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  • Produzione di petrolio, l’intero mercato è in mano a 10 Paesi

    Anche se si cercano costantemente delle alternative, il petrolio rimane attualmente la principale fonte di energia per l’economia globale. Non tutti sanno che la produzione di questo carburante del pianeta è in mano prevalentemente ad un pugno di pochi paesi.

    Petrolio, estrazione e produzione

    petrolioIl petrolio alimenta il 40% di tutta l’energia che viene consumata nel mondo. È quasi il doppio rispetto al carbone e dal gas naturale, che sono al 23% ciascuno. Il resto è prevalentemente garantito da energia idroelettrica, al 14%.

    La lavorazione del petrolio consente la produzione di benzina, gasolio, nafta e oli combustibili per il riscaldamento e l’alimentazione dei mezzi di trasporto. La sua preziosità non a caso lo fa denominare oro nero. Come l’oro, anche la maggior parte delle risorse si concentra nelle mani di pochi.

    I dati sul petrolio

    Sebbene sia utilizzato in tutto il mondo, sono soltanto 10 gli stati che forniscono petrolio a tutto il mondo. Ne estraggono circa l’87% del totale e sono i veri market maker del settore petrolifero.

    Il principale paese è il Venezuela dove si trova il 18% delle riserve mondiali di petrolio. Parliamo di quasi 47 miliardi di tonnellate. Proprio il paese sudamericano fu il promotore negli anni 60 della costituzione dell’OPEC, ovvero il cartello dei produttori che ha lo scopo di negoziare meglio prezzi e concessioni con le compagnie petrolifere.

    Il secondo paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo e l’Arabia Saudita con 42 miliardi di tonnellate. Dietro a questi due paesi ci sono Iran, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Canada e Russia.

    Stati Uniti leader nella produzione

    Va detto però che avete delle riserve petrolifere non vuol dire automaticamente essere produttore. In questo senso il discorso cambia del tutto.
    Gli Stati Uniti ad esempio, pur essendo il decimo paese per riserve di petrolio, sono il primo produttore al mondo. Fanno business trading con i volumi più alti di tutti. Immettono infatti sul mercato 1,8 di tonnellate al giorno. La Russia, pur essendo l’ottavo paese per riserve di greggio, è il secondo produttore mondiale. Questo ci fa capire perché con lo scoppio della guerra in Ucraina e le conseguenti sanzioni contro Mosca, il prezzo del petrolio è schizzato oltre 100 dollari al barile.

    L’unico Paese che, oltre ad avere grandi giacimenti, è anche uno dei maggiori produttori è l’Arabia Saudita.
    Un’ultima annotazione riguarda l’Italia: siamo il primo paese europeo per giacimenti di petrolio, la maggior parte dei quali è concentrata al Sud in Sicilia e Basilicata.

  • Economia cinese da record negativo: dopo 32 anni cresce meno dei suoi vicini

    Una delle conseguenze del lungo periodo di pandemia è che la crescita dell’economia cinese è stata azzoppata, a causa dei feroci lockdown e della conseguente crisi del importante mercato immobiliare. Così il paese del Dragone, per la prima volta dal 1990, non sarà la locomotiva dell’area Asia-Pacifico.

    I passi indietro dell’economia cinese

    economia cienseDa molti decenni la Cina ci aveva abituato a tassi di crescita esorbitanti, se messi a confronto con quelli dei Paesi europei. Ma a causa delle politiche zero-covid e della brusca marcia indietro del settore immobiliare, nel 2022 il PIL di Pechino si fermerà al 2,8% secondo le previsioni della Banca Mondiale.

    Rispetto ai nostri livelli si tratta di una crescita comunque notevole, ma se la confrontiamo con il 5,5% fissato come obiettivo dalle autorità locali (che comunque è il più basso da tre decenni) e con il +8,1% che la stessa banca mondiale aveva ipotizzato ad aprile, si tratta di una brusca frenata.
    Il prossimo anno la corsa dovrebbe ripartire, arrivando fino al 4,5%.

    Media inferiore all’area Asia-Pacifico

    Se le condizioni dell’economia cinese si sono offuscate, nel resto della Regione (rispetto alla quale l’economia cinese ha un peso dell’86%), invece c’è stato un miglioramento. L’intera zona dovrebbe crescere del 5,3%, ossia poco più del doppio rispetto al 2021.

