Tag: prima guerra mondiale

  • Le Bandiere Tricolori di Studio Stands nella consacrazione dell’Adamello a Vetta Sacra alla Patria

    Studio Stands, azienda con una lunga esperienza nel settore della stampa digitale e dei materiali espositivi, fornirà più di 1000 Bandiere Tricolori per la cerimonia di consacrazione dell’Adamello a Vetta Sacra alla Patria in occasione del centenario della fine della Prima Guerra Mondiale.
    L’evento, ideato e organizzato dall’associazione Impronta Camuna, avrà luogo il 7 luglio 2018 contemporaneamente a numerose manifestazioni e rievocazioni commemorative a Edolo (BS).

    Sull’Adamello verrà disteso un Tricolore di 50 metri che circonderà la cima del monte per consacrarlo a Vetta Sacra alla Patria e abbracciare simbolicamente i caduti della guerra.
    È prevista inoltre l’installazione di una targa commemorativa realizzata in bronzo e di una Bandiera d’Italia con un’asta di 5 metri sul blocco in granito che sorregge la croce della vetta.
    Le mille Bandiere Tricolori, prodotte da Studio Stands, saranno distribuite ai partecipanti del prestigioso evento insieme a svariati altri tricolori realizzati per le congregazioni dei comuni e degli alpini.
    Bandiere d’Europa e bandiere delle nazioni saranno presenti per trasmettere un messaggio di pace e ricordare tutte le vittime dei conflitti.

    Il prestigioso progetto è stato approvato dallo Stato Maggiore della Difesa che ha concesso di utilizzare il suo logo. È prevista inoltre la partecipazione delle Frecce Tricolori mentre si attende l’esito dell’invito che è stato rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

    Le manifestazioni del 7 luglio saranno solo l’inizio di una lunga serie di cerimonie per la fine della Prima Guerra Mondiale che si terranno nei mesi a seguire, fino alla Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, il 4 novembre.

    Studio Stands Srl www.studiostands.it

  • In arrivo a Forte Lago Predil, i suoni primordiali della Grande Guerra con ‘Panoptico’

    Orari: L’installazione sarà fruibile presso il Forte Lago Predil (Cave del Predil, Strada Provinciale 76, Tarvisio, UD), dal 29 al 30 luglio dalle 14.00 alle 18.00.

    Infoline: www.iodeposito.org; www.bsidewar.org

     

    IoDeposito Ong, in collaborazione con l’associazione Età dell’Acquario e con il patrocinio del Comune di Tarvisio, presenta Panoptico (PAN-ὀπτικός), installazione di sound art dell’artista Greta Lusoli, presso il suggestivo sito di Forte Lago Predil. Organizzata con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e il patrocinio dell’UNESCO, l’opera sarà fruibile gratuitamente dal 29 al 30 luglio, dalle 14.00 alle 18.00. L’evento rientra nell’ambito della terza edizione della rassegna artistica e culturale B#SIDE WAR, ideata da IoDeposito Ong e promossa attraverso numerosi eventi nazionali ed internazionali quali mostre d’arte e installazioni artistiche, performing, conferenze, progetti di ricerca e pubblicazioni.

     

    In un’Europa che cento anni fa si configurava come una grande prigione a cielo aperto, quasi quindici milioni di persone vivevano intrappolate in carceri di guerra inumane. A fianco a loro, altrettanti civili soccombevano tra campi di rifugiati, campi d’evacuazione o tra le propria mura domestiche, prigionieri di una realtà di distruzione e di privazione. L’opera Panoptico (PAN-ὀπτικός) si relaziona con quel terribile scenario di guerra tentando di evocare sonoramente (ricostruendola nella mente dell’uditore) l’angosciosa architettura di prigione ideata dal filosofo e giurista J. Bentham alla fine del XVIII secolo. Concepita per rendere più efficienti, economiche e sorvegliabili le carceri, la struttura di Bentham permette a un singolo sorvegliante di controllare contemporaneamente tutti i detenuti pur rimanendo fermo al centro dell’edificio, grazie alla dislocazione che sviluppa le celle ad anello attorno allo spazio centrale. Queste celle divennero dunque trasparenti, comportando la distruzione della privacy dei prigionieri: la protezione della loro intimità (e della loro identità più profonda) svanisce quindi del tutto, contribuendo a quel pericoloso processo di oggettualizzazione e de-umanizzazione del prigioniero. Per evocare la crudele architettura del PAN-ὀπτικός, l’artista proietta nello spazio prossemico del fruitore un suono vibrante, profondo, aspro e sgradevole, capace di evocare segnali d’allarme naturali e primordiali. Un suono emesso ogni 5 minuti e 53 secondi, derivato da una proporzione matematica e concettuale che divide i minuti contenuti in 365 giorni per il numero dei prigionieri che ogni anno muoiono vittime delle guerre. L’implacabile puntualità di questa scadenza sottolinea così la spaventosa quantità di prigionieri di guerra che, ancora oggi, perdono la propria libertà nei conflitti armati. Nella cassa toracica e nella memoria di chi si avvicina risuonano in tal modo echi universali, archetipici, che si pongono quasi come una summa di quei segnali d’allarme prodotti dal mondo animale (compreso quello primitivo, ormai estinto).

     

    L’intervento di arte pubblica della Lusoli offre molteplici piani di lettura, individuando diverse matrici intrinseche in un’opera tanto immateriale e invisibile, quanto emozionalmente complessa. Un ruolo importante gioca la scelta dei luoghi specifici in cui il suono viene proiettato e con i quali l’installazione si relaziona con naturale contiguità: la barriera naturale del lago del Predil divideva le fazioni e costringeva militi e civili a un freddo esilio montano, che li derubava non solo delle risorse alimentari ma anche, soprattutto, della loro libertà. La terra di confine dell’estremo nord-est diventa allora teatro di un intenso dialogo tra l’installazione e le selvagge Alpi Giulie, dove i lineamenti di Italia, Slovenia e Austria si confondono condividendo un passato storico fatto di migrazioni forzate e di presidio bellico. E cento anni più tardi, il grido d’allarme del PAN-ὀπτικός risuona nella Fortezza strategica edificata sul lago e prigioniera, oggi come allora, di un panorama cristallino.

