Autore: Redazione area-press.eu

  • I Testimoni di Geova di S.Benedetto ricordano la morte di Cristo

    I testimoni di Geova di S.Benedetto commemoreranno la morte del nostro Signore Gesù Cristo martedì 26 marzo radunandosi nella Sala del Regno in Via Manara 136 alle 20,30 e nella Sala Smeraldo dell’Hotel Calabresi alle 20,00.



    Si tratta della più importante celebrazione di questa confessione cristiana, che trae origine dal comando che diede Gesù stesso agli apostoli durante l’ultima cena: “Continuate a fare questo in ricordo di me”. Lo scorso anno hanno assistito alla celebrazione centinaia di persone, tra testimoni di Geova e simpatizzanti provenienti da S.Benedetto e dintorni.

    In tutta Italia sono stati oltre 460 mila coloro che si sono radunati per l’evento nelle oltre 3mila comunità sparse su tutto il territorio nazionale.


    Come avviene in tutti gli incontri dei Testimoni, l’ingresso è libero e non si fanno collette. Ogni anno la Commemorazione della morte di Gesù viene celebrata dai testimoni di Geova nel giorno in cui secondo la tradizione morì il Figlio di Dio, corrispondente al 14 nisan del calendario ebraico.


    La celebrazione avrà inizio con un canto e una breve preghiera. Dopodiché un ministro di culto pronuncerà un discorso per chiarire le ragioni per cui Geova Dio mandò Suo Figlio sulla terra a morire per tutta l’umanità. Come fece Gesù durante l’ultima cena, saranno passati fra i presenti pane non lievitato e vino rosso, che per i testimoni di Geova simboleggiano rispettivamente il corpo e il sangue del Figlio di Dio.

    Infine, un altro canto e una preghiera concluderanno la cerimonia, che durerà complessivamente circa un’ora.

  • La crisi come testimonianza di una (ir)responsabilità sociale

    di Benedetta Andreoli

    Parlare di “Responsabilità” o di “Irresponsabilità” sociale d’impresa rinvia al tema delle

    scelte, in presenza di conflitti tra valori, di dilemmi circa la scelta dei valori da applicare in

    specifici contesti, dove urge optare tra valori confliggenti o addirittura escludenti. Rinvia

    dunque a scelte etiche, che si pongono come contemperamento di valori.

    Utile per comprendere le dimensioni di un’azienda etica è riprendere la distinzione

    hegeliana tra le tre sfere della normatività: moralità, diritto ed eticità.

    – La moralità riguarda i valori personali dettati dalla coscienza individuale: nel caso

    dell’azienda, ciò che l’imprenditore, i manager e tutti quanti operano in azienda, reputano

    giusto o sbagliato.

    – Il diritto rinvia alle norme dettate dallo Stato, regole dirette a diminuire le tensioni, che lo

    stesso sanziona con i tribunali e con la forza esecutiva. Si pensi, a titolo di esempio, ai

    doveri di natura strettamente giuridica cui un’impresa è tenuta. Tra tutti, i reati di

    bancarotta, di falso nelle comunicazioni sociali, gli illeciti commessi dagli amministratori.

    – L’eticità riguarda quei diritti/doveri che sono condivisi in una relazione duratura e

    relativamente stabile tra più soggetti.

    Con riferimento specifico al contesto aziendale, non si può così parlare di “etica” in

    presenza di comportamenti prescritti dal diritto, né di comportamenti riconducibili alla

    “coscienza” dell’imprenditore o del vertice. L’etica riguarda invece quelle scelte e quei

    comportamenti che sono l’esito di un incontro tra l’azienda e i suoi “stakeholder”, termine

    riferito a quanti hanno interessi specifici nei confronti dei comportamenti aziendali,

    proprio in quanto ne possono essere influenzati. Qualifica così in modo diretto la “mission”

    della organizzazione, riferendola a una forma di “governance” fondata su un profondo

    rispetto di tutti gli “stakeholder”, in base a un modello di valori condivisi. Questo implica

    che si vada oltre la mera prospettiva degli interessi degli azionisti – che limita la

    responsabilità aziendale all’obbligo morale del miglioramento del profitto degli investitori

    – abbracciando la visione della stakeholder theory, aperta a un ampio rispetto dei diritti di

    tutti i portatori di interessi.

    Perché si possa parlare dunque di impresa “etica” occorre che la stessa:

    1. definisca i propri valori chiave;

    2. prenda in considerazione gli effetti del suo agire sugli stakeholder;

    3. presti attenzione a beni intangibili quali la reputazione, il dialogo o la trasparenza;

    4. ottimizzi le esternalità positive come l’occupazione e lo sviluppo socio-economico;

    5. faccia il possibile per ridurre le esternalità negative come l’inquinamento e in generale

    gli squilibri sociali e ambientali.

    Sono questi i temi che costituiscono il cuore dei cosiddetti “Comportamenti Socialmente

    Responsabili”, si parla pertanto di Corporate Social Responsibility (CSR).

    Sul rapporto tra performance sociale e performance economica, da anni gli studiosi si sono

    confrontati senza giungere a conclusioni univoche. Le posizioni dominanti sono le due

    seguenti:

    A) Non sussiste conflitto tra ruolo economico e ruolo sociale dell’impresa. Già Drucker

    aveva rilevato il legame esistente tra “responsabilità sociale” e “performance economica”,

    sostenendo che la responsabilità sociale di un’impresa consiste nel trasformare un

    interesse pubblico in un’opportunità di guadagno per l’azienda, in modo tale che interesse

    pubblico e interesse aziendale vengano a coincidere.

    B) La contrapposizione tra finalità economiche e finalità sociali esiste semmai nel breve

    termine, in quanto nel lungo periodo è l’integrazione tra equilibrio economico ed equilibrio

    sociale a garantire la sopravvivenza e lo sviluppo aziendale. Se in specifici momenti

    decisionali la ricerca di opportunità economiche può essere in contrasto con considerazioni

    di natura sociale, in una prospettiva di lungo periodo i comportamenti socialmente

    responsabili risultano “complementari” rispetto all’obiettivo del profitto, contribuendo ad

    innalzare la redditività dell’impresa. Tale relazione di complementarietà può spiegarsi nei

    termini seguenti.

