Tag: petrolio

  • Marketing, le società petrolifere puntano sullo sport per ripulire la loro immagine

    Da un bel po’ di tempo le grandi società petrolifere, finite giustamente nel mirino dell’opinione pubblica per come alimentano la crisi climatica, stanno cercando di ripulire la loro immagine attraverso importanti campagne di marketing (la cui sincerità è decisamente dubbia). Soprattutto di recente un connubio assai praticato è quello con lo sport.

    I numeri della politica di marketing

    marketing petrolioSecondo una ricerca condotta dal New Weather Institute, un think-tank che si occupa del cambiamento climatico, i finanziamenti da parte delle società petrolifere al mondo dello Sport hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 5,6 miliardi di dollari. La più attiva in questo senso è stata Aramco, la compagnia petrolifera Nazionale dell’Arabia Saudita, che ha pompato circa 1,3 miliardi di dollari nel mondo sportivo. Ma sono praticamente tutte le compagnie ad adottare un trend following rispetto a questa strategia.

    Lo scopo fondamentale di questa feroce iniezione di denaro sarebbe di acquisire una sorta di licenza sociale per continuare ad operare, viste le massicce critiche riguardo al loro ruolo fondamentale di alimentare la crisi climatica.

    Nessuno sport si salva

    Questa imponente campagna di marketing globale non sta escludendo alcuno Sport. Sebbene i più finanziati restino gli sport motoristici, anche per via di una maggiore affinità tra i due settori, l’attivismo delle società petrolifere si manifesta anche nel calcio, nel golf e addirittura arriva anche agli sport sulla neve (che dovrebbero essere quanto di più lontano dal loro mondo e dai loro affari).

    Del resto, appena un anno fa, il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman, ammise candidamente che se il lavaggio sportivo fosse servito ad aumentare il PIL del paese avrebbero continuato senza dubbio a farlo. Ed è ciò che sta accadendo.

    Le star più ricercate

    Nell’ambito di questa strategia rientrano anche i corteggiamenti a molteplici star dello Sport. Si pensi a Cristiano Ronaldo che guadagna 200 milioni di dollari l’anno (180 milioni di euro, secondo il cambio attuale pubblicato da Pocket Option Italia), oppure Tyson Fury ed Anthony Joshua. Pagati per andare a trascorrere del tempo in Medio Oriente nell’ambito di contratti veri e propri, oppure di semplici sponsorizzazioni. Tutto questo per riciclare la propria reputazione globale, in barba agli sforzi del mondo per viaggiare verso un’economia verde.

  • Mercato del petrolio, l’OPEC si trova a un bivio insidioso

    Nell’ultima riunione tenuta dal cartello dei produttori del mercato del petrolio è maturata una decisione scontata, ossia la continuazione della politica dei tagli alla produzione per sostenere il prezzo. Ma cosa accadrà nei prossimi mesi?

    Lo scenario per il mercato del petrolio

    mercato del petrolioPer bilanciare la frenata della domanda di oro nero, lo scorso mese di novembre il cartello dei produttori a varato nuovi tagli di circa 900.000 barili al giorno, che portano il totale complessivo di riduzione dell’output (includendo anche i tagli volontari sauditi e russi) a 2,2 milioni di barili al giorno.

    Fino a marzo si andrà avanti, così ma tra poco l’OPEC dovrà decidere se confermare questa politica, aumentarla ulteriormente oppure ridurla. Probabilmente una risposta l’avremo solo nelle prossime settimane, ma intanto si possono fare delle ipotesi sulle azioni e le reazioni del mercato del petrolio.

    L’ipotesi di allentamento delle restrizioni

    Se il cartello dei produttori decidesse di ammorbidire un poco le restrizioni portate avanti finora, il mercato del petrolio potrebbe imboccare la strada di un surplus di offerta abbastanza prolungato, cosa che agirebbe sui prezzi in ottica ribassista (e potrebbe produrre una candela inverted hammer del prezzo).

    L’ipotesi di continuazione dei tagli

    Dall’altro canto però, se l’Opec decidesse di confermare i tagli fino alla fine dell’anno, potrebbe non ottenere l’effetto sperato di stimolare i prezzi. Da un lato infatti bisogna vedere se i singoli paesi membri saranno fedeli alle decisioni prese, riducendo effettivamente la propria quota produttiva. Dall’altro lato il calo produttivo provoca rendimenti decrescenti, a maggior ragione se il prezzo del barile non dovesse poi risalire la china.

    I precedenti recenti

    Bisogna ricordarsi che nell’ultimo periodo non sono stati i tagli dell’Opec a innescare la ripresa del prezzo, bensì il rischio geopolitico e la ripresa delle importazioni dalla Cina. Per il cartelloe quindi fare trading con volumi di produzione non sarà affatto facile. Inoltre i record di produzione registrati negli Stati Uniti (e anche in altri paesi) significano che l’offerta rimane robusta malgrado le restrizioni da parte del cartello. Proprio la corsa dei produttori americani potrebbe essere il fattore più critico da tenere presente per l’OPEC nella sua prossima decisione.

  • Prezzo del petrolio, il tetto massimo del G7 favorisce la Cina

    Uno dei modi con quali si sta combattendo la battaglia geopolitica scaturita dal invasione della Russia in Ucraina riguarda il petrolio. Di recente i paesi del G7 hanno deciso di fissare un limite al prezzo del petrolio russo, sperando così di danneggiare Mosca e di far scendere la quotazione del barile. In realtà più che creare un danno alla Russia, si finisce per fare un favore alla Cina.

    G7, Russia e prezzo del petrolio

    prezzo del petrolioL’accordo che è stato concordato, riguarda un tetto al prezzo del petrolio Russo fissato a 60 dollari al barile.

    Tuttavia questo livello di prezzo massimo è superiore all’attuale prezzo degli Urali, nonché superiore anche alla media quinquennale del prezzo quotato. Inoltre è maggiore anche rispetto al prezzo medio del netback di Rosneft.
    Che senso ha quindi fissare un tetto superiore al prezzo attuale? Poco.

