Categoria: Economia e Finanza

  • Malusà / Formiche: Le strategie di comunicazione elettorale nella crisi della politica

    Da molte elezioni si registra un costante abbandono di questi “fondamentali” che hanno lasciato il passo quasi sempre alla mediocre creatività di pubblicitari di basso profilo (quando non è lo stesso candidato a cimentarsi nella scelta dello slogan e dell’immagine) che interpretano il loro ruolo esclusivamente in una chiave emozionale attraverso l’utilizzo di immagini e di frasi ad effetto. Esempi, nomi, cognomi e partiti. Umberto Malusà su Formiche.net.

    Le nostre città cominciano a riempirsi dei manifesti elettorali e, fra poco, è presumibile che anche le televisioni private saranno invase dai messaggi elettorali dei candidati, a meno che il clima del Paese non induca a un salutare taglio di questi investimenti.

    Chiediamoci da un punto di vista tecnico a cosa servono questi momenti e strumenti di comunicazione: la risposta è a informare e a motivare verso una scelta.

    1. Innanzi tutto informano che Mario Rossi è candidato in una determinata lista
    2. Dovrebbero aiutare a identificare Mario Rossi, al di là della foto: chi è, cosa fa, ma soprattutto quali contenuti propone…
    3. Dovrebbero contenere un messaggio che aiuti l’elettore a scegliere quel candidato facendo riferimento ai suoi valori e al programma cui aderisce.

    Da molte elezioni a questa parte dobbiamo registrare un costante abbandono di questi “fondamentali” che hanno lasciato il passo quasi sempre alla mediocre creatività di pubblicitari di basso profilo (quando non è lo stesso candidato a cimentarsi nella scelta dello slogan e dell’immagine) che interpretano il loro ruolo esclusivamente in una chiave emozionale attraverso l’utilizzo di immagini e di frasi ad effetto, ispirate dal mondo pubblicitario, prive di logica che, il più delle volte, colpiscono essenzialmente per l’effetto ilare che generano.

    A quanto abbiamo visto fino ad oggi anche la presente campagna non si discosta dalle precedenti. Abbiamo letto frasi come: “A viso aperto“; “Noi siamo noi“ (?!?); “Cambiamo tutto” e così via, abbinate a foto “artistiche” copiate, come stile, dai rotocalchi generalisti.

    Ma anche le campagne dei leader e dei raggruppamenti più importanti non si discostano da questo “stile”: andiamo da “Noi difendiamo i deboli“ dell’Udc a “L’Italia che sale” della lista Monti, al discusso “Italia Giusta” di Bersani, a “Benvenuta sinistra” di Vendola.

    Se escludiamo “Sfida il futuro senza paura” della Meloni, che dà un orizzonte temporale abbinato a un contenuto emotivo individuale (e quindi adatto alla percezione dell’elettore) ma che si concretizza nel gruppo di riferimento (Fratelli d’Italia, gruppo politico ma anche identificativo del Paese), le altre frasi appaiono molto piatte e statiche.

    Ha ragione Oscar Giannino quando giorni fa lamentava che la campagna elettorale era ritornata alla contrapposizione in trincea. Si sono persi per strada programmi e contenuti, ma soprattutto valori anche ideologici di riferimento che consentirebbero di illustrare per quale società e quale domani dobbiamo lavorare e sacrificarci per consegnarla ai nostri figli e nipoti.

    Resta una frase vuota che indica un’azione ed un significato neanche tanto coinvolgente. Merita attenzione, ad esempio, la frase “Italia giusta” abbinata al Partito Democratico. Essa presuppone che al di fuori di quella componente ci sia un Italia ingiusta. Ma si fatica a percepire quali siano le variabili del giusto o dell’ingiusto ed inevitabilmente si identifica l’ingiustizia nell’avversario politico e quindi ancora una volta non si sceglie sulla base di progetti diversi ma sullo scontro fra leader.

    Da questo punto di vista, se non intervengono fattori nuovi, il più probabile vincitore è il Cavaliere che, su questo terreno, è imbattibile.

    FONTE: Formiche

  • Briamonte: ‘C’e’ il Paschi di ieri e quello di oggi”, orientato al futuro

    “C’è il Paschi di ieri e quello di oggi”. Lo ha affermato Michele Briamonte, consigliere Mps di recente nomina. Secondo Briamonte ”Mps è una banca stabile e in pieno rilancio”. L’avvocato esprime ”grande fiducia” nel Monte, convinto che gli accertamenti in corso siano fatti con ”grande serietà e celerità”’ e che il ”nuovo Paschi” abbia ”tutto l’interesse a cooperare con le autorità per la miglior chiarezza e trasparenza”.

