Categoria: Attualità e Società

  • Senior babysitter, un dato in forte crescita

    Un dato in forte rialzo è quello che vede i Senior improvvisarsi babysitter con i loro nipotini, infatti in Italia sono sempre di più le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano e non si possono permettere un sostegno professionale per la cura della prole.

    Di certo i nonni hanno una grande esperienza nell’accudire i figli, anche se una ricerca condotta negli Stati Uniti dimostra che l’educazione dei Senior nei confronti dei nipoti può comportare errori che devono essere corretti dai pediatri.

    A fronte di un questionario di 15 domande proposto ad un campione di Senior americani professione babysitter, si evince che gli errori più frequenti riguardano le regole comportamentali: per questo motivo, in America, si sta evolvendo la tendenza che vede l’attivazione di corsi di aggiornamento per insegnare ai nonni come educare i nipoti nella società moderna.

    Si tratta di un dato in forte crescita che presto potrebbe diventare un’emergenza poiché si stima che, solo in Italia, ben 12 milioni di Senior si occupano dei nipoti a tempo pieno, accompagnandoli a scuola o all’asilo, alle visite mediche, nei luoghi adibiti allo sport e al tempo libero.

    Qualche consiglio per far fronte a tale emergenza può essere dato ai Senior direttamente dai pediatri, resta che accudire un bambino è un ottimo modo per rivalutare l’anziano all’interno della famiglia e del sociale, nonché un’enorme fonte di soddisfazioni e vitalità, anche se ciò comporta a volte una buona dose di impegno.

    Areasenior, il portale dedicato alla Terza e Quarta età con tutte le informazioni inerenti i servizi di assistenza agli anziani domiciliare, propone costantemente news aggiornate riguardanti attualità, approfondimenti e notizie dall’estero del mondo Senior.

    All’interno del portale è possibile consultare, attraverso un facile e intuitivo motore di ricerca, i profili di assistenti domiciliari e colf badanti che offrono disponibilità e competenza, un elenco completo di case per anziani, come la casa di cura, e inserire i propri annunci cerco badante in modo da trovare in modo immediato e garantito la figura di badante idonea alle proprie esigenze.

  • La comunicazione nell’era dei Social Network

    di Federica Sanità

    Oggi viviamo nell’era dell’informazione. La nostra non è più una cultura primariamente

    industriale, bensì una cultura della comunicazione; nella nostra epoca, nuove idee, movimenti

    e concetti, trasformano il mondo quasi quotidianamente.

    Coloro che hanno accesso a certe forme di sapere specialistico sono in grado di trasformare se

    stessi e, sotto molti aspetti, tutto il nostro mondo.

    Le forme di sapere specialistico sono a disposizione di chiunque ma nell’era dell’informatica,

    l’informazione non basta, il sapere è potere potenziale, finché non si traduce in azione. E’

    proprio questo il grande passo: dalla nozione all’azione.

    Dopo molto tempo che non andavo in discoteca, ci sono tornata con degli amici di vecchia

    data, in uno dei posti più rinomati dell’Emilia Romagna, locale pieno di gente esaltata dalla

    musica quasi assordante. Appena mi sono allontanata un pò dal gruppo di amici, è venuto

    verso di me un ragazzo dal sorriso smagliante che, un pò impacciato, mi ha offrerto da bere. Io

    gli ho sorriso e ho rifiutato, visto che avrei dovuto guidare dopo poco. Insoddisfatto del suo

    approccio nei miei confronti, mi ha preso la mano e mi ha detto: “Io vado. Ti aggiungo su

    facebook?” Io, già abbastanza annoiata ho risposto: “No. Comunque non ho Facebook”.

    Ovviamente, lui non ha creduto assolutamente che io non avessi un account e, vivendo la mia

    risposta come una scusa palese, si è allontanato dal locale.

    Io dico, visto che il 99,09% delle persone presenti su facebook usano come account il proprio

    nome e cognome, non sarebbe stato più gentile chiedere: “Ciao, come ti chiami?” E magari

    avrei anche intrapreso una conversazione…

    Il nocciolo della questione è che ormai chiedere il nome di un ragazzo/a o il suo account

    facebook è la stessa identica cosa, anzi, se si vuole scoprire qualcosa di più risulta molto più

    efficace passare un pò di tempo sulla bacheca della persona che ci interessa “conoscere”.

    Tramite Facebook, sito fondato da Mark Zuckerberg, ormai si può sapere qualsiasi cosa, basti

    pensare che per ogni profilo si può impostare: data di nascita, indirizzo e-mail, una foto con la

    quale rendersi riconoscibile, addirittura si può registrare anche il proprio stato sentimentale,

    orientamento politico e religioso. Praticamente tutto!

    Inoltre, è possibile aggiungere altri utenti tra i propri amici, prendere parte a dei gruppi in

    base ai propri interessi, scambiarsi messaggi di posta o tramite una chat, condividere

    immagini video ed altri contenuti ed utilizzare varie applicazioni presenti sul sito.

    Di recente è stato anche lanciato il nuovo layout dei profili personali, presentandolo con il

    claim: “Adesso hai ancora più modi per raccontare e condividere la tua storia.”

    Come sostiene Anthony Robbins il modo con cui gestiamo le relazioni con gli altri e con noi

    stessi, determina la qualità delle nostre esistenze, ma in questo modo non è un pò troppo

    banale? Anche abbastanza facile, considerando che molte persone accettano amicizie di

    persone che conoscono di rado solo per “fare numero”? Oppure ci si ritrova gente tra il gruppo

    di amici che se si incontrasse per strada, nemmeno la si saluterebbe. A mio avviso, utilizzare il

    proprio account Facebook condividendo foto, opinioni, riflessioni è un’alternativa di

    socializzare i propri interessi rispetto alle tradizionali modalità offline. Niente di più.

    La cosa che mi fa particolarmente riflettere è che tutte le persone che conosco e frequento

    hanno un account su Facebook. All’inizio pensavo fosse una delle mode del momento ma, con

    il passare del tempo, mi sto rendendo conto che si sta affermando sempre più, man mano che

    acquista applicazioni come la videochiamata (tipica di Skipe), spazi per sentire la musica

    (come youtube), ritocchi per le foto (come photoshop) e molte altre. D’altronde è il secondo

    sito più visitato al mondo preceduto solo da Google, quindi come non potrebbe andare sempre

    migliorandosi se c’è talmente tanta gente registrata che ogni giorno, molto più di una volta al

    giorno, “tagga”, “posta” dei commenti, crea e gestisce album da più di 100 foto? Parte tutto da

    qui, il punto è che alla gente piace veramente tutto questo. Se a maggio Facebook debutterà in

    borsa è perché sono presenti:

    · 845 milioni di utenti attivi ogni mese, in aumento del 39% rispetto al 31 dicembre

    2010,

    · 483 milioni di utenti attivi a cadenza quotidiana, in aumento de 48% rispetto all’anno

    precedente,

    · 425 milioni di utenti che accedono a Facebook in mobilità,

    · 100 miliardi di connessioni tra amici,

    · 2,7 miliardi di “mi piace” e commenti ogni singolo giorno durante l’ultimo trimestre del

    2011,

    · 250 milioni di foto caricate ogni singolo giorno durante l’ultimo trimestre del 2011.