     

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    Link dell’evento: Panoptico al Lago Predil

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  • A Treviso, due appuntamenti del B#SIDE WAR FESTIVAL

    Orari: l’evento di videoarte Video Art Night: female video artist and the war si terrà mercoledì 5 luglio alle ore 20.45, presso lo spazio espositivo TRA a Ca’ Dei Ricchi (primo piano, Via Barberia, 23). La presentazione del volume Essere Corpo è in programma per mercoledì 12 luglio alle ore 20.45, presso lo spazio espositivo TRA a Ca’ Dei Ricchi (primo piano, Via Barberia, 23).

    Infoline: www.iodeposito.org; www.bsidewar.org

     

    In occasione della mostra internazionale Organic Memory, IoDeposito Ong torna a Treviso con altri due eventi per approfondire, da prospettive critiche stimolanti e innovative, la memoria collettiva di guerra e l’eredità dei conflitti che hanno segnato la storia del Novecento. Lo spazio espositivo TRA (Treviso Ricerca e Arte) a Ca’ Dei Ricchi ospiterà mercoledì 5 luglio alle 20.45 Video Art Night: female video artist and the war mentre, mercoledì 12 luglio alle 20.45 IoDeposito presenterà al pubblico i nuovi progetti di ricerca sul tema degli immaginari del diverso, soffermandosi sulla raccolta di saggi -edita per Lint nel 2016- Essere Corpo. Entrambi gli appuntamenti appartengono al nutrito programma della terza edizione del B#SIDE WAR FESTIVAL, che prevede numerosi eventi nazionali ed internazionali quali mostre d’arte e installazioni artistiche, performing, conferenze, progetti di ricerca e pubblicazioni.

    Video Art Night: female video artist and the war è un evento di videoarte che vede protagonista la ricerca artistica di quattro videoartiste donne il cui lavoro affronta il complesso binomio memoria-conflitto. Ricollegandosi agli elementi primordiali, le artiste Natalie Vanheule (Belgio), Vanessa Gageos (Romania), Victoria Lucas (Inghilterra) ed Estabrak Al Ansari (Oman) offrono un percorso visivo che risale alle forme con cui la memoria collettiva è rappresentata. Ecco allora che la memoria organica torna a configurarsi come assetto privilegiato per riflettere non solo sui conflitti, ma anche sulla loro eredità contemporanea: immaginari inediti densi di terra, acqua, cenere e fumo, nell’opera di videoartiste eredi di un passato di guerra ancora da rielaborare.

     

    In questa cornice si inserisce l’incontro dedicato alla presentazione del libro Essere Corpo, che si compone di sedici contributi saggistici: in una panoramica approfondita e trasversale, il volume si propone di mettere a fuoco il tema del ruolo del corpo nell’arco di ciò che si può considerare la fonte dei conflitti novecenteschi e attuali: la Grande Guerra. Indagando il rapporto che l’essere umano ebbe con la Prima Guerra Mondiale, la prospettiva di analisi vede infatti il corpo al contempo come strumento cognitivo, come oggetto di racconto, e come voce della memoria stessa. A tracciare il composito quadro, concorrono pagine di letteratura e saggistica di storia contemporanea, così come di storia dell’arte, diaristica di guerra e di sociologia della comunicazione. Definito dal curatore Tancredi Artico come «una ricapitolazione necessaria» Essere Corpo, che gode del patrocinio dell’Università degli Studi di Trento, della Struttura di Missione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Segretario Generale del Consiglio d’Europa, si delinea dunque come un attraversamento poliedrico del ‘quinquennio di sangue’ attraverso la voce del corpo. E proprio da questo imprinting di ricerca il volume trae la propria forza critica, mettendo insieme una disamina corale che mira a restituire allo studio delle guerre (mondiali, ma non solo) la propria dimensione costitutivamente umana.

     

     

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    Link dell’evento: http://www.bsidewar.org/it/prossimi-eventi/2379/ ; http://www.bsidewar.org/en/prossimi-eventi/corpo-presentazione-dei-progetti-ricerca-sul-ruolo-del-corpo-della-sua-immagine-nelle-guerre-ieri-oggi/

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  • ‘Prisoners’, di Joshua Cesa: ultimo appuntamento del B#SIDE WAR FESTIVAL a Roma

    Inaugurazione: sabato 24 giugno ore 11.00, presso il MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove (via Prenestina, 913, Roma). Per l’occasione, una visita speciale all’opera con l’artista

    Orari: L’installazione sarà fruibile sabato 24 giugno dalle 10.00 alle 20.00, presso il MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove.

    Infoline: www.iodeposito.org; www.bsidewar.org

     

    Dopo il tour a Udine, Gradisca d’Isonzo, Pirano e Genova, B#SIDE WAR FESTIVAL arriva nella capitale. In collaborazione con il MAAM, IoDeposito Ong presenta sabato 24 giugno alle ore 11.00 Prisoners, opera concettuale di arte pubblica dell’artista Joshua Cesa, presso il Museo dell’Altro e dell’Altrove (via Prenestina, 913, Roma). L’installazione, patrocinata dall’UNESCO, verrà presentata attraverso un talk speciale con l’artista e sarà fruibile gratuitamente dalle 10.00 alle 20.00. Dopo l’inaugurazione a maggio in Piazza San Silvestro patrocinata dell’assessorato al Primo Municipio di Roma e a giugno presso l’ex Manicomio Santa Maria della Pietà, si concludono gli appuntamenti romani nell’ex mattatoio di periferia. I tre eventi che sanciscono il debutto a Roma di IoDeposito Ong rientrano nell’ambito della terza edizione della rassegna artistica e culturale B#SIDE WAR, ideata e promossa attraverso numerosi eventi nazionali ed internazionali quali mostre d’arte e installazioni artistiche, performing, conferenze, progetti di ricerca e pubblicazioni.

