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  • Antonello De Pierro assalito su web da migliaia di utenti di destra dopo innocuo post

    Il presidente dell’Italia dei Diritti: “Aggredito ingiustificatamente sui social dai supporter Meloni e Salvini, quasi 2 mila i commenti inferociti al mio tweet per essere poi inseguito e coperto di insulti anche su Facebook e Instagram. Mai vista una simile violenza verbale“.
    Antonello De Pierro

    Roma – A dichiararlo, all’indomani della manifestazione di Fratelli d’Italia e Lega contro il nuovo Governo, il giornalista romano e presidente del Italia dei Diritti Antonello De Pierro che, ieri mattina, aveva descritto con toni aspri su Twitter il raduno di manifestanti in corso nei pressi di Montecitorio: “Quando sono arrivato in piazza – riprende il leader del movimento – non ho trovato una folla oceanica ad attendere i leader di Fdi e Lega. Alcune immagini che stavano circolando – prosegue De Pierro – riprendevano una piazza solo apparentemente gremita, comunque sovrastimata rispetto all’impressione che se ne aveva dal vivo. Per il resto – aggiunge – chi mi conosce sa che ho commentato la scena con il mio stile che può non piacere ma che mai mi sarei aspettato innescasse simili reazioni“.

    Il giornalista romano descrive quanto avvenuto di lì a poco sulla pagina Twitter: “Nonostante fosse un post innocente, migliaia di utenti che appoggiavano la manifestazione hanno intasato i commenti, dandomi addosso e in alcuni casi insultandomi, per poi riversarsi sulle mie pagine Facebook con attacchi del medesimo tenore. Che dire, per quanto mi riguarda possono continuare. Dal canto mio – afferma – mai acclamerò’ piccole piazze che, col braccio destro alzato, invocano un governo dell’odio e della discriminazione razziale. Il Paese ha bisogno di coesione in virtù di valori positivi che parlino di rispetto dei confini nazionali come di umanità e accoglienza. Riscriverei quel tweet e, a chi mi attacca a mezzo social, ricorderei i crimini del Ventennio, quando la piazza che oggi dicono di aver riempito sarebbe stato motivo di arresto. Il loro, oggi, è un patriottismo indotto da una politica che fa rivivere strani dejavu da cui, come presidente dell’Idd, intendo prendere piena distanza. Vorrei infine ricordare a Meloni e Salvini – si avvia a concludere – che le piazze memorabili sono state ben altre. Quasi 10 anni fa, il No Berlusconi Day riempiva San Giovanni in Laterano, dove la Questura parlò di 90 mila partecipanti, 1 milione per gli organizzatori. Solo noi, nonostante fossimo un movimento neonato partecipammo con oltre 1000 persone. Sicuramente, un seguìto non paragonabile a quello di un angolo di Montecitorio occupato ieri dai sostenitori del no al Conte bis“.

  • Proiettile in busta, De Pierro esprime solidarietà a Federica Angeli

    Il presidente dell’Italia dei Diritti: “L’esternazione del mio sentimento solidale, oltre che doverosa, a tutela dell’imprescindibile diritto costituzionale della libertà di stampa, affonda le sue radici inevitabilmente altresì in motivazioni del tutto soggettive, essendo stato vittima io stesso di un’aggressione e di minacce di morte da parte di Armando Spada“.
    Antonello De Pierro

    Roma – La giornalista di Repubblica Federica Angeli, che dal 2013 vive sotto scorta per aver denunciato lo strapotere dei clan a Ostia, in particolar modo quello degli Spada, è stata destinataria di una busta contenente un proiettile recapitata alla redazione del Fatto Quotidiano. La Squadra Mobile della Questura capitolina ha sequestrato il materiale e ha avviato un’attività di indagine insieme alla Digos. Di recente la Angeli era stata escussa come teste in aula nel processo che vede alla sbarra il boss Armando Spada, il quale nel 2013 l’aveva minacciata di morte.

