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  • Intervista di Alessia Mocci a Nicoletta Nuzzo ed al suo “Un gatto senza vanità”

    Non ti stressare con l’ossessione di un corpo che deve essere utile, che deve comunicare… il corpo sa più cose di quelle che noi possiamo conoscere, lasciamogliele dire, ed è questa una cosa che tu sai fare quando vivi come sei, ed è lì la tua perfezione.”

    Un gatto senza vanità”, edito nel 2010 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Trasfigurazioni”, è la seconda pubblicazione dell’autrice Nicoletta Nuzzo, nel 2006 infatti ha pubblicato “Cronache di un gatto perfezionista” edito dalla casa editrice Manni Editori. “Un gatto senza vanità” ripercorre con uno stile diaristico il sentimento dell’autrice per il suo gatto Ugo e dell’autrice per la madre scomparsa. Scrivere come antidoto di dolore, scrivere ad Ugo per sentire solidarietà e comprensione da un essere vivente che non giudica e che non si dedica al pregiudizio.

    Nicoletta Nuzzo è stata molto disponibile nel rispondere ad alcune domande su “Un gatto senza vanità”. Buona lettura!

    A.M.: Quando e perché hai iniziato a scrivere “Un gatto senza vanità”?

    Nicoletta Nuzzo: Quando ho perso mia madre dopo la sua malattia, la scrittura è ritornata ad essere il mio antidoto contro il dolore ma anche possibilità di unità nelle crepe che si erano aperte nel mio io. A fare da “spola tra le correnti dell’io” (come dice la poetessa Annamaria Farabbi) un gatto di nome Ugo, un gatto di mare, un gatto del Salento dove cominciano le mie radici. Ho deciso di raccontare ad un gatto cose così importanti della mia vita per la sua libertà mentale…gli umani spesso sono troppo intrappolati dai loro pregiudizi e dalla loro stessa cultura.

    È iniziato così un dialogo per me salvifico narrato in “Cronache di un gatto perfezionista” (Manni, 2006) e poi in “Un gatto senza vanità” (Rupe Mutevole 2010). I due libri raccontano del mio percorso di identità al femminile: nelle Cronache i temi sono quelli della libertà, del sapere, della colpa, dell’interezza.

    In particolare in “Un gatto senza vanità” il tema è quello del femminile materno sia come rapporto con l’oscuro materno nella sua ambivalenza tra rapimento e devastazione sia come affidamento a madri simboliche (amiche, filosofe, scrittrici…) da cui trarre forza e conoscenza. L’esigenza profonda è quella di individuare un immaginario simbolico femminile cui fare riferimento, in cui muoversi a proprio agio senza le frammentazioni e le moderazioni a cui ci ha sottoposto lo sguardo maschile.

    A.M.: Con cinque aggettivi sapresti descriverci Ugo?

    Nicoletta Nuzzo: Ugo è:

    perfezionista perché pensa di poter essere amato solo se dimostra di essere bravo e perché teme di sembrare ridicolo “sbagliando”;

    empatico in quanto Ugo vive costantemente in ascolto, in empatia, e questo gli assorbe molte energie perché fa suo il malessere degli umani che a volte gli rimane incollato addosso e così abdica per amore, non solo alla felicità che pure è iscritta nel suo Dna, ma anche alla vanità come gioia di essere;

    solitario ha infatti bisogno di un suo spazio vitale fatto di rifugi irraggiungibili per i suoi riposini e le sue meditazioni da yogi senza interruzioni;

    nostalgico perché si muove a suo agio solo in luoghi che già conosce, solo con le persone che già conosce…l’ignoto è fonte di tensione e richiede molte delle sue energie per essere esplorato;

    riflessivo e così ogni suo movimento, anche il più semplice come quello di attraversare una stanza, gli richiede uno “studio” molto minuzioso.

    A.M.: Qual è la percentuale di Nicoletta Nuzzo all’interno di “Un gatto senza vanità”?


    Nicoletta Nuzzo: Davvero molto alta: la scrittura è un modo di entrare in contatto con la parte più profonda di me, una specie di esercizio di identità ed a volte l’unica dimora possibile…

    Ma Ugo è ben presente: non è solo il mio alter ego od un gatto metafisico…la sua presenza è stata molto forte perché in un momento di disagio esistenziale e spirituale mi ha saputo “parlare”, ha rappresentato la più immediata rivelazione del divino come forza spirituale e universale.

    A.M.: Prosa e Poesia. “Un gatto senza vanità” è pregno di entrambe. Ci spieghi il perché di questa scelta stilistica?

    Nicoletta Nuzzo: È stato un percorso naturale, necessario, legato all’evolversi della narrazione: quando il racconto culmina con l’irruzione delle forze primordiali e rigeneratrici (simboleggiate dal ritorno della Gatta bianca e dalla presenza del mare) il ritmo passa dalla prosa alla poesia per poi trovare un equilibrio nella contaminazione prosa-poesia nell’ultima parte diaristica del libro, contaminazione di generi nell’oscillazione del quotidiano tra interno ed esterno, sogno e realtà.

    A.M.: Secondo te, qual è il target dei lettori di “Un gatto senza vanità”?

    Nicoletta Nuzzo: Il libro narra di una passione, quella per la propria identità di donna, ma per distinguere se stesse da una madre vissuta come onnipotente ed inglobante quanti sensi di colpa! E quante scissioni e solitudine per distinguersi dalle immagini e ruoli predisposti da una tradizione patriarcale che ha separato Logos e corpo ed identificato la donna solo col corpo, con la parte deperibile e peccaminosa…“Mettersi al mondo”, diventare se stesse è dunque un percorso faticoso in cui prevale la sensazione di trovarsi strette tra due forze contrapposte: quella del passato con i suoi fantasmi e quella del nuovo senza punti di riferimento. Ma è anche vero che si può attingere forza e consapevolezza dalla genealogia di donne maestre, di madri simboliche (Maria Zambrano, Virginia Woolf, Simon Weil…) Per questi motivi il libro può trovare una forte risonanza nelle donne che hanno provato in modo viscerale il desiderio di essere se stesse, ma riguarda tutte le persone che sono in cammino nella ricerca di sé e di un’altra visione del mondo.

    A.M.: Cos’hai provato quando hai tenuto in mano per la prima volta il libro?


