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  • Intervista di Alessia Mocci a Marco Incardona ed al suo Domande al silenzio

    Il ritmo delle nostre vite è divenuto talmente frenetico, talmente dinamico che ha finito per travolgere molte delle forme con cui si era veicolata la nostra civiltà nella modernità. L’accelerazione economica e tecnologica degli ultimi trenta anni, ha reso rapidamente desueti gli strumenti politici e culturali con cui pensavamo di governare le nostre esistenze.

    Parole cariche di comprensione verso ciò che accade oggi nel mondo e nella vita di ogni essere umano. In questo modo, Marco Incardona, racconta la genesi del suo romanzo.

    “Domande al silenzio”, edito nel novembre del 2011 dalla casa editrice “La Nuova Rosa Editrice” per la collana editoriale “Narrativa”, è il primo e sofferto romanzo dell’autore, una gestazione letteraria lunga ben due anni per riuscire ad esprimere tutto il “magma” che portava dentro. Un libro esperimento che porta il lettore acuto a riflettere sulla nostra società attraverso un protagonista davvero particolare. “Domande al silenzio” è una lettura ardua, imponente per le tematiche presenti e per la tipologia di narratio.

    Marco è stato molto disponibile ed esaustivo nel rispondere ad alcune domande sulla sua vita e sulla sua pubblicazione. Buona lettura!

    A.M.: Quando è nata la passione per la scrittura?

    Marco Incardona: Non so dire con esattezza quando sia nata in me la passione per la scrittura e a dire il vero non so nemmeno se la potrei chiamare una passione. Certo che solo l’amore e la passione rendono possibile il miracolo della scrittura creativa, questo non posso negarlo. Ma la parola passione lascia spesso presupporre un atto creativo positivo, un furor quasi inarrestabile verso l’affabulazione. Nel mio caso, per diventare tutto questo, ammesso che lo sia diventato alla fine, l’urgenza verso la parola ha dovuto superare molte barriere e molti ostacoli di ordine innanzitutto intimo. Avevo ed ho un rispetto quasi sacrale verso la letteratura ed i suoi maestri e non mi sono mai ritenuto all’altezza di cominciare un compito così difficile come quello di scrivere un romanzo. Si dice che Brahms per rispetto di Beethoven e delle sue 9 sinfonie abbia distrutto molte delle sue non ritenendosi degno di un tale maestro e che Bruckner per non superare il limite sacrale di 9 abbia retrocesso una delle sue sinfonie al numero 0. Nel mio piccolo anche io ho spesso bloccato ed umiliato il mio anelito verso la narrazione. Ma la vita si impone sempre e comunque e la scrittura si è rivelata alla fine l’unica forma per dare equilibrio ad una mente che, travolta da un continuo vortice di pensieri, stava cercando un modo per esprimersi. Nata in maniera quasi brumosa, quasi maledetta questa urgenza ha però ben presto preso le sue rivincite ed eccomi qua a parlare del mio romanzo “Domande al silenzio”.

    A.M.: Nato nel Sud Italia ti sei trasferito presto in Toscana. Come vivi questa tua dualità?

    Marco Incardona: La vivo in un modo allo stesso tempo naturale e complesso. Naturale perché ho dovuto abituarmi da subito a questa identità molteplice. Complesso perché solo il tempo, l’esperienza e la maturazione restituiscono in modo prospettico le peculiarità di un’identità che ha dovuto “barcamenarsi” tra più culture e farlo in un modo il più possibile naturale. I miei genitori sono meridionali entrambi, ma di due regioni ricchissime e diversissime come la Campania e la Sicilia e questo ha reso le cose ancora più complesse. In più c’è da dire che, entrambi emigrati, essi non hanno reagito allo stesso modo al “dramma” dello sradicamento. Mia mamma ha probabilmente rimosso e sfaccettato la sua origine, diluendola in un vago meridionalismo, mio padre invece ha creato un dualismo quasi ossessivo con la sua Sicilia, lasciando aperta in tutti noi l’ingombrante presenza di quest’isola favolosa. Un rapporto con il Meridione diverso in loro che si è riverberato in me in una fascinazione continua, quasi ancestrale, quasi commovente. Vi è poi il mio essere toscano, l’essere cresciuto nel pisano ed il vivere da anni a Firenze, città a cui sono legatissimo, a complicare ulteriormente il quadro. Alla fine l’unico modo che ho trovato per trovare pace in questa impossibilità ad avere delle radici stabili è stata quella di aprirmi ulteriormente ad altre culture. Per questo solo guardando al Sud mi sento toscano e viceversa. Mi sento profondamente italiano ed europeo e provo sempre ad essere curioso ed a osservare tutte le culture con estremo interesse, questo è il lascito più bello di questa mia dualità.

    A.M.: Come nasce l’idea di pubblicare “Domande al silenzio”?

    Marco Incardona: Quando nel settembre del 2006 ho cominciato a scrivere il romanzo non credevo di arrivare alla fine, tanto meno immaginavo un giorno che sarei riuscito a pubblicarlo. La scrittura da atto quasi temerario, visto anche gli ostacoli mentali di cui parlavo prima, si è alla fine rivelata una sfida con me stesso, un modo per vagliare di che tempra fossi fatto. Mi sono auto imposto una tensione forte tra uno stile di scrittura il più possibile eclettico ed un’architettura della trama complessa e sperimentale. In corso d’opera ho scoperto quanto fosse bello scrivere un romanzo, quanto fosse faticoso, ma anche quale libertà di espressione mi stesse concedendo. Non solo la storia e la trama, ma anche il mio modo di pensare, i miei abissi più profondi sono divenuti parte della mia scrittura in un modo quasi inestricabile. Il romanzo concede una duttilità concettuale unica ed eccezionale, che ho capito essere per me molto congeniale. Padrone incontrastato di tutto il romanzo fino a darne il titolo è dunque il silenzio ed in una duplice accezione. Il silenzio, il suo ruolo, il suo fragore diviene progressivamente l’elemento cardine che prende la scena fino ad imporsi sui personaggi in un modo imprevedibile. Ma non voglio essere criptico, perché quello che voglio dire è facilmente comprensibile. Il ritmo delle nostre vite è divenuto talmente frenetico, talmente dinamico che ha finito per travolgere molte delle forme con cui si era veicolata la nostra civiltà nella modernità. L’accelerazione economica e tecnologica degli ultimi trenta anni, ha reso rapidamente desueti gli strumenti politici e culturali con cui pensavamo di governare le nostre esistenze. Al loro posto si è fatto spazio, quella che io definisco una morsa mortale fatta di edonismo individuale, di postmodernismo culturale e di falsa condanna delle ideologie in politica, che ha lasciato nessuno spazio alla libertà di pensare. In questa morsa il silenzio è divenuta quasi un’istintiva forma di salvaguardia con cui gli esseri umani provano a proteggere quello che hanno rinunciato a capire e spiegare. Silenzio intimo, silenzio di mancati dialoghi, silenzio di mancate domande, silenzio tra generazioni, silenzio su avvenimenti che non si riesce più a tenere insieme. Un silenzio che è dunque metafora di un tempo che attraverso la proliferazione pensava di poter spiegare tutto, silenzio che è metafora dei nostri limiti e delle nostre rinunce. Dall’altra parte il silenzio è stato protagonista anche della mia vita mentre scrivevo il romanzo. Come molti giovani d’oggi, ho dovuto presto scoprire quanto fosse grande lo iato tra le aspettative adolescenziali e la vita concreta. Avevo preso la decisione di non continuare il mio dottorato e di abbandonare ogni velleità di ricerca e di lavorare. Scelta per me difficile e molto sofferta, scelta che in molti non capivano e non approvavano ed io ho preferito rispondere con il silenzio e la scrittura.

    A.M.: Prova a descrivere “Domande al silenzio” con cinque aggettivi.

    Marco Incardona: Magmatico. La densità di scrittura, l’eclettismo narrativo e la forte struttura, rendono il romanzo ed il suo stile complesso, magmatico appunto. Volevo rendere chiaro il contrasto tra il modo sicuro con cui il protagonista pensava la sua vita ed il modo magmatico in cui essa invece appariva se vista dall’esterno.

    Sofferto. Ho lavorato anni per scrivere questo romanzo, mi sono speso sino all’ultima goccia, ho riversato tutto me stesso, tutto il mie pensiero si trova in esso. Ho spesso sofferto della coscienza dei miei limiti oggettivi rispetto all’immane compito che mi ero dato. Sofferto ma vissuto fino in fondo.

    Caleidoscopico. Come in un caleidoscopio colori ed immagini si compongono e si decompongono per magia, trasportate su un piano spaziale immaginario e denso di significato. Io stesso mi sono stupito del mio eclettismo mentre scrivevo. Ma stupirsi è uno dei modi più belli per scoprirsi vivi.

    Irriverente. Non ho guardato in faccia nessuno, ho provato ad affrontare con forza tutti i temi spinosi che volevo affrontare. Ho costruito i personaggi in modo accurato, in modo da consentirmi una batteria di fuoco completa e possente. Senza risultare demolitorio e disfattista, ho provato semplicemente a pensare le contraddizioni del nostro tempo, le sue aporie, le sue innumerevoli ed deplorevoli agiografie.

    Sincero. Mi sono messo in gioco a 360 gradi, non mi sono mai sottratto alla contesa. La scrittura graffia e modifica, la scrittura apre spazi nuovi, mette in luce aspetti di noi stessi prima sconosciuti che non sempre si è disposti ad accettare. Ho dovuto affrontare abissi mentali e paure radicali per poter scrivere il romanzo. Solo questo mi ha dato la forza ed il coraggio di essere audace ed anche ambizioso. Audace perché sincero, ambizioso perché disposto alla caduta.

    A.M.: In “Domande al silenzio” c’è un plurilinguismo particolare, ci racconti qualcosa in proposito?

