Periodicamente vengono alla ribalta previsioni che immaginano un futuro in cui il dollaro non è più la regina delle valute. In realtà, ogni volta che questo accade, il tempo finisce per dare sempre ragione al biglietto verde americano.
Perché il dollaro resta il re delle valute
Numeri alla mano, si può ad esempio smentire l’ultima fosca previsione riguardo al biglietto verde americano, risalente a circa un paio di anni fa. C’era chi pronosticava una forte discesa della moneta a stelle e strisce, anche del 30 o 40 per cento.
Lo scenario attuale dice invece che il dollar index, che misura l’andamento del biglietto verde rispetto a un paniere di valute principale, viaggia oltre quota 104 con un market facilitation index che conferma quanto sia robusto. Se consideriamo l’andamento del dollaro rispetto a una delle grandi valute del panorama, lo Yen giapponese, nell’ultimo biennio c’è stata una crescita del 30%.
Nessuna concorrente credibile all’orizzonte
Nel mondo esistono circa 180 valute, e nessuna di esse sembra un concorrente – attuale o futuro – davvero credibile per il dollaro americano. Peraltro tra tutte quelle valute esistenti soltanto un numero ristretto ha un ruolo importante nel panorama commerciale internazionale, nelle riserve valutarie delle banche centrali e in ambito finanziario (basta aprire un broker Consob autorizzato per rendersi conto che vengono negoziati a malapena una ventina di valute, incrociandole soprattutto con dollaro ed euro) .
Non c’è bisogno di dirlo, il dollaro è quello che regna in ognuno di questi ambiti. Bisogna peraltro aggiungere che nel mondo, i paesi che hanno valute ancorate al dollaro rappresentano il 50% del PIL mondiale.
Le altre valute più importanti
(Molto) Dietro al re dollaro c’è l’euro. La valuta dell’Eurozona è assai utilizzata, sia come riserva sia in ambito commerciale. Molto più distanziate ci sono Yen giapponese, sterlina britannica e Yuan cinese.
Proprio la moneta di Pechino era in passato indicata come quella che, nel giro di un paio di decenni, avrebbe spodestato il dollaro dal suo trono. Previsioni che si sono scontrate con la crisi del mercato azionario cinese, con la mancanza di un quadro normativo e la i liquidità dei mercati finanziari. Dai numeri sembra che la de-dollarizzazione sia ancora una pura utopia.
Dietro questo recente sprint c’è la pandemia da COVID-19, che minaccia seriamente una seconda ondata di contagi in Europa, e forse anche in Nord America. Questo ha raffreddato ogni possibile slancio di ottimismo da parte degli investitori, che hanno abbandonato le attività rischiose per tuffarsi nei safe haven. Cioè dollaro, yen e titoli di stato dei paesi economicamente sviluppati.
Tra le altre cose, una spinta all’azionario di Wall Street è giunta dal dollaro. Il biglietto verde infatti, silenziosamente e costantemente, è scivolato di diversi punti percentuale rispetto ai record di marzo. Questo ha consentito di mettere benzina nei listini di Borsa, e di rovesciate la direzione degli
Il rallentamento della crescita è di sicuro un fattore che penalizza l’euro. In Germania l’indice Ifo (che misura la fiducia delle imprese) a giugno è crollato a 101,8 punti, e negli ultimi 7 mesi è andato in ribasso 6 volte. Dato preoccupante. Di fronte a una crescita evidentemente più lenta, l’inflazione che ha appena raggiunto il target del 2% non è stata capace di convincere al BCE a cambiare politica sui tassi. “Non ci sarà alcun rialzo prima dell’estate 2019”, ha annunciato la Eurotower. Secondo i mercati ci sono il 65% delle possibilità che un rialzo del tasso sui depositi da parte della Bce avvenga a settembre 2019. Sempre se non ci saranno dati ancora deludenti nel frattempo.
Dal punto di vista fondamentale, come detto è la riunione Opec (a Vienna) il fulcro di tutto. Come si temeva, le divergenze sulle strategie per la produzione del greggio hanno creato molte tensioni tra i membri dell’organizzazione dei paesi produttori. Le ultime notizie raccontano che i membri del cartello starebbero discutendo un compromesso. Questo prevede l’incremento produttivo da 300.000 a 600.000 barili al giorno nei prossimi mesi. Attualmente esiste un accordo tra Opec e alcuni paesi produttori (Russia in testa) che precede la riduzione dei livelli produttivi di 1,8 milioni di barili al giorno. E’ chiaro che un aumento dell’output provocherebbe un calo dei prezzi, visto che l’offerta andrebbe ad aumentare.
