Nei giorni scorsi si è tenuto a Crema, presso la sede della Confederazione nazionale Sistema Commercio e Impresa un incontro tra i vertici dell’organizzazione datoriale ed alcuni esponenti degli organismi di conciliazione italiani; l’incontro è stato vivacizzato in particolare dal Presidente Confederale, Dott. Berlino Tazza, dal Dott. Gerardo Scarpone, Manager Network di Concilium Italia (il primo network di conciliazione italiano) e dal Dott. Matteo Pariscenti (responsabile locale di Fosviter Conciliazione).
L’oggetto dell’incontro è stata la valutazione in merito ad un class action verso l’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia a seguito della sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, per eccesso di delega legislativa dell’obbligatorietà della mediazione.
Il Presidente Dott. Berlino Tazza, a tal proposito afferma: “trattasi di una pronuncia inattesa, che istintivamente spiazza coloro i quali hanno sempre creduto nella mediazione e che hanno perseguito con convinzione un progetto di riforma della Giustizia italiana finalizzata a creare un’opportunità alle imprese per avere costi ridotti, tempi brevi e snellezza burocratica nella risoluzione di eventuali controversie. L’introduzione dell’istituto della mediazione aveva reso l’Italia in linea con le Direttive dell’Unione Europea, ma non solo: il nostro Paese era stato identificato quale possibile modello da seguire anche da Arlene McCarthy, Relatore della Direttiva sulla Mediazione, in un recente intervento al Parlamento Europeo”.
In questo momento congiunturale, afferma il Dott. Scarpone, si ritiene di essere stati lesi e indotti dal Ministero della Giustizia, anche per il tramite di pubblicità sulle reti televisive di Stato, ad impegnarsi in un istituto che è stato successivamente disinnescato nel suo potenziale. Infatti circa mille Organismi di Conciliazione hanno investito tempo e denaro al fine di strutturare un’organizzazione di mezzi e persone che potessero offrire un servizio di interesse pubblico concreto e oltre quarantamila mediatori hanno intrapreso, a proprie spese, un percorso professionale alternativo che garantisse procedure serie, professionali e riservate che mirassero all’esclusivo interesse dei cittadini. I dati raccolti fino a oggi hanno dimostrato grandi e vantaggiosi risultati per lo Stato e per il settore della Giustizia, da anni appesantito dagli infiniti processi promossi e pendenti. La pronuncia della Corte Costituzionale provocherà tout court la perdita del posto di lavoro di tutti coloro che operano in tali organismi e l’impossibilità di operare e quindi di guadagnare per i mediatori formati.
Purtroppo, contrariamente a quanti ottimisticamente sostengono che la mediazione proseguirà senza flessioni il suo corso anche senza l’obbligatorietà, facendo tesoro di fantasticate esperienze straniere in cui la mediazione volontaria è lo strumento ordinario utilizzato per la risoluzione delle controversie, vi è la consapevolezza del fatto che ad oggi, senza un’adeguata “educazione” alla mediazione, risulta difficile immaginare una rapida diffusione dell’istituto. La conseguenza sarà che le cause civili saranno sempre più lunghe (ora la durata media varia dai sette ai nove anni) e costose considerando poi che la Banca Mondiale, nel fresco rapporto Doing Business 2012, colloca il nostro Paese su 183 Stati al gradino 158 (il metro è la sentenza – standard che punisce l’inadempimento di un contratto).
Pertanto la Confederazione SISTEMA COMMERCIO E IMPRESA e CONCILIUM ITALIA insieme ad un numero assai considerevole di organismi di conciliazione stanno vagliando l’ipotesi di attivare una class action anche al fine di indurre il legislatore italiano alla reintroduzione della mediazione obbligatoria visto che ciò sarebbe del tutto in linea con la legislazione europea, come sottolineato dalla Corte nella pronuncia stessa, e né si potrebbe sollevare con qualche fondamento giuridico questione di costituzionalità, salvo a volere contro ogni logica e ragionevolezza ritenere che la nostra Carta Costituzionale sia confliggente ed incompatibile con siffatta normativa europea. L’art. 76 della Costituzione, infatti, prevede che il Governo possa emanare questo tipo di decreto su delega del Parlamento, secondo determinati principi e criteri direttivi.
Dott. Matteo Pariscenti
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