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  • De Pierro su condanna Armando Spada, a Federica Angeli è andata meglio che a me

    Il presidente dell’Italia dei Diritti, poliziotto e giornalista, interviene sulla sentenza che punisce con un anno di reclusione il boss di Ostia e racconta l’aggressione ai suoi danni e la clamorosa censura disciplinare della Polizia di Stato, lamentando l’indifferenza della giornalista di Repubblica e neo delegata alle periferie di Roma Capitale nei suoi confronti

    Federica Angeli
    Roma – A più di sette anni dall’evento che, secondo l’accusa, avrebbe visto il noto boss di Ostia Armando Spada minacciare di morte la giornalista di Repubblica Federica Angeli, è arrivata, in primo grado la condanna a un anno di reclusione. La Angeli si recò nello stabilimento gestito da Spada per realizzare un’intervista e le minacce in esame sarebbero state rivolte al suo indirizzo per indurla a cancellare un video realizzato nella circostanza.

    Antonello De Pierro

    Sulla pronuncia sentenziale, che riconosce valida l’ipotesi di reato formulata dalla procura capitolina come tentata violenza privata, è intervenuto il giornalista presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, il quale, anch’egli vittima di un’aggressione con minacce di morte da parte dello stesso esponente del clan Spada, ha tributato alla collega Angeli, da anni sotto scorta, numerose espressioni di solidarietà, fino a dedicarle un premio ricevuto qualche anno fa ad Aprilia, un riconoscimento valoriale che, nell’occasione, aveva rivolto anche al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta.

    Quando viene resa una sentenza che sanziona una condotta criminale — ha dichiarato De Pierro —, sempre che l’attività istruttoria e dibattimentale sia stata espletata correttamente per accertare la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, è sempre una buona notizia. In questo caso purtroppo non riesco a gioire molto, in quanto la giustizia ha in parte perso. Infatti la rubricazione della fattispecie comportamentale riconducibile al reato in esame vedrà abbattersi sulla vicenda processuale la mannaia inesorabile della prescrizione fra non molto tempo. Federica Angeli vive da anni sotto scorta e porta sulla sua pelle le cicatrici inguaribili di un periodo molto duro del suo cammino esistenziale. In ogni caso questa vicenda, che la vede vittima, ha avuto un esito quantomeno accettabile e comunque frutto di un percorso logico e regolare sotto il profilo giuridico, partito dall’acquisizione della notizia di reato, passato dalla disamina valutativa della sua fondatezza durante la fase delle indagini preliminari, approdato al rinvio a giudizio e, dopo la formazione, in sede dibattimentale, di una piattaforma probatoria tale da dare compiutezza al libero convincimento del giudice circa la colpevolezza dell’imputato, giunto alla statuizione sentenziale di condanna “.

    Nel 2007 Armando Spada si recò a casa di De Pierro, accompagnato in macchina da Alfonso De Prosperis, noto imprenditore della lavorazione del ferro a Ostia, e da sua moglie Angela Falqui, minacciando di morte e aggredendo lui e la sua famiglia, per farli desistere dal denunciare dei presunti abusi edilizi, risultati poi reali, con conseguente demolizione di un immobile abusivo, a seguito dell’esercizio di una vocatio in ius di parte in sede civile, nonostante 2 vigilesse di Ostia, Patrizia Sgueglia ed Emanuela Spito, non li avessero notati arrivando a dichiarare che era tutto regolare.

    Io e mio fratello abbiamo sentito colpire il cancello — ricorda il leader dell’Idd ed ex direttore di Radio Roma — e abbiamo visto un uomo che non conoscevamo, accompagnato da Alfonso De Prosperis e Angela Falqui, quest’ultima proprietaria di un immobile dove erano in corso dei lavori imponenti per i quali avevamo presentato più esposti sempre caduti nel vuoto, che ha iniziato a minacciarci di morte e quando siamo scesi in strada ci ha colpiti, mio fratello anche con un bastone. Abbiamo saputo in seguito che si trattava del famigerato boss Armando Spada, lo stesso che ora è stato condannato per le minacce a Federica. Quando giunse sul posto una volante del commissariato di Ostia successe qualcosa quantomeno di strano. I componenti della pattuglia si rifiutarono di sequestrare il bastone con cui il criminale aveva colpito mio fratello, nonché di perquisirlo dopo che avevo loro riferito che a un certo punto lo stesso aveva portato la mano alla tasca come per estrarre un coltello. L’ipotesi era verosimilmente fondata alla luce del fatto che l’esponente mafioso qualche tempo dopo era stato arrestato in quanto aveva tagliato la gola a una persona con un’arma da taglio“.

    A quanto pare il criminale avrebbe desistito dopo che il massimo esponente del movimento Italia dei Diritti, che era anche un poliziotto e storico sindacalista, prima del Siulp e poi della Uil Polizia, si sarebbe qualificato come appartenente alla Polizia di Stato.

    E’ incredibile e paradossale — continua De Pierro — che il procedimento penale avviato con la nostra denuncia, con un’informativa di P.G. redatta presso il commissariato di Ostia, sia stato affidato alla competenza decisionale del Giudice di Pace e sia finito vittima della mannaia della prescrizione prima che venisse esperita alcuna istruttoria dibattimentale. E’ questo il punto che non ho mai compreso e ancora mi perdo in una buia vallata di ipotesi. Federica Angeli, anni dopo l’episodio che mi ha visto vittima di Armando Spada, viene minacciata di morte dallo stesso personaggio. Una cosa gravissima che suscita giustamente l’indignazione di tutti e l’intervento deciso delle istituzioni. A Federica viene assegnata la tutela per motivi di sicurezza e ancora oggi mi risulta che goda di una sacrosanta protezione. Si giunge a un processo e ora possiamo registrare la sentenza di condanna, anche se di fatto inutile sotto il profilo pratico della pena da scontare da parte del condannato. Io e mio fratello, non solo siamo stati minacciati di morte, ma anche malmenati in concorso, con tanto di attestazione e previsione prognostica di un referto clinico, ma come legittimato a conoscere della vicenda viene individuato il Giudice di Pace e il procedimento addirittura viene inghiottito dalla palude della prescrizione prima ancora di far registrare alcuna istruttoria dibattimentale. Ma rispetto alla vicenda che coinvolge Federica nel mio caso c’è di più. Lei può solo, come chiunque creda nello stato di diritto, esprimere una cocente delusione per un procedimento che, causa la decorrenza dei termini prescrizionali, si ferma a una condanna in primo grado. Una disillusione con cui ho dovuto fare i conti anch’io e ciò sarebbe stato davvero poca cosa rispetto al detrimento che è stato arrecato alla mia persona e alle conseguente devastanti che mi hanno travolto. I signori De Prosperis e Falqui, i quali avevano accompagnato sotto casa mia, con la loro autovettura, il boss Spada per porre in essere l’atto intimidatorio in parola, presentarono una denuncia – querela contro di noi, probabilmente per attenuare la presenza ingombrante dello Spada, in cui si lasciarono andare ad affermazioni che sfidavano apoditticamente e senza alcun pudore le punte più alte del ridicolo, almeno per chi abbia il dono del buon senso e dell’obiettività valutativa. Dichiararono grottescamente che ‘il sig. Spada’ fu fatto nascondere nell’autovettura per evitare un suo coinvolgimento nell’aggressione che io e mio fratello avevano posto in essere contro di loro. In pratica chi aveva accompagnato in macchina il boss mafioso per minacciarci e aggredirci lamentava che noi avevamo usato violenza contro di loro e avevano fatto nascondere quest’ultimo, immagino molto spaventato, per non coinvolgerlo e proteggerlo dalla nostra aggressione.