    Nicoletta Nuzzo: Beh nonostante sia una perfezionista ho provato la gioia di vedere qualcosa di più bello di come l’avevo immaginato…i colori pastello, il formato, i caratteri di stampa, la sovracopertina di carta di Fabriano fatta a mano…cose di altri tempi! E poi che dire della copertina con l’illustrazione di Marina Alberghini Pacini ….un regalo indimenticabile la presentazione e le illustrazioni di Marina Alberghini Pacini, incisore, saggista, autrice di biografie feline(che si basano su documenti inediti di artisti ed artiste la cui vita è stata influenzata dai gatti) e Presidente dell’Accademia dei Gatti Magici. Ci tengo a dire che l’Accademia è la prima e l’unica di questo tipo, è internazionale e senza fini di lucro, con sede in una villa di Fiesole, e da 25 anni ha lo scopo di diffondere ed approfondire la Cultura del Gatto, (medium culturale di artisti e civiltà), e di riunire tutte le persone che hanno contribuito con le loro opere a questo scopo.

    Tra gli Accademici molti i nomi illustri: Doris Lessing, Dacia Maraini, Jorge Louis Borges Pietro Citati, Franca Valeri,Giorgio Celli, Danilo Mainardi…

    …e nel 2008 nel nostro piccolo anche io ed Ugo siamo diventati Accademici.

    A.M.: Che ne pensi della tua casa editrice? Consiglieresti Rupe Mutevole?

    Nicoletta Nuzzo: È stato un colpo di fulmine quello per Rupe Mutevole… stavo selezionando via Internet decine di case editrici, alla ricerca di quella cui affidare “Un gatto senza vanità”, ero molto diffidente…c’erano voluti tanti anni di mio allenamento emotivo e tutta la pazienza di Ugo per arrivare a quella scrittura, non avrei sopportato che il libro venisse ristretto, allargato, confezionato come una merce qualsiasi…e poi c’erano le illustrazioni di Marina Pacini che erano parte integrante del racconto, un incontro magico tra segni di scrittura e segni d’arte a cui non avrei mai rinunciato… e molte case editrici storcono il naso davanti alle illustrazioni perchè sembrano sminuire l’importanza del racconto!

    Per non dire della contaminazione prosa-poesia, l’avrebbero considerata un’interruzione della narrazione piuttosto che una sua evoluzione…Con questi pensieri girovagavo su Internet quando “per caso” mi sono imbattuta in un libro di Rupe Mutevole, mi colpì l’eleganza e la raffinatezza della copertina e quando sul sito lessi un brano di Haria , prosa densa di “un sentire femminile” …e poi i nomi delle collane (Trasfigurazioni, Letteratura di confine, La Quiete e l’ Inquietudine..)…e la linea editoriale improntata alla sperimentazione narrativa…sì mi sentivo “a casa”…così nel giro di tre mesi il libro fu pubblicato ed io ed Ugo fummo felici e contenti.

    Rupe Mutevole l’ho già consigliata e continuerò a farlo perché fa qualcosa di raro e speciale “ha cura delle parole e delle persone”!

    Nicoletta ha decisamente chiarito la sua posizione sulla casa editrice Rupe Mutevole, e sulle sue scelte stilistiche. È realmente complesso alcune volte poter mantenere le proprie idee sul libro, congratuliamoci con Nicoletta per la sua ricerca e pazienza.

    Link recensione “Un gatto senza vanità”:

    http://www.teramani.net/public/post/un-gatto-senza-vanita-di-nicoletta-nuzzo-rupe-mutevole-edizioni-355.asp

    Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

    http://www.rupemutevoleedizioni.com/

    http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

  • “Il profilo di un amore” di Concetta Malvasi, Rupe Mutevole Edizioni

    …a notte fonda si accavallano i pensieri/ e le distrazioni sono dietro l’angolo/ A notte fonda/ o sempre?/ Chi si vuole fare distrarre è propenso/ alla distrazione o è un fatto puramente/ momentaneo?/ E la distrazione è un concetto astratto/ o un fatto reale?/ Sta di fatto che una donna distratta/ può sentirsi dire che è fonte di distrazione…” – “Metà Agosto”

    Durante la notte i pensieri affollano la mente, il silenzio notturno crea situazioni senza interruzioni e lascia la mente libera di partorire frasi, una dopo l’altra, che mirano all’analisi e comprensione di un problema. Generalmente questi pensieri sono di carattere amoroso, l’amante si strugge la notte perché è il momento della giornata in cui è solo ed in cui vorrebbe maggiormente la persona amata, lontana o non più interessata.

    Il profilo di un amore”, edito nel 2009 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Trasfigurazioni”, è una silloge autobiografica dell’autrice Concetta Malvasi su un periodo recente della sua vita nella quale ha vissuto un sentimento amoroso fortissimo. La Malvasi ha riprodotto una sorta di diario mensile lasciandosi trasportare dai problemi della coppia. “Il profilo di un amore” consta di 96 pagine suddivise in prefazione a cura di Maria Grazia Morando(Assessore alle Pari Opportunità della Provincia di Alessandria), silloge suddivisa in due recipienti “La mia storia” ed “Il profilo di un amore”, ed indice.

    La Malvasi opera in una dimensione temporale sottolineata dai titoli delle liriche che ossessivamente determinano il tempo e le sensazioni dell’io parlante. Dopo una breve introduzione sulle caratteristiche dell’io e della relazione, il periodo di tempo descritto inizia dal 24 marzo e termina con il mese di febbraio dell’anno successivo. La storia d’amore è molto spigolosa, abbiamo due personaggi che vivono a distanza un rapporto forte con una passione che va oltre la sessualità e che investe anche la sfera intima propriamente “mentale”. La distanza procura alla coppia non pochi problemi, le giornate in cui si ha la possibilità di fare qualcosa insieme sono relativamente poche e le incomprensioni ovviamente sono all’ordine del giorno. Lui anche a causa della distanza non vuole ammettere la condivisione esistente fra i due e lei, scrive e soffre.

    …Oggi è l’ultimo giorno, l’ultima volta./ L’ultimo momento della tua vita nella mia vita./ Basta!/ Non voglio più vederti. Basta!/ Non voglio più vedere la tua fronte rugosa,/ il tuo sorriso beffardo/ il tuo sguardo crudele./ Basta!/ Non voglio più annusare/ l’odore delle tue lenzuola/ l’odore della tua solitudine/ l’odore del tuo egocentrismo/ Basta!” – “10 maggio”

    Una donna al limite, che non riesce a capire i silenzi del suo uomo, di colui che ammira ma allo stesso tempo vuole allontanare a causa del male che sente. Lo stile della Malvasi è semplice e diretto, le liriche seguono una semantica diacronica che descrive l’andamento dell’oggetto del poetare. È un vero e proprio racconto in versi, un lungo tragico poemetto che riesce discretamente ad avvalorare il titolo del libro.