    Federica Angeli

    Alla Angeli giunge l’espressione di solidarietà del presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, che purtroppo nel 2007 ha subito un’aggressione e minacce di morte a scopo intimidatorio proprio da Armando Spada, accompagnato sotto casa sua da Alfonso De Prosperis, noto imprenditore della lavorazione del ferro a Ostia e da sua moglie Angela Falqui, dopo che il giornalista romano aveva presentato delle denunce per degli abusi edilizi perpetrati sul territorio. Un episodio che gli è valso il triste e non invidiabile primato di primo professionista dell’informazione finito vittima di un esponente del clan Spada, dopo la stessa Angeli e Daniele Piervincenzi, vittima della ormai arcinota testata ricevuta da Roberto Spada, cugino di Armando.

    Antonello De Pierro

    Esprimo la mia più totale vicinanza alla collega Federica Angeli — ha dichiarato il leader del movimento — donna e professionista coraggiosa che ha rinunciato, suo malgrado, alla libertà, essendo costretta a vivere sotto scorta, pur di adempiere compiutamente quel diritto-dovere impostole dall’attività lavorativa scelta, fedele al suo impulso dnatico di fornire un’informazione libera e incondizionata ai lettori del quotidiano per cui firma i suoi commendevoli articoli, sempre orientati verso la ricerca della verità ad ogni costo. L’esternazione del mio sentimento solidale, oltre che doverosa, a tutela dell’imprescindibile diritto costituzionale della libertà di stampa, a nome dell’Italia dei Diritti, che sono orgoglioso di presiedere, affonda le sue radici inevitabilmente altresì in motivazioni del tutto soggettive, essendo stato vittima io stesso di un’aggressione e di minacce di morte da parte di Armando Spada. A differenza dell’attenzione giustamente rivolta al caso di Federica, purtroppo, a causa di vari elementi e di un comportamento quantomeno un po’ distratto da parte di chi ha redatto l’informativa di P.G., il procedimento relativo al mio episodio è stato ascritto alla competenza decisionale del Giudice di Pace penale, anziché del tribunale, e non è mai giunto a sentenza essendosi arenato sugli scogli della prescrizione. E questo è successo innanzitutto perché i poliziotti della volante del commissariato di Ostia, intervenuti sul posto, si sono rifiutati, nonostante la mia insistenza, di sequestrare il bastone con cui Spada aveva posto in essere l’aggressione nei confronti miei e di mio fratello, il quale cercò di difendermi nella circostanza, e di perquisirlo. Paradossalmente furono loro, i coniugi Alfonso De Prosperis e Angela Falqui, i quali lo avevano accompagnato sotto casa mia per mettere in atto la sua azione delittuosa, a denunciare noi e Spada fu indicato come teste. Addirittura fu sostenuto che la coppia era stata costretta a far nascondere il ‘signor Spada’ in macchina, il quale si era spaventato della nostra presenza. Il bastone usato nell’aggressione era diventato uno strumento di difesa contro un pericoloso animale, un cucciolo di cane di sei mesi di vita, che io gli avrei aizzato contro. Queste e altre accuse ridicole e grottesche furono mosse nei nostri confronti, il tutto supportato da un’informativa redatta dai Carabinieri della stazione di Casal Palocco, in cui il teste Armando Spada veniva riportato senza riferimenti anagrafici afferenti alla data e al luogo di nascita e soprattutto senza alcun cenno alla caratura criminale del soggetto. E’ legittimo domandarsi la differenza tra le minacce di morte rivolte all’indirizzo di Federica, affidate alla decisione del tribunale, e quelle proferite nei miei confronti, peraltro accompagnate da un’aggressione con lesioni guaribili in 6 gg. s.c. per me e 8 gg s.c. per mio fratello, affidate alla competenza del Giudice di Pace. Per di più è alquanto singolare assistere a questa intermittente valutazione del contesto mafioso o agli stessi reati che assumono una gravità diversa secondo le circostanze. Una minaccia da parte di Armando Spada ha un valore diverso se rivolta a Federica Angeli invece che ad Antonello De Pierro, tra l’altro in quest’ultimo caso con annessa aggressione fisica? Ero presente in aula a piazzale Clodio quando Federica ha testimoniato contro Armando Spada. Devo dire che rivedere Armando Spada, sorvegliato a vista da quattro poliziotti penitenziari, dopo diversi anni mi ha fatto un effetto dirompente. Il procedimento che avrebbe dovuto garantire l’esercizio della mia pretesa punitiva è finito in prescrizione solo perché qualcuno ha usato superficialità in fase di indagini preliminari. E chi ha accompagnato in macchina Armando Spada ha continuato a girare indisturbato e a godere di numerose coperture istituzionali. Onestamente mi ha fatto sorridere il ministro dell’Interno Marco Minniti quando ha dichiarato, riferendosi alle risolute misure adottate nei confronti di Roberto Spada dopo la testata a Daniele Piervincenzi, che a Ostia non ci sono zone franche. Ebbene caro ministro Minniti sono costretto a contraddirla in quanto in via Peio, all’Infernetto, la zona franca purtroppo c’è ed è stata completamente abbandonata dalle istituzioni, anzi proprio grazie ad alcune cellule deviate di queste, persone in chiari rapporti con il clan Spada hanno potuto fare i loro comodi, sotto l’indifferenza e spesso favoriti da omissioni da parte di pubblici ufficiali dell’apparato che avrebbe invece dovuto invece garantire i controlli atti a impedire che ciò avvenisse. Pertanto, prima di fare tali affermazioni, le suggerisco di informarsi per evitare di essere poi smentito dai fatti. Faccia un giro in via Peio e si renderò conto lei stesso“.