    Per ciò che riguarda il bastone servito per colpire mio fratello, il suo utilizzo nella bizzarra e fantasiosa ricostruzione dei denuncianti era cambiato. In base alla loro versione dei fatti era servito all’esponente mafioso Spada per difendersi da un ‘pericoloso animale’ che io gli avrei aizzato contro, con riferimento a un cane di sei mesi di vita, peraltro di mio fratello, che era uscito dall’abitazione saltellando inoffensivamente come qualsiasi cucciolo di quell’età è abituato a fare.

    La relativa informativa di P.G., redatta presso la caserma dei Carabinieri di Casal Palocco e firmata dal maresciallo Giuseppe Liguori, allora comandante di stazione, indicò Armando Spada, autore dell’intimidazione mafiosa, come teste, ma non vennero riportati i suoi dati anagrafici (luogo e data di nascita), né fu scritto nulla sulla sua nota caratura criminale. Il conseguente procedimento penale che vedeva indagati me e mio fratello, con l’unica ‘colpa’ di aver subito un’aggressione da parte di un noto membro di vertice nella gerarchia di un clan malavitoso, non fece registrare alcuna istruttoria dibattimentale e fu inghiottito dalle sabbie mobili della prescrizione.

    E per quanto fosse già abbondantemente paradossale quanto accaduto fino a quel momento, al pieno trionfo dell’assurdo non avevamo ancora assistito e mai avrei creduto che potesse accadere quanto si verificò successivamente, un’altra surreale vicenda che si incardinò nel vergognoso divenire fenomenico che si era dispiegato fino a qual momento, raggiungendo livelli di illogicità e irrazionalità ardui solo da ipotizzare per chi, come me, ha fatto della giustizia,della legalità e dell’etica un modus vivendi imprescindibile e immarcescibile nel suo percorso esistenziale. E invece no. Non mi era bastato quanto già occorsomi, una circostanza che da anni mi fa vivere col cuore stretto nel terrore, quello che Federica ha in parte mitigato con la tutela assegnatale. Nel mio caso chi avrebbe dovuto difendermi, o quantomeno preoccuparsi, anche solo umanamente di ciò che stavo vivendo, ha segnato per sempre il mio cammino biologico e professionale nella Polizia di Stato“.

    Infatti De Pierro, poliziotto presso la Polizia di Frontiera di Fiumicino, per quei fatti ha subito un processo disciplinare con richiesta di destituzione. Senza ombra di dubbio può risultare strano e surreale, una trama filmica dello sceneggiatore più fantasioso, ma purtroppo e la triste realtà in cui si è trovato catapultato il reporter romano, noto anche per il suo impegno politico nelle istituzioni (è capogruppo dell’Italia dei Diritti, presso il Comune di Roccagiovine e nella Comunità Montana dell’Aniene, attualmente in liquidazione commissariale per favorire la trasformazione in Unione dei Comuni Montani, e consigliere in seno al consiglio dell’Unione dei Comuni Valle Ustica, nel territorio della Città Metropolitana di Roma Capitale, dove il movimento da lui presieduto conta ben 25 amministratori eletti).

    Il dott. Tiziano Vetro, allora direttore della V Zona della Polizia di Frontiera di Fiumicino (parliamo del dicembre 2016), ha evidentemente ritenuto attendibili le strambe dichiarazioni di chi ha accompagnato il boss Spada in auto per aggredire l’agente – giornalista e l’ha deferito al Consiglio Provinciale di Disciplina. La funzionaria istruttrice Eva Claudia Cosentino, nominata dall’allora questore di Roma Nicolò D’Angelo, pur essendo stata resa compiutamente edotta sulla circostanza dell’aggressione di stampo mafioso, insistette per la rubricazione dell’estrema censura disciplinare individuata nella destituzione dai ruoli. Il Consiglio Provinciale di Disciplina, presieduto dal vice questore vicario Giovanni Battista Scali, lo ritenne comunque meritevole di sanzione, derubricata però in deplorazione, una proposta avallata e resa definitiva dal capo della Polizia Franco Gabrielli. Risultato: carriera bloccata. Infatti l’approdo decisionale compresse ogni opportunità di avanzamento carrieristico e di miglioramento economico per il numero uno dell’Idd e ne ha determinato l’esclusione dal concorso per l’accesso alla nomina di vice ispettore.

    E’ innegabile che le ragioni della logica più elementare, contro le quali ha cozzato inesorabilmente nella congiuntura, si ribellano categoricamente di fronte a un provvedimento in cui la vittima di un’aggressione mafiosa, poliziotto, invece di essere tutelata, viene perseguita e punita come se fosse colpevole dalla Polizia di Stato, che la sanziona disciplinarmente.