    B.Mps: Briamonte, quello di oggi è un Paschi nuovo focalizzato su futuro

    “C’è il Paschi di ieri e quello di oggi”. Lo ha affermato Michele Briamonte, titolare dello Studio Grande Stevens e consigliere di Mps di recente nomina, circa le vicende che hanno messo la banca senese sotto i riflettori della cronaca finanziaria, precisando che “a Siena il cambiamento è iniziato con l’arrivo di Profumo e Viola e il rinnovo del Cda. Un board unito e focalizzato sul futuro”.

    “Chi vuole tutelare i risparmiatori eviti strumentalizzazioni da campagna elettorale”, ha aggiunto il consigliere, sottolineando che “B.Mps è una banca stabile e in pieno rilancio”.

    Briamonte esprime poi “grande fiducia” nel Monte e si dice convinto che gli accertamenti in corso siano fatti con “grande serietà e celerità’” e che il “nuovo Paschi” abbia “tutto l’interesse a cooperare con le autorità per la miglior chiarezza e trasparenza”.

    “I Monti bond”, ha concluso Briamonte, “sono un prestito su cui si pagano interessi importanti, com’è giusto e normale nel rispetto del grande sforzo fatto da tutti. Non si tratta in ogni caso di una
    donazione”. Il consigliere afferma infine di essere in sintonia con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nell’esprimere “piena fiducia” nell’operato di Bankitalia.

    FONTE: Milano Finanza

    Mps: Briamonte, quella di oggi è banca nuova

    ”C’è il Paschi di ieri e quello di oggi”. Lo afferma Michele Briamonte, titolare dello Studio Grande Stevens e consigliere di Mps, circa le vicende che hanno messo la banca senese sotto i riflettori della cronaca finanziaria.

    ”A Siena il cambiamento è iniziato con l’arrivo di Profumo e Viola e il rinnovo del cda. Un board unito e focalizzato sul futuro”, aggiunge Briamonte, sottolineando che ”chi vuole tutelare i risparmiatori eviti strumentalizzazioni da campagna elettorale”.

    Secondo l’avvocato torinese, arrivato come indipendente a Siena, ”Mps è una banca stabile e in pieno rilancio”.

    Briamonte, che esprime ”grande fiducia” nel Monte, si dice convinto che gli accertamenti in corso siano fatti con ”grande serietà e celerità”’ e che il ”nuovo Paschi” abbia ”tutto l’interesse a cooperare con le autorità per la miglior chiarezza e trasparenza”.

    Briamonte, infine, ricorda che ”i Monti bond sono un prestito su cui si pagano interessi importanti, com’è giusto e normale nel rispetto del grande sforzo fatto da tutti. Non si tratta in ogni caso di una donazione”. E si dice in sintonia con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nell’esprimere ”piena fiducia” nell’operato di Bankitalia.

    FONTE: Ansa

  • Sostenibilità: Flavio Cattaneo, Terna società elettrica italiana nella Gold Class

    World Economic Forum, Terna tra i “sustainability leaders”, unica società elettrica italiana presente nella Gold Class, la classifica mondiale della sostenibilità. Questo l’esito del RobecoSAM, Sustainability Yearbook 2013, presentato al World Economic Forum Annual Meeting di Davos, che posiziona Terna sul podio del settore Electricity. Una conferma di prestigio per la società guidata da Flavio Cattaneo, che rispecchia il continuo impegno della società per un approccio sostenibile.

    Terna: unica società elettrica italiana in classifica sostenibilità

    Quest’anno nella Gold Class solo 67 aziende nel mondo

    Terna è l’unica società elettrica italiana presente nella Gold Class, il Gotha mondiale della sostenibilità. Questo l’esito del RobecoSAM, Sustainability Yearbook 2013, presentato al World Economic Forum Annual Meeting di Davos, che posiziona Terna sul podio del settore Electricity guidato da Iberdrola. Con questo risultato l’azienda ottiene per il secondo anno consecutivo la Gold Class, in cui rientrano quest’anno solo 67 aziende al mondo, collocandosi così ai vertici del settore davanti a prestigiose società come Red Electrica de Espana (Spagna), E.On AG (Germania), GDF Suez S.A. (Francia). Terna, già Bronze Class nel 2010 e Silver Class nel 2011, è per il quarto anno consecutivo tra i ”sustainability leaders”. RobecoSAM ha valutato quest’anno oltre 2000 società, appartenenti a 58 settori diversi, selezionando quelle più performanti per le politiche di sostenibilità. ”Una conferma della solidità di Terna – sottolinea la società – che da sempre persegue i propri obiettivi di business attraverso un approccio sostenibile”

    FONTE: Il Velino

    Terna: unica società elettrica italiana in classifica sostenibilità

    Terna è l’unica società elettrica italiana presente nella Gold Class, la classifica mondiale della sostenibilità. Questo l’esito del RobecoSam, Sustainability Yearbook 2013, presentato al World Economic Forum Annual Meeting in corso a Davos, che posiziona Terna sul podio del settore Electricity guidato da Iberdrola.