     

    In un’Europa che cento anni fa si configurava come una grande prigione a cielo aperto, quasi quindici milioni di persone vivevano intrappolate in carceri di guerra inumane. A fianco a loro, altrettanti civili soccombevano tra campi di rifugiati, campi d’evacuazione o tra le propria mura domestiche, prigionieri di una realtà di distruzione e di privazione. Attraverso la sua installazione, l’artista Joshua Cesa coinvolge lo spettatore a esplorare le tematiche legate alla prigionia, permettendo di interfacciarsi con una visione poli-focale della storia tra passato e presente. Prisoners nasce infatti dall’esigenza di indagare l’esperienza della prigionia in senso percettivo e, partendo dal vissuto storico della Grande Guerra, innesca una riflessione ‘sensoriale’ e contemporanea sull’idea della reclusione, invariabile implicazione di tutti i conflitti. L’installazione si realizza attraverso una serie di strutture cubiche poste a terra le quali, squadrate e monolitiche, si aprono al dinamismo mostrando l’immagine di numerosi prigionieri che dal loro interno, disperati, cercano l’uscita. Un contenitore che si fa quindi metafora di tutte le reclusioni -non solo quelle dovute alle guerre conclamate ma, anche, a quelle sommesse- in un tempo in cui l’uomo è prigioniero soprattutto di se stesso: inevitabile chiedersi quali siano, allora, i reali confini di una cella. Prisoners riesce a farsi vera e propria esperienza artistica, portando in sé due linguaggi apparentemente molto diversi: la fissità e la perfezione della figura geometrica dialoga e si relaziona col movimento disperato e primordiale di chi, nello schermo, sa di non potersi liberare.

     

    Un ruolo fondamentale gioca la scelta dei luoghi specifici in cui si è scelto di allestire, di volta in volta, l’installazione. Per il terzo appuntamento non è difficile intuire la forte connessione che vibra tra l’opera e la terza location romana, un ex mattatoio di periferia ora Museo dell’Altro e dell’Altrove: qui, la complessa emergenza sociale dell’immigrazione riscopre il messaggio universale dell’arte, strumento di conoscenza, integrazione e protezione. Ecco che il pensiero corre allora all’emarginazione e alla precarietà quali prigioni da cui uscire appare impossibile, così come in Prisoners gli schermi si fanno pareti immobili contro cui il prigioniero si infrange, inutilmente. I cubi diventano allora contenitore e contenuto e ciascun prigioniero, proprio come ciascun visitatore, è portatore di una propria storia: ogni prigione è diversa, ogni storia è diversa. «Essere qui è un traguardo molto importante per la nostra rassegna, il B#SIDE WAR FESTIVAL: Roma offre orizzonti di riflessione profonda, grazie al caleidoscopico crocevia di culture che ha tessuto, da sempre, la fitta tela della storia di questa città» spiega Giulia Di Paola, responsabile della neo-nata sede romana di IoDeposito Ong «in un territorio la cui identità è tutt’oggi profondamente legata al proprio vissuto bellico, storico e artistico, la riflessione innescata da Prisoners sul dramma dei conflitti offre, sicuramente, un nuovo e multifocale punto di vista».

     

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    Link dell’evento: http://www.bsidewar.org/it/prossimi-eventi/prisoners-by-joshua-cesa-6/

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  • Il primo appuntamento di IoDeposito Ong a Roma, con l’installazione ‘Prisoners’

    Orari: L’installazione sarà fruibile nell’area di Piazza San Silvestro; dal 27 al 28 Maggio 2017, dalle 18.00 alle 22.00.

    Infoline: www.iodeposito.org; www.bsidewar.org

    IoDeposito Ong, in collaborazione e con il patrocinio dell’assessorato al Primo Municipio di Roma, presenta sabato 27 maggio alle ore 18.00 Prisoners, opera concettuale di arte pubblica dell’artista Joshua Cesa, presso Piazza San Silvestro. L’installazione, patrocinata dall’UNESCO, sarà fruibile gratuitamente dal 27 al 28 maggio, lungo i vicoli dell’area di Piazza San Silvestro, dalle 18.00 alle 22.00. Per la prima volta a Roma, questa nuova esperienza artistica è il primo di tre eventi dedicati all’opera, in arrivo nella capitale: il secondo è in programma per il 10 giugno all’ex Ex Lavanderia mentre, il terzo, per il 24 giugno presso il MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove. Gli appuntamenti romani con IoDeposito Ong rientrano nell’ambito della terza edizione della rassegna artistica e culturale B#SIDE WAR, ideata e promossa attraverso numerosi eventi nazionali ed internazionali quali mostre d’arte e installazioni artistiche, performing, conferenze, progetti di ricerca e pubblicazioni.

    In un’Europa che cento anni fa si configurava come una grande prigione a cielo aperto, quasi quindici milioni di persone vivevano intrappolate in carceri di guerra inumane. A fianco a loro, altrettanti civili soccombevano tra campi di rifugiati, campi d’evacuazione o tra le propria mura domestiche, prigionieri di una realtà di distruzione e di privazione. Attraverso la sua installazione, l’artista Joshua Cesa coinvolge lo spettatore a esplorare le tematiche legate alla prigionia, permettendo di interfacciarsi con una visione poli-focale della storia tra passato e presente. Prisoners nasce infatti dall’esigenza di indagare l’esperienza della prigionia in senso percettivo e, partendo dal vissuto storico della Grande Guerra, innesca una riflessione ‘sensoriale’ e contemporanea sull’idea della reclusione, invariabile implicazione di tutti i conflitti. L’installazione si realizza attraverso una serie di strutture cubiche poste a terra le quali, squadrate e monolitiche, si aprono al dinamismo mostrando l’immagine di numerosi prigionieri che dal loro interno, disperati, cercano l’uscita. Un contenitore che si fa quindi metafora di tutte le reclusioni -non solo quelle dovute alle guerre conclamate ma, anche, a quelle sommesse- in un tempo in cui l’uomo è prigioniero soprattutto di se stesso: inevitabile chiedersi quali siano, allora, i reali confini di una cella. Prisoners riesce a farsi vera e propria esperienza artistica, portando in sé due linguaggi apparentemente molto diversi: la fissità e la perfezione della figura geometrica dialoga e si relaziona col movimento disperato e primordiale di chi, nello schermo, sa di non potersi liberare.

