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  • Valute, le profezie hanno ancora fallito: non esiste un rivale del dollaro

    Periodicamente vengono alla ribalta previsioni che immaginano un futuro in cui il dollaro non è più la regina delle valute. In realtà, ogni volta che questo accade, il tempo finisce per dare sempre ragione al biglietto verde americano.

    Perché il dollaro resta il re delle valute

    valute dollaroNumeri alla mano, si può ad esempio smentire l’ultima fosca previsione riguardo al biglietto verde americano, risalente a circa un paio di anni fa. C’era chi pronosticava una forte discesa della moneta a stelle e strisce, anche del 30 o 40 per cento.

    Lo scenario attuale dice invece che il dollar index, che misura l’andamento del biglietto verde rispetto a un paniere di valute principale, viaggia oltre quota 104 con un market facilitation index che conferma quanto sia robusto. Se consideriamo l’andamento del dollaro rispetto a una delle grandi valute del panorama, lo Yen giapponese, nell’ultimo biennio c’è stata una crescita del 30%.

    Nessuna concorrente credibile all’orizzonte

    Nel mondo esistono circa 180 valute, e nessuna di esse sembra un concorrente – attuale o futuro – davvero credibile per il dollaro americano. Peraltro tra tutte quelle valute esistenti soltanto un numero ristretto ha un ruolo importante nel panorama commerciale internazionale, nelle riserve valutarie delle banche centrali e in ambito finanziario (basta aprire un broker Consob autorizzato per rendersi conto che vengono negoziati a malapena una ventina di valute, incrociandole soprattutto con dollaro ed euro) .

    Non c’è bisogno di dirlo, il dollaro è quello che regna in ognuno di questi ambiti. Bisogna peraltro aggiungere che nel mondo, i paesi che hanno valute ancorate al dollaro rappresentano il 50% del PIL mondiale.

    Le altre valute più importanti

    (Molto) Dietro al re dollaro c’è l’euro. La valuta dell’Eurozona è assai utilizzata, sia come riserva sia in ambito commerciale. Molto più distanziate ci sono Yen giapponese, sterlina britannica e Yuan cinese.

    Proprio la moneta di Pechino era in passato indicata come quella che, nel giro di un paio di decenni, avrebbe spodestato il dollaro dal suo trono. Previsioni che si sono scontrate con la crisi del mercato azionario cinese, con la mancanza di un quadro normativo e la i liquidità dei mercati finanziari. Dai numeri sembra che la de-dollarizzazione sia ancora una pura utopia.

  • La crisi Covid spinge Dollaro ed Euro a fare cane e gatto: scappo io, scappi tu

    Euro e dollaro continuano a fare cane e gatto. Una volta scappa uno, mentre l’altro fa la parte del cane che rincorre. Poco dopo i ruoli si invertono. E così dopo un lungo periodo di debolezza, adesso il dollaro USA sembra essere tornato alla ribalta e scappa. La valuta a stelle e strisce sta continuando a rafforzarsi rispetto a tutte le principali valute, tranne lo Yen giapponese.

    Il rischio seconda ondata e il dollaro

    dollaroDietro questo recente sprint c’è la pandemia da COVID-19, che minaccia seriamente una seconda ondata di contagi in Europa, e forse anche in Nord America. Questo ha raffreddato ogni possibile slancio di ottimismo da parte degli investitori, che hanno abbandonato le attività rischiose per tuffarsi nei safe haven. Cioè dollaro, yen e titoli di stato dei paesi economicamente sviluppati.
    In sostanza si sta verificando qualcosa di simile a quanto accaduto a marzo, durante la fase acuta della pandemia.

    I tassi e le banche centrali

    Ma c’è anche altro dietro la recente corsa del biglietto verde, facendogli stampare una candela inverted hammer mensile. Ovvero la previsione “troppo” ottimistica della Fed per l’economia americana, il mercato del lavoro e le prospettive di inflazione.
    Infine vanno ricordate alcune dichiarazioni rilasciate da diverse banche centrali. Ad esempio, la Banca d’Inghilterra ha dichiarato che il regolatore potrebbe passare a tassi di interesse negativi. In questo caso, il dollaro riceverà naturalmente sostegno a causa della differenza a suo favore nel livello dei tassi di interesse. Va notato che sono ancora positivi, anche se non sono così alti negli States, appena sopra lo zero.

    Occhio alle presidenziali

    Per tutte queste ragioni, molti analisti credono che la corsa del dollaro potrebbe continuare almeno fino alla fine di questo mese. E comunque andrà avanti finché rimarrà il timore di nuove misure di quarantena contro il COVID-19. C’è però una data che occorre cerchiare sul calendario, ovvero il 4 novembre. Chiunque sa come fare trading sul forex, conosce l’importanza delle presidenziali americane. Quel periodo infatti è un fattore di grande incertezza per la domanda di dollari.

  • Wall Street ringrazia il dollaro. La svalutazione del biglietto verde ha rilanciato i listini

    Nelle ultime settimane la marcia di Wall Street è tornata a farsi spedita, dopo il capitombolo avvenuto durante la fase più acuta della pandemia. La borsa Usa aveva patito enormemente l’adozione di misure di lockdown, che avevano paralizzato l’economia globale. Gli indici azionari infatti erano crollati di quasi il 34% fino al 23 marzo. Poi è cominciata la risalita, tanto che Wall Street ha recuperato gran parte di quella flessione.

    La ripresa di Wall Street

    dollaro e Wall streetTra le altre cose, una spinta all’azionario di Wall Street è giunta dal dollaro. Il biglietto verde infatti, silenziosamente e costantemente, è scivolato di diversi punti percentuale rispetto ai record di marzo. Questo ha consentito di mettere benzina nei listini di Borsa, e di rovesciate la direzione degli indicatori di momentum, che adesso trainano la Borsa di Wall Street.