    E’ lapalissiano — riprende De Pierro — che ogni criterio di diritto e di giustizia in questa circostanza sia spirato inesorabilmente e abbia dato vita al trionfo dell’iniquità più illogica e inspiegabile. Tanto più che dopo la notifica dell’inizio del procedimento sono stato inviato presso il Dipartimento Militare di Medicina Legale di Roma – Cecchignola al fine di verificare la mia idoneità, sotto il profilo clinico, al servizio, con il quesito diagnostico riferibile ad ansia reattiva situazionale, direi fisiologica nell’immediatezza della palese ingiustizia che mi ha visto vittima. Dopo un lungo periodo di convalescenza, a spese dei corpi collettivi, sono stato giudicato idoneo al servizio. A seguito delle notifiche dei provvedimenti che hanno suonato il de profundis per il mio avanzamento professionale e per ogni miglioramento economico, compresa l’esclusione dal concorso per accedere alla qualifica di vice ispettore, è stato deciso un nuovo invio presso la Cmo. Altro lungo periodo in malattia, sempre a carico della collettività, che avrebbe certamente evitato di pagare un dipendente in malattia se un bel giorno il dott. Tiziano Vetro non avesse attribuito affidabilità alle dichiarazioni di persone in rapporti con un famigerato clan malavitoso, peraltro senza alcun supporto istruttorio-dibattimentale, e avesse deciso di censurare disciplinarmente la vittima di un agguato mafioso, e poi è giunta la statuizione di non idoneità al servizio. Tradotto in termini pratici significa pensione baby a poco più di 50 anni sulle spalle di chi è costretto, dalle norme in vigenza sulla quiescenza, ad andare in pensione a 67 anni. Non potevo assolutamente accettare, sotto il profilo etico e morale, una cosa simile a danno dei cittadini, anche perché non solo io, ma chiunque mi conosce sa perfettamente che l’asserita ansia persistente da eventi stressanti, peraltro nel caso cagionata da una vicenda disciplinare che non avrebbe mai dovuto esistere in una dimensione valutativa di corretta applicazione della logica,prima che del diritto, tale da pregiudicare la mia efficienza operativa in servizio, è ben lontana dal mio reale stato clinico. Per di più, con mio sommo stupore, ho scorto tra le righe del verbale di riforma che io avrei, a loro dire, scarsi rapporti sociali, una circostanza che, con tutto il rispetto, mi fa ritenere inattendibile l’intera statuizione della Commissione Medica Ospedaliera della Cecchignola. Su questo mi piacerebbe che chi ha formulato tale assurdità circa i miei tratti di personalità, agevolmente confutabili da una semplice ricerca su qualsiasi motore di ricerca, a conferma della mia intensa e perpetua attività pubblica, si assuma le sue responsabilità e spieghi pubblicamente come sia giunto a tale conclusione tragicomica, che sta suscitando sonore risate da parte di chiunque ne venga a conoscenza.

    Ora la pronuncia decisionale afferente alla mia idoneità al servizio, affinché non venga confermata l’attuale posizione che mi vede un baby pensionato a spese di chi dovrà, ahimè, suo malgrado, lavorare fino a età avanzata per pagare il mio trattamento di quiescenza, passa alla Commissione Interforze di II Istanza, che ha sede presso l’Ospedale Militare Celio di Roma ed è attualmente presieduta dal Brigadier Generale Mauro De Fulvio, l’organo di gravame deputato a conoscere dei ricorsi avverso le decisioni assunte dalle varie Cmo dislocate sul territorio nazionale, che ho adito nella speranza di veder riformare, melius re perpensa, la deliberazione promanante dai medici della Cecchignola e sancire il mio rientro in servizio, purtroppo con un pregiudizio incommensurabile in termini di progressione carrieristica ed economica, effetto dispiegato dal provvedimento assunto nei miei confronti, reo semplicemente di essere stato vittima di un’intimidazione mafiosa da parte del boss Armando Spada.

    E’ questa la grande differenza che intercorre tra me e Federica Angeli. Lei ha potuto assistere al processo contro chi l’avrebbe minacciata. A me, non solo non è stato concesso ciò che dovrebbe essere logico in uno stato di diritto, ma ho addirittura dovuto subire conseguenze paradossali per aver denunciato. Colgo l’occasione di esprimere nei confronti di Federica il mio rammarico per non aver ricevuto mai una parola di conforto e solidarietà da parte sua in merito alla vicenda di cui sono stato e sono ancora vittima, cosa che io ho fatto, com’è noto, in più occasioni al suo indirizzo. E se prima ciò era un auspicio e un legittimo desiderio, purtroppo mai soddisfatti, ora, in virtù della sua recente nomina istituzionale in qualità di delegata alle periferie, è una pretesa, da cittadino romano legato alla sua città e paladino della legalità e della giustizia. In virtù della sua figura di personaggio antimafia esprima pubblicamente il suo parere sulla vicenda che vede me e la mia famiglia vittima di persone in rapporti con il clan Spada, dello stesso boss Armando Spada e di vari personaggi istituzionali che spesso hanno favorito, con le loro omissioni ai nostri danni, il clan stesso. E naturalmente sarebbe auspicabile anche che spendesse qualche parola sulle grottesche e gravissime conseguenze di tutto ciò sulla mia attività di poliziotto.

    Questa è una richiesta che rivolgo anche alla sindaca Virginia Raggi, peraltro originaria di Roccagiovine, il comune dove siedo in consiglio comunale, la quale ha dichiarato, in occasione della condanna nei confronti di Armando Spada, di essere ‘sempre al fianco dei cittadini che denunciano e combattono con noi contro la criminalità’. Ebbene non mi risulta di averla mai vista al nostro fianco in questa battaglia per la legalità, né che abbia mai speso una sola parola in merito, pur essendo stata resa edotta più volte in merito alla kafkiana vicenda. Come non ho mai scorto la sua presenza in via Peio, all’Infernetto, per verificare al civico 34 le clamorose omissioni di 2 vigilesse capitoline, le quali, come ho già ampiamente dimostrato, sono riuscite a non vedere lapalissiani abusi perpetrati da persone in rapporti col clan Spada, asserendone peraltro addirittura la regolarità. Il tempo dei proclami è terminato. Alle parole auspicheremmo che seguissero azioni concrete, perché ogni denuncia rimasta inascoltata da parte di vittime di mafia, non solo è una sconfitta per le istituzioni democratiche e per tutto il parenchima sociale sano, ma è un regalo indiretto che si porge su un piatto d’argento allo stesso sistema mafioso, che si autoalimenta, purtroppo, grazie alle complicità reciproche con cellule deviate presenti, come spesso inchieste giudiziarie o giornalistiche mettono in luce, nell’apparato amministrativo. Decontaminare le istituzioni dalle infiltrazioni imponenti e pervasive che le hanno messe sotto scacco è una priorità imprescindibile e improcrastinabile, se vogliamo sperare nella palingenesi capitolina. In tal senso la sfida vincente del futuro risiede in un percorso di edificazione collettiva nel terreno della legalità“.