    Marco Incardona: Sono totalmente affascinato dalla differenza, dall’alterità. Le lingue restituiscono tutta l’ambiguità della possibilità del dialogo e dell’assoluta incomprensione. Le lingue sono una sfida che mette in crisi, perché mette in evidenza i nostri limiti, perché ci riduce, quando le conosciamo poco, allo stato di bambini alle prime armi. Nel romanzo ho voluto giocare con questo, da una parte perché sono affascinato dalle lingue che ho usato nel romanzo e dall’altro perché volevo mettere in luce tutte le mie pochezze. Perenne insoddisfazione di chi vorrebbe perseguire l’impossibile, di esprimersi con purezza in una lingua diversa da quella madre come faceva Conrad, come faceva Panait Istrati. Anche le lingue usate, ed avrei voluto conoscerne di più, entrano a far parte di diritto del magma esistenziale che ho provato a riprodurre. Penso sempre alle lingue che non conosco, alla mia pigrizia, a tutti i capolavori che non posso leggere, questa è davvero una mia ossessione. Alla fine non so risponderti con coerenza a questa domanda, mi è risultato alla fine tanto inconsapevole, quanto indispensabile.

    A.M.: Ti sei mai cimentato in poesia?

    Marco Incardona: Questa risposta è per me ancora più difficile. Potrei semplicemente dire che in realtà io mi sento un poeta, che ho cominciato con lo scrivere poesie, che ho letto forse più poeti che scrittori, ma rischierei di essere banale innanzitutto con me stesso. La poesia è una bussola del mio esistere che spesso è con me parca di affetto e che altre volte mi concede squarci di bellezza struggente. Imponderabile ed inarrestabile. Non riesco a non scrivere poesia e nessuna poesia mi appare mai definitiva come è invece accaduto con il romanzo. Difficile vivere a stretto contatto con la poesia per me e difficile farne a meno. Essere veramente poeti nella nostra società è un atto di ribellione talmente radicale da richiedere una forza d’animo ed una temerarietà di spirito che non sempre sono in grado di avere. Sarebbe molto bello, ma forse sono solo un piccolo essere umano che naviga a vista, anche se a parole mi illudo del contrario.

    A.M.: Che rapporto hai con la lettura? Sei un lettore sporadico oppure famelico?

    Marco Incardona: La lettura per me è tutto, il principio e spero la fine. Prima che scrittore io sono e rimango un avidissimo lettore, affascinato dalla miriade di scoperte intellettuali da poter fare durante la vita. Non potrei nemmeno pensare la mia vita senza un libro da leggere, una specie di perenne coperta linus. Ma ci tengo ad aggiungere una cosa: non può che essere così. Diffido abbastanza di coloro che, quasi fossero investiti da uno sciamanico dono verso la narrazione, si permettono il rischio di scrivere a profusione, senza aver meditato in profondità su altri scrittori. E non si creda che il mio sia solo un esercizio di snobbismo, perché si vive anche bene senza, lo ammetto. Solo che in me rimane il dubbio fondato che questa presunzione di base si esprima soprattutto verso gli altri, si traduca in un mancato ascolto degli altri, delle loro storie, delle loro paure recondite. Leggere è un modo affascinante di scoprire la vastità e la complessità dell’umano e del suo manifestarsi. Per questo compito altrettanto importante è quello di leggere bene, di scegliere bene e di non accettare mai di venire meno ai propri criteri. Leggere aiuta soprattutto a capire che sono proprio i nostri limiti temporali a rendere a volte necessaria una cernita, ma anche il suo contrario, la bellezza di leggere il primo libro che ti capita per le mani e scoprirlo essere un capolavoro inaspettato.

    A.M.: Se potessi scegliere, in quale città troveresti maggiore ispirazione per scrivere?

    Marco Incardona: L’esperienza me ne suggerisce una, Parigi. La risposta è scontata ma le motivazioni sono assolutamente esperite in prima persona. Parigi non è una città facile, spesso è graffiante, veloce, competitiva, perennemente distratta. Tutto appare possibile e tutto ti passa accanto indifferente, perché alla fine hai da fare mille cose ed il tempo tiranno lascia poche chances. Quasi che si trattasse di una perenne traversata nel deserto, l’enorme lascito culturale della città, come fosse un miraggio, ti conduce versa l’uscita, versa la risoluzione del dramma. Parigi è spesso una città aspra, tesa, stridente, ma anche una città che mette energia, che dà carica, che si strugge in attimi di inaspettata bellezza. Parigi è una città che quando meno te lo aspetti, ti prende per mano, ti fa sedere in uno dei suoi tanti bistrot e ti fa cominciare a scrivere. Potrebbe essere la mia risposta definitiva, ma forse no… ci sono altre città, ma certo Parigi è la città in cui ho vissuto che più mi ha ispirato, soprattutto quando non mi aspettavo più niente da lei.

    A.M.: Oltre alla scrittura hai qualche altra passione?

    Marco Incardona: A dire il vero mi piacciono solo cose che a ben vedere hanno stretto connessione con la mia scrittura. Adoro viaggiare, conoscere posti nuovi e fare lunghe passeggiate. Adoro la musica in tutte le sue manifestazioni, ma soprattutto la musica classica. Adoro il filosofo Adorno, ma so che anche questo ha molto a che vedere con la mia scrittura.

    A.M.: Hai in programma qualche altra pubblicazione per il 2012? O delle presentazioni de “Domande al silenzio”?

    Marco Incardona: Per ora voglio spendermi completamente nella promozione del romanzo che ho pubblicato. La sua complessità d’insieme ha bisogno di un tempo relativo per trovare quel corpus di lettori in grado di apprezzarlo e valorizzarlo. Per questo voglio spendermi nella sua promozione, anche perché credo nel valore complessivo di quello che ho scritto. Proverò dunque a fare molte presentazioni del romanzo, oltre a quelle che ho già fatto. Le presentazioni mi piacciono molto, permettono un contatto diretto con i potenziali lettori, e permettono di scoprire la voce e la portata dell’autore. Mi piace questo contatto umano, e mi riempie di gioia e di incredulità il sapere che delle persone vengono per ascoltare la presentazione del romanzo.

    A.M.: Salutaci con una citazione…

    Marco Incardona: Per ora ti do questo insegnamento, o pazzo, prima del congedo: “se non si può più amare, si deve passare oltre!”

    Così parlò Zarathustra e passò oltre il pazzo e la grande città.

    Friedrich Nietzsche

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    http://www.facebook.com/incardona.marco

    Alessia Mocci

    Responsabile dell’Ufficio Stampa di Marco Incardona

    ([email protected])

    Fonte:

    http://oubliettemagazine.com/2012/07/04/intervista-di-alessia-mocci-a-marco-incardona-ed-al-suo-domande-al-silenzio/

  • Le novità editoriali per giugno 2012 della casa editrice Rupe Mutevole Edizioni

    Fondata nel 2004, la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni ha avuto modo di espandersi nel settore tematico e geografico. Son ben venti le collane editoriali della casa editrice, venti sono dunque le braccia che accolgono la diversità per condurre oltre i confini territoriali e mentali. La denominazione delle collane è in linea con la politica della casa editrice, troviamo infatti: “Letteratura di Confine”, “Trasfigurazioni”, “Mappe di una nuova èra”, “Saggi”, “Rivelazioni”, “Poesia”, “Fairie”, “Atlantide”, “La quiete e l’inquietudine”, “Oltre il confine”, “Scritti in scena”, “Sopralerighe”, “Heroides”, “Poesia e vita”, “Echi dalla storia”, “Visioni”, “Margini liberi”, “Echi da internet”, “Radici”, “Supernal Armony”.

    Ecco le novità per il mese di giugno 2012:

    “Capelli – dentro la mente di un serial killer” di Massimo Bianco

    Collana “La Quiete e l’Inquietudine”. “Capelli” ha un inizio soft, in cui l’attenzione è rivolta alla vita di alcuni ultratrentenni legati da un tragico passato. Ma uno di costoro è scosso da intense e tortuose pulsioni di morte, che durante un sanguinoso mese di agosto lo spingeranno a uccidere tre persone nel giro di pochi giorni, segnando per il lettore l’inizio di un’inarrestabile escalation nell’orrore e di un’approfondita introspezione della mente di un pericoloso serial killer, morbosamente attratto dai lunghi capelli femminili. Invece per l’ispettore Ceriale e per il vice commissario Conti sarà una disperata corsa contro il tempo per fermare la catena di delitti. Massimo Bianco scrive senza mezzi termini, con uno stile deciso e vincente, nonché avvincente, intrigante, dalla capacità di stupire, trascinare e coinvolgere. (…) Oltre a essere un thriller ben fatto ed equilibrato, “Capelli” è anche introspezione, argomento inerente alla devianza mentale, un filo sottile che si avvicina a temi attualissimi come la sessualità malata e sconfinante nella maniacalità, patologia che sfocia nell’assassinio, nelle aberranti conseguenze. (…) In “Capelli” è il serial killer il vero protagonista, non i poliziotti che gli danno la caccia, nonostante ovviamente costoro abbiano comunque ampio spazio.

    “Nudo d’Amore” di Antonio Pelliccia.

    Collana “Trasfigurazioni”. Il tema dell’assenza della donna amata e dunque di una salda ragione di felicità nella vita è l’essenza della raccolta “Nudo d’Amore”, è un’assenza ossessiva che viene celebrata nelle liriche come se fosse tutto ciò che all’Io Poetico resta: l’assenza. Non troviamo, dunque, dei miseri pianti causati dall’allontanamento dell’amante ma, bensì, una realtà altra che si ciba di questa assenza, che realizza il suo vivere, e dunque la sua esistenza, proprio in questa mancanza idilliaca di un amore, di una figura al suo fianco che possa sostenerlo nel momenti ardui ed incostanti. L’Io realizza delle invocazioni alla mancanza come possiamo ben analizzare in liriche come “Lamento”:
    “La tua assenza/ è il mio canto,/ la mia sola ragione,/ la tua assenza/ è il rimpianto sofferto/ del mio tempo,/ una lama che m’infiggi/ nel petto/ e la ferita/ che mi sanguina ancora./ La tua assenza/ è il profumo di fiore/ dei giorni di dolore,/ l’unico fuoco/ che accende le mie ore,/ la tua assenza/ è il rosario che sgrano,/ semina di un ricordo/ per il tuo ritorno.”
    Ma in “Nudo d’Amore” incontriamo anche uno spirito in continuo cambiamento che desidera conoscere il diverso, ciò che ancora non comprende, viaggiare in posti esotici, vedere metropoli lontane, percepire villaggi, assistere a mutamenti climatici, porsi nello sguardo dell’altro, dello sconosciuto per apprendere e portare avanti la trasformazione della percezione tanto cara all’Io, il quale abbisogna di definirsi e scomporsi in ogni istante del suo esistere.

