Voci sempre più autorevoli si levano per denunciare il fallimento di
decenni di interventi internazionali per lo sviluppo dei paesi poveri. La
denuncia, con tanto di statistiche (vedi ad es. Fredrik Erixon Aid and
Development: will it work this time?, International Policy Network 2005), è
che lo sviluppo di questi paesi è inversamente proporzionale agli aiuti
economici che ricevono. In altre parole, in questi anni, più i paesi in
via di sviluppo ricevevano assistenza per uscire dalla povertà, più la loro
economia si indeboliva. La soluzione alla povertà non sono dunque i soldi? Ma di
quale povertà e di che tipo di aiuti parliamo?
Sono di ritorno dal Sudan, dove insieme a mio marito e a 3 dei
nostri 4 figli, abbiamo trascorso 1 mese come volontari dell’associazione
Italia Solidale. Da 2 anni si vive in pace, dopo una guerra
durata 22 anni. Si parla di oltre 2 milioni di morti e 4 milioni di sfollati. A
Juba, capitale del Sud Sudan, ora si respira aria di speranza. I mercati hanno
ricominciato a pullulare di gente, i banchi sono pieni di prodotti e merci,
anche se in gran parte “made in china”. Gli arabi sono tutti ritornati al Nord e
dunque ci si muove liberamente, anche se fuori dalla città ci sono ancora enormi
zone minate e gruppi di ribelli dell’LRA (i ribelli del Nord Uganda, che in
questi mesi stanno trattando la pace col governo di Museveni proprio qui a Juba)
che fanno scorrerie, ferendo e a volte ancora uccidendo.
I sudanesi del sud vogliono riprendersi il loro paese finalmente, la loro
terra con tutte le ricchezze che possiede, ma a distanza di un anno gli occhi
delle persone mi appaiono più spenti. Rimango perplessa e cerco di capire.
Mi guardo in giro e noto per le vie malamente asfaltate della città un
intenso via vai di costosissimi fuoristrada. Mi sembrano decuplicati rispetto
allo scorso anno. Eppure la città altro non è che un agglomerato di poveri
villaggi di sfollati. Cerco di capire un po’ meglio e mi guardo intorno più
attentamente: accanto alle misere capanne, soprattutto nelle
rigogliose aree lungo il Nilo, sorgono seminascosti dalla vegetazione
eleganti comprensori, abbelliti da antenne paraboliche e larghi cartelli
agli ingressi, con i loghi delle organizzazioni (umanitarie per lo più) a cui
appartengono, scrupolosamente circondati da alte mura di cinta con
tanto di filo spinato, da cui i fuoristrada entrano ed escono. Al volante ci
sono quasi sempre africani vestiti all’occidentale, con giacca e cravatta anche
a temperature di 45 gradi. Sudano, ma fanno finta di niente e continuano a
parlare al cellulare. Gli stessi veicoli, con gli stessi vistosi loghi, sostano
spesso, all’ora di pranzo e cena, nei pressi dei pochi (costosissimi) ristoranti
della città, accanto a quelli di funzionari governativi e uomini d’affari.
Stessa scena davanti agli hotel, che chiedono minimo 100 dollari a notte. Con
questa cifra una famiglia qui va avanti 3 mesi. Comincio a capire qualcosa. La
guerra è finita, gli arabi sono andati via, ma qualcosa di più pericoloso
minaccia ora la vita delle persone.
Da 15 anni Italia Solidale aiuta i bambini e le famiglie di Juba.
Grazie a circa mille italiani con le adozioni a distanza, attraverso noi e i
nostri volontari del posto (sia suore che laici), sono state alleviate le
sofferenze terribili di questa gente, prigioniera durante la guerra in questa
città, roccaforte del governo di Khartoum. Con toccanti testimonianze
ci dicono che abbiamo rappresentato per loro in questi anni la salvezza. Il cibo
era scarso e costosissimo, era proibito allontanarsi dalla città anche se solo
per coltivare, le vessazioni erano continue, senza di noi non ce l’avrebbero
fatta e i loro bambini sarebbero morti o finiti sulla strada. Ora che la guerra
è finita siamo contenti di poterli accompagnare verso una sussistenza completa
della loro vita. Non è facile eppure è necessario.
