Tag: Visite guidate Napoli

  • Macellum di Pompei

    Il Macellum di Pompei è un edificio pubblico di epoca romana, sepolto dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

    La città di Pompei venne ricoperta dall’eruzione del Vesuvio come le città di Ercolano, Oplontis e Stabia. Il Macellum è stato ritrovato grazie agli scavi archeologici dell’antica città di Pompei, avvenuti nel 1748. L’edificio era utilizzato come mercato dell’antica città di Pompei, specializzato soprattutto per la vendita di carne e pesce.

    Il Macellum fu edificato intorno alla fine del III secolo a.C., in seguito alla risistemazione del Foro, cuore della città. Ricostruito tra il 130 ed il 120 a.C., la nuova costruzione non era particolarmente diversa dalla vecchia struttura, se non per la costruzione di un piccolo tempio al centro dell’edificio, e per l’arretramento della facciata principale. Il terremoto di Pompei del 62 d.C., portò notevoli danni al Macellum, che venne infatti nuovamente restaurato. il colonnato in tufo venne completamente eliminato, vennero ricostruite alcune tabernae, vennero rifatte alcune decorazioni pittoriche, in quarto stile che raffigurano scene mitologiche, e costruito un nuovo muro perimetrale nella parte sud, che si rese necessario per la costruzione del Santuario dei Lari Pubblici. L’edifico è posto tra il Foro, la via degli Augustali e come detto prima, il Santuario dei Lari Pubblici. La scelta è stata quella di una posizione centrale, ma che allo stesso tempo nascosta. Decisione presa proprio per non intralciare alle attività della piazza.

    Il Macellum, come tutta la città antica di Pompei, venne sepolto sotto una colte di cenere e lapilli il 79 d.C. quando si verificò questo tragico evento vesuviano. Con molta probabilità i lavori di restauro non erano ancora terminati. Riportato alla luce a seguito delle indagini archeologiche eseguite per volere della dinastia borbonica dal 1748. Precisamente tra il 1818 e il 1822, vennero ritrovate delle lastre di marmo.

    In origine il ritrovamento di queste lastre di marmo, fece ipotizzare che la costruzione fosse di un pantheon, dedicato a più divinità. Ma l’ approfondendo delle indagini, rivelarono la presenza di resti di cereali, frutta, pesce , facendo giungere gli archeologi alla conclusione che si trattava di un mercato.

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  • Piazza San Domenico Maggiore Napoli

    Piazza san Domenico Maggiore è una delle piazze più importanti della città di Napoli. Piazza San Domenico Maggiore è situata lungo il decumano inferiore della città, ed è a poca distanza da Piazza del Gesù Nuovo.

    La piazza quindi si trova proprio nel cuore del centro antico partenopeo, crocevia di due importanti strade di Napoli, Via Spaccanapoli strada conosciuta nel mondo, e Via Mezzocannone, deputata ormai a zona universitaria.

    La piazza deve il suo nome alla chiesa monumentale dedicata ai frati domenicani. Della chiesa dalla piazza si può già ammirare la zona absidale chiusa in alto da una cornice merlata. La chiesa di San Domenico Maggiore, che risale come costruzione al periodo angioino, è molto famosa sia per la sua architettura di pregio e per le sue sovrapposizioni stilistiche, ma anche, e soprattutto, per essere stata la sede degli studi di figure storiche di rilievo come Giordano Bruno e San Tommaso d’Aquino.

    Al centro della piazza si innalza una delle guglie di Napoli, costruita nel seicento da Francesco Antonio Picchiatti e dedicata a san Domenico. La guglia fu voluta dai napoletani, come ringraziamento al santo per essere scampati da un’epidemia di peste.

    La piazza è da sempre uno dei luoghi più significativi della città, perché storicamente, rappresenta il limite orientale delle mura greche di Neapolis. La risistemazione urbanistica della piazza fu voluta fortemente da re Alfonso I d’Aragona. Proprio a lui infatti si deve la grande scalinata a fianco della chiesa di San Domenico. Ferdinando IV che amava molto questa piazza addirittura ne vietò gli esercizi commerciali e ludici.

    La zona nel corso dei secoli, ha avuto molteplici usi e ruoli. Da quelli politici a quelli commerciali, ma ha anche avuto un certo alone misterico, data la vicinanza alla famose Cappella Sansevero. Tutt’attorno troviamo palazzi nobiliari, che creano una vera e propria cornice che racchiude la zona. Palazzi come Palazzo Corigliano , Palazzo Petrucci e Palazzo di Sangro Casacalenda. Proprio al primo piano di quest’ultimo palazzo ha sede la plurisecolare pasticceria napoletana Scaturchio, famosa oltre che per le sfogliatelle anche per il dolce chiamato Ministeriale.

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  • Palazzo Sanfelice Napoli

    Palazzo Sanfelice è uno dei palazzi storici e monumentali della città di Napoli. Situato nello storico e antichissimo Rione Sanità, Palazzo Sanfelice racchiude il gusto del barocco napoletano.