    Con questo risultato, afferma una nota, l’azienda guidata da Flavio Cattaneo ottiene per il secondo anno consecutivo la Gold Class, in cui rientrano quest’anno solo 67 aziende al mondo, collocandosi così ai vertici del settore davanti a prestigiose società come Red Electrica de Espana (Spagna), E.On Ag (Germania), GdF Suez S.a. (Francia). Terna, già Bronze Class nel 2010 e Silver Class nel 2011, è per il quarto anno consecutivo tra i “sustainability leaders”.

    FONTE: Corriere

    Terna per il secondo anno consecutivo ottiene Gold Class

    Terna è l’unica società elettrica italiana presente nella Gold Class, il Gotha mondiale della sostenibilità. Questo l’esito del RobecoSAM, Sustainability Yearbook 2013, presentato al World Economic Forum Annual Meeting in corso a Davos, che posiziona Terna sul podio del settore Electricity guidato da Iberdrola. Con questo risultato l’azienda guidata da Flavio Cattaneo ottiene per il secondo anno consecutivo la Gold Class, in cui rientrano quest’anno solo 67 aziende al mondo, collocandosi così ai vertici del settore davanti a prestigiose società come Red Electrica de España (Spagna), E.On AG (Germania), GDF Suez S.A. (Francia). Terna, già Bronze Class nel 2010 e Silver Class nel 2011, è per il quarto anno consecutivo tra i ‘sustainability leaders’. Un riconoscimento di prestigio per la spa dell’alta tensione considerato che RobecoSAM ha valutato quest’anno oltre 2000 società, appartenenti a ben 58 settori diversi, selezionando quelle più performanti per le politiche di sostenibilità. Una conferma, si legge nella nota, ”della solidità di Terna che da sempre persegue i propri obiettivi di business attraverso un approccio sostenibile”. RobecoSAM, è l’agenzia internazionale di rating che effettua lo screening delle aziende valutandone la possibilità di accesso, di permanenza o l’esclusione dagli indici Dow Jones Sustainability in base ad un’analisi etica che esamina una review delle principali controversie e la verifica di conformità a severi criteri di performance economica, ambientale e sociale. Il continuo miglioramento delle proprie performance Esg (Environmental, Social, Governance) è valso a Terna nel tempo una costante crescita delle valutazioni nei rating di sostenibilità, l’apprezzamento degli investitori socialmente responsabili e l’inclusione nei principali indici borsistici internazionali di sostenibilità quali il Dow Jones Sustainability (World e Europe), Stoxx Global Esg, Ftse4Good (Global e Europe), Ecpi, Ftse Ecpi; Msci, Aspi Eurozone, Ethibel e Axia.

    FONTE: Il Tempo

  • Certificazione energetica: solo il 53% degli immobili in vendita è in regola

    Dal primo gennaio 2012 l’obbligo della certificazione energetica degli edifici in vendita o in affitto è legge anche in Italia, ma secondo un’analisi di Immobiliare.it (www.immobiliare.it), sito leader del settore con oltre 800.000 annunci disponibili ogni giorno, ad un anno dall’entrata in vigore della norma solo il 53% degli annunci di vendita e appena il 37% di quelli in affitto è in regola. L’attestato di classificazione energetica (ACE) è uno strumento di trasparenza molto importante per il consumatore perché offre la possibilità di conoscere, prima ancora di acquistare l’immobile, quanto incideranno i consumi energetici nella gestione dell’immobile, ma purtroppo in pochi lo sanno.

    «Quello che emerge dalla nostra indagine, – spiega Carlo Giordano, Amministratore Delegato di Immobiliare.itè che per evitare i costi della perizia, sovente si ricorre ad un’autocertificazione in classe G, pratica peraltro non legalmente valida né consentita, con l’intento di classificare realmente l’immobile solo all’atto del rogito; questo è espressione di una forte resistenza da parte dei proprietari che, scoraggiati dai lunghi tempi di vendita, sono disposti a spendere solo dopo aver trovato l’acquirente.»

    Le parole di Giordano trovano conferma nei numeri: sugli oltre 60.000 annunci in mano ai privati presi in considerazione nell’analisi, solo l’11% ha una certificazione valida. La percentuale sale al 46% per gli annunci gestiti da agenzie immobiliari indipendenti, al 58% per quelli gestiti da intermediari affiliati a grandi gruppi (dotati di sistemi di certificazione dalle sedi centrali) e addirittura al 97% per quelli proposti direttamente dai costruttori per i quali, però, la certificazione energetica è un obbligo fin dalla fase progettuale.

