Tag: pittura contemporanea

  • Marcello Vandelli a Spoleto Arte: “L’arte è principalmente una segreta premeditazione”

    Marcello Vandelli, artista di origini modenesi, sa come farsi riconoscere. La sua arte questa settimana è entrata negli schermi degli italiani grazie a un servizio del Tgcom24. Il pittore di Spoleto Arte, con il suo stile inconfondibile, ha ammaliato il pubblico del format Arte in quarantena ed è pronto a conquistare anche noi con la sua filosofia artistica.

    • Di recente il Tgcom24 ha rilasciato un servizio su di lei. Come si sente?

    Sono grato di questa possibilità. Da anni investo tempo e spirito in questo mio percorso artistico. La pittura è totalizzante, riempie ogni istante della mia vita, è un sacrificio enorme, ma la considero un privilegio. Curo nei dettagli ciò che può aumentare la visibilità dei miei lavori e il servizio all’interno della rubrica Arte in quarantena è assolutamente un ottimo risultato. In modo particolare, nell’attuale contesto che tutti stiamo vivendo, ritengo che l’arte possa diventare una medicina per l’anima.

     

    • Cosa significa fare arte oggi?

    L’arte è principalmente una segreta premeditazione, nasce da un accumulo silenzioso di idee e da una costante attività di critica selezione. Il risultato che ne consegue si basa sulla pura sperimentazione, volta a ricercare un equilibrio tra forma e colore in grado di saper esprimere il senso di ciò che voglio comunicare.

     

    • Nelle sue opere trovano spazio l’autobiografico e l’anonimità. Da cosa nasce questa fusione così particolare?

    Le mie intuizioni artistiche sono l’espressione di uno spirito tormentato che vuole esplodere in un grido liberatorio. Sono ossessionato dalle problematiche della vita e della morte, i pensieri si trasformano in colori e forme, rappresentando la condizione esistenziale dell’uomo moderno, afflitto dalla solitudine, dall’incomunicabilità, dall’angoscia. In fondo, rappresento me stesso, quel bambino cresciuto in un mondo che non mi apparteneva, che mi faceva sentire estraneo. E al contempo rappresento il vissuto di ogni individuo, dipingendo una realtà fatta di sagome che si librano in una realtà onirica che ha oltrepassato il materiale, ma ha lasciato inalterata l’esigenza del silenzio e della solitudine.

     

    • Quanto c’è della sua terra nei suoi lavori?

    La mia vita, fin dalla giovinezza, è stata intrisa di esperienze, avventure ed imprevisti che hanno permesso alla mia indole artistica di uscire allo scoperto e crescere. Dopo aver viaggiato per il mondo, sono ritornato alle mie origini, a cui sono indissolubilmente legato, con una maturata consapevolezza.

    Nella primavera del 2012 è accaduto, però, un qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la mia vita, così come quella di molti altri. Il dolore nel vedere la mia terra lacerata dal terremoto… Questo evento brutale e inatteso, assolutamente incontrollabile, ha reso fragili le vite di molti, distrutto in pochi secondi gli equilibri della vita, lacerando ogni stabilità fisica ma soprattutto emotiva. In questa situazione di enorme incertezza si sono risvegliati i sentimenti, la necessità di ricercare, seppur con difficoltà, una nuova pace attraverso la condivisione con gli altri. Racchiuso nel mio piccolo mondo, per la prima volta, ho avvertito l’esigenza di palesare ciò che fino a quel momento avevo celato con tanto riguardo.

     

    • Spesso le è stato fatto notare che il suo stile si ispira alla Pop Art italiana. Che cosa l’ha spinta a seguire questa corrente?

    È impossibile non essere influenzati dal passato, nel mio caso, artistico. Esiste certamente una correlazione, e in alcuni casi mi sento collegato come da un filo invisibile. In genere, mi affascinano e colpiscono tutti quegli artisti che, attraverso cose apparentemente banali, riescono a esprimere emozioni profonde. Mi riferisco in primis agli artisti che hanno segnato un’epoca nella Roma degli anni Sessanta. In loro riconosco un’analogia con il mio vissuto, un’affinità elettiva. Una generazione, la loro, ambientata nel provvisorio benessere o nella provvisoria miseria del miracolo economico. La loro esigenza di dipingere, di stabilire dei rapporti e delle proporzioni, non è alienabile dalla condizione di vuoto in cui si sentono immersi e, proprio in questo vuoto, si sforzano di operare tracciando nuovi punti di riferimento. Ti porto l’esempio di Tano Festa con i suoi Coriandoli, di Mario Schifano con i suoi Campi di pane, di Cesare Tacchi e Giosetta Fioroni, la cui semplice eleganza riesce sempre a emozionarmi delicatamente, e il tormento interiore di Emilio Vedova che scolpisce le tonalità come a rappresentare i giorni drammaticamente vissuti nel periodo della guerra.