    Le conseguenze

    Chi ha analizzato il mercato del petrolio a fondo, ha evidenziato le possibili conseguenze di questa mossa.
    I paesi che non fanno parte dell’Unione Europea continueranno ad importare greggio russo via mare, ma non potranno distribuirlo se non a un prezzo inferiore al Price Cap.
    La conseguenza di tutto ciò è che la Cina potrà acquistare molto più petrolio russo (garantendosi così una fornitura a lungo termine a prezzi accomodati), ad un prezzo fortemente scontato, mentre Mosca continuerà a realizzare ottimi profitti sui barili che vende.

    Il punto è che un price cap così elevato lascia il commercio di petrolio russo ancora fortemente redditizio, e consentirà a Mosca – nonostante il rublo faccia parte delle coppie di valute più volatili – di incassare ancora miliardi di tasse.
    Inoltre, come ulteriore fattore beffa, la mossa del G7 ha spinto l’Opec+ a mantenere i suoi tagli all’offerta, aumentando l’export al prezzo del petrolio medio realizzato più alto.

    Il pericolo concreto

    Secondo autorevoli analisti di mercato, fissando un tetto al prezzo del petrolio russo, il G7 non solo potrebbe non vedere mai segnali di inversione del trend, ma potrebbe innescare un ciclo rialzista di tutte le materie prime nel qual è la dipendenza dall’oro nero di Mosca e dell’Opec+ aumenterà invece di scendere.

  • Produzione di petrolio, l’intero mercato è in mano a 10 Paesi

    Anche se si cercano costantemente delle alternative, il petrolio rimane attualmente la principale fonte di energia per l’economia globale. Non tutti sanno che la produzione di questo carburante del pianeta è in mano prevalentemente ad un pugno di pochi paesi.

    Petrolio, estrazione e produzione

    petrolioIl petrolio alimenta il 40% di tutta l’energia che viene consumata nel mondo. È quasi il doppio rispetto al carbone e dal gas naturale, che sono al 23% ciascuno. Il resto è prevalentemente garantito da energia idroelettrica, al 14%.

    La lavorazione del petrolio consente la produzione di benzina, gasolio, nafta e oli combustibili per il riscaldamento e l’alimentazione dei mezzi di trasporto. La sua preziosità non a caso lo fa denominare oro nero. Come l’oro, anche la maggior parte delle risorse si concentra nelle mani di pochi.

    I dati sul petrolio

    Sebbene sia utilizzato in tutto il mondo, sono soltanto 10 gli stati che forniscono petrolio a tutto il mondo. Ne estraggono circa l’87% del totale e sono i veri market maker del settore petrolifero.

    Il principale paese è il Venezuela dove si trova il 18% delle riserve mondiali di petrolio. Parliamo di quasi 47 miliardi di tonnellate. Proprio il paese sudamericano fu il promotore negli anni 60 della costituzione dell’OPEC, ovvero il cartello dei produttori che ha lo scopo di negoziare meglio prezzi e concessioni con le compagnie petrolifere.

    Il secondo paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo e l’Arabia Saudita con 42 miliardi di tonnellate. Dietro a questi due paesi ci sono Iran, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Canada e Russia.

    Stati Uniti leader nella produzione

    Va detto però che avete delle riserve petrolifere non vuol dire automaticamente essere produttore. In questo senso il discorso cambia del tutto.
    Gli Stati Uniti ad esempio, pur essendo il decimo paese per riserve di petrolio, sono il primo produttore al mondo. Fanno business trading con i volumi più alti di tutti. Immettono infatti sul mercato 1,8 di tonnellate al giorno. La Russia, pur essendo l’ottavo paese per riserve di greggio, è il secondo produttore mondiale. Questo ci fa capire perché con lo scoppio della guerra in Ucraina e le conseguenti sanzioni contro Mosca, il prezzo del petrolio è schizzato oltre 100 dollari al barile.

    L’unico Paese che, oltre ad avere grandi giacimenti, è anche uno dei maggiori produttori è l’Arabia Saudita.
    Un’ultima annotazione riguarda l’Italia: siamo il primo paese europeo per giacimenti di petrolio, la maggior parte dei quali è concentrata al Sud in Sicilia e Basilicata.

  • Il petrolio rimasto sul pianeta Terra e l’olio di scisto. Di Giancarlo Elia Valori.

    Quando eravamo molto giovani, sentivamo dire che il petrolio si sarebbe esaurito in pochi decenni al massimo, ma col trascorrere dei lustri, abbiamo scoperto che c’è ancora molto petrolio. I prezzi sono in costante calo e non c’è alcun segno di esaurimento. Perché?Secondo gli ultimi dati di ricerca effettuati negli Usa, il petrolio può essere utilizzato fino ad un lunghissimo periodo.
    Prima di capire il perché così tanto petrolio è spuntato all’improvviso sul nostro pianeta, cerchiamo prima di comprendere il processo di nascita del petrolio.

    La teoria precedente era che le carcasse di animali e molte piante sulla terra affondassero lentamente nel terreno. Dopo centinaia di milioni di anni di complesse reazioni geologiche, le carcasse formavano petrolio e le piante in lenta decomposizione davano origine al carbone.In seguito, venimmo a sapere che qualcosa non andava. Secondo la stima del valore energetico, per formare oggi una scala di stoccaggio così enorme di petrolio e carbone, ci vorrebbero almeno molti più di milioni di anni per un numero x di carcasse animali e piante, a loro volta presenti in numero esponenziale, rispetto alla cifra d’essi necessaria a produrre tanto oro nero sino ad oggi.

    In realtà, quasi tutti gli animali e le piante morti sulla terra si sono decomposte, in particolare le carcasse degli animali era impossibile perpetuassero per così tanto tempo tali funzioni “produttive”.
    Anche in caso di un grave disastro naturale (il cosidetto meteorite che portò all’estinzione i dinosauri) o un terremoto, o un maremoto – peggio ancora grandi incendi che incenerivano il “futuro combustibile” – ciò può accadere una sola volta (la predetta estinzione) e “seppellito” una sola volta, e non a intervalli regolari per milioni di anni.