    Se analizziamo i dati, possiamo vedere che lo US Dollar Index (DXY), ovvero l’indice che misura l’andamento del dollaro rispetto ad un paniere di altre valute principali, è calato del 5,9% rispetto al record testato a marzo. All’epoca eravamo nel pieno della crisi da coronavirus, e gli investitori cercavano il biglietto verde come rifugio liquido e sicuro. Questo clima di avversione al rischio aveva spinto il Dollar Index verso 103 punti. Al tempo stesso penalizzava Wall Street. Oggi invece viaggia sui 96 punti, e nell’ultima settimana la sua flessione è stata dell’1,4%. Il che ha avvicinato il DXY alla linea di supporto di 96 punti.

    L’influenza benevola del dollaro debole

    Secondo gli analisti degli Hedge Funds più grandi al mondo, ci sono le condizioni per parlare di una delle svalutazioni del dollaro più ignorate della storia. Eppure è chiara l’influenza avuta su Wall Street. La flessione della valuta americana infatti rende l’export molto più conveniente e competitivo. Inoltre il dollaro debole è un toccasana per i mercati emergenti, che sempre più spesso contraggono debiti in dollari. Inoltre va ricordato che un ribasso forte del dollaro, funge da sostegno ai prezzi energetici e di altre commodities, riducendo il rischio di deflazione. Il tutto mentre i dati macro stanno alimentando il continuo rally nei mercati azionario e del credito.

  • La Russia dà un taglio al dollaro, è sempre meno usato negli scambi

    La Russia continua a grandi passi il suo percorso di de-dollarizzazione. In sostanza sta cercando di utilizzare (e quindi dipendere) sempre di meno il biglietto verde, per mettersi al riparo dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, presenti e future, e di conseguenza togliere potere alla prima potenza mondiale.

    L’addio progressivo della Russia al dollaro

    russia e dollaroVa ricordato che a partire dal 2014, Mosca è finita sempre più nel mirino delle sanzioni decise dal Tesoro americano. Se finora questo percorso di progressivo abbandono del dollaro era stato guidato dalla sola banca centrale. La Bank Rossii infatti nel 2018 ha dimezzato le proprie riserve in dollari, portandole fino al 22%. Il posto della valuta statunitense è stato preso da yuan, euro o yen. E ovviamente anche dall’oro.

    La svolta nel mercato petrolifero

    Come detto però, lo scenario sta avendo una accelerata anche in altri ambiti, a cominciare da quello degli scambi commerciali petroliferi, tradizionalmente radicati all’uso della moneta statunitense. La Rosneft, che è una delle principali compagnie petrolifere al mondo e primo esportatore russo, ha infatti deciso di tagliare fuori il dollaro come valuta di riferimento in tutti i nuovi contratti di esportazione, per conferire questo ruolo di prestigio all’euro. Tanto il greggio quanto i derivati, prodotti petrolchimici, gas liquefatto, sono adesso scambiati in euro. E siccome i prezzi del petrolio sono fissati in dollari, la Rosnef ai propri clienti ha chiesto di far riferimento al tasso di cambio euro/dollaro del giorno precedente al pagamento.

    La portata di questo cambiamento è enorme, giacché Rosneft (controllata dallo Stato) copre più del 40% del petrolio estratto in Russia. A livello di export parliamo di un colosso che esporta ogni anno circa 120 milioni di tonnellate, pari a 2,4 milioni di barili al giorno. Senza dimenticare le molteplici correlazioni valute-commodity con altri settori economici.

    Governo e Banche russe

    Va detto che parallelamente a questo percorso, se ne sta muovendo anche un altro, sempre in un’ottica di strategia breakout dal dollaro. Il Governo russo infatti sta incoraggiando le aziende ad accettare pagamenti in altre valute, mentre le banche russe si spostano sempre di pià verso sistemi di pagamenti alternativi. L’ultimo esempio riguarda le transazioni interbancarie tra Mosca e Teheran, che da ora utilizzare un sistema alternativo a Swift (cosa che accade già tra banche russe e cinesi).

  • Euro in calo nel 2018 contro tutte le altre valute. Perché?

    Il bilancio di questo 2018 per il momento non sorride all’euro. La valuta unica è infatti in “rosso” nei confronti di tutte le altre valute big: dollaro (circa 3% in meno), franco svizzero (1,5%) e sterlina (quasi 1%). Il bilancio peggiore però è quello contro lo yen giapponese, quasi 5,5% in meno. Come mai si è assistito a questo declino?

    Le difficoltà dell’euro

    euroIl rallentamento della crescita è di sicuro un fattore che penalizza l’euro. In Germania l’indice Ifo (che misura la fiducia delle imprese) a giugno è crollato a 101,8 punti, e negli ultimi 7 mesi è andato in ribasso 6 volte. Dato preoccupante. Di fronte a una crescita evidentemente più lenta, l’inflazione che ha appena raggiunto il target del 2% non è stata capace di convincere al BCE a cambiare politica sui tassi. “Non ci sarà alcun rialzo prima dell’estate 2019”, ha annunciato la Eurotower. Secondo i mercati ci sono il 65% delle possibilità che un rialzo del tasso sui depositi da parte della Bce avvenga a settembre 2019. Sempre se non ci saranno dati ancora deludenti nel frattempo.

