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  • “Materia, forma e colore”, a Palazzo Margutta, dall’8 al 15 giugno, si incontrano tecniche e stili diversi

    Roma, 30 maggio 2013 – Un confronto costruttivo capace di contribuire alla crescita artistica di chi vi prende parte, sia come autore che come pubblico, e di sviluppare la capacità critica dell’osservatore. Questo l’obiettivo dell’esposizione dal titolo “Materia, forma e colore”, organizzata dalla Galleria “Il Mondo dell’arte” e in programma nella centralissima sede di Palazzo Margutta (Via Margutta, 55) dall’8 al 15 giugno prossimi (ingresso gratuito).

    La collettiva – che è uno degli appuntamenti più attesi nel calendario della nota galleria romana – mette in campo sei artisti, cinque pittori (tra cui il Maestro Massimo Paterna, scomparso prematuramente da una decina di anni) e uno scultore, che, oltre ad avere origini, esperienze e percorsi formativi diversi, operano utilizzando tecniche, linguaggi stilistici e materiali assolutamente differenti tra di loro diversi e punta, pertanto, a dimostrare la capacità aggregatrice dell’arte, capace di azzerare qualsiasi “distanza” tra pubblico e artista, fino a riuscire, anzi, a creare un ponte tra questi due soggetti. L’esposizione vuole anche essere un omaggio al Maestro Massimo Paterna, scomparso prematuramente da un decennio, che è stato capace di passare dalla figurazione classica all’astrazione pura – utilizzando tecniche diverse, tra cui l’olio, la tempera, l’acrilico, l’inchiostro e la matita – e di attraversare tute le tappe pittoriche ripercorse da questa mostra.

    Raccolte in questa preziosa collettiva e perfettamente amalgamate tra di loro, trovano dunque il proprio spazio tele, dai colori molti intensi o decisamente più tenui ma sempre di enorme impatto visivo, sulle quali le pennellate diventano vere e proprie traiettorie emozionali capaci di spingere lo spettatore in un interminabile viaggio all’interno dell’animo umano, ma anche sculture leggere ed eleganti che sono il segno incisivo del mondo interiore da cui l’artista trae ispirazione e riescono, pertanto, ad evocare un vigore espressivo di grande suggestione.

    Assolutamente diversi tra loro i generi pittorici in esposizione: si passa dal figurativo impressionista al surreale minimalista, dall’Old Master’s painting techniques al mix-pouring, un’evoluzione dell’acqua pesante dei pittori nucleari degli anni ’50, e ancora al dripping, una tecnica veloce che in passato è stata usata anche da pittori del calibro di Pollock. A selezionare gli artisti – che presentano origini, percorsi formativi, esperienze e linguaggi assolutamente differenti tra di loro – Elvino Echeoni, direttore artistico della società Il Mondo dell’Arte che, da anni, propone nella sede espositiva di Via Margutta Maestri che hanno portato l’arte italiana nel mondo.

    “In quest’esposizione – ha detto il Maestro Elvino Echeoni, Presidente dell’Associazione Margutta Arte – abbiamo cercato di mettere ancora più in evidenza le differenze stilistiche e tematiche di questi artisti, sia italiani che stranieri, di provenienza, non soltanto culturale, assolutamente diversa. Così facendo siamo riusciti, a mio avviso, a presentare visioni differenti della realtà da cui prendono forma lavori eterogenei ma ugualmente coinvolgenti”.

    L’organizzazione della mostra è stata curata da Il Mondo dell’arte. A prendere parte a questo piacevole confronto artistico: Gianmaria D’Andrea, Tammy Duris, Maurizio Falcocchio, Gabriella Garofano, Victoria Novak e Massimo Paterna.

    L’appuntamento per il vernissage è fissato per sabato 8 giugno 2013 dalle 18.30 alle 22.00.

    Gianmaria D’Andrea, alias Giandanix: triestino di nascita e romano d’adozione, è fotografo, curatore, critico d’arte e autore creativo. Per ciò che riguarda la pittura si definisce “amante della pura creatività istintiva”: predilige, infatti, l’uso del dripping, una tecnica veloce usata in passato da artisti del calibro di Pollock. In lui è forte la continua ricerca dell’emozione positiva come rapporto tra opera e osservatore, nonché la creazione di immagini che possano rappresentare l’energia che dà vita al nostro pianeta e agli esseri viventi. Nel 2007 formalizza la tecnica del “mix-pouring”, evoluzione dell’acqua pesante dei pittori nucleari degli anni ’50, ritenendola il miglior procedimento utile a rappresentare fenomeni quali la globalizzazione e i cambiamenti fisico-chimici della materia. Nel 2010 fonda il “Rievoluzionismo” pittorico. Citato dalla stampa specializzata è presente in annuari d’arte moderna e contemporanea. Le sue opere figurano in collezioni private, pinacoteche, raccolte e musei in Italia e all’estero. E’ socio dell’Accademia Internazionale d’Arte Moderna e viene considerato uno dei talenti dal genio creativo e artistico più interessanti dei giorni nostri. (www.giandanix.net e www.gianmariadandrea.it)

    Tammy Duris: Personaggio eclettico, è interessata da ambiti diversi: dalla fotografia alla ceramica, dalla musica al canto, dal disegno alla scultura, che per lei è il mezzo espressivo capace di far esternare al meglio le emozioni interiori. Incoraggiata artisticamente fin da piccola, sul finire degli anni ’80, avrà occasione di seguire molteplici corsi di specializzazione scultorea e di venire in contatto con differenti gruppi d’arte, nonché con importanti galleristi. A Denver, all’inizio degli anni 2000, avrà luogo l’incontro artistico più importante, quello con lo scultore russo Valentie Okorokov, che le farà scoprire l’amore per l’Arte classica e quello per il Rinascimento. Dopo aver studiato in Toscana, oggi vive a Viterbo e riesce a proseguire il percorso artistico iniziato affondando le radici della sua ispirazione nell’arte classica e rinascimentale, senza però rinunciare a un’esternazione simbolica della scultura, che pur non essendo necessariamente figurativa rimane sempre adagiata su temi ben riconoscibili della Storia dell’Arte.

    Maurizio Falcocchio: Fin da giovanissimo coltiva la passione per l’arte in generale e per la pittura in particolare. Per approfondire questi interessi non frequenta soltanto corsi di pittura, ma inizia anche a recarsi presso le botteghe di alcuni artisti contemporanei. La passione e l’amore per la pittura surreale lo porta presto a dar vita a un suo personalissimo stile, che egli stesso definisce “Surreale Minimalista”, in cui le figure geometriche elementari rappresentano in modo essenziale concetti, stati d’animo, frasi, sensazioni e pensieri riscontrabili nella vita di tutti i giorni. L’uso di giochi di equilibrio, simmetrie, contrapposizioni e di una cromaticità semplice risaltano l’aspetto surreale delle opere, manifestando la sensibilità eclettica di questo giovane pittore e donando ai suoi lavori una connotazione moderna e attuale allo stesso tempo.

    Gabriella Garofano: diplomata alla Scuola d’Arte di Napoli e laureata in Conservazione dei Beni Culturali, esprime le sue sensazioni utilizzando tinte forti che, opportunamente accostate tra loro, creano piacevolissimi vortici di colore di grande effetto emotivo. Lo stile geometricamente vivo e suggestivo si esprime, soprattutto, nei volti femminili che rappresentano a pieno l’originalità dell’artista. Attorno al motivo del dipinto ama inserire giochi di colori e luci che si fondano perfettamente tra loro. Lo stile semplice, i colori caldi della pittura ad olio e l’originalità della tecnica utilizzati con maestria fanno dei suoi dipinti una piacevole galleria di sogni e di magistrali interpretazioni della realtà odierna. Ha già preso parte a mostre collettive e realizzato esposizioni personali.

