Missione Apollo 11, ovvero il primo uomo sulla luna poco più di vent’anni
dopo. “Un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità”.
Una dichiarazione particolarmente significativa che fece di certo sentire
Armstrong, rappresentante in quel momento di tutto il genere umano passato e
presente, meno piccolo di fronte al realizzarsi di uno degli eventi più
importanti per la storia dell’umanità.
Erano stati necessari molto lavoro, grandi sacrifici, notevole e sempre nuovo
impiego di mezzi, alcune volte si erano avute anche delle perdite umane, ma, a
soli 66 anni dal primo volo dei fratelli Wright, l’uomo era riuscito per la
prima volta a conquistare veramente lo spazio.
Si sa però come vanno le cose, ed essendo la propensione dell’uomo alla
realizzazione dell’impossibile, o quanto meno del suo immaginario, infinita,
una volta raggiunto anche il più incredibile traguardo ce n’è subito uno nuovo
da conquistare.
Da quel momento in poi, tranne qualche incidente di percorso, essendo
diventato l’andare sulla luna poco più di una formalità, l’ente spaziale
americano, e quello dell’ ex Unione Sovietica hanno spostato immediatamente
altrove il campo delle loro ricerche.
Si è sviluppato così, ad esempio, sempre più l’interesse per le stazioni
spaziali orbitanti e, una volta realizzate, la possibilità di usarle come veri
e propri scali per ipotetici viaggi interplanetari.
La NASA, da quel luglio 1969, ha completato ancora poche altre missioni
Apollo, per poi dedicarsi completamente, in relazione a quanto detto sopra, al
progetto Space Shuttle.
E come per ogni nuova impresa, era accaduto per il progetto Mercury, per
quello Gemini e poi per quello Apollo, tutto è stato ridisegnato nei minimi
particolari.
Sono state perciò accantonate tutte le strutture e gli apparati tecnologici
fin lì usati, è stata reclutata una nuova generazione di astronauti ed è stato
corretto via via anche l’approccio ideologico con lo spazio, non più
considerato una frontiera da conquistare, bensì da colonizzare.
Insomma, una vera e propria rivoluzione tecnologica alla quale ben poche
strutture e persone delle antiche missioni sono sopravvissute come operative.
Forse solo qualche astronauta ormai passato a coordinare alcuni servizi di
controllo a terra, o qualche diabolico simulatore di volo spaziale che serve
per l’addestramento dei piloti. E insieme a queste poche cose, anche un mitico
cronografo a carica manuale: l’Omega Speedmaster, cioè proprio l’orologio che
era al polso di Buzz Aldrin (Neil Armstrong lasciò il suo a bordo della
navicella a causa di un guasto del cronografo di bordo) quel fatidico giorno
di luglio del 1969. Altri modelli della linea Omega:
Omega Speedmaster Professional Mark 2 – Ref. ST 145.014
Cassa in acciaio 42mm con vetro minerale
Quadrante nero
Bracciale in acciaio chiusura deployant Omega
Movimento cronografo a carica manuale cal. 861
Anno di produzione: Anni ’70
Omega Speedmaster Moonwatch – Ref. 145.0022
Cassa in acciaio 42 mm con vetro plexiglass
Quadrante nero
Bracciale in acciaio con chiusura deployante Omega
Movimento cronografo a carica manuale, Cal. 861
Anno di produzione: 1996/1997
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