Toni Servillo e l’amore per Napoli

Buio e luce, distruzione e rinascita, speranza e disperazione. Napoli è orgogliosa di attraversare tutte le concezioni della vita e di non appartenere a nessuna di esse fino in fondo e Toni Servillo, che la ama senza misura, le dedica un recital che si terrà giovedì 10 gennaio alle 21 presso il Teatro Verdi di Salerno. Lo spettacolo sarà replicato fino a domenica 13 gennaio, quando il sipario si alzerà alle 18.30. I brani scelti dall’interprete di “È stato il figlio” descrivono un’umanità quanto mai varia nei desideri e nelle fragilità. Si inizia con “Lassammo fa Dio” di Salvatore Di Giacomo, dove il Padreterno tocca con mano la miseria dei Napoletani in cui continua malgrado tutto a palpitare la vita, come mostra la madre che abbandona il Paradiso dove era stata trasportata con altri disgraziati per tornare al suo bambino. Si passa poi a un classico eduardiano sulla solitudine dell’uomo costretto a fare i conti con le avversità dinanzi alla giustizia, “Vincenzo De Pretore”, e a un componimento di Ferdinando Russo dove si mescolano tenerezza e ironia, “A Madonna d’e mandarine”, senza tralasciare. del medesimo scrittore, “E sfogliatelle”. È poi la volta di uno dei testi più intensi di Viviani, “Fravecature”, mentre in “A sciaveca” di Mimmo Borrelli, del quale si propone anche il crudo “Napule”, la violenza attraversa persone e cose, relegando in un altrove remoto la possibilità di sfuggire a passioni distruttive. Non poteva mancare un cantore del degrado come Enzo Moscato nella sua “Litoranea” e una morte dimenticata per il troppo dolore aleggia in “O viecchio sott’o ponte” di Maurizio di Giovanni. In “Sogno napoletano” di Giuseppe Montesano si desidera ardentemente un risveglio delle coscienze. Il bisogno di una vita a contatto con la natura vive in “Primitivamente” di Viviani, la forza di un linguaggio corposo e non addomesticabile pervade “Cose sta lengua sperduta” di Michele Sovente. A degna conclusione del percorso, “A livella” di Totò e “A casciaforte” di Alfonso Mangione. Ne emerge una città così viva che anche la morte appare meno cupa.

Gemma Criscuoli

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