    1. L’assunzione e l’adempimento di obblighi sociali contribuisce in misura significativa alla

    reputazione e alla creazione di un’immagine positiva dell’impresa nelle percezioni degli

    stakeholder (interni ed esterni); ciò ha le due seguenti implicazioni:

    – favorisce la formazione del “consenso sociale”, che è alla base della “legittimazione

    sociale” dell’impresa, indispensabile per continuare ad operare proficuamente

    nell’ambiente in cui essa è inserita e dal quale trae le risorse necessarie per l’attuazione

    delle proprie strategie di sviluppo.

    – consolida la fiducia che gli stakeholder possiedono nei confronti dell’impresa,

    contribuendo così a facilitare gli scambi e a ridurre i “costi transazionali”, impliciti in ogni

    relazione. Viene in proposito elaborato il concetto di “catena dell’affidabilità”, che si

    sviluppa a partire dai comportamenti socialmente responsabili, guidati da principi

    realmente etici, che consentirebbero all’impresa di guadagnare la fiducia e quindi la

    fidelizzazione dei propri stakeholders.

    La reputazione, l’immagine aziendale, la cultura organizzativa, la fiducia, ecc. sono tutte

    risorse intangibili che, in quanto difficilmente imitabili da parte delle imprese concorrenti,

    possono costituire una fonte rilevante del vantaggio competitivo aziendale, fondato sulla

    “differenziazione” rispetto ai concorrenti.

    2. L’implementazione di programmi volti a migliorare il benessere del personale determina

    una serie di benefici, quali: l’aumento della produttività del lavoro, la riduzione del tasso di

    assenteismo, la maggiore capacità di attrarre e di mantenere i “talenti” migliori, ecc. In

    proposito, emblematico risulta il caso della Luxottica – azienda italiana leader nella

    produzione e vendita di occhiali – la quale nel 2009, in accordo con le organizzazioni

    sindacali, ha attivato un programma finalizzato a supportare il potere di acquisto reale dei

    dipendenti, fornendo una serie di benefit non monetari, complementari alla retribuzione

    monetaria. La motivazione alla base di tale iniziativa è stata proprio la considerazione che

    una migliore qualità della vita dei dipendenti costituisce una premessa indispensabile per

    una maggiore produttività ed efficacia del lavoro.

    3. L’impegno sociale e ambientale può stimolare l’identificazione di nuove opportunità di

    business, le quali possono essere fonti di innovazione di prodotto e di processo. Si pensi, ad

    esempio, ai nuovi prodotti che incorporano tecnologie per ridurre l’impatto ambientale

    derivante dal loro uso nel settore degli elettrodomestici bianchi o delle automobili. Inoltre,

    le iniziative volte a migliorare l’ambiente di lavoro all’interno dell’organizzazione aziendale

    possono contribuire a creare un ambiente, che stimoli la creatività e la generazione di

    nuove idee da parte del personale. Le azioni socialmente responsabili possono contribuire

    alla capacità innovativa dell’impresa anche sotto un altro punto di vista: nel contesto

    attuale, l’innovazione è sempre più il frutto della collaborazione tra la singola azienda e i

    soggetti esterni; se la prima ha sviluppato una “buona” rete di relazioni con gli

    stakeholders, avrà maggiori possibilità di realizzare innovazioni di successo, grazie alla

    loro disponibilità a collaborare.

    Tra performance economica e performance sociale esiste un rapporto di trade-off, poiché

    tenere comportamenti socialmente responsabili comporta il sostenimento di costi, che

    possono impattare sui prezzi e quindi sulla competitività aziendale o comunque ridurre il

    margine di profitto.

  • Dimmi come pianifichi la tua comunicazione e ti dirò chi sei

    di Fabiana Gallone

    @fabianagallone

    È risaputo: la comunicazione è la linfa vitale delle aziende.

    Se non si comunica la propria immagine aziendale, nessuno saprà che sul mercato esiste

    anche la tua attività: comunicare per dichiarare la propria esistenza. Un gioco da ragazzi!

    Scegliere i canali più efficaci ed efficienti per far sì che il proprio messaggio arrivi alle

    orecchie dei propri clienti attuali o potenziali, risulta più difficoltoso.

    Perché? Non tutte le aziende, indipendentemente dalla propria ragione sociale e

    grandezza, hanno compreso la necessità di pianificare la propria comunicazione in modo

    ordinato e programmato: vige una certa predisposizione allo “scoordinamento

    comunicativo”.

    Sicuramente, questo non vale per le grandi imprese, nelle quali gli uffici marketing, avendo

    a disposizione uno specifico budget annuale, riescono a programmare tutti gli interventi

    necessari per far sì che la comunicazione esterna e interna possa concretizzarsi. Se poi tali

    uffici siano in grado di fare le scelte strategiche migliori o optare per i canali di

    comunicazione più idonei rispetto al proprio target di riferimento, non è argomento che in

    questa sede ci interessa affrontare…

    Tale abitudine, invece, sembra non interessare affatto alle piccole e medie imprese italiane.

    È ovvio, le eccezioni ci sono sempre, ma tendenzialmente i fatti e la realtà, confermano la

    regola: pochissime piccole e medie imprese dispongono di un piano di comunicazione

    annuale per la propria comunicazione aziendale e alcune di esse, ne ignorano del tutto

    l’esistenza.

    Vi è mai successo di trovarvi in una situazione come questa?

    Consulente (C): Lei fa pubblicità?

    Titolare (T): Certamente, chi non fa pubblicità oggi!

    C: Infatti! Quali sono i canali di comunicazione che utilizza?

    T: In realtà è mio figlio che si occupa di queste cose… ed è molto bravo perché ha fatto un

    “Master sulle strategie di Marketing” a Cambridge… Le faccio un esempio. Mi ha detto che

    l’altro giorno è passato un signore con una valigetta, che gli ha chiesto 800,00€ per la

    pubblicità della nostra attività su una mezza pagina di questa importantissima rivista di

    pattinaggio.

    C: Ah interessante sig. T, ma lei si occupa di floricoltura…

    T: E allora?

    C: Lei ha perfettamente ragione sig. T. Immagino che la scelta di presenziare su una rivista

    di pattinaggio, pur occupandosi di floricoltura, ad un costo importante per una singola

    uscita, sia stata una decisione ponderata e sicuramente lei ha individuato un ritorno su

    questo tipo d’investimento, vero?