    Victoria Novak: laureatasi all’Accademia di Belle Arti di Krasnodar, in Russia, ha svolto per molti anni con successo la professione di designer d’ interni nella propria città natale. Dopo un breve soggiorno a Malta, si trasferita in Italia dove ha conseguito il Master in Interior Design a Milano presso la “Domus Academy”. L’amore per la cultura e l’arte italiana, e in particolar modo per il Rinascimento, l’hanno spinta a sperimentare e poi ad utilizzare per i suoi dipinti l’Old Master’s painting techniques. Molti suoi lavori sono stati scelti come finalisti in diversi concorsi del 2013, tra cui il dipinto “Falling to Pieces” (finalista nella categoria Ritratto e Figura del 2013), successivamente pubblicato sulla rivista “International Artist”. Ha preso parte a varie mostre in Russia e in Italia. Le sue opere sono presenti in collezioni private sia nel nostro paese che all’estero.

    Massimo Paterna: pittore impressionista-figurativo-informale scomparso prematuramente, Ha preso parte a innumerevoli esposizioni in Italia e all’estero e le sue opere figurano in collezioni pubbliche e private. E’ presente nei più prestigiosi annuari e cataloghi d’arte moderna. Di lui G. Nasillo scrive: “..avvalendosi di stilemi espressivi personali, egli organizza un discorso grafico-pittorico in cui l’osservatore accorto non potrà non rinvenire risultanze etico-sociali unitamente a dilatate scenografie o primi piani figurali in cui le immagini sanno caricarsi tanto di una grazia soffusa e leggera – come nella disposizione aerata di silfidi e danzatrici – quanto in una incidenza ora lirica, ora trasognata, ora ironico-analitica dei gesti, delle movenze, delle ubicazioni psicologiche, risolte con l’apporto di un neofigurazione che è ad un tempo originale ed estremamente, fluidamente leggibile”.

    Galleria Il Mondo dell’Arte “Palazzo Margutta” (www.ilmondodellarte.com) – Via Margutta, 55 Roma

    Mostra collettiva degli artisti: Gianmaria D’Andrea, Tammy Duris, Maurizio Falcocchio, Gabriella Garofano, Victoria Novak e Massimo Paterna.

    Vernissage cocktail sabato 8 giugno 2013, ore 18.30 – 22.00.

    La mostra si protrarrà fino al 15 giugno 2013: dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00 (domenica aperto tutto il giorno – lunedì mattina chiuso).

  • Tra Venezia e Venezuela, Storie

    esposizione diffusa: Via Garibaldi VENEZIA

    date: 2 giugno – 30 settembre 2013

    Inaugurazione: 1 giugno 2013 ore 17

    Ogni anno a Venezia si svolgono ENCUENTROS insieme di mostre in cui artisti di tutto il mondo si raccolgono intorno alla figura poliedrica di Wilmer Herrison. Venezia è la prima tappa delle esposizioni che verranno poi portate nei musei Venezuelani per rendere omaggio alle “Storie” sempre originali e creative che nascono e prendono forma “tra Venezia e Venezuela”.

    Wilmer Herrison ricerca le origini del suo essere uomo, del suo essere venezuelano e del suo incontro con l’europa. Ci porta in un viaggio che ci fa riscoprire le nostre stesse origini per andare oltre ed essere travolti da riflessioni ancestrali che ci permettono di scovare significati profondi all’interno di opere pittoriche e fotografiche non più enigmatiche se interpretate con la chiave di lettura che l’artista ci offre.

    Inizia a giugno 2013 una mostra diffusa in luoghi del vivere quotidiano, sono stati scelti luoghi comuni vicini alla gente perché l’arte è della gente comune che spesso non visita la Biennale. In via Garibaldi gli artisti incontrano i veneziani e discutono di temi tra l’eccentrico e il profondamente spirituale per arrivare a scoprire poi un po’ di più noi stessi.

    L’arte, nata da creativi che si sono incontrati ed hanno iniziato una ricerca comune sulle origini, è ora fra la gente per essere viva e per non morire in luoghi d’esposizione vuoti e ontani dalla vita di tutti i giorni.

    Wilmer Herrison ha dimostrato che si possono creare percorsi al di fuori del consueto rivolti a tutti, non ad un pubblico di specialisti. L’arte contemporanea viene vissuta, viene spiegata, viene metabolizzata in spazi semplici e soprattutto non istituzionali, vicina alle “Storie” che l’anno creata.

    Wilmer Herrison ha invitato a partecipare alle esposizioni diffuse

    Claudia Llinas, artista – Rita Pierangelo, artista – Mauro Liotto, pittore – Luigi Bona, artista – Massimo Branca, fotografo – Roman Tcherpak, artista – Andrea Secchia, artista – Silver Jaronsson, pittore –

    Migdali Herrison, cantante lirica – Jennifer Cabrera Fernandez, coreografa –

    Emely Jimenez, fashion designer – Erwin Aguirre, artista

    Curatore:

    Lucien Chevalier,i

    Responsabile della comunicazione:

    Elisa Rodriguez

    Accompagnano la ricerca sulle origini i testi

    Michel Boutier, Lucien Chevalier, Cecilia Ci, Samantha Lenarda, Gerard Xurigera, Raffaella Zanus

    Istituzioni che patrocinano l’iniziativa:

    Ministero della cultura venezuelano

    Governo Bolivariano del Venezuela

    Museo de Arte Contemporàneo – Barquisimeto, Venezuela

    Museo de Arte Contemporàneo MacZul

    Circolo artistico di Venezia

    Organizing for Action

    Sito:

    www.wilmerherrison.com/it/component/content/article/133

  • Al Complesso dei Dioscuri al Quirinale, dal 15 al 30 maggio, una mostra racconta Vittoriana Benini, l’artista delle bambole

    Roma, 4 maggio 2013 – Dal 15 maggio il Complesso Monumentale dei Dioscuri al Quirinale rende omaggio a Vittoriana Benini con la mostra dal titolo “Vittoriana Benini – Intima atmosfera del reale”, in programma nella splendida cornice di Via Piacenza 1 fino al 30 maggio prossimo (dal lunedì al sabato, con orario 10.00-13.00 e 14.30-18.00 e ingresso libero). L’esposizione – che nasce da un progetto ideato da Nicolina Bianchi, critico d’arte, editore e direttore responsabile del periodico Segni d’Arte e da Maurizio Fallace, già Direttore Generale del MIBAC per gli Istituti Culturali, Biblioteche e Diritto d’Autore e che è stata patrocinata dal MIBAC – Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali e il diritto d’autore, dalla Presidenza del Consiglio Regionale, dal Comune di Mordano e dal Municipio I – Centro Storico di Roma Capitale – offre al grande pubblico la possibilità di conoscere uno spaccato importante della vasta e ricca attività pittorica di Vittoriana Benini e di ammirare da vicino i lavori di un’artista che ha raggiunto un ruolo di primo piano nell’arte contemporanea italiana e internazionale, ottenendo riconoscimenti significativi.

    Pittrice e scultrice dalla spiccata sensibilità, ma anche grafica e disegnatrice, Vittoriana Benini è dotata di un talento non comune, che l’ha resa capace, pur attenendosi ai valori ereditati dalla tradizione, di elaborare un linguaggio proprio, sia per le tematiche e i soggetti trattati che per le soluzioni pittoriche adottate, in grado di esprimere sentimenti ed emozioni che trovano il proprio spazio tra il presente della vita quotidiana e la memoria. In questo contesto i suoi quadri rappresentano una vetrina dei sogni in cui la pittura dell’artista – caratterizzata dai colori ricchi di vibrazioni timbriche, ma delicata, morbida e amabilissima nell’approccio con chi la osserva – seppur ancorata alla percezione dell’infanzia, la dilata su scala universale facendone un’intera costruzione figurativa.

    La mostra, egregiamente curata da Nicolina Bianchi, punta a raccontare la prorompente forza creativa della Benini attraverso un’ampia raccolta di lavori, circa 50 opere, che rappresentano un interessante viaggio all’interno delle tematiche della sua produzione. Così accanto alle tante tele che celebrano la donna in una condizione familiare e domestica “dove – per dirla con le parole di Vittorio Sgarbi – sono presenti malinconia, dolore, insoddisfazione, indifferenza nel senso di Alberto Moravia”, si impongono all’attenzione dello spettatore anche pagine autobiografiche e quadri in cui, ad essere ritratti, sono bambini e pagliacci, fiori e nature morte, anziani e contadini fino ad arrivare alle amate bambole, in quest’occasione celebrate anche con una preziosa raccolta di esemplari antichi la cui presenza sottolinea ulteriormente l’amore della pittrice per questo giocatolo, metafora dei più importanti sentimenti e valori della famiglia e della vita.