    Allora da dove vengono così tanto petrolio e carbone?
    Secondo le ultime ricerche scientifiche, il carbone e il petrolio sulla terra sono tutte sostanze idrocarburiche a base di carbonio che sono sepolte nel terreno in resti vegetali. A seconda delle condizioni geologiche, diventano carbone o petrolio, e non hanno nulla a che vedere con le carcasse di animali.
    Però, ci chiediamo, da dove sono venute così tante piante sulla terra per fornire una quantità così enorme di energia, un’energia che la quantità di piante nate nelle ère geologiche non possono giustificare in proporzione all’energia prodotta sino ad oggi?
    Tanto, tanto tempo fa – in quelle ère remote in cui i dinosauri non erano ancora apparsi – nella feroce sopravvivenza ed evoluzione, una pianta altamente motivata ha evoluto in sé per la prima volta quello che oggi noi chiameremmo il concetto di “legno”, diventando così il primo albero sulla terra.

    Nei successivi 40 milioni di anni, nessun batterio o fungo sulla terra era in grado di decomporre la lignina e nessun animale era interessato a nutrirsi d’essa.
    In queste epoche, il legno non si è degradato, proprio come la plastica oggi, per cui l’intera superficie del nostro pianeta è stata “contaminata” dalla crescita degli alberi. Di conseguenza, la foresta divenne l’unico signore supremo sulla terra in quel momento. Con i processi chimico-evolutivi, il legno si è accumulato in riserve incommensurabili, trattenendo una grande quantità di anidride carbonica dall’aria, e favorendo la produzione di ossigeno sulla terra a livelli altissimi: la temperatura scese e la concentrazione di ossigeno divenne più elevata.
    L’ossigeno cambiò direttamente la struttura dell’atmosfera terrestre, causando l’estinzione del 99,99% delle specie sulla terra che non sopravvivevano a causa dell’avvelenamento da ossigeno, e allo stesso tempo lo scorrere delle ère geologiche dette vita ad un sistema di riferimento vitale differente dal passato.

    Per cui non è come si crede che la vita sia sempre dipesa dall’ossigeno; la nostra esistenza si basa sull’ossigeno, ma forme vitali precedenti la nostra e quella dei dinosauri non erano fondate sull’ossigeno, bensì sull’anidride carbonica.
    Però va detto che i sistemi che il genere umano adotta, e che stanno distruggendo l’ambiente terrestre e causeranno, se continua così nel lungo periodo, l’estinzione delle specie sono di gran lunga peggiori delle foreste di allora che annichilirono le forme viventi che si basavano sull’anidride carbonica.

    Il cambiamento si ebbe quando un fungo acquisì le capacità di degradare la lignina, in maniera che il mondo è quello che per ora vediamo oggi.
    Il degrado della lignina era lungo, ed anche oggi molti alberi morti in natura possono resistere al disfacimento per secoli e secoli, quindi il legno è stato scelto successivamente dall’uomo come materiale da costruzione, secondo solo alla pietra e simili.

    Nei tempi in cui quel tipo di fungo non era ancora apparso, il legno che affondava nel terreno a causa dei movimenti geologici che disfecero la Pangea in milioni di anni, fornivano le condizioni sufficienti per la formazione di petrolio e carbone.
    E senza quel fungo che indirettamente provocò l’estinzione della vita basata sull’anidride carbonica e ci fornì di riserve di energia per il futuro, non ci sarebbe stata alcuna possibilità per gli umani di apparire sulla terra.

    Ma torniamo al petrolio oggi.
    Visto in base al modo in cui è formato, il petrolio è una risorsa completamente non rinnovabile. I giorni in cui gli alberi dominavano la terra non torneranno mai più. Ora non ci sono solo funghi sulla terra, e le termiti si sono evolute.
    Per quanto riguarda le condizioni delle foreste di oggi, anche se adesso ci fosse uno sconvolgimento geologico che inghiottisse tutte le foreste e gli animali nel terreno d’un colpo, quella poca energia che fra milioni di anni potrebbe essere prodotta, sarebbe meramente irrisoria.

    Secondo le statistiche della Conferenza mondiale sull’energia, le riserve mondiali di carbone teoriche ammontano a 1.598 miliardi di metri cubi e si prevede che vengano ancora estratte per 200 anni. Invece le comprovate riserve di petrolio recuperabili ammontano a 121,1 miliardi di metri cubi e dovrebbero essere sfruttate per altri 30-40 anni.
    Se le riserve mondiali comprovate di petrolio sono solo 269,90 miliardi di tonnellate e l’estrazione mineraria sarà completata in 30-40 anni, una volta che non ci sarà più petrolio, vedremo infiniti cimiteri di rottami ferrosi i cui cadaveri a cielo aperto andranno dagli aerei alle automobili.

    La prima reazione a tale stato di cose è cercare di accaparrarsi le fonti di petrolio il più rapidamente possibile. Dico questo perché se noi analizziamo il consumo disponibile per Paese a partire da questo momento, abbiamo i seguenti dati: le riserve strategiche di petrolio degli Usa sono sufficienti per 240 giorni; 187 il Giappone, 116 la Francia, 107 la Svezia e 33 la Cina. Chi non può farsi prendere dal panico? Acquistare più petrolio rapidamente significa non far guerre in futuro, ma rafforzare le Marine militari per difendere le linee di trasporto marittimo del greggio.

    Dato che il petrolio sulla terra sta finendo, ci chiediamo ancora una volta perché il prezzo del petrolio greggio è sceso? Sembra, al contrario, che tutti non siano più nel panico e nessuno si affretti a comprarlo.

    Gli Usa hanno inventato una nuova tecnologia chiamata dell’olio o petrolio di scisto (shale oil): è un combustibile non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante i processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica. Lo scisto è una roccia metamorfica caratterizzata da una disposizione regolare, in piani più o meno paralleli, dei componenti mineralogici lamellari o fibrosi, e perciò facilmente sfaldabili.

    Si potrebbe pensare all’olio di scisto come ai prodotti semilavorati della produzione di petrolio della terra. Quindi la disponibilità teorica di combustibile per energia è aumentata grazie a queste tecnologie e ad un livello notevole.
    Le riserve mondiali di petrolio di scisto sono circa 962 miliardi di metri cubi, superando di gran lunga le riserve di petrolio (269,90 miliardi di metri cubi).Le riserve di petrolio di scisto sono di gran lunga superiori a quelle di petrolio e dovrebbero essere utilizzate dagli esseri umani per moltissimi anni ancora. Ci sono anche depositi di petrolio di scisto che vengono costantemente esplorati e monitorati.

