Categoria: Lavoro

  • Comunicato stampa: Corso ‘Come Verificare la Preparazione di Vendita di un Candidato’

    Ottantaventi Formazione organizza il Corso:

    COME VERIFICARE LA PREPARAZIONE DI VENDITA DI UN CANDIDATO
    http://www.ottantaventi.it/corin/prgcompetenzevenditori.htm
    Milano, 18 giugno 2013

    Nella SELEZIONE di un VENDITORE un punto cruciale è saperne
    VALUTARE LE COMPETENZE. Questo permette infatti di capire in
    quanto tempo può essere produttivo e quali sono i costi e
    i tempi della formazione eventualmente necessaria.

    L’obiettivo di questo Corso è di fornire, in un giorno,
    tecniche e strumenti per farlo efficacemente.

    Ottantaventi lavora dal 1973 nella formazione per il
    Management e le Vendite:
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  • Il web e la crisi: www.chetiserveoggi.com lancia la sfida

    E’ di questi giorni la notizia che il motore di ricerca dedicato al mondo delle piccole professioni, www.chetiserveoggi.com, si è completamente rinnovato nella grafica, nei contenuti e soprattutto nei servizi offerti. Lo stesso Web Team di CTSO ha ricevuto nuova linfa con l’inserimento di alcune unità specializzate sulle nuove sfide, al fine di far fronte ad un periodo che di certo non si prospetta dei migliori, per tutti. Molto è cambiato, ma l’obiettivo di www.chetiserveoggi.com è rimasto e rimarrà sempre inalterato: offrire un servizio veloce e migliore a quelle migliaia di utenti che cercano un professionista che risolva i problemi venutisi a creare in casa o in ufficio.

    Alcune veloci informazioni per chi ancora non conosce www.chetiserveoggi.com: innanzitutto www.chetiserveoggi.com non è un sito, non parla né vende qualcosa, ma è un motore di ricerca proprio come Google, ma a differenza di Google i risultati di queste ricerche sono limitati ai soli professionisti. In altre parole, i risultati proposti offrono il miglior professionista che c’è sulla piazza, risultato ottenuto dalla combinazione di tre fattori: professionalità, localizzazione territoriale e, cosa molto importante, economicità. Dato che www.chetiserveoggi.com prevede sia una ricerca che un risultato, la registrazione al sito, obbligatoria se si ha la necessità di vedere i risultati in forma completa, avviene in due modalità: come inserzionista, può inserire ben 5 annunci e relative gallerie fotografiche, e come semplice utente registrato, che, come si diceva, ha la visione completa dei risultati di ricerca.

    L’idea alla base di www.chetiserveoggi.com è molto semplice: devo fare un lavoro (che spesso capita nel momento meno propizio come nei giorni di festa) e non so chi chiamare, che garanzie posso ottenere e, soprattutto, quanto mi verrà a costare. Nella completa comodità di casa apro www.chetiserveoggi.com, inserisco la ricerca ed ottengo un lungo elenco di professionisti dei quali posso vedere tutto: ovviamente l’annuncio, il cellulare, l’email, ma anche la galleria fotografica di lavori svolti e, addirittura, i feedback lasciati da precedenti utenti. Così posso liberamente decidere se, chi e quando contattare il professionista che più mi ha saputo dare garanzie, il tutto velocemente, comodamente e senza intermediari.

    www.chetiserveoggi.com è uno strumento utile, gratuito e soprattutto funzionale allo scopo che si promette: offrire un servizio all’altezza. In ogni momento, ma soprattutto in un momento come questo, che è di grande difficoltà, conoscere e far conoscere www.chetiserveoggi.com riesce, anche se di poco, a migliorare la nostra esistenza.

  • RANDSTAD HA PARTECIPATO AL CONVEGNO SUL BENESSERE AZIENDALE

    Nella scuola di formazione di Bosch Italia, con i partners Randstad (leader nel settore del lavoro interinale), Sodexo e Technogym, lo scorso 12 Marzo si e’ tenuto un convegno inerente la produttivita’ aziendale. La principale domanda posta e’ stata: con il benessere organizzativo ci possono essere benefici per i collaboratori e il business? Questa e’ stata la domanda ricorrente durante il meeting a cui hanno partecipato esponenti di grandi brands come MTV, lo Juventus F.C., la Pirelli, oltre ad istituzioni quali il Ministero del lavoro e l’Assessorato al Benessere di Milano.

    Gli incontri hanno voluto approfondire il tema del benessere quale elemento centrale ai fini dell’aumento della produttivita’ aziendale e capire come questo possa trovare operativita’ nelle singole realta’ imprenditoriali. Hanno partecipato con commenti sulla questione, (anche in materia di formazione lavoro), Marco Ceresa – Amministratore Delegato Randstad Italia e Paolo Corno – Direttore Commerciale di Sodexo Motivation Solutions.

    L’ultimo commento con la relativa chiusa e’ stato affidato al padrone di casa, l’AD Gerhard Dambach che ha ribadito, oltre l’oggettivo problema di chi cerca lavoro, la costante ricerca di migliorie per garantire un miglior tenore di vita equilibrando vita privata e vita lavorativa, dicendo che l’azienda si deve impegnare per costruire un ambiente lavorativo accogliente e sereno. Parallelamente si deve riuscire ad aumentare la produttivita’ aziendale, anch’essa fondamentale per un percorso di crescita sia da parte dell’azienda che da parte dei collaboratori.

    Luther Blissett

  • La Vendita non più arte, ma scienza: la disciplina diventa il rituale del successo

    di Michele Natali

    Nel mondo degli affari non succede niente fino a che non si vende qualcosa, si vende

    affinché la fabbrica possa produrre ciò che è stato ordinato, il prodotto o servizio sia stato

    consegnato, gli stipendi possano essere pagati e quel nuovo sistema informatico di cui c’era

    bisogno possa essere finalmente acquistato. C’è vendita anche quando ci si reca in banca a

    chiedere un prestito o un estensione del fido; bisogna riuscire a “vendere” alla banca la

    capacità di ripagare un debito: una vendita c’è sempre e comunque sia che si

    venda al cliente un si o che sia lui a vendere un no!