  • De Pierro, per Zingaretti suicidio politico rifiutare Idd in coalizione

    Il presidente dell’Italia dei Diritti: “Oggi posso affermare, senza tema di smentita, che il nostro contributo sarebbe stato determinante per evitare l’attuale condizione di incertezza amministrativa in cui versa la Regione Lazio

    Antonello De Pierro

    Roma – Si sono da poco tenute le elezioni per il rinnovo del presidente della giunta e del Consiglio Regionale del Lazio e il risultato finale è apoditticamente una vittoria di Pirro per il neo governatore Nicola Zingaretti, riconfermato alla guida della Regione, ma senza la maggioranza in consiglio. Infatti, i ventisei seggi assegnati dal risultato elettorale all’opposizione, che si oppongono ai ventiquattro ottenuti dalla coalizione vincente, nonostante il premio di maggioranza, non permettono a Zingaretti, ancorché possa contare altresì sul suo voto, di far passare alcunché in consiglio, senza scendere a patti con qualcuno dell’opposizione. Una situazione di stallo che difficilmente farà giungere l’esponente del Partito Democratico alla fine naturale della legislatura, prevista fra cinque anni.

    I motivi che hanno condotto a questa clamorosa condizione di empasse, se si considera il vantaggio che veniva attribuito al Centrosinistra nelle previsioni della vigilia, che permetterà comunque di compiere senza problemi gli atti di giunta, vengono spiegati dal movimento Italia dei Diritti, che li affida alla voce del suo presidente e fondatore Antonello De Pierro.

    Antonello De Pierro e Carlo Spinelli

    Il giornalista romano, noto per essere stato il primo reporter a essere stato vittima del clan Spada di Ostia, essendo stato minacciato e aggredito da Armando Spada, lo stesso che è sotto processo per le minacce rivolte alla giornalista di Repubblica Federica Angeli e cugino del più noto Roberto, accusato di aver sferrato una testata all’inviato Rai Daniele Piervincenzi, accompagnato sotto casa sua dal noto imprenditore di Ostia Alfonso De Prosperis e da sua moglie Angela Falqui, aveva iniziato una campagna elettorale in solitaria, candidando, col simbolo della formazione politica di cui è leader, alla presidenza della Regione Lazio l’ariccino Carlo Spinelli, responsabile provinciale di Roma dell’Idd. A seguito di una riunione del direttivo regionale del movimento, presieduta dallo stesso De Pierro, al fine di dare più unità al Centrosinistra e in considerazione altresì della posizione assunta nell’ambito del Centrodestra dal sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, era stato deciso di chiedere un passo indietro al candidato presidente Spinelli, affinché la lista dell’Italia dei Diritti potesse entrare a far parte della coalizione capeggiata da Nicola Zingaretti, da cui è giunto inaspettatamente un netto rifiuto.