    Nata a Imola nel 1941, Vittoriana Benini inizia a disegnare e a dipingere giovanissima, tanto che già in quinta elementare vince il primo di una lunga serie di premi e riconoscimenti. Negli anni ’70, dopo aver comunque perfezionato il disegno tecnico e quello a mano libera, si iscrive alla “Scuola di arti e Mestieri” di Massalombarda e all’ “Accademia di Belle Arti” di Ravenna, dove è allieva dei Maestri Folli, De Grada, Spadoni, Zancanaro e Caldari, e si dedica allo studio del corpo umano e particolarmente alla figura femminile. Oltre che quello di Massalombarda e Ravenna, l’artista continua ad avvertire il clima del contesto imolese, animato fino alla metà del ‘900 da artisti di tradizione, quali Amleto Montevecchi, Tommaso Della Volpe e Anacleto Margotti, ma intrattiene anche rapporti con Rossi, Ruffini e Gottarelli, che le danno l’apertura mentale per crescere. Dopo un periodo dedicato all’insegnamento, Vittoriana Benini si indirizza verso la grafica pubblicitaria. Negli anni ’80 decide, poi, di raccogliersi in sé stessa e rielaborare quanto acquisito dagli studi accademici per fonderlo con la preesistente ispirazione soggettiva. Nel decennio successivo arriva a definire una tematica propria nella quale un ruolo di primo piano è affidato alla donna, figura dalla profonda forza interiore consacrata in una condizione che, come scrive Vittorio Sgarbi, ”è la condizione della donna nella storia, una storia che è fatta non combattendo, non facendo la guerra, ma attraverso la costruzione e l’educazione dei figli”.

    Accanto alla figura femminile, acquisisce un ruolo da protagonista la bambola. E’ questo un ciclo di lavori importante in quanto con esso viene in luce la capacità dell’artista di compiere il gesto pittorico con minuzia e con notevole intensità intimistica. “L’idea della bambola – come scrive anche Claudio Strinati nella sua presentazione a catalogo – sembra infatti la vera chiave di lettura di tutto il mondo poetico dell’artista”, un mondo che vede partecipe anche il passato che ritorna, un’umanità fatta di clown, teatranti da strada e maghe capaci di predire la sorte, una carrellata di personaggi che si perdono nella nostalgia. A consacrarla, nel 1997, la mostra “Women and Dolls” alla prestigiosa Feirligh Dickinson University negli Stati Uniti, e l’anno successivo l’esposizione in Arkansas, all’Art Foundation Hot Spring. Nel 2000 l’artista inizia un nuovo percorso: “tra sogno e realtà” e “il teatro della vita”, nel quale si alternano artisti di strada, clown e personaggi del circo. A queste tematiche si affiancano presto quelle rappresentate dalle “vecchie cartoline”, rappresentazioni pittoriche che legano il passato al presente attraverso personaggi reali e di sogno. La sua continua evoluzione la porta nel 2008 a una nuova ricerca della tridimensionalità, nei volumi, nelle luci e nelle architetture dove i suoi personaggi prendono vita. Intanto negli Stati Uniti cresce la notorietà di Vittoriana che registrata un ottimo successo di pubblico e di critica alla mostra in Texas. Significativo anche il successo ottenuto con l’esposizione all’Ambasciata alla Repubblica Araba d’Egitto e quello dell’anno successivo a Palazzo Barberini. Dopo l’ennesima esposizione in Texas, nel 2010, Vittoriana registra un ottimo riscontro anche all’evento ADMO al Palazzo Ducale di Sassuolo (Mo).

    Di lei hanno detto:

    “(…) L’idea della bambola sembra infatti la vera chiave di lettura di tutto il mondo poetico dell’artista. “Mondo”, è lecito definirlo perché Vittoriana Benini ha fortissimo il senso della famiglia e della sua trasposizione pittorica. Dipinge sempre, si sarebbe tentati di dire, un solo soggetto che è, appunto, la sua famiglia, ma logicamente questa famiglia in parte è quella vera, della vita reale, in parte è quella della fantasia della bambina in grado di animare le cose e le persone stesse intorno a lei, secondo un progetto fantastico da giudicare più come quello depositato nella mente che come quello della concreta esistenza. Tutti i personaggi rappresentati da Vittoriana sono in effetti, dal punto di vista pittorica, “pupazzi”. Lo sono le bambole, ovviamente, ma anche le persone autentiche, ma tutti sono presi dall’autrice e immessi in quella specie di teatrino che riguarda tutta la sua parabola di artista e il suo modo di pensare e di esprimersi in pittura ricorda in qualche modo quelle domeniche in cui qui a Roma da bambini andavamo vedere il teatro dei burattini sulla piazzetta del Pincio (…). Vittoriana è rimasta come ancorata a questa percezione dell’infanzia e la dilata su scala universale facendone una intera costruzione figurativa. Anche un po’ inquietante, a volte, sempre l’essere umano è affascinato da quel crinale, per l’appunto preoccupante, che separa l’animato dall’inanimato. La statua che prende vita, il quadro che si muove, il fantasma che trapela nel buio. (…).La pittura di Vittoriana è poeticamente atteggiata, delicata, morbida, con una punta di voluta ingenuità che la rende gradita all’ osservatore e amabilissima nell’ approccio. Eppure una qualche durezza resta latente nel suo delicato universo poetico. Ma è ben logico e, se possibile, ancor più coinvolgente per chi guarda. Perché questa arte non è un banale incantesimo né un bamboleggiante ammiccamento a un’ idea di arte “naif” e in definitiva marginale, ma è un interessante scandaglio lanciato nel profondo pur nella ferma intenzione di tenersi, nell’ ambito della stesura pittorica, su una superficie che non vuol dire superficialità ma morigeratezza dell’ eloquio. Non è male come lezione inevitabilmente impartita dall’ artista ai suoi ammiratori. Si è parlato per lei di una pittrice che si pone il problema del significato della femminilità. Non è un osservazione fuori di luogo ma anzi è una porta di accesso molto diretta a questa arte, intima ma di larghe vedute e di acute idee.”. (Claudio Strinati)

    “L’incontro con la pittura di Vittoriana Benini è un incontro felice. Perché si tratta di una pittrice che sa dipingere e dipinge, non sceglie altre strade. Quindi, facendo proprio l’assioma che l’arte è una promessa di eternità, persegue la tradizione della pittura come capacità di esprimere sentimenti, emozioni e visioni. Quella tradizione secondo la quale la vita quotidiana è fondamento dell’arte, in quanto ogni opera d’arte, come ogni essere umano, ha una propria individualità specifica, che è poi il mistero del suo rapporto con l’atto creativo da cui è nata l’opera stessa. Nella sua pittura calda e pastosa, prevalgono le figure femminili, le figure dei bambini e delle bambole. Forse questo ha un significato che andrebbe approfondito in termini psicoanalitici e psicologici più che in termini critici in quanto si percepisce che l’idea che il dominio di questi dipinti sia non il potere dell’uomo, ma la gentilezza o l’antipotere della donna nella sua dimensione domestica, dove i bambini, che hanno la loro formazione grazie alle donne, rappresentano una posizione intimamente e profondamente femminista espressa da una donna che, probabilmente, non è femminista nella sostanza ideologica ma che ritiene che il ruolo della donna sia un ruolo importante, per cui per la Benini la pittura deve consacrare non un ritratto di una donna importante, protagonista, ma piuttosto deve consacrare una condizione che è la condizione della donna nella storia. (…) La sua è un’analisi emotiva, lirica, personale, dove la profonda umanità e la dolcezza dello sguardo intenso e penetrante fanno trasparire parte della vita interiore, dei sentimenti e delle emozioni della donna rappresentata, che assurge a modello di bellezza. Come Modigliani ha rappresentato il simbolo della bellezza femminile nella pittura, dell’eleganza, della grazia, così Vittoriana Benini rappresenta la bellezza femminile fatta di dolcezza, di poesia, di quei sentimenti puri che si traducono in emozioni. E’ una bellezza inaccessibile come la dolcezza delle parole e della musica, come il corpo femminile, come il rigoglio della natura, come l’eternità del tempo.” (Vittorio Sgarbi)