Se fino a qualche giorno fa la schermaglia dialettica Stati Uniti e Cina, che potrebbe portare presto ad una vera e propria guerra commerciale, era l’evento più attenzionato dagli operatori, adesso domina la questione siriana. Le minacce di un imminente conflitto in Medio Oriente inducono investitori alla massima prudenza. Si spiega così l’andamento dollaro sui mercati finanziari. La quotazione del biglietto verde oscilla e pur avendo un alto
Come detto, il vero driver di questa discesa sono state le elezioni tedesche del 24 settembre. Infatti il successo incassato dal partito populista AfD ha reso la posizione della Merkel più debole. La Cancelliera sarà costretta a lavorare duramente per mettere su una coalizione, ma questo inciderà in modo forte sulla governabilità del paese e in definitiva sulla stabilità politica della UE. Già perché il fatto che AfD sia diventato il terzo partito tedesco, rischia di minare il dialogo ottimo e complice tra la Cancelliera e e il presidente francese Macron, duramente bersagliato proprio da AFD.
Al calo del dollaro (DXY appena sopra i minimi annuali) è corrisposta la spinta per i beni rifugio. Primo tra tutti l’oro, che non a caso poco prima del simposio era invece andato lievemente in discesa, sulla scia delle speranze che dal Wyoming potessero arrivare notizie più sostanziose. E invece così non è stato, e l’oro ha finito la settimana in crescendo. I prezzi del metallo giallo sono saliti infatti dello 0,48%, giungendo a 1288 prima della chiusura di venerdì. Peraltro non c’è un
C’è un fattore che rende ottimisti i trader: si chiama liquidità. Le banche centrali hanno infatti riversato gradualmente fiumi di denaro dopo la crisi di 10 anni fa. Malgrado gli stimoli si vadano riducendo, ne resta ancora tanta sui mercati. E chiaramente sono in cerca di collocazione nel sistema finanziario. Non c’è dubbio quindi che sono proprio gli appuntamenti con le Banche centrali quelli che catalizzano l’attenzione dei trader e indirizzano
La coppia EUR/USD ha chiuso l’ultima settimana di contrattazioni con un altro rialzo. Sembra che il mercato non aspetti altro che poter puntare nuovamente sulla valuta unica. Tuttavia occorre essere prudenti, specie se si adottano dei sistemi di trading molto aggressivi
Nel corso del 2016 gli scambi tra Svizzera e USA hanno raggiunto un volume di circa 60 miliardi di franchi. Gli americani sono così diventati il secondo partner commerciale della Svizzera. Tuttavia le importazioni sono 1 volta e mezza le esportazioni. Per la precisione le importazioni sono pari a 23,6 miliardi di franchi, le esportazioni invece arrivano a 36,4 miliardi.
La settimana scorsa sono state pubblicate le minute dell’ultima riunione delle RBA. Quindi ben prima dell’intervento di Debelle. Successivamente a quell’evento, il rapporto di cambio tra “aussie” e dollaro è andato in crescita di circa il 3.5% e i
Invece le cose nell’ultimo periodo sono migliorate. Gli ultimi dati macroeconomici del Paese hanno mostrato una economia in accelerazione. Questo ha spinto la Bank of Canada a procedere al primo rialzo del tasso di interesse degli ultimi 7 anni. Il costo del denaro è stato portato allo 0,75% dal precedente livello di 0,5%.
Al momento non ci sono stati cenni in tal senso. Ma si sa che la BCE e Mario Draghi operano sempre con molta prudenza. Sono però indicative le parole dette di recente della Merkel. La Cancelliera tedesca ha definito l’euro “troppo debole a causa della politica della BCE”. Più che una critica alla EuroTower, è un invito a cambiare presto rotta.
Ci sono tanti motivi che spiegano la prudenza manifestata dagli operatori negli ultimi giorni (ricordiamo che in occasione delle festività Pasquali i mercati americani saranno chiusi fino a domenica, mentre quelli europei riapriranno martedì). Anzitutto il lancio di 59 missili Tomahawk da parte degli USA in Siria. L’invio della portaerei americana, la Carl Vinson, davanti alla Corea del Nord. I test missilistici di quest’ultima verso il Mar del Giappone e il successivo lancio della superbomba americana in Afghanistan. C’è poi il referendum del 16 aprile in Turchia, dove si deciderà se dare ancora più potere a Erdogan e poi le elezioni presidenziali in Francia. Sono tutti appuntamenti molto molto delicati.
Qualche giorno fa il numero di posizioni long sulla divisa russa era salito di 18.202 contratti. Si tratta di un volume enorme se si pensa che le posizioni short nel frattempo sono scese a 1.437 contratti (calo del 40%). In quest’ultimo caso siamo ai minimi di due mesi. Nel corso degli ultimi 12 mesi, il rublo si è rafforzato di oltre il 25 per cento contro il dollaro (USD/RUB). Si tratta della migliore performance tra le valute mondiali. Forse fin troppo forte, per poter dire che i suggerimenti che giungono sulle piattaforma possano essere