    Il venditore vecchio stampo è passato di moda, non si vende più alla vecchia maniera, i

    tempi sono cambiati. In questi ultimi anni dobbiamo cambiare il modo in cui vendiamo o

    non venderemo abbastanza per realizzare i nostri obiettivi.

    La crisi internazionale e precedenti recessioni hanno imposto un cambiamento nel

    processo di vendita di cui tutto il mondo degli affari se ne avvantaggerà per lungo tempo.

    Per ottenere risultati ora è necessario vendere qualcosa a qualcuno per 2 volte oppure

    riuscire a vendere qualcosa a qualcuno che ci porterà qualcun altro.

    Il nuovo modo di vendere, in ogni caso, passa attraverso l’applicazione di metodi vecchi:

    occorre sempre conoscere tutte le tecniche e le strategie di vendita, ma sarà necessario

    utilizzarle in un modo diverso, in modo amichevole, sincero; in un modo che evidenzi

    quanto la cosa più importante sia rendersi utili e non vendere.

    La vendita di per sé non è un arte! Vendere è scienza: diventa una risposta pronta, una

    composizione di parole, di frasi di tecniche per convincere un contatto ad acquistare e

    come per la scienza c’è bisogno di fare esperimenti prove per stabilire che cosa funzioni

    meglio e quali teorie abbiano la resa pratica migliore.

    Le nuove regole sono semplici e si possono mettere in pratica subito; utilizzarle è il primo

    passo ma la sfida sarà quella di diventare bravi nel loro utilizzo.

    In un economia che si può definire del 12 settembre, post new economy, in cui si sono

    perse molte certezze, l’ansia ci accompagna: per alcuni sarà il panico, ma è proprio in

    questi momenti che ci si costruisce il successo Come? Vendendo e lavorando mentre tutto

    il mondo attorno si lamenta.

    In che modo? Alla base di tutto ci sta la preparazione e lo studio e poi di seguito

    elenchiamo una serie di suggerimenti che non devono costituire belle parole da mettere nel

    cassetto, ma azioni da compiere con metodo e dedizione se si vuole vendere con successo

    in questi “tempi duri e nuovi”.

    1) Difendere i clienti a costo della vita. Gli altri venditori stanno puntando sui

    nostri clienti come tigri affamate. E’ giunto il momento di investire tempo e denaro

    per sviluppare le relazioni e non dimenticarsi di loro. Che cosa succederebbe se la

    concorrenza ci togliesse 2 dei nostri migliori clienti? Abbiamo una strategia per

    essere certi che ciò non accada?

    2) E’ la relazione che conta non i soldi. Quando gli affari non si sviluppano tutti

    provano ad accaparrarsi nuovi clienti offrendo prezzi più vantaggiosi. Abbiamo la

    grande opportunità di instaurare delle relazioni che valgono; aiutiamo quindi i

    clienti a sviluppare la propria attività dando loro idee vantaggiose ed interessanti.

    La ricerca esclusiva di nuovi clienti ci rende più vulnerabili tralasciando quelli già

    acquisiti: quali nuovi sistemi abbiamo creato per costruire una relazione?

    3) Partecipare ad eventi sociali più di quanto abbiamo fatto fino ad ora.

    Questa è la maniera migliore per consolidare relazioni già esistenti e costruirne di

    nuove. Bisogna sviluppare una buona rete: se non ci dedichiamo almeno quattro

    ore a settimana a questa attività perderemo il vantaggio rispetto a chi lo farà.

    Abbiamo elaborato un piano d’azione della durata di un anno per stabilire e

    mantenere relazioni con clienti e contatti?

    4) Costruire una buona reputazione, sarà grazie a quella che ci

    riconosceranno. Ciò che abbiamo fatto negli anni passati ha costruito la

    reputazione che abbiamo oggi. La sfida più grande nei periodi duri è fare il

    possibile per crearsi una reputazione impeccabile. Non piaceremo a tutti ma i

    nostri successi futuri dipendono dal fatto di avere clienti che ci ADORANO. Che

    cosa si dice di noi quando non ci siamo?

    5) Prendere decisioni in previsione di chi si vuole diventare e non in base

    ai soli guadagni immediati. E’ meglio prendere decisioni pensando alla

    persona che vorremo diventare, piuttosto che alla nostra situazione attuale, in

    questo modo le azioni saranno dirette verso relazioni a lungo termine e non al

    risultato immediato. Quando realizziamo una vendita stiamo facendo un

    compromesso a breve termine o prendendo un impegno a lungo termine?

    6) Impiegare più tempo a progettare soluzioni è meglio che lamentare

    problemi. Questo è il momento di prepararsi ed essere al meglio e non si può

    farlo se continuiamo a lamentarci. La buona notizia è che la stragrande

    maggioranza di persone continuano a lamentarsi, quindi resta un abbondante

    spazio di manovra per avere successo: le persone continuano a comprare anche se

    c’è la crisi, comprano meno ma comprano. Le vendite verranno concluse dai più

    PREPARATI e MOTIVATI.

    7) Non spendere ma investire (nel tempo, nei soldi, negli affari ed in ogni

    cosa che si fa). Sarebbe facile mettere la testa sotto la sabbia e sperare che tutto

    torni come prima. Ma la realtà non cambia quindi ci conviene utilizzare ciò che

    abbiamo a disposizione per costruire pensieri positivi, nuove informazioni e nuove

    strategie per realizzare un ottima rete di contatti in modo da garantirci i risultati

    negli affari. Quanto tempo investiamo ogni giorno in noi stessi?

    8) Creare una differenza tangibile tra noi e gli altri. Occorre lavorare sotto

    questo aspetto ogni giorno. Occorre cambiare tutto, ogni cosa da ordinaria deve

    diventare straordinaria : Che cosa c’è di memorabile in noi? In che cosa siamo

    diversi dagli altri? Bisogna aggiornare tutto quello che si dice tutto quello che si fa.

    Ogni comunicazione diretta ai clienti deve essere incredibile.

    9) Bisogna imparare la gioia del rifiuto. Ci si esercita facendo tante telefonate:

    molta gente risponderà NO. Che cosa facciamo quando ci sentiamo rispondere

    NO? Come potremmo o dovremmo rispondere?