    Il valore principale che Facebook è in grado di mettere in campo, è l’identità. Nessun servizio

    quanto Facebook è infatti in grado di identificare univocamente una persona, il che significa

    poter potenzialmente aprire a tutta una serie di collaborazioni ed attività. L’identità è la

    moneta che Facebook può vendere ed è la moneta che un miliardo di persone offrono ogni

    giorno a Mark Zuckerberg: l’identità è il legame stretto tra la persona e il suo diario online, un

    legame fatto di coinvolgimento, condivisioni, attività, commenti e “mi piace”.

    I social media, negli ultimi anni, hanno conquistato il proprio spazio anche nelle aziende,

    impiegati sia per la comunicazione esterna che per quella interna. Un numero sempre

    crescente di imprese sta investendo nel settore, battezzato Social Business o Enterprise 2.0

    per creare una serie di strumenti per proporsi verso l’esterno, facendo quello che viene

    chiamato marketing virale, e verso l’interno, per migliorare la collaborazione, la formazione,

    la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione. Il tutto, appunto, attraverso i social network.

    Per l’azienda è un importante strumento per comunicare efficacemente con i propri clienti.

    Molti giovani discutono di marchi e prodotti che conoscono e scambiano opinioni con altri

    amici; quindi viene spontaneo evidenziare “come i social network stiano trasformando anche

    le caratteristiche e il ruolo del consumatore: da consumatore passivo d’informazioni

    (spettatore televisivo) si sta progressivamente trasformando in uno «spettAutore»

    (prosumer), che crea o modifica contenuti esistenti secondo i propri bisogni, e in un

    «commentAutore» che discute dei prodotti e che condivide le proprie riflessioni con gli

    amici. In particolare, il ruolo attivo del consumatore, introduce una nuova variabile: la

    reputazione, d’importanza centrale per l’efficacia delle politiche di comunicazione aziendale”.

    Persino INARCASSA ha creato un social network: Innarcommunity.

    Si tratta di una rete che raccoglie già più di 5 mila iscritti fra i liberi professionisti, di cui molti

    under 40.

    “Si sono costruiti un “facebook” tutto loro, per scambiarsi idee e progetti, ma anche per

    aumentare le opportunità di lavoro”. Una delle peculiarità di questo strumento è “l’applicativo

    broker, che può servire a cercare colleghi con le competenze necessarie per partecipare ad un

    progetto o ottenere un incarico, ma anche per avere consigli su un particolare problema”.

    Inoltre, Mark Zuckerberg ha intenzione di rendere il suo social network una piattaforma per

    ricerche di marketing. In altre parole, venderà alle aziende la mole di informazioni che girano

    sul sito, ed esse con pochi click e in brevissimo tempo, potranno condurre ricerche mirate su

    gruppi specifici di persone, selezionati in base alle diverse caratteristiche.

    La minaccia principale alla crescita del social network è il modo in cui il pubblico avverte il

    network stesso. Finché rimarrà un leggero ed interessante passatempo, infatti, il dominio non

    è in pericolo: nel momento in cui soprattutto la tutela della privacy dovesse iniziare ad essere

    un timore fondato, a quel punto l’intero castello potrebbe crollare.

    Un social network da 100 miliardi di dollari e da 1 miliardo di utenti valuta ogni singolo

    utente 100 dollari. Detto questo, però, occorre considerare il fatto che l’utente è un valore

    aleatorio, poiché da un momento all’altro potrebbe decidere di usare Twitter, passare a

    Google+ o semplicemente passare altrove il proprio tempo.

    Ad ogni modo, Mark Zuckerberg si può considerare un uomo di potere, in quanto possiede

    grandi informazioni tecnologiche e traducendo in azione determinate conoscenze, ha creato

    una piattaforma come Facebook che non gli ha permesso solo di fare dei soldi e di diventare

    qualcuno, bensì di cambiare il modo in cui si relazionano le persone, sia socialmente che

    professionalmente.

  • Voilà, e d’un tratto diventi Leader!

    di Elena Pierini

    Fino a ieri eravate concentrati sulla vostra crescita professionale e ora vi ritrovate a dover

    far crescere professionalmente gli altri.

    Eravate un bambino in fasce, siete cresciuti e ora vostro padre vi dice: “Caro figlio, io sono

    stanco e adesso tocca a te a prendere in mano l’azienda di famiglia!”

    Eravate un impiegato che svolgeva al meglio il suo lavoro e, un bel giorno, il vostro “capo”

    vi promuove: “Il lavoro è aumentato e, dato che hai dimostrato di essere molto bravo, ora

    occorre che tu gestisca i tuoi colleghi e anche una persona che comincerà tra una

    settimana!”.

    Facevate colloqui alla ricerca di un ruolo di responsabilità e finalmente vi hanno preso

    come Responsabile di un ufficio, composto da più persone all’interno di una SpA!

    Eravate un imprenditore che riusciva a far tutto da solo ma ora avete bisogno di personale

    che vi dia una mano!

    Eravate un manager di successo e vi hanno assunto in un’azienda per sistemare le cose!

    Bene! Dopo tanta fatica, oppure a causa del “fato”, quindi o per scelta o per costrizione: ora

    siete un Leader!

    E ora?

    Quanti di voi Leader si ritrovano con tante domande e poche risposte concrete e utili su

    come gestire le persone e far le cose giuste?

    Le domande più frequenti dei Leader che si sentono girando per aziende sono spesso

    queste:

    · Come mai non fa quello che gli chiedo di fare?

    · Come faccio a fargli capire che quella cosa non va fatta come la fa e la continua a

    fare, nonostante gli abbia detto più volte di non farla così?

    · Come faccio a non farmi chiamare 10 volte al giorno per poi chiedermi sempre le

    solite cose?

    · Come faccio a renderlo autonomo?

    · Come faccio a fare in modo che mi ascolti quando parlo?

    · Come faccio a sapere se ha capito quello che gli ho spiegato?

    · Come faccio a fargli ottenere dei risultati?

    · Come faccio a non arrabbiarmi se non capisce?

    · Come faccio a fidarmi di lui ed affidargli compiti sempre più importanti?

    · Come faccio a controllarlo quando non sono presente?

    · Come faccio a non perdere il collaboratore migliore?

    · Meglio usare il bastone o la carota?

    Il ruolo di Leader richiede comportamenti e atteggiamenti particolari che, per la maggior

    parte, cominciano ad essere assunti, quando si inizia questo nuovo ruolo.

    Prendiamo ad esempio alcune regole in merito alla leadership di Jack Welch, manager del

    secolo.

    Una sua regola dice che dovete dubitare dei vostri collaboratori e non dare mai nulla per

    scontato, mentre un’altra dice che dovete esibire energia positiva e ottimismo,

    promuovendo nei collaboratori un atteggiamento fiducioso e possibilista.

    Una dice che dovete agire con autorità come i capi tradizionali, mentre un’altra dice che

    dovete ammettere i vostri errori e sostenere i collaboratori che si assumono dei rischi,

    specie quando falliscono.

    La vita sarebbe molto più facile se la leadership fosse solo un elenco di regole da seguire e

    imparare a memoria, ma non è così e ogni giorno c’è sempre una nuova sfida!

    Sicuramente giorno per giorno avete l’opportunità, e anche il dovere, di migliorare in

    questo lavoro, dove non si può essere perfetti, in cui metterci sempre il meglio di voi stessi

    e di mettervi un po’ di più in discussione.

    Ogni tanto domandatevi: ”Sono sempre i collaboratori che sbagliano o sono io che ho

    sbagliato qualcosa con loro?”

