(Salerno, 13 luglio 2011) Raccontare esorcizza il dolore, smaschera le menzogne, rintraccia l’ironia anche in ciò che sembra esserne privo. E se a narrare è una prostituta, donna-oggetto di gran lunga più viva e vitale di coloro che la sfruttano, le parole assumono un peso che non ha nulla a che vedere con la retorica o il comodo senso comune. Gaia Bassi è la protagonista di “Civico 74”, lo spettacolo su testo di Pippo Della Corte che Antonello De Rosa proporrà stasera alle 21 alla Chiesa dell’Addolorata nell’ambito di Il Gioco serio del Teatro, la rassegna che spazia tra il palcoscenico e la danza sostenuta dal Teatro delle Botteghelle e da AltriOrizzonti e che ha nello stesso De Rosa il suo direttore artistico. La vicenda è ambientata all’epoca del Fascismo, quando la sopraffazione è giustificata sotto molti punti di vista, non ultimo quello sessuale. In questo contesto Sophie, la donna attorno alla quale ruota la storia, si presenta come un personaggio non allineato, che contrappone alla meschinità che la circonda la ricchezza del proprio mondo interiore. La casa di tolleranza, del tutto assimilabile a una prigione, diviene lo spazio in cui acuire lo sguardo su se stessi e sugli altri. Sogni, memorie, speranze s’impongono subito all’attenzione, sovvertono le coordinate della narrazione, abbattono i confini tra passato e presente. Ridotta all’invisibilità da un mondo troppo egoista per voltarsi indietro dopo averla usata, Sophie è un corpo che diventa anima, mostrando un’innocenza scandalosa che fiorisce dal suo disincanto. Il percorso del regista rende naturale la scelta di questo copione. De Rosa è stato sempre interessato alle contraddizioni della femminilità e a figure capaci di cogliere ciò che agli altri sfugge in virtù della loro marginalità, caratteristiche comuni anche al teatro di Annibale Ruccello, di cui è profondo conoscitore e su cui terrà uno stage dal titolo “Figure deportate” presso il Complesso di Santa Sofia il 15 luglio (dalle 15 alle 20), il 16 luglio(dalle 15 alle 20) e il 17 luglio dalle 15 alle 19. Consapevole del fascino della corporeità come via maestra per arrivare al cuore, la regia non si preoccupa di una ricostruzione minuziosa del tempo in cui avvengono i fatti, ma affida alle luci e alla musica la suggestione di un percorso in cui la visione soggettiva, dolceamara cecità, è totalizzante.
Gemma Criscuoli
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