    Ma quali sono le carenze dell’olio di scisto? C’è solo un difetto: il costo elevato. Solo una piccola quantità di petrolio di scisto a basso costo è attualmente degno di essere sfruttato.
    Sebbene lo shale oil in molte aree abbia riserve provate, il costo dello sfruttamento è molto più alto di quello del petrolio. Ma non importa quanto sia alto il costo, se è meglio di niente.La dipendenza petrolifera odierna degli Stati ha raggiunto oltre l’80%, quindi si sta sviluppando fortemente la tecnologia dei veicoli elettrici per cercare di ridurre dipendenza dal petrolio, però il petrolio resta ancora la principale fonte di energia sulla terra. Una delle ragioni è che il costo d’esso è basso.

    Molte persone non capiscono perché il costo del nucleare sia superiore a quello del petrolio: non si era sostenuto che il nucleare sia molto economico? Le materie prime dell’energia nucleare sono economiche, ma l’investimento in infrastrutture è elevato; inoltre, le centrali nucleari producono anche scorie, che sono estremamente difficili da trattare e inquinano se interrate in profondità.

    Quindi il vantaggio del petrolio è che è economico, niente di più. Una volta che il petrolio greggio della terra sarà in via di esaurimento e il prezzo del petrolio supererà i 100 dollari a barile (158,987 litri), la tecnologia dell’olio di scisto ed altre potranno essere utilizzate in grandi quantità per soddisfare i bisogni umani. Pertanto, non bisogna preoccuparsi troppo del problema del petrolio: in definitiva è una questione di denaro, non di vita o di morte

    Per informazioni e richieste di pubblicazione: [email protected]

    Note sull’autore

    Giancarlo Elia Valori è uno dei più importanti manager italiani. Docente universitario e attento osservatore della situazione politica ed economica internazionale, nella sua lunga carriera ha ricoperto importanti incarichi in prestigiose società italiane ed estere. Attualmente è Presidente dell’International World Group

    Inoltre è presidente onorario di Huawei Italia nonché detentore di importanti cattedre in prestigiosi atenei quali la Yeshiva University di New York, l’Hebrew University di Gerusalemme e la Peking University.

    Nel 1992 viene nominato Cavaliere della Legion d’onore con la motivazione: “Un uomo che sa vedere oltre le frontiere per comprendere il mondo”, dall’11 maggio 2001 è ambasciatore di buona volontà dell’Unesco per i meriti profusi generosamente nella difesa e nella promozione del patrimonio immateriale. Nel 2002 riceve il titolo di “Honorable” della Académie des Sciences de l’Institut de France.

    Tra i suoi libri ricordiamo: Liberi fino a quando? (Lindau 2019), Rapporti di forza (Rubbettino 2019), Geopolitica e strategia dello spazio (Rizzoli 2006), Antisemitismo, olocausto, negazione (Mondadori 2007), Mediterraneo tra pace e terrorismo (Rizzoli 2008), Il futuro è già qui (Rizzoli 2009), La via della Cina (Rizzoli 2010) e Geopolitica dell’acqua (Rizzoli 2011).

    A riconoscimento del suo poliedrico impegno di studioso e pubblicista a respiro universale, ha ricevuto il premio giornalistico “Ischia Mediterraneo”, il “Gran Premio Letterario 2011” dal Consiglio Mondiale del Panafricanismo e il “Premio Internazionale della Cultura” dalla International Immigrants Foundation delle Nazioni Unite.

    International World Group: https://www.internationalworldgroup.it

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  • Transizione energetica, per molti produttori di petrolio c’è il rischio instabilità

    Da anni ormai si parla di transizione energetica. Questo processo è il fulcro di un più esteso passaggio verso una economia più sostenibile. Il progressivo abbandono delle fonti energetiche non rinnovabili, ha da tempo messo in allarme i produttori di petrolio. Non si chiedono più se un giorno accadrà, bensì quando.

    Il petrolio e la transizione energetica

    transizione energeticaSe in generale la transizione energetica è vista come una vera e propria benedizione ambientale, dal punto di vista economico ci potrebbero essere grossi effetti collaterali, specie in alcuni Paesi del mondo. Alcuni recenti Outlook hanno evidenziato infatti che, parallelamente alla crescita delle rinnovabili, si propagherà un’onda di instabilità per i paesi produttori di combustibili fossili che non saranno riusciti a diversificare le proprie economie. Se è vero che il picco produttivo del petrolio sarà toccato nel 2030, da quell’anno in po molti nodi verranno al pettine. Del resto gli indicatori di volume già evidenziano un calo della richiesta di output.

    Paesi Africani a rischio

    Nel panorama generale ci sono quindi casi e casi. I più scottanti riguardano alcuni paesi africani, fortemente se non esclusivamente dipendenti dal petrolio. Alcuni di essi peraltro hanno costi di produzione elevati, il che aggrava la situazione. Ad esempio Algeria, Chad, Iraq e Nigeria.
    Non a caso sono quelli che hanno più sofferto la caduta dei prezzi del petrolio del 2014 e del 2020.
    Per queste economie, la transizione energetica potrebbe essere un dramma. Infatti verrebbero privati degli afflussi di denaro che servono poi a finanziare le importazioni necessarie ad andare avanti.

    Le ricette anti-crisi

    Di fronte a questa situazione, questi Paesi potrebbero attingere alle riserve valutarie, come hanno fatto i sauditi dal 2014. Oppure svalutare, come hanno fatto Nigeria e Iran nel 2020.
    Ma non sono soluzioni che possono durare a lungo, anche perché per molti paesi le previsioni sul cambio non sono ottimali. Ad esempio le previsioni Rand sudafricano dollaro, oppure la Naira nigeriana col dollaro.
    La vera ricetta per evitare disastri sarebbe la diversificazione e la modernizzazione. Ma in molti casi parliamo di Paesi che non hanno sufficienti risorse per intraprenderla. Sia a livello economico che come governance. Ecco perché il rischio di instabilità geopolitica è destinato a crescere.