    I tragici difetti dei Leader secondo Jeffrey Gitomer , uno dei migliori trainer di venditori al

    mondo, autore di culto, fondatore e presidente di diverse società di marketing, sono: essere

    prepotente; essere inaccessibile; rispondere o decidere con lentezza; rimproverare in

    pubblico; non mantenere o infrangere le promesse; non dire la verità; fare favoritismi;

    essere scostante; non essere tecnologicamente aggiornato; assegnare il compito sbagliato

    alla persona sbagliata.

    Secondo questo grande Leader, come si incoraggia un bambino di un anno a camminare,

    così si deve fare con i propri collaboratori, affinché questi raggiungano il successo e i

    risultati.

    Ricordatevi che nessuno vuole essere gestito ma tutti desiderano essere guidati!

    Elenco di seguito i Principi della leadership di J. Gitomer che, se applicati con coerenza nel

    tempo, portano al risultato desiderato:

    · La tua filosofia riguardo alla visione della vita e della leadership determina il tuo

    modo di essere una guida;

    · Il tuo atteggiamento positivo incide su chi ti sta attorno;

    · La tua esperienza e i tuoi successi passati sono d’aiuto e ti rassicurano nel prendere

    decisioni per il futuro;

    · Quando dirigi dando l’esempio, non vi è nulla che i tuoi collaboratori non farebbero

    per te e con te;

    · Sii o renditi simpatico;

    · Una comunicazione chiara favorisce la comprensione e l’azione;

    · La responsabilità non viene data, viene presa;

    · La collaborazione porterà rispetto, risultati e reputazione;

    · Fai quanto hai detto, mantieni le promesse;

    · Dedica più di un minuto a elogiare, istruire, informare e addestrare;

    · Riconosci la vittoria e la sconfitta;

    · La capacità di recupero è la forza interiore che ti permette di reagire, intervenire e

    riprenderti dagli eventi;

    · Il coraggio di rischiare, di essere nel giusto e di sbagliare;

    · Separa i compiti dalle persone, quindi assegnali e combinali in base alla

    preparazione e propensione della persona;

    · Ricompensa i risultati individuali e di gruppo;

    · Devi guadagnarti, non pretendere, la fiducia e il rispetto;

    · Incoraggia il LORO successo per meritare e ottenere il tuo;

    · Il tuo ascendente sui collaboratori si tradurrà in risultati di successo;

    · La tua reputazione ti precede e ti descrive;

    · L’eredità culturale è costituita da singoli successi impilati l’uno sull’altro.

    Diciamo che diventare un Leader è un grande cambiamento e come dice J. Gitomer:

    “CAMBIAMENTO NON E’ UNA PAROLACCIA… MA SPESSO LA TUA REAZIONE LO E’!”

  • La crisi come testimonianza di una (ir)responsabilità sociale

    di Benedetta Andreoli

    Parlare di “Responsabilità” o di “Irresponsabilità” sociale d’impresa rinvia al tema delle

    scelte, in presenza di conflitti tra valori, di dilemmi circa la scelta dei valori da applicare in

    specifici contesti, dove urge optare tra valori confliggenti o addirittura escludenti. Rinvia

    dunque a scelte etiche, che si pongono come contemperamento di valori.

    Utile per comprendere le dimensioni di un’azienda etica è riprendere la distinzione

    hegeliana tra le tre sfere della normatività: moralità, diritto ed eticità.

    – La moralità riguarda i valori personali dettati dalla coscienza individuale: nel caso

    dell’azienda, ciò che l’imprenditore, i manager e tutti quanti operano in azienda, reputano

    giusto o sbagliato.

    – Il diritto rinvia alle norme dettate dallo Stato, regole dirette a diminuire le tensioni, che lo

    stesso sanziona con i tribunali e con la forza esecutiva. Si pensi, a titolo di esempio, ai

    doveri di natura strettamente giuridica cui un’impresa è tenuta. Tra tutti, i reati di

    bancarotta, di falso nelle comunicazioni sociali, gli illeciti commessi dagli amministratori.

    – L’eticità riguarda quei diritti/doveri che sono condivisi in una relazione duratura e

    relativamente stabile tra più soggetti.

    Con riferimento specifico al contesto aziendale, non si può così parlare di “etica” in

    presenza di comportamenti prescritti dal diritto, né di comportamenti riconducibili alla

    “coscienza” dell’imprenditore o del vertice. L’etica riguarda invece quelle scelte e quei

    comportamenti che sono l’esito di un incontro tra l’azienda e i suoi “stakeholder”, termine

    riferito a quanti hanno interessi specifici nei confronti dei comportamenti aziendali,

    proprio in quanto ne possono essere influenzati. Qualifica così in modo diretto la “mission”

    della organizzazione, riferendola a una forma di “governance” fondata su un profondo

    rispetto di tutti gli “stakeholder”, in base a un modello di valori condivisi. Questo implica

    che si vada oltre la mera prospettiva degli interessi degli azionisti – che limita la

    responsabilità aziendale all’obbligo morale del miglioramento del profitto degli investitori

    – abbracciando la visione della stakeholder theory, aperta a un ampio rispetto dei diritti di

    tutti i portatori di interessi.

    Perché si possa parlare dunque di impresa “etica” occorre che la stessa:

    1. definisca i propri valori chiave;

    2. prenda in considerazione gli effetti del suo agire sugli stakeholder;

    3. presti attenzione a beni intangibili quali la reputazione, il dialogo o la trasparenza;

    4. ottimizzi le esternalità positive come l’occupazione e lo sviluppo socio-economico;

    5. faccia il possibile per ridurre le esternalità negative come l’inquinamento e in generale

    gli squilibri sociali e ambientali.

    Sono questi i temi che costituiscono il cuore dei cosiddetti “Comportamenti Socialmente

    Responsabili”, si parla pertanto di Corporate Social Responsibility (CSR).

    Sul rapporto tra performance sociale e performance economica, da anni gli studiosi si sono

    confrontati senza giungere a conclusioni univoche. Le posizioni dominanti sono le due

    seguenti:

    A) Non sussiste conflitto tra ruolo economico e ruolo sociale dell’impresa. Già Drucker

    aveva rilevato il legame esistente tra “responsabilità sociale” e “performance economica”,

    sostenendo che la responsabilità sociale di un’impresa consiste nel trasformare un

    interesse pubblico in un’opportunità di guadagno per l’azienda, in modo tale che interesse

    pubblico e interesse aziendale vengano a coincidere.

    B) La contrapposizione tra finalità economiche e finalità sociali esiste semmai nel breve

    termine, in quanto nel lungo periodo è l’integrazione tra equilibrio economico ed equilibrio

    sociale a garantire la sopravvivenza e lo sviluppo aziendale. Se in specifici momenti

    decisionali la ricerca di opportunità economiche può essere in contrasto con considerazioni

    di natura sociale, in una prospettiva di lungo periodo i comportamenti socialmente

    responsabili risultano “complementari” rispetto all’obiettivo del profitto, contribuendo ad

    innalzare la redditività dell’impresa. Tale relazione di complementarietà può spiegarsi nei

    termini seguenti.

    1. L’assunzione e l’adempimento di obblighi sociali contribuisce in misura significativa alla

    reputazione e alla creazione di un’immagine positiva dell’impresa nelle percezioni degli

    stakeholder (interni ed esterni); ciò ha le due seguenti implicazioni:

    – favorisce la formazione del “consenso sociale”, che è alla base della “legittimazione

    sociale” dell’impresa, indispensabile per continuare ad operare proficuamente

    nell’ambiente in cui essa è inserita e dal quale trae le risorse necessarie per l’attuazione

    delle proprie strategie di sviluppo.