    “(…) Si respirano gli umori della buona pittura nello studio di Vittoriana Benini, due stanze incastonate nella sua antica casa di Mordano, una piccola oasi immersa nel verde della pianura romagnola. Sparsi in questo ambiente di suggestivo disordine artistico, scaldato da una luce distesa che filtra dall’esterno attraverso la finestra, libri, souvenir, bianchi cavalli a dondolo di legno, piccoli specchi ovali di antiche tolette riflettono una coinvolgente atmosfera ovattata che si distilla nella quiete, quasi in un lirico raccoglimento d’ispirazione. E poi le bambole, le tante bambole d’epoca, di pezza, di cartapesta. Bambole, dolci modelle dagli occhi stupiti, curiosi, divertiti, commossi, molto spesso ammassate le une alle altre come cantori di un grande concerto, che affollano le sue tele, senza mai peraltro alterarne la presenza di piani o personaggi diversi. E’ qui che Vittoriana ancora riesce magistralmente ad inventare quella girandola di personaggi di oggetti e colori che si fondono nel suo ideale universo e nelle sue tele come legati da un’intima intonazione materica. Ogni cosa apporta all’opera l’evocazione di una straordinaria serenità e di una delicata purezza. Ci commuovono quelle maternità di tenera intensità, le musicanti, le giocatrici di carte, quegli artisti di strada, veri interpreti di una vita fuori scena, le sue nature morte con arpe e violini, grandi conchiglie, sveglie dove lancette appena accennate segnano il ritmo infinito del tempo. E poi fiori, coloratissime ortensie, o grandi girasoli che si inchinano al calare del sole quando… è subito sera come nella poetica filosofia di Salvatore Quasimodo.” (Nicolina Bianchi).

    “(…) Ci sono le emozioni nei quadri di Vittoriana?Io li guardo e le sue donne mi affascinano, le sue ragazze mi incuriosiscono, le sue bambole mi inquietano…ci sono le emozioni. E se colpiscono me che vivo a Mordano, in provincia di Bologna, come chi vive nel New Jersey o nell’Arkansas, dove Vittoriana ha esposto con successo, allora non sono s soltanto emozioni, ma emozioni forti. E poi c’è qualcos’altro. Una strana magia per cui quell’emozione provocata da bizzarre combinazioni di segni, suoni nel tempo o forme colorate fa da esca per qualcosa che esplode dentro, si allarga e potrebbe continuare all’infinito, come il Big Bang. (…). Ci sono le storie nei quadri di Vittoriana. Forse non sono le stesse per nessuno, ma non importa. Forse sono tutte diverse per ogni persona che guarda, come lo sono le emozioni e come è giusto che sia. Quando guardo e sento, immagino e mi chiedo, a Mordano come nel New Jersey, allora la cosa funziona. E’ questa la magia”. (Carlo Lucarelli)

    “(…) L’artista, se è artista vero, diventa regista di una sua personale drammaturgia, capace di trasmettere al pubblico idee e sentimenti. Dopo avere delineato scenografie, arredi, luci e colori il regista-pittore può trarre personaggi e storie da un immaginario scrigno alchemico che contiene risorse infinite: la natura, la storia, la tradizione, i ricordi, i sogni, i simboli…Ecco allora che, all’interno dei confini misurabili e chiusi della cornice, il pittore diventa demiurgo e reinventa il mondo secondo la propria sensibilità e i propri ritmi interiori. Vittoriana Benini conosce bene questa straordinaria facoltà e la esercita con una discrezione e una concentrazione tutta femminile, con una sensibilità attenta e paziente che sa scoprire le sfumature e la profondità dei ricordi e recuperare dallo stock della memoria e dell’infanzia figure emblematiche e suggestive”. (Valter Galavotti)

    L’appuntamento per il vernissage è fissato per mercoledì 15 maggio 2013 dalle 18.00 alle 20.30.

    Il catalogo è edito per i tipi di Galeati Industrie Grafiche s.r.l. (Imola). La presentazione del catalogo è a cura di Claudio Strinati.

    Organizzazione: a cura del Periodico SEGNI D’ARTE.

  • Musica d’arte all’E-lite studiogallery di Lecce, è di scena il jazz di Luigi Bubbico

    Sarà il migliore jazz di tutti i tempi con alcuni fra i più apprezzati interpreti del panorama pugliese a dare il via alla rassegna musicale Art&Beat con cui la galleria d’arte contemporanea leccese E-lite studiogallery, ogni penultimo giovedì del mese, aprirà le porte al talento musicale, all’insegna della contaminazione e della valorizzazione delle diverse forme della creatività.

    Protagonisti dell’appuntamento di giovedì 7 febbraio dalle ore 20:30, i classici del jazz dell’Ensemble Jam diretta dal maestro Luigi Bubbico con, al piano – Gianni Falcicchia; alla batteria – Bruno Marotta; alle percussioni – Fulvio Panico; alla chitarra – Antonio Ferriero; al basso – Antonio Todisco. L’intensa presenza scenica, di potenza, di suono e di carica ritmica dell’Ensemble Jam accompagnerà gli ascoltatori alla ri-scoperta di quei classici che hanno fatto del jazz uno dei rari esempi tra i grandi fenomeni culturali durati più di un secolo. Una musica d’arte che ha influenzato l’universo di altre forme d’arte (cinema, pittura, danza, letteratura, musica accademica). Un luogo di comunicazione che affonda le sue radici nella cultura popolare e che, multirazziale e multiculturale dalla genesi, dimostra la natura universale della musica.

    L’appuntamento sarà, inoltre, l’occasione, per chi ancora non avesse avuto modo di farlo, per ammirare i mondi onirici e surreali della collettiva “Coexist. Eight different kind of fantastic art”, il progetto artistico curato da Ivan Quaroni per E-lite studiogallery, il cui termine è prorogato al 18 febbraio per venire incontro alle numerose richieste pervenute alla infoline della galleria. Una mostra che ha dimostrato quanto ancora oggi l’arte fantastica, a differenza di quelle manifestazioni condizionate dalle mode e dalle tendenze del momento, abbia la facoltà di stimolare l’elemento dinamico dell’arte e mantenerlo vivo.

    Durante la serata verrà offerto un rinfresco da Vita, l’elegante e raffinato ristorante e lounge bar che dallo scorso 19 gennaio caratterizza il centro storico di Lecce con la sua atmosfera decisamente unica in cui si combinano gusto, piacere, sguardo, sensazione, musica, arte.

    Luigi Bubbico, note biografiche

    Inizia a suonare da autodidatta all’età di 11 anni. Dopo svariate esperienze in formazioni rock e blues, inizia gli studi classici di armonia e di contrappunto presso il Conservatorio “S. Cecilia” di Roma e il Pontificio Istituto di Musica Sacra. Frequenta corsi di jazz presso il Conservatorio “L. Refice” di Frosinone, la Scuola di Musica Popolare di “Testaccio” e la “St. Louis” di Roma. Dal 1987 al 1989 studia jazz diplomandosi a pieni voti negli Stati Uniti presso il Berklee College of Music di Boston. Dal 1990 è titolare della cattedra di jazz presso il Conservatorio “T. Schipa” di Lecce; dal 1995 fino al 1999 insegna al Conservatorio “G.B. Martini” di Bologna. Nel 2000 promuove la prima Orchestra di Musica Leggera e Jazz del Conservatorio “T. Schipa” di Lecce. Dal 2004 dirige la Swing Big Band, formazione nata dalla classe di Musica jazz.

    E-lite studiogallery

    Tantissime novità nella fitta e variegata programmazione di E-lite studiogallery, la galleria d’arte contemporanea di Lecce che per il 2013 si propone come punto di riferimento vitale per l’arte e le più svariate forme della creatività. Mostre, eventi speciali, laboratori artistici per bambini e adulti, workshop, incontri con artisti, curatori, giornalisti, e svariate iniziative multiculturali, all’insegna della valorizzazione della cultura contemporanea e dell’attivazione di sinergie tra gli operatori del settore, gli appassionati, il grande pubblico.

    Scheda evento

    Rassegna musicale Art&Beat

    Ensamble Jam diretta dal maestro Luigi Bubbico

    Formazione: piano – Gianni Falcicchia; batteria – Bruno Marotta; percussioni – Fulvio Panico; chitarra – Antonio Ferriero; basso – Antonio Todisco.