    …La testa è confusa/ Ti penso./ Ho voglia di non leggere,/ di non scrivere/ le cose che dovrebbero/ potrebbero/ aver importanza./ Sono continuamente in un vortice perfetto/ da quando ti conosco/ un vortice di pensieri, sensazioni/ che non mi lasciano tregua,/ ma/ potrei avere tregua/ se non la voglio avere?” – “Metà aprile”

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

  • “Un’adolescente sulla soglia dei quaranta” di Fabiola Farina, Rupe Mutevole Edizioni

    La stazione è una metafora di me. Puoi camminare a piedi e arrivare a casa (se ci arrivi) distrutta, o sederti, usare il mezzo che viaggia per te, col compromesso però (che io definisco sempre obbligo) di pagare il biglietto. E se facessi il viaggetto senza attenermi alle regole e quindi non pagando?”

    La metafora della stazione con la sua semplicità riesce ad impressionare, nella mente del lettore, l’idea di “eliminazione del bivio” per una più semplice di “creare per ogni bivio un nuovo bivio”. Il mutamento improvviso dovrebbe caratterizzare ogni essere umano che segue le proprie inclinazioni, pagare o meno il biglietto, prendere o meno un treno, ogni scelta dovrebbe essere caratterizzata da ciò che si vuole realmente fare e non da ciò che “gli altri farebbero”.

    Un’adolescente sulla soglia dei quaranta”, edito nel 2010 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Trasfigurazioni”, è un breve romanzo autobiografico di Fabiola Farina. Fabiola ha pubblicato nel 2009 con Rupe Mutevole la raccolta di poesie e racconti “L’uncino che trafigge l’anima”. Il libro consta di 80 pagine e vede l’introduzione della stessa autrice, la prefazione del Maestro Vincenzo Bianchi (candidato al Nobel per la Pace), quindici capitoli di diversa estensione ed indice. Nell’introduzione Fabiola descrive il suo racconto lungo come “autobiografico ma non autoreferenziale” donando quindi al lettore un’idea chiara di ciò che sono le pagine successive.

    “Un’adolescente sulla soglia dei quaranta” è un discorso dell’autrice con il lettore, è un flusso di pensieri che si interroga sulle “regole sociali” presenti nella società italiana. Un discorso interiore che inizia con un viaggio fisico, un ripercorrere 800 chilometri in treno per allontanarsi da qualcosa e trovare altro, anche e solo una nuova domanda od una nuova consapevolezza. Fabiola ha 35 anni, e non avendo ne marito ne figli non riesce ad integrarsi nella società, perché la massa non accetta nessuna diversità non accorgendosi che ogni essere umano è sostanzialmente differente alla nascita, un essere unico. La diversità, intrinseca nell’essere umano, viene eliminata con delle costruzioni etiche e delle regole delle quali non si conoscono gli ideatori e che si presentano con un classico “non si fa” che si continua a ripetere con parole e sguardi a coloro che non rientrano nei “giusti” e comuni standard.

    La faccenda del compromesso comunque non mi ha mai convinto. Siamo sinceri, se si hanno due visioni opposte della stessa questione, uno deve cedere e l’altro matematicamente no.

    Naturalmente, in soccorso alle apparenze arrivano una serie di frasi come: o e via così.”

    Lo stile dell’autrice si avvale di una prosa semplice ed ironica per creare una fluidità di discorso che permette al flusso di pensieri di esser seguito ed individuato come realistico. Dal concetto di famiglia si ottiene una disquisizione sulle regole e sulla maturità personale che va oltre la singola risposta in quanto obiettivo di Fabiola non è realizzare un’opera per dei nuovi fedeli ma far riflettere i lettori sulle visibili diversità personali, e sulla inutilità di ricercare il giusto e lo sbagliato. La conclusione di “Un’adolescente sulla soglia dei quaranta” sarà un’ottima sorpresa che non voglio svelare.

    Scatta subito il pregiudizio sociale in automatico dall’inconscio: “è un poco di buono” (se gli va bene!).

    E poi dicono quella stupida frase “l’abito non fa il monaco”. Ma se la riferiamo al lato estetico, da cosa si dovrebbe riconoscere un monaco in prima battuta se non dal suo abito?

    Ecco dimostrato che non si è liberi neanche di decidere che vestiti indossare perché ci sono regole anche per questo.”

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

  • “Il mondo sottosopra”, di Maristella Angeli, Rupe Mutevole Edizioni

    Bianco di una tela/ restata ad attendere/ odore di acquaragia/ e olio di lino/ la tavolozza imbrattata/ con il colore incrostato/ e la tua spatola/ che destreggiava/ spadaccina dell’arte/ a sfidare il mondo/ e l’oscurità/ riemergi nei sogni/ tocco d’artista/ viva nel cuore ocra/ ardente nel rosso dei papaveri/ limpida come il cielo tratteggiato/ distesa al tiepido sole/ in quelle spiagge solitarie/ e ancora ad ergerti/ in quei boschi misteriosi/ tu quercia eterna/ radiosa come il sole” – “La pittrice (a mia madre)”

    L’uso della figura del colore in “La pittrice (a mia madre)” è ciò che colpisce maggiormente con una prima lettura, lo strumento di pittura è somigliato ad uno spadaccino che combatte per la sua Patria, l’Arte per l’appunto. Bianco, ocra, rosso, blu, giallo, verde sono le dimensioni della scrittrice che ricorda un evento del passato reso eterno dai versi.

    Il mondo sottosopra”, edito nel 2010 per la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Poesia”, è un toccante itinerario nella vita dell’autrice, Maristella Angeli. Maristella è nata a Foligno (PG) nel 1957 e vive a Macerata. Tra le sue pubblicazioni citiamo del 2008 “Gocce di vita” edito per Il Filo Editore e “Tocchi di pennello” edito per MEF L’Autore Libri Firenze, nel 2010 “In ascolto” edito per MEF e “Specchi dell’anima” edito per Edizioni Progetto Cultura. “Il mondo sottosopra” consta di 105 pagine con dedica iniziale alla madre e presenza di una poesia della stessa intitolata “Libera”, introduzione a cura dell’autrice, prefazione a cura di Emanuele Marcuccio, silloge poetica composta da 94 liriche, biografia e note critiche.

    Il versificare di Maristella Angeli adotta il verso libero ed una quasi totale eliminazione della punteggiatura, sono i respiri dell’autrice che si possono sentire con una lettura attenta dei testi. La punteggiatura è circoscritta a qualche lirica e costituita dalla sola presenza della virgola e del punto che simboleggiano una profonda pausa. I versi sono semplici, raccolti, ma non si tratta di intimismo, la vita dell’autrice è all’interno delle liriche ma sotto forma di presenza velata, fugace; è un intimismo che mira all’arte come meta e non alla sola introspezione personale. Le grandi tematiche della silloge sono la perdita ed il ricordo della madre, il dolore universale, l’amore verso la poesia in primis ed, in secondo luogo, verso l’arte in toto.