    Antonello De Pierro e Carlo Spinelli

    E’ lo stesso De Pierro a svelare i retroscena dell’accordo mancato, non celando la sua incredulità di fronte alle ragioni addotte: “Dopo la scelta di correre da soli e aver lanciato la candidatura di Carlo Spinelli alla presidenza della Regione Lazio ci siamo trovati, in direttivo regionale, a fare una disamina del panorama politico regionale e abbiamo aperto varie parentesi riflessive. In verità le previsioni dei sondaggi davano Zingaretti molto avanti rispetto agli avversari, ma l’esperienza politica mi ha insegnato che il verdetto delle urne spesso può ribaltare anche i più rosei pronostici della vigilia e forse, in virtù della congiuntura di ingovernabilità decretata dal risultato elettorale può darsi che l’abbia insegnato anche a lui. Pur essendo un po’ critici di fronte alla gestione di alcune competenze regionali da parte dell’uscente governo, la nostra collocazione naturale è nell’alveo del Centrosinistra e pertanto abbiamo ritenuto opportuna l’ipotesi di correre in maniera unitaria. Poi, senza inutile ipocrisia non ho alcun problema a rivelare che, dopo aver quasi terminato la raccolta delle firme necessarie alla presentazione delle liste nella circoscrizione di Roma, abbiamo ritenuto che, entrando in coalizione, avremmo potuto evitare la raccolta in almeno altre due circoscrizioni, come previsto da una legge che riteniamo profondamente ingiusta e penalizzante per i soggetti politici più deboli. E questa non è una cosa di poco conto per una formazione come la nostra che si autofinanzia. La raccolta delle firme in altre due circoscrizioni sarebbe stata improponibile in termini di risorse economiche.

    Antonello De Pierro

    A quel punto non mi è rimasto che chiedere a Carlo di fare un passo indietro e incontrare Zingaretti per trattare il nostro ingresso in coalizione e poter dare il nostro contributo per una grande vittoria del Centrosinistra. Ma avevo fatto male i miei calcoli, figli di una naturale logica deduttiva. La risposta di Zingaretti, espressa dalla voce di Maurizio Veloccia, affiancato da Sara Bombelli, che ho incontrato insieme al mio valido collaboratore Spinelli, il quale, da grande esperto di ambiente e rifiuti, avrebbe potuto apportare peraltro un contributo inquantificabile alla coalizione, mi ha lasciato alquanto allibito e, alla luce dell’espressione di voto palesata da parte dell’elettorato, non posso esimermi dal qualificarla come un suicidio politico. L’innegabile giustezza del criterio canonico utilizzato nella formazione delle coalizioni politiche suggerisce una concretizzazione procedurale volta all’aggregazione, onde giungere al massimo esito consensuale possibile. Ebbene, in questo caso la prefata applicazione parametrale non ha trovato posto, cedendo il passo a un’argomentazione che abbiamo ritenuto paradossale e pertanto non condivisibile, volta più a tutelare l’acquisizione di scranni da parte del Partito Democratico che al raggiungimento del successo finale dell’intera coalizione. Il ragionamento fatto, probabilmente dettato dalla sicurezza di vittoria suggerita dai sondaggi, è pressappoco traducibile nel rischio per il Pd, con il premio di maggioranza, di perdere un seggio a beneficio di un’altra lista della coalizione, direttamente proporzionale al numero di liste facenti parte della coalizione stessa. In tutta onestà la possibilità teorizzata, per noi che mettiamo sempre al primo posto l’interesse dei corpi collettivi, che non sacrifichiamo in nome di meri calcoli elettoralistici, non rientra nei nostri canoni valutativi. La vittoria del gruppo per noi è sacrosanta e ha sempre la precedenza sui personalismi, paradigma concettuale che non ci appartiene.

