Lavorare all’estero: cosa serve

Lavorare all’estero è diventato sempre più il sogno di molti, soprattutto dei giovani neolaureati, che spesso fuori dall’Italia, trovano migliori condizioni, per intraprendere un’attività oppure per fare esperienze qualificanti. Le mete preferite sono Londra, Berlino, Basilea e Parigi.

I dati Istat sono molto chiari: dal 2002 al 2011 la percentuale di neolaureati, che si reca all’estero per lavoro, è passata dall’11,9 per cento al 27,6 per cento. Circa i dieci per cento dei neo dottori decide di proseguire la sua esperienza lavorativa in Gran Bretagna, e complessivamente il flusso migratorio si muove per la metà dei casi nell’area dell’Unione Europea.

Un altro dato che sottolinea il fenomeno dei cervelli in fuga, è quello che vede scendere, sempre in percentuale, il numero di persone che scelgono di andare a lavorare all’estero con un titolo di studio basso, mentre quelle con laura o diplomi qualificati, aumentano ogni anno.

Nella maggior parte dei casi, a meno che non esista una richiesta specifica di un’azienda o di un centro di ricerca, chi decide di muoversi, lo fa in maniera autonoma. Se la destinazione è una città all’interno dell’Unione Europea, non è necessario un permesso di soggiorno. Mentre se la meta è negli Stati Uniti, in Asia oppure in Australia, è necessario richiedere un visto vacanza.

Ogni Nazione ha un regolamento preciso riguardo la possibilità di soggiornare più di tre mesi, è per questo consigliabile consultare l’ambasciata prima di partire. Se scegli di andare a lavorare all’estero programma ogni cosa nel minimo dettaglio, inizierà così un’avventura memorabile.

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