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  • Crescita economica, si può tornare a scommettere sulla Cina?

    Dopo anni di debolezza, la crescita economica cinese sembra far vedere una luce in fondo al tunnel. Il primo trimestre di quest’anno si è chiuso infatti con un incoraggiante +5,3%, che fino a pochi anni fa sarebbe stato accolto con delusione, ma stavolta rappresenta un piccolo spiraglio di ottimismo (anche perché è superiore all’obiettivo posto da Pechino del 5%).

    La Cina e la crescita economica

    economia cineseProbabilmente è ancora presto per dire se la Cina sia veramente uscita da un lungo tunnel nel quale si era infilata con lo scoppio del Covid (con la situazione peggiorata a seguito della crisi del settore immobiliare). L’adozione di forti politiche espansive e il costante impegno del governo per favorire la crescita economica stanno indubbiamente agendo In senso positivo.

    Tuttavia le basi della crescita economica del paese del dragone non sembrano ancora solide, soprattutto se guardiamo al pericolo deflazionistico e alla grande crisi del settore immobiliare.

    Il mercato che stuzzica

    Se però ci concentriamo sul mercato azionario, i segnali di ripresa della crescita economica cinese devono essere un fattore di grande interesse. Ricordiamo che da circa tre anni e mezzo il mercato azionario di Pechino sta sottoperformato ampiamente i listini finanziari di tutto il mondo (la sua performance viaggia sotto le medie mobili degli altri), inclusi anche quelli degli altri paesi emergenti.

    Nel 2023 lo S&P 500 è cresciuto del 22%, mentre il CSI 300 Index ha perso il 13% (in euro). Questo significa che i prezzi dei titoli cinesi sono assolutamente convenienti. In alcuni casi le valutazioni viaggiano su livelli che non si vedevano da circa un decennio. Inoltre, il rapporto prezzo/utili della Borsa di Shanghai è ai minimi da fine 2014.

    Opportunità o no?

    Bisogna quindi chiedersi con attenzione se la Cina rappresenta una opportunità in questo momento, oppure una “Value Trap“. Gli analisti sul punto sembrano divisi, perché c’è chi pensa che il mercato cinese sia un’opportunità di tipo contrarian troppo ghiotta per lasciarsela scappare (viste anche le prospettive di crescita economica) e chi invece ci vede solo dei segnali di investimento tipici di una value trap (trappola di valore).
    In ogni caso, la parola d’ordine per chi decide di tornare a guardare alla Cina sarà prudenza.

  • Mercato dell’agrifood italiano è in salute malgrado la crisi

    Dallo scoppio del Covid in poi, l’economia ha conosciuto soprattutto fasi di crisi e pochissimi periodi di slancio. Tuttavia, nonostante un clima generalmente cupo, il mercato dell’agrifood italiano corre veloce. E guadagna anche spazio a livello internazionale.

    Lo stato del mercato dell’agrifood

    agrifoodNel panorama globale, ci sono soprattutto pochi grandi attori che si spartiscono la torta del commercio internazionale sul mercato dell’agrifood.
    Gli Stati Uniti hanno una quota di quasi il 10%, in valore sono 148 miliardi di euro. Poi ci sono Paesi Bassi, Germania e Francia.
    Ma l’Italia corre, tanto che nel 2021 l’export italiano del settore ha raggiunto 52 miliardi di euro, un record.

    Il ruolo dell’Italia

    Il nostro Paese sfrutta soprattutto il traino di alimentari e bevande (+11,6%), ma segna performance notevoli anche per i prodotti agricoli (+8,8%). Le nostre vendite estere sono ingenti per quanto riguarda i prodotti lavorati (vini e spirit su tutti), mentre il nostro import è composto in larga misura da prodotti agricoli o comunque in fasi iniziali di lavorazione.
    Alla fine il saldo commerciale sul mercato dell’agrifood è positivo per 4,6 miliardi. Complessivamente, siamo al nono posto tra gli esportatori mondiali e all’ottavo tra gli importatori, ma le medie mobili dell’uno e dell’altro stanno divergendo.

    La composizione dell’agrifood made in Italy

    In Italia il mercato dell’agrifood è caratterizzato da imprese principalmente di piccole dimensioni, eppure assai attive sul fronte internazionale.
    Oltre agli storici mercati tradizionali come Germania e Stati Uniti, le aziende italiane guardano con interesse verso Paesi come Cina e Corea del Sud.

    Prospettive

    Lo scenario del mercato dell’agrifood rimane incoraggiante, tenuto conto che tra gennaio e marzo c’è stato un +19,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Significa che stiamo viaggiando su un sentiero trend following molto proficuo.

    Ma è chiaro che ci sono rischi legati alle incognite del contesto internazionale, nonché all’aumento di prezzo delle materie prime agricole dovuto ai rilevanti costi energetici. Si pensi al caso del grano, le cui quotazioni hanno impennato per via del fatto che il conflitto ha coinvolto i due principali fornitori europei. Russia e Ucraina, inoltre, rappresentano più del 20% dell’export di mais e l’80% di olio di girasole.

