Salerno– La vita è un oscillare da un inganno all’altro? Tanto vale allora scegliere a quale illusione incatenarsi, sperando che in quel miraggio esista la libertà. Complessa e limpida al tempo stesso, “La grande magia”, prodotta, diretta e interpretata da un Luca De Filippo in stato di grazia, ha ottenuto un grande successo presso il Teatro Verdi di Salerno. Si tratta di un’opera crudele che guarda alla verità e alla menzogna come a due aspetti dello stesso abbaglio che crea continue ambiguità. Otto Marvuglia, il mago complice dei due amanti a cui De Filippo attribuisce un disincanto che lascia spiazzati, non è solo padrone, ma anche vittima del gioco, quando scopre che Mariano D’Albino (un Antonio D’Avino particolarmente ironico nel sottolineare la propria avvenenza) non si è trattenuto per un quarto d’ora con la moglie di Calogero Di Spelta (un Massimo De Matteo che non si risparmia), ma è fuggito con lei, come mostra il modellino del motoscafo che fugge in lontananza. La situazione lo costringe a inventare l’espediente della scatola, in cui finge che la donna sia stata rinchiusa per incantesimo dal gelosissimo marito. Marvuglia è un Socrate rovesciato: la sua maieutica non conduce a una verità sempre pronta a rimettersi in gioco, ma a una sorta di fermo-immagine in cui il sogno alimenta se stesso, guardando a tutte le azioni come a qualcosa che sia ancora più evanescente di un fantasma. La morte della giovane che ha il volto di Giulia Pica, protesa a parlare a una finestra come se tendesse a un’irraggiungibile gioia, ricorda come la fragilità sia una condizione umana a cui non ci possa sottrarre e il definitivo precipitare di Calogero nella follia ripropone, nel suo essere salvezza e condanna, la duplicità del testo. Se gli amanti si allontanano attraverso la platea e il mare che respinge il mago è il pubblico restio a cedere alla sua magia (cioè alla sua arte), gli spettatori non dimenticano neppure per un attimo di essere parte di uno spettacolo che trasforma il mondo in un immenso palcoscenico. Lo mostra l’intelligente recitazione sopra le righe di Paola Fulciniti, Gianni Cannavacciuolo (che tratteggia una madre indimenticabile di Calogero), Carolina Rosi, moglie e complice aspramente concreta di Otto. L’uomo che si aggira ai limiti del palco al buio e spegne la luce sull’ultima scena evidenzia che tutto ciò che accade e sembra lontano perché “recitato” è assolutamente vero come la finzione.
Gemma Criscuoli
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