    T: Ehm – Ehm ____________ Si si assolutamente è stato molto conveniente.

    C: Ottimo! Quanti nuovi clienti sono entrati in azienda dopo la sua uscita sulla rivista di

    pattinaggio?

    T: Bhò, non lo so, 2-3.

    C: Questi nuovi clienti hanno acquistato da lei?

    T: No, cioè forse si 1.

    C: Che budget annuale predispone per la sua comunicazione esterna sig. T?

    T: Non saprei dipende. Ogni volta che entra un venditore diverso, con delle proposte che

    mi sembrano interessanti, io le compro. Tanto la pubblicità bisogna farla perché la fanno

    tutti e qualcosa prima o poi arriva…

    La conversazione potrebbe continuare all’infinito.

    Quanti sig. T conoscete?

    Questo esempio è utile per comprendere come le piccole e medie imprese pensino che la

    pubblicità sia una cosa obbligatoria da fare perché tutti la fanno, e farla a pioggia, a

    prescindere dal proprio budget, dal proprio mercato di riferimento, sia la cosa giusta.

    È surreale parlare dell’importanza della pianificazione della comunicazione nell’era del

    web 2.0, degli Iphone, degli Ipad, dei Social Network, ecc. eppure le cose per alcune realtà

    non funzionano.

    Sembrerebbe che la smania di alcune aziende di portarsi al passo con le nuove tecnologie,

    le stia inducendo a perdere di vista le scelte strategiche idonee per la propria sopravvivenza

    in questa congiuntura economica preoccupante.

    Se qualche tempo fa si poteva pensare alla comunicazione come qualcosa di più “aleatorio”,

    vale a dire ci si poteva permettere di introdurre nuovi canali di comunicazione,

    indipendentemente dalla garanzia di un effettivo guadagno a livello di immagine e a livello

    economico (tempi in cui la crisi era lontana e in cui la comunicazione non era riconosciuta

    come disciplina e settore specifico con un proprio ordinamento interno), oggigiorno le

    piccole e medie imprese non possono permettersi di non pianificare la propria

    comunicazione e non possono permettersi di non sapere se gli investimenti sostenuti

    stiano portando loro un ritorno sull’investimento.

    La soluzione c’è, basta solo impegnarsi a seguire alcune regole e aver voglia di mettere in

    discussione sé stessi e la propria attività:

    1. Analizzare la situazione attuale (analizzare il settore della propria attività, in termini di

    criticità e punti di forza, posizionamento e concorrenza);

    2. Individuare i pubblici (definire e conoscere il proprio target di riferimento);

    3. Definire gli obiettivi (stabilire il risultato che si vuole ottenere con la comunicazione

    aziendale, senza perdere di vista il budget stabilito e il target di riferimento);

    4. Pianificare la strategia di comunicazione (definire la strada da percorrere per

    raggiungere gli obiettivi stabiliti);

    5. Scegliere le attività e gli strumenti (stabilire in che modo e attraverso quali strumenti

    mettere in atto la strategia individuata, integrando strumenti e messaggi in relazione

    agli obiettivi e alla strategia);

    6. Stabilire i tempi (relativi all’attuazione delle diverse attività per raggiungere gli obiettivi

    prefissati);

    7. Selezionare le risorse (economiche e professionali da investire nella comunicazione

    aziendale);

    8. Verificare e valutare i risultati (verifica, analisi e monitoraggio dell’effettivo

    raggiungimento degli obiettivi stabiliti e relativa quantificazione del ritorno

    sull’investimento attuato).

    Semplice vero?

  • Tempi Moderni

    di Paola Danese

    @woelfenbuettel

    «Crediamo che una società in cui ci si aiuta a vicenda sia migliore di una in cui ognuno

    va per conto proprio». Bill Clinton, knock-out speech

    Secondo alcuni grazie alle moderne tecnologie siamo dentro alla terza rivoluzione

    industriale, quella dove le Informazioni possiamo generarle in prima persona e farle girare

    più rapidamente, dove tutto, anche l’energia, può essere considerato “condiviso”. Alle volte

    ascoltando questi visionari mi sento nel futuro. Quel futuro che da bambina avevo visto

    solamente in tv e che oggi sembra per certi versi già superato.

    Al contempo però il futuro di oggi è molto diverso da quello che immaginavo da piccola. La

    maggior parte delle informazioni che girano sulla rete o sui canali, chiamiamoli cosi

    “democratici”-quelli dove ognuno dice la sua aspirando ad un’eguaglianza sociale e ad

    un’autorevolezza di pensiero che non esistono ma che oggi, grazie a fan, followers o a

    qualche altro guazzabuglio tecnologico è più facile scimmiottare- ha l’amaro sapore del

    complotto, del buio senza speranza, dell’etica di proprietà esclusiva di pochi eletti che

    scrivono non per cercare di salvare il mondo marcio che sta nei loro occhi ma per far

    vedere che in un mondo dove i giganti non esistono, loro sono quelli che più

    assomiglierebbero al Nessuno della mitologia. Gli Ulisse, quelli che fanno gli scemi per non

    andare in guerra –ma che la guerra la fanno vincere-, i low profile insomma, oggi non

    vanno più di moda.

    In un contesto in cui l’informazione sembra estremamente disponibile, in cui la

    sovraesposizione sembra un valore da perseguire e il concetto sessantottino dell’essere

    alternativo è stato riassunto e assorbito in una cultura mainstream alla Steve Jobs o a

    qualche movimento nostrano che manderebbe tutti a casa a fare la calza, l’impegno dei

    “vecchi” credo debba essere quello di riuscire a trasferire ai giovani (o almeno a loro) il

    senso critico, verso se stessi prima di tutto.

    Mi sono accorta di quanto il mio mondo non sia più quello della generazione

    immediatamente successiva alla mia quando, durante una chiacchierata di poco tempo fa

    in mezzo a giovani neolaureati, ascoltavo le loro paure e la loro visione del mondo

    lavorativo che (non) li aspetta dietro l’angolo: alla stessa età in cui io avevo la percezione di

    essere arrivata finalmente all’inizio di quella scala in cui i miei genitori hanno dimostrato il

    loro spessore e il loro valore, assumendosi la responsabilità di creare ricchezza per la

    società civile e per “il mercato” e non vedevo l’ora di confrontare i miei muscoli giovani e

    forti con le asperità della vita vera e far vedere quanto valevo, ecco, a quella stessa età

    questi brillanti neolaureati hanno le paure e le disillusioni di chi ha visto già tutto, di chi si

    è misurato col mondo e ha fallito.

