Tag: indicatori di volume

  • Obbligazioni verdi, il 2022 potrebbe portare un nuovo record

    Il tema della sostenibilità continua a spingere con forza i green bond. Come è noto, queste obbligazioni sono prodotti finanziari pensati espressamente per finanziare iniziative che mettono in primo piano la sostenibilità ambientale.

    Perché si diffondono le obbligazioni verdi

    obbligazioni verdiDa anni viene ormai sbandierato l’obiettivo della riduzione delle emissioni, per arrivare alla creazione di un pianeta più attento all’ambiente, così’ da porre un limite all’innalzamento delle temperature globali. Per questo motivo le obbligazioni verdi sono sempre più attenzionate da parte degli investitori, che in molti casi sono disposti a rinunciare a rendimenti elevati, pur di perseguire questo scopo ambientale.

    Sotto questo aspetto, le obbligazioni verdi sono importantissime soprattutto per le imprese di piccole e medie dimensioni. Infatti la transizione energetica è un costo notevole per le aziende, e le realtà più piccole non hanno la possibilità di accedere ai mercati finanziari. Per questo poter fare affidamento sui prestiti per finanziare la loro strategia ambientale, diventa quasi una strada obbligata.

    Il trend crescente dei green bond

    Da quando avvenne il lancio delle prime emissioni, nel 2015, questo strumento ha conosciuto soltanto una fase di crescita, sia delle emissioni che dei market maker. Questa tendenza ha portato ad un nuovo record lo scorso anno, quando è stata superata quota 50 miliardi di dollari di emissioni.
    L’intero mercato di questo tipo di obbligazioni è salito a circa 110 miliardi di dollari.
    La tendenza evidenziata dagli indicatori di volume peraltro conferma la crescita anche in questo 2022, visto che dall’inizio dell’anno le obbligazioni verdi hanno vissuto emissioni nette per ulteriori 25 miliardi di dollari.

    Previsioni rosee fino al 2023

    Le dimensioni del mercato erano una delle preoccupazioni che accompagnò il lancio di questi prodotti. Ma negli ultimi anni le dimensioni sono cresciute, e si è venuto a creare un ampio universo di emittenti e obbligazioni verdi tra cui scegliere, senza alcun vincolo di capacità.
    Per questo motivo si prevede che almeno fino al 2023, lo scenario continuerà ad essere favorevole. Al punto tale che si ipotizza di sfondare il muro dei 200 miliardi di dollari entro al fine del prossimo anno.

  • Utili, balzo record per la Lego. Il mattoncino cavalca la pandemia

    Le aziende di successo sono quelle che sanno pianificare una strategia vincente, e che sanno evolversi rapidamente in base alle sfide del momento.
    E’ proprio questo che ha consentito alla Lego, la multinazionale dei mattoncini fondata nel 1932, di gonfiare il proprio fatturato e registrare un balzo degli utili del 33% nel corso del 2021.

    Lego: risultato e utili

    lego utili recordGià alcuni mesi fa Lego aveva preannunciato risultati record per il 2021. Adesso il velo è stato alzato su fatturato e utili, che sono cresciuti del 33%, fino a raggiungere la cifra di 13,3 miliardi di corone (1,79 miliardi di euro). Il fatturato è invece balzato del 27% rispetto al 2020, a 55,3 miliardi di corone danesi (7,42 miliardi di euro).

    Il fondo della famiglia Kristiansen

    Questi risultati fanno felice il fondo danese Kirkbi Invest, che fa capo alla famiglia del fondatore Ole Kirk Kristiansen da diverse generazioni (ha una quota del 75%).
    L’utile del fondo in questione è schizzato di quattro volte, passando da 0,86 miliardi a 3,63 miliardi di euro.

    La strategia vincente e la pandemia

    Molti riconducono questo straordinario balzo degli utili alla pandemia. Ed in effetti, la passione verso i mattoncini è aumentata quando gli appassionati di ogni età hanno dovuto sostituire il mondo reale, da cui erano stati chiusi fuori per via dei lockdown, con uno fatto di blocchi.
    La corsa al Lego ha innescato un supertrend che ha consentito all’azienda di compensare i costi più alti, e andare molto oltre.

    Ma dietro questo successo c’è anche una attenta e vincente pianificazione. Lego costruisce impianti di produzione vicino a dove vuole vendere i suoi giocattoli. Questo gli ha permesso di ridurre i costi logistici e annullare i pericoli di mancanza di forniture. Sfide che la maggior parte dei suoi rivali hanno perso, soprattutto quando le catene di approvvigionamento sono rimaste bloccate.
    Per Lego invece no, e così ha potuto essere uno dei pochi rivenditori a tenere aperti i suoi negozi l’anno scorso, con il risultato che i suoi indicatori di volume hanno tutti evidenziato una corsa al rialzo.

