Tag: Lavoro

  • STRESS DA LAVORO: E’ UNA MALATTIA?

    Negli ultimi anni abbiamo sempre più sentito parlare (o è capitato anche a noi stessi) di persone che lamentavano diversi dolori: mal di testa, stanchezza, spossatezza; dolori che poi, fatti i controlli e le dovute analisi, non erano associabili a nessuna malattia. E queste persone si son poi sentite dire dal medico: “Guardi lei non ha nulla! E’ solo stress da lavoro. Si faccia una vacanza!”

    Eh bhé in Francia l’ex ministro Benoit Hamon sta sfidando il parlamento sul “Burnout”: quello che in italiano potremmo tradurre come “crollo psico-fisico del lavoratore”, o più semplicemente “stress”..

    L’ex ministro socialista, infatti, vuole associare al Burnout il grado di malattia professionale. Ed ha intenzione di presentare tre emendamenti al «progetto di legge sul dialogo sociale», perché il lavoro può far male, molto male. Ma gli imprenditori non ci stanno.

    Oltralpe si stima che oltre 3 milioni di persone sono a rischio Burnout, e tuttavia nel 2013 sono stati solo 239 dipendenti a vederselo riconosciuto, perché con l’attuale normativa va provato il «legame essenziale e diretto» tra lavoro e malessere, e l’invalidità deve essere superiore al 25%. Requisiti molto restrittivi, e proprio per questo Hamon chiede una modifica dei criteri e l’ingresso del Burnout tra le malattie professionali.

    Per molti versi, la situazione occupazionale in Francia è simile a quella italiana ed europea: 3,5 milioni di disoccupati, l’imperativo è essere flessibili, abbandonare i privilegi, essere sempre connessi anche al di fuori dell’orario d’ufficio, perdere molte tutele. C’è chi ce la fa, ma anche chi crolla. Certo, la questione normativa è delicata, perché fatta la legge c’è il rischio che una schiera di opportunisti se ne approfitti. In fondo, tutto il mondo è paese.

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  • OCSE: OCCUPAZIONE GIOVANILE IN ITALIA

    Italia fanalino di coda per il grado di giovani occupati, peggio di noi soltanto la Grecia. A confermarlo i dati pubblicati dall’OCSE.

    Contro una media europea che supera il 70%, in Italia i giovani tra i 25 e i 29 anni che hanno un lavoro si fermano al 52,8%, in pratica un giovane su due non lavora. E in Italia l’occupazione giovanile ha risentito in modo particolare della crisi economica: dal 2007 al 2013 la percentuale di occupati sotto i 30 anni è scesa di ben 12 punti.

    Nella classifica stilata dall’OCSE si posizionano, appena sopra il Belpaese, come penultima e terzultima Spagna (58,1%) e Slovacchia (66,9%), mentre il Paese con la maggior percentuale di giovani occupati è l’Olanda (81,7%), seguita da Austria (81,4%) e Giappone (81,2%). Peggio dell’Italia soltanto la Grecia, ma che non è inclusa nelle classifica Ocse.

    Negli anni delle crisi sono più che raddoppiati i giovani NEET in Europa, coloro che, avendo meno di 30 anni, non lavorano e non studiano. Anche in questo settore l’Italia si posiziona nella zona bassa della classifica, con un numero di NEET al 26,09%, sette punti percentuali in più del periodo pre-crisi. Questi giovani si divino in due sottosettori: coloro che abbandonano la scuola troppo presto per aver acquisito le competenze adeguate per entrare nel mondo del lavoro, oppure coloro che raggiungono un alto tasso di scolarizzazione ma che sono considerati troppo costosi da assumere per il datore di lavoro. Un giovane ha la metà delle possibilità di essere assunto rispetto ad un adulto che opera nel suo stesso settore.

    Nel rapporto, l’OCSE sottolinea l’importanza di ridurre gli ostacoli istituzionali all’occupazione giovanile.

    Per ovviare a questo problema, l’Agenzia del lavoro ADHR, ha previsto un ampio piano di assunzioni da attuare entro la fine del 2015. Quindi non vi resta che affrettarvi e inviare i vostri cv.