    Allora è questa l’altra faccia dei candidati che si presentano ai colloqui, o dei ragazzi che

    inseriamo in azienda che si mostrano volenterosi e sicuri di loro stessi, quando non

    saccenti e presuntuosi grazie agli investimenti in studi e master pagati dai loro genitori? È

    l’assenza di prospettiva il prezzo che devono pagare gli eredi degli yuppies degli anni ‘80?

    Qualche tempo fa volevo pubblicare delle riflessioni sul grande successo che stanno

    riscontrando alcune trasmissioni televisive di self-help e di trasferimento di competenze di

    base: dal come vestirsi per ogni occasione, come educare un cane o ristrutturare casa per

    venderla in tempi più brevi o come riconoscere di essere affetti da una malattia con sintomi

    che ci vergogniamo di comunicare anche al medico curante o migliorare il rapporto di

    coppia ritornando a scuola di anatomia di base fino ad arrivare a come migliorare le

    performance del genitore quando i figli ci riducono allo stremo delle forze.

    L’aspetto interessante di questo successo è che, pur se con strumenti diversi, in Italia

    continuiamo a perseguire l’imperativo di Cavour di fare “gli italiani”, dopo che era stata

    ”fatta l’Italia”. Il fil rouge che lega la quasi totalità delle trasmissioni di life style è centrata

    sull’approfondimento: cioè sul costringere lo spettatore (o meglio, il soggetto della

    trasmissione nel quale lo spettatore è portato a ritrovarsi) ad andare oltre la superficie

    delle cose inchiodandolo alle proprie responsabilità: siamo noi a dover acquisire più

    strumenti, noi a dover modificare atteggiamento sia con il cane aggressivo sia con il figlio

    maleducato (mi perdonino la vicinanza quelli particolarmente sensibili alle differenze),

    siamo noi a doverci mettere in discussione e in gioco se il rapporto di coppia non funziona,

    noi che dobbiamo prendere coscienza della quantità di cibo che ingeriamo se abbiamo un

    peso di gran lunga superiore a quello che vorremmo.. e via di seguito..

    Ciò però che mi ha convinto che queste riflessioni avessero un legame stretto con il

    management è stata la lettura dei commenti alla trasmissione che ha recentemente

    debuttato su Cielotv, il canale sky del digitale terrestre: The Apprentice. Avevo avuto modo

    di seguirne diverse puntate durante un soggiorno negli USA e ne ero rimasta entusiasta.

    Avevo pensato, e lo penso ancora, che una figura dirompente e di successo come Donald

    Trump forse sarebbe stata troppo per il pubblico italiano: il dito puntato che invita

    l’aspirante apprendista a prendere la via dell’uscio con la perentorietà dell’americano

    you’re fired! (sei licenziato) è stato trasformata in un “sei fuori” più digeribile per il popolo

    avezzo ai reality show, ma sembra sia troppo dura comunque, anche se a pronunciarla è

    uno dei pochi manager davvero di successo che l’Italia abbia mai avuto.

    Sorvolando sulla curiosa selezione che ha portato questi 15 aspiranti apprendisti a

    misurarsi sulle prove proposte dal boss Briatore, il candidato tipo (italiano) è

    rappresentato nelle sue più forti caratteristiche: autoreferenziale, saccente, infarcito di dati

    teorici, concentrato sull’organizzazione e sulla delega (che qui è dettagliata al meglio nella

    parte dello scarico di lavoro sul collega più vicino), super laureato e super masterizzato…

    eppure incapace di ottenere risultati. A poco giova la riflessione che più volte Trump ha

    palesato in alter sedi che l’Università (e lui parlava di quella americana..) forma gli studenti

    a diventare bravi impiegati, al massimo bravi manager, ma non gli spiega nulla di cosa

    significhi muoversi in un contesto competitivo, cosa sia il valore che deve creare per essere

    produttivo nella sua posizione lavorativa, quali siano le scelte finanziarie corrette da

    perseguire, avere un metro di misura valido e standardizzato per misurare il proprio valore

    sul mercato. Anche su quello del lavoro.

    I molti che apprezzano il britannico Gordon Ramsey, altro bad guru del management della

    ristorazione nella televisione dei nostri giorni, non hanno riservato una parola di

    apprezzamento per il nostrano Briatore. Pochi notano lo scaricabarile incessante dei

    ragazzi che vengono chiamati alla scrivania a motivare un fallimento, quasi nessuno la

    totale assenza di consapevolezza che fare viene prima di organizzare, la visione che il

    leader non è chi ci mette la faccia in prima persona, quello che facilita il lavoro di tutti e si

    mette a servizio del team perché la squadra possa raggiungere l’obiettivo, ma quello che a

    pelle sembra più simpatico o ispira più fiducia..

    Incontro ogni giorno persone per le quali il titolo della laurea è un punto di arrivo, anziché

    un punto di partenza; per le quali avere un impiego significa svolgere il compitino, e non

    creare valore; candidati che anziché chiedersi cosa possono dare loro all’azienda in cambio

    dello stipendio che l’azienda garantisce, interrogano il titolare sui dettagli di ferie e

    retribuzione degli straordinari; impiegati superpagati per competenze tecniche disponibili

    a tutti che a fine turno si fanno cadere la penna e dimenticano anche il nome dell’azienda

    per la quale lavorano… Questo è il mondo che vedo oggi e nel quale, citando Trump, “molte

    persone non sono ricche perché vogliono ricevere più di quanto vogliono dare”.

    Con un assillo di austerity che rischia di strozzare tutti, uno alla volta, il compito

    dell’imprenditore è oggi più che mai proteggere i posti di lavoro dei propri dipendenti e

    farlo anche con scelte impopolari.

    Titubare di fronte a una scelta giusta, ma impopolare, fa perdere tempo; non prendere una

    decisione impopolare per non rompere equilibri consolidati ma improduttivi, fa perdere

    competitività; non creare gerarchie e responsabilità chiare, rende tutti uguali e il barile

    finisce di rotolare su chi firma gli assegni e paga gli stipendi, erodendo margine che ci

    permette di fare investimenti; tenere tutto insieme e puntellare una struttura

    scricchiolante, indebolisce la squadra e ridimensiona il profitto già nel breve termine.

