SPIRALI > Ritrovati i volgari proverbi rinascimentali di Cinzio de’Fabrizi

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EDIZIONI SPIRALI

C O M U N I C A T O S T A M P A

Tornano i proverbi licenziosi del cinquecento. E’ in distribuzione un’edizione di eccezionale valore letterario.

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Aloyse Cynthio de gli Fabritii
LIBRO DELLA ORIGINE DELLI VOLGARI PROVERBI
CON MANOSCRITTI DELL’AUTORE, SONETTI DI PIETRO ARETINO E ILLUSTRAZIONI DI GIULIO ROMANO
Cura, prefazione e cauda di Francesco Saba Sardi. In appendice un dizionario completo dei nomi.
Collana “Questioni aperte con i classici”, pag. 584, cod. isbn 97888-77707802, prezzo € 35.00
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Il libro – stampato originariamente nel 1526 – fu poi inserito nell’Indice dei libri proibiti; da allora non è stato mai più riproposto. Oggi, per la prima volta dopo cinque secoli, Spirali rende di nuovo disponibile l’opera pubblicandola in una importante veste editoriale arricchita da contenuti supplementari. I Volgari proverbi di Alvise Cinzio de’Fabrizi sono presentati nella trascrizione letterale, con l’aggiunta di un inedito e di quattro manoscritti, ritrovati nella Biblioteca Marciana di Venezia. Il volume raccoglie 45 proverbi disposti in terzine, ciascuno composto da 3 cantiche, per un totale di circa 41000 versi endecasillabi. Il curatore del libro Francesco Saba Sardi, nei saggi iniziali e finali, racconta la contrastata vita dell’autore (1466ca-1530) introducendo al contesto storico, politico, sociale e letterario in cui egli operò, commentando all’occorrenza i fatti riferiti nei sonetti; inoltre propone un accostamento con i celebri Sonetti lussuriosi di Pietro
Aretino (1492-1556), pubblicati con le illustrazioni originali di Giulio Romano. In appendice si trova un dizionario completo dei nomi.

Dal dialetto veneziano (simile al fiorentino) e dal genio cinziano nasce un’opera letteraria di straordinaria ricchezza linguistica e musicalità metrica, frutto di una capacità inventiva che desta meraviglia per intuizione e varietà. Spesso introdotti da eruditi riferimenti storici e mitologici, nei proverbi si avvicendano maschere indimenticabili inserite nello scenario delle città italiane rinascimentali. Qui ferve un’umanità viva, astuta, che disprezza gli stolti e non si dà mai per vinta: personaggi che “non guardariano in faccia a Iesu Christo, / pur che acqua al suo molin ciaschedun tire”.
Il lettore è continuamente posto con ironia e sarcasmo di fronte a vicende bizzarre e paradossali. Elemento della composizione è l’istanza ai valori senza concessione al moralismo; si legge infatti nell’undicesimo episodio: “Qui in pregio non son gemme né denari, (…), ma cosa che ’l stolto vulgo non stima, (…) et questo ee delle lettre il divin colto, le quai sol fanno l’huomo esser un divo”. Bersagli preferiti di Cynthio diventano così i disfrenati e gli aggabbadei, che dovrebbero portare il messaggio cristiano ed invece fanno scempio delle virtù. Costoro appaiono artefici delle azioni più scellerate e oscene, come nel proverbio “Chi non ha ventura non vada a pescar”: Hor egli disse: «Acciò che ben discuopra / dove sia il furto che tanto ti preme, / disotto da l’umblico over disopra / tutte le veste et la camiscia insieme despoliati, figliola, ché qui nuda / bisogna che ’l tuo ventre palpi et preme». / Onde la meschinella, a muda a muda, / perfin alla camiscia fuor si t
rasse et tutta d’angonia hor triema hor suda.
All’epoca, l’abbondanza dei rimandi clericali riportati nel libro offese la curia e suscitò le riserve dei benpensanti, causando l’inevitabile censura. Oggi ritroviamo finalmente un capolavoro di genere, un’opera di notevolissimo valore culturale.

ALCUNI PROVERBI: La invidia non morite mai; Ogni scusa ee buona pur che la vaglia; Alli cani magri van le mosche; La va da tristo a cattivo; Altri han le noci et io ho la voce; Tu guardi l’altrui busca et non vedi il tuo travo; Dove ‘l diavolo non può metter capo mette coda; Perfina li orbi se ne accorgerieno; Chi pecora si fa lo lupo la mangia; Chi fa li fatti suo’ non s’imbrata le man; Passato è ‘l tempo che Berta filava; Meglio ee tardi che non mai; A chi ha ventura poco senno basta; Prima si muta il pelo che si cambia il vezzo; Chi troppo si assotiglia si scavezza;Il non ee oro tutto quel che luce; Dove che ‘l dente duol la lingua tragge; Ciascun si aiuta co’ gli suo’ ferrizzuoli; L’occhio vuol la sua parte; La necessità non ha legge; Chi prima va al molino prima macina.


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