    L’impatto della questione dazi

    La frenata dell’euro appare solo in parte mitigata dai recenti rimbalzi contro il dollaro, che hanno riportato la valuta UE verso quota 1.17. Chi sa l’indicatore ADX come funziona avrà notato un rientro solo parziale entro valori normali. A bene vedere però non si tratta di una spinta derivante da maggiore ottimismo, quanto dai timori che un’escalation dei dazi commerciali potrebbe avere forti impatti sull’economia statunitense. Questo sta indebolendo i biglietto verde.

    Gli investitori di conseguenza stanno alleggerendo la posizione in dollari seguendo una strategia moving average semplice, in attesa di schiarite sul fronte commerciale (se ci saranno). Nel mirino dei dazi, dopo l’acciaio, sarebbe finito anche il settore tecnologico. Una progressione di tensione che non piace a nessuno, ma che fa il gioco dell’euro che sfrutta la debolezza del biglietto verde.

    Tuttavia il balletto quotidiano della moneta unica tra dazi, dati macro e scelte di politica monetaria, probabilmente proseguirà anche nei prossimi mesi. Il modo in cui si evolverà dipende dalle forze che di volta in volta saranno le prevalenti.

  • Petrolio, mercato teso in vista della riunione OPEC

    Il mercato del petrolio è tornato a surriscaldarsi, per via di diverse notizie che giungono da più fronti. C’è anzitutto l’attesa per il vertice OPEC di fine mese a tenere banco, perché definirà il prossimo livello produttivo dei paesi aderenti al cartello. Parallelamente c’è la guerra commerciale USA-Cina, che ha coinvolto in modo diretto il petrolio vista la minaccia della Cina di imporre dazi su quello proveniente dagli Stati Uniti. In ultimo, il recente recupero del dollaro sul mercato valutario ha messo altra pressione alle quotazioni del greggio.

    Tutti questi eventi hanno cancellato il tentativo di rimbalzo del greggio, che è scivolato verso il supporto di area 65 dollari e sotto la media mobile a 100 giorni (inviando altri segnali al ribasso a chi segue la strategia incrocio medie mobili). Anche l’analisi tecnica sembra quindi fornire un ulteriore segnale di debolezza da non sottovalutare.

    I fondamentali del mercato del petrolio

    petrolioDal punto di vista fondamentale, come detto è la riunione Opec (a Vienna) il fulcro di tutto. Come si temeva, le divergenze sulle strategie per la produzione del greggio hanno creato molte tensioni tra i membri dell’organizzazione dei paesi produttori. Le ultime notizie raccontano che i membri del cartello starebbero discutendo un compromesso. Questo prevede l’incremento produttivo da 300.000 a 600.000 barili al giorno nei prossimi mesi. Attualmente esiste un accordo tra Opec e alcuni paesi produttori (Russia in testa) che precede la riduzione dei livelli produttivi di 1,8 milioni di barili al giorno. E’ chiaro che un aumento dell’output provocherebbe un calo dei prezzi, visto che l’offerta andrebbe ad aumentare.

    La questione dazi sta inoltre facendo sentire i suoi effetti. La Cina ha minacciato di imporre tariffe pesanti sull’import di greggio dagli Stati Uniti nell’ambito della guerra commerciale sempre più aspra, nonostante la parentesi diplomatica tra il presidente Usa Donald Trump e il dittatore nord coreano Kim Jong Un. Infine c’è il rimbalzo del petrolio a farsi sentire, dal momento che il biglietto verde continua a guadagnare terreno sull’euro (ma discorso analogo vale per tutte le altre coppie di valute più volatili forex).

    Il quadro complessivo quindi continua a essere molto delicato per il petrolio. L’equilibrio che è stato raggiunto dopo molte difficoltà potrebbe vacillare di fronte alle posizioni molto differenti che esistono tra i produttori.

  • Mercati scossi dal possibile conflitto in Siria. Prevale la prudenza

    I mercati stanno un periodo decisamente tiepido, dal momento che sono davvero in pochi quelli che si assumono il rischio di sbilanciarsi nelle proprie previsioni. Negli ultimi giorni infatti è scesa giù una vera pioggia di notizie che hanno raggelato gli animi sul fronte geopolitico. Questioni gravi che coinvolgono la potenza economica maggiore del mondo e che logicamente hanno scombussolato previsioni e aspettative degli analisti.

    I mercati e le notizie geopolitiche

    mercati trumpSe fino a qualche giorno fa la schermaglia dialettica Stati Uniti e Cina, che potrebbe portare presto ad una vera e propria guerra commerciale, era l’evento più attenzionato dagli operatori, adesso domina la questione siriana. Le minacce di un imminente conflitto in Medio Oriente inducono investitori alla massima prudenza. Si spiega così l’andamento dollaro sui mercati finanziari. La quotazione del biglietto verde oscilla e pur avendo un alto relative volatility index RVI rimane stabile in una posizione che potremmo definire attendista. Questo vale rispetto ad euro, yen e sterlina.

    Pochi eventi macro

    Non c’è dubbio che il mercato sta studiando ancora le mosse da fare e aspetta l’evoluzione degli eventi. Va anche aggiunto che dal fronte macroeconomico non ci sono grandi dati in uscita in questo periodo, il che giustifica ulteriormente la prudenza, testimoniata da un Dollar Index le cui le bande di Bollinger sono strette (poca volatilità). Il report più rilevante è stato quello dell’inflazione americana, che è vicina al target del 2% in coerenza con le proiezioni del Fomc. Questo fa ritenere che il programma di due ulteriori rialzi dei tassi di interessi sarà confermato.