    – consolida la fiducia che gli stakeholder possiedono nei confronti dell’impresa,

    contribuendo così a facilitare gli scambi e a ridurre i “costi transazionali”, impliciti in ogni

    relazione. Viene in proposito elaborato il concetto di “catena dell’affidabilità”, che si

    sviluppa a partire dai comportamenti socialmente responsabili, guidati da principi

    realmente etici, che consentirebbero all’impresa di guadagnare la fiducia e quindi la

    fidelizzazione dei propri stakeholders.

    La reputazione, l’immagine aziendale, la cultura organizzativa, la fiducia, ecc. sono tutte

    risorse intangibili che, in quanto difficilmente imitabili da parte delle imprese concorrenti,

    possono costituire una fonte rilevante del vantaggio competitivo aziendale, fondato sulla

    “differenziazione” rispetto ai concorrenti.

    2. L’implementazione di programmi volti a migliorare il benessere del personale determina

    una serie di benefici, quali: l’aumento della produttività del lavoro, la riduzione del tasso di

    assenteismo, la maggiore capacità di attrarre e di mantenere i “talenti” migliori, ecc. In

    proposito, emblematico risulta il caso della Luxottica – azienda italiana leader nella

    produzione e vendita di occhiali – la quale nel 2009, in accordo con le organizzazioni

    sindacali, ha attivato un programma finalizzato a supportare il potere di acquisto reale dei

    dipendenti, fornendo una serie di benefit non monetari, complementari alla retribuzione

    monetaria. La motivazione alla base di tale iniziativa è stata proprio la considerazione che

    una migliore qualità della vita dei dipendenti costituisce una premessa indispensabile per

    una maggiore produttività ed efficacia del lavoro.

    3. L’impegno sociale e ambientale può stimolare l’identificazione di nuove opportunità di

    business, le quali possono essere fonti di innovazione di prodotto e di processo. Si pensi, ad

    esempio, ai nuovi prodotti che incorporano tecnologie per ridurre l’impatto ambientale

    derivante dal loro uso nel settore degli elettrodomestici bianchi o delle automobili. Inoltre,

    le iniziative volte a migliorare l’ambiente di lavoro all’interno dell’organizzazione aziendale

    possono contribuire a creare un ambiente, che stimoli la creatività e la generazione di

    nuove idee da parte del personale. Le azioni socialmente responsabili possono contribuire

    alla capacità innovativa dell’impresa anche sotto un altro punto di vista: nel contesto

    attuale, l’innovazione è sempre più il frutto della collaborazione tra la singola azienda e i

    soggetti esterni; se la prima ha sviluppato una “buona” rete di relazioni con gli

    stakeholders, avrà maggiori possibilità di realizzare innovazioni di successo, grazie alla

    loro disponibilità a collaborare.

    Tra performance economica e performance sociale esiste un rapporto di trade-off, poiché

    tenere comportamenti socialmente responsabili comporta il sostenimento di costi, che

    possono impattare sui prezzi e quindi sulla competitività aziendale o comunque ridurre il

    margine di profitto.

  • Dimmi come pianifichi la tua comunicazione e ti dirò chi sei

    di Fabiana Gallone

    @fabianagallone

    È risaputo: la comunicazione è la linfa vitale delle aziende.

    Se non si comunica la propria immagine aziendale, nessuno saprà che sul mercato esiste

    anche la tua attività: comunicare per dichiarare la propria esistenza. Un gioco da ragazzi!

    Scegliere i canali più efficaci ed efficienti per far sì che il proprio messaggio arrivi alle

    orecchie dei propri clienti attuali o potenziali, risulta più difficoltoso.

    Perché? Non tutte le aziende, indipendentemente dalla propria ragione sociale e

    grandezza, hanno compreso la necessità di pianificare la propria comunicazione in modo

    ordinato e programmato: vige una certa predisposizione allo “scoordinamento

    comunicativo”.

    Sicuramente, questo non vale per le grandi imprese, nelle quali gli uffici marketing, avendo

    a disposizione uno specifico budget annuale, riescono a programmare tutti gli interventi

    necessari per far sì che la comunicazione esterna e interna possa concretizzarsi. Se poi tali

    uffici siano in grado di fare le scelte strategiche migliori o optare per i canali di

    comunicazione più idonei rispetto al proprio target di riferimento, non è argomento che in

    questa sede ci interessa affrontare…

    Tale abitudine, invece, sembra non interessare affatto alle piccole e medie imprese italiane.

    È ovvio, le eccezioni ci sono sempre, ma tendenzialmente i fatti e la realtà, confermano la

    regola: pochissime piccole e medie imprese dispongono di un piano di comunicazione

    annuale per la propria comunicazione aziendale e alcune di esse, ne ignorano del tutto

    l’esistenza.

    Vi è mai successo di trovarvi in una situazione come questa?

    Consulente (C): Lei fa pubblicità?

    Titolare (T): Certamente, chi non fa pubblicità oggi!

    C: Infatti! Quali sono i canali di comunicazione che utilizza?

    T: In realtà è mio figlio che si occupa di queste cose… ed è molto bravo perché ha fatto un

    “Master sulle strategie di Marketing” a Cambridge… Le faccio un esempio. Mi ha detto che

    l’altro giorno è passato un signore con una valigetta, che gli ha chiesto 800,00€ per la

    pubblicità della nostra attività su una mezza pagina di questa importantissima rivista di

    pattinaggio.

    C: Ah interessante sig. T, ma lei si occupa di floricoltura…

    T: E allora?

    C: Lei ha perfettamente ragione sig. T. Immagino che la scelta di presenziare su una rivista

    di pattinaggio, pur occupandosi di floricoltura, ad un costo importante per una singola

    uscita, sia stata una decisione ponderata e sicuramente lei ha individuato un ritorno su

    questo tipo d’investimento, vero?

    T: Ehm – Ehm ____________ Si si assolutamente è stato molto conveniente.

    C: Ottimo! Quanti nuovi clienti sono entrati in azienda dopo la sua uscita sulla rivista di

    pattinaggio?

    T: Bhò, non lo so, 2-3.

    C: Questi nuovi clienti hanno acquistato da lei?

    T: No, cioè forse si 1.

    C: Che budget annuale predispone per la sua comunicazione esterna sig. T?

    T: Non saprei dipende. Ogni volta che entra un venditore diverso, con delle proposte che

    mi sembrano interessanti, io le compro. Tanto la pubblicità bisogna farla perché la fanno

    tutti e qualcosa prima o poi arriva…

    La conversazione potrebbe continuare all’infinito.

    Quanti sig. T conoscete?

    Questo esempio è utile per comprendere come le piccole e medie imprese pensino che la

    pubblicità sia una cosa obbligatoria da fare perché tutti la fanno, e farla a pioggia, a

    prescindere dal proprio budget, dal proprio mercato di riferimento, sia la cosa giusta.

    È surreale parlare dell’importanza della pianificazione della comunicazione nell’era del

    web 2.0, degli Iphone, degli Ipad, dei Social Network, ecc. eppure le cose per alcune realtà

    non funzionano.

    Sembrerebbe che la smania di alcune aziende di portarsi al passo con le nuove tecnologie,

    le stia inducendo a perdere di vista le scelte strategiche idonee per la propria sopravvivenza

    in questa congiuntura economica preoccupante.

