che ha portato Sambucco alla condivisione di questi attimi di pura meraviglia.

    Con l’utilizzo delle fotocamere digitali, l’aspetto più giocoso si fa sentire maggiormente perché “si possono ottenere effetti simpatici e pieni di colore che attirano l’attenzione”. Ecco allora che la sua ricerca fotografica si divide in realistica e in pittografia, con la quale scopre altri soggetti oltre alle montagne. D’altro canto la sua lungimiranza valica senza timori il regno della realtà, per lasciarsi trasportare dall’immaginazione… Sambucco spera infatti che “la nostra fantasia possa interagire con la tecnologia per darci immagini ben definite, anche in 3D, e ologrammi per raccogliere quanto la stupefacente natura ci offre in modo da fonderlo con l’inventiva”. Se il tutto avviene tramite fotocamera, tanto meglio.

  • Spoleto Arte: l’artista Margherita Casadei e le sue “donne alla finestra” al Tgcom24

    I sogni si coltivano da adolescenti e, con la perseveranza, ci accompagnano da adulti. Margherita Casadei, artista di Cervia (RA), ha inseguito le sue passioni e le ha sviluppate nel corso degli anni. Artista conclamata della scuderia di Spoleto Arte, sabato scorso, il 14 marzo, è stata poi protagonista di un servizio del Tgcom24 dedicato all’arte e agli artisti contemporanei.

    margherita casadei

    Margherita Casadei

    La sua avventura, cominciata a sedici anni da autodidatta, l’ha vista maturare nella sua necessità espressiva, man mano tramutatasi in urgenza. Suonare il pianoforte non le era più sufficiente infatti, aveva bisogno di dare colore alla musica che sentiva nascerle da dentro. Le parole si dimostravano inefficaci e insufficienti, così Margherita trova nella pittura e in particolari soggetti il mezzo per risalire alle radici della comunicazione, per raccontare qualcosa di profondo. Legata all’universo femminile, che trova più vicino al proprio modo di essere e di sentire in quanto donna, la pittrice inizialmente dipinge la musica. Ecco allora che l’armonia e la libertà si trasformano in musicisti di strada, in ballerine, in chiavi di violino. Ma ben presto le ragazze e poi le donne alla finestra diventano il simbolo più distintivo dei suoi quadri.

    Il punto di vista al femminile

    L’affacciarsi sul mondo esterno ribadisce l’importanza del proprio punto di vista sulle cose, permette di guardare verso un orizzonte migliore, di sognare e, non da ultimo, di riflettere sul senso della vita. Con questi dipinti Margherita Casadei si propone di liberare l’anima dal materialismo in cui si è immersi per giungere a una positiva ricerca di sé e della bellezza. Scoprire quelle emozioni che ci rendono migliori e appagati fa parte di quel racconto, il quadro, che ne unisce tanto il creatore quanto il fruitore.

    margherita casadei

    La maternità

    La chiave di volta arriva nel 2014, a seguito della nascita della figlia: la maternità diviene un altro tema forte trattato dall’artista. La pittrice è solita aggiungere gioielli o animali da compagnia alla composizione, ma in questi casi non accade, dal momento che “generalmente nelle maternità la donna non porta alcun gioiello poiché il bimbo è il gioiello della mamma”.

    Il messaggio

    “Invitare al senso di religioso stupore e voglia di bellezza” è ciò che si prefigge di raggiungere con i suoi dipinti. Essendo l’arte un prezioso strumento per affinare l’anima, per conoscere se stessi e il mondo, Margherita Casadei guarda all’arte come a qualcosa in grado di “mettere a contatto e in comunicazione uomini di popoli e culture diversi”.

