Questa non è la nuova Panda. Quantomeno non è solo l’ennesima, semplice, nuova automobile. È la macchina della scommessa: ogni tre per due Sergio Marchionne lascia intendere che, fosse per lui, l’idea di trasferire tutto in America dove Barack Obama lo considera il messia, Times gli dedica copertine trionfanti e i sindacati gli danno il braccetto non sarebbe affatto peregrina. Eppure la Fiat è nata italiana e in Italia, nonostante tutto, vuole rimanere. Facile dirlo, meno facile dimostrarlo coi fatti staccando un assegno da 800 milioni per riattrezzare lo stabilimento di Pomigliano D’Arco, che rischiava di fare la stessa fine di quello di Termini Imerese, convertendolo da produzioni secondarie in un impianto ultra moderno in grado di sfornare 260 mila Panda l’anno, una volta a regime. Un impegno che va oltre gli slogan che abbiamo sentito alla presentazione, e che è tanto più apprezzabile se si pensa che la Panda precedentemente nasceva in Polonia, in una fabbrica – modello che permette elevati livelli quantitativi e costi industriali particolarmente controllati. Pomigliano è la fabbrica del contratto separato, del famoso referendum che la Fiom non ha firmato. Ma alla fine, nonostante questi densi significati economici, sociali e politici, per noi la panda resta un’automobile. Lo stile è fubo: evolve i concetti della serie precedente con prudenza, è piacevole pur senza far girare le teste al suo passaggio, arrotonda le linee e cita vagamente nel muso coi baffetti la 500: non a caso l’ha disegnata lo stesso designer, Roberto Giolito, del centro stile interno. La quasi inevitabile crescita dimensionale che accompagna i passaggi tra generazioni ha aggiunto anche sulla Panda 3 qualche centimetro di lunghezza, larghezza e altezza. Dalla gamma precedente provengono il Fire 1.2 e il Multijet 1.3; è inedito, invece, il bicilindrico TwinAir, per ora solo nella conosciuta versione turbo da 85 cv. La panda dovrà competere con la Honda Accord Berlina e la Insight
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