    “Morgete fragranze incise d’agave” di Mario Raso

    Collana “La Quiete e l’Inquietudine”. Il titolo “Morgete fragranze incise d’agave” è naturalmente ispirato al mio patrimonio genetico ereditato dai miei avi in terra di Morgetia dall’eroe Morgetio condottiero del leggendario re Italo che, appunto, diede nome agli abitanti gli italici anticamente vissuti sulla parte estrema dello stivale ricca di cultura pre-ellenica, l’attuale provincia di Reggio Calabria nella quale crebbe l’odierna amata terra nostra nominata Italia. Fragranze sono i gusti del bergamotto degli ulivi secolari, dei boschi di castagni del parco nazionale d’Aspromonte dove il mio paese è incastonato al centro sul terrazzo da dove si scorge il Tirreno e le isole Eolie quando c’è bel tempo, dei tramonti viola del profumo dei due mari che baciano i fianchi delle costa, del miele d’arancio che mi porto nel cuore e nell’anima. Incisa d’agave perché i primi 18 anni li ho vissuti nella mia amata Cittanova e, l’agave è una pianta anche mediterranea, che fiorisce dopo diciotto anni circa. Il mio Entusiasmo poetico nato dal piacere per un amore immaginato, per un ricordo affiorato all’improvviso, per un segno ancestrale di preghiera come di ringraziamento quanto di immaginazione, per un viaggio col mito ellenico o nordico, oppure dell’estremo oriente o, rivelato da urla del mondo della natura e, anche dell’istinto primordiale di parlare col Creatore, porta l’estro a scatenarsi dall’inconscio.

    “Cor core in pace” di Andrea Furbini

    Collana Poesia. Dalla prefazione di Marco Baldini: Ho conosciuto Andrea Furbini qualche anno fa e subito ho visto in lui del talento. L’ho preso con me in radio e per un anno abbiamo dato vita ai “pensieri di Cassandrino”, uno spazio della mia trasmissione del mattino che andava in onda tutti i giorni. Sono stato colpito dalla facilità che Andrea ha di sintetizzare le situazioni, i fatti di cronaca e anche i sentimenti e trasporli in rima; che siano sonetti, monologhi o piccole poesie. Lo stile è quello dei poeti romani di una volta, quelli che attaccavano alle statue di Roma la loro satira contro i potenti, il malcostume e i soprusi. Erano un po’ la “radio” di quel tempo, il termometro dell’umore del popolo e il loro stile era graffiante, diretto e dotato sempre di un sottile umorismo. Se mi avessero letto una composizione di Andrea e mi avessero detto che era una poesia del XIX secolo, non avrei avuto difficoltà a crederci perché lo stile è quello e non è frutto di studi, anche se Andrea legge molto, bensì di dote naturale, di una magica alchimia che fa sì che un uomo del XXI secolo riesca a scrivere e a pensare come quei poeti di due secoli prima descrivendo l’attualità dei giorni nostri. è per questo che Andrea ha scelto come pseudonimo: Cassandrino, un’antica maschera tipica di quel periodo, divenuta burattino nel XIX secolo (funzione che ebbe anche il burattino di Rugantino), non solo per scrivere ma anche per recitare le sue composizioni nelle osterie, nelle piazze e nei teatri improvvisati come facevano una volta gli artisti di strada.

    “Transiti diversi” di Antonio Pelliccia, Claudia Piccinno, Alessio Salvini, Maria Luisa Lamanna

    Collana “Trasfigurazioni”. Varcare le soglie del verso, insistere sulle particolarità dell’espressione, metabolizzare i pensieri riuscendo a ricavarne immagini condivisibili, rimembrare delle storie esistenti solamente nella memoria, ed infine sottolineare il tutto con una acuta cura della sonorità. Il titolo della raccolta poetica “Transiti diversi” è un calembour che simboleggia il movimento che avviene nella creazione letteraria con l’assembramento dei sintagmi nominali e verbali; dei movimenti diversi dunque, in quanto i quattro autori presenti operano utilizzando stili poetico differenti; ed infine è da intendersi come un transito di-verso e dunque un passaggio da un verso all’altro che si materializza in modo totalmente fluido e naturale. Antonio Pelliccia con “Canzoni d’inverno”, Claudia Piccinno con “Potando l’Euforbia”, Alessio Salvini con “Il canto della sera” e Maria Luisa Lamanna con “Tre brividi soltanto” sono i protagonisti di questo incedere di-verso che omaggia la laboriosità delle emozioni.

    “Petali di clessidra” di Gastone Cappelloni

    Collana “Trasfigurazioni”. Fra amici si dicono a volte cose importanti. Si tratta di quegli attimi di vita quotidiana che rimangono sospesi nel tempo, con la sensazione che non ci saranno molte altre occasioni del genere. Questa poesia è tutta fatta di atmosfere legate ai nostri giorni, ma contemporaneamente ha qualcosa di incorporeo ed infatti sono quasi assenti gli oggetti, con la loro carica consolatoria. Gastone Cappelloni alla ricerca di autenticità ci suggerisce alcune soluzioni per andare avanti, con il suo tono incantato, ironico, scanzonato, amichevole! Postfazione di Giancarlo Lepore.

    “Senza titolo” di Christian Iacomucci

    Collana Heroides. In questa raccolta c’è un canto senza labbra, una musica senza suono, una silloge senza titolo. Che io motivo così: “Quando il metodo sarà infine trovato, non è detto che non me ne disfi e m’interrompa. La lunga distanza porta inevitabilmente con sé un mediocre suicidio d’oltranza. E cominciare altrove”. Ed è esattamente ciò che esalta il libro a una potenza bellissima, fenomenale e luminosa. Christian Iacomucci non è il canuto personaggio che potrebbe venirci in mente leggendolo, anzi, è giovane, non ha nemmeno raggiunto i trent’anni, e se non lo dicessi nessuno lo penserebbe. Questo lavoro sembra lo scritto elaborato di un veterano, di una persona estremamente saggia e navigata, magari un anziano professore in pensione, uno che ha avuto modo di leggere molto, di documentarsi, di esperimentare.

    “Emozioni” di Anna Corsi

    Collana “La Quiete e l’Inquietudine”. Ecco Anna Corsi nella veste di poeta. La conosciamo come quella signora senza età che tanto ci ha appassionati con la storia della sua vita, i dettagli di tanti anni vissuti nel tortuoso cammino della guerra durante il quale non sono mai mancati il sorriso, l’amore, la speranza. Di tutto quanto letto di questa Autrice, non da meno Il libro di Anna, suo primo lavoro, ne abbiamo tratto molta forza, esemplare oserei dire, la potenza con cui la Nostra scrive, trasmettendo moltissimo coraggio a qualunque lettore. È bello e fa bene dentro attraversare i racconti della Corsi.

    “Demoni in soffitta” di Donatella Canepa

    Collana “Trasfigurazioni”.

    È una comune notte come tutte le altre,
    ma non riuscite ad addormentarvi.
    Sentite qualcosa che si smuove dentro di voi.
    Qualcosa che si muove per la soffitta di casa.
    Stasera non avete letto Dylan Dog.
    Salite le scale, impauriti.
    Il rumore persiste.
    Aprite la porta tremando.
    Vi guardate attorno
    Non c’è nessuno.
    Neanche un topo.
    Ma i rumori aumentano, vi frastornano la testa.
    Una vecchia cassapanca.
    Si muove.
    Con la lentezza di un sogno.
    Cercate di scendere e di tornare a letto.
    Domani sarà mattina.
    Domani si andrà a lavoro.
    È solo un sogno.
    Ma qualcosa di più forte,
    di inspiegabile vi spinge verso la cassapanca.
    Non è una fattore esterno, è qualcosa che viene da dentro di voi.
    Siete voi che portate la vostra mano ad aprirla.

    “Nelle meditate attese” di Alfonso Graziano

    Collana “La Quiete e l’Inquietudine”. È sempre un onore ma anche un onere accettare di tenere a battesimo l’opera prima, non che l’Autore in questione mai abbia editato, ma tale è- in verità- il suo primo libro: speziato sì di aromi, di muschio, di ambra e rugiada per il suo senso estetico, del bello, intriso di tenerezza, ma anche un atto di sincera ribellione, di nausea per un mondo volgare, incapace di accettare le «exis», le esigenze umane ma pronto a reprimerle. Da cui la violenza morale, psicologica di una società insensibile e massificata, votata all’utilitarismo più bieco (vedi Violenza ) che in tal journal intime, in tale diario di bordo, sembrerebbe stonare a prima vista, ma non è così. Tutto il libro di Alfonso Graziano è coerente al suo dettato poetico. Se la poesia è voce interiore che reclama e dice (non parla solamente e la differenza è sostanziale) della nostra esperienza esistenziale in senso lato, il Nostro Autore non poteva ingannare la propria coscienza, proprio in quanto guidato da quella voce interiore che si riflette e si espande nella parola, nel verbum. Egli non poteva tacere anche i lati negativi che incontra un’anima bella con il macrocosmo, il fuori di noi, il più delle volte costruzione umana, sociale. Alfonso Graziano dipana la trama originaria del suo essere in questo libro poetico, non silloge semplicemente. Troviamo quindi gioia, dolore, stupore, meraviglia e amore che solo certi spiriti eletti hanno avuto in dono dall’ispirazione di sondare, di esplicare con forma ineccepibile.

    “La via dell’ignoto – riverberi d’ignoto” di Haria

    Collana “Supernal Armony”. Prima parte. Allegato cd musicale.

    Rupe Mutevole Edizioni sarà presente ad ottobre alla Fiera Internazionale del Libro di Milano:

    http://oubliettemagazine.com/2012/05/15/rupe-mutevole-edizioni-partecipa-alla-fiera-del-libro-di-milano-dal-26-al-29-ottobre-2012/

    Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

    http://www.rupemutevoleedizioni.com/

    http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni

    http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

    ([email protected])

    Fonte:

    http://oubliettemagazine.com/2012/07/04/le-novita-editoriali-per-giugno-2012-della-casa-editrice-rupe-mutevole-edizioni/

  • Intervista di Mariagrazia Toscano a Nicoletta Nuzzo ed al suo Portami negli occhi

    Ed eccovi la splendida intervista di Mariagrazia Toscano per il Corriere Salentino all’autrice Nicoletta Nuzzo ed alla sua la silloge poetica “Portami negli occhi”, edita nel 2011 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni per la collana editoriale “Poesia”.

