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  • Marcello Vandelli a Spoleto Arte: “L’arte è principalmente una segreta premeditazione”

    Marcello Vandelli, artista di origini modenesi, sa come farsi riconoscere. La sua arte questa settimana è entrata negli schermi degli italiani grazie a un servizio del Tgcom24. Il pittore di Spoleto Arte, con il suo stile inconfondibile, ha ammaliato il pubblico del format Arte in quarantena ed è pronto a conquistare anche noi con la sua filosofia artistica.

    • Di recente il Tgcom24 ha rilasciato un servizio su di lei. Come si sente?

    Sono grato di questa possibilità. Da anni investo tempo e spirito in questo mio percorso artistico. La pittura è totalizzante, riempie ogni istante della mia vita, è un sacrificio enorme, ma la considero un privilegio. Curo nei dettagli ciò che può aumentare la visibilità dei miei lavori e il servizio all’interno della rubrica Arte in quarantena è assolutamente un ottimo risultato. In modo particolare, nell’attuale contesto che tutti stiamo vivendo, ritengo che l’arte possa diventare una medicina per l’anima.

     

    • Cosa significa fare arte oggi?

    L’arte è principalmente una segreta premeditazione, nasce da un accumulo silenzioso di idee e da una costante attività di critica selezione. Il risultato che ne consegue si basa sulla pura sperimentazione, volta a ricercare un equilibrio tra forma e colore in grado di saper esprimere il senso di ciò che voglio comunicare.

     

    • Nelle sue opere trovano spazio l’autobiografico e l’anonimità. Da cosa nasce questa fusione così particolare?

    Le mie intuizioni artistiche sono l’espressione di uno spirito tormentato che vuole esplodere in un grido liberatorio. Sono ossessionato dalle problematiche della vita e della morte, i pensieri si trasformano in colori e forme, rappresentando la condizione esistenziale dell’uomo moderno, afflitto dalla solitudine, dall’incomunicabilità, dall’angoscia. In fondo, rappresento me stesso, quel bambino cresciuto in un mondo che non mi apparteneva, che mi faceva sentire estraneo. E al contempo rappresento il vissuto di ogni individuo, dipingendo una realtà fatta di sagome che si librano in una realtà onirica che ha oltrepassato il materiale, ma ha lasciato inalterata l’esigenza del silenzio e della solitudine.

     

    • Quanto c’è della sua terra nei suoi lavori?

    La mia vita, fin dalla giovinezza, è stata intrisa di esperienze, avventure ed imprevisti che hanno permesso alla mia indole artistica di uscire allo scoperto e crescere. Dopo aver viaggiato per il mondo, sono ritornato alle mie origini, a cui sono indissolubilmente legato, con una maturata consapevolezza.

    Nella primavera del 2012 è accaduto, però, un qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la mia vita, così come quella di molti altri. Il dolore nel vedere la mia terra lacerata dal terremoto… Questo evento brutale e inatteso, assolutamente incontrollabile, ha reso fragili le vite di molti, distrutto in pochi secondi gli equilibri della vita, lacerando ogni stabilità fisica ma soprattutto emotiva. In questa situazione di enorme incertezza si sono risvegliati i sentimenti, la necessità di ricercare, seppur con difficoltà, una nuova pace attraverso la condivisione con gli altri. Racchiuso nel mio piccolo mondo, per la prima volta, ho avvertito l’esigenza di palesare ciò che fino a quel momento avevo celato con tanto riguardo.

     

    • Spesso le è stato fatto notare che il suo stile si ispira alla Pop Art italiana. Che cosa l’ha spinta a seguire questa corrente?

    È impossibile non essere influenzati dal passato, nel mio caso, artistico. Esiste certamente una correlazione, e in alcuni casi mi sento collegato come da un filo invisibile. In genere, mi affascinano e colpiscono tutti quegli artisti che, attraverso cose apparentemente banali, riescono a esprimere emozioni profonde. Mi riferisco in primis agli artisti che hanno segnato un’epoca nella Roma degli anni Sessanta. In loro riconosco un’analogia con il mio vissuto, un’affinità elettiva. Una generazione, la loro, ambientata nel provvisorio benessere o nella provvisoria miseria del miracolo economico. La loro esigenza di dipingere, di stabilire dei rapporti e delle proporzioni, non è alienabile dalla condizione di vuoto in cui si sentono immersi e, proprio in questo vuoto, si sforzano di operare tracciando nuovi punti di riferimento. Ti porto l’esempio di Tano Festa con i suoi Coriandoli, di Mario Schifano con i suoi Campi di pane, di Cesare Tacchi e Giosetta Fioroni, la cui semplice eleganza riesce sempre a emozionarmi delicatamente, e il tormento interiore di Emilio Vedova che scolpisce le tonalità come a rappresentare i giorni drammaticamente vissuti nel periodo della guerra.

    Allo stesso modo, utilizzo l’arte come forma di comunicazione e al contempo di “purificazione”. Attraverso essa fisso il mio passato, mi faccio domande e mi do delle risposte. L’arte diventa il tramite verso la liberazione e la ritrovata consapevolezza.

     

    • Come ha conosciuto Spoleto Arte?

    “Il destino mescola le carte e noi giochiamo”, diceva Schopenhauer. Capita a volte di essere nel posto giusto al momento giusto. E così è stato.

     

    • C’è un’opera a cui è particolarmente legato?

    In realtà, direi di no. Ogni mia opera trova origine nei più profondi meandri del mio Io, è parte inscindibile del mio essere. La mia mente è in continua evoluzione. Non si placa, nemmeno quando dormo. Ogni mia opera è una rappresentazione onirica, un racconto introspettivo, indissolubilmente legato al precedente e a quello che ancora non ha trovato forma, condizionato dal momento, ma soprattutto dai ricordi, che troppo spesso riaffiorano, riconducendo i pensieri verso amore, dolore, passione e solitudine.

