Investment banking, segni di risveglio? a cura del team editoriale di eFinancialCareers.it

Arrivano segnali contrastanti dall’investment banking italiano. Mentre molte banche, specie i grandi gruppi esteri, stanno tagliando la loro attività a causa della gelata creditizia e delle previsioni di recessione per la zona euro (in Italia è già recessione), qualche boutique e casa d’investimenti si muove nel senso opposto.
È il caso di Equita Sim, la società d’intermediazione controllata dal fondo di private equity statunitense J.C. Flowers & Co., che sfidando la crisi questa settimana ha annunciato di volersi espandere in Italia e di essere alla ricerca di una decina di banker.
Non sarà la prima né l’ultima società ad investire quando il mercato è allo stremo. Ma nella foresta pietrificata della finanza italiana la mossa dell’ex sim Euromobiliare è un messaggio di speranza per tanti investment banker italiani – molti rientrati da Londra per il terremoto della crisi – in cerca di una boccata d’ossigeno. Non a caso, è sul comparto small business che sembrano concentrarsi gli sforzi attuali di Equita: in particolare l’amministratore delegato Perilli sembra puntare sull’appeal di una casa d’investimenti indipendente nei confronti delle aziende in cerca di advisory e sulla copertura delle aziende medio-piccole, a volte trascurate dai colossi dell’investment banking.
Il responsabile investment banking di Equita, Andrea Vismara, durante la presentazione della nuova sim ha previsto che aziende italiane possano riaffacciarsi sul mercato delle IPO nel secondo semestre del 2009, anche se saranno dirette agli investitori istituzionali piuttosto che al retail: “Torneranno le operazioni pensate per gli istituzionali e questo farà emergere i mercati pensati per questi investitori come Aim Italia, promosso di recente da Borsa Italiana”.
Per attività come l’advisory per fusioni e acquisizioni e il private equity sono lontani i grandi deal telefonici o bancari, con Alitalia a dominare la scena fra le difficoltà e le mille implicazioni politiche che poco hanno a che fare con i numeri. Per contro, tanti recruiter segnalano una buona attività di selezione volta a rafforzare la presenza nel settore delle piccole e medie imprese, che del resto, in questa fase di “bassa” del mercato, sono quanto mai attraenti dal punto di vista del prezzo.
“Il trend generale, a livello globale, è quello di un rallentamento, con meno posizioni richieste rispetto allo scorso anno”, racconta Pia Sgualdino, responsabile area Banking di Michael Page. “Ma rimane costante un’attività di nicchia per le società piccole”. La pensa così anche Carlo Caporale, responsabile financial services di Robert Half: “nell’investment banking – dice – chi ha relazioni con le imprese a piccola e media capitalizzazione sta andando molto meglio di chi fa i grandi deal. Stesso discorso nel private equity, ora tutto volto verso le imprese piccole e medie”.

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