  • Titoli di Borsa, Presente e Futuro per Oro e Petrolio

    I titoli di borsa rispecchiano le tendenze dell’economia soprattutto quando si prende in considerazione i trend di lungo periodo.
    Tra i tantissimi titoli di borsa alcuni sono molto lontani dall’economia reale mentre altri spesso prevedono i grandi cambiamenti che ciclicamente avvengono in economia e che rispecchiano il mutare e l’evoluzione del mondo reale.
    Tra i titoli di borsa che ultimamente hanno subito i maggiori cambiamenti ci sono oro e petrolio, se il primo in qualità di bene rifugio è salito moltissimo negli ultimi due anni, lo stesso non si può certo dire per il petrolio.
    Il prezzo oro è salito sia nel 2019 che nel 2020 portando la quotazione a superare il suo massimo storico nei primi di agosto.
    A sostenere l’oro sono stati i tantissimi investitori che hanno acquistato non solo etf ma anche lingotti e monete per mettersi al riparo dalle insidie delle valute e per avere una scorta di valore facilmente monetizzabile anche presso uno dei tanti compro oro Firenze, Milano, ecc.
    Il crollo dei titoli di borsa del marzo 2020, causato dalla crisi dovuta al lockdown voluto dalle autorità mondiali che hanno imposto ai governi locali rigide restrizioni, ha colpito duramente il mercato petrolifero.
    Tanto di aver fatto perdere in quella fase almeno due terzi di valore al prezzo del greggio, successivamente anche grazie ad un taglio della produzione mondiale concordato da tutti i paesi produttori il prezzo del petrolio è risalito recuperando un terzo del valore pre lockdown.
    Nonostante il taglio e la diminuzione del prezzo greggio i mercati azionati continuano ad avere una tendenza al ribasso lenta ma progressiva.
    Questo andamento negativo è dovuto sia al calo della domanda che ha determinato un eccesso di offerta a prescindere dai tagli di produzione, sia al fatto che sembra ormai deciso a livello mondiale un progressivo abbandono dei combustibili fossili.
    Nonostante spesso possa sembrare il contrario i mercati azionari prevedono con largo anticipo i trend, questo è possibile notarlo prendendo in considerazione l’andamento di lungo periodo dei titoli di borsa.
    Attualmente è evidente come in questa fase, in cui è palese la scelta di abbandonare i combustibili fossili per il futuro, le grandi compagnie petrolifere stiano perdendo valore in modo inesorabile a prescindere dalle oscillazioni dei titoli nel breve periodo.
    Analizzando la performance del prezzo del petrolio negli ultimi dieci anni si può notare come a metà del 2014 questa materia prima avesse perso oltre la metà del suo valore in pochi mesi, un calo che in quel periodo poteva essere stato attribuito a varie cause ma che in realtà per chi conosce e gestisce le logiche di borsa era già un forte segnale della fine di un era.

  • Prezzo del barile, il futuro è segnato: può crollare a 20 dollari se le energie green ingraneranno

    Le instabilità vissute nell’ultimo anno e mezzo, hanno accresciuto i dubbi sul futuro prezzo del barile di petrolio. Anche se il Brent attualmente viaggia sopra i 60 dollari e il Wti oltre quota 55 dollari, c’è chi ipotizza un crollo fino a 20 dollari nei prossimi anni, se non addirittura sui 10 dollari. Una miseria.

    Il futuro del prezzo del barile

    prezzo del barileMa cosa – secondo queste previsioni – starebbe per sconvolgere il mercato? Le energie verdi e in special modo la probabile forte diffusione delle auto elettriche. Finora il petrolio è stato il carburante incontrastato delle quattro ruote e questo ha tenuto sempre in alto il prezzo del barile, ma domani il settore potrebbe cambiare radicalmente volto. Oggi come oggi, investendo uno stesso ammontare di capitale in impianti a energia eolica e solare per dare energia ai veicoli elettrici, sarebbe già molto più vantaggiosa rispetto a quella generata da petrolio a 60 dollari al barile. Per contrastare questo vantaggio, bisognerebbe scendere forse anche sotto i 20 dollari. Tutti i progetti petroliferi che prevedono un break-even maggiore sono quindi a rischio.

    Si comprende allora perché la quotazione dell’oro nero fa molta fatica a restare in alto. Il prezzo del barile come detto viaggia verso i 55-60 dollari, ma già si vedono pattern homing pigeon e descending hawk che fanno presagire una discesa delle quotazioni. Del resto l’OPEC+ con estrema fatica sta tenendo il mercato sui binari del’equilibrio domanda-offerta.

    Come si riorganizzano i gruppi petroliferi

    Dunque, i giorni del petrolio come carburante principe sono contati? Non è detto, o almeno non subito. Le compagnie petrolifere di certo non stanno a guardare mentro il prezzo del barile cala e si va a infilanle nel suo canale di Keltner (channel), ed hanno a loro vantaggio il fattore tempo, perché prima che il business delle energie green riuscirà ad affarmersi e godere dei vantaggi di scala di cui gode attualmente l’oil, ce ne passa. Inoltre i veicoli elettrici sono attualmente più costosi di quelli a benzina e diesel, e ci vorrà almeno un altro lustro prima che i prezzi si bilancino. Questo lasso di tempo servirà ai grandi gruppi petroliferi di riorganizzarsi per tentare di essere meno dipendenti dal petrolio, posizionandosi a loro volta nel business delle energie rinnovabili e riconvertendo le raffinerie in bioraffinerie.

  • Petrolio, lo scenario del 2019 potrebbe essere assai cupo

    Il mercato del petrolio fa i conti con i suoi soliti problemi di sovraproduzione, che secondo molti analisti finiranno per penalizzarlo anche nel 2019. Quel timido recupero delle quotazioni, che c’era stato nella parte finale dell’anno scorso, non dovrebbe quindi avere vita lunga.

    Lo scenario del mercato del petrolio

    petrolioQuelli che ne sono più convinti sono gli analisti di Goldman Sachs, che in un recente report hanno addirittura rivisto in senso pessimistico il loro outlook sul petrolio per i prossimi 12 mesi. A questo si aggiunge pure un recente sondaggio Reuters (che ha coinvolto 32 economisti e analisti), che ha premiato l’ipotesi che i prezzi del greggio restino sotto i 70 dollari al barile, a causa della produzione in eccedenza e del rallentamento della crescita economica (che finirà per deprimere la domanda). Inoltre sono elementi critici anche gli attuali alti livelli di scorte.

    Ci sono quindi diversi fattori di chiara matrice negativa che potrebbero convergere e rendere il 2019 un anno molto pesante. Ci sono poi delle incertezze che si legano alla riapertura dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina, un incontro che ha come obiettivo di porre fine a una battaglia che dura ormai da quasi un anno. Gli esperti auspicano che possa giungersi a un accordo, perché così potrebbe dissolversi questa minaccia sempre incombente sulla crescita economica globale.