    Olezzo di morte/ nel campo di sterminio/ docce interminabili/ e tormentose morti/ assiepati, accumulati/ carne non più umana/ e il fumo denso, grigio/ forni crematori/ e odore acre/ di cenere viva/ e la fame, la dignità perduta/ gli occhi sbarrati/ increduli a tanto/ massacro” – “Campi di sterminio”

    Le metafore care all’autrice, il colore ed il fiore, ripercorrono tutta la silloge ed attraversano fluidamente le tematiche principali. Anche l’aspetto dell’olfatto come saldatore di ricordi è ben presente ne “Il mondo sottosopra”: l’autrice si lascia trasportare dal pensiero che genera memoria, eco e ricordo, è una passeggiata circolare nel passato che melanconicamente vela le parole di forti significati.

    Mani a contare/ prima di parlare/ intrecciare come ballerine/ in una danza/ giunte in preghiera/ ad osannare lodi/ in un canto di chiesa/ elevate al cielo/ ad invocare pietà/ delicate ad asciugare lacrime/ appassite dall’età che avanza/ ispessite dal lavoro fino a sera/ ad imbracciar fucili/ in guerre senza patria/ ricolme di pianto/ a raccogliere il dolore/ mani unite ad indicare/ pace” – “Le mani”

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

  • “Restare sospese”, di Haria, Rupe Mutevole Edizioni

    In ère passate le antiche donne di conoscenza solvevano spingere le proprie allieve in una dimensione ‘sospesa’ per provocare in loro uno stato di estrema solitudine. Allora le donne della regola non andavano per il sottile, non perdevano tempo ne con le parole ne con la persuasione; erano terribili e spietate con gli insuccessi delle loro allieve e solo comprensibili amiche quando quelle ottenevano un successo indiscutibile.”

    Nel corso dell’evoluzione umana ogni gruppo gregario ha modificato il suo rapportarsi all’altro e ciò lo si può ben vedere anche nel caso delle donne di conoscenza. Il miglioramento della vita ha prodotto un rasserenamento nei confronti dell’interfacciarsi ed un’attenuazione della sfera cinica e sarcastica.

    Restare sospese”, edito nel 2006 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Mappe di una nuova era”, è giunto alla prima ristampa nel 2009. L’autrice, Haria, ha già pubblicato per la stessa casa editrice nel 2004 “La luce negli occhi”, “Piante di energia” e “Donne di conoscenza”; nel 2005 “Il respiro della bellezza”, “La via dell’ignoto” e “Castagni e Trasmutazioni”; nel 2006 “Anzol”; nel 2007 “Estensità” e “La mappa delle antiche Donne di Conoscenza”; nel 2008 “Eventi di bellezza”, “Il magico cammino” e “L’altra estensità”.

    In “Restare sospese” troviamo un’autrice che parla al lettore come se questo fosse suo allievo. È un discorrere amorevole verso l’altro che ripercorre un insegnamento per il divenire “donna di conoscenza”. Il libro si presenta come un lungo dialogo d’addestramento nel quale non mancano gli aneddoti della personale esperienza della scrittrice e la comparazione con il metodo di Drusca, la maestra di Haria, metodo nel quale prevalgono il cinismo ed il sarcasmo piuttosto di una benevolenza verso la comprensione dell’errore.

    Il suono del vento, ad esempio: nella sua estrema varietà e mutevolezza(la qualità superficiale) si cela – e si insinua – un altro suono, allungato, continuo, persistente(la seconda qualità). Se al vento presti attenzione nello stato di vigile veglia, percettiva e sensoriale, sarà la prima qualità che evidenzierai, ma se gli presti attenzione nello stato di consapevolezza intensa, quando sei ricettiva al massimo, può accadere che la seconda qualità irrompa ‘in primo piano’.”

    La propensione innata di Haria per la poesia si nota palesemente nell’utilizzo di una prosa soave, chiara e semplice ma allo stesso tempo pregna di concetti complessi da capire, concetti che bisogna fare proprio con allenamento e comprensione di ciò che circonda il nostro corpo, una sorta di unione con tutto ciò che esiste al mondo. Avvincente la propensione dell’anticipare, durante la lettura, le domande del fruitore con risposte che dipanano ogni dubbio sull’argomento trattato o che approfondiscono lo stesso. L’io narrante mostra ogni passaggio del divenire donna di conoscenza in modo da strutturare un cammino ben preciso che non lascia il dubbio del bivio.

    Ogni magia, nel nostro mondo, accade sotto i nostri occhi vigili, consapevoli; nessuna emanazione della bellezza, anche la più strabiliante, può sorprendere una donna di conoscenza; al contrario, il suo intento sorprende ogni emanazione. Se così non fosse nessuna trasfigurazione, nessuno sviluppo della consapevolezza silenziosa sarebbero possibili.

    Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

  • “I giorni della peste”, di Riccardo De Rosa, Rupe Mutevole Edizioni

    Ed il patibolo sarebbe stato, durante la peste, il tragico destino di coloro che ebbero la cattiva sorte di incappare nella vicenda delle unzioni. Ma chi era un untore e perché nell’immaginario collettivo di quell’epoca finì per essere considerato tra i peggiori criminali?”

    Nel 1630, durante la pestilenza di Milano, sorse una persecuzione paragonabile a quella rinascimentale della caccia alle streghe. I perseguitati erano degli individui sospettati di essere la causa della diffusione della peste, venivano accusati di cospargere una sostanza biancastra sulle maniglie delle porte e sui luoghi nei quali le persone entravano maggiormente a contatto. Questi individui venivano chiamati: untori.

    I giorni della peste”, edito nel 2010 presso la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Echi dalla storia”, non si presenta come un libro di storia che vuole documentare freddamente la peste del 1630 ma piuttosto è un testo che porta avanti delle riflessioni e degli approfondimenti per dare la possibilità al lettore di capire le possibili cause che portarono al morbo e per razionalizzare un secolo ancora troppo distante dalla comprensione medica, un libro che vede come protagonista principale la peste nelle sue esplicazioni intime. Il sottotitolo recita “Storia di una tragedia: la peste del 1630” ed è, infatti, una scelta di racconto personalissimo quella dell’autore Riccardo De Rosa. Riccardo è un noto storico medioevalista e rinascimentale ed ha pubblicato nel 2007 per la stessa casa editrice “I Grimaldi, Signori di Monaco”.