    Un ruolo fondamentale gioca la scelta dei luoghi specifici in cui si è scelto di allestire, di volta in volta, l’installazione. Il percorso del primo appuntamento si snoda partendo dal centro storico, luogo per antonomasia di raffinatezza ed eleganza, per giungere fino in periferia, concedendo così all’opera di “incontrare” diverse tipologie di fruitori. Inseriti nello spazio urbano della romana Piazza San Silvestro, l’imbattersi casuale negli schermi di Prisoners induce a riflettere sul paradosso dell’incontro-scontro tra la libertà del passante e la condizione esasperata del prigioniero, fuori da ogni tempo e da ogni luogo, risvegliando in tal modo una preziosa -seppur scomoda- memoria storica. I cubi diventano allora contenitore e contenuto e ciascun prigioniero, proprio come ciascun passante, è portatore di una propria storia: ogni prigione è diversa, ogni storia è diversa. Percorrendo le vie della città si incontrano, quasi per caso, questi racconti. «Essere qui è un traguardo molto importante per la nostra rassegna, il B#SIDE WAR FESTIVAL: Roma offre orizzonti di riflessione profonda, grazie al caleidoscopico crocevia di culture che ha tessuto, da sempre, la fitta tela della storia di questa città» spiega Giulia Di Paola, responsabile della neo-nata sede romana di IoDeposito Ong «in un territorio la cui identità è tutt’oggi profondamente legata al proprio vissuto bellico, storico e artistico, la riflessione innescata da Prisoners sul dramma dei conflitti offre, sicuramente, un nuovo e multifocale punto di vista».

     

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    Link dell’evento: http://www.bsidewar.org/it/prossimi-eventi/prisoners-by-joshua-cesa-7/

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  • Per la prima volta a Torino, il volume ‘Essere Corpo’

    IL RUOLO TESTIMONIALE DEL CORPO NELLA GRANDE GUERRA: PRESENTAZIONE DEL VOLUME ESSERE CORPO

    Orari: giovedì 11 maggio ore 18.00, presso la Libreria Trebisonda, Via Sant’Anselmo 22, Torino. Ingresso libero.

    Infoline: www.iodeposito.org; www.bsidewar.org

    A Torino lo start up del B#SIDE WAR FESTIVAL, rassegna artistica e culturale ideata e promossa da IoDeposito Ong, inizia con la presentazione del volume Essere Corpo – la Prima guerra mondiale tra letteratura e storia, edito per Lint nel 2016 a cura di Tancredi Artico. Oltre alla presentazione generale dei progetti di ricerca internazionali di IoDeposito, il capoluogo piemontese ospiterà infatti giovedì 11 maggio alle 18.00 un incontro dedicato alla raccolta di saggi sul ruolo del corpo e del suo immaginario nella Prima Guerra mondiale, presso la Libreria Trebisonda (Via Sant’Anselmo, 22). L’appuntamento appartiene al nutrito programma della terza edizione del Festival, che prevede numerosi eventi nazionali ed internazionali quali mostre d’arte e installazioni artistiche, performing, conferenze, progetti di ricerca e pubblicazioni.

     

    Esito editoriale del complesso progetto di ricerca internazionale “Il corpo delle umane memorie”, Essere Corpo si compone di sedici contributi saggistici di oltre venticinque ricercatori e professori universitari provenienti da otto paesi. In una panoramica approfondita e trasversale, il volume si propone di mettere a fuoco il tema del ruolo del corpo nell’arco di ciò che si può considerare la fonte dei conflitti novecenteschi e attuali: la Grande Guerra. La prospettiva di analisi è incentrata sul valore originale della testimonianza e sul linguaggio universale del corpo, slegata pertanto dall’approccio unicamente storicistico. A tracciare il composito quadro, concorrono difatti pagine di letteratura e saggistica di storia contemporanea, così come di storia dell’arte, diaristica di guerra e di sociologia della comunicazione. Essere Corpo, che gode del patrocinio dell’Università degli Studi di Trento, della Struttura di Missione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Segretario Generale del Consiglio d’Europa, si configura dunque come un attraversamento poliedrico del ‘quinquennio di sangue’, crudo ma sincero. E proprio da questo imprinting di ricerca il volume trae la propria forza critica, mettendo insieme una disamina corale che mira a restituire allo studio delle guerre (mondiali, ma non solo) la propria dimensione costitutivamente umana.

    A coronare il percorso di ricerca è infine la copertina, l’opera Glue Zebra di Paolo Patelli, che non solo esemplifica la scelta di evitare un rigido approccio storico-matematico ma contestualizza il libro nella contemporaneità, attraverso una rilettura moderna e sfaccettata di un’esperienza di dolore. «Una ricapitolazione necessaria» spiega Tancredi Artico, italianista in forza all’Università degli studi di Padova e curatore dell’opera «che nasce dall’esigenza di indagare i conflitti bellici in virtù di una visione poliprospettica, attingendo al multiforme ventaglio d’analisi offerto dalle espressioni artistiche, memorialistiche, e dai documenti diretti e indiretti». Finanziato dalla Regione Friuli Venezia Giulia e insignita del massimo riconoscimento da parte dell’UNESCO, Essere Corpo ritorna sulla Prima Guerra Mondiale con documenti e testimonianze d’eccezione la cui validità scientifica si fa risorsa stimolante, e non limite che si arena su date e resoconti di conquiste, permettendo così al lettore di non dimenticare che la guerra è stata fatta da uomini, contro uomini.

     
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  • In arrivo a Pirano l’installazione “Prisoners” sul tema della prigionia

    PIRANO, ARTE PUBBLICA SUL TEMA DELLA PRIGIONIA: L’INSTALLAZIONE “PRISONERS”

    Inaugurazione: sabato 6 maggio ore 18.00, presso la piccola corte antecedente alla Casa Museo Tartini (Kajuhova 12, 6330, Pirano, Slovenia).