  • Benedetta Trudesti, artista di Spoleto Arte, si racconta in un’intervista

    È una settimana di grandi soddisfazioni per Benedetta Trudesti. La pittrice di Spoleto Arte è stata recentemente protagonista di un servizio del Tgcom24. Sul format Arte in quarantena, la pittrice nota per i suoi dipinti dagli sfondi rossi continua a incuriosire e ad appassionare il pubblico di spettatori. E la curiosità non manca nemmeno a noi, che abbiamo voluto farle qualche domanda.

    Cosa ne pensa del format “Arte in quarantena”: le piace l’iniziativa pensata per portare l’arte nelle case degli italiani durante la quarantena?

    Certo che sì! L’arte da sempre è un veicolo di emozione, stupore, studio e ricerca. In questo tempo, in cui la nostra vita si imprime di incertezze, possiamo spostare lo sguardo oltre, verso qualcosa che aiuta lo spirito. La visione dell’arte è una presenza importante in questo periodo di isolamento.

    Secondo lei, cosa dovrebbe fare l’arte in questo momento?

    Dal mio punto di vista è fondamentale l’incontro con l’Arte che è in grado di foggiare una sorta di creatività collettiva, ovvero una condivisione universale, il risveglio delle coscienze: ci si sente ingabbiati come in un vortice che evolve velocemente, di conseguenza la realtà diventa pesante e motivo di sofferenza. Si percepisce la necessità di ritrovarsi, di riscrivere lo spazio e il tempo in una sinergia, in un turbinio di emozioni che portino a un coinvolgimento.

    E a proposito di coinvolgimento… Nelle sue opere il colore rosso balza subito agli occhi. Impossibile non domandarsi quale sia il motivo dietro a questa scelta…

    Esse vivono un’esperienza di vita. L’esperienza che mi ha proiettato verso un qualcosa che intuivo ma non sapevo cosa fosse. Man mano che il tempo passava cercavo di cogliere tutto quello che mi rendeva felice interiormente. Andavo alla ricerca del particolare, un percorso che scrutava l’essenza dell’io in un contesto di intenso colore, ove emerge una passione intrinseca. È l’io che matura e che ritrova la forza nella fragilità, consapevole del tortuoso cammino.

    Che cosa cerca nei suoi ritratti?

    Questa è una bella domanda!

    Allora, tratti, movenze e pennellate trasudano di molecole dinamiche, guidate dal conscio e dall’inconscio di cui l’anima diventa una specie di “specchio”. Uno specchio che lascia riflettere l’essenza di un io nuovo, che lascia riscoprire l’essenza della vita in nuovi volti.

    In questi volti ci sono tantissime espressioni, specie in quelle dei bambini. Come sceglie i suoi soggetti?

    I volti sono il punto focale delle opere. Il tutto prende forma da un connubio fra idea, progetto e interiorità. Le espressioni indicano la capacità di ricercare lo sguardo di bimba dove si cela il desiderio dell’artista. I soggetti sono scelti da un’intuizione “inconscia” e profonda.

    C’è un quadro a cui è particolarmente legata?

    No, perché ogni lavoro nasce, prende forma, si plasma e acquista coscienza dall’intimo. Perciò l’uno non esclude l’altro, essi fanno parte di un grande disegno, cioè l’infinito (come i tanti tasselli della vita).

    Come ha conosciuto Spoleto Arte?

    Spoleto Arte l’ho conosciuta tramite vari eventi di rilievo, e con stupore in un momento così inconsueto.

    Qual è il suo prossimo progetto?

    Il mio prossimo progetto è tutto da scrivere, perché nasce e prende forma dalla vita stessa.

  • Spoleto Arte: l’angelico maledetto di Marcello Vandelli al Tgcom24

    Sull’innovativa piattaforma del Tgcom24 siede il carismatico artista Marcello Vandelli di Spoleto Arte. Il format è quello di Arte in quarantena, lanciato dal direttore Liguori per sopperire all’impossibilità momentanea di visitare mostre e musei fisicamente. A entrare oggi nelle case degli italiani è la volta dell’accattivante espressività creativa di questo pittore.

    Nato a San Felice sul Panaro (Mo) nel 1958, l’autore si lascia positivamente influenzare dalla Pop Art italiana. La sua pittura risulta “modernissima, estremamente mobile e duttile, poco prevedibile” per il noto critico Vittorio Sgarbi. Assomiglia “a volte al Licini più angelico o allo Schifano più liquido”. Lo stile cattura immediatamente il nostro interesse per la forte scelta cromatica. I colori rivelano infatti il carattere audace del Vandelli, sempre attento ad assorbire quanto avviene attorno a lui e a connotarlo in decise tonalità. È proprio questa particolare interiorizzazione delle esperienze ad affascinare. Il Vandelli è autobiografico, raffigura ciò che vede e lo colpisce. Ma lo riveste di una simbologia onirica facilmente deducibile, quasi attingesse a una matrice di sogni universale. In questo modo il suo linguaggio sfiora le vette dell’informale, proteggendo l’identità dei suoi soggetti.