  • JOBS ACT: I PRIMI NUMERI

    Dal 7 marzo è ufficialmente operativo in Italia il Jobs Act e per questo i dati rilasciati dal ministero del Lavoro sulle attivazioni di nuovi contratti (e cessazioni dei vecchi) erano particolarmente attesi: da questi numeri si può capire, finalmente e per la prima volta, se la riforma del lavoro firmata dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti funziona oppure no.

    Ed ecco la risposta: a marzo le attivazioni di nuovi contratti di lavoro sono state 641.572 mentre i contratti cessati sono stati 549.273 con un saldo positivo di 92.299.

    Ad aprile le attivazioni nel complesso di nuovi contratti di lavoro sono state 756.926, circa 210.000 in più rispetto alle cessazioni registrate nel periodo (546.382). Il dato diffuso dal Ministero del Lavoro è in linea con quello registrato ad aprile 2014 (+203.000) ma con un saldo migliore per i contratti a tempo indeterminato (+48.000 a fronte di -6.000).

    L’andamento dei contratti a tempo indeterminato tiene conto sia degli sgravi contributivi previsti per le aziende che assumono con questa tipologia per tutto il 2015 sia dell’entrata in vigore del decreto attuativo del Jobs act sul contratto a tutele crescenti (7 marzo). Aprile è il primo mese completo nel quale i nuovi assunti hanno le nuove regole sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

    Le nuove assunzioni con contratto a tempo indeterminato aumentano del 52% rispetto a quelle fatte ad aprile 2014 e rappresentano il 22,7% delle assunzioni del mese (erano il 15,7% ad aprile 2014). Le cessazioni di contratti a tempo indeterminato ad aprile 2015 sono il 22,5% del totale (il 23,1% ad aprile 2014). Quest’anno rispetto ad aprile 2014 rimangono sostanzialmente stabili i nuovi contratti a tempo determinato (475.273 contro 476.053) mentre diminuiscono le attivazioni di contratti di apprendistato (18.443 contro 24.335 con un -24,2%) e quelle delle collaborazioni (38.632 contro 47.946 con un -19,4%).

    Ancora più significativo è il dato sul numero di contratti a tempo determinato che sono stati trasformati in contratti a tempo indeterminato: si tratta di 40.034 persone che da “precarie” si sono trasformate in assunte e sono quasi il doppio rispetto alle 22.116 dello stesso periodo dell’anno scorso.

    Seguendo questo trend crescente, una delle più importanti Agenzie del Lavoro, ADHR ha previsto un vasto piano di assunzioni da attuare entro il 31 dicembre 2015. Ci sono ben 600 assunzioni in vista nei più svariati settori. Non vi resta che affrettarvi a candidarvi.

  • Mentire sul Cv? Non fatelo!

    Il fenomeno in questione è quello della manipolazione del proprio CV per attrarre l’attenzione dei recruiter e dei datori di lavoro.

    La voglia di presentarsi al meglio e quindi di ricorrere a stratagemmi più o nel redigere il proprio CV è un fenomeno che è da sempre presente sul mercato del lavoro e che gli addetti ai lavori in ambito gestione delle risorse umane danno per scontato.

    In genere, riscontriamo si ha una tendenza ad una sovravalutazione delle reali competenze e conoscenze da parte dei candidati, soprattutto in ambito linguistico e in merito alle esperienze.

    In questo momento di crisi il fenomeno è aumentato. Le aziende collezionano migliaia di CV, e questi spesso non vengono nemmeno letti, quindi che fare? Sono tanti gli italiani che devono aver pensato che convenga rendere più appetibile il proprio profilo di quanto non lo sia in realtà.

    Secondo una ricerca condotta da una società di recruiting gli italiani hanno il vizietto, più che all’estero, di mentire nel proprio curriculum. Le bugie più diffuse sono quelle sulle capacità linguistiche. Ben il 54% del campione analizzato non era stato del tutto “fedele” quando aveva indicato le capacità di comprendere, parlare e scrivere in un’altra lingua rispetto all’italiano.

    Il 52%, invece, si attribuisce una qualifica superiore rispetto a quella reale quando indica le precedenti esperienze lavorative. Impiegati che diventano capoufficio, operai che si presentano come caposquadra e così via. Altra nota dolente le conoscenze informatiche, un po’ tutti sostengono di saper utilizzare al meglio i comuni “applicativi Microsoft“, ma il 39% del campione aveva “esagerato”. Il 29% dice bugie quando sostiene di aver gestito un team di sottoposti e il 10% mente addirittura sui titoli di studio ottenuti, dal diploma alla laurea.

