La gestione strategica del recruitment e della selezione del personale

di Maurizio Siciliano

Il contesto ipercompetitivo e globalizzato delle economie più sviluppate, ha prodotto anche

una profonda trasformazione dei tradizionali compiti affidati alle funzioni HR delle

aziende. Negli ultimi 15 anni, queste funzioni da una logica di amministrazione e controllo,

sono passate ad una logica di sviluppo e collaborazione strategica. Sia nelle grandi imprese

che nelle piccole e medie soprattutto, il capitale umano ha assunto un ruolo di risorsa

critica, superiore alle risorse tecnologiche, finanziarie ed economiche. Pertanto, oggi la

funzione HR, che sia integrata in azienda, soprattutto nelle medie e grandi, o sia gestita in

outsourcing, come nelle piccole, ha il compito fondamentale di valorizzare il capitale

umano esistente ed integrarlo con ulteriori talenti, funzionali allo sviluppo strategico

deciso dall’impresa. Infatti, in questo approccio il vantaggio competitivo di un’impresa è

costruito sulle persone che ne fanno parte, attraverso le competenze di cui sono depositarie

e della loro disposizione a coinvolgersi nell’impresa stessa. Risulta pertanto evidente, che il

recruitment e l’inserimento di persone che hanno le competenze e le motivazioni ad

eccellere nei diversi ruoli all’interno dell’organizzazione aziendale, sono attività

fondamentali per garantire un vantaggio competitivo sostenibile nel tempo. Se

l’organizzazione non riesce ad individuare ed attrarre le persone eccellenti, le relative

prestazioni tendono ad essere negative e la funzione manageriale mostra limiti di

sostenibilità funzionale e finanziaria.

Il processo di recruitment e selezione di talenti, in questo contesto mostra un notevole

livello di complessità e criticità. Non si tratta solo di individuare una persona per una

posizione, come spesso si è portati a credere. Bisogna valutare con attenzione ed analiticità

l’impatto del talento all’interno dell’impresa e dei processi organizzativi e valutare con

attenzione non solo le dimensioni tecniche dei candidati, ma soprattutto le loro dimensioni

“emotive” e il loro impatto in un’ottica di sviluppo potenziale della posizione da ricoprire e

delle performance da generare. La selezione non deve essere necessariamente orientata a

ricercare i migliori in assoluto ma ad individuare coloro che mostrano un elevato livello di

congruenza con i valori e le norme dell’organizzazione e la posizione da ricoprire.

Nell’ottica anche di una maggiore adesione a modelli organizzativi piatti che privilegiano

l’efficienza e il taglio di costi, le aziende non necessitano unicamente di competenze

tecnico-specialistiche, ma contemplano nei candidati capacità di problem solving

strategico ed operativo, insieme a capacità gestionali, relazionali e di flessibilità. Per questo

motivo, oggi il recruitment e la selezione non possono più solamente concentrarsi sulla

“ricerca” ma devono sviluppare “politiche attrattive” che incoraggino, in una strategia di

selezione continua, l’autoselezione anche attraverso strategie proattive di attrazione di

candidati talentuosi. Non più selezione per coprire posizioni quindi, ma “selezione

strategica continua”.

A questo scopo, diventa fondamentale che l’impresa sviluppi il concetto di “Employer

Branding” ovvero “una strategia di marketing finalizzata a creare un’immagine aziendale

coerente con l’identità dell’impresa come employer (luogo di lavoro), in sintonia con il

target di riferimento e ben distinta da quella dei competitors, attraverso la quale attrarre e

fidelizzare le persone di talento. La grande sfida per il futuro sarà la capacità dell’azienda

di gestire ed integrare al meglio i suoi diversi ruoli: come realizzatore di profitto mediante

la produzione di beni e servizi, come realtà socialmente responsabile grazie ad un

comportamento sempre più etico e come “luogo di lavoro” dove i dipendenti attuali e

potenziali possano trovare il piacere di lavorare” (Amendola).

Il fine ultimo della strategia di employer branding, come sostiene il prof. Padula, “è quello

di allineare i comportamenti e gli stili cognitivi delle persone con la vision e i valori propri

dell’organizzazione e, quindi, indurre i collaboratori ad essere i portatori stessi dei valori

aziendali e a sostenerli. L’idea di fondo è che quando i dipendenti/collaboratori

comprendono a pieno e apprezzano i loro brand, non solo riescono meglio a fornire

l’auspicata brand experience ai consumatori e agli altri stakeholder, ma offrono all’azienda

un livello di impegno e motivazione senz’altro superiori. In questo contesto, riveste un

ruolo fondamentale la comunicazione interna, che dovrebbe puntare alla creazione di una

loyalty testimoniale, quindi far divenire il personale il vero testimonial dell’azienda.

Dobbiamo rilevare, comunque, che le strategie di employer branding hanno una duplice

valenza: attrarre persone interessate e interessanti ma anche stimolare un comportamento

di autoselezione ex ante, da parte dei potenziali candidati, in modo da rendere più

efficiente il vero e proprio processo di selezione. Le aziende che comprendono le

potenzialità dell’employer branding attraggono i candidati ideali e fanno dei loro

collaboratori i fautori più potenti del “successo” presente e futuro. L’employer image

rappresenta, infatti, una risorsa intangibile non facilmente imitabile dai concorrenti,

poiché integra fra loro il messaggio relativo alle caratteristiche proprie della posizione

lavorativa con le componenti, più emotive e profonde, tipiche di ogni cultura aziendale”.

In conclusione, il valore aggiunto delle attività di recruitment e selezione in un’ottica che

sposa le strategie di sviluppo dell’azienda, diventano fondamentali nell’attuale contesto di

crisi. Una funzione HR che non persegua questi obiettivi è fuori dal mercato e bene farebbe

l’azienda ad esternalizzare tali processi tramite operazioni di outsourcing. Allo stesso

modo, l’obiezione che afferma che politiche di questo tipo valgono solo per le grandi

imprese strutturate, risulta infondata. Le piccole e medie imprese, proprio per la loro

elevata flessibilità e per la potenziale adesione a servizi di consulenza HR in outsourcing

bene si adattano a progettare strategie di recruitment e selezione, che rispondano in modo

flessibile alle mutevoli condizioni del mercato e alle diverse strategie di sviluppo

dell’impresa.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.