    Allo stesso modo, utilizzo l’arte come forma di comunicazione e al contempo di “purificazione”. Attraverso essa fisso il mio passato, mi faccio domande e mi do delle risposte. L’arte diventa il tramite verso la liberazione e la ritrovata consapevolezza.

     

    • Come ha conosciuto Spoleto Arte?

    “Il destino mescola le carte e noi giochiamo”, diceva Schopenhauer. Capita a volte di essere nel posto giusto al momento giusto. E così è stato.

     

    • C’è un’opera a cui è particolarmente legato?

    In realtà, direi di no. Ogni mia opera trova origine nei più profondi meandri del mio Io, è parte inscindibile del mio essere. La mia mente è in continua evoluzione. Non si placa, nemmeno quando dormo. Ogni mia opera è una rappresentazione onirica, un racconto introspettivo, indissolubilmente legato al precedente e a quello che ancora non ha trovato forma, condizionato dal momento, ma soprattutto dai ricordi, che troppo spesso riaffiorano, riconducendo i pensieri verso amore, dolore, passione e solitudine.

  • Benedetta Trudesti, artista di Spoleto Arte, si racconta in un’intervista

    È una settimana di grandi soddisfazioni per Benedetta Trudesti. La pittrice di Spoleto Arte è stata recentemente protagonista di un servizio del Tgcom24. Sul format Arte in quarantena, la pittrice nota per i suoi dipinti dagli sfondi rossi continua a incuriosire e ad appassionare il pubblico di spettatori. E la curiosità non manca nemmeno a noi, che abbiamo voluto farle qualche domanda.

    Cosa ne pensa del format “Arte in quarantena”: le piace l’iniziativa pensata per portare l’arte nelle case degli italiani durante la quarantena?

    Certo che sì! L’arte da sempre è un veicolo di emozione, stupore, studio e ricerca. In questo tempo, in cui la nostra vita si imprime di incertezze, possiamo spostare lo sguardo oltre, verso qualcosa che aiuta lo spirito. La visione dell’arte è una presenza importante in questo periodo di isolamento.

    Secondo lei, cosa dovrebbe fare l’arte in questo momento?

    Dal mio punto di vista è fondamentale l’incontro con l’Arte che è in grado di foggiare una sorta di creatività collettiva, ovvero una condivisione universale, il risveglio delle coscienze: ci si sente ingabbiati come in un vortice che evolve velocemente, di conseguenza la realtà diventa pesante e motivo di sofferenza. Si percepisce la necessità di ritrovarsi, di riscrivere lo spazio e il tempo in una sinergia, in un turbinio di emozioni che portino a un coinvolgimento.

    E a proposito di coinvolgimento… Nelle sue opere il colore rosso balza subito agli occhi. Impossibile non domandarsi quale sia il motivo dietro a questa scelta…

    Esse vivono un’esperienza di vita. L’esperienza che mi ha proiettato verso un qualcosa che intuivo ma non sapevo cosa fosse. Man mano che il tempo passava cercavo di cogliere tutto quello che mi rendeva felice interiormente. Andavo alla ricerca del particolare, un percorso che scrutava l’essenza dell’io in un contesto di intenso colore, ove emerge una passione intrinseca. È l’io che matura e che ritrova la forza nella fragilità, consapevole del tortuoso cammino.

    Che cosa cerca nei suoi ritratti?

    Questa è una bella domanda!

    Allora, tratti, movenze e pennellate trasudano di molecole dinamiche, guidate dal conscio e dall’inconscio di cui l’anima diventa una specie di “specchio”. Uno specchio che lascia riflettere l’essenza di un io nuovo, che lascia riscoprire l’essenza della vita in nuovi volti.