    Dove: E-lite studiogallery | Corte San Blasio, 1c | Lecce

    Quando: giovedì 7 febbraio 2013 dalle ore 20:30 | ingresso gratuito

    Info: mail: [email protected] | mobile: 338_1674879

    web: www.elitestudiogallery.com

    Cocktail offerto da Vita | Lounge Bar Ristorante

    Partner: Vestas Hotels & Resort

    Progetto garfico: Habanero web&graphic Lab

    Ufficio stampa: FLPress | Flavia Lanza

    Mail: [email protected] | mobile: 340_9245760

  • Giuseppe Cascella, ambasciatore dell’arte nel mondo

    Giuseppe Cascella è considerato uno dei pittori e maestri del presepe più quotati e apprezzati nel mondo dell’arte. La sua pittura, unica nel suo genere, ha attraversato l’oceano fino a raggiungere tante città del mondo, ottenendo grandi consensi di critica. Cascella nasce a Nocera Inferiore in provincia di Salerno. Realizza i suoi capolavori con materiali naturali e li arricchisce con figure pastorali di tipica fattura artigianale napoletana. Alcuni suoi quadri sembrano dipinti in un momento di intensa passione, pennellate istintive che si scagliano contro la tela con slancio emotivo e danno vita a paesaggi, marine e fiori talvolta rasentando l’astratto; altri invece esprimono una calma interiore e una profonda riflessione. Nel 2004 diventa socio benemerito dell’Opera, impegnandosi ad animare una delegazione dell’Opera e manifestando nel contempo, la volontà di voler donare alla Casa Museo “Vincenzo Piccione d’Avola” un suo artistico Presepe e una sua opera in pittura. Il Consiglio Direttivo dell’Opera accoglie con grande soddisfazione la richiesta del M° Cascella e lo incardina ufficialmente tra i soci benemeriti nominandolo successivamente Delegato di zona della Regione Campania, dove risiede.

    Nel 2005 partecipa ad una personale a Roma e le sue opere verranno esposte nella sala Machiavelli, riscontrando ancora una volta notevoli riconoscimenti. L’arte di Cascella è apprezzata in tutte le città italiane ed ha raggiunto l’ammirazione anche delle nazioni europee, in particolare la Spagna ha dimostrato un vivo interesse per l’artista. New York, Tokyo, Praga sono solo alcune delle città che ospitano nei musei le sue opere. Giuseppe Cascella fa parte dell’Accademia delle Belle Arti ed ha ricevuto numerosi e prestigiosi premi, tra i quali per citarne alcuni, il Premio Città di Stoccolma, New York Award, Le Grand Prix International de Paris, Premio Internazionale D’arte David di Michelangelo, Premio Internazionale Tokyo. Ora con grande impegno ed entusiasmo si dedica a far emergere i giovani artisti della sua terra.

  • A Palazzo Margutta, dal 12 al 21 dicembre, la pittura del Maestro Elvino Echeoni celebra “La cabala del 12”

    Roma, 12 dicembre 2012 – Da mercoledì 12 dicembre, la Galleria “Il Mondo dell’Arte” ospita la personale tutta da vedere “La cabala del 12”, dedicata al Maestro Elvino Echeoni, pittore e scultore, e al suo portafortuna, il numero 12.

    L’esposizione – a ingresso libero e in programma a Palazzo Margutta (Via Margutta, 55) propone un’ampia raccolta di opere nate dall’estro artistico di Echeoni che, con una mostra inaugurata proprio il giorno del suo sessantaduesimo compleanno, ha scelto di festeggiare le sempre verdi emozioni che l’arte, la pittura e la vita continuano a donargli, ma anche di celebrare i tanti significati che la numerologia e la cabala attribuiscono al numero 12, da sempre suo personalissimo talismano.

    La mostra – che si concluderà il 21 dicembre prossimo, data spartiacque e fatidica in cui, stando al calendario maia, è previsto un evento, di natura imprecisata e di proporzioni planetarie, capace di produrre una significativa discontinuità storica con il passato – rappresenta un ampio excursus nella produzione creativa, anche recentissima, del Maestro, noto al grande pubblico e alla critica per essere considerato “il più innovativo tra gli artisti contemporanei”. Accanto alle opere dedicate alla “Realtà Virtuale” o ai “Momenti Musicali” e ai lavori che, figli di un elaborato racconto pittorico nato dall’incontro tra armonia del colore e tecniche sapientemente usate, raffigurano tramonti e notturni, anche i pezzi che, risultato degli ultimi mesi di ricerca e sperimentazione, sono stati ispirati dalle musiche del musicista e amico Mario Torosantucci e raffigurano i colori e le atmosfere della tempesta. Immancabili, alle pareti, i quadri in cui protagonista assoluto è il numero 12, anche se poche sono le indiscrezioni in merito: potrebbe trattarsi di 12 pezzi, magari di dimensioni 12 centimetri o 12 decimetri per 12, ma anche di 12 stili diversi. Una sola certezza: tutto verterà sui mille significati che la cabala attribuisce a questo numero.

    Dodici sono i mesi in un anno solare, i segni dello zodiaco occidentale, cinese e indiano, le ore meridiane e quelle antimeridiane che compongono il giorno, i semitoni che, nel sistema musicale occidentale, per convenzione formano un’ottava. Nella mitologia greca sono dodici gli dei principali del monte Olimpo ma anche le fatiche che Ercole affronta e supera. Anche in ambito religioso questo numero riesce a imporsi rispetto agli altri: nelle religioni bibliche tanti sono i figli di Giacobbe, i profeti minori e le tribù di Israele da cui discendono i patriarchi. Ma non è tutto. Il numero dodici segna gli anni di ingresso nella pubertà, inducendo l’idea di una trasformazione radicale che si fonda su di un passaggio molto difficile e faticoso. E’ proprio per questo motivo che, nella maggior parte delle società, i riti iniziatici destinati a far accedere allo stato di adulto si praticano nel dodicesimo anno di età e che questo numero diventa la rappresentazione implicita del superamento di ostacoli, passaggi difficili ed enigmi da risolvere.

    Nella vita di Echeoni “il dodici è sempre stato un numero scaramantico e, fin da subito, di buon auspicio”, come racconta lo stesso artista. Alla sua nascita, nei primi anni del dopoguerra, in un periodo in cui l’Italia era tutta da ricostruire e le famiglie stentavano a sopravvivere anche soltanto nel quotidiano, la madre decise di acquistare alla riffa natalizia il numero 12, giorno in cui aveva dato alla luce Elvino. Il caso volle che quel numero venisse estratto e che, per tutta la famiglia, finisse per rappresentare la classica, inaspettata boccata di ossigeno.

    Ma quest’anno il Maestro Echeoni, che ha festeggiato gran parte dei propri compleanni abbinandoli a una mostra o a una performance, ha scelto di dedicare a questa incredibile “cabala del 12”, un evento unico almeno quanto le incredibili e irripetibili coincidenze che si verificheranno in quel giorno su questo numero. Affinché si ripresenti questa “magica” coincidenza che vede rappresentati dalla stessa cifra, oltre al giorno e al mese, anche l’anno, infatti, si dovrà aspettare il prossimo millennio. Ma non è tutto: il numero “12” assume un significato particolare in quanto il giorno 12-12-12 Echeoni compie 62 anni. Scomponendo la cifra e moltiplicandola, si ottiene di nuovo il numero che rappresenta il giorno del suo sessantaduesimo compleanno: il 12.

    “Anch’io come molti – ha spiegato il Maestro Echeoni – do un significato speciale al giorno in cui sono nato e quest’anno mi è sembrato assolutamente doveroso dedicare un’intera mostra al “12” che, da sempre, mi protegge. Ma solo chi visiterà la mia esposizione scoprirà se, alla fine, sono riuscito nell’intento di dare il giusto omaggio a questo mio speciale talismano”.

    Ma l’istrionico Echeoni è anche un talentuoso musicista, compositore e autore di testi, e come tale, a fine serata, darà spazio alla musica suonando il pianoforte e cantando. E chissà che, anche per questo, non riesca a riproporre la “cabala del 12”.