    10) Occorre lavorare mentre gli altri dormono. Prima ci si sveglia, più

    possibilità si avrà di migliorare e di battere la concorrenza. Meglio essere

    mattinieri che nottambuli. Forse non tutti, ma solitamente al mattino si pensa con

    più chiarezza. Come impieghiamo le nostre ore mattutine? Cosa potremmo fare di

    diverso?

    11) Mettere gli obiettivi davanti agli occhi e ripeterli almeno 2 volte al

    giorno. La formula per ottenere gli obiettivi può essere diversa per ognuno, ma la

    verità del detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” risulta sempre valida.

    Diventa utile scrivere i nostri obiettivi e leggerli almeno 2 volte al giorno fino a

    quando non vengono raggiunti. Può diventare funzionale ed importante la

    suddivisione degli obiettivi in piccole azioni quotidiane; ad esempio mettere da

    parte 1000€ risparmiandone 3 al giorno, chiudere 30 vendite facendo 5

    appuntamenti quotidiani. Se ci proponiamo piccoli goal giornalieri e li

    raggiungiamo va da sé che il grande goal è alla nostra portata. Quali piccoli-grandi

    passi possiamo muovere ogni giorno per raggiungere il nostro GRANDE obiettivo?

    12) Scommettere su se stessi sapendo che non spetta alla società, spetta a

    noi. Assumersi la piena responsabilità e la proprietà assoluta del nostro lavoro

    delle nostre abitudini dei nostri clienti e di noi stessi. Chi stiamo incolpando per

    cose che invece dovrebbero essere sotto la nostra responsabilità?

    13) E’ importante ritrovare la tenacia che avevamo a 4 anni, quando

    chiedevamo ai nostri genitori di comperarci un giocattolo e non

    volevamo sentirci dire di No. Quante volte abbiamo ottenuto quel giocattolo?

    Stiamo realizzando altrettante vendita? Eravamo tenaci allora ed ora? Stiamo

    rinunciando troppo facilmente? Per cosa varrebbe la pena combattere di più?

    14) La presenza sul web deve essere dominante. Il web è uno strumento per

    velocizzare gli affari: si ha la possibilità di apparire 24 ore su 24, 7 giorni alla

    settimana e 365 giorni all’anno; per la facilità di comunicare, pianificare,

    preparare resoconti, avere un database sempre disponibile e soprattutto

    condividere informazioni che aiutino gli altri a costruire la Loro attività. Che cosa

    c’è di incredibile nel nostro sito Web?

    Ora tutto ciò che occorre fare è diventare esperti in ognuna di queste strategie e la nostra

    quota di mercato non la perderemo.

    Ricordiamoci quindi di non tralasciare i nostri clienti e fornitori attuali; facciamo tutto ciò

    che è possibile per conquistare la lealtà dei nostri clienti, perché la concorrenza è affamata

    e si aggira come una volpe in cerca delle nostre galline! Prendiamo provvedimenti nuovi

    per far si che i nostri clienti rimangano fedeli.

    Ricordiamoci quindi Vendere è una disciplina. Non nel senso militare del termine, ma

    in quello di devozione: una dedizione personale verso la realizzazione, che può esistere

    solamente in presenza di una buona disciplina. Si intende il controllo che nasce da dentro,

    non delle regole imposte dall’esterno; anche qui non parliamo della fatica della disciplina

    ma della gioia della stessa.

    La disciplina non è altro che il processo quotidiano di focalizzazione sui

    propri obiettivi. E’ combattere fino a farcela.

    Quindi due cose semplici ma essenziali: Risposte facili e lavoro duro

    ricordando che:

    La disciplina è il rituale del successo.

  • I Vincitori: una miscela di talento e determinazione? Si, ma non solo!

    di Elena Pierini

    Come si fa ad arrivare al successo? È solo questione di talento e determinazione?

    Malcolm Gladwell riesce a dare una risposta osservando le persone giunte all’apice del

    successo come: campioni dello sport, geni della scienza, virtuosi della musica, uomini

    d’affari multimilionari.

    Gladwell analizza le loro doti individuali ma anche e soprattutto i dettagli delle loro

    biografie.

    Vediamo come, riporto alcuni esempi.

    L’hockey canadese è una meritocrazia. Se hai la stoffa e sei disposto a darti da fare per

    sviluppare il tuo talento il sistema ti premierà, nell’hockey il successo si basa sui meriti

    individuali.

    A metà degli anni Ottanta uno psicologo canadese, Roger Barnsley, attirò per primo

    l’attenzione sul fenomeno dell’età relativa.

    Osservando l’organico dei Medicine Hat Tigers nel 2007, spicca ai nostri occhi che il 40%

    degli atleti era nato tra gennaio e marzo, il 30% tra aprile e giugno, il 20% tra luglio e

    settembre e il 10% tra ottobre e dicembre.

    Non c’è bisogno di un’analisi statistica, basta semplicemente guardare l’organico della

    squadra.

    Quindi? I segni del Capricorno, dell’Acquario e dei Pesci sono i migliori? No, non è una

    questione di zodiaco.

    Per vincere talento, passione, lavoro duro e determinazione sono basilari, tuttavia anche

    un bel vantaggio di diversi mesi di allenamento e maturità in più certamente aiutano.

    Ma esiste il talento innato? Certo!

    Non tutti i giocatori di hockey nati in gennaio finiscono per fare i professionisti. Solo

    alcuni: quelli che hanno talento e preparazione.

    Sarai tu il prossimo Michael Jordan? Quando sei nato?

    Anche un ricercatore australiano afferma che potrebbe dipendere da quando sei nato.

    Secondo Adrian Barnett, il mese di nascita di una persona può infatti avere impatto su

    salute e forma fisica.

    I risultati del suo studio sono stati pubblicati in un libro, “Analysing Seasonal Health

    Data”, analizzando i compleanni dei giocatori professionisti della Australian Football

    League (Afl), Barnett ha riscontrato che un numero sproporzionato è nato nei primi mesi

    dell’anno, mentre quelli nati negli ultimi mesi, specialmente a dicembre, sono pochi.

    In Australia l’anno scolastico comincia a gennaio.