    Orari: L’installazione sarà fruibile nell’area compresa tra Piazza Tartini, Strada Adamiceva e Strada Bolniska; dal 4 al 7 Maggio 2017, dalle 18.00 alle 22.00.

    Infoline: www.iodeposito.org; www.bsidewar.org

     

    IoDeposito Ong, in collaborazione con la regione Friuli Venezia Giulia, il Comune di Pirano e la Comunità degli Italiani di Pirano, inaugura sabato 6 maggio alle ore 18.00 presso la piccola corte antecedente alla Casa Museo Tartini (Kajuhova 12, 6330, Pirano, Slovenia) Prisoners, opera concettuale di arte pubblica dell’artista Joshua Cesa. L’installazione, patrocinata dall’UNESCO, sarà fruibile gratuitamente dal 4 al 7 maggio, lungo i vicoli dell’area compresa tra Piazza Tartini, Strada Adamiceva e Strada Bolniska, dalle 18.00 alle 22.00. Per la prima volta a Pirano, l’appuntamento con IoDeposito Ong rientra nell’ambito della terza edizione della rassegna artistica e culturale B#SIDE WAR, ideata e promossa attraverso numerosi eventi nazionali ed internazionali quali mostre d’arte e installazioni artistiche, performing, conferenze, progetti di ricerca e pubblicazioni.

    In un’Europa che cento anni fa si configurava come una grande prigione a cielo aperto, quasi quindici milioni di persone vivevano intrappolate in carceri di guerra inumane. A fianco a loro, altrettanti civili soccombevano tra campi di rifugiati, campi d’evacuazione o tra le propria mura domestiche, prigionieri di una realtà di distruzione e di privazione. Attraverso la sua installazione, l’artista Joshua Cesa coinvolge lo spettatore a esplorare le tematiche legate alla prigionia, permettendo di interfacciarsi con una visione poli-focale della storia tra passato e presente. Prisoners nasce infatti dall’esigenza di indagare l’esperienza della prigionia in senso percettivo e, partendo dal vissuto storico della Grande Guerra, innesca una riflessione ‘sensoriale’ e contemporanea sull’idea della reclusione, invariabile implicazione di tutti i conflitti. L’installazione si realizza attraverso una serie di strutture cubiche poste a terra le quali, squadrate e monolitiche, si aprono al dinamismo mostrando l’immagine di numerosi prigionieri che dal loro interno, disperati, cercano l’uscita. Un contenitore che si fa quindi metafora di tutte le reclusioni -non solo quelle dovute alle guerre conclamate ma, anche, a quelle sommesse- in un tempo in cui l’uomo è prigioniero soprattutto di se stesso: inevitabile chiedersi quali siano, allora, i reali confini di una cella. Prisoners riesce a farsi vera e propria esperienza artistica, portando in sé due linguaggi apparentemente molto diversi: la fissità e la perfezione della figura geometrica dialoga e si relaziona col movimento disperato e primordiale di chi, nello schermo, sa di non potersi liberare.

     

    «Inserita nello spazio urbano di Pirano, l’opera dialoga con le forme della città» spiega l’artista Joshua Cesa «il confronto tra il chiuso -gli snelli vicoli che caratterizzano il paesaggio- e l’aperto -l’ampia costa e la spazialità marittima- conduce il visitatore fino al mare, simbolo di speranza e di libertà da ogni prigione». Una seconda lettura svela inoltre come l‘imbattersi casuale, negli schermi di Prisoners, induca a riflettere sul paradosso dell’incontro-scontro tra la libertà del passante e la condizione esasperata del prigioniero, fuori da ogni tempo e da ogni luogo, risvegliando così una preziosa -seppur scomoda- memoria storica. I cubi diventano allora contenitore e contenuto e ciascun prigioniero, proprio come ciascun passante, è portatore di una propria storia: ogni prigione è diversa, ogni storia è diversa. Percorrendo le vie della città si incontrano, quasi per caso, questi racconti. La riflessione innescata da Prisoners sul dramma dei conflitti offre, sicuramente, un nuovo e multifocale punto di vista.

     

     

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  • “Embodied Memory”, Mostra-evento a Villa Manin di Passariano

    Il labirinto del ricordo bellico: “Embodied Memory” e le mille forme della memoria

    Opening: Sabato 1 Aprile, ore 18:00; presso l’Esedra di Levante (primo piano) di Villa Manin di Passariano, Piazza Manin 10, Codroipo.

    Orari Mostra: dal 1 aprile 2017 al 30 aprile 2017; da martedì a sabato, dalle 10.00 alle 19.00. Ingresso gratuito.

    Infoline: www.iodeposito.org; www.bsidewar.org

    IoDeposito Ong torna a riunire artisti italiani e internazionali in una riflessione congiunta e sfaccettata sulla memoria collettiva della guerra, inaugurando sabato 1 aprile 2017 alle ore 18.00 la mostra Embodied Memory, nell’Esedra di Levante della preziosa location storica Villa Manin. Questa nuova esperienza artistica, organizzata in co-produzione con Erpac e in collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia e con il patrocino dell’UNESCO, sarà fruibile gratuitamente fino al 30 aprile, dal martedì al sabato, con orario 10.00-19.00. Ad impreziosire il vernissage del primo aprile vi sarà uno special talk con alcuni artisti selezionati per l’occasione che darà modo al pubblico di approfondire le pratiche artistiche site-specific in rapporto alla memoria di guerra.

    In sintonia con uno degli approcci distintivi del B#SIDE WAR FESTIVAL, Embodied Memory si focalizza non solo sulla memoria del conflitto ma, nello specifico, sull’esperienza umana della Grande Guerra, rappresentando idealmente il processo di smaterializzazione della memoria attraverso tre principali raggruppamenti concettuali. In una dinamica riflessione sulla coscienza storica nel proprio rapporto con il tempo -che la modella e la assoggetta in una dimensione atemporale-, le diverse chiavi di lettura veicolate dalle opere riescono così a raccontare il dramma di chi, quegli anni, li ha fronteggiati sulla propria pelle. In questo modo, gli artisti parlano direttamente all’interiorità dello spettatore, trasmettendo la memoria tragica e vibrante degli eventi anche dopo la morte di quei soldati, di quelle famiglie, di quegli esseri umani che della guerra sono stati i diretti protagonisti.