    La paura nel business come nella vita ruba i successi che avremmo potuto avere, sgretola le

    potenzialità che ognuno di noi ha dentro: alle volte sono nascoste dalla saccenza, altre sono

    mortificate dall’aver preso per vero qualcosa che non abbiamo approfondito, sempre sono

    rese improduttive dalla mancanza di coraggio.

    Chi è arrivato, in un contesto sano e competitivo attraverso una selezione prodotta dai

    risultati, a posizioni di potere e di responsabilità deve seguire il primo comandamento del

    management: non nuocere. In rapida successione, deve essere in grado di rispondere

    tempestivamente e in maniera risoluta alle criticità che ogni giorno gli vengono messe sul

    tavolo, deve scardinare –in qualsiasi modo si renda necessario- l’ottica dell’alibi, deve

    creare differenziazione dentro e fuori l’azienda: internamente costruendo gerarchie chiare

    e sul mercato distinguendosi sul cliente grazie a strategie definite e condivise con il front

    end.

    E non dimenticare mai che non decidere, temporeggiare, scegliere per il compromesso e

    per lo status quo può essere –e lo sarà- un modo irresponsabile di nuocere a tutti.

  • L’imprenditore e il mercato nella tradizione dell’Economia Civile

    di Pierluigi Della Ragione

    @Pierluigi012

    Antonio Genovesi, personalità creativa dell’Illuminismo italiano e napoletano in

    particolare, introdusse nell’economia il concetto di pubblica felicità, affermando che questa

    disciplina doveva servire ai governi per alimentare la ricchezza delle nazioni, aiutando così

    l’uomo ad uscire dallo stato di oscurità. Certamente lo stato di palese pubblica infelicità

    che costatiamo in questi giorni, ci fa quanto meno dubitare che i nostri governanti siano

    esperti in questa scienza, visto che nel nostro paese esistono risorse sufficienti perché tutti

    possano condurre una vita dignitosa e onesta.

    Attingendo alla tradizione italiana dell’Economia Civile, che affonda le sue radici

    nell’Umanesimo e di cui Antonio Genovesi è un importante esponente, in questo breve

    articolo integrerò alcuni contenuti di una lezione di Luigino Bruni su imprenditorialità e

    mercato, tenuta alla Summer School AvoLab nel settembre scorso (chi vuole può

    ascoltarne il podcast a questo link: http://www.edc-online.org/it/audio-e-video/areapodcast/

    2731-podcast-avola-sr-28092012.html), che di questo filone del pensiero

    economico è autore e interprete dei nostri giorni.

    Per Bruni, l’imprenditore è una persona che ritrova in sé alcune caratteristiche che non è

    facile avere: dunque l’imprenditorialità è un talento, una vocazione che non tutti hanno. E

    per fare impresa possiamo avere tutti i mezzi necessari come capitale, persone, strumenti…

    ma se non c’è l’imprenditore, l’impresa non funziona.

    La prima caratteristica che egli individua è la propensione al rischio e all’incertezza.

    Normalmente, gli essere umani hanno una naturale avversione al rischio. Tra un evento

    certo e uno incerto, la maggioranza degli uomini e delle donne sceglie il certo,

    accontentandosi anche di un beneficio minore. Per l’imprenditore, invece, il gareggiare, il

    rischiare, possiamo dire sono parte del suo divertimento. Ha una passione per la gara in sé

    e non soltanto per il risultato finale. Naturalmente qui non si tratta del rischio della lotteria

    o di quello che corrono gli speculatori. Si tratta bensì di un rischio che l’imprenditore

    assume perché le imprese importanti nella vita sono rischiose e le scelte che portano frutto

    sono quelle che sono esposte al non successo. E’ dunque una persona che ha la capacità di

    convivere con l’incertezza e se necessario sa stare anche sull’orlo del baratro. E’ un

    inquieto. Non si accontenta di quello che ha; un elemento della sua personalità è la

    caratteristica di spingere sempre i paletti in avanti, accogliere nuove sfide in cui

    cimentarsi.

    La seconda caratteristica dell’imprenditore è l’innovazione. Bruni riprende il punto di vista

    dell’economista austriaco Shumpeter, secondo cui l’imprenditore è il protagonista dello

    sviluppo economico, perché innovando crea valore aggiunto, introducendo dinamicità in

    un sistema altrimenti stazionario. E’ dunque un creativo che introduce un’invenzione

    tecnica, una nuova formula organizzativa, nuovi prodotti o nuovi mercati e fa sì che

    l’impresa possa creare ricchezza. La mentalità innovativa lo spinge ad andare oltre la

    semplice risposta a bisogni attuali osservabili, anticipando i tempi e creandone di nuovi.

    Henry Ford disse che se avessero chiesto agli americani di cosa avessero bisogno, questi

    avrebbero risposto “una carrozza più veloce”, non l’automobile. Corollario di questa

    caratteristica è la capacità dell’imprenditore di comunicare in maniera vincente, saper

    negoziare, insomma vendere la sua innovazione. Indicativa è la battuta dello stesso Ford,

    in riferimento alla prima auto prodotta su grande scala, la celebre Ford T (era disponibile

    solo di colore nero): “ogni cliente può ottenere una Ford T colorata di qualunque colore

    desideri, purché sia nero”.

    La caratteristica dell’innovazione getta luce su una distinzione importante: quella tra

    imprenditore e speculatore. L’imprenditore non è un soggetto che cerca profitti come

    primo scopo. L’imprenditore è una persona che ha delle idee, che anticipa i tempi, che

    costruisce qualcosa che crea ricchezza per sé e per gli altri e che dunque, sicuramente

    persegue anche il profitto ma non come obiettivo principale. Fare soldi è invece obiettivo

    principale dello speculatore, che è un soggetto che fondamentalmente lavora sui

    differenziali dei prezzi. Lavoro che si può fare onestamente ma che non ha la prerogativa di

    creare ricchezza al pari di quello più genuinamente imprenditoriale.