    Le previsioni non tranquillizzano

    Secondo molti analisti, tuttavia, lo scenario per il prezzo del petrolio è cupo. Il greggio Brent londinese potrebbe oscillare tra i 62 e i 69 dollari nel corso del 2019, con un indicatore ADX trading prevalentemente orientato al ribasso (stime precedenti arrivavano a superare i 70 dollari al barile). In ribasso anche l’outlook sul WTI, che viene visto dagli analisti a 55,50 dollari al barile contro i 64,50 dollari al barile della stima precedente.

    Ricordiamo che nel periodo che è andato da settembre 2017 a ottobre 2018, il petrolio non aveva mai smesso di correre fino a toccare il massimo a quota 76,90 dollari al barile. Se prendiamo i dati di qualunque broker autorizzati Consob, possiamo vedere che nell’arco di 13 mesi aveva guadagnato circa il 70%. Da ottobre in poi lo scenario è totalmente cambiato. Negli ultimi due mesi del 2018 il prezzo del petrolio ha perso il 60%.

  • Prezzo del petrolio, continua la corsa verso i temuti 100 dollari

    Anche se i mercati hanno rivolto la loro attenzione ad altri fenomeni di grande impatto (come la crisi turca, la guerra commerciale e la crisi italiana o la Brexit), molti investitori sono sempre più turbati dalle dinamiche del prezzo del petrolio. L’oro nero sta continuando a salire, e alcuni esperti ipotizzano che potrebbe esserci una fiammata anche oltre i 100 dollari al barile.

    Dove corre il prezzo del petrolio?

    prezzo del petrolioContrariamente a quel che si potrebbe pensare, anche molte società del settore non sarebbero affatto contente di uno scenario simile per il prezzo del petrolio. Il binomio secondo il quale più alto è il prezzo e maggiore sono i guadagni di chi opera nel mercato non è affatto valido in assoluto. Il motivo? Una quotazione troppo elevata finisce con il comprimere la domanda, crea instabilità e spinge i consumatori verso altre fonti energetiche.

    Lo squilibrio che si è creato di recente ha radici chiare: lo scorso anno c’è stato un deficit di produzione mondiale di circa 500mila barili al giorno di media. A peggiorare il quadro sono intervenute le sanzioni all’Iran che potrebbero sottrarre al mercato altri 700mila barili. Di fronte all’eccesso di domanda rispetto all’offerta, il presidente Donald Trump ha chiesto all’Opec di aumentare l’offerta di greggio. Appello caduto nel vuoto, e il prezzo corre. Basta una qualunque piattaforma trading demo gratis per verificare i balzi delle quotazioni dell’oro nero. Il valore del Wti si attesta in area 75 dollari al barile. Il Brent è a 85 dollari.

    I possibili shock di prezzo

    Se ai consumatori individuali quello che fa più spavento è il possibile rincaro del carburante (la verde potrebbe arrivare anche a 2 euro in Italia, come nel 2012), gli analisti sono più preoccupati dai possibili shock di prezzo. I mercati più vulnerabili sono quelli emergenti, che potrebbero reagire all’improvviso con un crollo della domanda. A sua volta questo innescherebbe una improvvisa caduta dei prezzi, un po’ come accadde col crash del 2008. Non a caso molti gestori si stanno posizionando con una strategia breakout pullback trading, nel caso dovesse verificarsi questo scenario di impennata/rimbalzo.

    Per questo motivo sarà importante tenere d’occhio quello che accadrà nelle prossime settimane, perché proprio in questo lasso di tempo che si capirà dove andranno i prezzi nel 2019.

  • Petrolio, l’OPEC non dà retta a Trump e la quotazione vola

    Dopo un periodo di relativa stabilità, il mercato del petrolio sta vivendo una nova fase di intenso rialzo. A favorire la spinta degli ultimi tempi è stata la decisione dell’Opec di lasciare invariate le quote produttive, in barba alle ripetute sollecitazioni del presidente Trump per un aumento delle stesse, in modo fa far calare i prezzi.

    Opec, Trump e il petrolio

    petrolioNeppure le minacce (via tweet) del Presidente USA hanno fatto desistere il cartello dai suoi propositi. L’OPEC continua a spingere il prezzo per facilitare il pareggio dei bilanci in molti Paesi produttori, dall’altra parte Trump vorrebbe un calo dell’oro nero per spingere la produzione ed allo stesso tempo contenere l’inflazione (che a sua volta innesca anche il temutissimo aumento del costo del denaro). Il botta e risposta ha avuto l’effetto di spingere ancora di più l’oro nero, con il Brent arrivato sugli 85 euro, mentre il WTI è salito a 75 (quotazioni dei migliori broker CFD trading). Valori altissimi se confrontati con quelli dell’estate. Siamo giunti ai massimi di 4 anni delle quotazioni.

    I mercati sono stati anche incoraggiati dalla conclusione del Usmca, l’accordo commerciale che andrà a sostituire il Nafta. Dopo l’intesa già raggiunta tra USA e Messico, anche il Canada in extremis ha saputo evitare la rottura con Trump. Immediatamente questo ha spinto al rialzo il dollaro canadese (la strategia forex Parabolic SAR evidenzia il riposizionamento dell’indicatore sotto la linea dei prezzi).

    Ma le tensioni sul greggio non sono ancora finite. L’imminente entrata in vigore, a novembre, delle sanzioni Usa contro l’Iran ridurranno le esportazioni dal Paese. Qui sta uno degli aspetti più singolari del momento attuale. Le sanzioni all’IRAN sono state volute da Trump, ma finiranno poer accelerare ulteriormente i prezzi, cosa che Trump non vuole. La matassa quindi s’è fatta intricata. C’è comunque una sola certezza al momento, che il petrolio continua a correre.

  • Prezzo del petrolio in caduta libera. La sovrapproduzione minaccia il mercato

    Gli investitori hanno capito a proprie spese che fare previsioni sul prezzo del petrolio, spesso è una attività che porta all’esaurimento nervoso. La difficoltà è già di per sé una cosa normale, ma in questo periodo caratterizzato da notevole volatilità del mercato, anche gli analisti più esperti vanno in grande difficoltà. L’unico elemento che li mette d’accordo è l’invito alla prudenza verso chi si affaccia a questi mercati.