    Tra il 1724 e il 1728 da Ferdinando Sanfelice progetta il palazzo come propria abitazione e per la sua famiglia, in una zona, quella del Rione Sanità situata un tempo fuori le mura cittadine.

    Il Rione Sanità era considerato un luogo salubre e molto meno affollato rispetto al centro della città di Napoli.

    L’architetto Sanfelice progetta il palazzo accanto ad un edificio già esistente e che era già stato acquistato dall’architetto. Il vecchio edificio quindi, venne inglobato nel progetto della sua maestosa residenza. Sui portali gemelli costruiti in piperno e marmo, ancora oggi sono visibili le due targhe settecentesche, che ricordano la costruzione del palazzo. Le targhe sono posizionate tra le sirene e il balcone del primo piano.

    La facciata del palazzo è un alternanza di finestre decorate con stucchi. Notevoli sono i cortili che secondo il gusto barocco dell’epoca, sono utilizzati come vere e proprie scenografie insieme alle scale. Il primo cortile è a pianta ottagonale e permette di accedere al vestibolo con resti di affreschi e stemmi nobiliari dei proprietari. Nel cortile si ammira la caratteristica scala sanfeliciana che ripercorre le pareti ottagonali del palazzo. Il secondo cortile, dove si intravede ciò che rimane di una pianta rettangolare, ha una semplicissima scala sanfeliciana ad “ali di falco” che fa da proscenio al giardino retrostante, oggi non più visibile.

    Nell’interno c’erano affreschi di Francesco Solimena e nella cappella privata sculture di Giuseppe Sanmartino, autore del famosissimo Cristo Velato. Di queste opere oggi non abbiamo traccia, ma sono descritte nelle guide settecentesche della città.

    Sulle scale all’ingresso si nota la copertura degli scalini con pietra lavagna inserita da Ferdinando Sanfelice in onore della moglie originaria proprio del paese di Lavagna in Liguria. Il primo cortile con la famosa scala aperta sanfeliciana fu utilizzata per l’ambientazione del film Questi fantasmi, trasposizione cinematografica della commedia Questi fantasmi! Di Eduardo De Filippo.

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  • Basilica di Santa Maria della Sanità Napoli

    La Basilica di Santa Maria della Sanità, più conosciuta come la chiesa di San Vincenzo alla Sanità, è una delle chiese antiche della città di Napoli, situata nello storico Rione Sanità.

    La Basilica di Santa Maria della Sanità venne costruita tra il 1602 e il 1610 da Frà Nuvolo. La chiesa è uno dei tanti esempi di arte barocca che abbiamo a Napoli. L’arte barocca difatti trovò nel XVII a Napoli, uno dei momenti di massimo splendore. Gli artisti utilizzavano linee curve e sinuose, creando un gioco di chiaroscuro, utilizzando materiali diversi come marmo e piperno. Si utilizzava assieme pittura, stucco e scultura, e proprio questa chiesa nel cuore del Rione Sanità ne è un altissimo esempio.

    La basilica venne dedicata alla Madonna come segno di perpetua devozione dei napoletani nei confronti della Santa Madre. Ma la dedica avvenne anche a seguito del ritrovamento della più antica raffigurazione della Vergine Maria a Napoli . L’immagine risalente al V-VI secolo d.C. venne ritrovata nella cripta della chiesa. Ma come detto sopra la chiesa è molto conosciuta anche con il nome chiesa di San Vincenzo soprannominato ‘O munacone. Questo perché il complesso custodisce al suo interno una stata lignea di San Vincenzo Ferrer, detto affettuosamente ‘O munacone . San Vincenzo era un predicatore medievale appartenente all’ordine domenicano al quale sono stati attribuiti molti miracoli. Una leggenda narra che questa statua, molto amata dal popolo napoletano, venne portata in processione nel 1863, quando la città fu colpita da un’epidemia di colera. Grazie all’intercessione del santo il contagio cessò e da allora, ogni primo martedì di luglio, il rito si ripete nel Rione Sanità, per ricordare la grazia ricevuta.

    La chiesa ha una pianta a croce greca ed un presbiterio rialzato, grazie alla scala di marmi policromi ideata da Ferdinando Sanfelice, che ingloba l’antica chiesa paleocristiana, da cui si accede per visitare le famose catacombe di San Gaudioso, un area cimiteriale napoletana risalente al IV-V secolo a.C. Santa Maria alla Sanità conserva numerose opere che testimoniano la bellezza che contraddistinse la pittura napoletana del XVII e del XVIII secolo. Fra i grandi nomi degli artisti napoletani spiccano i dipinti di Luca Giordano come “La Vergine con i Santi Giacinto, rosa e Sant’Agnese”, “L’estasi della Maddalena” e “La Gloria di San Pio V”. Inoltre non si possono dimenticare alcune tele di Andrea Vaccaro come “Nozze mistiche di Santa Caterina d’Alessandria” e “Santa Caterina da Siena che riceve le stimmate”.