    L’appuntamento per il vernissage è fissato per mercoledì 12 dicembre 2012 dalle 18.00 alle 22.00.

    Elvino Echeoni – pittore, scultore, incisore, restauratore, scenografo ma anche designer, musicista, compositore e autore di testi – è tra i più rappresentativi artisti italiani in campo internazionale, avendo portato l’arte moderna del Bel Paese in tutto il mondo: dal Canada agli Stati Uniti, dal Perù agli Emirati Arabi, passando anche per la Cina dove, proprio in occasione dell’Expo del 2000 di Shangai, grazie ai suoi lavori indirizzati a rappresentare la Realtà virtuale e i Momenti musicali, si è visto riconoscere dalla critica il titolo del “più innovativo tra gli artisti contemporanei”. Frutto della sua costante ricerca tra l’astratto e il figurativo, anche i pezzi in cui sintetizza tramonti e notturni e che, grazie a un intenso racconto pittorico tra armonia del colore e tecniche sapientemente dosate, riescono a far sognare lo spettatore. Artista completo e poliedrico, da giovanissimo e per diversi anni, Echeoni, nel pieno della Dolce Vita fatta nascere da Novella Parigini e immortalata da Federico Fellini, esercitò la professione del musicista, esibendosi in Italia e all’estero. A metà degli anni ‘70, abbandonata la musica, Echeoni intraprese la strada della pittura. Nello stesso periodo incontrò di nuovo Novella Parigini, con cui nacque un indissolubile sodalizio artistico che non si concluse neanche nel 1993 con la scomparsa della pittrice a cui successivamente dedicò il libro “Un mito preannunciato”, nel quale viene ricostruita, attraverso testimonianze dell’epoca, la vita della straordinaria artista.

    Galleria Il Mondo dell’Arte “Palazzo Margutta” (www.ilmondodellarte.com) – Via Margutta, 55 Roma

    Mostra: Elvino Echeoni

    Vernissage cocktail mercoledì 12 dicembre 2012, ore 18.00 – 22.00.

    La mostra si protrarrà fino al 21 dicembre 2012: dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00 (chiuso lunedì mattina).

  • Cento Pittori Via Margutta: tutto pronto per la novantaduesima edizione della tradizionale manifestazione


    Roma, 25 ottobre 2012 – Appuntamento numero 92 per la celebre mostra organizzata dall’Associazione Cento Pittori Via Margutta. Dal 31 ottobre al 4 novembre prossimo (orario 10.00 – 21.00, ingresso libero), infatti, saranno oltre un centinaio gli artisti che torneranno a onorare la tradizione aprendo gli storici cavalletti per dar vita alla consueta, pacifica invasione della strada nella quale ha esposto, in passato, anche Novella Parigini, il simbolo più leggendario oltre che l’emblema della Dolce Vita.

    Grazie alla rassegna – patrocinata da Roma Capitale, dalla Provincia di Roma e dalla Regione Lazio – la via, conosciuta per essere la culla di pittori e poeti, si trasformerà, ancora una volta, in un’immensa e colorata pinacoteca en plen air, mentre i suoi vicoli saranno la cornice per 3.000 opere circa tra dipinti a olio, disegni, sculture e acquerelli realizzati da un centinaio di artisti rigorosamente selezionati e caratterizzati da estrazione, formazione, tematiche e linguaggi espressivi diversi.

    Una accanto all’altra tecniche già viste ma anche sperimentazioni e soluzioni nuove. Non solo figurazione, astrattismo, ritrattistica, paesaggismo, simbolismo e surrealismo, ma pure il cosiddetto “effettismo“, una corrente innovativa basata sulla ricerca di mezzi e colori che, utilizzati insieme, riescono a produrre effetti capaci di “impressionare” l’osservatore. Quanti si ritroveranno a passeggiare fra tele, acquerelli e sculture in mostra, potranno ammirare i lavori di tanti talenti che lasciano alla collettività il proprio, personale messaggio e che cercano di far riflettere sul valore intrinseco dell’opera d’arte, miniera inesauribile di scoperte e sorprese, e sull’arte stessa, maestra capace di parlare un linguaggio universale, di unire in un discorso comune popoli e civiltà lontane o diverse, abbattendo barriere e confini, avvicinando gli animi, sconfiggendo l’imbarbarimento che troppo spesso ci circonda.

    Ma per l’attento visitatore non sarà nemmeno difficile riscoprire il fascino di una manifestazione unica e irrinunciabile, che ha trovato una sede naturale proprio in questa strada silenziosamente adagiata alle pendici del Pincio e che ha saputo lottare per far sì che, in quest’angolo di Roma, si continuasse a respirare l’odore dell’arte.
    Presente fin dalla metà degli anni cinquanta, inizialmente organizzata dal Comune di Roma e poi dall’Associazione dei Cento Pittori, quest’esposizione è divenuta da tempo un fenomeno culturale perfettamente integrato nel tessuto cittadino che a tutti gli effetti fa parte della storia e della tradizione non solo di Via Margutta ma di tutta la città. La manifestazione, la cui istituzionalizzazione è stata decretata nel 2009, ha ormai ottenuto da parte dell’Amministrazione Capitolina il riconoscimento di “evento caratteristico delle tradizioni e della cultura nella nostra città” capace di riportare “puntualmente un enorme successo di pubblico, una grande partecipazione e una notevole attenzione della critica giornalistica”. Per Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura del Campidoglio, “cresciuto tra i colori e le luci di Via Margutta, un mondo magico, animato dall’estro creativo e dal talento artistico dei pittori che, da amministratore, sono fiero di aver contribuito a tutelare e valorizzare”, questa mostra, “non può non meritare una tutela particolare, rappresentando un pilastro fondante del tessuto culturale di Roma e del Centro storico”.

    “In questa esposizione – ha detto Alberto Vespaziani, da oltre 40 anni Presidente dell’Associazione Cento Pittori Via Margutta – quello che è rimasto identico nel tempo è lo slancio con il quale pittori e scultori continuano a cercare il dialogo con il pubblico, la necessità che c’è di trasmettere ai visitatori le proprie emozioni e che spinge la maggior parte degli artisti a trascorrere le giornate a cavalletto intenti a illustrare il lavoro, a commentare ritratti e paesaggi, a discutere sulle tonalità dei colori usati o sulle scelte di tecniche e soggetti, da sempre rimasti liberi”.

    E’ con questo obiettivo che tanti stranieri richiamati dal prestigio di questa storica manifestazione hanno scelto ancora una volta di affrontare la trasferta che, dalla Polonia, dal Perù, dalla Grecia, dal Libano, dall’Australia, dall’Argentina, dall’Olanda, dal Mozambico e da Cuba, li ha portati a esporre in questa strada, che in passato pullulava di botteghe e laboratori d’arte. Al loro fianco saranno in mostra accanto ai numerosi nomi noti della pittura che, dal 1950, con instancabile entusiasmo, calcano i sampietrini di Via Margutta anche una nutrita schiera di talenti in erba, attratti da un connubio unico al mondo che vede uniti arte e tradizione. A guidarli la dodicenne Isabelle Salari, un mini talento per la seconda volta in esposizione con l’Associazione. Di madre italo-francese e papà iraniano, Isabelle ha dimostrato fin da piccolissima una forte propensione all’arte in generale e alla pittura e al canto in particolare: e proprio tavolozza e pennelli sono diventati in breve tempo gli strumenti attraverso i quali questa giovanissima pittrice – che vanta al suo attivo già un centinaio di pezzi, quasi tutti di genere astratto, e moltissime esposizioni – esprime le più profonde emozioni.

    A tagliare il nastro di questa edizione della kermesse, il 31 ottobre prossimo alle 17.00, l’assessore capitolino alle Politiche Culturali e delegato per il Centro storico, Dino Gasperini.

    Invitati anche il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il Presidente della Commissione Cultura del Campidoglio, Federico Mollicone, il Presidente del I Municipio, Orlando Corsetti.