    I driver del prezzo del petrolio

    prezzo del petrolioLe apprensioni legate alla sovrapproduzione hanno spinto di recente i prezzi del petrolio al ribasso. Il punto è che oltre alla crescita dell’output americano (Il numero delle trivelle USA ha subito il calo più ingente da marzo del 2018), c’è il forte timore – evidenziato al recente G10 – che i dazi imposti da USA e Cina possano contrarre la crescita globale. Questo spingerebbe verso il calo la domanda di petrolio. Infatti crescita economica e domanda di petrolio sono correlate perché economie in espansione sostengono i consumi di carburante per il commercio e i viaggi, così come per le auto. Praticamente l’intero mese di luglio è caratterizzato da mercati in rosso, spesso caratterizzato da three black crows pattern.

    La geopolitica

    Il greggio Brent e il West Texas Intermediate (WTI) sono ritornati nei pressi o sotto quota 70 dollari, anche se una boccata di ossigeno arriva dal rapporto dell’OPEC in cui si afferma che l’organizzazione ridurrà le esportazioni ad agosto. Ma è un’ancora di salvezza solo temporanea. Entrambi i prodotti di riferimento (Brent e WTI), come altri prezzi delle materie prime, saranno in balia della geopolitica che rimarrà in primo piano. Questo porta inevitabili conseguenze anche sui cambi valutari. Chi adottano forex scalping strategie (1 5 minuti) sa bene che le correlazioni tra petrolio e dollaro, oppure AUD e Rublo russo sono importanti. Molti speculatori ne hanno fatto un fattore di forza, ma è pur vero che questo giochino ha lasciato anche tante “vittime” sul campo.

    Per capire quanto incerto sia lo scenario futuro, basta dire che secondo l’International Financial Center, i prezzi del petrolio potrebbero salire a 160 dollari al barile (se l’Iran dovesse impedire il transito di navi attraverso lo Stretto di Hormuz). Ma al tempo stesso c’è chi – Ministero delle Finanze della Russia – ritiene che se i prezzi continueranno a stare sopra i 50-60 dollari, ci sarà un nuovo crollo dovuto al possibile collasso del mercato. A chi credere?

  • Petrolio, mercato teso in vista della riunione OPEC

    Il mercato del petrolio è tornato a surriscaldarsi, per via di diverse notizie che giungono da più fronti. C’è anzitutto l’attesa per il vertice OPEC di fine mese a tenere banco, perché definirà il prossimo livello produttivo dei paesi aderenti al cartello. Parallelamente c’è la guerra commerciale USA-Cina, che ha coinvolto in modo diretto il petrolio vista la minaccia della Cina di imporre dazi su quello proveniente dagli Stati Uniti. In ultimo, il recente recupero del dollaro sul mercato valutario ha messo altra pressione alle quotazioni del greggio.

    Tutti questi eventi hanno cancellato il tentativo di rimbalzo del greggio, che è scivolato verso il supporto di area 65 dollari e sotto la media mobile a 100 giorni (inviando altri segnali al ribasso a chi segue la strategia incrocio medie mobili). Anche l’analisi tecnica sembra quindi fornire un ulteriore segnale di debolezza da non sottovalutare.

    I fondamentali del mercato del petrolio

    petrolioDal punto di vista fondamentale, come detto è la riunione Opec (a Vienna) il fulcro di tutto. Come si temeva, le divergenze sulle strategie per la produzione del greggio hanno creato molte tensioni tra i membri dell’organizzazione dei paesi produttori. Le ultime notizie raccontano che i membri del cartello starebbero discutendo un compromesso. Questo prevede l’incremento produttivo da 300.000 a 600.000 barili al giorno nei prossimi mesi. Attualmente esiste un accordo tra Opec e alcuni paesi produttori (Russia in testa) che precede la riduzione dei livelli produttivi di 1,8 milioni di barili al giorno. E’ chiaro che un aumento dell’output provocherebbe un calo dei prezzi, visto che l’offerta andrebbe ad aumentare.

    La questione dazi sta inoltre facendo sentire i suoi effetti. La Cina ha minacciato di imporre tariffe pesanti sull’import di greggio dagli Stati Uniti nell’ambito della guerra commerciale sempre più aspra, nonostante la parentesi diplomatica tra il presidente Usa Donald Trump e il dittatore nord coreano Kim Jong Un. Infine c’è il rimbalzo del petrolio a farsi sentire, dal momento che il biglietto verde continua a guadagnare terreno sull’euro (ma discorso analogo vale per tutte le altre coppie di valute più volatili forex).

    Il quadro complessivo quindi continua a essere molto delicato per il petrolio. L’equilibrio che è stato raggiunto dopo molte difficoltà potrebbe vacillare di fronte alle posizioni molto differenti che esistono tra i produttori.

  • Petrolio in frenata, Russia e OPEC ridiscutono i tagli produttivi

    Sono tornate le vendite sul mercato del petrolio. Dopo un lunghissimo rally che ha spinto le quotazioni dell’oro nero verso un rialzo del 70% nell’ultimo anno (a causa dell’aumento della domanda e dell’offerta limitata da parte dell’OPEC), adesso il clima si è un po’ raffreddato. Sul mercato petrolifero pesano soprattutto due elementi. Da una parte ci sono i ragionamenti di Opec e Russia riguardo ai tetti alla produzione. Dall’altra anche la dinamica della quotazione del dollaro.

    I driver del mercato del petrolio

    petrolioAnzitutto i dati di questo brusco calo. Il greggio è tornato in prossimità di quota 70 dollari a New York, e basta vedere una qualunque piattaforma trading online gratis per cogliere il momento fortemente bearish del mercato. Il future sul Brent è sceso sotto il livello degli 80 dollari.

    Le discussioni tra i Paesi Opec e la Russia potrebbero portare delle novità a breve termine. Da San Pietroburgo i ministri dell’energia dei due paesi hanno spiegato che l’aumento dei prezzi che è stato registrato negli ultimi mesi potrebbe spingere a un indebolimento dell’accordo produttivo. In sostanza potrebbero essere rimossi dei limiti all’output. E’ quindi probabile che ci sarà un graduale aumento della produzione da qui alla fine del 2018. se ne discuterà durante il prossimo incontro in programma il 22 giugno a Vienna. Secondo fonti riportate da Reuters, il taglio potrebbe essere ridotto e la produzione incrementata di circa 1 mln di barili al giorno.