    “I bambini più alti hanno un ovvio vantaggio quando giocano”, spiega Barnett: “Se sei nato

    a gennaio, hai 12 mesi di crescita di vantaggio rispetto ai tuoi compagni nati nei mesi

    successivi, quindi nascere il 31 dicembre o il 1 gennaio potrebbe fare una grande differenza

    nella tua vita”.

    I risultati, ha spiegato, rispecchiano quelli di altri studi internazionali che hanno

    riscontrato un legame tra data di nascita vicina all’inizio dell’anno scolastico e chance di

    diventare un giocatore professionista in sport come hockey, football, pallavolo e basket.

    Un altro studio importante riguardante l’argomento del talento è portato nei primi anni

    ’90 dallo psicologo K. Anders Ericsson e due colleghi all’accademia d’élite della musica di

    Berlino. Con l’aiuto dei professori dell’accademia, hanno diviso i violinisti della scuola in

    tre gruppi.

    Nel primo gruppo c’erano le stelle, quelli con potenziale per diventare i migliori al mondo.

    Nel secondo c’erano quelli semplicemente “bravi”. Nel terzo, infine, quelli che difficilmente

    sarebbero diventati musicisti professionisti, e che avevano intenzione di diventare

    insegnanti di musica. A tutti è stata posta la stessa domanda: nel corso della tua carriera,

    da quando hai preso per la prima volta in mano un violino, quante ore di esercizio hai

    fatto?

    Tutti, in tutti e tre i gruppi, avevano cominciato a suonare più o meno alla stessa età,

    intorno ai cinque anni. Nei primi anni tutti si esercitavano sulle due o tre ore a settimana.

    Ma intorno agli otto anni cominciavano ad emergere le vere differenze. Quelli che poi

    sarebbero diventati i migliori della classe hanno cominciato ad esercitarsi più di tutti gli

    altri. In effetti, all’età di vent’anni i violinisti “d’élite” avevano totalizzato più di diecimila

    ore di esercizio. Il secondo gruppo era sulle ottomila, ed il terzo poco più di quattromila.

    Quello che colpisce nello studio di Ericsson è che non si è trovato nessun musicista

    “naturale” che galleggiasse senza sforzo tra i migliori esercitandosi molto meno di loro, né,

    specularmente, alcuno sfortunato che, pur sforzandosi più di tutti gli altri, non avesse

    quello che serviva per arrivare al massimo.

    La ricerca suggerisce che una volta che un musicista è abbastanza capace da entrare in una

    scuola di musica, quello che fa la differenza è quanto si esercita.

    Inoltre, i migliori dei migliori non si limitano a lavorare più, né molto di più. Lavorano

    molto, molto di più.

    L’idea che l’eccellenza in un compito complesso richieda un minimo di esercizio è emersa

    molte altre volte negli studi al riguardo. I ricercatori, in effetti, si sono accordati su quello

    che credano sia il numero magico per essere davvero capaci: diecimila ore.

    Anche i Beatles, uno dei più famosi gruppi rock della storia, prima della loro esperienza ad

    Amburgo non avevano nessuna regola quand’erano in scena.

    Quando si conclusero i vari viaggi ad Amburgo, avevano suonato dal vivo circa 1200 volte

    ed erano diventati ciò che sono diventati.

    Come mai?

    L’importanza di Amburgo risiede nella semplice quantità di tempo che il gruppo fu

    costretto a suonare.

    John Lennon in un’intervista disse: “A Liverpool non avevamo mai suonato più di un’ora,

    invece ad Amburgo ci è toccato suonare per otto ore e più di una volta, così abbiamo

    dovuto per forza imparare a suonare in una maniera nuova”.

    Un’occasione straordinaria simile a quella dei giocatori nati a gennaio, febbraio e marzo.

    Lewis Terman, psicologo statunitense, nel 1921 decise di fare dell’analisi dei ragazzi dotati

    la missione della sua vita. Quei genietti furono ribattezzati “Termites” ed erano in possesso

    di un QI (Quoziente Intellettivo) superiore a 140, che per una persona normale è tra gli 80

    ed i 100.

    Purtroppo dopo alcuni anni, nonostante le aspettative molto elevate, ben pochi “Termites”

    erano diventati personaggi famosi a livello nazionale, mentre alcuni di loro avevano lavori

    ordinari con redditi non eccezionali e sorprendentemente parecchi erano dei falliti.

    Per avere successo nel lavoro, il QI non è tutto.

    Chi a scuola è sempre stato bravo non necessariamente sarà più adatto ad un certo tipo di

    lavoro rispetto a chi era uno studente scarso. Infatti, i classici test di intelligenza effettuano

    la misura del QI in base alle tradizionali capacità logico-matematiche, verbali e spaziali,

    evidenziandone però i limiti quando il QI è considerato un indicatore per prevedere il

    successo che una persona otterrà nella vita professionale e sociale. Frequentemente si

    verificano casi in cui persone con un QI alto ottengono scarsi risultati nel campo del lavoro

    e nell’ambito delle relazioni sociali. Ciò ha dimostrato che l’intelligenza intesa come puro

    raziocinio rispecchia solo una porzione delle più generali capacità che permettono ad un

    individuo di affrontare e risolvere i problemi di tutti i giorni. La conseguenza è che il

    giudizio ottenuto a scuola tende a mettere in luce solo un tipo di intelligenza più generale,

    a discapito di eventuali inclinazioni più spiccate del singolo.

    Si pensi ad una persona particolarmente intelligente, professionalmente preparata, ma

    intrattabile ed asociale. Le mancanze a livello relazionale potrebbero notevolmente

    compromettere un futuro professionale probabilmente brillante e promettente.

    Tornando allo psicologo statunitense, i “Termites” divenuti famosi erano coloro che

    avevano conquistato il successo e provenivano in maniera preponderante dalla classe

    media o alta, mentre i falliti viceversa venivano dai quartieri poveri.

    Terman dà ragione all’argomentazione di Annette Lareau, secondo cui conta veramente il

    modo in cui i vostri genitori si guadagnano da vivere e quali sono i presupposti della loro

    classe di appartenenza.

    La sociologa Annette Lareau, qualche anno fa, ha condotto una ricerca su un gruppo di

    alunni di terza elementare. Scelse scolari bianchi e neri provenienti da famiglie povere e

    facoltose.