  • Business dei software auto: Stellantis punta a 20 miliardi di ricavi annui dal 2030

    Il ruolo dell’elettornica nelle auto moderne è di cruciale importanza. Per questo motivo Stellantis ha deciso di tuffarsi con vigore nel business, puntando sui prodotti “abilitati per software e abbonamenti“. Tali prodotti hanno come fine quello di garantire una mobilità sempre più sostenibile, grazie proprio al supporto della tecnologia.

    Il mercato dell’auto e il software business

    business auto softwareQuando sia importante un passo del genere si comprende analizzando il momento attuale del settore auto a livello globale.
    E’ in corso una forte crisi del suo core business, perché le forniture di semiconduttori scarseggiano. E senza semiconduttori non si possono creare i chip, quei micro-cervelli elettronici che ormai controllano tutto all’interno delle nostre auto. Meno auto si producono, meno se ne vendono, come confermano gli indicatori di volume del settore.

    Per questo Stellantis si è mossa in diverse direzioni.

    Le partnership

    Il colosso automobilistico ha definito una partnership con Foxconn, azienda taiwanese leader nel business di componenti elettrici ed elettronici per gli OEM, per progettare e vendere insieme nuovi semiconduttori flessibili per il settore automotive.
    La partnership sosterrà le iniziative di Stellantis per ridurre la complessità dei semiconduttori, progettare una nuova famiglia di semiconduttori costruiti appositamente per i veicoli Stellantis, e fornire capacità e flessibilità in questo settore, che come detto è sempre di maggiore importanza per l’auto-market.

    Gli investimenti

    Inoltre Stellantis ha deciso di investire oltre 30 miliardi di euro entro il 2025, per effettuare la sua trasformazione nel software e nell’elettrificazione.
    L’azienda conta di arrivare ad avere alle proprie dipendenze ben 4.500 ingegneri del software, creando hub di talenti in tutto il mondo. Inoltre verranno realizzate tre nuove piattaforme tecnologiche entro il 2024: Stla Brain, Stla SmartCockpit e Stla AutoDrive. Mira quindi a diventare un market maker di primo piano nel business dell’elettrificazione.

    I ritorni previsti

    Se tutto andrà come programmato, ciò dovrebbe garantire alla compagnia circa 4 miliardi di euro di fatturato annuo entro il 2026 e intorno a 20 miliardi di euro entro il 2030. Nel giro di pochi anni quindi l’investimento si ripagherà da solo, e poi comincerà a generare grandi profitti.

  • Transizione energetica, per molti produttori di petrolio c’è il rischio instabilità

    Da anni ormai si parla di transizione energetica. Questo processo è il fulcro di un più esteso passaggio verso una economia più sostenibile. Il progressivo abbandono delle fonti energetiche non rinnovabili, ha da tempo messo in allarme i produttori di petrolio. Non si chiedono più se un giorno accadrà, bensì quando.

    Il petrolio e la transizione energetica

    transizione energeticaSe in generale la transizione energetica è vista come una vera e propria benedizione ambientale, dal punto di vista economico ci potrebbero essere grossi effetti collaterali, specie in alcuni Paesi del mondo. Alcuni recenti Outlook hanno evidenziato infatti che, parallelamente alla crescita delle rinnovabili, si propagherà un’onda di instabilità per i paesi produttori di combustibili fossili che non saranno riusciti a diversificare le proprie economie. Se è vero che il picco produttivo del petrolio sarà toccato nel 2030, da quell’anno in po molti nodi verranno al pettine. Del resto gli indicatori di volume già evidenziano un calo della richiesta di output.

    Paesi Africani a rischio

    Nel panorama generale ci sono quindi casi e casi. I più scottanti riguardano alcuni paesi africani, fortemente se non esclusivamente dipendenti dal petrolio. Alcuni di essi peraltro hanno costi di produzione elevati, il che aggrava la situazione. Ad esempio Algeria, Chad, Iraq e Nigeria.
    Non a caso sono quelli che hanno più sofferto la caduta dei prezzi del petrolio del 2014 e del 2020.
    Per queste economie, la transizione energetica potrebbe essere un dramma. Infatti verrebbero privati degli afflussi di denaro che servono poi a finanziare le importazioni necessarie ad andare avanti.

    Le ricette anti-crisi

    Di fronte a questa situazione, questi Paesi potrebbero attingere alle riserve valutarie, come hanno fatto i sauditi dal 2014. Oppure svalutare, come hanno fatto Nigeria e Iran nel 2020.
    Ma non sono soluzioni che possono durare a lungo, anche perché per molti paesi le previsioni sul cambio non sono ottimali. Ad esempio le previsioni Rand sudafricano dollaro, oppure la Naira nigeriana col dollaro.
    La vera ricetta per evitare disastri sarebbe la diversificazione e la modernizzazione. Ma in molti casi parliamo di Paesi che non hanno sufficienti risorse per intraprenderla. Sia a livello economico che come governance. Ecco perché il rischio di instabilità geopolitica è destinato a crescere.