Il nostro lavoro è quello di aiutarli a guarire le violenze
subite nell’anima anzitutto, che non sono solo quelle causate dalla
guerra. In questo mese trascorso con loro, tanti si sono aperti con noi
sulla mancanza di rispetto e amore che vivono nelle loro stesse famiglie, col
marito o la moglie. Violenze che si riversano anche sui bambini. Questo alimenta
poi l’alcolismo, la prostituzione, il disinteresse verso il sostentamento della
famiglia e l’educazione dei figli, e fa anche sì che le famiglie si isolino e
non facciano più comunità tra loro. La disperazione porta alcuni di loro ad
abbandonare la famiglia, alcuni arrivano alla pazzia o al suicidio. La povertà
non solo rimane, ma si spoglia di ogni dignità, diventa miseria. E’ il rischio
di questa gente. Ma un rischio maggiore è che si imputi la loro sofferenza
esclusivamente alla povertà materiale e che si guardi quindi con grandi
aspettative all’occidente, agli aiuti internazionali, agli interventi delle
economie forti. La dipendenza e la frustrazione sono in agguato: dipendenza dal
denaro, dal potere, dalle strutture, dalle organizzazioni, dalle multinazionali,
da culture lontane da Dio e dagli uomini, le stesse che nei paesi cosiddetti
“ricchi” da anni mietono vittime (basti pensare alla depressione che colpisce
oggi 340 milioni di persone in maggioranza
nell’Occidente, vera povertà umana!).
Siamo qui a condividere con le famiglie dei bambini adottati a
distanza e i nostri volontari una cultura di sviluppo di vita e missione che li
aiuti a sanare tutte le loro ferite, nel rispetto della loro meravigliosa natura
e cultura. “Un nuovo sapere e un nuovo potere”
attraverso cui avere coscienza dei mali reali da curare, quelli causati dal non
amore e dal non rispetto, che colpiscono l’anima anzitutto, e condizionano poi
la sessualità, ammalano i nervi e il corpo e ottenebrano la mente. Su questi
mali è necessario un grande cammino personale e una grande forza, e l’esperienza
di questa proposta, presente oggi in 91 missioni in tutto il mondo oltre che in
Italia, è che in Cristo è possibile sanare tutte queste forze personali
dell’Albero della Vita e arrivare a ben amare e ben lavorare, ad essere cioè
persone mature che formino famiglie mature, che a loro volta vivano in comunità
mature. E’ questa la preparazione che facciamo prima di passare ai
“prestiti solidali”, e solo così l’aiuto economico è efficace e
porta le famiglie e le comunità ad avviare con successo piccole attività per la
loro sussistenza. Il prestito restituito nei modi e nei tempi da loro stessi
stabiliti, è man mano destinato ad allargare la solidarietà ad altre famiglie
bisognose. Da queste famiglie che vivono l’amore, la sussistenza e la missione
potranno maturare vere vocazioni per una Chiesa veramente viva ed
ecumenica. E per far questo non occorrono fuoristrada e comode
sedi…
Ora dunque la vera sfida per la gente del Sudan, e per noi che la
sosteniamo, è far sì che la loro vita, violentata dalla guerra, non sia
mortificata dall’assistenza, che le loro forze, soffocate da anni di sofferenza,
non siano oggi frustrate da aiuti esterni irrispettosi e invadenti.
E’ una sfida che oggi possiamo vincere. Aiutateci anche
voi che leggete questo articolo! Unitevi a noi di Italia Solidale con
un’adozione a distanza, ci aiuterete a salvare realmente la vita di questi
bambini e delle loro famiglie.
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