    Se qualche tempo fa si poteva pensare alla comunicazione come qualcosa di più “aleatorio”,

    vale a dire ci si poteva permettere di introdurre nuovi canali di comunicazione,

    indipendentemente dalla garanzia di un effettivo guadagno a livello di immagine e a livello

    economico (tempi in cui la crisi era lontana e in cui la comunicazione non era riconosciuta

    come disciplina e settore specifico con un proprio ordinamento interno), oggigiorno le

    piccole e medie imprese non possono permettersi di non pianificare la propria

    comunicazione e non possono permettersi di non sapere se gli investimenti sostenuti

    stiano portando loro un ritorno sull’investimento.

    La soluzione c’è, basta solo impegnarsi a seguire alcune regole e aver voglia di mettere in

    discussione sé stessi e la propria attività:

    1. Analizzare la situazione attuale (analizzare il settore della propria attività, in termini di

    criticità e punti di forza, posizionamento e concorrenza);

    2. Individuare i pubblici (definire e conoscere il proprio target di riferimento);

    3. Definire gli obiettivi (stabilire il risultato che si vuole ottenere con la comunicazione

    aziendale, senza perdere di vista il budget stabilito e il target di riferimento);

    4. Pianificare la strategia di comunicazione (definire la strada da percorrere per

    raggiungere gli obiettivi stabiliti);

    5. Scegliere le attività e gli strumenti (stabilire in che modo e attraverso quali strumenti

    mettere in atto la strategia individuata, integrando strumenti e messaggi in relazione

    agli obiettivi e alla strategia);

    6. Stabilire i tempi (relativi all’attuazione delle diverse attività per raggiungere gli obiettivi

    prefissati);

    7. Selezionare le risorse (economiche e professionali da investire nella comunicazione

    aziendale);

    8. Verificare e valutare i risultati (verifica, analisi e monitoraggio dell’effettivo

    raggiungimento degli obiettivi stabiliti e relativa quantificazione del ritorno

    sull’investimento attuato).

    Semplice vero?

  • Tempi Moderni

    di Paola Danese

    @woelfenbuettel

    «Crediamo che una società in cui ci si aiuta a vicenda sia migliore di una in cui ognuno

    va per conto proprio». Bill Clinton, knock-out speech

    Secondo alcuni grazie alle moderne tecnologie siamo dentro alla terza rivoluzione

    industriale, quella dove le Informazioni possiamo generarle in prima persona e farle girare

    più rapidamente, dove tutto, anche l’energia, può essere considerato “condiviso”. Alle volte

    ascoltando questi visionari mi sento nel futuro. Quel futuro che da bambina avevo visto

    solamente in tv e che oggi sembra per certi versi già superato.

    Al contempo però il futuro di oggi è molto diverso da quello che immaginavo da piccola. La

    maggior parte delle informazioni che girano sulla rete o sui canali, chiamiamoli cosi

    “democratici”-quelli dove ognuno dice la sua aspirando ad un’eguaglianza sociale e ad

    un’autorevolezza di pensiero che non esistono ma che oggi, grazie a fan, followers o a

    qualche altro guazzabuglio tecnologico è più facile scimmiottare- ha l’amaro sapore del

    complotto, del buio senza speranza, dell’etica di proprietà esclusiva di pochi eletti che

    scrivono non per cercare di salvare il mondo marcio che sta nei loro occhi ma per far

    vedere che in un mondo dove i giganti non esistono, loro sono quelli che più

    assomiglierebbero al Nessuno della mitologia. Gli Ulisse, quelli che fanno gli scemi per non

    andare in guerra –ma che la guerra la fanno vincere-, i low profile insomma, oggi non

    vanno più di moda.

    In un contesto in cui l’informazione sembra estremamente disponibile, in cui la

    sovraesposizione sembra un valore da perseguire e il concetto sessantottino dell’essere

    alternativo è stato riassunto e assorbito in una cultura mainstream alla Steve Jobs o a

    qualche movimento nostrano che manderebbe tutti a casa a fare la calza, l’impegno dei

    “vecchi” credo debba essere quello di riuscire a trasferire ai giovani (o almeno a loro) il

    senso critico, verso se stessi prima di tutto.

    Mi sono accorta di quanto il mio mondo non sia più quello della generazione

    immediatamente successiva alla mia quando, durante una chiacchierata di poco tempo fa

    in mezzo a giovani neolaureati, ascoltavo le loro paure e la loro visione del mondo

    lavorativo che (non) li aspetta dietro l’angolo: alla stessa età in cui io avevo la percezione di

    essere arrivata finalmente all’inizio di quella scala in cui i miei genitori hanno dimostrato il

    loro spessore e il loro valore, assumendosi la responsabilità di creare ricchezza per la

    società civile e per “il mercato” e non vedevo l’ora di confrontare i miei muscoli giovani e

    forti con le asperità della vita vera e far vedere quanto valevo, ecco, a quella stessa età

    questi brillanti neolaureati hanno le paure e le disillusioni di chi ha visto già tutto, di chi si

    è misurato col mondo e ha fallito.

    Allora è questa l’altra faccia dei candidati che si presentano ai colloqui, o dei ragazzi che

    inseriamo in azienda che si mostrano volenterosi e sicuri di loro stessi, quando non

    saccenti e presuntuosi grazie agli investimenti in studi e master pagati dai loro genitori? È

    l’assenza di prospettiva il prezzo che devono pagare gli eredi degli yuppies degli anni ‘80?

    Qualche tempo fa volevo pubblicare delle riflessioni sul grande successo che stanno

    riscontrando alcune trasmissioni televisive di self-help e di trasferimento di competenze di

    base: dal come vestirsi per ogni occasione, come educare un cane o ristrutturare casa per

    venderla in tempi più brevi o come riconoscere di essere affetti da una malattia con sintomi

    che ci vergogniamo di comunicare anche al medico curante o migliorare il rapporto di

    coppia ritornando a scuola di anatomia di base fino ad arrivare a come migliorare le

    performance del genitore quando i figli ci riducono allo stremo delle forze.

    L’aspetto interessante di questo successo è che, pur se con strumenti diversi, in Italia

    continuiamo a perseguire l’imperativo di Cavour di fare “gli italiani”, dopo che era stata

    ”fatta l’Italia”. Il fil rouge che lega la quasi totalità delle trasmissioni di life style è centrata

    sull’approfondimento: cioè sul costringere lo spettatore (o meglio, il soggetto della

    trasmissione nel quale lo spettatore è portato a ritrovarsi) ad andare oltre la superficie

    delle cose inchiodandolo alle proprie responsabilità: siamo noi a dover acquisire più

    strumenti, noi a dover modificare atteggiamento sia con il cane aggressivo sia con il figlio

    maleducato (mi perdonino la vicinanza quelli particolarmente sensibili alle differenze),

    siamo noi a doverci mettere in discussione e in gioco se il rapporto di coppia non funziona,

    noi che dobbiamo prendere coscienza della quantità di cibo che ingeriamo se abbiamo un

    peso di gran lunga superiore a quello che vorremmo.. e via di seguito..

    Ciò però che mi ha convinto che queste riflessioni avessero un legame stretto con il

    management è stata la lettura dei commenti alla trasmissione che ha recentemente

    debuttato su Cielotv, il canale sky del digitale terrestre: The Apprentice. Avevo avuto modo

    di seguirne diverse puntate durante un soggiorno negli USA e ne ero rimasta entusiasta.

    Avevo pensato, e lo penso ancora, che una figura dirompente e di successo come Donald

    Trump forse sarebbe stata troppo per il pubblico italiano: il dito puntato che invita

    l’aspirante apprendista a prendere la via dell’uscio con la perentorietà dell’americano

    you’re fired! (sei licenziato) è stato trasformata in un “sei fuori” più digeribile per il popolo

    avezzo ai reality show, ma sembra sia troppo dura comunque, anche se a pronunciarla è

    uno dei pochi manager davvero di successo che l’Italia abbia mai avuto.