  • Italia dei Diritti, De Pierro nomina Oscar Tortosa vice presidente

    Il presidente del movimento ha scelto con convinzione: “E’ stato dalla prima ora una figura molto affidabile per il nostro movimento, che ha sostenuto con coerenza e impegno ogni battaglia. La sua storia politica non ha bisogno di commenti e credo fosse la persona più adatta per ricoprire il ruolo

    Oscar Tortosa e Antonello De Pierro

    Roma – Sarà l’on. Oscar Tortosa il nuovo vice presidente del movimento politico Italia dei Diritti. La carica è rimasta vacante per qualche anno per scelta del presidente Antonello De Pierro, al quale spetta il compito di individuare la persona giusta e procedere all’investitura.
    Oscar Tortosa

    Tortosa, ex assessore del Comune di Roma per moltissimi anni e consigliere regionale del Lazio, era già parte integrante dell’organizzazione politica facente capo al giornalista romano come responsabile nazionale per la Politica Interna. Oggi la decisione di De Pierro di volerlo al suo fianco nella gestione del movimento, che appare in buona salute e in costante crescita, è dettata dal fatto di voler dare linfa vitale a una realtà associativa in continua espansione puntando sulla grande esperienza di un politico di lungo corso. Dopo i verdetti emessi dalle urne in occasione delle ultime elezioni, 14 consiglieri eletti in ben 7 comuni, oltre a un numero elevato in quota Idd in altre liste, erano e sono attesi grandi cambiamenti nell’organigramma dirigenziale.
    Oscar Tortosa e Antonello De Pierro

    Oscar Tortosa è stato dalla prima ora una figura molto affidabile per il nostro movimento — ha spiegato De Pierro —, che ha sostenuto con coerenza e impegno ogni battaglia. La sua storia politica non ha bisogno di commenti e credo fosse la persona più adatta per ricoprire il ruolo. Dopo gli ultimi risultati elettorali che, alle amministrative, hanno fatto registrare una crescita esponenziale per il movimento che sono onorato di presiedere, nonostante la ricusazione della lista alle consultazioni europee solo perché penalizzati da norme ingiuste e inique, avevo bisogno di rafforzare l’Ufficio di Presidenza, che per un lungo lasso temporale è rimasto ancorato solo alla mia figura. Mi piace confessare che non è stato facile convincerlo ad accettare. Negli ultimi anni Oscar ha sempre insistito per dare spazio ai giovani, a cui affida la speranza per una palingenesi di un quadro istituzionale disastroso. Un assunto concettuale che mi vede assolutamente d’accordo, ma che non può far prescindere dall’affidare la cura formativa delle nuove leve a chi ha un bagaglio esperienziale tale da aver scritto pagine importanti negli annali della storia politica peninsulare. Oscar è l’emblema della teorizzazione appena espressa e rivendico con orgoglio la sua nomina. Mi dà un notevole sussulto emozionale pensare all’entusiasmo con cui si è messo subito al lavoro, che ha già tracciato la previsione di grandi novità evolutive. Nelle prossime ore credo che annunceremo le prime notizie di rilievo“.

    (Foto di Pino Briotti)

  • De Pierro, auspico un governo con Di Maio e Salvini

    Il presidente dell’Italia dei Diritti: “Gli italiani hanno affidato loro il consenso decretando che fossero i vincitori delle elezioni politiche ed è giusto che governino. In democrazia funziona così. Però voglio che dimostrino di non aver preso per il culo gli elettori e cancellino immediatamente la legge Fornero. Poi realizzino la più grande illusione della storia politica italiana, il reddito di cittadinanza. Mi viene davvero da ridere e sono troppo curioso di guardare il signor Salvini risolvere quello che chiama il problema migranti

    Antonello De Pierro
    Roma – “Gli italiani hanno affidato loro il consenso decretando che fossero i vincitori delle elezioni politiche ed è giusto che governino. In democrazia funziona così. Se il Centrosinistra non ha saputo soddisfare le esigenze e rispondere alle istanze dell’elettorato e questo l’ha punito ritengo che meriti di restare all’opposizione“.

    E’ quanto ha dichiarato il presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, riferendosi al leader del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio e a quello leghista Matteo Salvini, in afferenza al risultato sancito dalle urne e in vista delle imminenti consultazioni per l’affidamento del mandato da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la formazione del nuovo governo che dovrebbe guidare il paese.

    Antonello De Pierro

    Auspico pertanto — ha aggiunto — che il prossimo esecutivo sia espressione delle forze politiche che fanno capo a Di Maio e Salvini semplicemente perché sono i numeri a dirlo. La loro è indubbiamente una vittoria figlia del peggior populismo mai espresso nel Dopoguerra, ma se i cittadini hanno creduto alle promesse fantascientifiche sbandierate senza pudore di sorta è anche perché c’é stato un manipolo di politicanti che ha deluso le aspettative di chi aveva concesso loro la fiducia. Noi siamo contro il populismo, che riteniamo dannosissimo per il paese, ma non possiamo accettare una casta politica che, pur dichiarandosi paradossalmente di sinistra, ha calpestato i diritti delle cellule più deboli del nostro parenchima sociale e favorito i poteri forti, disorientando pertanto parte dei cittadini, che hanno votato irrazionalmente, sotto la spinta irrefrenabile della disillusione, se non della disperazione“.