    Il fatto che i personaggi siano anonimi, non abbiano un volto, sembrerebbe rifarsi al detto “si dice il peccato, ma non il peccatore”. In realtà Vandelli ha ben assimilato il concetto che le azioni e i fatti finiscono per reiterarsi nel tempo. Ne interrompe tuttavia la ciclicità fermando spesso su tavole di grandi dimensioni un istante decisivo, l’epifania della realtà, l’atto di “denuncia” nei confronti dell’umanità. Sgarbi spiega il motivo di questa scelta: tra l’artista e l’opera c’è un vero corpo a corpo, per questo servono grandi dimensioni. È una lotta per cui il pittore vuole investire l’osservatore con la propria creatività. Andando oltre l’ideale dunque, perché nei lavori di Vandelli c’è pittura. E c’è anche un’assenza.

    Vittorio Sgarbi la interpreta così: «Io, che ho per la pittura di ritratto una particolare predilezione perché è lì che senti, nel volto, l’anima dell’artista, mi chiedo che cosa abbia tenuto Vandelli così lontano dal volersi specchiare in un volto o specchiare il suo volto in quello di una persona ritratta.

    È un’umanità senza volto, è un’umanità dove sono tutti uguali, fatta di persone distinte, ma che lui riserva solo per la sua dimensione interiore, le tiene per sé, non le mostra agli altri.

    È questa la cosa che mi ha colpito di più, diciamo l’idea di vedere spazi, di vedere sagome, di vedere forme umane… C’è un rapporto tra la figura e lo spazio, ma quella figura potrebbe essere chiunque di noi. L’uomo nella sua identità democratica, cioè quella per cui non c’è un popolo di gente che non è nessuno e invece alcuni che sono tutto».

  • L’essere materico di Benedetta Trudesti di Spoleto Arte al Tgcom24

    Siamo ormai in un punto chiave della fase 2. Al limite tra chiusura e riapertura. Su questo limite, tutto interiore, danza a ritmo di pennellate Benedetta Trudesti, artista di spicco di Spoleto Arte. Su di lei il Tgcom24 ha pubblicato il nuovo servizio per il format Arte in quarantena: “l’Essere Materico”.

    Benedetta Trudesti intuisce già in tenera età la forza travolgente dell’arte riconoscendola come propria e sviluppandola nel corso del tempo in un linguaggio incredibilmente affascinante. Dopo aver intrapreso il percorso artistico all’istituto d’Arte per il Mosaico di Monreale e aver frequentato i corsi di Arte e Iconografia Cristiana a Palermo, diviene allieva del maestro Mazzotta. Nel corso degli anni partecipa a importanti mostre e concorsi, riscontrando un notevole successo di pubblico e critica. Nel 2015 partecipa alle selezioni, superandole, della Biennale di Roma e, sempre nello stesso anno, espone ad Arte Padova.

    Cercando di rendere tangibili i moti dell’anima, Benedetta Trudesti incanta l’osservatore per la particolare scelta dei suoi sfondi rossi. Simbolo di un percorso che riporta l’essenza dell’io in una distesa di colore e di passione, il rosso indica la maturazione di un io che si ritrova forte nelle proprie debolezze, nella consapevolezza che il cammino che lo attende non è facile. Diventa dunque inevitabile ritrovarsi nei ritratti di Benedetta Trudesti, rispecchiarvisi come davanti a ricordi ed emozioni vere, possedute in passato e finalmente ritrovate.

    Ciò che l’artista dipinge infatti è la propria indagine che, partendo dal reale, scende tra le spire dell’inconscio, facendo luce come all’interno del ventre materno per ritrovarvi il palpito della vita. Partendo dal presupposto che ogni quadro prende forma dall’interiorità, Benedetta Trudesti ritrae l’essenza in divenire di ciò che ci è più caro: noi stessi, la nostra vita. Osservarne un’opera è una vera epifania, quell’esperienza catartica che uno dovrebbe provare per ritrovare se stesso, per riscoprirsi diamante.

  • Tgcom24: l’artista Laura Bruno di Spoleto Arte incanta con “Gocce di pensieri”

    Si muovono le più svariate forme di consapevolezza nell’arte di Laura Bruno. Pittrice e scultrice della rosa di Spoleto Arte, è protagonista del nuovo servizio di Tgcom24 per il format Arte in quarantena con “Gocce di pensieri”.

    Con oltre vent’anni di esperienza artistica internazionale, Laura Bruno continua ad affascinare il pubblico per l’intensità e la misteriosità delle sue opere. Nelle sue sculture, così come per i suoi dipinti, si può infatti rimirare un nucleo, un concetto attorno al quale si stratificano i pensieri, materializzandosi sotto forma di volti, segno e colore.

    Laureata in Lettere moderne, Laura Bruno dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Napoli comincia a esporre in Italia e all’estero. Tra gli eventi a cui ha preso parte vi è la mostra “Grazie Italia”, tenutasi nel 2015 al Padiglione Guatemala della 56° Biennale di Venezia. Musei e chiese, italiane e straniere ospitano diverse sue creazioni.

    I quadri di Laura Bruno sono riconoscibili per le sue escursioni in campo surrealista e iperrealista. Dimostrano con coinvolgimento l’interesse per la vita, valore portato in risalto da una tavolozza irrequieta e dai ritratti simbolici. Dietro ogni volto si cela sempre un’umanità che spesso viene ferita, ma che emana una forza magnetica. La sua attenzione per il dettaglio inoltre apre le porte a un continuo andirivieni tra conscio e inconscio, a una metamorfosi tra realtà e finzione che svela il nocciolo di una questione esistenziale. Un’analisi, quella di Laura Bruno, che non si sofferma sull’apparenza, ma va a fondo, per portare a galla quanto c’è di apparentemente sconcertante nell’animo umano: il suo profondo attaccamento a una natura ancora primitiva.