    Portami negli occhi/ e tienimi vicina/ e tienimi lontana/ come/ dentro un’onda

    Nicoletta Nuzzo è nata nel 1955 a Galatina (Lecce). Dopo gli studi filosofici all’Università di Bologna si è interessata di Orientamento e Formazione professionale, d’Imprenditoria femminile ed attualmente vive a Perugia.

    Ha pubblicato Cronache di un gatto professionista (Manni 2006) ed Un gatto senza vanità (Rupe Mutevole 2010). Negli spazi dell’ Associazione Culturale Evaluna di Lecce alla presenza di Loredana De Vitis, Giornalista e Scrittrice, il giorno 14 giugno 2012, si è svolta la presentazione della raccolta poetica Portami negli occhi di Nicoletta Nuzzo, Premio Nazionale Il Paese Delle Donne 2011, Rupe Mutevole Edizioni nella collana Poesia, la cui prefazione è a cura della filosofa, storica e docente Patrizia Caporossi.

    Il volume di facile lettura, finemente rilegato, racchiuso in 120 pagine e con l’immagine di copertina a cura dell’Artista Pina Nuzzo, è un fragile e forte viaggio poetico diviso in ben sette percorsi tematici: Madre, Mare, D’Amore, Tempo, Recherche, Cambio, Preghiera, in cui è consigliabile accedere in punta di piedi, per i profondi sentimenti, emozioni, sensazioni ed illuminazioni in esso narrati, tipici della profonda esigenza di comunicare con la necessità di emanciparsi da uno stato di sensibilità interiore, osservati con un’accurata analisi introspettiva.
    Il movimento del libro nell’ambito di ogni tema, che definirei un piccolo, grande scrigno da custodire gelosamente nella propria libreria è quello dell’inesorabile alternanza tra vuoto e pieno, di fusione e separazione, lotta di opposti, leggiadra danza per ricordare e dimenticare come nella soave poesia Rinascere, che rappresenta il continuo moto ondoso come si evince nella lirica di copertina.

    Rinascere/ gli opposti mi sfiorano/ e per non perdermi/ ogni giorno ha il suo rito:/ una danza per dimenticare / e per ricordare.

    La sua poesia è l’arte di liberare il suo particolare animo sensibile riuscendo a catturarlo in poche ma efficaci parole, tipica espressione di generosità nei confronti di chi legge, lì dove il lettore non fa altro che impossessarsene filtrando la realtà e farne nutrimento per la propria mente ed anima, espressione sublime del senso della vita, in una personale fusione di stupore e saggezza, sì perché “La parola è come acqua di rivo che riunisce in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata”. Giorgio Pasquali.
    In una gradevole serata di primavera inoltrata, ho incontrato la versatile poetessa, che è stata ben lieta di rispondere ad alcune mie domande:

    M.T.: Nicoletta, cosa rappresenta la poesia nella società odierna?”

    Nicoletta Nuzzo: La poesia oggi più che mai penso rappresenti la possibilità di entrare in contatto con la parte più profonda di noi stessi, con un “sentire originario” di emozioni e pensieri che possa dare un senso al nostro percorso esistenziale.

    M.T.: È un’arte riservata solo a pochi illuminati, oppure tutti oggi, possono scrivere versi, rime e pensieri?

    Nicoletta Nuzzo: Non esiste un’unica narrazione della realtà ed allora penso sia importante che ognuno di noi dia la sua versione attraverso la scrittura, al di là del valore letterario che questa può manifestare. E se ciò vale per l’evoluzione di tutti è particolarmente cruciale per quella delle donne per uscire dal “mutismo di una lingua altrui”.

    M.T.: La poesia è un racconto con le parole essenziali: quelle tecniche infreddoliscono la poesia, quelle banali la rendono inutile, mentre quelle semplici, nude e calde, la rendono unica. Cosa ne pensa?

    Nicoletta Nuzzo: Mi piacciono le parole “nude e calde”, senza orpelli, dove il movimento è quello del togliere fino all’essenza. Ed è così che anche nelle mie poesie le parole sono scelte non per ragioni estetiche ma per necessità, stabilendo un’alleanza che mi aiuti a mettere “in verità” i vari momenti della mia esistenza.

    M.T.: C’è qualcosa di eterno nelle sue poesie?

    Nicoletta Nuzzo: C’è una forte interrogazione di senso sui temi eterni, archetipi ( Madre, Mare, Amore, Tempo…), di richiesta sospensiva del dolore, della solitudine come racconta questo mio verso”…
    io acqua soffice
    mi porterò davanti ai corpi che se ne vanno
    per implorare la fine dell’addio e l’inizio del ritorno
    subito.



    M.T.: Se dovesse sintetizzare in una frase il senso del suo lavoro quale sarebbe?”

    Nicoletta Nuzzo: Portami negli occhi racconta di un processo d’identità al femminile contraddittorio, come altrettanto tra due forze contrapposte: opposti i desideri ed opposte le volontà, quella del passato con la sua tenacia e quella del nuovo con la sua fragilità. In questa dimensione le mie poesie rappresentano per me una pratica, un esercizio d’identità.

    M.T.: Progetti per il futuro?

    Nicoletta Nuzzo: Poesia. Ancora un’altra raccolta di poesie.

    M.T.: Grazie per l’intervista concessami e buon lavoro!

    Nicoletta Nuzzo: Un grazie speciale Mariagrazia per la sua cura così sensibile ed attenta per la mia poesia.

    Rupe Mutevole Edizioni sarà presente ad ottobre alla Fiera Internazionale del Libro di Milano:

    http://oubliettemagazine.com/2012/05/15/rupe-mutevole-edizioni-partecipa-alla-fiera-del-libro-di-milano-dal-26-al-29-ottobre-2012/

    Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

    http://www.rupemutevoleedizioni.com/

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    http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

    ([email protected])

    Fonte:

    http://oubliettemagazine.com/2012/06/24/intervista-di-mariagrazia-toscano-a-nicoletta-nuzzo-ed-al-suo-portami-negli-occhi/

    http://www.corrieresalentino.it/cultura/42986-portami-negli-occhi-di-nicoletta-nuzzo-silloge-poetica-tra-sentimento-ed-introspezione#.T-X9xpt2QGI.facebook

  • Giorni, stagioni, emozioni di Massimo Vaccaro, Rupe Mutevole Edizioni

    Il tuo corpo/ nudo/ disteso sul letto/ illuminato dalla fioca luce/ di una stanza/ nostro rifugio dal mondo/ Puro/ Eccitante il tuo corpo/ I tuoi occhi sono guida/ Respiro dalla tua bocca/ sulla tua pelle/ Le mie mani scivolano/ calde di desiderio/ sul tuo desiderio/ I tuoi sospiri/ I tuoi sospiri/ Accattivanti sospiri/ […]” – “I tuoi sospiri”

    L’essenzialità di un corpo, di un corpo nudo davanti all’Io Poetico che divora di desiderio ogni suoi pensiero. Un corpo che riesce a far trasmigrare l’anima dell’Io all’interno dello stesso, così che i respiri siano un tutt’uno con l’aspirazione di comunione tra i due corpi. Una poetica che cede all’erotismo senza alcuna provocazione di tipo sessuale. Una poetica che si lascia trasportare dal ricordo e dalle sensazioni.

    Giorni, stagioni, emozioni”, edito nel 2011 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni per la collana editoriale “La Quiete e l’Inquietudine”, è una silloge poetica di Massimo Vaccaro. Centrotrenta pagine colme di versi di carattere amoroso che si allargano in più tematiche a seconda della lirica presa in oggetto.

    In copertina la foto dello stesso autore riprende la fugacità di un incontro, di una camminata vaga nelle vie, quasi uno scontro tra due personaggi, un uomo ed una donna. Il mistero di uno sguardo fisico che si rifà ad un discorso filosofico sulla casualità della vita e sulle molteplici vie che si possono intraprendere.

    E se fossimo altrove?/ Ritrovarsi perduti/ con lo sguardo all’orizzonte,/ nel silenzio di alberi,/ nel profumo della luna./ Ritrovarsi abbracciati/ con le labbra affamate/ nel lampo di un bacio,/ nel brivido d’una carezza./ Corpi in delirio./ […]” – “E se fossimo altrove?”

    Il corpo visto come unico mezzo per la salvezza dell’anima e per la proclamazione dell’amore. Il corpo che compatta un’energia particolare che sono pochi corpi possono sentire, una sorta di eterna unione tra erotismo e passione, tra erotismo ed introspezione. Una vera e propria dedizione all’amore che porta l’Io poetico a vagheggiare nei suoi territori in modo del tutto pacifico.

    Mi abbaglia la luce del sole/ di quella spiaggia racchiusa/ nei frammenti di un sogno./ Onde, e poi ancora onde,/ di srotolano una dietro l’altra/ sull’infinità del mare./ Dolce melodia./ Ti vedo. Nuda, questa luce ti dipinge,/ i tuoi passi lenti sulla sabbia,/ il tuo sguardo che cammina/ sicuro verso me./ Sorridi./ […]” – “Onde, e poi ancora onde”

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

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    http://oubliettemagazine.com/2012/06/20/giorni-stagioni-emozioni-di-massimo-vaccaro-rupe-mutevole-edizioni/

  • Sguardi incostanti di Villani, Pes, Mabadémi e Vernaglione, Rupe Mutevole Edizioni

    Grammatiche verse ad autorar traffici/ d’ormai celeberrime ikebane…/ Spezzar di fame,/ ungon a magnanima/ l’io non io, mio non mio…/ Ricogniziono a bracci/ asfalti/ Critici…/ Cordono il fantaritocco,/ mio nodo mal assesto mediante mediamente/ intentar elevati a perpetui batter…/ Ha problemi d’accento,/ esta noche starnutiva slavata,/ ossequiar di sgravi detti nudo tanger…/ […]” “Io non io, mio non mio” Mabadémi

    Un versificare teso e pregno di immagini discordanti, l’autore nelle sue liriche si concede excursus dotti e raffinati che hanno una provenienza misterica, orientaleggiante e latineggiante. Uno stile che riprende la complessità degli autori medievali con la spontaneità della corruzione della lingua e l’attualizzazione dei momenti rappresentati.