    In una Villa Manin virtualmente tripartita, la prima sezione offre una memoria che emerge come riposta negli elementi naturali i quali, per natura, si configurano come primi e più permeanti veicoli del ricordo, capaci di riflettere il dramma che hanno assorbito. Nel secondo blocco concettuale, l’oggetto bellico viene invece rivisitato in virtù della sua dimensione materica, distanziandolo dall’idolatria retorica per avvicinarlo, intimamente, alla propria reale essenza profondamente umana, che lo trasforma dunque in un simbolo concreto del logorio e dell’anti-eroismo. Tale prospettiva materica va assottigliandosi fino a quasi sfumare, poi, nella sezione finale della mostra. Il visitatore è accompagnato allora attraverso opere leggere, incise nei materiali, che declinano la memoria nella dimensione impalpabile della scrittura. In questa terza proposta percettiva, l’assottigliamento del corpo materico lascia dunque il passo all’incisione, quale prima dichiarazione della propria esistenza.

    Dimora dell’ultimo doge di Venezia, gioiello d’arte e di storia, Villa Manin si propone scenario preferenziale di riflessione intimistica e, al contempo, di stimolo artistico collettivo. La celebre Villa si impone da sempre come osservatrice privilegiata delle molte vicende storiche e belliche che hanno attanagliato il Friuli Venezia Giulia, snodatesi lungo il confine delle tensioni tra i mondi tedesco, slavo e mediterraneo. Ad amplificarne la particolarità, un dettaglio esclusivo: in occasione della mostra e nell’ambito del progetto “Residenze 2017”, Villa Manin aprirà le proprie stanze agli artisti: dal 27 marzo all’1 aprile, gli artisti selezionati Ting Bao (Cina), Ana Mrovlje (Slovenia) e Nathalie Vanheule (Belgio) saranno infatti protagonisti di un’esperienza unica nel suo genere, in una permanenza sul territorio che ha come scopo la creazione di opere e progetti ispirati alla storia locale e alla memoria del luogo, entrambi degnamente incarnati dalle architetture e dall’atmosfera del parco della Villa.

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    Link dell’evento: http://www.bsidewar.org/it/prossimi-eventi/embodied-memory-2/

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  • I suoni primordiali della Grande Guerra oggi: “Panoptico”, installazione di sound art

    Vernissage: Sabato 25 Marzo, ore 11.00, presso il Bunker del Castello di Duino (via Duino 32, 34011, Duino Aurisina) – la partecipazione all’inaugurazione è solo su prenotazione, fino al raggiungimento dei posti consentiti

    Orari: dal 25 marzo 2017 al 2 aprile 2017; tutti i giorni dalle 9.30 alle 17.30; chiuso il Martedì.

    Infoline: www.iodeposito.org; www.bsidewar.org

    IoDeposito Ong, in collaborazione con il Gruppo Ermada Flavio Vidonis e il Castello di Duino, presenta sabato 25 marzo alle ore 11.00 l’installazione sonora Panoptico (PAN-ὀπτικός) di Greta Lusoli, presso il bunker del Castello di Duino. L’evento, fruibile gratuitamente fino al 2 aprile (dalle 9.30 alle 17.30, tutti i giorni tranne il martedì), è organizzato con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e il patrocinio dell’UNESCO, e rientra nell’ambito della terza edizione dell’ampia rassegna artistica e culturale B#SIDE WAR, ideata da IoDeposito Ong e promossa attraverso numerosi eventi nazionali ed internazionali quali mostre d’arte e installazioni artistiche, performing, conferenze, progetti di ricerca e pubblicazioni.

    In un’Europa che cento anni fa si configurava come una grande prigione a cielo aperto, quasi quindici milioni di persone vivevano intrappolate in carceri di guerra inumane. A fianco a loro, altrettanti civili soccombevano tra campi di rifugiati, campi d’evacuazione o tra le propria mura domestiche, prigionieri di una realtà di distruzione e di privazione. L’opera Panoptico (PAN-ὀπτικός) si relaziona con quel terribile scenario di guerra tentando di evocare sonoramente (ricostruendola nella mente dell’uditore) l’angosciosa architettura di prigione ideata dal filosofo e giurista J. Bentham alla fine del XVIII secolo. Concepita per rendere più efficienti, economiche e sorvegliabili le carceri, la struttura di Bentham permette a un singolo sorvegliante di controllare contemporaneamente tutti i detenuti pur rimanendo fermo al centro dell’edificio, grazie alla dislocazione che sviluppa le celle ad anello attorno allo spazio centrale. Queste celle divennero dunque trasparenti, comportando la distruzione della privacy dei prigionieri: la protezione della loro intimità (e della loro identità più profonda) svanisce quindi del tutto, contribuendo a quel pericoloso processo di oggettualizzazione e de-umanizzazione del prigioniero.

    L’intervento di arte pubblica della Lusoli offre diversi piani di lettura, individuando almeno tre matrici intrinseche in un’opera tanto immateriale e invisibile, quanto emozionalmente complessa. La prima chiave interpretativa è di carattere prettamente sensoriale: per evocare la crudele architettura del PAN-ὀπτικός, l’artista proietta nello spazio prossemico del fruitore un suono vibrante, profondo, aspro e sgradevole, capace di evocare segnali d’allarme naturali e primordiali. Nella cassa toracica e nella memoria di chi si avvicina risuonano in tal modo echi universali, archetipici, che si pongono quasi come una summa di quei segnali d’allarme prodotti dal mondo animale (compreso quello primitivo, ormai estinto). Il secondo livello interpretativo sintonizza l’esperienza di questa architettura del XVIII secolo al dramma dei conflitti contemporanei, facendosi simbolo di una realtà non vista e non considerata (ma fin troppo comune nel mondo di oggi). Per mezzo di una proporzione matematica e concettuale che divide i minuti contenuti in 365 giorni per il numero dei prigionieri che ogni anno muoiono vittime delle guerre, il suono viene emesso ogni 5 minuti e 53 secondi. L’implacabile puntualità di questa scadenza sottolinea così la spaventosa quantità di prigionieri di guerra che, ancora oggi, perdono la propria libertà nei conflitti armati. Una terza matrice metaforica riguarda infine la dissociazione delle polarità vedere-essere visti: la vastità dei conflitti che attanaglia il mondo intero non viene oggi colta dai nostri occhi eppure, grazie al suono che prepotentemente giunge a toccare corde profondissime della nostra anima, riesce a essere percepita chiaramente dalle nostre menti, penetrando nella routine della quotidianità che assorbe e isola dai grandi drammi contemporanei.