    “I giorni della peste” consta di 148 pagine suddivise in prefazione esplicativa del testo e cinque capitoli di diversa estensione (Cap. I “Cos’è la peste? Sue cause e ricadute sociali” – Cap. II “Gli strumenti di intervento. Lazzaretti e consigli di sanità. I Monatti.” – Cap. III “Diffusione della pestilenza e sue conseguenze” – Cap. IV “I problemi di ordine pubblico. I processi agli untori” – Cap. V “Diffusione della peste nelle aree montane”).

    Tra le tante credenze assurde, si pensava che, essendo la pelle degli appestati pallida, con dello zafferano si potesse rinvigorirla. Un altro rimedio ritenuto tra i più efficaci era l’osso di corno di cervo triturato. […] Salassi e clisteri, veri e propri scempi per i corpi già gravemente debilitati e che per i ricchi erano rimedi quotidiani, ai poveri, una volta tanto in qualcosa fortunati, erano risparmiati non potendoseli permettere.

    Riccardo De Rosa costruisce una struttura storica che riesce a mantenere salda l’attenzione del lettore con l’introduzione di aneddoti, presenza di lettere e certificazioni, spiegazioni di credenze antiche, parallelismi con le grandi stragi del passato, confutazioni di leggende, schematizzazione della peste, richiami letterari della vicenda, similitudini con la stregoneria. Un testo che non offende il romanzo storico e la storiografia classica, piuttosto lo si può interpretare come una via di mezzo necessaria per poter coinvolgere un largo pubblico e riuscire nel frattempo ad informare su qualcosa che per noi Europei pare quasi una favola horror ma che è ancor presente in Asia ed Africa seppure in forme ridotte (dai 1.000 ai 3.000 casi).

    La peste, con la sua violenza e aggressiva carica invasiva, stravolgeva consolidati equilibri sociali e di potere, mettendo in discussione la stessa autorevolezza ed il carisma delle autorità statali, […]. Il morbo non faceva differenze di classe o di estrazione sociale, esso era mortale tanto sotto una tonaca o un bel vestito di seta quanto sotto i più umili stracci, quando colpiva lo faceva duramente sia nel più misero dei tuguri sia nel più fastoso dei palazzi.”

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

  • Intervista di Alessia Mocci a Siddharta-Asia Lomartire ed al suo “La Tara dell’Atman”

    “Dal momento in cui, in poi/ così scarni in viso m’apparite,/ come scheletri/ consumati dal tempo,/ reduci di battaglie da voi mai vinte./Risorgerò dal momento in cui,/ più partecipe/ non sarò dei vostri sguardi,/ al giorno in cui senza meta/ vedrò andarvene./ Risorgerò dalle vostra ossa/ consumate,/ che come la cenere/ ha un percorso/ senza fiato,/ senza dimora.”

    La poesia si intitola “Risorgerò dalle nostre ceneri” e l’autrice è Siddharta-Asia Lomartire. “La Tara dell’Atmanedito nel 2010 presso la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “La Quiete e l’Inquietudine”, è una raccolta di 49 liriche che investe un versificare libero da strutture metriche precostituite ed attento ad una punteggiatura che sottolinea “la sensazione” di Siddharta-Asia Lomartire. “La Tara dell’Atman” in questo modo riesce a stabilire un energico contatto tra autore e fruitore, un contatto che evapora all’interno del corpo per divenire pensiero in presentia. I versi si scambiano vicendevolmente in un gioco agrodolce di racconti tra l’autobiografico e l’universale.

    L’autrice è stata molto disponibile nel rispondere ad alcune domande sulla sua persona e sulla sua opera. Buona lettura!

    A.M.: Perché utilizzare uno pseudonimo?

    Siddharta-Asia Lomartire: L’utilizzo dello pseudonimo nasconde vari significati della mia personalità. Essenzialmente è un nome veritiero, non ha maschere questo nome, è l’assembramento, la comunione, il contrasto tra la luce se cosi vogliamo intenderla ed il buio. Lo stesso nome Siddharta è proprio “uno che cerca” un cercatore, un uomo inquieto, bisognoso di trovare una certezza tra le tante incertezze della vita, l’Assoluto nella relatività dell’esistenza e dei rapporti, che tenta di vivere in profondità la propria esistenza, attraversando tutte le esperienze possibili, la sensualità, il misticismo, la meditazione filosofica, ricercando il tutto nel particolare, forte della convinzione che nessuna acquisizione è definitiva, e che la conoscenza ha sempre innumerevoli aspetti da scoprire. Asia nel contempo è l’esatto contrario di quello che si può interpretare come illuminazione, Asia è l’amante di Siddharta, la sua concubina, sposa, è la parte buia che ciba la luce, l’ombra stessa della luce. Il loro opposto e il loro complemento. Questo nome sono due forze che si contrastano e si intrecciano, dando poi vita alla mia stessa poesia, all’ombra ed alla luce.

    A.M.: Poesia e Misticismo. Qual è, secondo te, la ragione dell’utilizzo della poesia per celebrare l’oscurità e la luce?

    Siddharta-Asia Lomartire: Mistico e sensuale. La poesia è sacra per cui mistica. Penso sia giusto parlare di poesia come se si parlasse di un “coma” da cui il poeta riesce a trapelare ogni piccolo particolare, dalla quale riesce a risorgere ogni volta che poi crea. La coscienza del fatto che la poesia possa infiltrarsi cosi chiaramente nelle brame di colui che poi ne sarà creatore, da ragione di credere che sia la luce che l’oscurità sono i fondamentali attori di quello che poi si tramuta in uno spettacolo che tra l’ombra (quindi il buio) ed i riflettori (la luce) da cosicché la nascita di quella che può essere la visione, di quello che può essere reale e vissuto, intuito, ma può anche essere una sorta di stato empatico da cui il poeta non può sottrarsi, e pur essendone incatenato e cosciente a ciò riesce a mescolare ed a codificare chiaramente le due forze, che in un unione possono risultare l’inizio e la fine e contemporaneamente la continuità di una preghiera, di un urlo, di un vociferare mistico e sensuale. Il buio e la luce, la ragione.

    A.M.: “La Tara dell’Atman” è una raccolta di poesie. Esiste una tematica di fondo che unisce ogni lirica seguendo un file invisibile tra autrice e lettore?