    I genitori della classe media tentano di valutare e promuovere i talenti, le opinioni, le

    capacità del bambino in modo attivo. I genitori poveri ritengono, al contrario, che sia loro

    responsabilità dei figli ma lasciano che crescano e si valorizzino per conto proprio.

    La conseguenza dei due diversi modi di educare fa si che i bambini poveri siano spesso più

    educati, meno piagnucolosi, più creativi nell’uso del proprio tempo ed hanno un senso di

    indipendenza ben sviluppato.

    Il bambino della classe media, pieno di impegni, è esposto ad una serie di esperienze che

    mutano costantemente. Impara a lavorare in gruppo e ad affrontare ambienti molto

    strutturati, gli insegnano ad interagire senza difficoltà con gli adulti e ad esprimere la

    propria opinione se necessario. Si comportano come se avessero diritto di dar corso alle

    priorità individuali, di interagire attivamente in un contesto istituzionale e di agire nel

    proprio interesse per ottenere vantaggi.

    Allora, come si fa ad arrivare al successo?

    Il talento e la determinazione non assicurano il successo, ma devono essere accompagnati

    da altri elementi e circostanze, spesso bizzarri e quasi sempre sottovalutati, ma che fanno

    parte di noi, di tutte le nostre esperienze e di tutto ciò che ci circonda sin dall’infanzia. Si

    tratta del mese di nascita, delle ore di allenamento e preparazione, della classe di

    appartenenza, della cultura, del momento storico, del tessuto economico e sociale: tutte

    quelle circostanze e scelte, anche banali, che abbiamo davanti ogni giorno, ma che

    delineano il nostro profilo di vincitore o di perdente.

  • Come si misura la performance dei manager?

    di Paola Danese

    Mi è capitato tra le mani il testo che raccoglie le lezioni inedite di Drucker ed è stato uno

    spunto di riflessioni che voglio condividere:

    Già alla fine degli anni 60 Drucker mette in evidenza quanto la responsabilità delle azioni

    di una qualsiasi grande organizzazione che operi nel contesto economico o sociale, nel

    perseguimento degli obiettivi che si è assegnata, non sia un concetto astratto e indefinito,

    ma sia in capo ad un dirigente che è puntualmente identificabile; ne deriva che le

    performance di quei grandi gruppi industriali o delle grandi organizzazioni, che negli Stati

    Uniti prima che in Italia hanno iniziato a far sentire la loro presenza, erano una

    conseguenza delle decisioni e della gestione di singoli dirigenti.

    Affascinato da queste realtà che caratterizzavano i nuovi tempi (stiamo parlando degli anni

    Sessanta) Drucker ha iniziato ad occuparsi del problema della performance dei gruppi

    manageriali e non l’ha più abbandonato.

    Abbiamo già parlato in questa sede anni fa dei knowledge workers come Drucker li

    definisce: i “lavoratori della conoscenza” –quelli che fanno lavorare il cervello- per

    distinguerli dai “lavoratori delle braccia” –quelli che fanno lavorare i muscoli. Ecco la

    grande novità che irrompe sullo scenario aziendale e sociale con gli anni 60: fino a qualche

    anno prima la grande industria produttiva era riuscita a rendere misurabile qualsiasi

    performance al proprio interno e quindi ad ottimizzare processi, rendimenti e costi: tutto

    stava dentro ad una griglia definita, quantificabile, “contabile”.

    Con gli anni 60 ci siamo trovati per la prima volta faccia a faccia con problematiche

    complesse che richiedevano, per essere risolte e superate, competenze nuove: non solo

    competenze tecniche ma qualcosa che ancora rimaneva fumoso, indefinito; erano evidenti

    le differenze tra un’organizzazione funzionante e una che barcollava, ma non si riusciva

    ancora ad identificare il comune denominatore del successo che rimaneva, quindi, non

    replicabile.

    Sembra incredibile quanto un elemento tanto importante per la produttività rimanga a

    tutt’oggi ancora in buona parte oscuro: anche Drucker, consulente e ispiratore di milioni di

    manager e leader nel mondo (è considerato a livello mondiale il più grande pensatore di

    management di tutti i tempi), termina la lunga parabola della sua esistenza con questo

    quesito ancora totalmente aperto: come si misura la performance manageriale?

    Come consulente incontro aziende e titolari di azienda quotidianamente e non c’è giorno in

    cui non mi vengano sottoposti quesiti riguardanti le performance dell’azienda o dei singoli

    collaboratori. Il quesito però è solo parziale: gli strumenti infatti per la quantificazione del

    profitto o del guadagno che questo o quel collaboratore sono in grado di generare per

    l’azienda, la misurazione dello scostamento dei loro risultati da quelli attesi sono ormai

    facilmente monitorabili e quindi correggibili e questo spesso da un nuovo senso di

    sicurezza al management che torna a vacillare nel momento in cui però, e quel momento

    prima o poi arriva per tutti, questo viene messo di fronte alle sue responsabilità di

    manager: rendere produttivo il collaboratore.

    Come si può allora valutare performante la prestazione di un manager? Ad una prima

    analisi le caratteristiche che deve aver maturato sembrano essere, tanto più nella realtà

    italiana costituita prevalentemente da un tessuto produttivo di piccole e medie aziende a

    gestione praticamente familiare, quelle dell’imprenditore: rapidità nella decisione e

    nell’esecuzione, capacità di vision, intuito, senso strategico, forte determinazione.

    Eppure ogni giorno incontro imprenditori capaci e lungimiranti, che hanno un fiuto per il

    business innato, che nella gestione dei collaboratori sembrano uno splendente

    transatlantico che si arena nelle acque basse.

    Negli anni Settanta Drucker diceva che il manager “dovrà imparare tutto da sé, perché gli

    accademici non gli daranno aiuto”. Nella quotidianità ci si accorge quanto in effetti

    l’università non riesca a dare contributi sostanziali alla creazione di cultura manageriale:

    dal colloquio con il neo laureato e pluri-masterizzato che sente come un diritto

    l’inquadramento da dirigente e lo stipendio di giada, al corso del solito formatore d’aula

    che ha messo insieme qualche elemento di PNL e pensa di poter risolvere i problemi di

    gestione del personale con una bella giornata di formazione a pioggia.