    Poi il leader dell’Italia dei Diritti, noto anche, suo malgrado, per essere stato il primo giornalista minacciato e aggredito da un membro del clan Spada di Ostia, prima della reporter di Repubblica Federica Angeli e dell’inviato Rai Daniele Piervincenzi, avendo subito un’aggressione da parte del famigerato Armando Spada, cugino di Roberto, accompagnato sotto casa sua dal noto imprenditore della lavorazione del ferro Alfonso De Prosperis e da sua moglie Angela Falqui, affonda sugli impegni assunti da Di Maio e Salvini durante la campagna elettorale: “E’ davvero deprimente prendere atto dell’humus subculturale in cui affoga parte del popolo italiano, quell’Italietta delle casalinghe di Voghera, o forse sarebbe meglio collocarle nell’immaginario comune in qualche cittadina del Sud, che trascorre le giornate davanti ai miti di cartone dei reality. E’ quel tessuto peninsulare che furbescamente è stato individuato, con le dovute differenze, da Di Maio e Salvini, come esca per la loro pesca consensuale, sapendo di gettare a colpo sicuro l’amo della demagogia su pesci fregnoni e creduloni da poter nutrire e catturare con la speranza di promesse evanescenti. Perché è d’ignoranza che si ciba il populismo. Vedere Salvini eletto in Calabria mi fa inorridire e non credo ci sia bisogno di spiegare il perché, almeno a chi riesce a elaborare idee di senso compiuto. Ma credo anche che chi vince ha ragione, anche se è la nostra povera Italia che ne farà le spese. E pertanto, lo ripeto, dovranno essere loro a governare. E poco m’importa del braccio di ferro ingaggiato per la premiership. Però, chiunque riesca a spuntarla per sedere sullo scranno più alto di Palazzo Chigi voglio che dimostrino di non aver preso per il culo gli elettori e cancellino immediatamente la legge Fornero. Poi realizzino la più grande illusione della storia politica italiana, il reddito di cittadinanza, che è una presa in giro già dal nome. Il reddito di cittadinanza è tutta un’altra cosa, ma forse a loro piaceva tanto questo espressione linguistica. Comunque per attivare quello che loro chiamano così, ma in realtà sarebbe una specie di sussidio di disoccupazione, un reddito minimo garantito, quello che gli inglesi chiamano basic income, bisognerebbe azzerare tutta la spesa sostenuta dalla apparato statale per la sanità, per la scuola e per l’università. E sarebbero ancora a metà dell’opera. Perché servirebbe ancora una copertura finanziaria pari al doppio. Credo che il risveglio sarà amaro per chi ha creduto alle fandonie pentastellate e si è fatto anestetizzare la coscienza dai proclami di Luigino Di Maio. Ma mi viene davvero da ridere e sono troppo curioso di guardare il signor Salvini risolvere quello che chiama il problema migranti, dimenticando però che la previsione legislativa attualmente in vigenza porta il nome di Bossi-Fini ed è la peggiore che sia stata mai varata. E proprio questo dettato normativo è la risultanza di un lungo periodo in cui la Lega è stata al governo del paese, ma mi pare che mai sia riuscita ad affrontare il fenomeno in maniera efficace, anzi ha votato un provvedimento che è riuscito solo a peggiorare le cose“.

  • De Pierro, per Touadi non mi sono candidato in Umbria

    Il presidente dell’Italia dei Diritti ha rinunciato alla candidatura alla Camera dei Deputati nel collegio umbro con Civica Popolare per accettare il coordinamento della campagna elettorale del candidato alla presidenza della Regione Lazio
    Antonello De Pierro e Jean-Léonard Touadi

    Roma – Ha fatto notizia nei giorni scorsi la rinuncia del presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro a candidarsi per un seggio alla Camera dei Deputati.

    Il leader del movimento aveva stretto un accordo con Beatrice Lorenzin per inserire vari esponenti del movimento da lui presieduto nelle liste di Civica Popolare, la formazione che fa capo alla ministra della Salute, ma in extremis proprio lui aveva desistito dal correre per optare a favore del coordinamento della campagna elettorale di Jean-Léonard Toaudi, candidato alla carica di governatore del Lazio con lo stesso partito.

    Infatti, quando Touadi, con cui intrattiene rapporti amicali e di reciproca stima da molti anni, gli ha rivolto la richiesta, De Pierro non ha esitato ad accettare l’incarico propostogli, ritirando il suo nome dalla lista. Oggi ha deciso di parlare dell’episodio e si dice felice per la scelta fatta, maturata al di là di ogni calcolo politico solo per una questione di amicizia e di apprezzamento nei confronti dell’ex assessore capitolino della giunta Veltroni e deputato per l’Idv e per il Pd, ma si dice rammaricato per non aver potuto partecipare nella regione che aveva scelto, ossia l’Umbria: “Quando ho deciso di candidarmi non ho avuto dubbi.

    Ho scelto di farlo in Umbria. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto è un territorio che amo moltissimo e ogni volta che mi è possibile ci faccio un salto, senza stancarmi mai di ammirare le sue bellezze naturali, storiche e architettoniche, restandone estasiato. In secondo luogo perché amo gli umbri, gente laboriosa, cordiale e umile, un esempio per chiunque. Non posso poi tralasciare una ragione prettamente politica. L’Italia dei Diritti, nella regione di san Francesco d’Assisi e di santa Rita da Cascia, gode di un notevole consenso, maturato anche grazie all’avvincente campagna elettorale che abbiamo condotto in occasione delle ultime consultazioni regionali, con candidato presidente Giampiero Prugni, che purtroppo da qualche tempo ci ha lasciati. Anche se la lista è saltata proprio in sede di presentazione, per un disguido legato all’assenza di un atto nel fascicolo documentale consegnato, il 3% che ci assegnavano i sondaggi era emblematico circa il lavoro programmatico e aggregativo svolto. Auspico presto di lavorare nuovamente in prima persona per questa straordinaria terra, che quando ci ritorno mi emoziona sempre come fosse la prima volta”.

  • Clamoroso passo indietro di De Pierro, sarà coordinatore campagna elettorale di Touadi

    Il presidente dell’Italia dei Diritti, che nei giorni scorsi aveva stretto alleanza con Beatrice Lorenzin, ha rinunciato a correre per un seggio alla Camera e ha risposto alla chiamata dell’amico candidato alla presidenza della Regione Lazio

    Antonello De Pierro e Jean-Léonard Touadi

    Roma – Ha del clamoroso il passo indietro fatto dal presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, candidato alla Camera dei Deputati con la lista Civica Popolare, dopo l’accordo stretto con la ministra della Salute Beatrice Lorenzin. Il patto resta comunque in piedi e il movimento, rispettando l’annunciata confluenza per le elezioni politiche e regionali, sosterrà lo stesso Cp in tutta Italia.