  • Tasse, a Wall Street rischiano grosso le big IT e la Sanità

    L’evoluzione dello scenario pandemico è considerato, giustamente, coma la prima incognita sul futuro dell’economia globale e del mercato azionario. Ma su quello americano in particolare, c’è un’altra variabile che rappresenta un rischio fortissimo. Le tasse.

    Gli introiti fiscali sono infatti una componente essenziale per finanziare il mega-piano infrastrutturale su cui la Casa Bianca sta costruendo un consenso bipartisan.

    Wall Street e l’incubo delle tasse

    tasse e wall streetLa maggioranza Dem al Congresso vorrebbe arrivare ad un aumento fino al 28% della tassazione degli utili delle imprese, oltre che una global minimum tax del 21%.
    Questo scenario impatterebbe in modo notevole sulle aziende dello S&P500, i cui utili potrebbero scivolare del 7% verso il basso.
    Di conseguenza, questi venti contrari sul fronte fiscale si ripercuoterebbero sul valore dei titoli della Borsa di New York. Il fattore tecnico concede comunque ancora del tempo per i riposizionamenti, almeno finché non ci sarà l’incrocio medie mobili 50 e200.

    IT e sanità a rischio

    Dal momento che l’aumento delle tasse è uno scenario ancora incerto, questo sta comunque causando un grosso problema di posizionamento da parte degli investitori sull’azionario americano.
    Quel che si può comunque dire, è che ove mai ci fosse un aumento dal carico di tasse, ad essere più penalizzati sarebbero anzitutto i big dell’IT (L’Information technology gode al momento di una tassazione effettiva appena sotto il 17%) ma anche la Sanità, perché aumenti dell’imposizione e strette regolatorie andrebbero a impattare soprattutto le grandi multinazionali.

    Sarebbero più al sicuro small e mid cap della Borsa di New York, mentre allargando il campo si potrebbe puntare sui bond degli enti locali, per via del loro vantaggio fiscale.
    Senza considerare che sullo sfondo c’è una Eurozona che sta recuperando il ritardo cui cui è cominciata la ripresa, finora guidato da USA e Regno Unito. Guardare al Dax tedesco oppure alla borsa francese o italiana, potrebbe essere una possibilità.

    Nessuno può prevedere l’aliquota

    Ad aumentare l’incertezza c’è l’incognita sull’aliquota. Sebbene i Dem vogliano arrivare al 28%, è probabile che non riusciranno ad andare al di là del 25%. Biden ha detto che si accontenterebbe. E non è escluso che possa trattare un’ulteriore discesa. Insomma, la stretta fiscale potrebbe essere anche meno pesante di quanto finora proposto dall’Amministrazione Biden.

  • Bitcoin, altre critiche feroci. Stavolta tocca al principe Bin Talal

    Continuano le discussioni e i dibattiti attorno al Bitcoin. Da più parti arrivano critiche feroci alla criptovaluta più nota al mondo, che però intanto sui mercati continua a viaggiare a ritmo spedito. Eppure le critiche proseguono. Il principe miliardario Alwaleed bin Talal, “re” della Kingdom Holding saudita ha detto chiaramente che il futuro del Bitcoin sarà senza dubbio una “implosione”. Per descrivere meglio il suo punto di vista, ha anche aggiunto che il fenomeno finirà come Enron, l’ex colosso energetico americano e gigante delle utilities, andato in bancarotta alla fine del 2001.

    Il dibattito attorno a Bitcoin

    bitcoinIl principe saudita si pone così sulla scia di Jamie Dimon, amministratore delegato di JP Morgan, che un mesetto fa non fu affatto tenero con Bitcoin, definendolo una “frode”. Addirittura definì sua figlia stessa una ingenua, per averne comprato uno. Anche lui utilizzò un paragone storico, stavolta rifacendosi alla bolla speculativa dei tulipani olandesi.

    Ma non ci sono soltanto voci contrarie. Anzitutto ci sono i numeri che raccontano una storia di successo. Bitcoin continua a volare sui mercati, ha oltrepassato la soglia dei 6mila dollari e ha sovvertito ogni meccanismo di medie mobili trading, e più in generale ogni principio di analisi tecnica. E non è certo sorretto solo da trader privati, visto che molte banche d’affari si stanno interessando al fenomeno.
    Oltre ai numeri però, ci sono anche dei pareri autorevoli che vanno a favore di Bitcoin. Come Fadi Ghandout, ceo di Wamda Capital, che ha suggerito a Dimon di mostrare un po’ di umiltà e tornare con i piedi per terra, oltre che imparare”. Ha poi aggiunto: “Meglio non fare grandi dichiarazioni su qualcosa che non comprendiamo”.

    Al di là di questo, ci sono senza dubbio dei lati oscuri in questo tipo di strumento finanziario. Qualcosa che lo rende difficilmente inquadrabile e prevedibile. Ecco perché si suggerisce sempre di investire su questo asset solo se si ha una grande conoscenza del mercato, di evitare negoziazioni con accesso diretto ai mercati (qui si può approfondire il tema su market maker broker, stp o ecn, differenze), ma di utilizzare sempre il filtro di un intermediario (oltre che di tutti quegli strumenti di protezione del capitale).