    La realtà è che le competenze necessarie per far sì che un gran numero di persone,

    ciascuna delle quali svolge una mansione differente, lavori in maniera coordinata, sono

    numerose, specifiche e complesse e riguardano solo in parte ed in maniera minoritaria le

    abilità che esercita tutti i giorni l’imprenditore quando si confronta con il mercato o con i

    suoi stakeholder.

    Oggi lavoriamo e ci confrontiamo con una forza lavoro che non solo ha una composizione

    diversa da quella del passato: ha un titolo di studio di scuola superiore e spesso anche di

    più. Questi giovani che si buttano nell’agone hanno imparato moltissimo ma, e questo

    conta più di tutto, hanno mutato le loro aspettative.

    Cito testualmente Drucker perché è illuminante:

    “in primo luogo, si aspettano che il management sia razionale. Si aspettano che i

    comportamenti del management siano quelli che hanno appreso a scuola. Ora, sia io che

    voi sappiamo che questa è una pura e semplice illusione. Tuttavia, essi si aspettano che ci

    sia un metodo per prendere le decisioni -che non ci si limiti a dire loro “fate così perché ve

    lo dico io”. Si aspettano che ci sia un ragionamento, che ci sia qualche motivazione in ciò

    che fa il management. Si aspettano tutto ciò e, perbacco, lo otterranno. Perché vi prego di

    non scordarvi che vivranno ancora quando noi non ci saremo più. Si aspettano che ciò che

    hanno imparato venga messo i pratica. Si aspettano di dare il loro contributo e di

    guadagnarsi da vivere. Hanno creduto sinceramente a tutto ciò che abbiamo predicato; può

    anche essere sciocco da parte loro, ma i giovani credono fermamente a ciò che i genitori e

    gli insegnanti dicono. E noi abbiamo detto loro di aspettarsi razionalità dal management.

    Abbiamo detto di prepararsi a sfide impegnative. Abbiamo detto di aspettarsi

    comportamenti responsabili. E loro si aspettano tutto ciò. Soprattutto, dovremo imparare

    a mettere all’opera queste energie straordinarie. Francamente non riesco ancora a vedere

    un posto dove tutto ciò possa essere messo in pratica. Però credo che abbiamo il dovere,

    innanzitutto verso noi stessi, di impegnarci in tale direzione.”

    Forse non esiste ancora la griglia perfetta dove inserire i dati di rendimento del manager

    per valutarne le prestazioni, ma certamente partendo da ciò che i nostri collaboratori si

    aspettano da noi, dal contributo che vogliono e sono disposti a dare per riuscire, possiamo

    disegnare un percorso da seguire, uno scenario auspicabile che dobbiamo dipingere giorno

    dopo giorno, con la consapevolezza che la responsabilità della risposta sta sempre in chi

    pone la domanda.

  • Gli errori che possono portare un’impresa al fallimento

    di Maurizio Siciliano

    Nelle scorse settimane, mentre discutevo con colleghi sulle cause dei possibili fallimenti di

    un’impresa, ho cominciato a leggere un libro, che avevo ricevuto tempo fa, di Trias de Bes,

    “Il libro nero dell’Imprenditore”, dedicato a coloro che vogliono iniziare un’attività

    imprenditoriale ma che, secondo me, è molto utile anche per chi conduce un’azienda.

    Nel testo ci sono alcune considerazioni che ci possono far dire che, a volte, i motivi di un

    fallimento sono piuttosto semplici.

    L’autore fa alcune considerazioni già piuttosto note agli addetti ai lavori ma che sono

    importantissime:

    · il 90% dei nuovi progetti imprenditoriale fallisce entro i primi 4 anni di attività;

    · gli errori più gravi di chi gestisce un’impresa non sono solo errori di gestione, ma

    ERRORI STRATEGICI DI BASE;

    · gli errori insegnano più dei successi, come la maggior parte delle cose;

    · mentre ogni successo ha una sua storia peculiare, tutti i fallimenti sono da

    ricondurre ad una serie di motivazioni che hanno tutti un comune denominatore.

    Pare che, in quest’ultimo motivo, de Bes identifichi i Fattori Critici di Fallimento, FCF, in

    antitesi anche ai più noti Fattori Critici di Successo di scuola McKinsey, ovvero, gli errori

    che ogni imprenditore deve evitare di commettere.

    Si inizia con l’analizzare i motivi che sono alla base di un progetto di “start-up” ma che non

    sono sufficienti per avere successo. Per de Bes, in genere, chi si butta in una nuova

    impresa:

    · è senza lavoro;

    · odia o disprezza il capo o l’azienda nella quale lavora;

    · vuole gestire meglio vita privata e professionale ed aspira ad una maggiore libertà;

    · desidera guadagnare molto di più;

    · vuole sfidare se stesso e il mondo che lo circonda;

    · vuole fare qualcosa che gli piace.

    De bes, a questo punto, afferma un principio che sostengo da tempo e cioè, che il motivo

    della spinta a intraprendere una nuova attività è poco rilevante per il conseguimento del

    successo: ci vogliono, motivazione, volontà ed illusione – sogno.

    Il primo FCF è quindi chiarissimo: “…iniziare una nuova attività imprenditoriale con un

    motivo ma senza motivazione”.

    Il secondo FCF è: “ …non avere un carattere da imprenditore”. Solo chi ama il rischio e sa

    gestire l’imponderabile, può fare questo tipo di percorso personale e di vita.

    Il terzo FCF è: “…non essere lottatore, non avere spirito combattivo”. I risultati non

    coincidono quasi mai con le aspettative ed è necessario avere persistenza ed una notevole

    capacità di ridefinire progetti ed attività.

    Il quarto FCF è: “…fare affidamento sui soci quando se ne potrebbe fare a meno… meglio

    soli che male accompagnati… ”. Un socio che non apporti effettivo “valore” all’impresa non

    serve. Il valore sono risorse, lavoro e produttività… Il resto è noia.