    L’ACE viene redatto a seguito dell’analisi degli indici di prestazione energetica del sistema di raffrescamento, di riscaldamento e di produzione di acqua dell’immobile: in breve, un edificio classificato in buona classe energetica (A+, A e B) avrà elevata efficienza energetica e consumi più bassi, uno in classe G sarà molto più inquinante e comporta costi di gestione più alti. Secondo una stima del Ministero dello Sviluppo Economico, agli immobili presenti in Italia va imputato all’incirca il 35% dell’inquinamento prodotto nel Paese: questo perché 7 edifici su 10 sono stati realizzati prima del 1976, anno in cui fu firmata la prima legge sull’efficienza energetica. Il dato, da solo, prova lo stato di arretratezza dei nostri edifici: considerando solamente gli immobili provvisti di ACE, appena il 30% si trova nelle tre migliori classi energetiche.

    Scorrendo i numeri dell’analisi di Immobiliare.it si vede come la percentuale di annunci con certificazione valida sia molto diversa da Nord a Sud. Il Trentino Alto Adige, da sempre molto attento alle tematiche green, può vantare ben l’80% di unità immobiliari certificate; a seguire si trovano il Veneto (62%), la Valle d’Aosta (58%) e la Lombardia (57%); agli ultimi posti di questa classifica la Puglia (24%), la Sicilia (23%) e la Basilicata, dove hanno un documento valido di attestazione dei consumi appena il 19% delle proposte.

    «Se guardiamo alla domanda – continua Giordano – si notano alcune incongruenze. Il 24% di cerca un immobile in vendita o affitto lo fa filtrando gli annunci in base alla classe energetica, ma spesso le attese non sono corrispondenti alla realtà italiana. Il 59% dei potenziali acquirenti limita la sua ricerca agli immobili di classe A o superiore, ma nel nostro Paese la maggior parte delle case hanno una certificazione energetica compresa fra la D e la F.»

    Infine una nota: già prima dell’estate 2012 gli annunci con classificazione regolare erano arrivati al 45%; da allora l’incremento è stato molto lento. Fin troppo semplice ipotizzare che questo sia legato all’assenza di una reale spinta a esibire il certificato, la cui mancanza, ad oggi, praticamente non viene sanzionata.

  • Come non pagare il bollo proporzionale

    Il decreto “Salva-Italia” del dicembre 2011 ha introdotto importanti cambiamenti riguardo l’applicazione dell’imposta di bollo sui conti correnti e i prodotti finanziari. In particolare il legislatore ha stabilito l’esenzione dell’onere del bollo per i conti correnti con giacenza media annua inferiore a 5000 euro.
    Contribuiscono a determinare il calcolo della giacenza media, il saldo di tutti i conti detenuti dal medesimo intestatario presso lo stesso istituto di credito; per cui se si dispongono più conti correnti, presso la stessa banca, e ciascuno non raggiunge la soglia minima di 5000 euro, il bollo va comunque pagato se cumulativamente il saldo dei conti supera il livello minimo previsto per l’esenzione.
    Sugli altri strumenti di risparmio (obbligazioni, azioni, Etf, derivati, fondi investimento, pronti contro termine, polizze vita, buoni postali e conti deposito etc) si applica un’imposta proporzionale al valore di mercato dei prodotti finanziari. Nel 2013, l’aliquota è salita dallo 0.10% allo 0.15%, con una soglia minima pari a 34,20 euro. Ciò comporta una significativa distorsione del principio di equità in quanto il possessore di un conto deposito del valore di 5000 euro pagherà 34.20 euro (e non 7.5€, pari allo 0.15% di 5000€). Questo meccanismo è, quindi, molto penalizzante per i depositi che non superano la soglia di 22.800 euro.
    Ai fini della determinazione dell’imposta di bollo è essenziale stabilire il periodo di rendicontazione, in generale il periodo di riferimento per il calcolo dell’imposta è l’anno civile, tuttavia se le rendicontazioni sono periodiche, per i rapporti avviati o estinti nello stesso anno, l’imposta deve essere parametrata ai giorni del periodo rendicontato: per intenderci se si apre un conto depositato della durata di 30 giorni del valore di 10000 euro, l’imposta da pagare, che in questo caso è il valore mimino di 34.20, fa riferimento ai 30 giorni, quindi sarà pari a 2.80 euro.
    Questo è vero se, una volta raggiunta la scadenza del deposito, si procede subito a chiudere il rapporto, in caso alternativo, anche se si provvede ad azzerare il saldo del conto, ma non alla chiusura, il bollo dovrà essere pagato per l’ intero periodo di rendicontazione, nel caso portato ad esempio quindi si pagherà l’intero importo di 34.20 euro. Secondo la normativa, esiste solo una condizione, al verificarsi della quale il bollo sul conto deposito (e sugli altri prodotti finanziari) non va pagato, e cioè quando il deposito è a saldo zero e non sia stato oggetto di movimentazioni per tutto il periodo di rendicontazione.
    I risparmiatori che intendono sottrarsi al pagamento del bollo proporzionale, possono affidare i propri risparmi alle banche che, per politiche di marketing, si fanno carico dell’imposta. Quelle che si accollano l’onere per il 2013 sono: Rendimax, Contomax, Ibl banca, SiConto, You Banking, BccForWeb.
    In alternativa è possibile rivolgersi a quegli istituti (come WeBank, IWbank, Unipol banca) che condizionano l’attivazione di un conto deposito all’apertura di un conto corrente; così facendo il cliente è affrancato dal pagare il bollo proporzionale, ma è tenuto solo a corrispondere il bollo di 34.2€ per la tenuta del conto corrente.