    Il critico d’arte Vittorio Sgarbi scrive: «Emblematiche e significative. Visioni modificate che si affidano a una sorta di compenetrazione metamorfica fra uomo e animale […] di sapore surrealista. Un ritratto virile, quasi iperrealistico. L’opera artisticamente più evoluta fra quelle a me note dell’artista[…] anche in ragione della solidità del disegno e delle esibite capacità di calibratura compositiva. […] È questa la strada espressiva che più rappresenta l’arte della Bruno e verso la quale consiglio di proseguire».

  • Tgcom24: la pittrice Ulla Wobst e le sue fiabe surreali

    L’arte contemporanea non ha confini. Lo sa Spoleto Arte che propone Ulla Wobst, pittrice tedesca, per le clip artistiche del Tgcom24. Durante questa quarantena quindi, perché non gettare uno sguardo a ciò che succede anche nella patria dei fratelli Grimm?

    Il riferimento ovviamente non è casuale e presto viene detto il perché. L’artista si è avvicinata all’arte proprio grazie alle loro fiabe. Come? Volendo indugiare più a lungo nella magia di quelle storie, ha cominciato molto presto a dipingerle, ereditando così una straordinaria capacità “narrativa”.

    Ulla Wobst

    Servono tuttavia alcuni chiarimenti per comprendere quanto questa peculiarità si sia radicata nel suo immaginario e sia divenuta tratto distintivo del suo stile. Dopo aver studiato Filologia tedesca e inglese, Ulla Wobst diventa dapprima insegnante e poi preside di un college di 1500 studenti. Ed è proprio approfondendo gli studi di Storia dell’Arte e di Belle Arti che scopre e sviluppa la passione per la pittura. Dal 2002 lavora come artista indipendente nel suo atelier di Dortmund. Da allora espone in tutto il mondo per mostre come la Biennale d’Arte di Londra

    Ulla WobstDai fratelli Grimm alla concezione artistica

    La ragione che si nasconde dietro ogni sua opera consiste nel desiderio di vivere tanto nella realtà quanto in quella dimensione fiabesca costituita dal surreale, dalle profondità della pische e dai sogni. Tenendo questo principio come base, l’artista si addentra nel mondo della pittura trovando che non vi è un’effettiva differenza tra le due realtà dal momento che il passaggio risulta armonioso. Ciò che Ulla Wobst vuole quindi dimostrare è che la realtà è infinita, costituita da quanto esperiamo attraverso i sensi, dal nostro vissuto che comprende tanto le emozioni quanto i pensieri. Non esistono dei netti confini perciò tra i regni dello spirito, della mente e dell’anima.

    Il commento dell’esperto

    Ecco allora che la pittrice scosta quel velo di Maya per concentrarsi sull’uomo e su come si relaziona con i suoi pari, con se stesso, con Dio, l’universo, la vita e la morte. Vuole mostrarne i lati più bui e quelli più brillanti attraverso un bagaglio di simbologie letterarie, di elementi surreali e di ricordi astratti. Lo storico d’arte Elena Foschi così ne parla: «Ogni racconto diventa un’ispirazione che alimenta il fuoco della nostra curiosità. Trasmette antiche conoscenze e consapevolezza moderna a un’interpretazione didattica d’avanguardia di paradigmi senza tempo». Quella dipinta da Ulla Wobst è una realtà capace di travalicare il tempo e lo spazio. Una dimensione da scoprire, se solo si vuole alzare quel velo che ci costringe a vedere solo l’apparenza.

  • Spoleto Arte: le infinite dimensioni di Daniela Rebuzzi al Tgcom24

    Viene dal lago di Lugano Daniela Rebuzzi, l’artista di Spoleto Arte presentata venerdì 24 aprile al Tgcom24. La sua particolare creatività entra di diritto in quella raccolta culturale lanciata dal direttore Paolo Liguori quasi due mesi fa: Arte in quarantena. Grazie a quest’iniziativa si può così supportare il mondo artistico pur durante questo periodo d’isolamento. Nelle case degli spettatori infatti arrivano giornalmente contenuti  originali con consigli o possibilità di approfondimento del panorama artistico contemporaneo. In quest’universo si inserisce Daniela Rebuzzi, pittrice e scultrice ticinese che ha costruito la sua ricerca attorno al gesto e alla materia.

    Daniela RebuzziL’arte di Daniela Rebuzzi

    Nelle sue creazioni si scopre un’insolita ricchezza di spunti espressivi. Alla sperimentazione sopraggiunge una forte componente spirituale. Quest’ultima deriva dalla filosofia sciamanica, che Daniela ha fatto sua. E lo stesso si può dire nel caso della cromoterapia, i cui principi si riscontrano nei suoi lavori. Ma c’è un’altra caratteristica che ci colpisce quando li osserviamo. È vero che sono il risultato di un lungo percorso interiore, ma la suggestione che provocano sulla nostra fantasia può manifestarsi perché l’artista ha viaggiato fisicamente. Da questi viaggi ha assorbito e sondato personalmente quanto le diverse culture avevano da offrirle. Poi ha trasmesso quanto ricevuto alle sue creazioni che ci appaiono, così, effettivamente provenienti da culture distanti, eppure conosciute. Daniela, non per niente, conosce cinque lingue ed è stata agli antipodi del mondo: in Siberia, Messico, India e in molte altre terre…

    L’abisso mnemonico e l’identità

    Questi “grand tours contemporanei” le hanno permesso di esplorare l’universo dell’inconscio, della pische, o la sfera onirica. Traccia di questi studi si ritrova inevitabilmente nelle sue creazioni che ospitano, tra le tante cose, la parola. Chiave per accedere a ulteriori significati, la parola diventa un codice che ambisce a illustrare una via interpretativa, così come l’intera composizione, della stratificazione a cui siamo soggetti durante l’esistenza. Ecco quindi che nelle sue opere troviamo una risonanza, un legame che l’artista definisce “atavico” e che ci connette con la Natura in modo intimo, ancestrale. Daniela ci fa riemergere più consapevoli da quell’abisso mnemonico che ci portiamo dentro e che ci accomuna tutti in quanto parte di una tradizione culturale millenaria. Qui natura e tecnica comunicano in qualità di forze complementari, spingendo l’artista a ridefinire quell’identità che tanto va cercando in questo mondo attraverso l’arte. L’arte diventa perciò strumento sacro con cui proseguire un’indagine istintivamente vitale e, proprio per questo, quanto mai avvincente.