    In questi volti ci sono tantissime espressioni, specie in quelle dei bambini. Come sceglie i suoi soggetti?

    I volti sono il punto focale delle opere. Il tutto prende forma da un connubio fra idea, progetto e interiorità. Le espressioni indicano la capacità di ricercare lo sguardo di bimba dove si cela il desiderio dell’artista. I soggetti sono scelti da un’intuizione “inconscia” e profonda.

    C’è un quadro a cui è particolarmente legata?

    No, perché ogni lavoro nasce, prende forma, si plasma e acquista coscienza dall’intimo. Perciò l’uno non esclude l’altro, essi fanno parte di un grande disegno, cioè l’infinito (come i tanti tasselli della vita).

    Come ha conosciuto Spoleto Arte?

    Spoleto Arte l’ho conosciuta tramite vari eventi di rilievo, e con stupore in un momento così inconsueto.

    Qual è il suo prossimo progetto?

    Il mio prossimo progetto è tutto da scrivere, perché nasce e prende forma dalla vita stessa.

  • Intervista a Daniela Rebuzzi di Spoleto Arte: l’arte, un viaggio spirituale

    Lugano, 6 maggio. La passione per i viaggi è il filo conduttore che collega Daniela Rebuzzi alle sue opere. Viandante tra spiritualità e colore, l’artista della rosa di Spoleto Arte crea lavori che accendono nell’osservatore il desiderio di perdersi al loro interno. Perdersi sì, ma per poi ritrovarsi. Daniela mette nelle sue opere tutta la sua esperienza e ricerca per trarne la parte migliore. Come una guida, ci conduce per mano in un sentiero che si apre su risonanze positive. Ecco perché osservando le sue creazioni si prova il segreto piacere di stare in pace con se stessi. Dal 23 aprile è possibile sperimentare la sensazione di essere tutt’uno con questo mondo anche sulla piattaforma Arte in quarantena del Tgcom24. E proprio dopo un contributo a lei dedicato, abbiamo voluto farle qualche domanda.

    Le piace l’iniziativa del Tgcom24 di portare direttamente a casa l’arte contemporanea durante l’isolamento?

    Quando me ne hanno parlato, mi è sembrata un’ottima iniziativa. L’espressione artistica riesce a raggiungere lo spettatore, anche se non direttamente, avendo la possibilità di espandersi e dimostrare la propria forza. Sono fermamente convinta che ogni espressione d’arte è una “medicina invisibile” a portata dell’uomo e che, specialmente in questo periodo, ne abbiamo urgentemente bisogno.

    Daniela Rebuzzi

    Secondo lei per fare vera arte occorre viaggiare oppure l’arte è un viaggio che cominciamo in noi stessi?

    Per quanto mi riguarda, entrambe le cose. Il viaggio della mia vita, specialmente il mio cammino spirituale, influenza molto la mia pittura. D’altro canto il mio universo personale viene ampliato grazie alla mia passione per i viaggi che sono un vero percorso interiore, tracciato spesso in solitaria, al fine di entrare in comunione con i luoghi e le culture incontrate. Una sorta di studio che successivamente, dai miei taccuini, si traduce in arte.

    Nelle sue opere c’è effettivamente una forte componente spirituale e cromatica. Come comunicano queste due realtà nei suoi lavori?

    La realtà spirituale e quella cromatica coesistono nelle mia creatività e si fondono per esaltare il concetto che desidero esprimere attraverso un’opera d’arte. La sperimentazione della componente cromatica e l’energia dei colori delineano e rafforzano i concetti spirituali.

    Che funzione ha la parola nelle sue creazioni?

    Il gesto e la materia sono uno dei punti chiave da cui si dirama la mia arte dove confluisce spesso anche la parola, in foggia di scrittura o di poesia, sulla scia del desiderio di far emergere il concetto delle mie creazioni.

    C’è un’opera a cui è affezionata?

    L’opera a cui sono molto affezionata è senza dubbio Grandmother. Si tratta di un dipinto eseguito con tela dipinta ad olio lavorata a maglia. È stata un’opera che mi ha portato molto successo e visibilità, apprezzata inoltre dal critico Vittorio Sgarbi. Un dipinto che ho dedicato a mia nonna, la quale mi ha tramandato la passione per la manualità e insegnato il sapere dei lavori artigianali di un tempo.