    Neppure i commenti verbali della riunione dell’organo di politica monetaria della Fed, che generalmente sono molto attesi, hanno scosso più di tanto i mercati che non hanno avuto reazioni particolari. Tutto scorre quindi in attesa che le vicende mediorientali chiariscano bene il quadro di una situazione molto complicata sul fronte internazionale.

  • BCE, sospiro di sollievo adesso che l’euro scende

    Quello che auspicava da tempo la BCE forse si sta avverando. Complice l’esito elettorale che è giunto dalla Germania, la valuta unica dopo aver frenato la salita sta adesso imboccando la via della discesa. Questo potrebbe fungere da assist a Draghi per dare il via alla manovra restrittiva di politica monetaria. Almeno teoricamente dovrebbe essere così, visto che all’atto pratico sembra che nulla cambierà per adesso. I mercati che attendono da mesi una mossa dell’istituto centrale europeo, dovranno attendere ancora.

    bce draghi euroCome detto, il vero driver di questa discesa sono state le elezioni tedesche del 24 settembre. Infatti il successo incassato dal partito populista AfD ha reso la posizione della Merkel più debole. La Cancelliera sarà costretta a lavorare duramente per mettere su una coalizione, ma questo inciderà in modo forte sulla governabilità del paese e in definitiva sulla stabilità politica della UE. Già perché il fatto che AfD sia diventato il terzo partito tedesco, rischia di minare il dialogo ottimo e complice tra la Cancelliera e e il presidente francese Macron, duramente bersagliato proprio da AFD.

    Appare quindi logico perché l’euro sia andato in discesa sui mercati valutari, come del resto avevano anticipato le figure di inversione del trend. La valuta unica ha bucato la soglia di 1,19 dollari, per poi andare ulteriormente in picchiata perdendo anche quota 1,18 solo tra lunedì e martedì. Siamo quindi ai valori minimi di un mese.

    BCE sollevata per il calo del’euro

    La cosa dovrebbe far piacere alla BCE, che proprio a metà settembre si era “lamentata” di quanto la valuta fosse troppo forte. Era quello il problema principale lungo la strada per il tapering. Adesso però le cose sembra che si stiano “aggiustando”, anche perché se utilizziamo il miglior settaggio stocastico lento possiamo supporre che le cose continueranno a scivolare lentamente verso un altro ribasso contro il dollaro. Ma qui entriamo nel campo delle previsioni, che sappiamo quanto possano essere smentite da un giorno all’altro.

    Quello che non si smentisce mai è Mario Draghi, che anche nell’ultimo intervento ha deciso di gettare acqua sul fuoco. Il numero uno della BCE ha ribadito che l’inflazione complessiva – ferma all’1,5% – è ancora lontana dal target e peraltro si prevede un ulteriore calo nei prossimi mesi.Il capo della BCE ha messo le mani avanti per continuare a rimandare la svolta restrittiva.

  • Oro in crescita sui mercati, colpa della FED e della BCE

    Questa settimana la quotazione dell’oro ha accelerato sui mercati finanziari, piazzando uno sprint proprio in chiusura. L’ultimo slancio si è avuto dopo il simposio tenuto a Jackson Hole. Più precisamente, l’impennata è avvenuta dopo l’intervento di Janet Yellen (numero uno della FED). Quest’ultima ha evitato accuratamente di parlare delle prossime mosse di politica monetaria della FED, alimentando così i sospetti che un terzo rialzo del costo del denaro resta in bilico, e che comunque la FEd non ha fretta di normalizzare la propria azione.

    oroAl calo del dollaro (DXY appena sopra i minimi annuali) è corrisposta la spinta per i beni rifugio. Primo tra tutti l’oro, che non a caso poco prima del simposio era invece andato lievemente in discesa, sulla scia delle speranze che dal Wyoming potessero arrivare notizie più sostanziose. E invece così non è stato, e l’oro ha finito la settimana in crescendo. I prezzi del metallo giallo sono saliti infatti dello 0,48%, giungendo a 1288 prima della chiusura di venerdì. Peraltro non c’è un indicatore inversione trend che segnali una possibile correzione nell’immediato futuro. Quindi gli effetti di questa spinta potrebbero protrarsi anche nelle prossime sedute.

    Gli USA favoriscono la corsa all’oro

    Molti ritengono che i toni della Yellen piuttosto morbidi potrebbero spingere la quotazione del metallo aurifero verso il livello dei 1300$. Tuttavia, specie se si ha intenzione si sfruttare la strategia AO (vedi qui la strategia Awesome Oscillator come funziona), bisogna tenere presente che quota 1300 è un livello di resistenza massiccio. Come tutti i numeri a cifra tonda infatti ha un alto valore psicologico. Qualora dovesse esserci la rottura della resistenza, potremmo avere una spinta verso quota 1321/25.

    Chiaramente occorrerà tenere d’occhio anche i dati macro in uscita soprattutto dagli USA. Se dovessero essere positivi, allora tornerà ad esserci un po’ più di fiducia nei confronti del biglietto verde, e questo spingerà gli investitori a rischiare di più. Ergo, l’oro scenderà nuovamente. Tuttavia al momento l’impronta resta rialzista.

  • Market mover, sta per cominciare un mese di fuoco per USA ed Europa

    Sta per cominciare un mese molto intenso sui mercati finanziari. Fino alla fine di settembre sono infatti molti gli eventi in programma, in grado di imprimere delle svolte all’atteggiamento dei trader. Si parla di market mover. Giovedì 24 ad esempio è in programma il simposio di Jackson Hole, dove si vedranno economisti e banchieri centrali a livello mondiale. Il periodo verrà chiuso idealmente dalle elezioni tedesche in programma il 24 settembre. Al ritorno dalle vacanze quindi, dovranno essere tutti pronti ad accedere ai loro migliori broker online affidabili e studiare le loro strategie.

    market moverC’è un fattore che rende ottimisti i trader: si chiama liquidità. Le banche centrali hanno infatti riversato gradualmente fiumi di denaro dopo la crisi di 10 anni fa. Malgrado gli stimoli si vadano riducendo, ne resta ancora tanta sui mercati. E chiaramente sono in cerca di collocazione nel sistema finanziario. Non c’è dubbio quindi che sono proprio gli appuntamenti con le Banche centrali quelli che catalizzano l’attenzione dei trader e indirizzano i migliori segnali forex free.