    Sarà anche per questo che spedire un curriculum è diventata un’operazione che non porta a nulla?

    Siate sinceri il più possibile perché i recruiter hanno a disposizione notevoli strumenti per smascherarvi e se per caso non ci riuscissero e voi veniste chiamati e vorrebbero verificare quanto scritto nel cv, come ad esempio la conoscenza di una lingua (che voi avete esageratamente gonfiato) allora che farete?

    Meglio quindi concentrarsi sulla stesura di un curriculum vitae che rispecchi veramente la persona e che riproduca fedelmente il percorso di studi e le eventuali esperienze lavorative pregresse.

  • Il Luogo di Lavoro Ideale: quali caratteristiche deve avere?

    Sul luogo di lavoro si passa la maggior parte del tempo. E’ qui che si instaurano buone e cattive relazioni e si coltivano giornate appaganti o terribilmente deludenti. E allora che caratteristiche deve avere un luogo di lavoro ideale? Quali sono i segreti per favorire un clima stimolante e proficuo? Di massima un luogo di lavoro dovrebbe seguire queste cinque regole:

    – creare un ambiente armonico e produttivo
    – gratificare e incentivare
    – formare le persone
    – coinvolgimento emotivo delle persone
    – concedere la libertà di “fare a modo loro“

    Perché è importante creare un luogo di lavoro che sia “ideale” per i lavoratori?

    Alcune indagini sostengono che i dipendenti “felici” abbiano una produttività del 31% superiore alla media. E non solo: vendono il 37% in più e possiedono una creatività tripla di chi invece si dichiara insoddisfatto del proprio luogo di lavoro. Alessandro Zolfo, amministratore delegato di Great Place to Work Italia, afferma: «Abbiamo analizzato la performance finanziaria delle migliori imprese dal 97 al 2010 ed è in media tre volte superiore all’andamento di mercato».

    E allora mi rivolgo a voi aziende, creare un ambiente di lavoro che renda i vostri dipendenti “felici”, in fin dei conti giova più a voi che a loro; non credete?

    Inoltre ultimamente però sta prendendo sempre più piede in Italia così come all’estero lo smart working, termine con il quale si intende il progressivo miglioramento delle connessioni in rete e la continua diffusione degli strumenti informatici (smartphone, tablet, portatili e applicazioni basate sul cloud che consentono di connettersi con flessibilità e in modalità remota) che stanno portando alla definizione di nuovi modelli organizzativi come il telelavoro o il lavoro agile e flessibile.

    Un cambiamento analizzato dall’ultima indagine Regus con l’obiettivo di individuare quali sono i principali requisiti che deve possedere l’ufficio ideale in questo contesto. Dall’indagine è emerso innanzitutto la disponibilità di connessioni veloci e affidabili, per l’82% dei rispondenti, seguita dalla sicurezza per gli effetti personali, i dispositivi elettronici e i documenti (67%). La qualità della location, degli arredi e la funzionalità degli ambienti è un altro punto rilevante e particolarmente sentito (54,1%), unitamente alla disponibilità di servizi di segreteria efficienti e professionali (48,6%). La facilità dei collegamenti con reti di trasporto pubblico collettivo (ferrovie, aeroporti, metropolitane, tram etc.) è un fattore determinante per il 49% dei rispondenti (media globale). Questo punto evidenzia le differenti concezioni della mobilità tra il nord America e gli altri paesi europei o asiatici. Negli Stati Uniti la vicinanza ai mezzi di trasporto pubblici è un’esigenza sentita solo dal 28% (in Canada dal 39%) poiché la mobilità è basata sull’automobile. In Cina e Giappone è sentita dal 55% e nei Paesi europei diventa un fattore determinante in Germania (67%), Francia (62%), Regno Unito (56%) e in Italia (52,5%). Seguono altre necessità, come la vicinanza a casa per il 23%, l’indirizzo in vie o edifici di prestigio (19%) e la vicinanza a scuole o asili nido (6%). Mauro Mordini General Manager di Regus in Italia: ha dichiarato: Molti professionisti e manager non hanno più la necessità di viaggiare quotidianamente per raggiungere una sede di lavoro fissa, perché smartphone, tablet, portatili e applicazioni basate sul cloud consentono di connettersi con flessibilità e in modalità remota. Inoltre poter utilizzare le tecnologie esistenti per lavorare presso una sede più pratica e comoda come un business center, consente di svolgere la propria attività in modo più produttivo, ma anche in piena sicurezza e tranquillità, avvalendosi di strutture professionali e di un supporto di segreteria efficace. In questo modo si risparmia sui costi fissi di struttura, ottimizzando il tempo e con meno stress dovuto agli spostamenti”.