    Sguardi incostanti”, edito nel marzo 2012 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni per la collana editoriale “Trasfigurazioni”, è una raccolta poetica formata da quattro autori e quattro sillogi: Luca Villani con “mutO eCO”, Tamara Pes con “Steli imperfetti”, Mabadémi con “Ripide Ombre” e Rolando Vernaglione con “Bianca”.

    Quattro differenti percezioni che si cimentano in un’aperta comparazione poetica, eterogenei pensieri che scivolano attraverso le pagine per collimare negli anfratti dell’inconscio, sviluppando in modo parallelo un discorso sulla caducità della memoria, sull’instabilità dell’impressione, sull’incostanza dello scenario.

    Lentamente la notte/ si gretola sul presente/ nemmeno un passo trascina/ l’aria di questo nero/ insensato/ ne una luce rischiara/ il cuore/ e le pietre silenti.” – “Nero” Rolando Vernaglione

    La malinconia espressa con semplicità, nessuna luce all’orizzonte a rischiarare ne il cammino ne la vista dell’Io. Una similitudine tra la realtà ed il corso del giorno, la notte è vista come l’oscurità della vita nel presente; l’accenno ad un amore conclusosi senza nessuna via d’uscita, nessuna luce, rimanda al silenzio eterno dei sassi.

    Incomprensibile finitezza/ la tua mano/ che lascia carezze/ profumate di possibilità/ che imprigionano attimi/ di sublime purezza./ E i miei pensieri/ svaniscono in fughe/ in immobile incantesimo./ E mi volto a guardarti/ e ritorno su di me/ sono corpo/ che affonda la terra/ […]” – “La prigione di uno sguardo” Tamara Pes

    La dolcezza nel versificare. L’Io poetico si lascia trascinare dalla sottile affermazione di vivere l’attimo come se fosse l’ultimo senza nessun imperioso pensiero ma, con la certezza dell’irripetibilità dell’istante, con la certezza di solitudine anche se in una situazione in presentia. L’Io si guarda attorno e si riscopre solo nella sua interezza di corpo, si riscopre unico nel suo sguardo.

    Fra mille ‘ma’/ mi barcamenavo,/ tiravo avanti/ da spettatore.// Ora no,/ sono l’autore/ e perseguo/ progetti concreti.// Dalle chimere/ prendo distanza,/ di vagheggiare/ ne ho abbastanza.// M’insidia l’invidia/ schiacciando il mio Io/ e resto restìo/ a dargliela vinta.// […]” – “Teso al futuro” Luca Villani

    La spontaneità del verso che porta ad una sincerità nei contenuti. L’Io è spoglio davanti al lettore, l’Io racconta di come nei percorsi si possa essere soggetti a sentimenti negativi, quali l’invidia, e sul come si possa rendersi conto di questa negatività per allontanarla dal vivere.

    Rupe Mutevole Edizioni sarà presente ad ottobre alla Fiera Internazionale del Libro di Milano:

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

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    http://oubliettemagazine.com/2012/06/13/sguardi-incostanti-di-villani-pes-mabademi-e-vernaglione-rupe-mutevole-edizioni/

  • Intervista di Alessia Mocci ad Antonio Pelliccia ed alle sue pubblicazioni poetiche

    Sono così miti/ le nostre giornate/ a passeggio/ per le strade del borgo,/ che il sole autunnale/ rischiara/ di una luce speciale./ Nelle piazzuole/ è un gioire/ di bimbi festanti / che giocano a palla,/ e nelle aiuole/ di un verde cangiante/ un fiorire/ di ragazze esultanti/ d’amore./ E anche tu sei più bella,/ se cammini al mio fianco,/ e l’azzurro del cielo/ ti dipinge sul volto/ il sereno candore/ dei tuoi giorni migliori.// […]” – “A passeggio”

    Antonio Pelliccia è nato nel 1945 a Casalnuovo di Napoli, dove vive ed esercita la libera professione di medico-chirurgo pediatra dopo aver diretto per molti anni una divisione di Pediatria di un ospedale di Napoli. Ha avuto per molti anni esperienza di impegno politico e amministrativo nel proprio comune e nel circondario.

    Nel 2012 ha pubblicato “Piccolo Canzoniere” e “Nuove Canzoni” con la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni e sono in pubblicazione “Nudo d’amore” ed una piccola silloge “Canzoni d’inverno” presente in una raccolta a quattro autori.

    Antonio Pelliccia si è dimostrato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande sulla sua poetica e sulle sue pubblicazioni. Buona lettura!

    A.M.: La poesia come via di fuga dalla vita reale. Anche per te la poesia è una via di fuga?

    Antonio Pelliccia: La forza dell’ispirazione estranea potentemente dalla vita reale pur tuttavia è sempre il dato oggettivo della realtà ( luoghi, persone, eventi, stati d’animo ecc. ) che traspare nelle forme e nell’atmosfera dei versi. Credo che la formula del “Correlativo oggettivo” di montaliana memoria sia tuttora valido in poesia.

    A.M.: Nel 2012 è uscita la tua raccolta “Piccolo Canzoniere”. Qual è la poesia al suo interno che ancora oggi ti fa tremare quando ci ripensi o la rileggi?

    Antonio Pelliccia: Amo intensamente le mie prime poesie cioè quelle degli anni 60. Sono i versi dei miei vent’anni ed hanno per me un fascino struggente anche per il mondo che esprimono.

    A.M.: A breve usciranno altre tue novità editoriali: “Nuove Canzoni” e “Nudo d’amore”. Quali sono le differenze sostanziali tra le due raccolte?

    Antonio Pelliccia: “Nuove canzoni” sono una continuazione ideale del “Piccolo canzoniere”, si rifanno agli stessi motivi di fondo ed ad una stessa ispirazione. “Nudo d’amore“ è una raccolta più intimistica, c’è un maggiore scavo interiore e si rifà ad una tematica che considero più vera ed essenziale del mio mondo poetico.

    A.M.: Hai anche in uscita una piccola silloge in una raccolta a quattro autori dal titolo “Canzoni d’inverno”. Perché hai scelto di partecipare ad una raccolta a quattro?

    Antonio Pelliccia: “Canzoni d’inverno” è una mia piccola silloge ( 10 componimenti ) molto compatta che ho composto proprio nell’ultimo duro inverno. Ho accettato di essere inserito in una raccolta a quattro soprattutto per avere l’occasione di confrontarmi con altri autori più giovani e forse alle prime prove come me.

    A.M.: Quali sono gli scrittori che più ami e che più ti ispirano?

    Antonio Pelliccia: Sono molto legato alla poetica esistenziale di Montale degli Ossi e di Satura e di Sereni degli Strumenti umani. Sia per la forma che per i contenuti mi piacciono molto Saba, Penna, Caproni e Pasolini. Non nascondo però una sorta di segreta ammirazione per la poesia civile di Luzi e Quasimodo. Anche alcuni autori del secondo Novecento come ad esempio Sanguineti Zanzotto er Erba riscuotono la mia ammirazione.

    A.M.: Tastiera oppure carta e penna?

    Antonio Pelliccia: Uso quasi sempre il computer per il mio lavoro, solo eccezionalmente mi lascio andare a carta e penna.

    A.M.: Curiosità! Se potessi scegliere una città in quale potresti aver maggiore ispirazione?

    Antonio Pelliccia: Io sceglierei Firenze, quella per intenderci della temperie culturale degli anni 30.

    A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni? La consiglieresti?

    Antonio Pelliccia: Mi trovo molto bene. C’è una buona accoglienza ed assistenza e la consiglierei senz’altro. Solo preferirei che di volta in volta puntasse su qualche singolo autore a sua discrezione più meritevole e lo premiasse anche con pubblicazioni senza contributo dell’autore.

    A.M.: Hai in mente di presentare al pubblico le tue pubblicazioni?

    Antonio Pelliccia: Io sono di carattere molto schivo e riservato ed inoltre i miei versi non offrono particolari difficoltà interpretative. Invece mi piace molto ascoltare le reazioni e le osservazioni dei miei lettori quindi non esiterei a partecipare a un piccolo dibattito sui miei componimenti.

    Rupe Mutevole Edizioni sarà presente ad ottobre alla Fiera Internazionale del Libro di Milano:

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

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    http://oubliettemagazine.com/2012/06/09/intervista-di-alessia-mocci-ad-antonio-pelliccia-ed-alle-sue-pubblicazioni-poetiche/

  • Resoconto della presentazione della raccolta poetica Stagioni Poetiche, Rupe Mutevole, a Rende (CS)

    Il 26 maggio 2012 alle 18:30, presso al Sala Tokyo Museo del Presente a Rende in provincia di Cosenza, è avvenuta la presentazione della raccolta poetica “Stagioni Poetiche”. La raccolta, edita nel gennaio 2012 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni per la collana editoriale “Trasfigurazioni”, presenta al suo interno quattro sillogi e quattro autori differenti.

    La presentazione del 26 maggio ha visto come protagonista Gabriele Fabiani e la sua silloge “Polvere Poetica”, una presentazione che ha visto come relatori la scrittrice, poetessa e giornalista Lucia De Cicco, l’attore teatrale e giornalista Giuseppe Lorin, la bibliotecaria Anna Canè. Lettori delle liriche Giuseppe Lorin e l’attrice e regista Susanna Camoli.

    L’autore è stato molto disponibile nel raccontarci la serata di presentazione. Buona lettura!

    A.M.: Com’è andata la serata del 26/05/2012 ?

    Gabriele Fabiani: La serata è andata benissimo. C’era molta gente e sono rimasto contentissimo per gli interventi dei relatori che hanno estrapolato la mia poetica e colto ciò che nasce dalle mie poesie. È qualcosa di indescrivibile sentir parlare gli altri delle proprie poesie, ascoltare ciò che hanno recepito, capito, interpretato, il modo in cui le mie poesie li ha catturati. Guardare il pubblico accorso e leggere sui loro visi attenzione ed interesse. Solitamente quando uno pensa ad un evento poetico lo associa spesse volte ad un evento noioso, invece, la serata è stata molto dinamica con intermezzi anche musicali e le persone presenti di certo non si sono annoiate, anzi.