  • 11 pittori e un poeta hanno collaborato alla realizzazione di ‘Archetipi. Libro d’artista’

    Leo Nilde Carabba, Sergio Dangelo, Rebecca Forster, Ho Kan, Haukur Halldórsson, Giovanni Leombianchi, Marco Magrini, Pino Manos, Vanna Nicolotti, Roberta Rocca e Silvia Venuti hanno rappresentato graficamente il loro Archetipo interpretando il profondo del proprio essere, come alcuni di loro hanno spiegato in un’intervista rilasciata alla presentazione del libro

    ‘Archetipi. Libro d’artista’ è una pubblicazione di respiro internazionale che raccoglie le opere grafiche di 11 pittori italiani e stranieri e una poesia, “I miei 4 elementi” di Arturo Schwarz. L’ideata è venuta al pittore milanese Leombianchi, che ha chiamato a realizzare questa pubblicazione amici e conoscenti, che hanno interpretato il profondo del proprio sé, come il nome Archetipi indica. Ecco gli artisti che hanno collaborato a ‘Archetipi. Libro d’artista’ e i titoli delle loro opere: Leo Nilde Carabba (“Conjunctio. Gennaio 2012”), Sergio Dangelo (“In giungla”), Rebecca Forster (“Quando la Mandragola scuote le radici”), Ho Kan (“Spirito”), Haukur Halldórsson (“Loki”), Giovanni Leombianchi (“Vortice con foglia”), Marco Magrini (“Wadirum”), Pino Manos (“Luce e Tenebre”), Vanna Nicolotti (“Archè”), Roberta Rocca (“Voci misteriose del vento” ) e Silvia Venuti (“Chakra”).

    La presentazione di Archetipi è avvenuta giovedì 18 ottobre 2012 (in contemporanea con l’Islanda, a cura del pittore Haukur Halldórsson) alla libreria Bocca in Galleria Vittorio Emanuele a Milano, locale storico d’Italia, con il patrocinio del Ministero per i Beni Culturali e delle Attività Culturali. “Questo è un locale capace di esprimere l’unica vera continuità non solo culturale e artistica, ma anche umana e spirituale con il passato” ha dichiarato Pino Manos.

    L’edizione di “Archetipi. Libro d’artista” si compone di 42 esemplari così stabiliti: 30 in numeri arabi da 1 a 30 e 12 in numeri romani da I a XII, tutti firmati dagli artisti che hanno ritoccato le immagini stampate, intervenendo con varie tecniche in ogni opera. “In questa pubblicazione finalmente il femminile ha preso piede: vi hanno partecipato 5 donne su 11 artisti” ha evidenziato Sergio Dangelo il 18 ottobre. “Come successe negli anni ’40 per un periodo e in Italia e in Francia nell’immediato dopoguerra, i più bravi pittori di oggi sono donne: il femminile in arte sta esplodendo! Le pagine di ‘Archetipi. Libro d’artista’ sono state inoltre tutte affrontate da ogni pittore utilizzando tecniche diverse: io, ad esempio, ho attaccato sul mio disegno alcune farfalline adesive che avevo sul tavolo; qualcun altro ha invece utilizzato la matita copiativa, gli spruzzi o le tinteggiature”.

    Gli artisti che hanno collaborato ad Archetipi erano tutti presenti (tranne Halldòrsson) alla presentazione alla libreria Bocca e alcuni di loro hanno spiegato il significato del proprio Archetipo. “Il mio lavoro è stato realizzato tra il 2011 e il 2012, come faccio sempre a cavallo tra un anno e l’altro. L’ho chiamato ‘Conjunctio 2012’ perché da molti anni lavoro sull’incontro e l’alchimia mistica tra il maschile e il femminile. Rappresenta perciò una data della vita di questo incontro e ritengo che ogni volta che ciò accade, nasca dentro di noi un’opera creativa” ha affermato Leo Nilde Carabba. “L’archetipo è un dato fisico molto importante ed è il segnale primo di qualcosa di esistente che viene reso simbolicamente. Il mio Archetipo è solo mentale; mentre gli altri 10 artisti si sono impegnati a trattare il tema, io mi sono limitato (grazie a Leombianchi che l’ha scelto) a proporre un mio disegno. Ha forme verticali e piccole puntellature di colore perchè ho pensato alle luci serali di una giungla urbana; così ho fatto diventare questo disegno archetipicamente e esotericamente la mia pagina” ha invece spiegato Sergio Dangelo.

    “Siamo tutti archetipi” ha evidenziato Ho Kan. “L’importante è individuare qualcosa di concentrato e essenziale, di universale e immenso, che per me non si trova soltanto sulla Terra ed è lo spirito… Io cerco questa strada, che è forse la più orientale. Voglio creare qualcosa di moderno e svilupparlo senza fermarmi. Per me infatti oltre l’elemento umano c’è la vita, l’infinito e lo spazio”. Pino Manos ha dichiarato, a proposito della libreria Bocca: “qua si sentono ancora i futuristi che combattevano in Galleria e questo posto mi ricorda il periodo in cui, nel ’51, sono arrivato a Milano dalla Sardegna. All’Accademia di Brera ho incontrato Sergio Dangelo insieme a Roberto Crippa e a Gianni Dova, inseparabili, oltre a Cesare Peverelli e Lucio Fontana. Era un mondo magico; andavamo da Pino La Parete in cantina, a lume di candela, con Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo e altri artisti. Eravamo rivoluzionari anche se la vera rivoluzione è in ciascuno di noi: ‘uomo conosci te stesso’ è ciò che ognuno di noi dovrebbe perseguire…”. Quindi ha raccontato la sua opera in questo modo: “il mio archetipo riguarda la luce e le tenebre, che non sono in contraddizione; la vera luce non è quella solare ma il buio, come è nella dimensione esoterica, che è uno stato di pura consapevolezza. Il buio significa infatti tornare all’origine e a ancora prima della nascita della luce, che è contenuta dentro al buio. Tutta la manifestazione è duale; dobbiamo trovare un archetipo, tornare cioè all’origine dell’essenza e a uno stato di pura consapevolezza, in cui non c’è dualità. Il lavoro che oggi l’uomo deve fare sta infatti nel passare dalla dualità all’essere; quando questo accade, l’essere umano riesce a riscattare la libertà dall’ignoranza, l’unica libertà per cui valga la pena di vivere”. Silvia Venuti ha infine illustrato con queste parole la nascita del suo archetipo Chakra: “sono un’artista figurativa ma, nel momento in cui ho pensato agli Archetipi, mi sono lasciata andare ad una forma liberatoria dell’inconscio e ho lasciato che la mano si muovesse sul foglio… Mi sono resa conto che emergevano disegni di vortici e cerchi che ho riconosciuto come chakra. Una volta rappresentati, li ho ordinati e ho messo i colori che tradizionalmente si danno a queste spirali. Mi ha molto soddisfatto creare questa ascensione che arriva fino al chakra della sommità del capo che è quello dell’illuminazione. Nello stesso tempo ho però voluto inserire questi movimenti a spirale all’interno di un universo di energie che interagiscono con questi chakra: l’uomo non è infatti isolato ma si trova all’interno di un grande complesso di vortici e vibrazioni”.

  • C’ero, una volta: un dialogo tra una donna e la sua innocenza. Dal 17 luglio a Milano.

    C’ERO, UNA VOLTA

    Mostra personale di Anna Caruso

    A cura di Giovanna Lacedra e Grace Zanotto

    Dal 17 al 28 Luglio 2012

    Galleria Famiglia Margini – via Simone D’Orsenigo 6 – Milano

    Vernissage: 17 Luglio ore 18.30

    [Dj Mantra + Performance]

    Ingresso libero


    La galleria Famiglia Margini di Milano conferma il suo intuito curatoriale nella scelta degli artisti e il 17 luglio 2012 alle ore 18:30 presenta, presso gli spazi di via Simone D’Orsenigo 6, la personale dell’artista milanese Anna Caruso dal titolo C’ero, una volta: un dialogo interiore ed esteriore, con l’umanità, con chi osserva, con l’arte stessa.

    Onirismi che si sbucciano tra gli spigoli della contemporaneità: sono le fiabe esplose di Anna Caruso. Fiabe in cui la trama si interrompe e l’eroina è strappata dal contesto narrativo per ritrovarsi, letteralmente teletrasportata, in una dimensione che non le appartiene. È quel singhiozzo della storia, che arriva come un sussulto sismico e la spiazza, la infrange, la disorienta.