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  • I derivati sono il male assoluto?

    Negli ultimi giorni si è aperto un demagogico e semplicistico dibattito sulla regolamentazione dei derivati; i principali commentatori non hanno fatto alcuna distinzione tra derivati regolamentati quotati sulle Borse ufficiali, necessari per la liquidità e stabilità del sistema, da quelli “tossici” spesso frutto di una finanza creativa e pericolosa, come i famosi Alexandria utilizzati con spregiudicatezza in passato dai vertici di MPS. Si è detto che il varo della Tobin Tax riuscirà ad evitare in futuro questi atteggiamenti spericolati, ma in realtà non farà che penalizzare il mercato finanziario italiano rendendolo ancora meno attraente. Ricordo che dal 1° Luglio 2013 la Tobin Tax riguarderà anche i derivati con sottostante indici o azioni italiane: Future, Cw, opzioni, certificati, Cfd ecc. A differenza delle azioni, la tassa graverà sia per le operazioni multiday che intraday fatte con derivati italiani ed inoltre colpirà sia il compratore che il venditore. Sui derivati il regime cambia: si passa dalla aliquota percentuale sulle azioni a una tariffa fissa; la tariffa dipende dal tipo di strumento e dal valore del contratto. Se ad esempio si acquista un Ftse Mib Future ai prezzi attuali (17.700 punti) l’importo dovuto sarà di 0.2€ in acquisto e 0.2€ in vendita. Da una simulazione sul sito www.tobin-tax.it emerge come l’imposta sui derivati è meno gravosa rispetto a quella sulle azioni ad alta capitalizzazione: basti pensare che un operatore che ogni giorno esegue 5 operazioni sul Ftse Mib Future ai valori attuali pagherà 528 euro all’anno di Tobin Tax. La Tobin Tax italiana non porterà, quindi, il miliardo di gettito previstosopratutto perchè esclude i derivati su indici e azioni estere così come il Forex, i derivati su tassi di interesse e quelli su materie prime. Questo potrebbe penalizzare in maniera consistente i derivati italiani riducendo in maniera significativa la liquidità del mercato locale in quanto l’investitore potrebbe spostarsi verso derivati esteri molto liquidi (come il Dax, l’Eurostoxx e il Bund) che sono totalmente esentati dall’imposta.

    Pietro Di Lorenzo – Fondatore www.sostrader.it www.contosulconto.it www.maidireborsa.it www.tobin-tax.it
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    Buy&Sell: Cosa comprare e cosa vendere:

    Piazza Affari chiude in frazionale ribasso (FTSE Italia All-Share -0.21%) In evidenza sul FTSE MIB i rialzi di: Banca Monte Paschi Siena 0,2598 +11,36% Stmicroelectronics 6,415 +3,97% Exor 22,25 +2,91% Autogrill 9,22 +1,65% Azimut Holding 12,71 +1,6%. Fra i titoli negativi: Pirelli & C 9,225 -3,3% Saipem 31,49 -2,69% Diasorin 28,42 -1,52% Mediaset 1,962 -1,26% Tenaris 15,74 -1,25%


    La borsa di Milano archivia la settimana in rialzo: FTSE Italia All-Share (Variazione ultimi 5 giorni +0.932% Variazione ultimo anno +11.455%) FTSE MIB (Variazione ultimi 5 giorni +0.984% Variazione ultimo anno +11.91%) FTSE Italia STAR (Variazione ultimi 5 giorni +0.97% Variazione ultimo anno +17.943%). Fra i titoli maggiori si mettono in evidenza: Exor (+8.06%) Fiat Industrial (+6.09%) Unicredit (+5.7%) Prysmian (+4.7%) Autogrill (+4.54%). In rosso invece: Mps (-12.05%) Telecom (-5.36%) Mediaset (-2.78%) Popolare Milano (-1.95%) Ubi (-1.72%). I 5 titoli del Footse Mib con maggiori rialzi da inizio anno sono: Mediaset +26,09% Unicredit +26,07% Fiat +21,79% Banco Popolare +20,19% Stmicroelectronics +20,02%. I 5 titoli più deboli: Diasorin -6,14% Atlantia -1,61%