    A.M.: Hai qualche aneddoto divertente che vuoi condividere con i lettori?

    Gabriele Fabiani: Aneddoti divertenti non saprei, anche perché quando parlo alla gente inserisco molta ironia ed i miei interventi riescono ad essere seri sui punti più cruciali ed allegri in quelli più tranquilli. Però mentre parlavo, e stavo per chiudere il mio discorso, mi resi conto di essere stato troppo filosofico così per tagliare la suspance ed avviarmi alla conclusione mi venne da dire: “e dopo questa perla di saggezza concludo…” e li tutti a ridere, io per primo.

    A.M.: Qual è il miglior complimento che sino ad ora ti è stato fatto sulla raccolta “Stagioni Poetiche”?

    Gabriele Fabiani: Il miglior commento che mi hanno fatto sulla raccolta è che è una raccolta che parla di poesia, di bella poesia. Avvolgente, calda, intensa poesia che abbraccia il cuore di chi legge. In particolare sulla mia silloge, è piaciuta molto la semplicità del verso che nasconde un messaggio molto più grande, un verso ermetico che apre a mille ragionamenti ed un incisività comunicativa che molti hanno definito uno stile nuovo e particolare, dicendomi di lottare per non cambiare mai il mio stile.

    A.M.: Ed il peggior commento sulla raccolta?

    Gabriele Fabiani: Per fortuna nessun commento negativo è giunto alle mie orecchie, anche se una critica l’accetterei volentieri perché la critica anche negativa aiuta a crescere a volte, ma finora nessun commento negativo è stato fatto sulla raccolta. Anzi le persone sono rimaste affascinate da “Stagioni Poetiche”.

    A.M.: Qual è la poesia che sino ad ora è piaciuta maggiormente al pubblico?

    Gabriele Fabiani: Sono tante le poesie che sono piaciute al pubblico ed ai lettori della raccolta, ma su tutte quella di cui si è parlato un po’ di più è quella mia dal Titolo “Poesia” perché viene interpretata come simbolo di vita, una vita che diventa ricca non delle cose materiali ma delle piccole cose che diventano ricchezza. “La gioia non è avere l’impossibile, ma stare insieme a te toccando l’inimmaginabile”. Questo verso spiega tutto ed è stato usato da molti dei relatori per indicare il ritrovare la vera gioia in quelle piccole cose che spesso accantoniamo.

    A.M.: Pensi di scrivere una raccolta tutta tua in futuro?

    Gabriele Fabiani: Lo spero. Da quando avevo tredici anni scrivo poesie e ne ho tantissime a casa che mi piacerebbe un giorno racchiudere in diverse raccolte. Anzi a dire il vero, sono già differenziate in tre raccolte inedite che ho selezionato io. Aspetto la giusta proposta od il momento giusto per riuscire a pubblicarne una tutta mia. Una raccolta in cui la gente possa capire ancora più affondo la mia poetica e le radici della mia poesia e condividere insieme a loro le mie emozioni.

    A.M.: La prossima mossa? Dove potremo vederti nuovamente? Puoi anticiparci qualcosa?

    Gabriele Fabiani: Posso anticiparvi che la prossima presentazione sarà insieme ai ragazzi del “Movimento culturale per il Sud” a Castrolibero e poi verso settembre oppure ottobre all’Università della Calabria grazie all’associazione “Il Sileno”.

    Rupe Mutevole Edizioni sarà presente ad ottobre alla Fiera Internazionale del Libro di Milano:

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

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    http://oubliettemagazine.com/2012/06/05/resoconto-della-presentazione-della-raccolta-poetica-stagioni-poetiche-a-rende-cs/

  • Un sogno di libertà di Ettore Compagnino, Rupe Mutevole Edizioni

    “Signore, signore, mi scusi, questi posti sono prenotati.” Ebbe un sussulto e aprì gli occhi. Una signora con due bambini reclamava il proprio posto. “Oh sì, certo, mi scusi devo aver sbagliato vagone”, mentì. Si infilò le scarpe, fece per prendere la giaccia, ma la giacca non c’era, era sparita. “Signora mi scusi non ha visto la mia giacca?” “Mi dispiace ma qui non c’era nessuna giacca.”

    Un modus scribendi accattivante che si delinea fin da subito per la sua repentinità nel dislocare l’attenzione del lettore, una velocità di espressione che rende la lettura piacevole ed interessante dal punto di vista della curiosità.

    Un sogno di libertà”, edito nell’aprile 2012 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana editoriale “La Quiete e l’Inquietudine”, è un breve romanzo di Ettore Compagnino. “Un sogno di libertà” è diviso in venti brevi capitoli d’estensione variabile, un racconto lungo che racconta una storia appassionante, ricca di sorprese e colpi di scena che inducono, non solo i personaggi ma anche il lettore, alla riflessione e dunque al mettersi in discussione.

    Il titolo preannuncia la tematica sostanziale del libro: il sogno di libertà, un sogno che noi tutti abbiamo ed incontriamo durante la vita ed in diversi aspetti di questa. Una delle domande che si porrà il lettore durante la lettura del racconto sarà di certo: ma la libertà è solo un sogno oppure durante la vita si può perseguire? Si può realmente esser liberi?

    Come erano cambiati i suoi problemi nel giro di pochi giorni. A casa non si preoccupava di nulla, all’ora di pranzo si sedeva e mangiava e così pure la sera a cena, cambiava la biancheria intima tutti i giorni, le camicie ogni due giorni se non sudava, la sera dormiva nel suo bel lettone con lenzuola pulite.

    Ed è la storia di un cambiamento, il cambiamento di un uomo che ha deciso di andare incontro al suo sogno, od alla sua vita, lasciando tutto, lasciando tutto il benessere del quale si era circondato, lasciando la sua casa per vagare ed incontrare persone diverse e, forse, con la speranza di incontrare se stesso in questo lungo viaggio.

    Era stanco dei litigi con la moglie che ormai avvenivano con una frequenza quotidiana e sempre per motivi banali. Da una settimana era afflitto dal suo normale periodo di depressione. Fin da giovane, aveva sempre avuto una alternanza di periodi allegri, spensierati, quasi felici con dei giorni, per fortuna pochi, di depressione.”

    Rupe Mutevole Edizioni sarà presente ad ottobre alla Fiera Internazionale del Libro di Milano:

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    Alessia Mocci

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    http://oubliettemagazine.com/2012/05/31/un-sogno-di-liberta-di-ettore-compagnino-rupe-mutevole-edizioni/

  • Intervista di Alessia Mocci a Rosario Tomarchio ed al suo Storia d’Amore

    Storia d’Amore”, edito nel marzo del 2012 dalla casa editrice Aletti Editore per la collana editoriale “Gli emersi – Poesia”, è la seconda raccolta poetica di Rosario Tomarchio, il cui esordio risale al 2010 con “La musica del silenzio”. Autore anche di due saggi, uno sulla storia della Chiesa ed uno sul mito della semplicità, l’autore dichiara apertamente di prediligere la stesura dei suoi pensieri in versi. In “Storia d’Amore” troviamo trentuno liriche che indagano ogni aspetto del sentimento amoroso, non solo dunque l’amore in coppia, ma anche l’amore tra amici, verso i genitori, verso l’arte e soprattutto verso la vita. La raccolta è stata recentemente presentata al Museo della Vite di Piedimonte Etneo, serata nella quale il pubblico ha accolto con molto entusiasmo le liriche lette durante la presentazione.

    Rosario è stato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande sia sulla sua produzione poetica sia sulla sua idea di “amore”. Buona lettura!

    A.M.: Quando nasce la tua passione per la poesia?

    Rosario Tomarchio: La passione per la poesia nasce nelle scuole medie, all’età di 11-12 anni scrivo la mia prima poesia per la nascita di un bambino la poesia viene pubblicata nel giornalino della scuola e da lì è nata la passione per la poesia.

    A.M.: Hai mai pensato di scrivere in prosa oppure ritieni di esser devoto ai versi?


    Rosario Tomarchio: Ci ho pensato di scrivere qualcosa di diverso ed in realtà questo l’ho fatto. Infatti ho scritto due saggi il primo “Tra acqua santa e fuoco” parla di storia della Chiesa affrontata da un altro aspetto fondamentale. Come la chiesa ha influenzato la storia dell’Europa. Ultimamente ho pubblicato un saggio sul mito della semplicità, ma queste due opere restano per me un passatempo per raccontare il mio pensiero, ma il grande amore è e resta la poesia.

    A.M.: Tastiera da computer oppure penna e foglio?

    Rosario Tomarchio: Tastiera da computer ma a volte mi è capitato di usare il telefonino per comporre al momento ed a volte per regalarla al momento a qualche amica.

    A.M.: Come nasce l’idea di pubblicare “Storia d’Amore”?

    Rosario Tomarchio: Nasce dal desiderio di rendere pubblico quello che secondo me è un opera composta da liriche d’amore – amore a 360 gradi e di condividere questa opera con il pubblico, con le persone innamorate e di regalare un’emozione anche a quelle persone che per qualsiasi motivo hanno smesso di credere nell’amore.

    A.M.: Qual è la lirica a cui tieni particolarmente?

    Rosario Tomarchio: La poesia, anzi, le poesie a cui tengo di più sono quelle dedicate a mio papà ed alla mia mamma. Il motivo è semplice. È per dire grazie alle persone che ci amano più di tutti ed a volte lo dimentichiamo di dire.

    A.M.: Qual è la tua idea dell’amore?

    Rosario Tomarchio: Io nella raccolta “Storia d’amore” in qualche senso ho cercato di spiegarla, infatti l’opera si apre con la poesia “Amore è”. Qui cerco di dare delle spiegazioni in base al mio pensiero, l’amore per me è qualcosa di unico che nasce dal cuore, il vivere ogni momento in amore con il compagno/a che abbiamo scelto, l’amore è anche un dolce rimprovero come una tempesta e dopo arriva il sole. Se nella coppia manca l’amore manca tutto.

    A.M.: A chi dedichi questo successo editoriale?

    Rosario Tomarchio: Al mio papà, alla mia mamma, ed a tutte quelle persone che mi vogliono bene, anche a qualcuno in particolare…

    A.M.: Qual è, secondo te, il target di lettori che potrebbero apprezzare la tua raccolta poetica?