    Ma la scelta di De Pierro si consuma nel Lazio, dove l’Italia dei Diritti aveva scelto di correre da sola alle regionali con il responsabile provinciale di Roma Carlo Spinelli candidato a governatore, a cui ha chiesto di rinunciare per partecipare alla competizione come aspirante consigliere nelle file del partito di Lorenzin. E qui la vicenda esce in parte dalle stanze della politica e abbraccia il terreno dell’amicizia, della stima, dei rapporti umani. La molla decisionale scatta quando viene rivelata la candidatura alla presidenza della Regione Lazio di Jean-Léonard Touadi, un personaggio capace e carismatico, ma soprattutto onesto, con cui il leader dell’Italia dei Diritti ha da lungo tempo un legame amicale e di mutuo apprezzamento. E soprattutto quando il neo candidato governatore gli chiede di assumere il coordinamento della sua campagna elettorale De Pierro non ha indugi. Rinunciare alla possibilità di accedere a uno scranno in Parlamento non è un problema se si crede fermamente in certi fondamenti valoriali. E la storia personale e politica di Touadi è in perfetta sintonia con quella di un paladino della legalità come il numero uno del movimento che ha fatto dell’appello al rispetto dei diritti individuali e collettivi il suo vangelo. Le linee programmatiche da esplicitare nella campagna elettorale di Civica Popolare sono imperniate proprio sulla lotta alla corruzione e alla mafia, nel trionfo di quella legalità che è la piattaforma edificante di un parenchima sociale sano. Quella corruzione che De Pierro combatte da sempre con tutte le sue forze. I suoi diciotto incatenamenti per ottenere la rotazione intermunicipale periodica (risultato raggiunto) dei vigili urbani capitolini per prevenire ogni tentazione corruttiva, fanno ormai parte integrante della storia della Roma recente. O la battaglia per la giustizia combattuta contro persone in rapporti con il clan Spada di Ostia, tanto da accompagnare il boss Armando, già agli arresti domiciliari e destinatario di un ordine di custodia cautelare in carcere proprio nei giorni scorsi con contestazione del 416 bis c.p., a minacciarlo di morte e aggredirlo per indurlo a non proseguire nel denunciare degli abusi a carattere edilizio da parte di persone a lui care. Un episodio che gli ha fatto guadagnare il triste e non invidiabile primato di primo giornalista aggredito dal clan, a cui hanno fatto seguito le minacce a Federica Angeli, che vive sotto scorta, e l’arcinota testata data da Roberto Spada a Daniele Piervincenzi.

    De Pierro spiega i motivi della scelta di sposare la causa elettorale di Toaudi: “Conosco Jean-Léonard da un cospicuo lasso temporale. Il sentimento nutrito da sempre nei suoi confronti è racchiuso tutto nella parola stima. Stima per il politico Touadi, stima per l’uomo Touadi. Due facce della stessa medaglia che, coniugate tra loro, partoriscono un’attività volta costantemente all’ottimizzazione dei corpi collettivi. E’ una peculiarità che dovrebbe essere fisiologica per chi ambisce agli scranni istituzionali, ma purtroppo, tra populismo, demagogia e addirittura becero sciacallaggio, sul proscenio è cosa rara da scorgere. Jean-Léonard incarna quella figura che dovrebbe essere eletta a emblema valutativo per l’idoneità a ricoprire ruoli politici. Mi sembrava doveroso rispondere alla sua chiamata sacrificando una candidatura. Ho semplicemente risposto al comando imperioso del senso dello stato, che alberga costantemente in me. Poter coordinare il lavoro arduo che ci accingiamo a intraprendere è un onore oltre che un piacere per me. Il suo impegno in politica è stato sempre segnato da un forte impegno per l’affermazione della legalità. Un paradigma concettuale che noi propugniamo da sempre, specie quando ci siamo accorti di dover fare costantemente i conti con un sistema inquinato, purtroppo trasversale, che si autoalimenta con biunivoche connivenze, che travalicano qualsivoglia steccato ideologico o senso della funzione da parte di funzionari pubblici, sempre, purtroppo, in nome del tornaconto personale. Intorno a questo apparato ruota spesso una lapalissiana realtà di disagio e di disperazione sociale. E se da un lato questi signori la relegano ai margini dei loro interessi ufficiali, dall’altro, con ributtante cinismo, con paradossale impudenza, ci intingono il pane. Se vogliamo almeno sperare di assistere un giorno alla palingenesi della nostra amata Italia, dobbiamo profondere le nostre energie affinché il nostro impegno si indirizzi, con priorità assoluta, a decontaminare l’apparato istituzionale dalle pervasive propaggini metastatiche che l’hanno messo sotto scacco. Dobbiamo restituire al corpo sociale, e quindi elettorale, quegli ideali e speranze che sono naufragati sugli scogli della malagestione della cosa pubblica. E questo naufragio genera quella pericolosa disillusione che erutta purtroppo nel voto di protesta, diventando terreno fertile di caccia per chi cerca di racimolare consensi con l’esercizio di una retorica populista e qualunquista, che spesso addirittura scivola nello sciacallaggio, condotta che ha davvero poco a che vedere con una sana politica. Queste manifestazioni comportamentali purtroppo anestetizzano le coscienze e coartano l’autodeterminazione del corpo elettorale. Ed è cosa nota che il sonno delle coscienze può generare mostri. E’ questa la sfida che ho sempre scelto di giocare da presidente dell’Italia dei Diritti, che avevo scelto di giocare da candidato alla Camera con Civica Popolare e ora al fianco di Jean-Léonard Touadi, per ridare la capacità di autodeterminazione alle persone, perché ciò significa restituire loro la dignità, che il potere di pochi eletti ha spesso schiacciato, marciandoci sopra con i cingoli dell’arroganza. Per concludere vogliamo dare una ‘nuova casa al civismo’, per dirla con le parole tanto care a Jean-Léonard“.

  • Antonello De Pierro felice per la candidatura di Touadi alla Regione Lazio

    Il presidente dell’Italia dei Diritti e candidato alla Camera dei Deputati con Civica Popolare: “Beatrice Lorenzin non avrebbe potuto operare una scelta migliore. Jean-Léonard è una delle migliori figure che il panorama politico offre attualmente”

    Roma – “Esterno la mia massima espressione di felicità per la candidatura a presidente della Regione Lazio di Jean-Léonard Touadi. Beatrice Lorenzin non avrebbe potuto operare una scelta migliore”.

    Antonello De Pierro

    E’ con queste parole che il presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, candidato alla Camera dei Deputati con Civica Popolare, ha accolto l’annuncio della ministra della salute e leader di Cp Beatrice Lorenzin, di aver deciso di designare come aspirante governatore del Lazio, collegato alla sua lista, Jean Léonard Touadi, ex assessore comunale di Roma della giunta Veltroni ed ex deputato eletto nelle file dell’Italia dei Valori.

    Jean-Léonard Touadi

    Infatti il numero uno dell’Italia dei Diritti e il neo candidato si conoscono proprio dai tempi dell’elezione in Parlamento di Touadi con la lista dell’Idv, partito presso cui De Pierro ricopriva il ruolo di capo ufficio stampa delle segreterie romana e regionale del Lazio.