    Passando ad un quadro tecnico generale del mercato, il FTSE MIB disegna una doji candle che testa la resistenza passante in area 17.750 punti, senza riuscire a scavalcarla in chiusura. Il quadro grafico rialzista di breve è ancora ben integro, con l’indice italiano che archivia la sesta settimana positiva nelle ultime 7, ma è evidente nelle ultime 2 ottave una perdita di forza rispetto ai principali mercati europei e Usa che si portano sui massimi da Dicembre 2007 conS&P500 sopra la soglia psicologica dei 1.500 punti. Il caso Mps ha in parte zavorrato i titoli bancari che comunque si avviano a chiudere un mese di Gennaio trionfale: Unicredit +26.07%, Banco Popolare +20.19%, Pop Emilia +18.55% ecc. Graficamente il FTSE MIB sta consolidando da 12 sedute all’interno di uno stretto trading range in cui tutti i prezzi di apertura e chiusura sono compresi in una area di circa 500 punti fra area 17.300 e 17.800. Solo la fuoriuscita dei prezzi da questo box sarà in grado di innescare un nuovo movimento direzionale che indicherà l’orientamento della prima parte di Febbraio. Operativamente deteniamo in portafoglio un titolo del settore lusso a cui lunedì proveremo ad affiancare un titolo assicurativo che dopo un breve consolidamento potrebbe nuovamente strappare al rialzo. Per consultare l’ultimo video didattico pubblicato http://www.youtube.com/watch?v=sgB_zczBhFw

    Hit List Dynamic Recommendation Analysis:

    Exor

    Tod’s

    Mediolanum

    Gemina

    Danieli & C.

    Buzzi Unicem

    Credito Valtellinese

    Recordati

    LandiRenzo

    Lottomatica

    Top five threads:

    Le 5 discussioni più “hot” della settimana sul nostro Forum:

    1 344,16€ di profitto su Tenaris

    2 Scandalo Mps

    3 Come non pagare ma mini-patrimoniale

    4 Trova i migliori Conti deposito

    5 La Tobin Tax non è democratica

  • Le botteghe fiorentine dove si stampa la storia

    Sono una decina circa quelle che si trovano al quartiere 1 di Firenze, nel pieno del cuore del centro storico della città, alcune tipografie storiche hanno resistito alla decentralizzazione di tutte le attività che si è avuta a Firenze negli ultimi 15 anni, fenomeno che ha portato alla quasi scomparsa dell’artigianato in città. Oramai l’artigiano o si è espanso ad una “misura industriale”, nei capannoni all’estreme periferie della città di Firenze, oppure rischia di soccombere all’aggressività della concorrenza della produzione di massa, dove la personalizzazione e l’accuratezza dei prodotti hanno lasciato il posto alla corsa dei prezzi al ribasso con il risultato che non conta più cosa si faccia, ma la quantità, la velocità di produzione e l’abbattimento delle spese “superflue”. Le tipografie storiche a Firenze sono un pezzo di storia dell’artigianato fiorentino che rischia di scomparire, luoghi dove generazioni di tipografi si tramandavano i segreti dell’arte della stampa, luoghi dove meticolosamente l’apprendista seguiva le indicazioni del proto (il responsabile della tipografia) per poter un giorno anch’egli vestirsi di tale carica.
    La Tipografia Leone di Firenze è una delle piccole realtà che tuttora “resistono”, ha sede fin dal 1950, anno della sua fondazione, in Via Santa Reparata n. 75 al cuore del capoluogo toscano. Essa è una della tantissime attività artigianali che nascevano dal dopoguerra, un tassello di quel grande mosaico di piccole e medie attività locali che hanno fatto grande l’Italia agli occhi del mondo fin poco prima della crisi economica. Entrando in “bottega” si è subito colpiti da quell’odore inconfondibile d’inchiostri di vecchia tipografia, cassettiere piene di caratteri in piombo sono ancora là, come vecchi e scomodi inquilini che non vogliono lasciare la propria casa. Il proprietario Giancarlo Cerbai è oltre 40 anni che fa il tipografo, egli ancora ricorda quando per preparare un biglietto da visita ci impiegava ore di lavoro, ma soprattutto ci volevano anni di esperienza alle spalle, perchè prima la stampa tipografica non era solo un mestiere, era un’arte…

  • Contrastare l’inflazione col conto deposito

    Il 2013 è iniziato, sotto il profilo finanziario, con significativi segnali di miglioramento: lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi si è notevolmente ridotto; questo vuol dire che agli occhi degli investitori stranieri il debito pubblico italiano è meno rischioso; e per questo il rendimento dei Bot a 12 mesi è sceso sotto l’ 1% e quello del BTP a 3 anni sotto la soglia del 2%. Dal punto di vista dei mercati azionari si è verificata una notevole ripresa con la borsa milanese che è la migliore del 2013 in Europa.