    Il quinto, il sesto e il settimo FCF, fanno sempre riferimento all’incauta decisione di

    imbarcare dei soci nell’impresa: l’autore, infatti, elenca tra gli errori, “non decidere in

    anticipo cosa fare quando ci si divide”, “…fare parti uguali quando non tutti contribuiscono

    in uguale misura…” e “…mancanza di fiducia e comunicazione con i soci…”.

    Quando ci sono dei soci, bisogna mettere nel conto che in futuro le cose potrebbero

    cambiare, come in tutte le relazioni. L’entusiasmo può lasciare il posto alla demotivazione

    ed è giusto predisporre prima le basi di un’eventuale separazione indolore per l’impresa.

    L’ottavo FCF è: “…pensare che il successo dipenda dall’idea…”. Questa è un’illusione tipica,

    tanto che molti innalzano improbabili recinti di sicurezza per difendere la loro idea, il

    “know-how”, per evitare che qualcuno la copi. Invece, le idee devono essere condivise,

    confrontate e cambiate se necessario. I punti deboli e critici di un progetto è meglio che

    vengano fuori prima, in modo che siano rapidamente risolti. Conta come si realizza l’idea e

    quanto si è flessibili nel modificarla.

    Il nono FCF, sembra quasi banale: “…introdursi in settori che non piacciono e che non si

    conoscono…”.

    Seguono altri FCF molto importanti che hanno a che fare con i bisogni personali e le

    ambizioni materiali. Fare l’imprenditore significa anche sapere rinunciare e non

    considerare l’azienda come un “bancomat”. Non bisogna mai togliere ossigeno all’attività a

    favore di se stessi o di futilità.

    Di conseguenza, il successivo FCF afferma: “…mettersi in proprio senza tenere conto

    dell’impatto che questo avrà sull’equilibrio della vita…”. Fare l’imprenditore può essere il

    migliore mestiere del mondo ma comporta anche molte privazioni e bisogna essere

    preparati.

    Un altro FCF che propongo anche io da anni è: “…creare modelli di attività che non creino

    utili in tempi brevi ed in modo sostenibile”. Sia in passato che oggi, mi presentano progetti

    ed idee molto carenti su questo punto e per questo scarto l’idea e sconsiglio di

    intraprendere la strada. Questo è un punto molto difficile e delicato da spiegare,

    soprattutto a chi vive il momento dell’entusiasmo dell’idea. Molti che hanno intrapreso

    l’attività, nonostante questo evidente fattore critico presente, oggi potrebbero testimoniare

    che non ne è valsa la pena o, peggio, che la loro vita è cambiata e non in meglio.

    L’ultimo FCF è ”…avere temperamento da imprenditore e non da capo impresa e non

    capire in tempo quando è il caso di ritirarsi”. Ogni azienda ha un suo ciclo di vita: nascita,

    sviluppo, consolidamento. Consolidare significa, però, continuare a crescere. Tutte queste

    fasi, difficilmente stanno sempre in capo alla stessa persona, che deve avere la creatività

    dell’imprenditore e la capacità gestionale del manager. Chi non ha queste doti deve

    abilmente passare la mano per la sopravvivenza dell’impresa e del suo reddito, cosa

    difficile a farsi… L’azienda che ha la fortuna di avere questo imprenditore-manager è

    certamente ancora lì a scrivere la storia del suo futuro.

  • La gestione strategica del recruitment e della selezione del personale

    di Maurizio Siciliano

    Il contesto ipercompetitivo e globalizzato delle economie più sviluppate, ha prodotto anche

    una profonda trasformazione dei tradizionali compiti affidati alle funzioni HR delle

    aziende. Negli ultimi 15 anni, queste funzioni da una logica di amministrazione e controllo,

    sono passate ad una logica di sviluppo e collaborazione strategica. Sia nelle grandi imprese

    che nelle piccole e medie soprattutto, il capitale umano ha assunto un ruolo di risorsa

    critica, superiore alle risorse tecnologiche, finanziarie ed economiche. Pertanto, oggi la

    funzione HR, che sia integrata in azienda, soprattutto nelle medie e grandi, o sia gestita in

    outsourcing, come nelle piccole, ha il compito fondamentale di valorizzare il capitale

    umano esistente ed integrarlo con ulteriori talenti, funzionali allo sviluppo strategico

    deciso dall’impresa. Infatti, in questo approccio il vantaggio competitivo di un’impresa è

    costruito sulle persone che ne fanno parte, attraverso le competenze di cui sono depositarie

    e della loro disposizione a coinvolgersi nell’impresa stessa. Risulta pertanto evidente, che il

    recruitment e l’inserimento di persone che hanno le competenze e le motivazioni ad

    eccellere nei diversi ruoli all’interno dell’organizzazione aziendale, sono attività

    fondamentali per garantire un vantaggio competitivo sostenibile nel tempo. Se

    l’organizzazione non riesce ad individuare ed attrarre le persone eccellenti, le relative

    prestazioni tendono ad essere negative e la funzione manageriale mostra limiti di

    sostenibilità funzionale e finanziaria.

    Il processo di recruitment e selezione di talenti, in questo contesto mostra un notevole

    livello di complessità e criticità. Non si tratta solo di individuare una persona per una

    posizione, come spesso si è portati a credere. Bisogna valutare con attenzione ed analiticità

    l’impatto del talento all’interno dell’impresa e dei processi organizzativi e valutare con

    attenzione non solo le dimensioni tecniche dei candidati, ma soprattutto le loro dimensioni

    “emotive” e il loro impatto in un’ottica di sviluppo potenziale della posizione da ricoprire e

    delle performance da generare. La selezione non deve essere necessariamente orientata a

    ricercare i migliori in assoluto ma ad individuare coloro che mostrano un elevato livello di

    congruenza con i valori e le norme dell’organizzazione e la posizione da ricoprire.

    Nell’ottica anche di una maggiore adesione a modelli organizzativi piatti che privilegiano

    l’efficienza e il taglio di costi, le aziende non necessitano unicamente di competenze

    tecnico-specialistiche, ma contemplano nei candidati capacità di problem solving

    strategico ed operativo, insieme a capacità gestionali, relazionali e di flessibilità. Per questo

    motivo, oggi il recruitment e la selezione non possono più solamente concentrarsi sulla

    “ricerca” ma devono sviluppare “politiche attrattive” che incoraggino, in una strategia di

    selezione continua, l’autoselezione anche attraverso strategie proattive di attrazione di

    candidati talentuosi. Non più selezione per coprire posizioni quindi, ma “selezione

    strategica continua”.