    Lo scenario in cui opera l’imprenditore è naturalmente il mercato. Nella prospettiva di

    Antonio Genovesi il mercato è visto come un insieme di team, di gruppi – clienti, fornitori,

    stakeholders diremmo oggi – che agiscono intenzionalmente per il mutuo vantaggio.

    Questa visione conduce a considerare la competizione e la cooperazione presenti nel

    mercato e nelle organizzazioni che in esso operano come facce di una stessa medaglia,

    come aspetti non dicotomici, ma realtà in cui le analogie prevalgono sulle differenze.

    Se è vero che spesso le organizzazioni entrano in crisi per troppa competizione, è altresì

    vero che l’assenza di competizione significa privare un contesto di preziosi stimoli per una

    sana crescita verso traguardi più alti. Un esempio calzante è quello dello sport, dove il

    concorrente diventa un aiuto prezioso per la conoscenza dei propri limiti e uno stimolo a

    superarli per poter in questo modo trascendersi e raggiungere livelli di eccellenza. Così

    come all’interno di un’organizzazione, cooperazione e sana competizione convivono in

    positiva sinergia, in funzione del miglioramento di tutti i membri che la compongono per il

    raggiungimento degli obiettivi stabiliti, allo stesso modo il mercato è il luogo dove l’azione

    congiunta di cooperazione e competizione, conduce a un mutuo vantaggio per i soggetti

    coinvolti.

    L’idea di mutuo vantaggio, che nella visione classica della teoria economica è realizzata

    dalla “mano invisibile”, che traduce automaticamente interessi egoistici in bene comune,

    nella visione di Genovesi e attuale dell’Economia Civile diventa un atto intenzionale, oltre

    che oggettivo.

    Questo significa leggere il mercato anche come un insieme di rapporti, di beni relazionali,

    come un luogo di crescita comune e non un luogo dove semplicemente si incrociano

    egoismi indifferenti.

    Questa visione che potrebbe sembrare retorica e idealista, in realtà tende a promuovere la

    crescita delle persone che agiscono nel mercato e nell’impresa, situandole nella legge della

    reciprocità, che permette che le relazioni si rafforzino nella mutua dignità. Secondo questa

    regola un intervento che non aiuti tutte le parti coinvolte non può essere di autentico aiuto

    per qualcuno. Un imprenditore civile, secondo Bruni, non dovrebbe darsi pace finché le

    persone incluse nella sua impresa non si sentano utili all’impresa e alla società, e non

    assistiti da un filantropo o da un’istituzione. Questa condizione potrebbe darsi luogo ad

    esempio nei casi previsti dalla legge, in cui soggetti svantaggiati sono inclusi dentro

    l’impresa. Certo in questo caso è evidente che il mutuo vantaggio non si realizza

    automaticamente, necessita di creatività e lavoro: tuttavia quando ciò si realizza il mercato

    e l’impresa diventano strumento di civiltà e crescita umana.

  • Il modo di vendere in tempi di crisi e nell’era di Internet

    di Maurizio Siciliano

    “Vendere è la professione più facile del mondo se si lavora duramente e con entusiasmo,

    ma diventa la più difficile se si pensa di farlo con superficialità” (F. Bettger).

    La crisi finanziaria internazionale non accenna a diminuire i suoi effetti devastanti su

    molta parte dei settori produttivi ed industriali e diverse realtà chiudono lasciando a casa

    migliaia di persone. Molte realtà cercano di arrangiarsi e rimangono in piedi affannandosi

    alla ricerca della soluzione miracolistica che li porti fuori dal guado e a diventare vincenti.

    L’ossessione della “scorciatoia” oltre ad aver pervaso molte persone che pensano di dover

    guadagnare tanto e lavorare poco a prescindere, ha pervaso anche molte realtà aziendali.

    Troppi ormai hanno affidato ad internet il loro futuro commerciale. L’illusione che una

    piazza prevalentemente comunicativa possa diventare la piattaforma del nuovo commercio

    di qualsiasi prodotto o servizio, sta facendo disastri, ma anche una sana selezione naturale.

    Su internet, mantengo un deferente apprezzamento, ma non lo considero un luogo di

    sviluppo delle attività aziendali tout court. E’ un eccellente luogo di comunicazione, di

    aggregazione e anche di sviluppo per alcune realtà, ma per la maggior parte delle aziende,

    non è la piattaforma che ci porterà fuori dalla tempesta. Inoltre, internet ha diminuito

    notevolmente il livello di produttività medio di una persona sul posto di lavoro, oltre a

    generare spesso confusione. L’overload di comunicazione che si genera dall’utilizzo di

    internet, blog, social, siti ecc., ha tra l’altro annullato ogni libertà individuale sul corretto

    utilizzo del tempo. Proviamo a stare senza pc, smartphone per qualche giorno…. Una

    tragedia! Ci sentiamo disconnessi dal mondo… Vado controcorrente, lo so, ma proviamo a

    farci queste domande: quanto tempo passiamo ogni giorno a gestire il sovraccarico di

    informazioni su internet?! Siamo sicuri di essere ancora noi a decidere come usare il nostro

    tempo?! Siamo certi che questo tempo che perdiamo aiuti la produttività nostra e dei

    nostri collaboratori?!

    Sono del parere che oggi come ieri, l’unica ricetta vincente per superare la crisi è

    banalmente aumentare le vendite. Ma soprattutto concentrarsi, ora più che mai, nel fare

    “clienti nuovi”. Rimanendo ancorati all’“equazione della vittoria”, ovvero, alto livello di

    attività (telefonate, appuntamenti, incontri) equivale ad alto livello di volume di vendite,

    dobbiamo concentrarci di più sul fare clienti nuovi e apportare nuova linfa all’attività

    aziendale. Oggi, infatti, tenere alto il livello di attività sui clienti esistenti non paga.

    La crisi finanziaria ha certamente cambiato l’approccio tradizionale alla vendita, ma non

    nell’illusione/scorciatoia che molte aziende inseguono oggi, avvero marketing ed internet.

    L’attività base del vendere e del negoziare, rimane la cura delle public

    relations e della relazione interpersonale. Internet e il marketing sono quanto di

    più virtuale possa esistere in questo senso ed in questa prospettiva: un profluvio di

    relazioni interpersonali virtuali. Possono aiutare, ma solo come supporto non

    indispensabile.