    Di fronte a questo scenario di ottimismo sui mercati finanziari si contrappongono dati macro che fotografano un’economia in grave difficoltà: questo contesto disorienta gli investitori nell’ individuare forme di investimento che assicurino rendimenti interessanti. I più temerari non si lasceranno sfuggire l’occasione di investire sui mercati azionari, mentre coloro che mirano alla prudenza continueranno ad optare per asset class meno rischiose. Tuttavia “parcheggiare” il denaro sui conti correnti tradizionali non rappresenta una soluzione efficiente, in quanto comporta una notevole perdita del potere d’acquisto ossia una perdita di valore reale al crescere dell’inflazione.

    Il tasso medio d’inflazione stimato nel 2012 si è aggirato intorno al 3%, per il 2013 il presidente della Banca Centrale Europea si attende un calo sotto il 2%, ma si tratta di un’aspettativa ottimistica, poiché un’eventuale aumento dell’iva, di un punto percentuale, previsto nel secondo semestre del 2013, potrebbe innescare un ulteriore rincaro dei prezzi con conseguente aumento dell’inflazione. Secondo alcuni analisti, un’ evenienza analoga si potrebbe verificare anche qualora la BCE disponga di un ulteriore taglio dei tassi di riferimento.

    Anche per il 2013, l’investitore con una modesta propensione al rischio, ma che vuole salvaguardare i propri risparmi, può trovare nei conti deposito una soluzione interessante, che può offrire rendimenti in grado di contrastare l’inflazione. Attualmente, tra le varie offerte, primeggia il rendimento proposto da Banca Marche sul deposito vincolato a 12 mesi, che rende il 5% lordo (valido fino al 28 Febbraio). Attivando un deposito di 10.000 euro, tra 12 mesi, il rendimento netto accreditato sarà pari a 365.80 euro (includendo anche l’onere dell’imposta di bollo proporzionale). Se invece si preferisce non immobilizzare i propri risparmi troppo a lungo, è interessante la remunerazione del 4% lordo offerto da Ibl Banca sui vincoli a 6 mesi, con il bollo proporzionale a carico della banca.

    In alternativa, se la priorità è avere maggiore disponibilità dei propri soldi, tra i conti deposito più flessibili, spicca l’offerta di Rendimax like, che rende il 3.75% lordo (con imposta di bollo a carico della banca) con il capitale sempre disponibile a chiamata ovvero dopo 33 giorni solari dalla richiesta. Fra i conti liberi, che consentono di smobilizzare i propri risparmi in qualsiasi momento risulta conveniente il deposito libero ContosuIbl, che offre un tasso lordo annuo del 3.50% fino al 31 Marzo 2013, al termine della promozione il tasso erogato è pari al 2.50% lordo annuo

    In definitiva, anche chi non ha dimestichezza con la finanza, deve trovare una forma di investimento in grado, quantomeno, di evitare che il proprio denaro perda di valore reale a causa dell’inflazione. Parcheggiando il risparmio su un conto di deposito ad altro rendimento è possibile raggiungere questo obiettivo in maniera semplice, rapida e senza rischi.

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  • Mancano 27 sedute all’introduzione della Tobin Tax sulle azioni italiane

    L’introduzione della nuova tassa sulle transazioni finanziarie in Italia (Tobin tax) avverrà in 2 fasi: dal prossimo marzo entrerà in vigore sui titoli azionari e dal 1° Luglio colpirà l’operatività sui derivati.

    In realtà questa imposta dello 0.12% sul valore transato, non colpirà tutte le azioni italiane ma esenterà il pagamento in 3 fattispecie:

    1. Quando si chiude la posizione nell’intraday evitando l’overnight

    2. Quando si negoziano titoli con una capitalizzazione inferiore ai 500 milioni di euro

    3. Quando si vende una posizione detenuta in portafoglio, in quanto la tassa si applicherà alle sole operazioni di acquisto.

    Da queste considerazioni è evidente che il gettito auspicato dal Governo (circa 1 miliardo euro) difficilmente verrà raggiunto in quanto la tassa esenterà un grande numero di strumenti finanziari (azioni estere, derivati esteri, Forex, commodities, Etf ecc) e colpirà un ristretto numero di azioni italiane (circa il 20%) solo qualora si tengano in portafoglio per più giorni.

    In questo caso l’imposta sarà piuttosto gravosa in quanto utilizzando il simulatore del sito www.tobin.tax.it si scopre che eseguendo una sola operazione multiday al giorno da 20.000€ su una Blue Chips italiana si pagherà una imposta di ben 6.336 euro all’anno.