    “Jean-Léonard è una delle migliori figure che il panorama politico offre attualmente — ha continuato il candidato alla Camera — nutro per lui profondi stima e affetto, sentimenti che sono rimasti immutati nel tempo. E’ un concentrato di competenza politica, cosa che nel frangente epocale che stiamo vivendo credo sia un requisito fondamentale, di onestà indiscussa, di spessore culturale, di umanità e soprattutto di quell’umiltà genuina e spontanea che solo i grandi sanno far trasparire. Il suo eloquio forbito e raffinato, è capace di arrivare al cuore della gente con estrema facilità, grazie anche ai suoi modi espressivi molto rassicuranti. Sono certo che per le regionali ci sarà una campagna elettorale molto interessante e combattuta. La figura di Jean-Léonard è nettamente superiore, per lo scranno più alto della Regione, a quelle degli altri candidati. I vari Zingaretti, Lombardi e Parisi avranno filo da torcere nel contendere a lui la carica”.

  • Antonello De Pierro stringe alleanza con Beatrice Lorenzin e si candida alla Camera

    L’accordo raggiunto tra Italia dei Diritti e Civica Popolare rafforza la neonata formazione politica guidata dalla ministra della Salute e spiazza quelle liste che hanno corteggiato invano il movimento presieduto dal giornalista romano

    Antonello De Pierro

    Roma – Dopo attente valutazioni e varie trattative, il direttivo nazionale dell’Italia dei Diritti, presieduto dal presidente e fondatore Antonello De Pierro, ha scelto con chi stringere l’alleanza per correre alle prossime elezioni politiche per il rinnovo dei membri della Camera dei Deputati e del Senato. Dopo aver depositato il simbolo identificativo del movimento presso il Viminale, rubando il tempo a Fratelli D’Italia e Partito Democratico nella corsa per arrivare a vedere affisso per ultimi il proprio contrassegno sulla bacheca del dicastero dell’Interno, si è proceduto alla definitiva formulazione decisionale sulla formazione politica su cui convergere. Infatti era già stato deciso da tempo che l’Italia dei Diritti non avrebbe partecipato col proprio simbolo a livello nazionale, mentre aveva annunciato da tempo la propria corsa solitaria alla Regione Lazio, schierando come candidato presidente il responsabile provinciale di Roma Carlo Spinelli.
    Beatrice Lorenzin
    L’accordo è stato raggiunto, già mercoledì scorso, con Civica Popolare, la compagine che vede il suo leader nella ministra della Salute Beatrice Lorenzin, ma per scelta del presidente De Pierro solo ora viene reso noto. L’intesa trovata avrà conseguenze anche sul piano regionale laziale, dove il numero uno del movimento ha chiesto all’aspirante governatore del Lazio di fare un passo indietro e candidarsi nella lista schierata da Lorenzin. A questi sarà collegata, in quota Italia dei Diritti, Livia Celardo, la giovane economista e ricercatrice universitaria figlia di Carmine, uno degli esponenti storici del movimento, che per ovvii motivi resterà ai box.

    Per De Pierro, candidato alla Camera dei Deputati, è stata un’ottima convergenza programmatica e d’intenti come egli stesso spiega: “Dopo aver valutato attentamente l’offerta politica del momento, naturalmente circoscritta all’alveo del centrosinistra, che da sempre è la nostra collocazione naturale, nel ventaglio di possibilità esaminate non abbiamo nutrito alcun dubbio quando ci siamo imbattuti nelle proposte concrete di Civica Popolare. La disamina analitica era terminata. Da sempre impegnati nella tutela dei diritti delle cellule più deboli del parenchima sociale, spesso calpestate e mortificate dal potere e dall’arroganza di pochi eletti, abbiamo trovato qui una piattaforma ideale per edificare e corroborare le nostre linee programmatiche e un humus fertile per coltivare e preservare i nostri principi fondanti informati in particolar modo alla legalità, alla giustizia e soprattutto all’etica. Da sempre fedeli a una frase di Cesare Pavese, eletta a illuminante esempio, che diceva ‘Non bisogna andare incontro al popolo, ma essere popolo”, è quello che abbiamo sempre propugnato per la tutela dei corpi collettivi. E cosa c’è di meglio del binomio civica e popolare per dare senso compiuto ai prefati assunti concettuali? Il riferimento ai cives e al popolo credo siano l’espressione ideale per orientarsi verso l’interesse degli italiani. Quando ci siamo contestualmente calati nella sfera lorenziniana abbiamo subito respirato un’aria nuova, un profumo di pulito, ma soprattutto un’armonia di intenti e di proiezioni progettuali, e sono quelle peculiarità che fanno la differenza per ambire a espletare un giusto mandato sul proscenio politico nazionale. Altrove abbiamo notato subito divergenze interne, alleanze improbabili, tutti elementi che rendono fragili le compagini e fanno vacillare significativamente la credibilità quando si chiede agli elettori di orientare il consenso nel segreto dell’urna elettorale. Qui ho trovato alti e commendevoli standard valoriali, altrove circostanze che possono facilmente scivolare verso il disvalore. Un po’ poco per ambire a contrastare i populismi rappresentati da Lega e M5s, o per arginare le spinte plutocratiche di Forza Italia e Fratelli d’Italia, a favore dei grossi potentati economici. Noi crediamo fortemente che ci siano due categorie in cui si dividono coloro i quali decidono di operare in politica. I primi sono quelli che espletano la loro attività a beneficio della collettività e non certo a salvaguardia degli interessi personali e sono quelli che noi chiamiamo politici. E questi, con grande compiacimento ho trovato in Civica Popolare. Poi ci sono coloro i quali sacrificano sull’altare dei tornaconti personali l’interesse primario dei cittadini. E a questi noi diamo l’appellativo di politicanti e sono tutta un’altra cosa. Gente che deve rimanere lontana dagli scranni istituzionali”.