    Pertanto, bisogna curare l’approccio metodologico, darsi obiettivi concreti di clienti nuovi

    da conseguire nei percorsi a breve termine, avere un atteggiamento costruttivo, fare molto

    “Networking” e lavorare sull’autodisciplina metodologica. Inoltre, diventa fondamentale

    cambiare approccio commerciale e diventare abili ascoltatori: far parlare prevalentemente

    il cliente e fargli comunicare le sue esigenze e dimenticare quanto siamo interessanti

    quando parliamo del nostro prodotto/servizio.

    Anche le aziende e il loro management devono cambiare atteggiamento, se vogliono

    crescere e vincere: molte inseriscono agenti e venditori senza curare l’aspetto formativo e

    le strategie di mercato. Si illudono in maniera miope che, essendo a provvigioni,

    comportano un costo variabile e quindi gestibile e non si curano dei costi di invenduto di

    un’area. Altre realtà non sostengono il training dei giovani preferendo risparmiare

    sull’addestramento iniziale e magari investendo cifre ingiustificate in internet e marketing,

    che quasi mai registrano un ritorno positivo. Bisogna essere chiari: un management che

    investe in marketing ed internet senza curare il training delle persone della propria are

    commerciale, è un management da mandare rapidamente a casa! Lavorare sulle più

    moderne tecniche di training commerciale e allenare le persone, sono l’arma più efficace

    per vincere in questo mercato. La rete commerciale si sviluppa lavorando sulle persone,

    non sul marketing, sui prodotti/servizi o sulla diffusione internettiana. Per dirla con Lao

    Tze, “per apprendere ci vogliono tre situazioni: ascolto, riflessione/osservazione, azione.

    Last but not least il team di vendita deve essere adeguatamente allenato ad una “ginnastica

    della previsione mentale”, dove tutte le variabili di una negoziazione vengono prese in

    considerazione ed allenate, con il fine ultimo di eliminare gli ostacoli al raggiungimento dei

    risultati. Vendere e, soprattutto in questa fase, abituarsi a fare clienti nuovi è il frutto di un

    lavoro strategico di equipe, in cui tutti gli attori sono coinvolti. Vendere, oggi più che mai è

    un processo scientifico, un metodo di lavoro che insegna anche a resistere alle frustrazioni

    che un’attività come questa inevitabilmente comporta.

    Se la nostra rete commerciale incontra i contatti giusti tutte le settimane, non si possono

    non ottenere risultati. Se ci diamo l’obiettivo settimanale di clienti nuovi, non possiamo

    crogiolarci con la pigra certezza di visitare sempre i soliti noti.

    Quindi:

    – Abbiamo una lista di contatti da chiamare quotidianamente?!

    – Stiamo raggiungendo i numeri di attività che occorrono per centrare gli obiettivi?!

    – Con quanti contatti stiamo lavorando?! Sono sufficienti?!

    Oppure pensiamo che la realtà virtuale del marketing, di internet e della rete lavori per

    noi?!

  • Mental Coach: i risultati di una ricerca di mercato

    Una delle professioni più interessanti del panorama attuale è sicuramente quella del Mental Coach. Ma chi è il Mental Coach? Cosa fa un Mental Coach? E come si fa a diventare Mental Coach?


    Master4You, portale di informazione sui master post laurea, ha collaborato con lo Studio Alberto Biffi per realizzare un’indagine per capire i contorni di questa nuova professione e sondare la disponibilità degli individui a dei percorsi formativi ad hoc. Ecco in estrema sintesi i risultati della ricerca.

    L’indagine si è posta nell’ottica dell’ascolto delle nuove professioni andando ad indagare quanto una professione Mental Coach costituisca un cambiamento epocale nelle nuove professioni e quanto questa tendenza si integri a professioni già esistenti.

    La ricerca è stata svolta a livello nazionale nei primi mesi del 2013 e ha evidenziato quanto il Mental Coach sia percepito come la nuova frontiera che qualifichi maggiormente una professione lavorativa.

    Spesso si sente parlare di new economy, terziarizzazione, economia della conoscenza, globalizzazione, ecc. L’indagine è invece partita concretamente dall’ascolto del web andando ad enunciare una teoria: “Mental Coach nuova opportunità professionale” e ne ha cercato una dimostrazione attraverso osservazione e verifica sul campo.

    L’indagine ha coinvolto oltre 500 individui interessati alla professione del Mental Coach.

    Tema centrale affrontato nelle ricerca è stato quello di analizzare quali possano essere gli sbocchi professionali per un Mental Coach.

    Ecco alcune delle professioni evidenziate:

    • Personal Trainer
    • Coach Aziendale
    • Coach Sportivo
    • Lifecoach
    • Comunicatore
    • Formatore
    • Head Hunter
    • Team Leader
    • Dirigente Impresa
    • Dirigente Team Sportivi

    Le motivazioni di base per diventare Mental Coach sono che in ogni area in cui il fattore umano sia indispensabile, le competenze di coaching sono determinanti per far crescere le persone e per la crescita di se stessi.

    “Mi chiamo Francesco, premetto che sono appassionato di calcio e ho sempre pensato che alle società mancasse una figura che non solo allenasse il fisico dei giocatori ma anche la mente. Poiché si sa che se un giocatore non rende, al 90% è un problema mentale (penso ai vari Adriano, Balotelli, Tevez,…) bisogna trovarne il motivo e farne un po’ da psicologi e quindi motivatori, la risposta è Mental Coach”

    Il 78% degli intervistati individua nell’aspetto della formazione un ruolo determinante nella qualificazione del Mental Coach.

    Da segnalare che il 95% degli intervistati sia attivamente alla ricerca di un modello di formazione congeniale alle aspettative della professione del Mental Coach.

    I risultati della ricerca mettono in luce il forte potenziale della professione ma al tempo stesso la difficoltà di trovare un interlocutore formativo valido e competente.

    Chi è interessato ai risultati della ricerca, può farne richiesta inviando una mail a [email protected]

  • Sistemi di sicurezza in Friuli: scegli DMG Security

    Diemmegi Security presenta la sua attività di installazione sistemi di sicurezza in Friuli, una serie di impianti di ultima generazione per proteggere la tua proprietà.

    Videosorveglianza: scopri come monitorare la tua casa o ufficio anche a distanza con un sistema di videosorveglianza.

    Antifurti per casa e ufficio: perchè nessuno può entrare nella tua proprietà e toccare ciò che è tuo senza il tuo permesso.