    Considerando anche l’impatto delle imposte di bollo e delle commissioni di negoziazione (in media 8€ a eseguito) i costi fissi crescerebbero a 10.770 euro. Ciò vuol dire che avendo a disposizione un capitale di 100.000€ il break even ovvero il punto che consente di pareggiare i soli costi sarebbe oltre il 13%. In effetti reali profitti si avrebbero (considerando anche il capitale gain del 20%) solo dopo aver guadagnato più di 13.000 euro. Per consultare un video con altri esempi: http://www.youtube.com/watch?v=riOPERDk-Xc

  • Mutui: dagli under 30 arriva quasi un quarto delle richieste

    Mutui miraggio per i più giovani. Il comparatore Mutui.it, in collaborazione con Facile.it (http://www.facile.it/mutui-prima-casa.html), ha analizzato le richieste di finanziamento per acquisto della prima casa compilate negli ultimi sei mesi, evidenziando come ben il 23% delle domande arrivi da cittadini di età inferiore a 30 anni. Quasi un preventivo su 4 arriva da under 30, ma le condizioni economiche dei richiedenti e la precarietà lavorativa in cui si trovano rendono difficile ottenere il finanziamento. Nel arco di tempo preso in considerazione, Luglio 2012- Gennaio 2013, i mutui erogati con un primo intestatario di età inferiore a 30 anni rappresentano solo il 16% del totale. Una differenza notevole, questa, che sottolinea come i progetti di vita adulta siano destinati, per il momento, a restare “progetti”. «Il fatto che ben il 23% delle domande di mutuo prima casa sia compilato da persone di età compresa tra 18 e 30 anni – spiega Lorenzo Bacca, responsabile business unit mutui dell’azienda – testimonia come, nonostante la crisi, permanga la voglia di indipendenza dei giovani italiani, ma che questi paghino più di altri gli effetti della contrazione del credito. Quando le banche devono scegliere a chi offrire un finanziamento non guardano unicamente alla solidità professionale ed economica, ma anche alla storia creditizia che ai giovani, per forza di cose, manca.» Analizzando il dettaglio dei mutui erogati, poi, si scopre che chi è riuscito nell’ardua impresa è stato “aiutato”: i mutui mono-firma rappresentano solo il 5,7% del totale; quelli ottenuti da una coppia di giovani sono il 4,8%, per raggiungere il 16% del totale bisogna considerare i finanziamenti in cui vi è un garante o cointestatario adulto, quasi sempre un genitore: questi rappresentano quasi il 6% dei mutui stipulati nel periodo preso in esame. Cosa significa questo? Che il 37% degli under 30 che hanno ottenuto un mutuo ci sono riusciti solo perché supportati da un genitore. Il mutuo in cifre Passando in esame il campione di oltre diecimila domande di mutuo arrivate da luglio ad oggi, si nota come la richiesta tipo fatta dai giovani aspiranti mutuatari sia di valore inferiore rispetto alla media dei finanziamenti richiesti in Italia per l’acquisto della prima casa, ma miri a coprire una percentuale maggiore del costo da sostenere (70% del valore dell’immobile rispetto al 60% registrato a livello complessivo). Quanto all’importo del finanziamento, chi ha meno di 30 anni oggi vuole ottenere dalla Banca 122.000 euro (erano 150.000€ a settembre 2011), segno di una buona consapevolezza della crisi di liquidità degli Istituti. Il tasso preferito, in media con le richieste over 30, è quello variabile (49%), mentre il tasso fisso raccoglie solo il 34% delle domande di mutuo. Guardando le differenze che emergono a livello regionale va detto che le regioni più “giovani” sono quelle in cui sognare casa è un po’ più semplice: prezzi medi degli immobili più bassi o maggiori opportunità di ottenere un lavoro ben retribuito, spingono gli under 30 di Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Veneto a provare a comprar casa con più convinzione dei loro coetanei che vivono nelle altre regioni italiane. Di contro, gli alti costi degli immobili scoraggiano i giovani cittadini di Lombardia, Liguria e Lazio. Se età del mutuatario e durata media del finanziamento richiesto sono uguali in tutta Italia, a cambiare sono gli importi: le regioni da cui provengono le domande più ingenti sono: Trentino Alto Adige (148.000 euro), Valle d’Aosta (142.000 euro), Lazio (137.000 euro) e Emilia Romagna (135.000 euro). «I motivi dei rifiuti da parte delle banche – continua Bacca – sono sempre gli stessi: la mancanza di contratti di lavoro stabili, l’assenza di un garante o un cointestatario valido e l’indisponibilità di un profilo creditizio affidabile. La conseguenza peggiore di questo stallo è aver privato un’intera generazione di quel “risparmio forzoso” che è il mutuo, da sempre un punto di forza delle famiglie italiane.»