    In arrivo i market mover

    Riguardo alla FED e alla BCE c’è poco da scoprire, visto che hanno già chiarito la loro posizione attorno a Ferragosto. Pochi pensano che il prossimo 7 settembre l’istituto guidato da Mario Draghi non continui ad essere molto prudente riguardo al tapering. Del resto gli ultimi dati macro non sono stati esaltanti. Per entrambi gli istituti centrali sarà proprio la dinamica dei prezzi il fattore cruciale, e proprio per questo è difficile che si muoverà qualcosa in tempi recenti.

    Occhio quindi che potrebbe diventare importante per i mercati l’elemento sorpresa. Quello che ad esempio potrebbe scaturire dalle elezioni tedesche, anche se il vantaggio del cancelliere uscente Angela Merkel appare rassicurante. Ma qualcosa potrebbe smuoversi anche negli USA, dove Trump è atteso da un periodo di fuoco sia sulle questioni interne che sui rapporti con la Corea del Nord e con i vicini. Tutto questo potrebbe creare volatilità e agitare i mercati.

  • Euro, va in archivio un’altra settimana positiva sui mercati

    L’euro continua ad essere la valuta più solida dell’intero panorama nel Forex. La moneta dell’Eurozona continua a sfruttare le debolezze del dollaro e della sterlina, mentre solo franco svizzero e yen (valute rifugio) tengono botta viste le tensioni tra USA e Corea sul fronte politico. Neppure alcuni dati non del tutto brillanti hanno frenato le buone performance dell’euro, che tocca nuovi massimi contro dollaro e sterlina.

    Euro e dollaro

    euroLa coppia EUR/USD ha chiuso l’ultima settimana di contrattazioni con un altro rialzo. Sembra che il mercato non aspetti altro che poter puntare nuovamente sulla valuta unica. Tuttavia occorre essere prudenti, specie se si adottano dei sistemi di trading molto aggressivi come fare scalping opzioni binarie. Infatti il grafico di lungo periodo suggerisce che potremmo andare incontro a qualche consolidamento, se non rimbalzi forti.

    Dal punto di vista tecnico il livello sottostante 1,17 funge da supporto molto solido, per cui al di sotto di questo livello potrebbe ragionevolmetne vedersi una inversione di tendenza. Altrimenti potrebbe trattarsi solo di ritracciamenti momentanei. Dato il periodo però, si può ipotizzare che non ci saranno grandi cambiamenti nei prossimi 10-14 giorni. Occhio però alle vicende in atto tra USA e Corea (cui accennavamo sopra), perché potrebbero determinare dei contraccolpi forti anche sul mercato valutario.

    Euro e sterlina

    Per quanto riguarda la coppia EUR/GBP, anche qui stiamo assistendo a un andamento al rialzo. Premesso che se si vogliono fare operazioni su questo cross conviene anzitutto fare un confronto broker Forex recensioni, possiamo immaginare che il mercato aspetterà i dati in arrivo verso ferragosto per fare la prossima mossa. In Gran Bretagna verranno resi noti sia dei dati sul mercato del lavoro, sia quelli sull’inflazione. La tendenza è quella di fare un passo indietro verso la regione delle 0,91, ma se alla fine romperemo al di sopra di 0,92 l’euro potrebbe prendere il largo.

  • Commercio Svizzera-USA, frizioni dopo la lista di “sorveglianza” americana

    Le dinamiche dei rapporti di commercio tra i paesi sono molto cambiate (o rischiano di cambiare) con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Il protezionismo del tycoon è cosa nota, e questo si sta traducendo in una serie di iniziative che tengono sull’allerta molti paesi. Tra questi c’è anche la Svizzera. Il paese elvetico sarebbe infatti uno di quelli inseriti in una lista di paesi “sorvegliati” dagli USA. Il motivo è il loro surplus commerciale. In sostanza esportano tanto negli USA, ma senza importare allo stesso modo.

    La notizia ha allarmato alcuni rappresentanti dell’economia elvetica. Al punto che alcuni hanno chiesto lumi al Dipartimento americano del Commercio, tramite una lettera indirizzata all’amministrazione Trump. In essa vengono respinte le critiche avanzate dagli americani. In realtà a ben vedere il surplus c’è e pure evidente.

    I numeri del commercio Svizzera-USA

    commercio svizzeraNel corso del 2016 gli scambi tra Svizzera e USA hanno raggiunto un volume di circa 60 miliardi di franchi. Gli americani sono così diventati il secondo partner commerciale della Svizzera. Tuttavia le importazioni sono 1 volta e mezza le esportazioni. Per la precisione le importazioni sono pari a 23,6 miliardi di franchi, le esportazioni invece arrivano a 36,4 miliardi.

    Tuttavia la forza del franco svizzero negli ultimi tempi è cambiata. Il Money Flow index indicatore trading rivela infatti che la valuta elvetica ha acquisito valore, e questo chiaramente va a svantaggio dell’export. Insomma quel surplus è destinato in parte già a rientrare nel corso del 2017.