    Il petrolio ha reagito con un tonfo, che ha mandato in crisi anche chi adotta strategie scalping Forex visto lo stretto legame con il dollaro e con altre economie. Ma davvero Arabia Saudita e Russia sono pronte a rottamare il piano che ha tolto dal mercato petrolifero 1,8 milioni di barili al giorno? Pare proprio di sì, anche perché si è creato inaspettatamente un buco di offerta derivante dal ripristino delle sanzioni all’Iran e dalla crisi venezuelana.

  • Addio petrolio, benvenuta energia green – Imprese e società alle soglie dell’era post petrolifera

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    L’avvento della green economy sta cambiando profondamente non solo le dinamiche economiche ma le abitudini stesse degli individui, che in una scala macroscopica vanno a costituire i modi di vivere, pensare e agire di interi popoli. Per quanto l’approccio alle risorse rinnovabili sia sempre più parte del vivere comune, la domanda su che fine farà il petrolio e in che misura ancora questa materia prima condizionerà la vita umana è, anch’essa, più che mai attuale.

    Nel dialogo sulla green mobility e sullo sharing per la costruzione di scenari futuri improntati alla sostenibilità, già al centro delle tematiche affrontate nel tour #Protagonisti organizzato dal Centro Studi Economico Finanziario ESG89, parlare di efficientamento energetico ed energie rinnovabili non può prescindere dal parlare anche del destino del petrolio. Questione che anche gli studiosi del Boston Consulting Group si sono posti, e alla quale hanno provato a rispondere ipotizzando tre scenari, tutti incentrati sul presupposto che la domanda di greggio raggiungerà il picco tra il 2025 e il 2030, per poi procedere verso il declino.

    Tre ipotesi, dunque, che prendono in considerazione l’aumento dello sfruttamento di altre fonti energetiche: nel primo caso, l’energia elettrica, applicata soprattutto al mercato dell’automobile; nel secondo caso, l’aumento dell’efficienza energetica grazie ad una combinazione di incentivi e restrizioni governative; nel terzo caso, la crescita del consumo di gas, a causa di una diminuzione del suo costo, con una progressiva riconversione della produzione industriale, attualmente basata sul carbone, all’utilizzo del gas.

    In tutti e tre i casi, il petrolio sarà soggetto ad un declino progressivo, più o meno lento, e le industrie non possono ignorare questo fatto. Per tutte quelle imprese che non vogliono farsi trovare impreparate nel prossimo futuro, la parola d’ordine deve essere “diversificazione”. La sopravvivenza delle imprese nei prossimi anni dipenderà, infatti, dalla loro capacità di sviluppare nuove soluzioni e nuovi modelli di management per affrontare i mercati, e dall’abilità intrinseca delle aziende di sfruttare al massimo le risorse messe a loro disposizione e incorporare, in maniera sempre crescente, le energie rinnovabili nei processi produttivi aziendali.

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  • Come Fare Trading sul Petrolio

    Il petrolio è probabilmente il bene di commercio più scrutinato al mondo. È da ormai molti anni oggetto di fluttuazioni di prezzo, dovute a innumerevoli fattori. Inutile ricordare l’importanza che esso ha avuto anche in termini di gueere e rapporti diplomatici fra paesi produttori e paesi interessati al prodotto. Viene considerato alternativamente la cosa migliore mai successa all’umanità e la cosa peggiore. Investire nel petrolio può essere allo stesso tempo estremamente profiittevole, così come tremendamente rischioso.

    Il petrolio è una sostanza che occorre naturalmente e che può essere trovata nelle formazioni geologiche sotto la superficie della Terra. In una forma o nell’altra il petrolio viene usato da millenni.

    Un barile di petrolio è equivalente a quarantadue galloni americani. Una volta raffinato un barile dà vita ad approssimativamente venti galloni di benzina e sette di diesel. In più ci sono anche diciassette galloni di sottoprodotti come propano, ammoniaca, e materiali plastici. Il processo di raffinamento quindi produce un guadagno netto di due galloni.

    Il prezzo del petrolio tende a scendere e salire a seconda di ragioni economiche, geopolitiche e sociali. Questo non fa che confermare una certa instabilità di mercato, che lo rende di conseguenza una delle materie prime con i guadagni più alti. Per investire al meglio, ciò che serve è una conoscenza base di analisi del mercato. Con l’evoluzione di piattaforme di trading online, di opizioni binarie e via dicendo, oggi anche un trader inesperto può ricevere grandi profitti con pochi click.

    In questo preciso momento storico, il petrolio ha un ottimo prezzo, l’ideale per chi vuole cominciare a fare trading. Il prezzo al barile, nonostante non più ai picchi in ribasso degli ultimi anni, è ancora ad un prezzo molto attraente per potenziali investitori. Un principiante potrebbe cominciare adesso e ricevere guadagni in tempi estremamente brevi. Questo è uno dei grandi vantaggi di investire in un bene volatile come il petrolio.

    È inutile negare che ci sia un certo pessimismo riguardo la risalita dei prezzi, nonostante il quale, le nazioni dell’OPEC si stanno mobilitando per riportare in alto i prezzi. Come dimosta una recente risalita dei prezzi e una generale ripresa dei mercati delle commodities, il petrolio si dimostra ancora forte. Il prezzo del barile è infatto tornato a cinquanta dollari, cifra a cui non eravamo più stati abituati. Mentre è vero che il prezzo è ancora dimezzato rispetto alle vette di alcuni anni fa, è comunque un buon segnale di ripresa.

    Una volta conosciuti i vantaggi e gli svantaggi del trading del petrolio, rimane solo una cosa da fare, cominciare a vendere e comprare. Il modo migliore per farlo è puntare su una piattaforma di trading, soprattutto per il trader inesperto. Le piattaforme di trading offrono un supporto maggiore, così come utilissime fonti di informazioni e interessanti articoli per capire meglio l’andamento di un prodotto come il petrolio.  E’ necessario trovare una piattaforma seria e affidabile per fare trading sul petrolio che sia facile e intuitiva da usare, adatta a tutti i trader di qualsiasi livello.