  • FORMAZIONE LEGATA ALLA SICUREZZA: SIETE IN REGOLA?

    L’art. 37 del D.Lgs. 81/08 richiede che in ogni azienda i lavoratori e i loro rappresentanti ricevano una formazione adeguata per ciò che riguarda la salute e la sicurezza dei lavoratori.. Inoltre la legge prevede che qualsiasi lavoratore, compresi i neoassunti e i collaboratori, debbano essere formati nel momento stesso in cui cominciano a lavorare nell’azienda.

    Se non vi siete ancora adeguati alla normativa o non sapete a chi rivolgervi, ADHR – Agenzia Per Il Lavoro mette a disposizione per le aziende interessate una formazione specifica legata all’area sicurezza con la progettazione e l’attuazione dei corsi obbligatori come previsti da d.lgs. 81/08.

    Ma sapete cosa dice la normativa in materia di sicurezza? Vediamone i tratti più importanti insieme.

    All’interno di un’azienda la prima figura incaricata di garantire la sicurezza sul lavoro e sulla quale ricade appunto l’obbligo del mantenimento dei livelli della stessa è il datore di lavoro. Questo soggetto deve assolvere agli adempimenti previsti, ha quindi l’obbligo di evitare che probabili e possibili pericoli dovuti all’esercizio della sua attività, possano tradursi in rischi per i lavoratori che vengono assunti per il compimento di tale attività.

    Il Testo Unico in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro stabilisce che essi oltre ad adottare tutte le misure di sicurezza necessarie per la tutela dei dipendenti, devono anche informare gli stessi sui rischi specifici cui sono esposti, devono insegnare le norme fondamentali di prevenzione e devono addestrare i lavoratori all’utilizzo corretto dei mezzi e degli strumenti di protezione.

    Oltre al dovere di informare, al datore di lavoro viene anche attribuito il compito di vigilare e verificare il rispetto da parte dei lavoratori delle norme antinfortunistiche.

    Per cui quello del datore di lavoro è un duplice ruolo, da un lato deve garantire una corretta informazione ed un esatto addestramento, dall’altro deve osservare attentamente che quanto insegnato sia poi messo in pratica dai suoi lavoratori.

    La normativa prevede che ogni lavoratore deve ricevere una formazione sufficiente sulla sicurezza sul lavoro, in particolare riguardo ai concetti di rischio, danno, prevenzione, protezione, organizzazione della prevenzione aziendale, diritti e doveri dei vari soggetti aziendali, organi di vigilanza, controllo, assistenza. In più vanno approfonditi i rischi relativi allo specifico ambiente di lavoro.

    Il percorso formativo si articola in 2 moduli. Il 1° modulo riguarda la formazione generale, che ha una durata minima di quattro ore per tutti i settori e riguarda i «concetti generali in tema di prevenzione e sicurezza sul lavoro». Il 2° modulo è invece relativo alla formazione specifica che deve avvenire in occasione della costituzione del rapporto di lavoro o dell’inizio dell’utilizzazione qualora si tratti di somministrazione, al momento del trasferimento o cambiamento di mansioni o ancora quando si introducono nuove attrezzature di lavoro o nuove tecnologie, nuove sostanze e preparati pericolosi.

    La durata minima è di 4, 8 oppure12 ore, a seconda dei rischi riferiti a ciascuna mansione e settore di appartenenza, che possono essere bassi, medio o alti, in base a quanto previsto dalle apposite tabelle. La formazione prevede per tutti quanti un aggiornamento quinquennale di 6 ore, sempre in base alla valutazione dei profili di rischio. La formazione dei lavoratori deve avvenire in orario di lavoro e non deve comportare costi per i lavoratori..