    Un ruolo importante gioca la scelta dei luoghi specifici in cui il suono viene proiettato e con i quali l’installazione si relaziona con naturale contiguità: il Castello di Duino venne prima (nell’arco del primo conflitto mondiale) completamente distrutto a causa della vicinanza col fronte, per essere poi condannato a un susseguirsi di bombardamenti degli alleati sul Monfalcone anche durante la seconda Guerra Mondiale. Chi si trovava in paese si rifugiava nel grande Bunker, inoltrandosi nella profonda grotta e aspettando, al buio, che il peggio passasse. L’installazione sonora, posta nell’ultima sala del sotterraneo, trasporta dunque lo spettatore simultaneamente in un luogo e in molti altri, riuscendo a confrontare l’essere qui fisico e reale con il delle vittime e dei prigionieri del conflitto. Il suono aspro e tagliente si eleva nel bunker del castello e nella memoria storica ancora aleggiante come una coltre invisibile ma persistente, riflettendo quell’antica paura dissolta solo dalla luce di speranza che vi penetra da una ventosa finestra sul mare.

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    Link dell’evento: http://www.bsidewar.org/it/prossimi-eventi/panoptico-by-greta-lusoli-1/

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  • Mostra No words – no war. Per una riconciliazione con la dimensione umana della storia

    Opening: Venerdì 17 febbraio, ore 18.00, presso Carinarnica – bivak urbane kulture, Erjavčeva 53, 5000 Nova Gorica, Slovenia (La Carinarnica si trova sul confine tra Italia e Slovenia, a 15 minuti a piedi dalla Piazza Vittoria di Gorizia).
    Orari Mostra: dal 17 febbraio 2017 al 3 marzo 2017; da lunedì al sabato, dalle 14.00 alle 17.00. Ingresso gratuito.

    IoDeposito Ong, con il patrocino dell’UNESCO e in collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia, inaugura venerdì 17 febbraio alle ore 18.00 la mostra NO WORDS – NO WAR / Optical installation di Natalia Tikhonova, presso Carinarnica -bivak urbane kulture. Fino al 3 marzo (dal lunedì al sabato, dalle 14.00 alle 17.00) sarà infatti l’evocativa location di Nova Gorica, inedito laboratorio e meeting point di culture urbane di confine, ad ospitare la serie di installazioni ottiche dell’artista russa, incentrate sul restituire la costitutiva dimensione umana e sensoriale della guerra. Per mezzo di un uso sapiente di fotografie d’epoca e filtri cromatici, la Tikhonova cerca di arrivare a ciò che, probabilmente, molti libri e saggi storici tendono a dimenticare: ricordare (soprattutto alle nuove generazioni) che la guerra è stata fatta da uomini contro uomini e che, a fianco alle date e ai resoconti delle conquiste, vi sono in primo luogo sgomento, morte, spaesamento.

    La filosofia che accomuna la genesi di tutte le opere è proprio la capacità della mente di condizionare la percezione della guerra sino a renderla qualcosa di lontano, quasi a-storico, facendo dimenticare la presenza umana nel conflitto e offrendone solo il ricordo di una scenografia naturale deserta. In questa prospettiva la Tikhonova sceglie di operare su fotografie d’epoca con un gioco di filtri che fa comparire e scomparire sanguigne figure di soldati: le eredità della guerra vengono colte dunque attraverso i cromatismi, fatti di rossi accesi (che presagiscono) e di grigi densi (che compiangono). Il linguaggio descrittivo del colore, senza bisogno di altre spiegazioni, racconta il percepito di chi ha perso la vita sul fronte Russo (che si fa simbolo di ogni guerra di ogni dove): l’artista riesce così ad indurre lo spettatore ad osservare la storia da diverse prospettive, stimolando una visione poli-focale del passato e dell’esperienza universale del conflitto. È grazie alla prossemica fisica e al medium del colore che diviene allora possibile sgretolare quei filtri interpretativi che ci sono stati tramandati (traccia magari di un pallido ricordo scolastico), e che ci invitano ad una percezione mediata e distanziata del conflitto.

    Lo spostamento fisico da parte del fruitore dei filtri apposti sulle fotografie non solo obbliga lo spettatore ad una variazione del piano ottico, ma lo rende innesco di una memoria ancora viva dentro ciascuno di noi, provocando la riemersione di un portato che è al contempo individuale e collettivo. Natalia Tikhonova porta ad interrogarsi sui lasciti del conflitto mentre, in un certo senso, se ne diventa diretti testimoni: impossibile non chiedersi, difronte a quelle foto, quale sia stato il vissuto di queste figure sanguigne, la cui fragilità e fugacità sembra accentuarsi davanti ai violenti paesaggi del dramma. Inevitabile domandarsi, cosa rimane della nostra umanità quando, con il breve gesto che muove il filtro, le perdiamo di vista.

    Ad acuire i significati dell’esperienza artistica contribuisce inoltre il contesto urbano in cui essa si realizza, immersa in uno spazio raccolto e intriso di storia come il centro Carinarnica: un ex valico di frontiera trasformato in un “bivacco della cultura urbana”. Inaugurata quest’anno dall’Associazione Društvo humanistov goriške, la struttura è situata letteralmente sul confine goriziano lungo la strada per metà italiana (via San Gabriele, Gorizia) e per metà slovena (l’Erjavčeva ulica, Nova Gorica): in una posizione di indubbio valore simbolico, l’ex casello si trova oggi sulla via di passaggio e movimento a differenza del passato in cui fu invece, per lungo tempo, confine e dunque ostacolo ad una libera e facile circolazione di persone, quanto di idee. La mostra-evento, fruibile gratuitamente, appartiene alla terza edizione dell’ampia rassegna artistica e culturale B#SIDE WAR, ideata da IoDeposito e promossa attraverso numerosi eventi nazionali ed internazionali quali mostre d’arte e installazioni artistiche,performing, conferenze, progetti di ricerca e pubblicazioni. 