    Rosario Tomarchio: Io credo che questa opera è rivolta a tutti, infatti nella scala dei sentimenti vengono rappresentati tutti i sentimenti dal più puro dell’amore, all’amicizia vera ai momenti tristi e bui che l’amore può portare. Non c’è un lettore ideale ma credo che è aperta a tutti. Ovviamente a tutte le persone che amano la poesia.

    A.M.: Il 19 maggio al Museo della Vite di Piedimonte Etneo hai presentato la tua raccolta. Com’è andata la serata?

    Rosario Tomarchio: È andata piuttosto bene. Un momento speciale è stato quando il pubblico ha fatto le loro domande. In particolare mi ha colpito la domanda di un docente di scuola superiore che mi ha chiesto chi sono Rudy e Mara e se questi due personaggi sono reali o di fantasia. Rudy è un bambino che in questo mese fa 2 anni e vede, già da ora, l’amore dei suoi genitori, quell’ amore che lo accompagnerà per tutta la vita. Mara invece può essere un personaggio reale e sia di fantasia. Tutti voi avete una persona cara che sta lì a raccogliere le vostre lacrime e le vostre gioie. Il poeta si rivolge a lei per avere il suo aiuto, il suo conforto. Si rivolge a lei per trovare l’ispirazione per quel momento che non scriverà più per questa terra ma, per cantare lodi alla mamma celeste.

    A.M.: Cosa ne pensi dei social network? Hanno modificato il modo di pensare degli italiani?

    Rosario Tomarchio: Il social network è un mezzo molto importante per socializzare e scambiare notizie in tempo reale. Ma anche nel momento che questa comunicazione avviene di persona si deve saper fare da filtro tra quello che ci viene detto e la realtà. Se non ha cambiato il modo di pensare degli italiani, di certo ha fatto molto per ridurre le distanze non solo fisici ma anche culturali.

    A.M.: Se potessi scegliere una città nella quale abitare, dove andresti per aver maggiore ispirazione?

    Rosario Tomarchio: Una città sul mare. Il mare ha quel potere di portare via i pensieri e di lasciare libera la mente di sognare.

    A.M.: Salutaci con una citazione…

    Rosario Tomarchio: “Non avere paura” (Giovanni Paolo II): questa frase pronunciata dal Papa l’ho riportata in una mia poesia da titolo In ricordo di un grande uomo. Questa frase ora la dico a voi: Non avere paura di amare e di esprimere il vostro amore.

    Vi lascio il link diretto con il facebook di Rosario:

    http://www.facebook.com/tomarchio.rosario1

    http://www.facebook.com/pages/Rosario-Tomarchio-poeta/120634731315595

    Alessia Mocci

    Addetta Stampa

    ([email protected])

    Fonte:

    http://oubliettemagazine.com/2012/05/28/intervista-di-alessia-mocci-a-rosario-tomarchio-ed-al-suo-storia-damore/

  • Intervista di Alessia Mocci alle tre autrici de Sinfonia delle tre stelle, Rupe Mutevole

    Le donne hanno cercato la scrittura segretamente, mentre l’uomo inventava e si laureava. Era un luogo non luogo, di facile accesso, non esoso, senza spiegazioni e mortificazioni. L’hanno vissuto con il tremore di un tradimento ed hanno vinto giri di vita nuova. Cancellate ed escluse, boicottate e recluse, esse hanno usato la penna come uno scudo, riparandosi e avanzando. E oggi?

    Con questa riflessione vorrei presentarvi le tre autrici dell’antologia “Sinfonia delle tre stelle”, edita nel 2012 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana editoriale “Radici”. Federica Ferretti, Patrizia Di Donato ed Azzurra Marcozzi sono le tre protagoniste di questa raccolta che nasce improvvisamente dopo una conversazione di acceso interesse tra le tre. Un progetto, dunque, che è stato animato dalla passione di esprimersi, di portare lontano la voce di tre donne diverse tra loro ma, con una passione in comune: la scrittura.

    Le tre autrici sono state molto disponibili nel rispondere ad alcune domande sul loro progetto. Buona lettura!


    A.M.: Che cosa significa scrivere al giorno d’oggi?

    Federica Ferretti: Scrivere significa raccontare se stessi in mezzo al mondo, al suo odore ed al suo puzzo. Per una donna, però, credo che la dimensione della scrittura si amplifichi infinitamente, per cui ne scaturisce un’ espressione poliedrica, multisfaccettata, coloratissima, quasi profumata dell’odore della propria anima, che purifica cioè quello stesso mondo quando ne venga in contatto.

    Patrizia Di Donato: Scrivere è chiudere la bocca. È tradurre senza tradimenti. È la lealtà ebraica, quella a cui non sappiamo dare un controcanto. Scrivere non ha oggi e neanche un domani, lo sa bene lo scriba alle porte della città e la scrittrice di jeans trasparenti, quella del nero scolpito su un foglio che certifichi il suo passo sul cemento. Né presente, né futuro conoscono il motivo di tale sudditanza. È un’autorità da cui non fuggi. Obbedisci e ti ripari all’ombra del suo mantello.

    Azzurra Marcozzi: Per me lo scrivere oggi, come ieri, è un’esigenza, uno di quei primi bisogni vitali. È una testimonianza ma è anche la possibilità di rimettere in gioco fantasie, creatività e realtà. Confrontarle e confrontarsi con un “io narrante” che è dentro di noi o che, invece, è fuori e va rincorso. Scrivere ti rende nudo ma tanto vivo e consapevole.

    A.M.: Ritieni che una donna abbia più difficoltà rispetto ad un uomo nel campo letterario?

    Federica Ferretti: Sì, a mio dire, c’è un’atavica resistenza a concedere (anche) questa parità culturale. Non da parte di tutti, sia chiaro, c’è ancora una certa misoginia dilagante, ma che si annida in cunicoli bui di una rete ad ogni giorno un po’ più amica, per fortuna.

    Patrizia Di Donato: Le donne accendono il fuoco e nutrono il mondo. Sono i cavalli nell’arte parietale delle grotte di Lescaux. Hanno la vita ed il suo segreto. Sentono l’invidia, la percepiscono dal timore che non le assale. Le donne hanno cercato la scrittura segretamente, mentre l’uomo inventava e si laureava. Era un luogo non luogo, di facile accesso, non esoso, senza spiegazioni e mortificazioni. L’hanno vissuto con il tremore di un tradimento ed hanno vinto giri di vita nuova. Cancellate ed escluse, boicottate e recluse, esse hanno usato la penna come uno scudo, riparandosi e avanzando. E oggi? Oggi la donna ha acquisito maggiore consapevolezza. Ha altri occhi e l’olio del suo gheriglio è maturo. Ma l’invidia consuma ed un Premio Strega con dieci finalisti maschi e due donne, non necessita di ciance. Dove sono le donne? Dove sono i loro libri? Devono allargare la vetrina e fare spazio. Il cielo è di tutti. Se allora, come diceva Simone De Beauvoir “femmine si nasce, donne si diventa”, chiediamo ascolto. Diventiamo donne.

    Azzurra Marcozzi: Ma non saprei. Non mi sento di banalizzare dicendo che anche in questo campo veniamo screditate. Certo, leggendo i selezionati del Premio Strega di quest’anno, ed accorgendomi che son tutti uomini, ho avuto modo di rifletterci un po’.

    A.M.: Quando e perché nasce il progetto “Sinfonia delle tre stelle”?

    Federica Ferretti: In una mattinata di marzo, durante un’intervista radiofonica nel Salotto di Patri, presso Radio G, a Giulianova, dove ero stata invitata come Cigno Rosso… ma lascio la parola alle mie colleghe di cielo…ahahah…

    Patrizia Di Donato: Questo progetto è una ricetta. Gli ingredienti sono Federica Ferretti, direttore editoriale, Azzurra Marcozzi, giornalista e poetessa e Patrizia Di Donato, scrittrice. Azzurra e Patrizia conducono una trasmissione radiofonica dal titolo “Il salotto di Patri”, un luogo virtuale dove incontrano scrittrici e scrittori e parlano di letteratura. Patrizia poi contatta o viene contattata non ricorda, Federica Ferretti, su un social network fanno amicizia e Patrizia invita Federica a presentare il suo progetto editoriale a radio G. (Giulianova). Qui fra parole, libri e musica, nasce l’idea per un libro a tre voci femminili. Le nostre. Aggiungere il sale della prosa-poesia di Federica, l’olio del racconto di Patrizia pubblicato da un quotidiano ed il vino delle belle poesie di Azzurra. Aggiungere inoltre tutto il Festival della Letteratura “Città di Giulianova” di cui Patrizia è presidente, amalgamare bene tutti gli ingredienti e leggere “ Sinfonia delle tre stelle” possibilmente in un luogo tranquillo.

    Azzurra Marcozzi: Nasce come la maggior parte delle situazioni più entusiasmanti che ho vissuto. Nasce da intenti e passioni comuni, nasce da tre sguardi che si capiscono e dalla voglia comune di conoscenza. Qualche mese fa la poetessa e scrittrice teramana Federica Ferretti fu ospite nella trasmissione “Il Salottino di Patry”, un format radiofonico di radio G Giulianova, incentrato sulle novità editoriali locali e nazionali, che conduco insieme all’amica e scrittrice Patrizia Di Donato. Da quelle parole che ci siamo scambiate in quell’intervista, che aveva tutto il sapore di una chiacchierata tra amiche, c’è balenata l’idea di un antologia a tre voci. Ma mancava un titolo adeguato. Poi, nel salutarci, è saltato fuori anche quello. Abbiamo cognato insieme, in radio, un augurio da estendere a tutti gli scrittori, che avesse un qualcosa di poetico ed originale: “In bocca alla luna” era l’augurio e la risposta dei destinatari sarebbe stata “cavalcate le stelle”. Da qui “Antologia delle tre stelle”. Poi il tutto si è consolidato ancora di più con la presentazione ufficiale del volume, avvenuta all’interno degli eventi previsti per il primo Festival Nazionale della Letteratura Città di Giulianova, che si è svolto a Giulianova dal 23 al 28 aprile scorso, ad opera degli organizzatori Patrizia Di Donato ed Enzo Rapagnà.

    A.M.: Quali sono i pregi delle altre due autrici?