    Siddharta-Asia Lomartire: “La tara Dell’Atman” è un fiammifero acceso sull’umanità, preferisco vederlo cosi, preferisco avere questa visione cosi positiva di questo libro, da attribuirgli questo significato. Il peso dell’anima (Atman- il vero se dell’essere) dovrebbe essere un campanello d’allarme in questo mondo privo di sfumature, in questo mondo che non vuole ascoltare, in un mondo dalla quale pur schiavi e coscienti di ciò, si continua inesorabilmente ed inconsciamente a vivere in un finto e banale benessere, il peso dell’anima potrebbe essere la via di fuga da costrizioni e condizionamenti. Principalmente il mio interesse maggiore è quello che il lettore, leggendo, sfogliando e respirando il mio libro possa fermarsi e oltre che leggere, e dopo aver letto, non restare con la coscienza di niente, non elogiare o apprezzare un “nome” di un autore solo per la sua bravura nel esprimersi, ma essenzialmente il mio interesse risiede nella speranza che possano queste parole, queste poesie, queste lettere, queste grida che si rifugiano nel silenzio dare coscienza e far fermare il lettore a riflettere,a cercare,a vivere, a vivere nell’ essenza delle emozioni, in uno stato di empatia tale da permettergli di vedere la continuità dell’essere e di ciò che accade. Essenzialmente non esiste una tematica precisa, o forse c’è e non ne sono consapevole, le mie poesie sono il risultato di tutto ciò che assimilo, di tutto ciò che non sfugge ai miei occhi, che una volta masticato e rimuginato viene silenziosa, come una signora e si posa su di un foglio, come a ricordare che lei è li, impressa. E sono immagini, sensazioni, un groviglio di sensazioni che partorisco e percepisco cosi quasi d’istinto, senza che io possa avere il tempo di rendermi conto di ciò che in quell’istante sto generando. Il filo invisibile c’è e l’ho imbastito cosi raffinatamente da cercare con il lettore una sorta di comunione che porti lo stesso lettore a vivere e rivivere tutto ciò che ho visto e vissuto io stessa prima di dar vita ad una poesia, con l’ausilio di punti e virgole, di attimi e spazi cerco di indirizzare l’autore a seguire una precisa forma di lettura che possa ipnotizzarlo nello stesso modo in cui lo sono stata io nel momento della creazione stessa della poesia.


    A.M.:
    Qual è la lirica verso la quale di essere maggiormente legata?

    Siddharta-Asia- Lomartire: In questa domanda se ne cela un’altra: qual è il tuo figlio preferito? E da “madre” risponderei che tutto ciò che ho creato lo amo allo stesso modo, ogni lirica, ogni lettera che abbia inciso per me sono e restano le liriche alla quale sono legata. Parlo di figli, proprio perché per me scrivere rappresenta un travaglio, la nascita. E nel momento in cui do alla vita queste poesie sto dando alla vita una parte di me, un piccolo feto che cresce, una larva che si schiude, anche se molto differente da un comunissimo parto, associo lo scrivere a ciò, quindi è inesistente per me una lirica alla quale sono più legata, ognuna di esse mi somiglia, ha i miei tratti e la mia essenza. Qualcuna anche il colore dei miei occhi!

    A.M.: Potendo tornare indietro cambieresti qualcosa di “La Tara dell’Atman”?

    Siddharta-Asia Lomartire: Se devo essere sincera, no! Non cambierei nulla, Tutto è accaduto e creato cosi come doveva essere in questo lasso della mia vita. Per me non esiste il “se tornassi indietro.” Tutto accade così come noi vogliamo che accada, siamo noi a dipingere, a dare forma, contorno e colore alla nostra vita ed alle situazioni, nel momento in cui si voglia cambiare qualcosa, disponiamo del presente o addirittura del futuro per poter modificare, o meglio per poter dare una continuità a ciò che facciamo e che siamo.



    A.M.: Quali sono gli autori che ti sono stati affianco sino ad oggi?

    Siddharta-Asia Lomartire: Tanti, anche troppi a far da coperta quando sentivo la necessità di capire e conoscere, di scoprire da me e non sotto forma di istruzione e condizionamento. E da necessità tutto ciò in brevissimo tempo poi si tramutò in amore. Ho sempre cercato da me di scoprire autori o scrittori, di acquistare libri di cui non conoscessi nulla pur di avere un mio pensiero personale su ciò che andavo a leggere e scoprire. Sono vari gli autori che considero quasi delle fondamenta nella mia vita, al di là dei periodi storici e delle preferenze, penso che la poesia, come la filosofia come l’arte in generale non possa essere catalogata, io stessa non sarei in grado di classificarmi in un età o in uno stile preciso. Penso tutto ciò possa avere solo una parola veritiera: continuità. Non amo fare classifiche ne essere portatore di elogi, ogni poeta, scrittore, filosofo “contemporaneo” e dell’ “età antica” ha lasciato in me un’impronta, un’ideologia.

    A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni? La consiglieresti?

    Siddharta-Asia Lomartire: Mi sono trovata molto bene con la casa editrice Rupe Mutevole, difatti ho scelto loro per la prima mia pubblicazione del mio primo libro. Sono stati disponibili sin dal primo momento, e hanno dato molta importanza alle mie idee ed al modo in cui io volessi venisse prodotto il libro. Si è instaurato un buon rapporto e spero che sia sempre più alimentato per la passione che ci accomuna: Poiesis. Sicuramente consigliere la Rupe Mutevole edizioni a chiunque voglia intraprendere un percorso stabile e di concretezza. Per quanto mi riguarda mi sono trovata benissimo con loro, e spero di collaborare in futuro.

    A.M.: Hai qualche progetto letterario per il 2011? Puoi anticipare qualcosa?

    Siddharta-Asia Lomartire: Al momento non ho progetti programmati per il 2011. Preferisco pensare che le cose se devono accadere, accadano così, all’improvviso, cosi com’è accaduto con questo libro. Così come all’improvviso giunge la pioggia, così come all’improvviso la mia mano prende a scrivere …

    Link recensione “La Tara dell’Atman”:

    http://www.express-news.it/cultura/%E2%80%9Cla-tara-dell%E2%80%99atman%E2%80%9D-di-siddharta-asia-lomartire-rupe-mutevole-edizioni/

    Link del Facebook dell’autrice:

    http://www.facebook.com/home.php?#!/profile.php?id=1140723629

    Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

    http://www.rupemutevoleedizioni.com/

    http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni

    http://www.poesiaevita.com/

    http://www.facebook.com/pages/Ufficio-Stampa-Rupe-Mutevole/126491397396993

    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

  • “La Tara dell’Atman” di Siddharta-Asia Lomartire, Rupe Mutevole Edizioni

    Contrasti luminosi,/ quando il buio aspetta la luce,/ e quando essa tarda a giungere, ignara…/ …che oltre l’attesa/ la voglia di cibarsi/ in comunione sublime l’anima e il corpo/ il freddo che ne prende atto./ E dall’atto, la conquista/ dalla conquista la certezza/ veloce, più di un istante/ più di un frangente di secondo./ ESPLODE./ Il buio mescolato alla luce,/ iniettati uno nelle brame dell’altro/ partoriscono sussurri e velocemente/ i miei occhi diventano spettatori../ .. spettatori di qualcosa ancora lontana/ agli occhi dell’uomo/ nascono infinite scie di colori/ come fulmini,/ quasi meteore/ mi fanno spettatore di una galassia, mai vista/ mai conosciuta/ ma che ho sempre cibato./ Anima.” – L’indescrivibile sensazione dell’atman –

    In sanscrito, “Atman”, è una parola che indica il vero sé dell’essere umano, una sorta di spirito assoluto, non è semplice per l’individuo associarsi a questa consapevolezza e generalmente l’individuo si identifica con il proprio corpo, con la mente, con i sentimenti e le emozioni. Alla base del dolore c’è l’ignoranza di sé e quindi l’“avidya”.

