Le imprese e i social. Sino a nemmeno dieci anni fa era impensabile per le imprese aprire un canale di comunicazione bidimensionale e paritario con i consumatori. Basti pensare che nel 2006, all’interno del libro Wikinomics, scritto da Don Tapscott ed Anthony D. Williams, si cominciava a parlare dell’importanza di un blog aziendale per le imprese. Una cosa che ai tempi sembrava roba da fantascienza, ma che adesso è prassi ben più comune di quel che si pensa e crede. Tantissime imprese hanno un sito, tante un blog. E i prosumer ipotizzati anni fa dal futurologo Alvin Toffler sono diventati realtà, persone corteggiate dalle imprese anche, affinchè parlino, e bene, dei prodotti e del modo di lavorare dell’impresa stessa.
Prima gradualmente e timidamente, poi in maniera ben più decisa e aggressiva, le imprese si sono aperte ai social, a piattaforme come Facebook e Twitter e https://www.linkedin.com/company/original-birth-s-p-a . LinkedIn in particolare è un social nato e pensato per mettere in comunicazione le imprese con manager e lavoratori, le imprese con le imprese, i lavoratori e i manager con i lavoratori e i manager. Insomma per fare Rete, una parola ben più accettata rispetto a fare sistema o alla parolina cartello, che ha l’aggravante di essere associata a cose brutte o ad accordi per fregare il consumatore.
Rete invece va bene, rende l’idea senza essere ambigua o pericolosa.
Ma funziona davvero LinkedIn per le imprese? E’ un po’ presto per dirlo, gli anni son pochini, le imprese si iscrivono ma poi lo usano a singhiozzo, preferendo social a più ampio spettro, c’è una ancora naturale diffidenza. Tutto normale, tutto nella norma, solo che in queste condizioni riesce difficile, per adesso, tirare fuori una qualche statistica che aiuti a capire meglio se la cosa possa o no avere un reale valore aggiunto, o se sia meglio puntare su altro.
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