  • 012factory, la start up fondata da Sebastian Caputo in un servizio del Tgcom24

    Fondatore e CEO di 012factory, Sebastian Caputo rivela nel servizio del Tgcom24 il ruolo della società all’interno di diverse iniziative culturali campane. Nel programma di Paolo Liguori dedicato all’arte ai tempi dell’isolamento da Covid-19 lo spazio riservato alle idee che animano 012factory porta un’ondata di ottimismo. E questa rinnovata energia arriva alle 13.30 di oggi, venerdì 6 marzo, ma ha radici lontane e una lotta contro il tempo per arrivare all’affermazione alle spalle.

    sebastian caputo012factory

    Sei anni fa a Caserta, quando finiva di essere conosciuta unicamente come terra di Gomorra e cominciava a figurare quale Terra dei Fuochi, sei giovani imprenditori con esperienze all’estero lanciano un progetto che vuole avere un grande impatto sul territorio. Da associazione, 012factory diventa start up e, riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico, mira a trasformarsi in un campus. I numeri poi contano e la loro ricorrenza non è casuale: “012” sta per crescita, quella delle imprese che la società sostiene. Diverse le start up casertane che lavorano in ambito artistico e che 012factory si è presa a cuore. Da GAV projects per la realtà aumentata nei musei a Genesis brain per la comunicazione, sempre nei musei, fino alla Salchain che si occupa delle transazioni nel mercato dell’arte.

    Sebastian Caputo e la mission aziendale

    Ispiratosi alla contaminazione tra diverse realtà, Sebastian Caputo spiega che “factory”, per restare in campo artistico, è in omaggio alla fabbrica che Andy Warhol trasformò in un luogo d’arte e di contaminazione di saperi. Un’ambizione non da poco, ma che nel contesto casertano si iscrive perfettamente. Questo luogo di incontro si riflette nella mission aziendale. Si propone infatti “con servizi di formazione, sostegno operativo e manageriale, strumenti e luoghi di lavoro, nonché di pratiche di supporto informali, come attività di networking che permettono il contatto tra investitori e le idee imprenditoriali promettenti”. E lo fa a pochi chilometri dalla Reggia di Caserta, coltivando start up e progetti ad alta tecnologia.

  • Tgcom24 presenta Elisa Fossati con la sua mostra itinerante

    Giovane, genuina. Elisa Fossati, astro nascente ‒ di origini milanesi ‒ della fotografia è la protagonista della puntata di oggi del nuovo programma lanciato da Paolo Liguori, direttore di Tgcom24. Per sopperire all’impossibilità di recarsi a visitare mostre e musei a causa del Coronavirus, si portano arte e artisti direttamente nelle case degli italiani. Ospite di questa finestra sarà appunto la fotografa Elisa Fossati.

    Elisa Fossati

    We are The World

    Focus del servizio la mostra itinerante We Are The World, presentata a Milano lo scorso anno e portata poi a Bassano del Grappa (VI), Roma e in Cervinia. Alcuni di questi scatti sono stati esposti anche a Spoleto e a Venezia durante la Pro Biennale presentata da Vittorio Sgarbi. Mentore un parterre di grandi personalità: il sociologo Francesco Alberoni, il manager Stefano Renga, il direttore di Ansa Lombardia Vincenzo Di Vincenzo, il fotografo internazionale Roberto Villa, il direttore della Triennale della Fotografia Italiana Luigi Gattinara e il curatore di mostre e grandi eventi Salvo Nugnes. «È qualcosa che va oltre la semplice fotografia» commenta Villa.

    «La fotografia – spiega Renga – è vero che è emozione, ma soprattutto credo che abbia una funzione evocativa: non richiama necessariamente dei ricordi, ma delle rielaborazioni che noi manifestiamo come emozioni, ma che in realtà sono il frutto di quella che è la maturazione della persona».

    Elisa Fossati e la fotografia

    Una maturazione raggiunta attraverso viaggi ed esperienze da chi ha visitato gran parte del mondo e ha voluto mostrarne unicamente la parte migliore, quella che conta. Perché è vero che esistono culture, realtà diverse, ma è ancor più vero che tutto il mondo è paese e che per questo esiste la rassegna We Are The World: per testimoniare che alla fine siamo tutti uguali. Questa è la conclusione a cui è giunta Elisa Fossati nel suo incessante errare. Un po’ cittadina cosmopolita, un po’ curiosa esploratrice, dapprima con le macchinette usa e getta, poi con quelle digitali, la fotografa immortala paesaggi, monumenti e scorci. L’immagine viene poi rielaborata, fusa con pensieri e parole. Una contaminazione necessaria e naturale, spontanea e sorprendente come un aforisma, quello che sigilla e impreziosisce ciascuno scatto.

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