    Dal 2013 la sua fama è cresciuta sempre più. Espone a mostre ed eventi internazionali che hanno luogo in Italia o in altri paesi, anche oltreoceano.

     

  • Tgcom24: Maria Petrucci, pittrice e scultrice di Spoleto Arte

    Tgcom24: Maria Petrucci, pittrice e scultrice di Spoleto Arte

    Un fulmine a ciel sereno. È stato così per Maria Petrucci quando l’arte ha fatto irruzione nella sua vita. Di lei o, meglio, delle sue opere parlerà il nuovo appuntamento di  Arte in quarantena del Tgcom24. Pittrice e scultrice di Spoleto Arte, Maria Petrucci è testimone di come l’arte non possa rimanere un talento inespresso. Di come sia inevitabile essere se stessi per vivere con se stessi.

    Maria Petrucci

    Il suo percorso artistico comincia a Mantova nel ’72, all’età di 33 anni. All’epoca Maria Petrucci frequentava i corsi dell’Enal (Ente nazionale assistenza lavoratori) e nel frattempo scriveva poesie, dipingeva. In questo periodo conosce il segretario Roberto Tranchina, che la inizia e incoraggia al mondo dell’arte presentandole un bando per un concorso artistico. Da allora la nostra artista raccoglie un successo dopo l’altro.

    Maria Petrucci

    Dalla pittura alla scultura

    Più o meno è la stessa storia con la scultura: conosce il legno nella falegnameria dell’allora marito. Ne rimane affascinata, prova inquietudine. Comincia così a scolpire sulle ginocchia ed espone sei mesi dopo la sua prima scultura in una mostra di pittura. Ma quella rassegna viene vista dal critico mantovano Renzo Margonari che non si lascia sfuggire il nuovo talento. Con stupore la nostra artista ne legge il biglietto a lei indirizzato. Margonari le consigliava caldamente di smettere di dipingere per dedicarsi esclusivamente alla scultura. Si ricolgeva proprio a lei che aveva creato solamente un’unica opera scultorea, quella esposta… Si trattava nientemeno che di esordire come scultrice mentre, come, pittrice, era già affermata. Eppure segue il consiglio.

    L’incidente

    Quasi vent’anni dopo fonda il Museo Maria Petrucci nel suo paese natale, Toffia. Qui si dedica ai ragazzi e alla gente del suo paese. Tuttavia, come le piace ricordare, “la vita dà e toglie”: nel 2000 viene investita da un’automobile. L’incidente compromette per sempre l’uso del braccio destro. Dopo vari tentativi e atroci dolori, l’artista purtroppo è costretta a desistere dalla sua attività artistica.

    Il messaggio

    Una speranza si riaccende nel 2008, quando Editoriale Giorgio Mondadori la contatta per il Catalogo degli Scultori Italiani. Da allora accende l’interesse delle più grandi associazioni artistico-culturali. Scrive nel suo sito: «Ogni lavoro nasce dalle mie emozioni, da una forte spinta interiore, dall’anima. Ho sempre desiderato essere in qualche modo a servizio degli altri e questo museo mi ha permesso di riuscirci».

    Una storia travagliata e uno stile altamente suggestivo, quello di Maria Petrucci.

  • La pittrice di Spoleto Arte Nevèl: «L’arte è conforto e medicina» per questi tempi

    Nevèl è una pittrice di Mondovì (CN), parte della rosa di artisti di Spoleto Arte, che recentemente è stata al centro di un servizio del Tgcom24 per il format Arte in quarantena. Colpiti dalla sua solarità e simpatia, abbiamo voluto conoscerla meglio.

    D: Qualche settimana fa il TGcom24 ha trasmesso un servizio a lei dedicato sulla rubrica creata da Paolo Liguori per l’arte. Come si sente e cosa ne pensa di quest’iniziativa?

    Nevèl

    R: Anche in questi giorni difficili, la possibilità di esprimermi nella pittura è per me il miglior ansiolitico. Battuta a parte, proprio in questi momenti è importante condividere i valori più importanti e positivi che esprimono la nostra umanità. L’arte è luce, sogno: possiamo spiccare in volo anche se chiusi in una stanza. È conforto e medicina dell’anima e dei sensi.

    Benvenute dunque le programmazioni che la promuovono. Per questo vorrei poter ringraziare anche il nostro carissimo dottor Salvo Nugnes.

    D: Quand’è cominciata la sua attrazione per il mondo dell’arte e come vi si è approcciata?

    R: Fin da giovane sentivo in me una passione e una forza che riuscivo e potevo esprimere solo disegnando.  Circa 25 anni fa, durante una festa a casa mia, uno degli invitati, guardando i fogli disegnati che avevo l’abitudine di appendere alle pareti, mi disse: «Signora, vedo che sa fare dei disegni bellissimi, le consiglio vivamente di iscriversi ad un corso di pittura». E da lì ho iniziato.

    D: Nelle sue opere troviamo una simbologia ricorrente… vuole illustrarcela in breve?