    A questo scopo, diventa fondamentale che l’impresa sviluppi il concetto di “Employer

    Branding” ovvero “una strategia di marketing finalizzata a creare un’immagine aziendale

    coerente con l’identità dell’impresa come employer (luogo di lavoro), in sintonia con il

    target di riferimento e ben distinta da quella dei competitors, attraverso la quale attrarre e

    fidelizzare le persone di talento. La grande sfida per il futuro sarà la capacità dell’azienda

    di gestire ed integrare al meglio i suoi diversi ruoli: come realizzatore di profitto mediante

    la produzione di beni e servizi, come realtà socialmente responsabile grazie ad un

    comportamento sempre più etico e come “luogo di lavoro” dove i dipendenti attuali e

    potenziali possano trovare il piacere di lavorare” (Amendola).

    Il fine ultimo della strategia di employer branding, come sostiene il prof. Padula, “è quello

    di allineare i comportamenti e gli stili cognitivi delle persone con la vision e i valori propri

    dell’organizzazione e, quindi, indurre i collaboratori ad essere i portatori stessi dei valori

    aziendali e a sostenerli. L’idea di fondo è che quando i dipendenti/collaboratori

    comprendono a pieno e apprezzano i loro brand, non solo riescono meglio a fornire

    l’auspicata brand experience ai consumatori e agli altri stakeholder, ma offrono all’azienda

    un livello di impegno e motivazione senz’altro superiori. In questo contesto, riveste un

    ruolo fondamentale la comunicazione interna, che dovrebbe puntare alla creazione di una

    loyalty testimoniale, quindi far divenire il personale il vero testimonial dell’azienda.

    Dobbiamo rilevare, comunque, che le strategie di employer branding hanno una duplice

    valenza: attrarre persone interessate e interessanti ma anche stimolare un comportamento

    di autoselezione ex ante, da parte dei potenziali candidati, in modo da rendere più

    efficiente il vero e proprio processo di selezione. Le aziende che comprendono le

    potenzialità dell’employer branding attraggono i candidati ideali e fanno dei loro

    collaboratori i fautori più potenti del “successo” presente e futuro. L’employer image

    rappresenta, infatti, una risorsa intangibile non facilmente imitabile dai concorrenti,

    poiché integra fra loro il messaggio relativo alle caratteristiche proprie della posizione

    lavorativa con le componenti, più emotive e profonde, tipiche di ogni cultura aziendale”.

    In conclusione, il valore aggiunto delle attività di recruitment e selezione in un’ottica che

    sposa le strategie di sviluppo dell’azienda, diventano fondamentali nell’attuale contesto di

    crisi. Una funzione HR che non persegua questi obiettivi è fuori dal mercato e bene farebbe

    l’azienda ad esternalizzare tali processi tramite operazioni di outsourcing. Allo stesso

    modo, l’obiezione che afferma che politiche di questo tipo valgono solo per le grandi

    imprese strutturate, risulta infondata. Le piccole e medie imprese, proprio per la loro

    elevata flessibilità e per la potenziale adesione a servizi di consulenza HR in outsourcing

    bene si adattano a progettare strategie di recruitment e selezione, che rispondano in modo

    flessibile alle mutevoli condizioni del mercato e alle diverse strategie di sviluppo

    dell’impresa.

  • Ricostruire carriere in tempo di crisi: ecco Retemanager

    Business Competence, azienda milanese specializzata nella progettazione di strumenti e servizi di ICT e business strategy, ha collaborato attivamente alla nascita di Retemanager, uno dei più interessanti siti web di accompagnamento professionale in Italia.

    Il portale Retemanager si rivela proattivo ed efficace nel periodo di crisi economica e lavorativa del nostro Paese, afflitto ormai da anni da un calo preoccupante di posti di lavoro. In particolare, Retemanager è una associazione di volontariato dedicata agli impiegati, ai professionisti o ai dirigenti over 40 che, privati del loro impiego, si trovano nella posizione di dover effettuare una delicata ma necessaria metamorfosi professionale.

    In questo senso, il website Retemanager rappresenta una efficiente fucina di rapporti, conoscenze e competenze finalizzate all’accompagnamento nella ricerca di un nuovo lavoro, tanto nell’ambito strategico, quanto in quello di supporto all’utenza, quanto in quello prettamente professionale.

    Come sottolineato al magazine online IlSussidiario da Alberto Sportoletti, uno degli ideatori del progetto, Retemanager si muove per infatti “cerchi concentrici” attraverso la collaborazione di un team di professionisti che accompagna gli utenti nella ricerca di una nuova posizione lavorativa, “dalla stesura del curriculum, all’individuazione delle carenze, fino alla segnalazione dei corsi di aggiornamento più utili e di tutti gli sportelli e i servizi dedicati”.

    L’architettura pratica e di immediata fruibilità che ha caratterizzato progettazione, sviluppo e realizzazione del template Retemanager da Business Competence permette quindi agli over 40 alla ricerca di una “rinascita professionale” di usufruire efficacemente di un nucleo composto di una trentina di persone specializzate nel supporto alla ricollocazione di ciascun profilo nel mondo del lavoro.

    In quanto associazione di volontariato, inoltre, il portale Retemanager si propone come assolutamente gratuito e rappresenta senza ombra di dubbio uno dei siti web maggiormente etici portati a termine da Business Competence. La società milanese di business strategy ha, negli ultimi mesi, creato attorno a sé un buzz non indifferente soprattutto (ma non solo) con la creazione di un’app di geotagging integrata con Facebook e chiamata Facearound, in grado di scalare senza fatica la classifica delle applicazioni social più scaricate dall’AppStore fino ad approdare al primo posto.

    Con Retemanager, Business Competence amplia pertanto i suoi già vasti settori di intervento, garantendo realisticamente a ciascuno dei suoi clienti tutti gli strumenti necessari per implementare al meglio un’idea sul web, trasformandola in una realtà tangibile e – come in questo caso – al servizio degli altri.