    Come ha conosciuto Spoleto Arte e il suo presidente?

    Durante le selezioni della Biennale Milano 2017. In quell’occasione ho conosciuto il suo presidente Salvo Nugnes, grazie al quale nel corso degli anni ho partecipato a diverse esposizioni collettive.

  • Spoleto Arte: il pittore Valcarlo Drensi al Tgcom24

    Scrutare, domandarsi, riflettere. Valcarlo Drensi chiede all’osservatore partecipazione attiva. Guardare non è sufficiente quando serve darsi delle risposte, sebbene ponderate. Solo allora si contemplerà effettivamente la bellezza dell’insieme. L’artista ne è certo e lo dimostra attraverso le sue opere, oggetto di uno dei prossimi servizi del Tgcom24. Al format “Arte in quarantena” dunque un altro grande pittore contemporaneo dalle fila di Spoleto Arte.

    Valcarlo Drensi

    Nato a Roma nel ’53, Drensi si forma sotto la guida del maestro salentino Raffaele Giurgola, da cui eredita e rielabora i caratteri figurativo-impressionisti. È il ’92, quando espone alla galleria Munch di Amsterdam e alla Ensen Gallery di Dresda. Torna poi in Italia per il Festival dei Due Mondi di Spoleto (’94 e ’96) continuando a raccogliere menzioni speciali e riconoscimenti in casa e all’estero. La svolta tuttavia arriva nel 2006 con il Movimento Artistico e Culturale dell’Affabulazione Italiana. Per Drensi l’artista affabulante è colui che non riproduce la realtà, ma ne propone una alternativa e verosimile. È chi “attraverso la memoria elabora il verso con l’immaginazione”.

    Valcarlo Drensi
    Italiani in gita di Valcarlo Drensi

    Valcarlo Drensi e il Movimento Metaformale

    Segue il Movimento Metaformale nel 2009. Il pittore ne è, ancora una volta, il fondatore. In particolare, parla di “sintetismo espressivo” per cui è possibile offrire un’interpretazione ulteriore della realtà rendendola rappresentazione di quella concettualità “immaginabile, leggibile e sintetica”. Niente fronzoli e orpelli, semmai un figurativo che renda più fruibile l’esperienza concettuale informale.

    Valcarlo Drensi
    Inno alla gioia (particolare) di Valcarlo Drensi – Gli ideali volano alto indifferenti, le istituzioni pesano aggrappate alle spalle dei popoli che, come al solito, pedalano

    L’individuo, la folla, i simboli

    Interessante poi scoprire come dietro le creazioni di Valcarlo Drensi si nasconda anche una profonda analisi sociologica. Si prenda ad esempio la folla, un elemento spesso presente nei suoi lavori. Una folla dove il singolo individuo genera un movimento conflittuale o meno nei confronti degli altri e viceversa. Ciascuno dei personaggi è raffigurato in azione, in un moto di libertà ed espressione. Ciascuno si staglia su uno sfondo rarefatto che desidera passare inosservato per far emergere massimamente i suoi abitanti. Proprio a questi ultimi viene data particolare attenzione così come alla loro integrazione nel gruppo. Ecco allora che il pittore si aiuta, nella caratterizzazione sintetica dei personaggi, con l’utilizzo di simboli che connotino il soggetto e allo stesso tempo stimolino l’immaginazione del fruitore. Una bicicletta diviene metafora della gioia di muoversi e allo stesso tempo della fatica impiegata nel raggiungere un obiettivo; una barca simboleggia il viaggio e la speranza, così come una borsa il bagaglio di esperienze e conoscenze…

    Il messaggio di Valcarlo Drensi

    L’opera in questo modo si riveste di un significato palese e, al contempo, segreto. Ne nasce una suggestione tale da rielaborare il senso della realtà in un messaggio tanto concreto quanto comprensibile. O, come direbbe Vittorio Sgarbi:

    «gli uomini vengono esibiti quasi sempre nella loro pluralità, in disposizione orizzontale o verticale che sia, con la strutturalità decomposta della pittura a fare da perfetta metafora del loro essere un insieme comunque inseparabile, anche in una condizione permanente di annebbiamento che non è solo visuale, ma, probabilmente, anche esistenziale. È questo, forse, il messaggio più forte dell’arte di Valcarlo Drensi».