    Oggi posso affermare, senza tema di smentita, che il nostro contributo sarebbe stato determinante per evitare l’attuale condizione di incertezza amministrativa in cui versa la Regione. Alle scorse amministrative di Ariccia, dopo aver ipotizzato di entrare nella coalizione di Centrosinistra, anche se per motivazioni differenti fummo costretti a correre da soli. I cittadini ci premiarono facendoci raccogliere il 3,4% dei consensi e il Pd, fortemente penalizzato dalla nostra campagna elettorale, si fermò al 15,49 e la coalizione fu sconfitta. Con quella percentuale alle regionali appena concluse avremmo ottenuto due seggi. Oggi credo che il Centrodestra e il M5s, e probabilmente anche Pirozzi, dovrebbero ringraziarci per il risultato ottenuto, figlio di una compressione progressiva dei consensi pronosticati alla vigilia. Il merito di ciò devo riconoscerlo al responsabile provinciale di Roma del nostro movimento, che risponde al nome di Carlo Spinelli, il quale, era pronto a fornire a Zingaretti il suo valido e indispensabile apporto per migliorare la situazione dei rifiuti nel Lazio. La nostra non presenza in coalizione ha costretto Carlo ad avviare una reiterata denuncia mediatica durante la campagna elettorale, in cui puntava il dito contro l’immobilismo tenuto dall’amministrazione Zingaretti in tema rifiuti e sottolineava le conseguenze che tale inoperosità ha cagionato. Evidentemente parte dell’elettorato ci ha ascoltati e ha pensato bene di non rinnovare la fiducia al governatore uscente. Auspichiamo in futuro che Zingaretti corregga la miopia politica dimostrata in questo frangente”.

  • Sallustio a Renzi, ad Ariccia il tuo Partito non è Democratico

    Si avvicinano le elezioni, ma la presidente del Consiglio comunale dimissionaria Luisa Sallustio esprime le sue perplessità circa la prospettiva di un confronto democratico all’ altezza delle aspettative nazionali

    Ariccia –  Luisa Sallustio, consigliera comunale di Ariccia, uscita di recente dalle file della maggioranza, torna alla carica in tema di confronto democratico e di rispetto dei regolamenti di partito.

    Alla vigilia dell’inizio della campagna elettorale, l’attuale consigliera rincara la dose riguardo a quanto avvenuto nel suo comune e, di certo, non la manda a dire: “Onestamente non capisco la schizofrenia politica di questo Pd ariccino che, fino a qualche mese fa, sosteneva a gran voce la necessità di ricorrere alle primarie – dichiara la Sallustio. Era appena l’11 novembre – prosegue – quando il segretario locale, senza mezzi termini, sottolineava l’importanza di una consultazione del Pd con i propri elettori e sostenitori. Subito dopo, il ricorso alle primarie non era più un’esigenza e, contemporaneamente, usciva il nome di Serra Bellini, l’attuale candidato sindaco. Manca però un piccolo dettaglio: la mia candidatura rimaneva aperta e veniva supportata dal 22% dei tesserati del nostro comune che l’hanno sottoscritta in piena consapevolezza e trasparenza”.

    Il resto è storia. E la si può leggere sui manifesti affissi di recente in città, dove la Sallustio ha spiegato per filo e per segno quanto avvenuto tra le file del Pd ariccino in materia di raccolta firme.

    In ultimo, ma non per importanza, il dribbling primarie perde ulteriormente senso se pensiamo che Tomasi ed Ermini, gli altri due consiglieri uscenti, hanno dichiarato di non riconoscersi nella candidatura di Serra Bellini e nelle ultime manovre del partito cittadino.

    Come diceva qualcuno, a questo punto la domanda nasce spontanea: perché fa tanta paura una donna alla guida di Ariccia? E perchè fa altrettanto paura il commissariamento?

    “E’ questo il Pd voluto dal segretario Renzi ? – si chiede la Sallustio che conclude la sua pubblica riflessione con un’ultima nota: “Se il Partito Democratico del mio comune deve essere questo, allora preferisco prenderne le distanze. Posso dire, dopo diversi anni di impegno politico – di poter guardare negli occhi i cittadini di Ariccia che, da parte mia, hanno sempre ricevuto correttezza e rispetto del mandato elettorale. A quest’ora dovremmo essere qui a parlare di primarie, invece debbo constatare con amarezza una contestualizzazione dello scenario pre-elettorale che non giova né al buon governo cittadino, né all’immagine locale di un partito che da noi, oramai, di democratico ha ben poco”.