    La spinta arriva dalla forte ripresa dei consumi interni, dopo il biennio complicato della pandemia. Ma soprattutto arriverà dall’aumento delle materie prime, che sono una importantissima chiave dell’economia locale. Anche se trading con volumi è sceso nel corso dei mesi, i prezzi del carbone sono ad esempio cresciuti del 60% nell’ultimo anno, così come sono aumentate le quotazioni di Uranio e Litio.

    La zavorra della Cina

    Di contro l’economia cinese ha patito la rigida politica di contrasto voluta dalle autorità per combattere il covid. Stretti lockdown e test di massa hanno notevolmente limitato le libertà e la mobilità delle persone. Inoltre il mercato immobiliare che rappresenta circa il 30% dell’economia cinese, sta vivendo un crollo storico. Basta pensare al caso Evergrande.

    Gli analisti market maker fanno anche notare che le sofferenze dell’economia cinese si riflettono anche sull’andamento della valuta nazionale visto che, lo yuan è precipitato rispetto al Dollaro statunitense, tanto da costringere la banca popolare cinese a intervenire per arginare questo scivolone.

  • Obbligazioni verdi, il 2022 potrebbe portare un nuovo record

    Il tema della sostenibilità continua a spingere con forza i green bond. Come è noto, queste obbligazioni sono prodotti finanziari pensati espressamente per finanziare iniziative che mettono in primo piano la sostenibilità ambientale.

    Perché si diffondono le obbligazioni verdi

    obbligazioni verdiDa anni viene ormai sbandierato l’obiettivo della riduzione delle emissioni, per arrivare alla creazione di un pianeta più attento all’ambiente, così’ da porre un limite all’innalzamento delle temperature globali. Per questo motivo le obbligazioni verdi sono sempre più attenzionate da parte degli investitori, che in molti casi sono disposti a rinunciare a rendimenti elevati, pur di perseguire questo scopo ambientale.

    Sotto questo aspetto, le obbligazioni verdi sono importantissime soprattutto per le imprese di piccole e medie dimensioni. Infatti la transizione energetica è un costo notevole per le aziende, e le realtà più piccole non hanno la possibilità di accedere ai mercati finanziari. Per questo poter fare affidamento sui prestiti per finanziare la loro strategia ambientale, diventa quasi una strada obbligata.

    Il trend crescente dei green bond

    Da quando avvenne il lancio delle prime emissioni, nel 2015, questo strumento ha conosciuto soltanto una fase di crescita, sia delle emissioni che dei market maker. Questa tendenza ha portato ad un nuovo record lo scorso anno, quando è stata superata quota 50 miliardi di dollari di emissioni.
    L’intero mercato di questo tipo di obbligazioni è salito a circa 110 miliardi di dollari.
    La tendenza evidenziata dagli indicatori di volume peraltro conferma la crescita anche in questo 2022, visto che dall’inizio dell’anno le obbligazioni verdi hanno vissuto emissioni nette per ulteriori 25 miliardi di dollari.

    Previsioni rosee fino al 2023

    Le dimensioni del mercato erano una delle preoccupazioni che accompagnò il lancio di questi prodotti. Ma negli ultimi anni le dimensioni sono cresciute, e si è venuto a creare un ampio universo di emittenti e obbligazioni verdi tra cui scegliere, senza alcun vincolo di capacità.
    Per questo motivo si prevede che almeno fino al 2023, lo scenario continuerà ad essere favorevole. Al punto tale che si ipotizza di sfondare il muro dei 200 miliardi di dollari entro al fine del prossimo anno.

  • Business dei software auto: Stellantis punta a 20 miliardi di ricavi annui dal 2030

    Il ruolo dell’elettornica nelle auto moderne è di cruciale importanza. Per questo motivo Stellantis ha deciso di tuffarsi con vigore nel business, puntando sui prodotti “abilitati per software e abbonamenti“. Tali prodotti hanno come fine quello di garantire una mobilità sempre più sostenibile, grazie proprio al supporto della tecnologia.

    Il mercato dell’auto e il software business

    business auto softwareQuando sia importante un passo del genere si comprende analizzando il momento attuale del settore auto a livello globale.
    E’ in corso una forte crisi del suo core business, perché le forniture di semiconduttori scarseggiano. E senza semiconduttori non si possono creare i chip, quei micro-cervelli elettronici che ormai controllano tutto all’interno delle nostre auto. Meno auto si producono, meno se ne vendono, come confermano gli indicatori di volume del settore.

    Per questo Stellantis si è mossa in diverse direzioni.