    La soddisfazione è lapalissiana nelle parole del leader dell’Italia dei Diritti, che poi passa a parlare dei collegi: “Credo che il nostro impegno debba essere esponenziale per poter raggiungere l’obiettivo prefisso. Tengo a precisare che noi, al di là dell’estensione territoriale dei collegi dove sono presenti i nostri candidati, daremo il nostro contributo in tutta l’area peninsulare, senza indugi di sorta, con il massimo impegno. Dal canto mio, ho rinunciato per motivi personali al collegio di Ostia, che probabilmente, in virtù della mia storia personale, professionale e politica, sarebbe stata per me la collocazione più naturale, e ho optato per un collegio fuori dal Lazio. In ogni caso sarò personalmente il candidato non in lista non solo a Ostia, ma anche in tutti i collegi di Roma e provincia, dove profonderò le mie energie senza economia per convogliare nella lista Civica Popolare il maggior numero di consensi ed evitare che personaggi che, a suon di proclami demagogici e di vacui esercizi retorici, possano accedere al Parlamento o al Consiglio Regionale del Lazio”.
    Antonello De Pierro a una manifestazione dell'Italia dei Diritti
    De Pierro, primo reporter minacciato e aggredito dal clan Spada a Ostia (prima di Federica Angeli, attualmente sotto scorta, e di Daniele Piervincenzi) e molto attivo anche sui social (la sua pagina Fb conta 163.000 like, come agevolmente riscontrabile dalla classifica in aggiornamento quotidiano dell’ottimo Baroncelli e 56.000 follower su Twitter), tanto da essere nella top ten dei giornalisti più seguiti sul web e precisamente all’ottavo posto, punta il dito contro Matteo Salvini e Luigi Di Maio, contestandone decisamente alcune proposte: “L’avversario da battere, prima ancora del centrodestra dei rigurgiti di stampo fascista, è il populismo dilagante della Lega e del M5S. E’ un vero e proprio pericolo, un allarme sociale di cui aver paura, spesso sottovalutato imperdonabilmente. E’ in crescita grazie alla disillusione della gente di fronte ad alcuni errori valutativi della politica, alle distorsioni comportamentali degli appartenenti alla categoria di coloro i quali ho bollato poc’anzi come politicanti. E’ un movimento che avanza sospinto dal nulla, senza vere idee a tracciarne la rotta, ma che fa leva solo sui timori dei cittadini, che vengono condizionati nell’autodeterminazione e deviati nel pensiero da un bombardamento impressionante di fake news, e spetta a noi lavorare per arginarne l’avanzata, che può condurre a una vera e propria catastrofe nazionale. Parto dalla Lega, a cui Salvini ha furbescamente sottratto la parola Nord, al fine di allargare anche nel centrosud il bacino di consensi e c’è chi ingenuamente ci casca e rimuove l’antimeridionalismo dai percorsi della memoria. Ma anche se Salvini ha confezionato il vestitino nuovo al suo partito, sotto resta sempre quello di ‘Roma ladrona’ , di ‘chi non salta napoletano è’, del ‘bruciamo il tricolore’ e così via. Tra l’altro promuove l’abolizione della tanto odiata legge Fornero, ma tralascia di dire, mancando di onestà intellettuale, che è una promessa da marinaio, impossibile da realizzare. Noi che quella onestà intellettuale la custodiamo intatta nel nostro patrimonio dnatico non possiamo far finta di nulla e diciamo che la legge Fornero, giusta o sbagliata che sia, con buona pace di chi la vorrebbe vedere abolita, non potrà essere cancellata. E il motivo è semplice. Avrebbe un costo elevatissimo che la nazione non può assolutamente sostenere e chi dice il contrario inganna il paese. Come è fuori da ogni criterio di ragionevolezza la proposta del raggiungimento del diritto di quiescenza dopo 41 anni lavorati, indipendentemente dall’età. Tale previsione è semplicemente folle e condannerebbe i lavoratori ad andare in pensione a 70, forse a 80 anni, o addirittura forse mai, come potrebbe succedere con matematica certezza a tante donne, specie nel settore privato. Basta questo perché noi, con a cuore il bene del paese, e soprattutto, in questo caso, il diritto a maturare una pensione a un’età adeguata, dopo una vita di lavoro. Come è fuori da ogni logica l’intenzione progettuale di Di Maio che addirittura vorrebbe sommare l’età anagrafica con gli anni lavorati e raggiungere quota 100. E anche qui vale lo stesso identico ragionamento fatto con Salvini. Una condanna senza diritto di appello per chi aspira ad andare in pensione a una ragionevole età. Basta un semplice calcolo matematico per comprenderlo, ma c’è chi, accecato dall’antipolitica a ogni costo, non ha neanche pensato a farlo. Inganno o rapporto conflittuale di Salvini e Di Maio con la matematica? A noi poco importa. A noi interessa solo il fatto di sentire il dovere di informare e rimettere a fuoco il campo visivo a chi non riesce a leggere la triste verità tra le pieghe di tali farneticanti esternazioni. Di Maio non inciampa purtroppo, come ormai risaputo, solo sui congiuntivi, che, anche se piuttosto grave per chi aspira a fare il premier, sarebbe il minimo, in quanto ciò non mette a repentaglio la tenuta del paese, ma per nostra sfortuna ci sono esplicitazioni programmatiche che ci preoccupano enormemente per la disarmante sicurezza con cui vengono trasmesse alla massa. Una su tutte è l’affermazione di Luigino che, colpito da vocazione da eminente virologo, propone una previsione di obbligatorietà dei vaccini solo in caso di emergenze epidemiche. Ciò potrebbe essere letto come uno scherzo, una battuta, tanto è esilarante. E invece è tutto vero e a pronunciare tale aberrazione, che si infrange inesorabilmente contro la logica esperienziale prima ancora che contro gli assunti dottrinali della clinica medica, è un candidato premier che aspira a governare il paese. Qualcuno è riuscito a spiegargli che i vaccini, nell’accezione propria del termine, servono in fase preventiva e non certo per curare una patologia già insorta? La sfida non è solo politica, ma anche culturale, e deve mirare a stroncare un concentrato esplosivo di dilettantismo e incompetenza, che può condurre l’Italia direttamente nel baratro, quando ha invece bisogno esattamente del contrario, ossia di una palingenesi strutturale. Ma come può pretendere una formazione politica che non ha regole interne certe, ma solo pressappochismo organizzativo, di poter gestire la guida di una nazione, peraltro complessa, come la nostra? Un caso emblematico è rappresentato dall’esclusione da un collegio plurinominale per la Camera dei Deputati, dell’avvocata lucana Antonella Sassone, che in passato ha ricoperto con merito due ruoli nell’Italia dei Diritti e che improvvisamente, come tanti altri, non si è ritrovata in lista. Come riporta Il Fatto Quotidiano sembrerebbe che la causa dell’esclusione sia stata una candidatura, alcuni anni or sono, con l’Italia dei Valori. Peccato che la valida professionista non si sia mai candidata col partito che fu di Di Pietro. E se così fosse, come mai lo stesso criterio non è stato applicato a Elio Lannutti, il quale, non solo si è candidato con l’Idv, ma ne è stato uno degli esponenti di vertice, essendo stato eletto tra le sue file in Senato. Un’incongruenza lapalissiana, quanto grottesca, che la dice lunga su una compagine politica capace di mostrarci tutto e il contrario di tutto”.