  • Stragi, De Pierro e Padellaro a Roma per il libro della Di Giovacchino

    L’ultimo volume d’inchiesta della nota giornalista e scrittrice è stato presentato presso la Sala Convegni “Giancarlo Imperatori”. Il presidente dell’Italia dei Diritti: “Questo libro è un momento giornalistico che merita di essere eternato e tramandato, per indurre i fruitori a lunghe parentesi riflessive, poiché apre squarci senza appello su spaccati di verità scottanti, da più parti denunciate e puntualmente sottovalutate e sottaciute”

    Roma – C’è una tristissima scia di sangue che ha accompagnato il cammino storico degli italiani nel Dopoguerra, una scia generata da attentati e stragi di proporzioni enormi e dolorose, avvolti da sempre in un alone impenetrabile di mistero e segnati dalla disarmante presenza sullo sfondo di cellule deviate degli apparati istituzionali. Per tutto ciò, nella maggior parte dei casi, è stata scritta una verità ufficiale che non ha mai convinto, più volte non si è giunti nemmeno a una verità processuale, e, tra ombre e ambiguità non è stata quasi mai accreditata una verità storica definitiva. La brava e coraggiosa giornalista Rita Di Giovacchino, firma di punta del Fatto Quotidiano e autrice di diversi libri di inchiesta, abituata da sempre a cercare e indagare oltre quel limite tratteggiato dalle versioni ufficiali degli eventi, ha pubblicato un volume dal titolo Stragi, edizioni Castelvecchi, con prefazione del pm Luca Tescaroli, che va a sviscerare, con la lente d’ingrandimento della neutra obiettività, la sequela di accadimenti tragici che ha salutato il dopo Tangentopoli e la nascita della Seconda Repubblica. Un divenire fenomenico nei cui passaggi nodali l’autrice scava arditamente per portare alla luce depistaggi, vuoti investigativi e addirittura trattative tra uomini delle mafie e rappresentanti delle istituzioni. E tutti questi elementi sono stati al centro del dibattito tenutosi l’altro pomeriggio a Roma presso la Sala Convegni “Gianfranco Imperatori”, in occasione della presentazione del libro, un interessantissimo incontro moderato da Valerio Toniolo, presidente dell’Associazione Buonacultura, che ha visto la partecipazione, oltre che della Di Giovacchino, del noto giornalista e scrittore Antonio Padellaro e del parlamentare e docente di Storia della Criminalità Organizzata Enzo Ciconte. Presente all’evento anche il giornalista presidente del movimento politico Italia dei Diritti e direttore di Italymedia.it Antonello De Pierro, che nei dieci anni in cui ha diretto Radio Roma, diventandone una storica voce nell’etere del Centro Italia, ha dedicato molte puntate all’argomento. Per di più la sua famiglia è stata segnata da azioni criminali di stampo mafioso. Suo cugino, carabiniere, è stato ucciso nel ’94 allo svincolo autostradale di  Scilla, in Calabria, insieme a un collega, in un agguato. Lo stesso De Pierro è stato vittima di minacce e aggressione da parte di un noto esponente del clan Spada di Ostia, indicato nelle carte processuali e sui giornali come il capo del clan stesso. Questi fu accompagnato in macchina sotto casa sua da persone in rapporti con il gruppo criminale, affinché il leader dell’Italia dei Diritti desistesse dal portare avanti delle denunce presentate per consistenti lavori edili effettuati ai suoi danni, resi possibili dalle lapalissiane omissioni da parte di chi avrebbe dovuto controllare. Anche la stessa aggressione con minacce è stata sottorubricata grazie a un’informativa di P.G. nella quale Spada è stato indicato come un personaggio qualsiasi e non ne è stata evidenziata la nota caratura criminale. Ma il ridicolo è stato sfidato quando gli accompagnatori hanno denunciato lo stesso De Pierro e hanno scritto all’incirca che “vista la pericolosità del soggetto abbiamo fatto nascondere lo Spada impaurito nella macchina”. In questo caso chi ha formulato l’informativa stranamente non si è avveduto della reale portata criminale del nome citato e lo ha indicato come teste, senza però ancora più bizzarramente riportare i dati anagrafici completi, attribuendogli  peraltro credibilità testimoniale, complice anche la probabilità di un conseguente convincimento di omonimia in chi è stato chiamato a deliberare sulla rubricazione punitiva. Il tutto si è così avviato incredibilmente a essere inghiottito dalle sabbie mobili della prescrizione, secondo un copione ben consolidato che ha sempre risucchiato scandali e imputati eccellenti. Suona quasi come una beffa se si pensa che il personaggio in questione è il medesimo che avrebbe  minacciato (e non anche aggredito) la giornalista di Repubblica Federica Angeli, che a causa di questo episodio ora è costretta a vivere sotto scorta. Probabilmente quanto accaduto a De Pierro non rientra nei parametri di pericolosità fissati da chi decide in merito e anche se a compiere l’atto è stata la medesima persona è plausibile che il soggetto diventi temibile a intermittenza. Oppure sono stati semplicemente i depistaggi messi in atto ad attenuare la consapevolezza di rischiosità?