    Le partnership

    Il colosso automobilistico ha definito una partnership con Foxconn, azienda taiwanese leader nel business di componenti elettrici ed elettronici per gli OEM, per progettare e vendere insieme nuovi semiconduttori flessibili per il settore automotive.
    La partnership sosterrà le iniziative di Stellantis per ridurre la complessità dei semiconduttori, progettare una nuova famiglia di semiconduttori costruiti appositamente per i veicoli Stellantis, e fornire capacità e flessibilità in questo settore, che come detto è sempre di maggiore importanza per l’auto-market.

    Gli investimenti

    Inoltre Stellantis ha deciso di investire oltre 30 miliardi di euro entro il 2025, per effettuare la sua trasformazione nel software e nell’elettrificazione.
    L’azienda conta di arrivare ad avere alle proprie dipendenze ben 4.500 ingegneri del software, creando hub di talenti in tutto il mondo. Inoltre verranno realizzate tre nuove piattaforme tecnologiche entro il 2024: Stla Brain, Stla SmartCockpit e Stla AutoDrive. Mira quindi a diventare un market maker di primo piano nel business dell’elettrificazione.

    I ritorni previsti

    Se tutto andrà come programmato, ciò dovrebbe garantire alla compagnia circa 4 miliardi di euro di fatturato annuo entro il 2026 e intorno a 20 miliardi di euro entro il 2030. Nel giro di pochi anni quindi l’investimento si ripagherà da solo, e poi comincerà a generare grandi profitti.

  • Gestione economica di Erdogan di nuovo sotto accusa, i mercati voltano le spalle alla Turchia

    Torna a farsi pesante l’aria attorno alla Turchia, la cui situazione economica preoccupa di nuovo. Ma quello che è più grave è la contrapposizione forte tra il presidente Erdogan e il capo della banca centrale Naci Agbal, nominato appena a novembre scorso proprio per rimediare agli sfaceli indotti dalla gestione economica del presidente.

    I danni della gestione economica Erdogan

    gestione economica turchiaOccorre fare un passo indietro. Nell’ultimo anno l’economia turca, complice anche il Covid, si è appesantita sempre di più. La banca centrale ha visto assottigliarsi le riserve valutarie di ben 130 miliardi di dollari, mentre la lira ha perso più di un terzo del suo valore contro la divisa americana.
    Gli investitori – che sono i veri market maker – hanno ripreso a guardare con molta diffidenza alle vicende turche. E intanto l’inflazione saliva, tutto per via la gestione economica di Berat Albayrak. L’ex ministro dell’Economia e genero del presidente Erdogan, aveva assecondato quest’ultimo che da sempre osteggia i tassi di interesse alti. Ma così facendo aveva surriscaldato l’economia (di nuovo).

    Le frizioni con Agbal

    A novembre, sotto la pressione della finanza internazionale, Erdogan era stato costretto a rimuovere il genero e nominare Naci Agbal. In questo modo aveva dato una piccola ripulita all’immagine della sua gestione economica. Naci Agbal era intervenuto subito con un maxi rialzo dei tassi (675 punti base, portandoli al 17%), per arginare la crescita dell’inflazione (salita intanto al 15%) e risollevare la Lira.

    Nuovo contraccolpo

    Negli ultimi giorni però la situazione s’è rifatta tesa. Erdogan è tornato a difendere le politiche economiche del genero Albayrak, perché Naci Agbal non gli va a genio. Inoltre Albayrak potrebbe ottenere il placet dei dirigenti del partito per essere nominato ministro dell’Energia. Sarebbe un chiaro messaggio che Erdogan vuole mantenere intatte alcune pratiche di inefficienza nella gestione dell’economia turca.
    Risultato? Dopo un mese di guadagni quasi incessanti, la lira turca è tornata a scendere sbattendosi tra supporti e resistenze, mentre i rendimenti dei bond sono saliti ai massimi da almeno tre mesi.

  • Educazione finanziaria, i Millennials non colmano il gap con i coetanei europei

    I Millennials sono forgiati con la tecnologia e con internet. Tuttavia rispetto alle generazioni precedenti – non necessariamente gli anziani ma anche i “nuovi adulti” – non sono riusciti a colmare un gap che zavorra il nostro Paese. La scarsa educazione finanziaria.

    I giovani e l’educazione finanziaria

    educazione finanziariaNon è un mistero ne’ una novità che l’Italia sia considerato un paese finanziariamente ignorante. Anche la gran parte di quelli che fa investimenti, sia tramite intermediari che (ancora più grave) per conto proprio, non ha neppure le basi solide per farlo. La speranza di colmare questo divario era risposta soprattutto nelle nuove generazioni, ma finora sembra mal risposta. Secondo un recente studio infatti, la metà degli universitari ammette di essere poco pratico, di non avere ricevuto un’educazione finanziaria. E metà di questi dichiara anche di aver subito qualche raggiro online.