    Nebbiogeno: finalmente è arrivato l’antifurto perfetto che blocca il 100% dei tentativi di rapina e furto. Ideale per abitazioni e piccoli esercizi commerciali.

    Impianti Speciali come rilevatori di Fumo e Gas, impianti di domotica interna, sistemi GPS interrati per una sicurezza invisibile.

    DMG Security ricorda inoltre che gli eventuali clienti possono usufruire del Bonus del 50% previsto per i sistemi di video sorveglianza, sicurezza ed anti intrusione. Nel dettaglio Con il decreto sviluppo approvato dal Governo nel mese di giugno 2012, il bonus fiscale previsto in generale dalla legge per le ristrutturazioni edilizie, per il periodo dal 26 giugno 2012 al 30 giugno 2013, è stato portato dal 36% al 50% ed è stato raddoppiato da 48.000,00 a 96.000,00 euro l’ammontare complessivo delle spese detraibili per unità immobiliare.

    Associati a questi tipi di impianti DMG Security associa degli importanti e complementari servizi, come quello di noleggio di impianti di sicurezza e quello di manutenzione/assistenza su sistemi di sicurezza, antifurti, allarmi e videosorveglianza, il servizio fondamentale per mantenere inalterate la funzionalità e l’efficienza del tuo impianto.

    DMG Security non è solo sicurezza ma propone anche altri impianti complementari per l’efficienza della tua casa e della tua azienda come l’installazione di casseforti, di sistemi di controllo accessi, di cancelli automatici e di impianti fotovoltaici.

  • Le previsioni estate 2013 di un Hotel 3 Stelle a Jesolo

    Rilanciare l’economia è la priorità che i cittadini italiani auspicano dopo le elezioni avvenute il 24 25 Febbraio 2013. Il periodo di queste votazioni in Italia è inusuale anzi a memoria d’uomo non sono mai avvenute durante l’inverno.

    Per alcuni aspetti questo può essere incoraggiante per quegli imprenditori che hanno un’attività prettamente stagionale estiva, mi riferisco alla categoria degli albergatori. Sappiamo che tra le categorie degli Hotel che maggiormente rischiano di vedersi ridotte le entrate sono gli Hotel Jesolo 3 Stelle a causa della elevata concorrenza presente a Jesolo data la presenza prevalente di questa categoria di Hotel.

    Gli albergatori di Jesolo Lido non nascondono la loro preoccupazione per una stagione estiva che si preannuncia estremamente difficoltosa ed incerta. I dati macro-economici registrano continuamente dei segni meno (meno produzione, meno consumi) con la conseguenza di di un notevole aumento di indebitamento delle attività commerciali ed incremento esponenziale di chiusura di aziende operanti nei più svariati settori commerciali.

    Per non parlare poi del fatto che prevalentemente è proprio la classe media italiana ad essere il mercato su cui attingono gli Hotel Jesolo 3 Stelle come flusso turistico di base, ed è la classe media che ha subito maggiormente gli effetti della crisi economica.

    A questo scenario estremamente cupo le speranze degli Hotel Jesolo sono ora riposte nel nuovo governo che si insedierà tra non molto. Le misure adottate del precedente esecutivo hanno causato una contrazione appunto dei consumi tra aumento della tassazione e tagli della spesa nel nome del rigore.

    Molti affermano che per rimediare agli errori economici fin qui commessi sia necessario rivedere gli accordi europei e per che no anche valutare la possibilità di uscire dalla moneta unica europea. Già prima di entrare nell’euro diversi economisti nazionali ed internazionali tra cui il premio nobel per l’economia Paul Krugman affermavano che l’Euro era un progetto fallimentare perchè fondato su regole estremamente rigide che penalizzavano gli stati economicamente più deboli.

    Parole profetiche che solo ora la gente malauguratamente ha constatato essere basate su analisi corrette.

    La pressione fiscale reale in Italia ora è di circa il 70% e nei prossimi mesi è destinata ad aumentare a causa della introduzione di tre nuovi provvedimenti. Aumento dell’Iva dal 21 al 22% nel mese di Luglio.

    La nuova tassa Tares che andrà a sostituire la Tarsu e la Tia e pare costerà molto di più dato che servirà a coprire, oltre alla gestione dei rifiuti, i fondi per la gestione dei servizi indivisibili come l’illuminazione pubblica, la manutenzione delle strade, lo spazzamento della neve.

  • Stanza 101 Agenzia di Comunicazione presenta: CORSO DI FOTOGRAFIA ANALOGICA

    Ritrovare le radici della fotografia: è questo l’obiettivo del corso di fotografia analogica promosso dall’Agenzia di Comunicazione Stanza 101 presso il Coworking – Spqwork in Via di Portonaccio 23b. A partire da sabato 27 aprile 2013 l’appuntamento è per ogni sabato dalle 15 alle 18 nei mesi di aprile e maggio per un totale di 30 ore divise in otto lezioni teorico-pratiche.

    Il corso è aperto a tutti e fruibile anche dalle persone sorde. Un corso di formazione professionale rivolto agli appassionati della macchina fotografica, a chi si vuole affacciare a questo mondo o a chi vuole ripescare le basi di questa speciale forma di arte. Il corso si svolgerà in otto lezioni teoriche-pratiche, il sabato dalle 15 alle 18.

    Il corso è mirato ad acquisire delle conoscenze di base sugli elementi principali della fotografia analogica: la luce, la macchina fotografica, la pellicola, la camera oscura. Qual è l’utilità di un corso simile? In un periodo in cui la produzione di immagini digitali è alla portata di tutti (non sempre con esiti felici) andare alle radici della tecnica analogica aiuta ad usare con più consapevolezza i mezzi a nostra disposizione, anche quelli apparentemente superati: scatto, sviluppo e stampa diventano tre momenti di infinite possibilità creative, legati ad un sapere tecnico tanto semplice quanto sorprendente nei risultati che ci permette di ottenere.

    Il costo è di 200 euro. Alla fine del corso sarà rilasciato un attestato di partecipazione. Le iscrizioni sono aperte fino al 21 aprile 2013, per iscriversi mandare una email a : [email protected].

    Info e programma

    www.stanza101.it e https://www.facebook.com/AgenziaMultimedia?ref=hl