    Chiaramente però molto dipenderà dal futuro del cambio franco dollaro. La coppia USD / CHF nella giornata di ieri ha guadagnato più di 50 pips in pochi minuti, a seguito dell’ultimo rapporto sui Non Farm Payrolls. Con la Candele Heikin Ashi tecnica abbiamo visto la coppia scambiare al livello di 0,9743, in crescita dello 0,58% e con valori che non si vedevano da oltre un mese e mezzo.

    Tornando al rapporto con gli USA, va precisato che le aziende svizzere hanno creato tanto lavoro e investito qualcosa come 258 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Un aspetto che la lettere di cui parlavamo all’inizio non ha mancato di evidenziare con forza.

  • Aussie troppo forte nel mercato valutario, la RBA è preoccupata

    Sul finire della scorsa settimana, il pericolo maggiore per i “tori” del dollaro “aussie” è diventato soprattutto uno: la banca centrale Australiana. Le dichiarazioni del Vice Governatore Guy Debelle della RBA hanno messo in freddo gli entusiasmi e causato una pausa nella crescita del cross AUD / USD. Parlando ad Adelaide infatti ha versato acqua fredda sul fuoco, dicendo che l’idea che le recenti discussioni della RBA riguardo al tasso di interesse hanno preso in considerazione ogni possibile scenario di crescita del paese. In sostanza: il tasso ufficiale dell’1,5% non si muoverà. E questo vale a prescindere dai prossimi dati macro.

    L’intervento della RBA e la forza dell’aussie

    aussie dollaro australiaLa settimana scorsa sono state pubblicate le minute dell’ultima riunione delle RBA. Quindi ben prima dell’intervento di Debelle. Successivamente a quell’evento, il rapporto di cambio tra “aussie” e dollaro è andato in crescita di circa il 3.5% e i segnali gratuiti opzioni binarie affidabili hanno cominciato a puntare tutti sul dollaro australiano.

    Questa impennata nel Forex ha spinto la banca australiana ad assumere un atteggiamento molto più freddo riguardo all’ipotesi di alzare i tassi di interesse. Nonostante questo il dollaro australiano rimane in un punto rialzista (si noti il grafico con il Demarker indicator). Il cross AUD / USD ha raggiunto i livelli di due anni fa, rompendo la barriera psicologica di 80 US cent. Livello dal quale è sceso solo leggermente negli ultimi giorni.

    A causare questo apprezzamento è anzitutto la debolezza del biglietto verde. Ricordiamo infatti che i dati deludenti e le difficoltà dell’amministrazione Trump, fanno dubitare di un possibile prossimo rialzo dei tassi (sarebbe il terzo dell’anno 2017). Un altro fattore che incide sul cross Aud-Usd sono i dati economici piuttosto buoni australiani. Il rapporto sull’occupazione di giovedì scorso ha mostrato un notevole aumento dei posti di lavoro a tempo pieno. E poi c’è un terzo fattore importante per l’aussie, ovvero la crescita dell’economia Cinese. Ricordiamo la loro forte correlazione, visto che la Cina è importatore di materie prime dall’Australia.

    Anche se la RBA è preoccupata per gli effetti di un Aussie troppo forte, non può arginare tutti i fattori di spinta. Adesso vedremo cosa dirà il governatore Lowe che parlerà a Sydney mercoledì prossimo. Se confermerà una impostazione molto dovish e parlerà di tassi di interesse neutrali, allora il cross AUD / USD potrebbe continuare a vivere una fase laterale di mercato. In caso contrario (difficile) sarà un’altra bella spinta per l’aussie.

  • Tasso di interesse alzato dalla BoC. Il “loonie” guadagna terreno sui mercati

    Dopo 7 anni la Banca del Canada ha mosso il tasso di interesse al rialzo. La decisione era tutto sommato attesa dai mercati, anche se fino a poco tempo fa le indicazioni andavano da altra parte. I responsabili di politica monetaria sembravano infatti riluttanti di fronte all’ipotesi di ritoccare il costo del denaro. Inoltre la BoC era stata cauta a inizio anno, facendo riferimento a preoccupazioni riguardo i negoziati commerciali NAFTA e l’andamento del mercato immobiliare.

    La mossa della BoC circa il tasso di interesse

    tassi di interesseInvece le cose nell’ultimo periodo sono migliorate. Gli ultimi dati macroeconomici del Paese hanno mostrato una economia in accelerazione. Questo ha spinto la Bank of Canada a procedere al primo rialzo del tasso di interesse degli ultimi 7 anni. Il costo del denaro è stato portato allo 0,75% dal precedente livello di 0,5%.

    La mossa si mette sul sentiero di quanto sta facendo la Federal Reserve. L’istituto centrale USA infatti è già al secondo rialzo del 2017 e potrebbe continuare in questa direzione.
    Il governatore Poloz ha commentato la mossa dicendo che il 75% all’80% dei canadesi hanno un mutuo a tasso fisso, quindi l’aumento dei tassi non dovrebbe avere un grosso impatto sui proprietari gravati da mutuo.

    Sul mercato valutario, il dollaro canadese ha ricevuto una forte spinta al rialzo come abbiamo visto sui migliori broker opzioni binarie. La valuta canadese infatti è andata rafforzandosi in larga misura contro le altre major. Ad esempio il cambio USD-CAD è sceso di oltre 200 punti poco dopo la riunione, portandosi verso i minimi di 13 mesi. Guadagni importanti ci sono stati anche contro Euro e Yen.