    Altri dati confermano l’incapacità di camminare con le proprie gambe. Il 40% appena è titolare di un conto corrente personale, che quasi sempre è nella stessa banca del papà. Anche perché è da quella tasca che arrivano i soldi che hanno. Una bella fetta preferisce il meno impegnativo wallet o la carta prepagata. Insomma se i “nuovi adulti” non sono molto pratici con le questioni finanziarie, i “fratelli minori” non si sono evoluti. L’educazione finanziaria è ancora sconosciuta.

    Attaccati ai genitori e con una prospettiva a breve

    Eppure sono a un passo dalla vita vera, quella nella quale dovranno viaggiare da soli, scegliere da soli e gestire da soli i loro risparmi. Ma sono impreparati. Malgrado siano nativi digitali, se gli parli di pagamenti digitali la prima risposta che danno (buttandola a casaccio) è “ne ho sentito parlare, Bitcoin giusto?“. Eppure il bancomat o la prepagata la usano. Non parliamo poi di concetti più complessi, come ad esempio la definizione market maker oppure il tasso di interesse semplice e composto.

    Tutto questo porta a delle conseguenze importanti, perché non fa ragionare i giovani in prospettiva. Non gli consente di formarsi una lucida testa e spalle larghe. E se lo fanno, si tratta sempre di una prospettiva a corto raggio. Se risparmiano lo fanno per l’auto nuova, per la moto, per le vacanze. Non considerano invece il lungo periodo (casa, formazione, ecc.). Insomma c’è molto lavoro da fare per aumentare l’educazione finanziaria dei Millenials.

  • ETF sottosopra a causa del Covid. Prezzi “a sconto” come nel 2008

    L’irruzione del Covid-19 sui mercati finanziari ha stravolto molti dei meccanismi che eravamo abituati a vedere. Ad esempio la crescita dei safe haven e la fuga dagli asset rischiosi. Finchè la FED non è scesa in campo con un massiccio piano di interventi, avevamo assistito a un fenomeno raro: oro in calo assieme ai mercati azionari. Tutta colpa della ricerca di liquidità dei grandi investitori, che erano stati spinti anche ad rinunciare alle loro posizioni sul gold metal. Ma fenomeni “strani” si stanno vedendo anche nell’ambito degli ETF (Exchange traded fund).

    Il NAV e lo sconto sugli ETF

    etfNell’ultimo periodo molti degli ETF negoziabili sul mercato, sembrano essere offerti a sconto rispetto al valore della quota. Questo valore – detto NAV – si calcola come il patrimonio totale (meno gli oneri) diviso per il numero di azioni. Quando le transazioni avvengono ad un prezzo di mercato è più alto si parla di “premio”, quando avvengono a un prezzo di mercato più basso, si parla di “sconto” rispetto al vero valore del fondo (Nav). In genere lo scostamento del NAV dai prezzi è minimo, molto meno dell’1% che già sarebbe esagerato (in media siamo tra -0,05% e 0,05%). Adesso invece gli scostamenti sono ampi.

    Spread bid/ask più ampi

    Ma perché adesso stiamo assistendo a questo scenario? La ragione è che gli investitori stanno negoziando gli ETF come se fossero azioni, e se in condizioni normali questo significherebbe pagare un prezzo vicino al valore del sottostante, al tempo del Covid-19 non è più così. Infatti lo spread tra i prezzi bid/ask dei market maker, che in condizioni normali sono ristretti per via della concorrenza, si sono allargati a causa dei rischi. Ciò ha portato il prezzo degli ETF più lontano dai “replicati”. In sostanza il loro NAV si è allontanato dai corsi di Borsa degli asset sottostanti. Questo ha creato situazioni con ampi premi e forti sconti.

    Come nel 2008

    Una cosa del genere accadde durante la crisi del 2008, ed anche in quel caso il meccanismo fu innescato dalla forte volatilità dei titoli sottostanti. L’unico modo per proteggersi da queste fluttuazioni è evitare di negoziare quando si verificano forti scostamenti, o al massimo farlo usando il cosiddetto limit order (buy limit sell limit) nel book con un limite preciso. Tuttavia in questo caso si avrebbe lo svantaggio dei tempi lunghi e dell’incompletezza di esecuzione, proprio perché si è stabilito un vincolo.