    La Tara dell’Atman”, edito nel 2010 presso la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “La Quiete e l’Inquietudine”, è un percorso attraverso il verso libero nei territori della conoscenza delle idee e della loro scomposizione. L’autrice, Siddharta-Asia Lomartire, utilizza uno pseudonimo appunto per sottolineare i due poli contrapposti della sua poesia: la luce (Siddharta) ed il buio (Asia). Il libro consta di un’introduzione a cura della Professoressa Carmen De Stasio, 49 poesie ed una post-fazione dell’autrice intitolata “È ancora possibile la poesia?”, saggio finalista del concorso “E-Book Dinamismo – La poesia come voce dell’anima”.

    Il versificare di Siddharta-Asia è veloce, impulsivo, i versi sono legati insieme dalla genuinità e dall’impetuosità del pensiero, è un gioco di chiaroscuro quello offerto dalla successione delle parole, un gioco nel quale lo sguardo del lettore si perde similmente a quello dell’autrice in uno spettacolo teatrale senza attori e senza scenografia. Il vuoto e la freddezza che traspare in alcuni sintagmi di “La Tara dell’Atman” è subitaneamente annullato da un pregno sentimento di amore universale. E sono liriche come “Dal corpo in poi.. (ad Alda Merini), “Scende”, “L’ululato del vento”, “Cosa siamo…”, “Inno alla follia”, “Candida in viso”, “E tu dormi”, “Gracile silenzio” che convertono i silenzi assordanti del quotidiano in una danza atemporale di continue accezioni sensoriali ed intime.

    La convinzione ci denuda,/ quale alba gelida ha attraversato/ la mia ombra?/ Seducente incatenata a se stessa,/ affamata di libertà,/ applaudiva./ Quale orrore han compiuto,/ di maledizione non si tratta./ E nel ricordo mai vissuto,/ io, mi commuovo,/ e quell’immagine,/ quei ricordi sfocati,/ che prendo da altre menti./ Dal sorriso passo al silenzio,/ la tua voce più non odo,/ che se fossi tu a recitarmi,/ scarna in viso,/ dall’emozione seccherei,/ quasi fossi una delle tante spine,/ di te rosa bianca.” – “Dal corpo in poi.. (ad Alda Merini) –

    La potenza dell’immagine si rivela senza tremito, l’autrice si commuove per ricordi mai vissuti, una sorta di sinestesia, di contaminazione spazio-temporale che mostra l’origine di figurazioni irreali ma nel medesimo istante “vere” ed estremamente dolorose. I “presunti” momenti autobiografici, quindi, si mescolano con momenti di vite altre, di vite passate e di vite future, come se la consapevolezza estrema indicasse un’inscindibile unione degli esseri viventi in una sola parola: atman.

    Cosa siamo se non frammenti,/ figli scritti e stropicciati,/ rami che accarezzano la luna,/ quando essa sembra essere vicina./ Cosa siamo se non crisalidi/ in attesa del grande volo./ Un predatore che attende/ il giusto momento per/ condannare la sua preda,/ cosa siamo se non anime irrequiete,/ piccoli rivoluzionari,/ cosa saremo se rivoluzionassimo/ noi stessi?” – “Cosa siamo…” –

    Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

    http://www.rupemutevoleedizioni.com/

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

  • Intervista di Alessia Mocci a Serafino Ettore Manias ed al suo “In libero arbitrio”, Rupe Mutevole Edizioni

    “In libero arbitrio”, edito nel 2009 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni, è un testo dalla consapevolezza sconcertante. L’autore, Serafino Ettore Manias, ha impiegato ben quattro anni per raccogliere informazioni e scrivere il suo libro. “In libero arbitrio” consta di 365 pagine ed è suddiviso in prefazione a cura di Sivarte Kim, introduzione, cinque capitoli (“Onora il padre e la madre”, “La visione di Ezechiele”, “Finché morte non ci separi”, “Il cielo sotto Palenque”, “le lacrime di Matè”), epilogo e ringraziamenti. Un thriller tout court che riesce anche a spaziare ed aver tempo per il romanticismo, per la filosofia, per la storia, per l’antropologia e per l’introspezione etica del genere umano.

    Sognante, futurista, adrenalinico, divulgatore, emozionante: questi sono i cinque aggettivi con i quali Serafino intende descrivere il suo testo, cinque aggettivi che palesano la complessità del libro ma anche l’interesse di fondo per la conoscenza. Di seguito le risposte di Serafino ed alcuni link utili per conoscerlo meglio e per acquistare il libro. Buona lettura!

    A.M.: Non pensi che la vicenda dell’11 settembre sia un argomento un po’ troppo inflazionato per poter al giorno d’oggi creare attenzione in potenziali lettori?

    Serafino Ettore Manias: No, nel senso che chi ha letto il libro capisce sin dal primissimo istante che la storia non è concentrata su quella tragedia, piuttosto ne prende spunto per raccontare tutt’altro e molto di più.

    A.M.: Pensi che il social network Facebook possa aiutare i giovani autori?


    Serafino Ettore Manias: Facebook è stato sviluppato inizialmente per mettere in contatto studenti di due o più università, poi ci si è resi conto che stava seguendo lo stesso sviluppo ed espansione che fece arpanet all’inizio, un successo mondiale perché mette in contatto il mondo stesso, io credo che al livello pubblicitario può avere sviluppi infiniti, ma i costi di gestione al livello globale della pubblicità sono troppo alti per essere accessibili alle tasche di uno scrittore esordiente, quindi è consigliabile approfittare della rete di amici iscritti ai gruppi fondati a nome del nostro libro per promuovere il nostro “sforzo”.

    A.M.: Hai mai pensato di fare un book trailer di “In libero arbitrio”?