    Va sottolineato inoltre che tutto questo comprende appunto formazione generale e specifica, non l’addestramento, ovvero il «complesso delle attività dirette a fare apprendere ai lavoratori l’uso corretto di attrezzature, macchine, impianti, sostanze, dispositivi, anche di protezione individuale, e le procedure di lavoro».

    Alla fine del percorso di formazione è previsto un certificato. L’attestato, completo di tutti i dati previsti dall’accordo (fra cui soggetto organizzatore del corso, normativa di riferimento, dati anagrafici), costituisce un credito formativo permanente.

    Ricordiamo in ultimo, ma non meno importante, anzi, che nel caso in cui questa norma non venisse rispettata sono previste tutta una serie di sanzioni per il datore di lavoro.

    Contattate l’Agenzia per il Lavoro e non pensateci più!





  • SOCIAL RECRUITMENT: CERCARE LAVORO AI TEMPI DEI SOCIAL

    L’importanza della selezione attraverso i social media è oggi un aspetto molto importante e continuerà ad esserlo in futuro. L’Agenzia Per Il Lavoro Adhr può aiutare coloro che stanno cercando un lavoro ad ottenere il massimo attraverso un uso corretto dei social network e di fornire ai recruiter gli strumenti migliori per svolgere le loro ricerche sui social media.

    Cercare il lavoro ai tempi del social recruiting sta diventando sempre più una storia complicata, ancor di più alla luce della crisi che stiamo ancora attraversando dove più che altro il lavoro non c’è e bisogna inventarselo o in tutti i modi e a tutti i costi.
    Alla luce di una recente ricerca proprio sul modo in cui i social media stiano di fatto diventando –sia da parte di chi offre che di chi chiede impiego – la nuova piazza di collocamento, è emerso che solo il 7% scova un posto tramite LinkedIn, Facebook & co.; sebbene ormai più della metà delle attività di selezione passi dal web e in particolare dalle piattaforme sociali.
    Chi va sui social per finalità lavorative lo fa soprattutto per cercare informazioni, annunci di lavoro e per visualizzare contenuti di ipotetici datori di lavoro.
    Inoltre i profili sui social sono più completi per quanto riguarda la sfera personale, mentre sono carenti di informazioni dettagliate sulla carriera professionale, soprattutto circa i premi ricevuti e le referenze. Questo indica che in Italia l’uso dei social network è molto più legato alla dimensione privata che a quella lavorativa.

    È questo è sbagliato perché il recruiting avviene ormai su internet.
    I selezionatori utilizzano i social media per “scremare”. Nella maggioranza il 68%, usano LinkedIN. ma Facebook arriva secondo, con il 52%. Anche se per quasi tutti noi è una piattaforma personale, dove chiacchierare con gli amici e postare foto divertenti, quindi, la pagina Facebook è osservata con attenzione da chi potrebbe darci un lavoro.
    Nella ricerca attraverso i profili dei potenziali candidati, i selezionatori controllano in primo luogo le precedenti esperienze di lavoro, ma anche riconoscimenti professionali e successi, nonostante queste sezioni siano spesso trascurate nei profili di chi cerca lavoro. Gli elementi che attraggono di più un selezionatore quando guarda i nostri profili online sono l’esperienza lavorativa precedente, i riconoscimenti professionali e la personalità che si intuisce dal profilo.

    Nella ricerca attraverso i profili dei potenziali candidati, i selezionatori controllano non solo il cv (precedenti esperienze di lavoro, riconoscimenti professionali e successi) ma anche informazioni sulla personalità dei candidati. Ecco che spunta il concetto di Digital Reputation: l’importanza della reputazione dei candidati sui social media e come i recruiter ricorrano ai social network per valutarla. La cosa fondamentale è entrare nell’ottica che il proprio profilo potrebbe essere una potenziale fonte di reclutamento professionale, per cui evitare di postare “situazioni” troppo private o ambigue, oppure fotografie “compromettenti” e momenti goliardici troppo “spinti”, soprattutto se si è alla ricerca di lavoro. A tal proposito è emerso infatti che un quarto dei recruiter intervistati (il 25,5%) ha rifiutato un candidato a causa dei contenuti o delle foto pubblicate sul suo profilo. Gli elementi più osservati e spesso criticati? Ancora prima dei post e delle foto, vengono i commenti lasciati in giro, su altri status e altre pagine. Ed è comprensibile: dicono molto di noi, ma a volte li scriviamo senza riflettere sulle conseguenze. Infine, attenzione a chi vi trovate davanti: più è anziano il recruiter, più sarà influenzato negativamente da contenuti inappropriati postati sui social.
    Un altro aspetto significativo è l’importanza che le relazioni online ricoprono nella selezione e nella ricerca di lavoro. Chi ha una rete più “ricca” ottiene risultati migliori in termini di contatti con i recruiter e maggiori possibilità di assunzione. Infatti, i candidati con una buona rete online hanno maggiore successo rispetto a quelli con una buona rete offline.