    Sorvolando sulla curiosa selezione che ha portato questi 15 aspiranti apprendisti a

    misurarsi sulle prove proposte dal boss Briatore, il candidato tipo (italiano) è

    rappresentato nelle sue più forti caratteristiche: autoreferenziale, saccente, infarcito di dati

    teorici, concentrato sull’organizzazione e sulla delega (che qui è dettagliata al meglio nella

    parte dello scarico di lavoro sul collega più vicino), super laureato e super masterizzato…

    eppure incapace di ottenere risultati. A poco giova la riflessione che più volte Trump ha

    palesato in alter sedi che l’Università (e lui parlava di quella americana..) forma gli studenti

    a diventare bravi impiegati, al massimo bravi manager, ma non gli spiega nulla di cosa

    significhi muoversi in un contesto competitivo, cosa sia il valore che deve creare per essere

    produttivo nella sua posizione lavorativa, quali siano le scelte finanziarie corrette da

    perseguire, avere un metro di misura valido e standardizzato per misurare il proprio valore

    sul mercato. Anche su quello del lavoro.

    I molti che apprezzano il britannico Gordon Ramsey, altro bad guru del management della

    ristorazione nella televisione dei nostri giorni, non hanno riservato una parola di

    apprezzamento per il nostrano Briatore. Pochi notano lo scaricabarile incessante dei

    ragazzi che vengono chiamati alla scrivania a motivare un fallimento, quasi nessuno la

    totale assenza di consapevolezza che fare viene prima di organizzare, la visione che il

    leader non è chi ci mette la faccia in prima persona, quello che facilita il lavoro di tutti e si

    mette a servizio del team perché la squadra possa raggiungere l’obiettivo, ma quello che a

    pelle sembra più simpatico o ispira più fiducia..

    Incontro ogni giorno persone per le quali il titolo della laurea è un punto di arrivo, anziché

    un punto di partenza; per le quali avere un impiego significa svolgere il compitino, e non

    creare valore; candidati che anziché chiedersi cosa possono dare loro all’azienda in cambio

    dello stipendio che l’azienda garantisce, interrogano il titolare sui dettagli di ferie e

    retribuzione degli straordinari; impiegati superpagati per competenze tecniche disponibili

    a tutti che a fine turno si fanno cadere la penna e dimenticano anche il nome dell’azienda

    per la quale lavorano… Questo è il mondo che vedo oggi e nel quale, citando Trump, “molte

    persone non sono ricche perché vogliono ricevere più di quanto vogliono dare”.

    Con un assillo di austerity che rischia di strozzare tutti, uno alla volta, il compito

    dell’imprenditore è oggi più che mai proteggere i posti di lavoro dei propri dipendenti e

    farlo anche con scelte impopolari.

    Titubare di fronte a una scelta giusta, ma impopolare, fa perdere tempo; non prendere una

    decisione impopolare per non rompere equilibri consolidati ma improduttivi, fa perdere

    competitività; non creare gerarchie e responsabilità chiare, rende tutti uguali e il barile

    finisce di rotolare su chi firma gli assegni e paga gli stipendi, erodendo margine che ci

    permette di fare investimenti; tenere tutto insieme e puntellare una struttura

    scricchiolante, indebolisce la squadra e ridimensiona il profitto già nel breve termine.

    La paura nel business come nella vita ruba i successi che avremmo potuto avere, sgretola le

    potenzialità che ognuno di noi ha dentro: alle volte sono nascoste dalla saccenza, altre sono

    mortificate dall’aver preso per vero qualcosa che non abbiamo approfondito, sempre sono

    rese improduttive dalla mancanza di coraggio.

    Chi è arrivato, in un contesto sano e competitivo attraverso una selezione prodotta dai

    risultati, a posizioni di potere e di responsabilità deve seguire il primo comandamento del

    management: non nuocere. In rapida successione, deve essere in grado di rispondere

    tempestivamente e in maniera risoluta alle criticità che ogni giorno gli vengono messe sul

    tavolo, deve scardinare –in qualsiasi modo si renda necessario- l’ottica dell’alibi, deve

    creare differenziazione dentro e fuori l’azienda: internamente costruendo gerarchie chiare

    e sul mercato distinguendosi sul cliente grazie a strategie definite e condivise con il front

    end.

    E non dimenticare mai che non decidere, temporeggiare, scegliere per il compromesso e

    per lo status quo può essere –e lo sarà- un modo irresponsabile di nuocere a tutti.

  • Il modo di vendere in tempi di crisi e nell’era di Internet

    di Maurizio Siciliano

    “Vendere è la professione più facile del mondo se si lavora duramente e con entusiasmo,

    ma diventa la più difficile se si pensa di farlo con superficialità” (F. Bettger).

    La crisi finanziaria internazionale non accenna a diminuire i suoi effetti devastanti su

    molta parte dei settori produttivi ed industriali e diverse realtà chiudono lasciando a casa

    migliaia di persone. Molte realtà cercano di arrangiarsi e rimangono in piedi affannandosi

    alla ricerca della soluzione miracolistica che li porti fuori dal guado e a diventare vincenti.

    L’ossessione della “scorciatoia” oltre ad aver pervaso molte persone che pensano di dover

    guadagnare tanto e lavorare poco a prescindere, ha pervaso anche molte realtà aziendali.

    Troppi ormai hanno affidato ad internet il loro futuro commerciale. L’illusione che una

    piazza prevalentemente comunicativa possa diventare la piattaforma del nuovo commercio

    di qualsiasi prodotto o servizio, sta facendo disastri, ma anche una sana selezione naturale.

    Su internet, mantengo un deferente apprezzamento, ma non lo considero un luogo di

    sviluppo delle attività aziendali tout court. E’ un eccellente luogo di comunicazione, di

    aggregazione e anche di sviluppo per alcune realtà, ma per la maggior parte delle aziende,

    non è la piattaforma che ci porterà fuori dalla tempesta. Inoltre, internet ha diminuito

    notevolmente il livello di produttività medio di una persona sul posto di lavoro, oltre a

    generare spesso confusione. L’overload di comunicazione che si genera dall’utilizzo di

    internet, blog, social, siti ecc., ha tra l’altro annullato ogni libertà individuale sul corretto

    utilizzo del tempo. Proviamo a stare senza pc, smartphone per qualche giorno…. Una

    tragedia! Ci sentiamo disconnessi dal mondo… Vado controcorrente, lo so, ma proviamo a

    farci queste domande: quanto tempo passiamo ogni giorno a gestire il sovraccarico di

    informazioni su internet?! Siamo sicuri di essere ancora noi a decidere come usare il nostro

    tempo?! Siamo certi che questo tempo che perdiamo aiuti la produttività nostra e dei

    nostri collaboratori?!

    Sono del parere che oggi come ieri, l’unica ricetta vincente per superare la crisi è

    banalmente aumentare le vendite. Ma soprattutto concentrarsi, ora più che mai, nel fare

    “clienti nuovi”. Rimanendo ancorati all’“equazione della vittoria”, ovvero, alto livello di

    attività (telefonate, appuntamenti, incontri) equivale ad alto livello di volume di vendite,

    dobbiamo concentrarci di più sul fare clienti nuovi e apportare nuova linfa all’attività

    aziendale. Oggi, infatti, tenere alto il livello di attività sui clienti esistenti non paga.