    R: Dopo anni di ricerca e studio ho trovato un mio “stile”, la mia essenza, la mia forza di procedere nella vita impegnandomi al massimo delle mie possibilità: prende forma nel sole la luce e la forza vitale, trasmettendo sensazioni positive. Nella parte inferiore mi ispiro ai sogni: esprimo forma e materia.

    D: Dai suoi lavori si denota una spiccata vivacità cromatica. Cosa l’ha portata a scegliere questo tipo di espressività spesso definita “solare”?

    R: Essere solare è nella mia natura anche quando intorno a me ci sono situazioni ombrose…

    D: Anche la tecnica mista diviene parte integrante se non rifinitura stessa dell’opera. Piume, grappoli d’uva, maschere, farfalle… immagino che ogni oggetto abbia un suo perché, ma viene spontaneo chiedersi: alludono tutti all’interiorità?

    R: Soprattutto all’interiorità. Ho perso mio padre quando ero piccola. Forse questa ipersensibilità che mi porto dentro nasce proprio da quella mancanza di presenza e di contatto di cui ho sofferto. Sono spinta sempre a trasformarla in sole, in luce, e a mettere in primo piano sempre un valore positivo.

    Nevèl

    D: Ci sono degli artisti e/o delle correnti artistiche che apprezza in particolar modo?

    R: Adoro De Chirico, anche perché per creare le sue opere prendeva ispirazione dai suoi sogni. In suo onore ho chiamato Giorgio il mio terzo figlio e Giorgio era anche il nome di mio padre.

    D: Sognando un po’ un futuro più sereno: che cosa si augura?

    R: Per un futuro più sereno: più arte per tutti!

    Sono convinta che, nonostante i molti ostacoli, la strada verso un futuro migliore, con più valori di armonia e di libertà, è già tracciata. Ci sono tutte le forze giuste, comprese quelle spirituali. Sono credente e prego, prego per la salute del mio compagno di viaggio in questa vita, Matteo, dei miei figli Enrico, Davide, Giorgio ed Elisa, tutti per me sostegno e anche fonte di ispirazione.

  • Intervista all’artista Anna Actis Caporale di Spoleto Arte

    Più che di un diario di viaggio, si tratta di un diario dei ricordi. Anna Actis Caporale è un’artista che racconta il mondo vedendolo con gli occhi di chi ne conosce l’incanto. Tra i suoi dipinti spiccano i gialli e gli azzurri del paesaggio orientale e, con il recente servizio di Tgcom24, inserito sulla piattaforma Mediaset Play sabato scorso, possiamo finalmente ricominciare a viaggiare anche noi. E chi meglio di Anna Actis Caporale, artista di Spoleto Arte, può farci da guida?

    D: Sabato 28 marzo al Tgcom24 il servizio sul suo percorso artistico: cosa pensa di quest’iniziativa che porta l’arte nelle case degli italiani durante la quarantena?

    R: È un’ottima iniziativa. C’è bisogno di arte, di bellezza e di luce in questo periodo cupo che ci vede confinati nelle nostre abitazioni. Spero che in questo modo si possa portare un momento di serenità nelle nostre vite.

    D: Oltre a essere pittrice, è anche fotografa. I suoi scatti raccolgono quanto ha esperito nei suoi viaggi. Cosa l’ha spinta nelle regioni della Cina e del Marocco?

    R: La curiosità innanzitutto. La voglia di conoscere culture diverse.

    Ho visitato molti paesi e, per quanto riguarda la Cina, fin da piccola ero affascinata da questa cultura millenaria e misteriosa, per noi. Ascoltavo rapita i racconti di un prozio, vissuto in Cina e a Taiwan per quasi cinquant’anni e, appena ho potuto, ci sono andata. Era una Cina che si apriva solo allora al turismo e per questo era ancora più interessante.

    Anna Actis Caporale

    Il Marocco mi affascina per la diversità del paesaggio. Dalle città imperiali brulicanti di vita, in cui la cultura araba si mischia alla berbera, ai monti dell’Atlante dove i berberi si erano rifugiati per sfuggire agli invasori arabi, dove le stratificazioni delle rocce, messe a nudo, parlano delle ere geologiche che si sono susseguite fin da quando il luogo era un fondale marino… e infine il deserto, il regno dei nomadi.

    D: Cosa la lega a queste culture?

    R: Sono sempre stata attratta dalla cultura orientale. Mi sono formata in un periodo in cui il richiamo delle filosofie orientali era molto sentito. Il “viaggio in India” era un mito per molti miei coetanei. Io ho preferito interessarmi di filosofie-religioni quali il Confucianesimo, il Taoismo e lo Zen giapponese, perché ho sempre creduto che questo sia il modo migliore per capire un popolo. Ma io sono e rimarrò sempre un’occidentale con un background diverso.

    Per quanto riguarda la cultura araba devo dire che mi sono avvicinata con il desiderio di conoscere e poi sono stata attratta dalla gente. I mercati ed i suk , brulicanti di gente, i suoni, i colori, l’odore delle spezie… Tutto ciò compare spesso nei miei quadri.

    D: Ecco, infatti nelle sue opere si ritrovano reminiscenze, emozioni di luoghi lontani. Qual è la scintilla all’origine dei suoi lavori?

    R: La voglia di approfondire e di trasmettere ciò che ho vissuto. Quando dipingo mi calo nella tela, come un attore nella sua parte, e non è tanto il semplice paesaggio quanto un insieme di percezioni, emozioni, sentimenti che voglio trasmettere.

    D: Viaggi e miraggi: ai tempi del Coronavirus l’unica soluzione possibile è viaggiare con la fantasia?