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  • Entra nella storia con i libri sulla Grande Guerra di Edizioni Dbs

    libri sulla Grande GuerraIl catalogo di DBS Edizioni vanta numerosissime pubblicazioni di libri sulla Grande Guerra. La sezione dedicata alla Prima Guerra Mondiale è infatti ricchissima di libri unici e rari.

    Nel 2013, DBS Edizioni si è unita con la casa editrice Danilo Zanetti Editore, è nato un nuovo progetto che include nuovi libri sulla Grande Guerra e nuove proposte editoriali.
    L’idea era quella di dare voce alle storie e alle testimonianze custodite nel territorio veneto per informare e tramandare le vicende che hanno segnato i difficili anni della Grande Guerra.

    La sezione dedicata alla Prima Guerra Mondiale e alla storia e cultura locale del catalogo di DBS Edizioni è infatti ricchissima di libri unici e rari.

    Libri sulla Grande Guerra: alcune nuove pubblicazioni di DBS Edizioni

    Guerra 1915-18. Rapporto di un bersagliere”, a cura di Giovanni De Donà e Giuseppe Teza, è un libro sulla Grande Guerra e riporta l’intero memoriale inedito del Generale di Brigata Alvise Pàntano. Quest’opera racconta in dettaglio tutte le vicende di Pàntano e dei suoi uomini.

    Una storia simile è raccontata nel libro “Fiamme gialle sulle Dolomiti. 1915-1918. Una storia dimenticata” di Luciano Luciani un libro sulla Grande Guerra che ricostruisce il contributo dato dai finanzieri.

    Il lago della morte. 15-16 maggio 1916 La battaglia per Monte Còlo” è un altro libro sulla Grande Guerra e narra la battaglia del Monte Còlo durante la Grande Guerra, dove quello che doveva essere un attacco dimostrativo degli austriaci per ingannare gli italiani, alla fine si trasforma in un bagno di sangue per entrambi i fronti.

    Storia e cultura locale: racconti e libri sulla Grande Guerra

    Tra le opere in evidenza presenti nella sezione “Storia e cultura locale” troviamo un libro sulla Grande Guerra che titola “La Grande Guerra negli occhi di un bambino”. É il quaderno di memorie di Giuseppe Boschet proposto in forma anastatica, ovvero senza le correzioni di stampa. L’autore era solo un bambino quando si è trovato a vivere le drammatiche esperienze dell’invasione tedesca: un libro sulla Grande Guerra che vi farà commuovere e riflettere.

    Grande guerra: Longarone, 10 novembre 1917” scritto da Marco Rech è una sorta di ricostruzione storica effettuata grazie a documenti, relazioni, memoriali e testimonianze lasciate da coloro che hanno combattuto nell’area di Longarone durante la Prima Guerra Mondiale.

    L’opera fotografica “1917/1918 Il Feltrino invaso. Nuove immagini” è un libro sulla Grande Guerra che documenta i fatti e le vicende accadute tra il 1917 e il 1918 tra i paesi e le province del Veneto e del Trentino.

    I libri sulla Grande Guerra tra la provincia di Belluno e di Vicenza

    Il bellunese e il vicentino sono stati teatro di molti scontri durante la Prima Guerra Mondiale.
    Tra i libri sulla Grande Guerra, ambientati in questi luoghi, possiamo consigliare “1906-1918 Un leone fra Brenta e Cismon”, la drammatica storia del forte corazzato costruito a Cima Campo di Arsiè.

    Un altro libro sulla Grande Guerra è 1915-1916 “Kaiserjager in Marmolada”, scritto da Luca Girotto grazie alle memorie dell’alpino Fritz Malcher, che ha organizzato la prima difesa sulla Marmolada durante la Grande Guerra.

  • In uscita per Edizioni Leucotea PROJECT “Aveva gli occhi completamente neri” il romanzo d’esordio di Marco Collareda.

    Una storia di misteri ed amicizia per vivere un’estate ricca di avventure e colpi di scena.

     

    Cosa succede se quattro ragazzini si mettono sulle tracce di un mistero che affonda le sue radice nelle trincee delle valli venete?

    Andrea e Franco, aiutati da Marica e Antonio, iniziano a pedinare il nuovo arrivato in paese girando sulle loro BMX al ritmo di Vamos a la Playa, ma c’è qualcosa in quei boschi… Qualcosa che non tutti percepiscono, ma non riescono a spiegarsi: spaventa i cani e fa cambiare il colore degli occhi.

    Tra risate, gavettoni e corse in bicicletta i quattro ragazzini si improvviseranno detective per scoprire cosa nasconde quel personaggio così insolito che parla da solo e prega solo in montagna, portando con sé la statua di una Madonna che si è intagliata da solo nel legno.

    Nello sfondo la crescita, i primi amori e quell’amicizia solida e pura che non ha paura del tempo, destinata a durare per sempre.

    Dio, quanto eravamo amici e quante risate quell’estate.

     

    Marco Collareda nasce a Schio (VI) nel 1979 e cresce a Torrebelvicino (VI).

    Diplomato come ragioniere programmatore nel 1998, si laurea in Informatica all’Università di Bologna nel 2002. Attualmente è imprenditore in una piccola software house di Schio, dove svolge l’attività di programmatore. Inizia a scrivere racconti brevi nel 2000. Nel 2002 completa una raccolta di 12 racconti.

    Nel 2014 il romanzo “Aveva gli occhi completamente neri” partecipa al concorso letterario RAI La Giara dove viene selezionato tra i 2 finalisti per la Regione Veneto.