    Tuttavia questo non vuol dire che dobbiamo mentire o gonfiare la nostra personalità e professionalità sui “social network”. I recruiter più esperti dichiarano di poter riconoscere con relativa facilità le bugie dei candidati. Le società specializzate in Risorse Umane svolgono controlli sempre più approfonditi e mirati sia sulle precedenti occupazioni sia sui titoli di studio e sul percorso accademico. Esistono strumenti specifici, per gli ‘addetti ai lavori’, che certificano la veridicità di quanto dichiarato”.

    Quindi non mentite: la sincerità rimane sempre la miglior arma e poi c’è un proverbio che dice: “le bugie hanno le gambe corte!”

  • CAREER DIRECTORY: SCARICA GRATIS LA NUOVA EDIZIONE!!

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    http://www.jobadvisor.it/ita/career_directory/index.html

  • Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione: nuovi chiarimenti da parte della Commissione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

    A riguardo della designazione del Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione, la Commissione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha riportato nuovi chiarimenti.

    Secondo l’art. 31, comma 6 del D. Lgs. n. 81/2008, il datore di lavoro è tenuto ad organizzare un apposito servizio di prevenzione e protezione o incaricare persone esterne.

    Entrando nel merito, le conoscenze professionali dei responsabili della sicurezza sono necessarie per l’azione di prevenzione e protezione.

    La Confcommercio ha richiesto dei chiarimenti sui requisiti di legge in merito all’individuazione del Responsabile della sicurezza. Il Ministero ha riconfermato che il Responsabile della Prevenzione e Protezione interno deve conoscere a fondo le dinamiche organizzative e produttive dell’azienda.

    Un qualsiasi lavoratore, che assicuri una giusta presenza per tali compiti, viene designato come responsabile interno. Il ricorso a persone o servizi esterni è necessario solo nel momento in cui l’azienda non disponga di personale capace.

    Per approfondire responsabile servizio prevenzione protezione

  • ALICE NEL PAESE DEI CALL CENTER DI DALILA COVIELLO, EDITO DA NIKEDITRICE

    Alice ha una laurea, un armadio pieno di speranze un po’ sbiadite, nel cassetto sogni e calzini spaiati. E, dettaglio non trascurabile, è una cittadina italiana, di quell’Italia da cui i suoi coetanei fuggono a gambe levate alla ricerca di un futuro migliore…’

    Se ‘call center’ vi fa pensare alle telefonate moleste che ricevete quasi quotidianamente, o se magari è proprio il lavoro che fate per vivere mentre la vostra laurea ingiallisce appesa alla parete… questo è il libro che fa per voi.

    Alice è una delle tante: una laurea, tanti sogni e lo scontro brutale con la realtà italiana. Per non arrendersi e salvaguardare la sua indipendenza, finisce in un call center e impara ad osservare e conoscere il microcosmo al suo interno, tra aspettative disattese, rabbia, rassegnazione, laureati e team-leader. Nel frattempo, non smette di mandare curriculum e sostenere improbabili colloqui…

    Ironicamente pungente,questa storia vera sa far ridere ma anche riflettere: sia che siate laureati, sia che siate semplici ‘vittime’ delle telefonate dei call center, dopo questa lettura cambierete prospettiva, almeno un pò!

    ‘Alice nel paese dei call center’ è il primo libro di Dalila Coviello, edito da Nike Editrice e disponibile dal 16 Novembre.

    Per maggiori informazioni o per prenotare la tua copia visita il sito: http://nikeditrice.com/catalogo/alice-nel-paese-dei-call-center/