    Le prospettive future

    Riguardo al futuro, il governatore Poloz non si è sbilanciato più di tanto. Eventuali futuri aumenti dei tassi non sono ancora stati programmati. Tuttavia molti analisti credono che potrebbe esserci un altro ritocco dopo l’estate. Questo perché il tenore delle dichiarazioni del governatore è stato molto ottimistico.Chiaramente però molto dipenderà dai prossimi dati macro.

    Le prospettive del rapporto USD-CAD sono un po’ miste. Gli analisti del miglior sito per trading online sostengono che potrebbe esserci un consolidamento nelle prossime settimane. Tuttavia bisogna considerare i fondamenti economici e soprattutto le correlazioni con i prezzi del petrolio, che potrebbero avere un grosso impatto sul “loonie” canadese. Occhio poi alle mosse della FED, che potrebbe procedere ad un terzo rialzo del costo del denaro subito dopo l’estate.

  • Euro e dollaro, in arrivo le due settimane più calde per il Forex

    Sono giorni caldi quelli in arrivo per Europa e USA, con inevitabili ripercussioni sul fronte monetario (euro contro dollaro). La riunione della BCE in programma il prossimo 8 giugno è diventata l’evento più delicato per gli investitori di tutto il mondo. Dal momento che i dati macro sono in continuo miglioramento, molti si aspettano un cambio di rotta da parte della BCE. Tanto più che i possibili fronti di incertezza politica sono stati disinnescati (Olanda e Francia). E allora: ci sarà un allentamento del Quantitative Easing? Verranno alzati i tassi?

    La situazione sul fronte Euro

    euro-dollaroAl momento non ci sono stati cenni in tal senso. Ma si sa che la BCE e Mario Draghi operano sempre con molta prudenza. Sono però indicative le parole dette di recente della Merkel. La Cancelliera tedesca ha definito l’euro “troppo debole a causa della politica della BCE”. Più che una critica alla EuroTower, è un invito a cambiare presto rotta.

    Un cambio di prospettiva, un allenamento del QE o (ipotesi improbabile) un immediato rialzo dei tassi avrebbero chiaramente un effetto rialzista sulla moneta unica. I copy trader sono già sull’allerta (vedi qui se il copy social trading funziona). Intanto sul fronte valutario il cambio EUR/USD si muove lateralmente intorno a 1,1170. Sono giorni che la coppia si è assestata su questi livelli, anche per mancanza di appuntamenti economici di rilievo in calendario.

    Il versante dollaro

    Sul fronte USA intanto, i verbali del FOMC diffusi nei giorni scorsi hanno fortificato le aspettative circa un rialzo del tasso. Molti analisti credono che possa esserci già in occasione del prossimo meeting del 14 giugno. Sarebbe la seconda mossa al rialzo da parte della Federal Reserve nel 2017. Gli etoro copy funds incorporano questo evento reputandolo probabile al 70%-80%.

    I dati che usciranno fuori in questi giorni, specie riguardo inflazione e occupazione saranno molto importanti per valutare le prossime mosse della Fed. Se dovesse evidenziarsi una certa debolezza, allora questo potrebbe far battere in ritirata la Federal Reserve. In tal caso siamo sicuri che Janet Yellen spingerà per rallentare l’attuale ciclo di restringimento.

  • Banca Centrale Europea ancora cauta, l’inflazione sale ma non dà garanzie

    Non cambierà rotta tanto presto la Banca Centrale Europea. Ancora una volta nei giorni scorsi Mario Draghi l’ha detto chiaro e tondo. Non esistono ancora le condizioni per modificare la politica monetaria della Eurotower. Il riferimento in special modo è all’inflazione, che sebbene sia in crescita dell’1,9% – secondo la stima flash di Eurostat – non fornisce sufficienti garanzie che continuerà a tenersi a questo livello una volta cessati gli interventi della BCE. La stretta monetaria quindi non ci sarà. Almeno non nei prossimi mesi. Qualcuno ipotizza che se ne parlerà verso la fine dell’anno oppure a inizio 2018.

    I dilemmi della Banca Centrale Europea

    bceEppure la crescita dei prezzi è andata al di là delle aspettative, che erano ferme all’1,8%, e molto meglio rispetto al dato precedente (1,5%). Anche il dato core – ovvero quello che esclude le componenti maggiormente volatili – ha segnato un incremento deciso nell’ultimo periodo. Infatti è passato dallo 0,7% precedente all’1,2%. Il problema è che nonostante l’inflazione sia molto prossima al target fissato dalla Banca Centrale Europea (2%), in alcuni paesi come Francia e Italia c’è della strada da fare mentre in altri come Germania e Spagna l’obiettivo è stato anche superato.

    Proprio per questo motivo settimana scorsa non vi è stata alcuna decisione di movimentare il tasso di interesse o la politica monetaria della Banca Centrale Europea. Quest’ultima ha confermato sia l’allentamento che il piano di acquisto titoli (quantitative easing). Dal punto di vista valutario, trattandosi di una decisione abbondantemente attesa non c’è stata ripercussione sull’euro. Anzi la valuta unica è andata forte negli ultimi giorni, arrivando a superare quota 1,09 contro il dollaro (si vedano in proposito le quotazioni del cambio e gli spread Plus500). Peraltro sembra marciare decisa verso quota 1,10.

    Il rapporto euro dollaro

    La cosa fino a poche settimane fa sembrava inimmaginabile. Anzi molti vedevano come possibilità concreta che il dollaro avrebbe raggiunto la parità. Poi però le elezioni francesi (il primo turno) hanno cambiato lo scenario e dato la spinta alla valuta unica. Chi ha sfruttato la migliore tecnica per guadagnare con opzioni binarie 15 minuti ha potuto godere di alcuni giorni da leone, mentre non vorremmo essere nei panni di chi aveva puntato forte sul dollaro pronosticando un successo di Le Pen.