    R: Si, indubbiamente la fantasia ci può aiutare. Possiamo ricorrere alle arti visive, alla musica…

    D: L’arte in un suo miraggio: come la dipingerebbe?

    R: Da bambina sognavo di far volare gli aquiloni, di volare su di una mongolfiera… sogni mai realizzati. Ora, di tanto in tanto, li trasporto sulla tela ed è quanto di più vicino ad un miraggio io possa intendere.

    D: Come ha conosciuto Spoleto Arte?

    R: Rispondendo ad un vostro invito ad una mostra collettiva.

    D: Nelle sue opere spazio e tempo hanno un peso importante. Proiettandoci dunque nel futuro, ha in serbo qualche progetto ancora da realizzare?

    R: Ho ancora molte “storie” da raccontare… vedremo dove mi porteranno.

  • Spoleto Arte: la provvisorietà dell’essere di Angelo Scuderi al Tgcom24

    «In tempi di coronavirus tutto ciò che è l’essere umano è stato momentaneamente sospeso» afferma con sicurezza l’artista romano Angelo Scuderi. A lui è dedicato il nuovo servizio sul format dell’arte ai tempi del Coronavirus del Tgcom24. Il pittore, della scuderia Spoleto Arte presieduta da Salvo Nugnes, non si lascia scoraggiare dal corso degli eventi che hanno particolarmente influenzato le attività delle belle arti.

    L’arte e la quarantena secondo Angelo Scuderi

    Nel tempo della paura c’è chi, come Angelo Scuderi, non aspetta solamente la fioritura, ma si adopera affinché arrivi al più presto. «L’arte può andare veramente in quarantena, può essere emarginata dalla nostra vita?» chiede più a noi che a se stesso. Lui infatti ha già una risposta: «L’arte non ha pazienza di vivere tutto questo, l’arte non ha tempo, non dà tempo al virus di emarginarla, di distruggerla. L’arte è eterna ed è vita. In questi momenti l’artista emerge e crea, crea ciò che prova, ciò che vive, i suoi sentimenti». Ecco allora che l’ispirazione prende il volo e l’arte prolifera, consentendo all’artista di affrontare positivamente l’emergenza, proprio attraverso la creazione laddove domina la distruzione delle certezze.

    L’artista

    Angelo Scuderi, classe ’70, è un artista autodidatta. La sua carriera comincia dipingendo su vetro e legno, ma è con l’acquerello che le sue emozioni trovano la massima espressione. L’utilizzo della gomma liquida, inizialmente non ben accetto dai puristi, viene – con il tempo e la tenacia che da sempre lo contraddistingue – apprezzato da pubblico e critica, che ne determinano il successo.

    Il messaggio di Angelo Scuderi

    Una costanza, quella del pittore, che colora di speranza tanto le sue opere quanto i suoi pensieri: «Sarà grazie all’arte che l’essere umano rimarrà tale, non perderà la sua identità e resterà vivo». E, in fin dei conti, che vita sarebbe una vita senz’arte? Secondo Scuderi un’arte chiusa in quarantena ci farebbe morire prima del tempo, perché “un essere umano senz’arte non ha alcun senso che esista”.

  • Spoleto Arte: il Maestro d’arte Katiuscia Papaleo al Tgcom24

    Spoleto Arte: il Maestro d’arte Katiuscia Papaleo al Tgcom24

    È categorica Katiuscia Papaleo. «L’arte è un dono con cui una persona ci nasce. O ce l’hai o non ce l’hai nelle corde dell’anima». Sono parole che possono sembrare dure, ma che non possono essere più vere osservando i lavori dell’artista. Katiuscia Papaleo ha avuto la fortuna di nascere con questa dote e la perseveranza di coltivarla con i giusti incontri. Alla pittrice milanese, fiore all’occhiello di Spoleto Arte, presieduta da Salvo Nugnes, il Tgcom24 dedica ora una puntata sul nuovo format dedicato all’arte durante la quarantena.

    Katiuscia Papaleo
    Opera di Katiuscia Papaleo

    Katiuscia Papaleo

    Nata a Milano nel ’71, Katiuscia trascorre la sua giovinezza sul Naviglio Grande, negli studi pittorici di grandi artisti. Spicca, su tutte le sue esperienze, quella più longeva alla “Fucina dei Colori” del Maestro Benito Trolese. Qui apprende i tre precetti che da allora la guidano nel suo percorso artistico. Il primo riguarda l’arte in generale, una forma libera d’espressione per cui bisogna avere sempre qualcosa da raccontare, nonché la volontà di farlo. La fiamma che anima l’artista si spegnerebbe infatti qualora costui non avesse nulla da dire. In secondo luogo la tecnica: i dipinti della Papaleo si contraddistinguono per un particolare studio del colore e della luce.





    L’ultimo insegnamento può essere ricollegato al primo: si dipinge perché la pittura è una grandissima forma di comunicazione, così come la scrittura e la parola, perché si ha la possibilità di esprimersi senza censure o pregiudizi. Ed ecco che la nostra pittrice raffigura allora ciò che vive, lasciandosi condurre in un viaggio attraverso le emozioni, sensazioni che riversa sulla tela sotto forma di colori e atmosfere sognanti. La sua, una dote esclusiva, diventa inclusiva una volta che viene messa in pratica. Per chi, come lei, avverte l’insaziabile esigenza di esprimersi attraverso colori e segni, dipingere diventa fonte inesauribile di libertà e indagine sulla realtà. Capire ciò che la gente dice e ciò che vorrebbe invece dire diventa una prerogativa, un’abilità che si può sviluppare attraverso il tempo e la dedizione all’arte. Una capacità che Papaleo ha acquisito con l’osservazione e che si esplica nella gioia di aver trovato la forma più pura della libertà: la pittura.