    Federica Ferretti: Una grande coerenza e forza della propria capacità artistica ed umanitaria: ci siamo trovate, ci assomigliamo molto. Infatti, e le ringrazio ancora per una volta, mi hanno voluto per aprire il loro Festival della Letteratura di Giulanova: un’occasione davvero unica al primo appuntamento!

    Patrizia Di Donato: Azzurra è il suo colore. È un mare di marosi e bonaccia. La poesia deve imporsi, deve respirarle sul collo altrimenti lei, nella sua incurante quotidianità, a volte la eviterebbe. Ma Poesia la ama ed in una notte Azzurra di mare, scrive tutte le poesie contenute nel libro.

    Federica, Il cigno rosso, è un’instancabile minatore. Scava nella sua miniera ed invita altri a liberare i fogli dai cassetti. Inguaribile romantica ed invidiabile promoter, farebbe arrossire anche Wall Street. Ho parlato di lei ad un giovane falconiere che nascondeva fiabe sui rapaci.

    Rupe Mutevole sta già preparando il libro che sarà stampato entro luglio! Tutti i mezzi sono ottimi viatici per condurre i futuri scrittori verso la sua amata casa editrice a cui crede entusiasticamente. Rupe Mutevole deve tenersi stretta hurricane Federica (come la chiamo scherzosamente io).

    Azzurra Marcozzi: Patrizia Di Donato ha un fascino ed una delicatezza che poche donne possiedono. È innato e riempie la stanza quando la condividi con lei. È una buona osservatrice di ambienti e di persone, sa leggerne all’interno e ciò traspare maturamente nella sua scrittura, puntellata di piccoli-grandi mondi interiori, di segmenti dell’anima. Federica Ferretti è una poetessa dell’amore. Lo idolatra e lo esalta oltre le vette ed i confini da lui stesso tracciati. Ci crede e ci fa credere con lei. È la volontà di spingersi sempre oltre idee prestabilite e frasi fatte. È sì ardere ma è anche accarezzare, sfiorando, mai toccando.



    A.M.: Sei più da tastiera o da carta e penna?

    Federica Ferretti: Adoro scarabocchiare a margine dei miei fogli, i miei pensieri, che poi, il più delle volte, prendono forma in vere e proprie immagini. Sono convinta, infatti, che si possano creare dei veri e propri “quadri narrativi”. E questa mia predilezione per la realizzazione di visioni, mi ha felicemente portato a collaborare alla stesura di un soggetto cinematografico con il regista Rocco Cosentino, per un “corto” che si realizzerà tra l’Abruzzo ed il Veneto.

    Patrizia Di Donato: Scrittura ama la carta e la penna e scrive sulla tastiera, sullo spazio bianco dei quotidiani, sui fogli delle agende di cucina, sugli scontrini fiscali, sulle carte igieniche e da parati. Patrizia la lascai fare. Scrittura è troppo bella.

    Azzurra Marcozzi: Decisamente da carta e penna. Ho a casa, e nelle varie borse, tantissimi taccuini provenienti da tutti il mondo. Impazzisco quando qualcuno me ne regala uno nuovo magari da un viaggio altrove. L’ultimo che mi hanno regalato arriva da Madrid. Il contatto con la carte ed il suo odore è viscerale. Ti inebria.

    A.M.: L’Abruzzo è …?

    Federica Ferretti: L’Abruzzo è una regione che, seppur ancora ferita dopo gli avvenimenti del 6 aprile 2009, ha voglia di tornare a volare. Non a caso, appoggiata dalla sensibilità di Rupe Mutevole Amica d’Abruzzo, ho potuto inventare Radici, la nuova collana che inneggia al legame indissolubile con la terra, e dare così modo ai tanti ed eclettici autori che ne fanno già orgogliosamente parte, di narrare al meglio di una bellezza intramontabile.

    Patrizia Di Donato: L’Abruzzo ci dava quello che aveva, a noi figli. Ci accarezzava con le mani callose e ferite, aride di sole e di terra, donandoci a sua insaputa, la consapevolezza dei nostri corpi. Mani, piedi, gambe, braccia, cuore, occhi, orecchie e naso. Tutto in una fantasmagoria di emozioni. Era energia, energia allo stato puro. “Non ho fatto le scuole” diceva, e si stendeva sulla terra arata per scrutare le stagioni, le lune nuove, il sussurrare dei venti ed il lento incedere delle nuvole, ora minacciose, ora schierate come orde angeliche, ora sciolte nell’azzurro. Se la cercate, la troverete mentre strappa con rabbia la perfida gramigna avviluppata agli ulivi come una sgualdrina o mentre silenziosa, accarezza il primo bocciolo sul melo. Lei vive così e si sazia di pane intriso di serenità.

    Quando qualcuno la guarda e si sofferma incredulo davanti alla strabiliante bellezza del suo mare, dei laghi, delle cime innevate, dei campi fiammeggianti di papaveri, lei scuote i lunghi capelli e fugge via cantando. È timida e ritrosa ma non resta immobile quando il batacchio colpisce il suo portone. Spalanca la madia e ravviva il fuoco dell’unico ciocco fumante.

    (Dal mio libro: La neve in tasca.)

    Azzurra Marcozzi: Per dirla alla Giovanni Pascoli è “il nido” ma è anche fonte di ispirazioni. Sono poi molto legata a due scrittori della mia terra che ne hanno esaltato il valore pastorale e le tradizioni: Gabriele D’Annunzio ed Ignazio Silone. Spesso si fa l’errore di accantonare le proprie radici. Invece bisogna sentirsele sempre addosso come un passaporto d’identità.

    A.M.: A chi dedichi questa vittoria editoriale?

    Federica Ferretti: Alle donne abruzzesi che, come noi, hanno un progetto letterario nel cassetto: chi la dura, la vince!

    Patrizia Di Donato: A mia figlia Laila e lei sa perché.

    Azzurra Marcozzi: In primis alla mia famiglia, il mio valore innato. Poi ad alcuni amici artisti, il mio valore aggiunto. Ma anche a chi vive di giudizi e pregiudizi. Fidatevi, la loro presenza è più importante di quella degli amici. Fin quando avrai un “nemico” al tuo fianco stai pur certo che la grinta e la tenacia non ti abbandoneranno.

    A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni? La consiglieresti?

    Federica Ferretti: Ho stimato subito positivamente la loro propensione per una letteratura di confine: il mio primo libro(Il canto del cigno rosso, edito lo scorso aprile e presentato alla Fiera Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2011) era in effetti un esperimento linguistico, un contenitore di immagini, musicalità della prosa sciolta, un romanzo epistolare che loro hanno accolto in effetti nella collana Sopralerighe. Nel mio caso, la loro fiducia mi ha portato a diventare una loro curatrice di collane prettamente rosa, un sogno che si è realizzato. Ed ora, posso aiutare i miei conterranei a realizzare il loro.

    Patrizia Di Donato: Il nostro libro sta allargando le ali. Attendiamo il volo. Rupe Mutevole l’ho consigliata e con buoni risultati perché non pretende un viaggio in solitaria. Propone un punto d’incontro, dove lo scrittore e la casa editrice hanno percorso un tratto per giungere insieme ad un accordo. Non è una stamperia. Ha un progetto editoriale e questo gratifica lei e tutti gli scrittori che consegnano un testo. La Fiera di Milano sarà una bella vetrina. Speriamo. Federica l’ha caldeggiata a più non posso.

    Azzurra Marcozzi: Mi sono sentita accolta e coccolata. Vedo che la casa editrice “Rupe Mutevole Edizioni” fa un ottimo lavoro sotto molti profilo: quello umano, quello pubblicitario e di comunicazione. L’autore viene seguito prima e dopo la pubblicazione, nutrito ed accudito, non lasciato solo insomma, come spesso capita in altre realtà editoriali. Colgo, quindi, l’occasione per ringraziarla.

    A.M.: Hai in programma delle novità per il 2012? Ci puoi anticipare qualcosa?

    Federica Ferretti: Sì, ci sono enormi novità. Siamo riusciti ad avere un fantastico stand alla Fiera Internazionale del Libro di Milano, il n.60, tra un bar e la biglietteria… insomma, siamo centralissimi… non potete mancare! Ma ciò che più conta, è che avremo modo di presentare pure Radici e di conseguenza questo magnifico lavoro di sorelle di penna abruzzesi, di raccontare cioè il nostro cielo d’Abruzzo.

    Patrizia Di Donato: Io la Scrittura la amo. Quando la dileggio o la ignoro, la trovo all’alba seduta in cucina ad attendere il caffè. I miei personaggi sono vivi e con loro, discuto e mi riappacifico. In questo momento sto scrivendo una romanzo complicato e struggente. Ma è una grossa pretesa e mi auguro che Patrizia non l’abbandoni come un cane sull’autostrada estiva.

    Azzurra Marcozzi: Sì, in effetti un progetto c’è. Insieme ad un’amica fotografa, anch’essa giuliese, vorrei realizzare un volume fotografico sulla città di Giulianova, con annesse alle foto nuove mie poesie. Ci stiamo muovendo scegliendo gli scatti e valutando quelli di maggior impatto visivo ed emotivo, puntando molto sui particolari.


    A.M.: Salutaci con una citazione…

    Federica Ferretti: Un caro saluto ai lettori di Oubliette da “una donna piccola ma dall’anima ingombrante”.

    Patrizia Di Donato: “Ho un urlo in gola. Sembra il gozzo di un tacchino. Stasera, al luccichio degli ulivi, libererò l’animale.” ( Patrizia Di Donato)

    Azzurra Marcozzi: “Ogni uomo mente, ma dategli una maschera è sarà sé stesso” (Oscar Wilde)

    Rupe Mutevole Edizioni sarà presente ad ottobre alla Fiera Internazionale del Libro di Milano:

    http://oubliettemagazine.com/2012/05/15/rupe-mutevole-edizioni-partecipa-alla-fiera-del-libro-di-milano-dal-26-al-29-ottobre-2012/

    Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

    http://www.rupemutevoleedizioni.com/

    http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni

    http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

    ([email protected])

    Fonte:

    http://oubliettemagazine.com/2012/05/29/intervista-di-alessia-mocci-alle-tre-autrici-de-sinfonia-delle-tre-stelle-rupe-mutevole/