    Adesso gli occhi dei trader che fanno negoziazioni su questo cambio sono puntati a ciò che accadrà nel prossimo fine settimana. Negli USA infatti saranno pubblicati i dati sul lavoro (NFP) che potrebbero dare slancio al dollaro oppure colpirlo ancora.

  • Trader prudenti prima delle vacanze Pasquali. Ci sono troppi eventi ad alto impatto finanziario

    Il lungo weekend di Pasqua è stato anticipato da una scelta evidente da parte degli investitori, che hanno deciso di muoversi lungo il sentiero delle prudenza. Del resto le tensioni che si respirano a livello internazionale, non suggeriscono nulla di diverso. Nessuno vuole correre rischi inutili tenuto conto che sta per cominciare la stagione delle trimestrali negli USA.

    In questo periodo ai trader è tornato l’appetito per i safe heaven, tanto da fa innalzare i rendimenti dei governativi di qualità sui minimi da inizio anno. I Treasury decennali USA sono piombati al 2.28%, quelli decennali della Germania sono all0 0.2%. E poi ci sono i beni rifugio. L’oro ad esempio è balzato fino al 1279 dollari l’oncia, mentre il VIX sopra 15 (ovvero i massimi da cinque mesi). Basta guardare i grafici e fare un confronto broker Consob per vedere come l’andamento dell’oro abbia vissuto dei picchi in corrispondenza degli ultimi avvenimenti mondiali.

    Gli eventi che spintono alla prudenza i trader

    traderCi sono tanti motivi che spiegano la prudenza manifestata dagli operatori negli ultimi giorni (ricordiamo che in occasione delle festività Pasquali i mercati americani saranno chiusi fino a domenica, mentre quelli europei riapriranno martedì). Anzitutto il lancio di 59 missili Tomahawk da parte degli USA in Siria. L’invio della portaerei americana, la Carl Vinson, davanti alla Corea del Nord. I test missilistici di quest’ultima verso il Mar del Giappone e il successivo lancio della superbomba americana in Afghanistan. C’è poi il referendum del 16 aprile in Turchia, dove si deciderà se dare ancora più potere a Erdogan e poi le elezioni presidenziali in Francia. Sono tutti appuntamenti molto molto delicati.

    Se guardiamo al recente passato, capiremo perché i mercati stanno reagendo con prudenza. Prevedere l’esito di una vicenda geopolitica è una cosa fattibile, prevedere la reazione dei mercati lo è molto meno. Pensiamo alla catastrofe che veniva preannunciata con Brexit, con l’elezione di Trump (si vedano in proposito le previsioni euro dollaro 2017) e con il referendum italiano. In tutti questi casi i mercati hanno reagito nel modo opposto a quelli che erano i timori, salendo sempre. E’ chiaro quindi che un evento geopolitico apparentemente negativo può invece portare inattese conseguenze positive. Ma può accadere anche il contrario. Ecco perché gli investitori in questi giorni rimangono cauti. Come dargli torto?

  • Valute, grandi affari per chi ha avuto l’intuizione di puntare sul rublo russo

    Qualche tempo fa, gli analisti di Goldman Sachs suggerirono di puntare sulle così dette “Brics”. Si tratta cioè di alcune valute che non appartengono al paniere principale del Forex. Tra queste valute c’è anche il Rublo russo, che effettivamente continua a rafforzarsi nel Forex market. La scommessa rialzista quindi per il momento funziona.

    rubloQualche giorno fa il numero di posizioni long sulla divisa russa era salito di 18.202 contratti. Si tratta di un volume enorme se si pensa che le posizioni short nel frattempo sono scese a 1.437 contratti (calo del 40%). In quest’ultimo caso siamo ai minimi di due mesi. Nel corso degli ultimi 12 mesi, il rublo si è rafforzato di oltre il 25 per cento contro il dollaro (USD/RUB). Si tratta della migliore performance tra le valute mondiali. Forse fin troppo forte, per poter dire che i suggerimenti che giungono sulle piattaforma possano essere segnali opzioni binarie gratis affidabili.
    Ma per quale motivo i trader stanno puntando al rialzo del rublo?

    Nella logica del carry trade c’è il principio per cui si prende in prestito una valuta con un basso tasso di interesse (che solitamente è una delle divise attinenti alle economie sviluppate) e poi viene reinvestita la somma in un asset a tasso di rendimento più elevato. Generalmente quest’ultima riguarda valute dei mercati emergenti. Proprio questo sta favorendo la spinta verso il rublo.

    Che scenario si prospetta per il rublo nel mercato delle valute

    Sul mercato valutario la divisa russa scambia vicino ai massimi di 20 mesi. Ci troviamo a un valore della coppia con il dollaro che è poco al di sotto di quota 58 secondo i dati della nostra piattaforma forex Bd swiss demo. Nei riguardi dell’euro invece siamo poco sotto quota 61. E inoltre questo rally del rublo va avanti e non sembra avere soste, nonostante la Banca centrale abbia aumentato l’acquisto di dollari a febbraio per ricostituire le riserve monetarie interne. Senza queste manovre, probabilmente il suo valore sarebbe ancora più cresciuto. Ma questo avrebbe destabilizzato gli equilibri economici della Russia.

    A questo punto molto del futuro del rublo si lega all’andamento del petrolio, una voce di ricavo molto importante. Un rublo forte non sostenuto da un forte rialzo dei prezzi del greggio minaccia di creare un grosso buco nel bilancio russo. Se i prezzi del petrolio invece scenderanno, allora il rublo potrebbe crollare nei confronti del dollaro.