    Anna Caruso pone come principale operazione della sua azione pittorica una decontestualizzazione di evidente matrice duchampiana, e se tra le pagine di Carroll, Perrault o dei Fratelli Grimm i buoni vincono o si salvano, e tutti finiscono per vivere felici e contenti, questo non è esattamente quello che accade nelle opere della Caruso. Alice, il Bianconiglio, Cappuccetto Rosso, Biancaneve descrivono solitudini smarrite nell’irrealtà di un mondo che ha perso la capacità di ‘sentire’. E se l’arte è soprattutto visione, come affermava Jean Dubuffet, le visioni metropolitane di Anna Caruso si animano di personaggi simbolici, per indagare i vuoti del nostro tempo. Con pennellate di colore acrilico accostate e giustapposte su tele preferibilmente serigrafiche, Anna dà vita ad un mondo dentro al mondo: una tecnica dinamica che le permette di costruire, con grande rapidità, architetture e anatomie, sovente colte in prospettive grandangolari.

    La scelta di decontestualizzare proprio le eroine di fiabe popolari, scaturisce dalla sua esperienza nel Cosplay (contrazione delle parole inglesi costume e play), gioco di origine giapponese che consiste nell’indossare costumi di personaggi della cultura manga, degli anime, o delle fiabe. Ho iniziato – racconta Anna – giocando a travestirmi da Alice. E questa Alice ha riportato a galla la bambina che un tempo sono stata e che ho ancora dentro. Nei panni di Alice ho scoperto che l’apparente dissonanza tra quel costume e il contesto urbano può invece simboleggiare l’attuale condizione dell’artista, sempre in qualche modo fuori luogo, baconianamente ingabbiato in una realtà deformante e asfissiante. Ma proprio per questo capace di raccontarla.

    E così, in un gioco creativo, si è aperto un dialogo tra una donna e la sua innocenza: la bambina delle fiabe ha parlato all’artista in divenire.

    “Una volta, io ero.

    Non un frammento, ma l’intero. Ero il sogno, compatto, che non temeva la realtà.

    Ero il cuore di una fiaba. La bambina, la principessa. L’anima. Lo specchio nascosto in ogni stagno. La voce e la visione. L’infrangibile magia di una storia senza tempo.

    Percorrevo i sentieri dell’innocenza, cercando luoghi di stupore. Poi, un giorno qualunque di un anno che non c’è, cerca, cerca… cammina, cammina… inseguendo un inganno ho smarrito la strada. Pollicino senza briciole, non l’ho più ritrovata!

    Tutt’intorno non era bosco e non era notte. E non era neppure la luce lontana di un tunnel aperto al di là di una tana. Era rumore, piuttosto. Era un eccesso di luci e colori. Un caleidoscopio di vetri e ridondanti fluorescenze. Era un tempo che non abita le fiabe. Era un’altra vastità. Sconosciuta e spaesante. Una dimensione capovolta, nella quale ero piombata all’improvviso. Come catapultata da un singhiozzo della storia. Forse per errore. Forse per capire. Forse per aprire un dialogo tra questo mondo e il mio.

    Sullo sfondo di questo frastuono, la mia voce si racconta ancora. Rotta, come un giocattolo in disuso.

    Ma tra i lacerti, ritrovo l’intatto cuore di una fiaba.”

    Anna Caruso

    Special Guest: I MOSTRI DI FILO

    Goldie, Monsieur Crabe, Madame Pelosino… Due lunghe gambe e labbra smaltate, in equilibrio sui tacchi non sono meno sensuali di una tazzina ricoperta di pelliccia.

    Parimenti impellicciati, parenti della tazza di caffè di Meret Oppenheim. “Colazione in Pelliccia”. Sembrò assurdo prendere il caffè in questa celebre opera d’arte, prima ancora che fosse internata in un Museo.

    Santo Cottolengo, Giuseppe Benedetto Cottolengo.

    Ospiti del Cottolengo sfrattati che hanno deciso di trascorrere le loro vacanze estive in galleria Famiglia Margini.

    Mostri mostruosi! Monstrum, parola antichissima per definire quell’essere meraviglioso venuto da lontano, usata dagli antichi romani con felice stupore fino al giorno dell’arrivo dei popoli barbari.

    Scherzi della natura e dinamiche interdette si mettono in scena nella triplice azione di pulsione e repulsione …suspense. Prodigiose creature da rapire con un piglio feticista.

    Filippo Corato, alias FILO, e i suoi Mostri nascono attorno ad un palloncino come i sogni di un fanciullo che recupera la magia in piccoli pezzettini di materia abbandonati, e li rende preziosi con squisiti giochi di fantasia.

    SCHEDA TECNICA

    C’ERO, UNA VOLTA

    Mostra personale di Anna Caruso

    A cura di Giovanna Lacedra e Grace Zanotto

    Dal 17 al 28 Luglio 2012

    Vernissage: 17 Luglio ore 18.30

    [Dj Mantra + Performance]

    Galleria Famiglia Margini – via Simone D’Orsenigo 6 – Milano

    Ingresso libero

    Info:

    Orari: da martedi a giovedì dalle 14 alle 20 e su appuntamento chiamando il numero 328 7141308

    Web: www.famigliamargini.com

    Mail: [email protected]

    Ufficio stampa FLPress

    Flavia Lanza

    Mail: [email protected] [email protected]

    Ph: +39 340_9245760

  • Roberto Piaia ospite a Viareggio

    Roberto Piaia, pittore e scultore di Pieve di Soligo (TV), artista che oramai ha raggiunto una padronanza sia tecnica che espressiva nel suo fare arte, ha riscosso in questi ultimi anni parecchi consensi da parte della critica, degli amanti e collezionisti d’arte sia a livello nazionale che internazionale.

    Nelle splendide sale dell’Hotel Residence Esplanade, dopo un brindisi inaugurale di giovedì 26 luglio alle ore 19.30 con il Prosecco Superiore Docg prodotto dalla Cantina

    “Il Colle”, San Pietro di Feletto (Tv), saranno esposte alcune opere rappresentative dei lavori del Piaia: da una piccola ‘trasparenza’, dove si può notare la maestria tecnica della rappresentazione del vetro, a un interno coreografico arricchito da un gioco di luci ed ombre, a varie opere che raccontano il mondo attraverso la figura femminile in stile ‘Assurfivo’, parola coniata da Piaia per definire il suo stile assolutamente personale che è una originale fusione di linguaggi e correnti, un vortice di forme e colori dove convergono senza attriti e senza soluzione di continuità l’astrazione, la figurazione classica e il surrealismo, il tutto sempre caratterizzato da vere e proprie sciabolate di colori – verde, giallo, rosso blu – che rappresentano la scomposizione dello spettro luminoso.

    La scultura esposta è una statua in marmo di Carrara “Iris” che nel 2011 è stata presentata, assieme ad un’opera pittorica, alla 54° Biennale di Venezia, padiglione Italia.

    Nel maggio 2012, è in mostra a Casa Museo G.B.Cima da Conegliano con “Storie di Luce”, Roberto Piaia incontra i Maestri fiamminghi e olandesi del XVII secolo, che troviamo nei più prestigiosi musei del mondo, dagli Uffizi di Firenze al Louvre di Parigi e al Rijksmuseum di Amsterdam.

    L’idea del connubio nasce da Fabrizio Fantino, dott. di ricerca in Storia dell’Arte, che visitando l’antologica di Piaia del 2010 “L’Essenza al femminile” svoltasi presso il Museo della Promotrice delle Belle Arti di Torino, ha notato l’assonanza del contemporaneo con gli Antichi Maestri, sia per la ricerca minuziosa del dettaglio, sia per l’incanto della luce, in quanto l’utilizzo dell’olio come supporto tecnico, colore adatto alla sfumatura che vincola a tempi lunghi perché asciuga molto lentamente ma che permette di procedere a numerosi, tenui, fragili e trasparenti strati di velature, che donano un effetto ottico tridimendisionale.

    Curata da Carmen De Guarda la mostra, articolata in un percorso di una trentina di opere che accompagnava ogni tela fiamminga con una di Piaia che ne rappresentava un nesso, ha ottenuto un notevole assenso da parte della critica e dei visitatori, portando ancora una volta al Piaia, il meritato successo.