    Arte moderna e contemporanea diventano l’oggetto degli studi della pittrice che nel 2017 si vede conferito il titolo di Maestro d’Arte da Carla d’Acquino Mineo, presidente della Maison d’Art di Padova e critico d’arte.

  • Spoleto Arte: la pittrice bellunese Rosanna Cecchet al Tgcom24

    Spoleto Arte: la pittrice bellunese Rosanna Cecchet al Tgcom24

    Viene da Feltre (BL) Rosanna Cecchet, artista di Spoleto Arte, associazione culturale presieduta da Salvo Nugnes. Con i suoi dipinti sarà al centro del nuovo servizio del Tgcom24 per il format pensato proprio per questi tempi di isolamento forzato: Arte in quarantena.

    Rosanna Cecchet

    Nata a Cisterna di Latina nel 1942, Rosanna Cecchet ha alle spalle una vita singolare che le consente di dedicarsi all’arte pienamente solo dopo la pensione. A questa disciplina infatti la pittrice ha riservato sempre il suo tempo e le sue energie con una costanza ammirevole.

    Rosanna Cecchet

    Il commento di Alberoni

    «I sogni a occhi aperti hanno tanti livelli di profondità e di significati, sono spesso legati alla speranza. Nelle opere di Rosanna Cecchet c’è questo e c’è anche l’opposto» scriverà il noto sociologo Francesco Alberoni sui suoi lavori. I quali hanno sia l’aspetto di un sogno felice sia l’angoscia generata da un incubo terribile. Una dualità che viene accentuata dalla scelta di esprimere tramite la pittura a olio tanto rappresentazioni intime suggestive quanto episodi di cronaca che hanno interessato tutto il mondo (dalla Guerra del Golfo all’11 settembre, fino alla strage del Bataclan).




    Vittorio Sgarbi

    Dettagli minuti e grandiose campiture invitano l’osservatore a immergersi nella trama dei colori, di un racconto che include tutti in quanto compartecipi della sua storia e parte della Storia. Dirà il critico Vittorio Sgarbi: «Quella di Rosanna Cecchet è pittura di memoria, ma anche di simbologie sottili, di metafore di vita, di morte, di esistenza. […] Tutto questo è ripreso da Rosanna Cecchet con certosina e paziente minuzia, quasi ella fosse intenta in un lavoro di ricerca interiore che si volge attraverso il segno, l’armonia dei colori, il gioco cangiante delle luci e dei riflessi sugli oggetti e sul mondo. Il suo tratto è meticoloso, preciso, tutt’altro che convenzionale, quasi l’artista avesse accolto in sé la lezione divisionista, quella del realismo magico e di certa pittura surrealista. Non c’è enfasi né retorica nella pittura insieme solare e vagamente malinconica dell’artista, ma il desiderio supremo di cogliere, attraverso il paziente lavoro di ricamo di segno e colore, il senso profondo dell’esistenza».

  • Spoleto Arte: tra viaggi e miraggi, i dipinti di Anna Actis Caporale sul Tgcom24

    Fotografa e pittrice, Anna Actis Caporale si trasforma in reporter di sogni ed emozioni. Le esperienze che hanno caratterizzato i suoi viaggi in Cina e in Marocco sono state raccolte negli omonimi volumi fotografici. Ma non basta. Le immagini di culture remote rimangono impresse nella sua memoria al punto che spetta alla pittura dare loro una nuova veste. A darcene una rapida e intensa visione sarà il prossimo appuntamento del format di Tgcom24, nato per contrastare l’impossibilità di recarsi fisicamente nelle mostre durante la quarantena.

    Anna Actis Caporale

    L’artista ‒ selezionata da Salvo Nugnes, presidente di Spoleto Arte e manager di grandi nomi tra cui Margherita Hack, Francesco Alberoni e Vittorio Sgarbi ‒ nata a Mazzè (TO) nel ’51, unisce nelle sue opere la passione per l’arte e l’archeologia, una passione che l’ha spinta a intraprendere delle spedizioni in diverse parti del mondo. Un talento trasmessole dal padre Aldo, noto pittore del Canavese, e dal fratello Sergio, artista con uno stile innovativo, prematuramente scomparso. Anna raccoglie quest’eredità, la fa propria e con il pennello in mano dà colore alle visioni e alle impressioni che popolano la sua memoria. La fiaba, l’esotismo, l’ispirazione momentanea sono i tratti riconoscibili nei suoi lavori, tutti accomunati da un fil rouge di cui lasciamo la rivelazione alle parole della pittrice: «Viaggiare significa conoscenza e confronto con realtà diverse. Per me dipingere è un viaggio attraverso le idee, le impressioni, i colori, i sentimenti e le esperienze vissute e a volte anche i sogni… Ecco quindi i miei Viaggi e Miraggi».

    Anna Actis Caporale
    Anna Actis Caporale

    Il commento di Sgarbi

    E di questi Viaggi e Miraggi parla anche il prof. Vittorio Sgarbi, commentandone le opere: «È l’esotismo, inteso non come attrattiva per il pittoresco turistico, ma interesse motivato per il culturalmente diverso, l’elemento che più connota l’arte di Anna Actis Caporale, fotografa oltre che pittrice, che nell’espressione figurata condensa per simboli e impressioni ciò che l’esperienza esistenziale del viaggio le ha lasciato addosso. Il colore smaltato rinuncia al volume e alla profondità dello spazio per concentrarsi sulla densità tattile e sul contrasto dei timbri, quasi a voler recuperare l’aspetto sensoriale del ricordo, in termini che qualche volta sembrano esasperare analoghe propensioni di Aldo Mondino».