    De Pierro si è intrattenuto ancora qualche minuto, dopo la fine della presentazione, a scambiare due chiacchiere con i presenti, in particolare con Emiliano Varanini, noto avvocato e vice responsabile per la Tutela dei Consumatori dell’Italia dei Diritti, nonché figlio dell’autrice, prima di scappare via per un altro impegno che l’attendeva.

    “Sono sempre felice e onorato di partecipare a eventi di questo tipo – ha dichiarato il numero uno dell’Italia dei Diritti – perché la ricerca della verità, in afferenza ai tantissimi punti lacunosi e oscuri della  storia italica degli ultimi decenni, è un caposaldo fondamentale per affermare il principio di giustizia naturale in uno stato di diritto e dovrebbe essere un dovere sacrosanto delle istituzioni, in particolar modo della politica, che purtroppo su questo fronte latita alquanto. Fortunatamente ci sono giornalisti coraggiosi e con commendevole onestà intellettuale come Rita Di Giovacchino, che spesso suppliscono all’abdicazione delle istituzioni e su questo terreno insistono senza remore, perseguendo l’obiettivo caparbiamente, e nonostante la distanza temporale dagli eventi si dilati inesorabilmente, mantengono accesa la memoria. Nel nostro paese sovente le più elementari ragioni di giustizia si infrangono paradossalmente sugli scogli del diritto e ciò non possiamo permetterlo perché significa che delle profonde distorsioni imperano negli ingranaggi della giustizia italiana. Questo sistema va riformato e noi abbiamo numerose previsioni progettuali in merito, è un rinnovamento necessario che incarna una rivoluzione di dignità ontologica. Non possiamo permettere che un cittadino si aggrappi alla speranza rappresentata dalla giustizia, con l’idea coriacea di naturale sinonimia con l’etica, e le sue aspettative vengano disattese, spesso in maniera drammatica. Se c’è un apparato istituzionale inquinato che va al di là di ogni palizzata ideologica, anzi si alimenta proprio con le complicità reciproche, in nome degli interessi personali, l’unica via di fuga resta una giustizia che funzioni, altrimenti altre ombre si allungheranno sempre di più sulla credibilità che i corpi collettivi conferiscono allo Stato, incrementando ineluttabilmente il disagio e la disperazione sociali. Questo libro è un momento giornalistico che merita di essere eternato e tramandato, per indurre i fruitori a lunghe parentesi riflessive, poiché apre squarci senza appello su spaccati di verità scottanti, da più parti denunciate e puntualmente sottovalutate e sottaciute. Ci sono spazi conoscitivi da colmare nella nostra storia recente e il detonatore per far esplodere l’acquisizione è racchiuso concettualmente solo nella parola verità, per poter riaccendere le speranze di una progettualità esistenziale normale e di una ormai accantonata idea palingenetica”.