    Serafino Ettore Manias: Sì, anzi è già pronto e scritto, dovrei soltanto trovare un regista che leggesse il libro e lo producesse.

    A.M.: Con cinque aggettivi descrivi “In Libero arbitrio”.

    Serafino Ettore Manias: Sognante: perché le atmosfere descritte ci portano in un epoca che non ha tempo, le avventure di Mike Travis potrebbero essere esperienze che chiunque potrebbe provare.
    Futurista: perché descrive scenari che non possono appartenere alla realtà che Mike Travis conosce senza per questo cadere nella fantascienza nel senso vero della parola.
    Adrenalinico: poiché la storia stessa porta il lettore a vivere il racconto senza soste, come se si stesse guardando un film.
    Divulgatore: dato che l’enorme mole di lavoro e studio approfondito necessario per descrivere i luoghi e le atmosfere presenti nel libro, hanno richiesto circa 4 anni di duro lavoro, ed il risultato mi sembra evidente.
    Emozionante: perché l’unica molla che mi ha spinto a scrivere “In libero arbitrio”, è stata la voglia di condividere delle emozioni, in seguito le stesse che io ho provato scrivendo, le prova il lettore che si trova catapultato in una storia incredibile ma proprio perché è così incredibile, risulta alla fine plausibile.

    A.M.: Come ti trovi con la casa editrice Rupe Mutevole Edizioni?

    Serafino Ettore Manias: Per il momento bene.

    Vi lascio link per leggere un’altra intervista rilasciata:

    http://cultura.mondoraro.org/2010/06/26/intervista-di-alessia-mocci-a-serafino-ettore-manias-ed-al-suo-%E2%80%9Cin-libero-arbitrio%E2%80%9D/

    Link gruppo “In libero arbitrio”:

    http://www.facebook.com/profile.php?id=1269924906#!/group.php?gid=71014936358&ref=ts

    Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

    http://www.rupemutevoleedizioni.com/

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni

  • “Mixando la mia vita” di Fabrizio Fattori, Rupe Mutevole Edizioni

    E poi ci sono i ricordi. I dolci ricordi che si affollano nella mente e rendono meno amare le prospettive del futuro. Ti danno quella sensazione di essere parte di qualcosa, che non tutto di te andrà perduto negli anni, esiste un legame tra te e la storia umana che continua ad andare avanti, nonostante tutte le difficoltà e tutti gli inganni.”

    Fabrizio Fattori si lascia trascinare dalla malinconia nel capitolo “Età”. Ogni giorno il nostro corpo si muove, ci si sveglia, si ha un lavoro, si mangia e si hanno attimi privilegiati per immagini che provengono dal passato: i ricordi per l’appunto. Il ricordo, come sostiene l’autore, lasciano un sorriso indelebile nel presente e smorzano la tensione per il futuro.

    Mixando la mia vita”, edito nel 2010 dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Sopralerighe”, è un racconto di vita un po’ particolare, infatti è una biografia di uno dei Disk Jockey più affermati d’Italia, Fabrizio Fattori. Biografia curata da tre autori: Alessandro Spadoni, Gioia Lomasti e Marcello Lombardo. “Mixando la mia vita” consta di 96 pagine ed è suddiviso in due capitoli introduttivi con le note biografiche e la prefazione, quindici capitoli, fotografie del dj, riflessioni, conclusione e note. I capitoli sono esplicativi di un percorso instradato verso la comprensione di una passione: la musica. Assistiamo per l’appunto ad una denominazione in ascesa nella quale i titoli sono le parole esplicative del percorso, metaforizzando potremo immaginarle come cartelli stradali: “Amore e…”, “Buio”, “Chiave”, “Discoteche”, “Età”, “Futuro”, “Ispirazione”, “Locali”, “Musica”, “Natura”, “Passione”, “Rischio”, “Sport”, “Tempo”, “Unico”.

    Fabrizio Fattori nasce il 12 novembre del 1959 a Pesaro, da ragazzino si appassiona di motociclismo ma un incidente gli farà spostare il polo d’attenzione verso l’arte soave della musica. Inizia subito e non si da per vinto. Inizia da zero e con umiltà ed anche ora che è uno dei più affermati Disk Jockey d’Italia non si è dimenticato del suo esordio e di quella umiltà che gli ha fatto conoscere il suo mestiere e passione.

    Non voglio fare la morale, ne recitare la parte di chi la sa lunga. Sono consapevole che ci vuole anche fortuna. A me ad esempio, anche nelle avversità, è sempre stata concessa una via d’uscita, una possibilità di ricominciare e il mio unico pregio è quello di averla afferrata al volo. Ecco forse il segreto sta tutto qui: essere pronti.

    Fabrizio si presenta ai suoi lettori in queste pagine con una sincerità disarmante, spiega esattamente ciò che ha dovuto fare per riuscire a lavorare nel suo campo, racconta delle discoteche e locali (Lady Moon, New Club, Boomerang, Arena Club, Amnesia Club, Chicago Club, Manila, Melody Mecca, Boom Boom, Afromeeting, Cosmic Club, Big Club, Verve Club) nei quali si è esibito anche solo per una serata. Fabrizio racconta del cambiamento dei locali, delle generazioni che non sono più interessate alla musica, che non sanno neppure cos’è un “lento”, racconta della potenza di ispirazione, della classificazione della musica la quale non può essere perfettamente incentrata su un genere, racconta della perdita di un grande amico, Paolo Renzi in arte Cicciomix.

    Un bravo Disk Jockey non è solo un personaggio che sa usare i comandi della consolle e che mette dischi per farti ballare. Questo lo possono fare tutti, basta solo imparare la tecnica del mixaggio. […] Il Dj è un vero e proprio “regista” non solo per la parte musicale, ma dell’intero evento proposto.

    E Fabrizio Fattori di sicuro non sa utilizzare solo la consolle. Il Dj deve saper ascoltare, osservare, sperimentare e perseverare nella propria preparazione, essere innovativo, capire le tendenze che verranno per poterle anticipare al meglio e far divertire il suo pubblico con i ritmi che predilige quali l’afro, il pop e l’elettronica.

    Il tempo è tutto per un Disk Jockey: tempo di battuta, tempo di ingresso ed uscita di un brano, tempo giusto per cambiare ritmo, per costruire una scaletta di richieste. Sbagliare tempo significa far crollare il castello, rompere l’incantesimo, interrompere bruscamente la melodia. Tutto si ferma, ci si risveglia e non si riesce più a ricreare quella magia, quel giusto feeling con il suo pubblico.”

    Lascio link utili per visitare il sito della casa editrice e per ordinare il libro.

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    Alessia Mocci

    Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni