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  • Materie prime, la fine della crisi può spalancare un nuovo super ciclo

    Quando si parla di ripresa economica, ci sono diversi segnali che possono farla cogliere. Se generalmente si guarda alla curva dei tassi come mezzo perché si manifesti la ripresa, c’è un altro elemento che è altrettanto indicativo. Stiamo parlando dell’andamento dei prezzi delle materie prime.

    Il valore indicativo delle materie prime

    materie primeLe materie prime sono elementi essenziali per la produzione. Sono in sostanza la vera benzina della ripresa. E quando vanno in rally, non è difficile immaginare che le cose stiano migliorando.
    Secondo molti analisti, siamo ormai prossimi a vivere il quinto super ciclo degli ultimi 100 anni.

    In primis si può pensare al petrolio. Il prezzo (quello della versione europea Brent) ha superato i 60 dollari al barile, toccando un livello che non si vedeva da gennaio 2020, ossia da prima che si entrasse nella fase acuta della pandemia. Da allora c’è stata una figura di inversione del trend, che ha rovesciato la situazione.

    Il Rame come barometro della ripresa

    Ma c’è un altra materia prima che viene presa, anche più del petrolio, come indicatore della stato di salute dell’economia. E’ il rame. Il prezzo del metallo rosso ha toccato i massimi da 8 anni (futures a 3,84 dollari per libbra, come non accadeva da settembre 2012). Il rame è il metallo industriale per eccellenza, e il suo prezzo viene spinto dalle prospettive di una maggiore domanda industriale sulla scia degli stimoli e della ripresa economica alimentata dai vaccini. E’ considerato un barometro economico.

    Super ciclo oppure no?

    In generale da novembre scorso, sia l’indice dei prezzi delle materie prime che quello dei metalli di uso industriale si sono apprezzati del 17%. Le previsioni sullo zinco ad esempio sono molto ottimistiche.
    Va precisato che siamo molto distanti dalle vette raggiunte dall’ultimo super ciclo, quello che caratterizzò il periodo antecedente la grande crisi del 2008 (che era cominciato nel 1996). Però lo sprint è importante e incoraggiante. Soprattutto dal punto di vista dei mercati emergenti, visto che la produzione di commodity e materie prime è concentrata in questi paesi.

  • Miliardari traditi dal loro “fiuto”: c’è chi perde 130 milioni di dollari in Bitcoin

    Talvolta anche i miliardari vengono mandati fuori strada dal loro proverbiale fiuto per gli affari. Succede così che Masayoshi Son, 61 anni, fondatore e ceo della multinazionale Softbank, bruci 130 milioni di dollari per un investimento sbagliato. Quello in Bitcoin.

    Anche i miliardari sbagliano gli affari

    milairdari-masayoshi-sonLa notizia è stata data dal Wall Street Journal, sebbene non abbia trovato conferme da parte del diretto interessato o del suo staff. Del resto anche i miliardari hanno un proprio ego, e ammettere le sconfitte non piace a nessuno. Ad ogni modo sembra che il ricchissimo giapponese di origine coreana Masayoshi Son avrebbe acquistato Bitcoin alla fine del 2017, ovvero nel pieno del boom della criptovaluta. All’epoca i prezzi della moneta digitale erano giunti vicini al picco di 20mila dollari, ma poi rapidamente sono precipitati fino verso i 5mila dollari come si può vedere su qualsiasi piattaforma per trading online gratis.

    Se il momento per comprare è stato scelto malissimo, almeno Son ha deciso bene di liberarsi in fretta dei Bitcoin, vendendoli agli inizi del 2018, dopo il primo crollo delle quotazioni. In questo modo ha arginato le perdite che alla fine sarebbero state “solo” di un 130 milioni di dollari. Bruscolini per chi ha fondato e dirige la multinazionale Softbank, conglomerato attivo in vari settori (e fresco di ingresso in Uber con un esborso di un miliardo di dollari), nonché presidente della Sprint Corporation con sede negli Stati Uniti e presidente della britannica ARM Holding. Secondo Forbes infatti, la ricchezza di Masayoshi Son, ammonta a 24,2 miliardi di dollari. E’ il secondo uomo più ricco del Giappone e 43esimo nella classifica mondiale dei miliardari.

    Il precedente del 2000

    Va pure ricordato che Masayoshi Son non è la prima volta che fa flop negli affari. Nel 2000 pare infatti che lo scoppio della bolla finanziaria delle DotCom gli avrebbe provocato una perdita di circa 70 miliardi di dollari. Anche in quel caso non fu capace di capire inversione del trend, e vide fallire quasi tutte le 800 società che aveva in portafoglio.