    La crisi finanziaria ha certamente cambiato l’approccio tradizionale alla vendita, ma non

    nell’illusione/scorciatoia che molte aziende inseguono oggi, avvero marketing ed internet.

    L’attività base del vendere e del negoziare, rimane la cura delle public

    relations e della relazione interpersonale. Internet e il marketing sono quanto di

    più virtuale possa esistere in questo senso ed in questa prospettiva: un profluvio di

    relazioni interpersonali virtuali. Possono aiutare, ma solo come supporto non

    indispensabile.

    Pertanto, bisogna curare l’approccio metodologico, darsi obiettivi concreti di clienti nuovi

    da conseguire nei percorsi a breve termine, avere un atteggiamento costruttivo, fare molto

    “Networking” e lavorare sull’autodisciplina metodologica. Inoltre, diventa fondamentale

    cambiare approccio commerciale e diventare abili ascoltatori: far parlare prevalentemente

    il cliente e fargli comunicare le sue esigenze e dimenticare quanto siamo interessanti

    quando parliamo del nostro prodotto/servizio.

    Anche le aziende e il loro management devono cambiare atteggiamento, se vogliono

    crescere e vincere: molte inseriscono agenti e venditori senza curare l’aspetto formativo e

    le strategie di mercato. Si illudono in maniera miope che, essendo a provvigioni,

    comportano un costo variabile e quindi gestibile e non si curano dei costi di invenduto di

    un’area. Altre realtà non sostengono il training dei giovani preferendo risparmiare

    sull’addestramento iniziale e magari investendo cifre ingiustificate in internet e marketing,

    che quasi mai registrano un ritorno positivo. Bisogna essere chiari: un management che

    investe in marketing ed internet senza curare il training delle persone della propria are

    commerciale, è un management da mandare rapidamente a casa! Lavorare sulle più

    moderne tecniche di training commerciale e allenare le persone, sono l’arma più efficace

    per vincere in questo mercato. La rete commerciale si sviluppa lavorando sulle persone,

    non sul marketing, sui prodotti/servizi o sulla diffusione internettiana. Per dirla con Lao

    Tze, “per apprendere ci vogliono tre situazioni: ascolto, riflessione/osservazione, azione.

    Last but not least il team di vendita deve essere adeguatamente allenato ad una “ginnastica

    della previsione mentale”, dove tutte le variabili di una negoziazione vengono prese in

    considerazione ed allenate, con il fine ultimo di eliminare gli ostacoli al raggiungimento dei

    risultati. Vendere e, soprattutto in questa fase, abituarsi a fare clienti nuovi è il frutto di un

    lavoro strategico di equipe, in cui tutti gli attori sono coinvolti. Vendere, oggi più che mai è

    un processo scientifico, un metodo di lavoro che insegna anche a resistere alle frustrazioni

    che un’attività come questa inevitabilmente comporta.

    Se la nostra rete commerciale incontra i contatti giusti tutte le settimane, non si possono

    non ottenere risultati. Se ci diamo l’obiettivo settimanale di clienti nuovi, non possiamo

    crogiolarci con la pigra certezza di visitare sempre i soliti noti.

    Quindi:

    – Abbiamo una lista di contatti da chiamare quotidianamente?!

    – Stiamo raggiungendo i numeri di attività che occorrono per centrare gli obiettivi?!

    – Con quanti contatti stiamo lavorando?! Sono sufficienti?!

    Oppure pensiamo che la realtà virtuale del marketing, di internet e della rete lavori per

    noi?!

  • Le previsioni estate 2013 di un Hotel 3 Stelle a Jesolo

    Rilanciare l’economia è la priorità che i cittadini italiani auspicano dopo le elezioni avvenute il 24 25 Febbraio 2013. Il periodo di queste votazioni in Italia è inusuale anzi a memoria d’uomo non sono mai avvenute durante l’inverno.

    Per alcuni aspetti questo può essere incoraggiante per quegli imprenditori che hanno un’attività prettamente stagionale estiva, mi riferisco alla categoria degli albergatori. Sappiamo che tra le categorie degli Hotel che maggiormente rischiano di vedersi ridotte le entrate sono gli Hotel Jesolo 3 Stelle a causa della elevata concorrenza presente a Jesolo data la presenza prevalente di questa categoria di Hotel.

    Gli albergatori di Jesolo Lido non nascondono la loro preoccupazione per una stagione estiva che si preannuncia estremamente difficoltosa ed incerta. I dati macro-economici registrano continuamente dei segni meno (meno produzione, meno consumi) con la conseguenza di di un notevole aumento di indebitamento delle attività commerciali ed incremento esponenziale di chiusura di aziende operanti nei più svariati settori commerciali.

    Per non parlare poi del fatto che prevalentemente è proprio la classe media italiana ad essere il mercato su cui attingono gli Hotel Jesolo 3 Stelle come flusso turistico di base, ed è la classe media che ha subito maggiormente gli effetti della crisi economica.

    A questo scenario estremamente cupo le speranze degli Hotel Jesolo sono ora riposte nel nuovo governo che si insedierà tra non molto. Le misure adottate del precedente esecutivo hanno causato una contrazione appunto dei consumi tra aumento della tassazione e tagli della spesa nel nome del rigore.

    Molti affermano che per rimediare agli errori economici fin qui commessi sia necessario rivedere gli accordi europei e per che no anche valutare la possibilità di uscire dalla moneta unica europea. Già prima di entrare nell’euro diversi economisti nazionali ed internazionali tra cui il premio nobel per l’economia Paul Krugman affermavano che l’Euro era un progetto fallimentare perchè fondato su regole estremamente rigide che penalizzavano gli stati economicamente più deboli.

    Parole profetiche che solo ora la gente malauguratamente ha constatato essere basate su analisi corrette.

    La pressione fiscale reale in Italia ora è di circa il 70% e nei prossimi mesi è destinata ad aumentare a causa della introduzione di tre nuovi provvedimenti. Aumento dell’Iva dal 21 al 22% nel mese di Luglio.

    La nuova tassa Tares che andrà a sostituire la Tarsu e la Tia e pare costerà molto di più dato che servirà a coprire, oltre alla gestione dei rifiuti, i fondi per la gestione dei servizi indivisibili come l’illuminazione pubblica, la manutenzione delle strade, lo spazzamento della neve.

  • PROTEGGI E MIGLIORA IL TUO AMBIENTE

    PRECETTO NUMERO 12 DELLA VIA DELLA FELICITA’ DI L. RON HUBBARD

    Il precetto si divide in 3 parti: CURA IL TUO ASPETTO, ABBI CURA DELLA TUA AREA, AIUTA AD AVER CURA DEL PIANETA.

    12-1. CURA IL TUO ASPETTO

    A volte alcune persone non si rendono conto, dato che non passano la giornata a guardarsi nello specchio, di far parte dell’aspetto e della scena altrui. Alcuni non si rendono conto che gli altri li giudicano in base al loro aspetto.

    Pur se gli abiti possono essere costosi, il sapone ed altri oggetti per la cura personale non sono difficili da ottenere. A volte non è facile trovare subito le tecniche corrette, ma è possibile migliorare.

    In alcune società, quando sono primitive o molto degradate, può addirittura rientrare nei dettami della moda il fatto di apparire come “un pugno in un occhio”. In realtà questo è un sintomo di mancanza di rispetto per se stessi.

    Una persona si può sporcare facendo esercizio fisico o lavorando. Ma questo non esclude il fatto che poi si rimetta in ordine. E, tanto per fare un esempio, ci sono lavoratori inglesi ed europei che riescono a mantenere un certo livello estetico anche mentre lavorano. Possiamo notare che alcuni dei migliori atleti hanno un buon aspetto nonostante siano grondanti di sudore.

    Un ambiente deturpato da persone in disordine può avere un effetto leggermente deprimente sul morale.

    Incoraggia le persone intorno a te a mantenere un aspetto piacevole, complimentandoti con loro quando è così e aiutandole in modo gentile a risolvere i loro problemi, quando non è così. Questo può migliorare il loro rispetto nei propri confronti ed anche il loro morale.

    12-2. ABBI CURA DELLA TUA AREA

    Il fatto che altri lascino in disordine i propri oggetti o aree, può influenzare negativamente anche i tuoi oggetti o aree.

    Quando qualcuno sembra incapace di prendersi cura delle proprie cose e della propria area, è segno che non si sente al posto giusto, e che non sente di possedere i propri oggetti. Da bambino gli sono state imposte troppe cautele e condizioni per le cose che gli venivano “date”, oppure queste gli venivano tolte da fratelli, sorelle o genitori. E forse si sentiva indesiderato.

    Le proprietà, le stanze, gli spazi di lavoro, i veicoli di tali persone mostrano che nessuno li possiede veramente. Peggio ancora, si può osservare a volte una specie di rabbia nei confronti della proprietà. Il vandalismo ne è una manifestazione: la casa o la macchina che non hanno “nessun proprietario” si rovinano rapidamente.

    Le persone che costruiscono e cercano di amministrare abitazioni popolari, spesso sono stupite dalla rapidità con cui si rovinano. I poveri, per definizione, possiedono poco o nulla. Tormentati in vari modi, finiscono anche col sentirsi emarginati.

    Comunque, ricchi o poveri, o quale che sia la ragione, quelli che non si prendono cura delle loro proprietà e della loro area possono provocare disordine alle persone che hanno accanto. Sono sicuro che ti vengono in mente vari esempi del genere.

    Chiedi a queste persone che cosa possiedono veramente nella vita e se quello è veramente il loro posto: riceverai risposte sorprendenti. E le aiuterai veramente molto.

    L’abilità di organizzare cose e posti che si possiedono, può essere insegnata. A qualcuno può giungere nuovo che un oggetto, dopo essere stato preso ed usato, deve essere rimesso al suo posto, in modo che possa poi essere ritrovato: alcuni passano metà del loro tempo semplicemente cercando delle cose. Un po’ di tempo investito nell’organizzarsi può dare come risultato un lavoro accelerato: non è, come qualcuno crede, uno spreco di tempo.

    Se vuoi proteggere le tue cose e le tue aree, fai in modo che gli altri abbiano cura delle loro.

    12-3. AIUTA AD AVER CURA DEL PIANETA

    L’idea che ognuno di noi possieda una parte del pianeta e che possa e debba aiutare a prendersene cura, può sembrare esagerata e, a qualcuno, piuttosto irreale. Ma al giorno d’oggi ciò che accade dall’altra parte del pianeta, anche se lontana, può influenzare ciò che accade a casa tua.

    Recenti scoperte fatte servendosi di sonde spaziali inviate su Venere, hanno mostrato che il nostro pianeta potrebbe deteriorarsi al punto da non permettere più la vita. E forse potrebbe avvenire proprio nell’arco di questa generazione.

    Continuiamo ad abbattere foreste, ad inquinare fiumi e mari, a rovinare l’atmosfera e sarà la fine. La temperatura alla superficie può salire fino ad arrostirci, e la pioggia può diventare acido solforico. Tutte le forme viventi potrebbero morire.

    Qualcuno potrebbe chiedere: “E anche se fosse vero, che cosa posso farci io?”. Beh, se anche non si facesse altro che disapprovare quelli che con le loro azioni rovinano il pianeta, sarebbe già qualcosa. E persino se ci si limitasse a pensare che è negativo distruggere il pianeta ed a comunicare tale opinione, sarebbe già qualcosa.

    La cura del pianeta comincia con il cortile di casa tua. Si estende alla zona che si percorre per andare a scuola o al lavoro. Comprende anche i posti dove si va a fare un picnic o dove si va in vacanza. Non è necessario aumentare la sporcizia che inquina la terra e le falde acquifere, né aumentare i pericoli d’incendio nelle boscaglie, anzi, nel tempo libero si può fare qualcosa di costruttivo. Piantare un albero può sembrare poco, ma è già qualcosa.

    In alcuni paesi i vecchi ed i disoccupati non se ne stanno con le mani in mano, in uno stato di abbattimento: curano i giardini, i parchi ed i boschi, ripulendoli dai rifiuti e aggiungono un po’ di bellezza al mondo. Le risorse per aver cura del pianeta non mancano, ma sono in gran parte ignorate. Si può osservare che il Corpo di Conservazione Civile negli Stati Uniti, organizzato negli anni ´30 per assorbire le energie di lavoro degli ufficiali e dei giovani disoccupati, fu uno dei pochi progetti, se non l’unico, in quel periodo di recessione, che creò più ricchezza per lo stato di quanto ne avesse spesa. Rimboscò varie aree e fece altre cose di valore per la cura della parte statunitense del pianeta. Ora il Corpo di Conservazione Civile non esiste più. Si potrebbe anche solo esprimere la propria opinione sulla validità di tali progetti e sostenere i rappresentanti politici e le organizzazioni che portano avanti la difesa dell’ambiente.

    La tecnologia non manca. Ma la tecnologia e la sua applicazione richiedono denaro. Il denaro è disponibile quando si seguono linee di condotta sensate e che non puniscano tutti. E tali linee di condotta esistono.

    Ci sono molte cose che le persone possono fare per aiutare a prendersi cura del pianeta. Si inizia con l’impegno personale. Si prosegue suggerendo agli altri di fare altrettanto.

    L’Uomo ha raggiunto la capacità potenziale di distruggere il pianeta. Ora deve essere portato al punto di essere in grado di salvarlo e di agire per farlo.

    Dopotutto è il posto in cui viviamo.

    Se gli altri non ci aiutano a migliorare e proteggere l’ambiente, La Via della Felicità potrebbe non riuscire a trovare un itinerario da percorrere.

    VISITA IL SITO: http://www.laviadellafelicita.org/thewaytohappiness/precepts/safeguard-and-improve-your-environment.html

  • BRESCIA: PULIZIA DEL PARCO “SHUTTLE” PER I RAGAZZI DELL’ASSOCIAZIONE IL GIRASOLE

    Nella giornata di venerdì 15 marzo, i ragazzi dell’Associazione Il Girasole di Via Codignole a Brescia, hanno pulito il parco vicino alla scuola, seguendo il precetto de “La Via della Felicità” – “Proteggi e migliora il tuo ambiente”.

    I ragazzi, delle elementari e medie, durante la lezione di Educazione Civica si sono muniti di guanti, pinze e sacchi e tutti insieme hanno ripulito dalle cartacce il parco Shuttle e i parchetti circostanti. Dopo aver ascoltato la lettura del precetto, motivati anche dalla bella giornata, si sono messi in azione.

    I ragazzi si sono divisi in gruppi, sempre seguiti dalle insegnanti, e si sono divertiti facendo la gara di “chi raccogliesse più cartacce”, trovandosi di fronte ad un immondezzaio nei pressi dei giochi del parco e nella fontana. Si sono lasciati alle spalle un parco pulito e splendente, raccogliendo il plauso del vicinato.

    Per maggiori informazioni visita il sito: http://www.laviadellafelicita.org