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  • Chiesa di Sant’Antonio Abate Napoli

    La chiesa di Sant’Antonio Abate è una delle più antiche chiese della città di Napoli. Sorge proprio nell’omonimo borgo, che per secoli è stato uno dei cuori pulsanti della città.

    La Chiesa di Sant’Antonio Abate, seppur considerata tra le abbazie importanti della città di Napoli, le notizie storiche a disposizione sono inspiegabilmente scarse. Nel 1905 Benedetto Croce, avendo notato questa enorme lacuna riguardo la storia di una delle chiese più antiche della città, invia nell’abbazia un cronista per descriverne dettagliatamente la struttura, le opere artistiche contenute nella chiesa, per poi riportarle nella rivista culturale Napoli Nobilissima.

    Oltre all’importante iniziativa di Benedetto Croce, che ci ha reso molte notizie sulla chiesa, tra le fonti utilizzate per ampliare le notizie sul complesso monastico,è stato ritrovato un diploma del Re Roberto d’Angiò del marzo del 1313, un documento di papa Pio IX , un accenno nella Guida Sacra di Galante e due litografie, di cui una a colori risalente al 1890, e l’altra del pittore francese del XVIII Remond.

    La leggende sulle origini della chiesa la vuole fondata dalla regina Giovanna I d’Angiò nel XIII secolo, ma come detto sopra, un diploma di re Roberto, dimostra che già nel 1313, esistevano chiesa ed ospedale. Molto probabilmente il complesso fu ampliato e ricostruito in un programma di edilizia religiosa e assistenziale voluto nel 1370 dalla Regina. In questo luogo venivano curati gli infermi del morbo detto “fuoco sacro” o anche Fuoco di Sant’Antonio, con un prodotto ricavato dal grasso di maiale. Tra i napoletani si diffuse così l’abitudine di allevare maialini per donarli al monastero. Il complesso era tenuto dai monaci antoniani i quali preparavano la sacra tintura utilizzata per curare l’herpes zoster. Ma nel quattrocento gli Aragonesi, che presero il potere a Napoli, bandirono l’ordine, considerandolo troppo legato ai monarchi francesi.

    Chiusa da sei anni e finalmente riaperta nel gennaio 2021, la chiesa è uno squisito esempio di architettura gotica, anche se la facciata principale della chiesa risale al 1769, quando il cardinale arcivescovo Antonino Sersale, la costruì coprendo quella originale risalente al periodo gotico.

    L’interno ha una navata unica con soffitto a cassettoni, si possono ancora notare le strutture angioine. Le strutture angioine sono visibili al di sotto degli stucchi, gli archi delle cappelle. Dello stesso periodo sono due frammenti di affreschi sul primo pilastro a sinistra e su quello a destra, raffiguranti la crocifissione di Sant’Antonio Abate e la Madonna delle Grazie col Bambino.

    Dell’ultimo affresco possiamo notare la naturalezza del bambino nell’afferrare il seno della madre ed anche la vivacità dei colori, nonostante il mancato restauro.

    Tra le opere medioevali non possiamo dimenticare la marmorea Madonna col Bambino, che la tradizione vuole abbia il volto della regina Giovanna I.

    L’inviato di Benedetto Croce, quando venne a visitare la chiesa, parlò di quattro dipinti su tela di forma circolare che raffiguravano quattro episodi dell’agiografia di Sant’Antonio. Oggi ne rimangono solo due

    In uno è possibile vedere la morte di Sant’Antonio e in un altro la morte di San Paolo martire assistito da Antonio. Queste tele di un elevato valore artistico, sono state attribuite alla mano di Domenico Viola, ma il restauro ottocentesco eseguito da un ricoverato del Real Albergo dei poveri ha coperto l’originale dipinto del pittore allievo di Luca Giordano.

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  • Palazzo dello Spagnolo Napoli

    Il palazzo dello Spagnolo o dello Spagnuolo, è uno dei palazzi storici della città di Napoli.

    Ubicato in Via dei Vergini nel Rione Sanità, il Palazzo dello Spagnolo è uno dei palazzi monumentali che si trova nel pieno centro antico di Napoli.

    Il Palazzo dello Spagnolo è stato costruito nel 1738, su commissione del marchese di Poppano Nicola Moscati. Il marchese volle unificare due lotti di terra ricevuti dalla moglie. Il progetto venne affidato all’architetto Ferdinando Sanfelice. Il Sanfelice oltre al progetto dell’imponente palazzo, realizzò la monumentale scala a doppia rampa, chiamata ad “ali di falco”. La scala è stata pensata come una sorta di luogo di incontro, ove avveniva una vera e propria vita sociale. Le decorazioni di stucco in stile rococò vennero affidati a Francesco Attanasio, ma eseguiti in un secondo momento da Aniello prezioso.

    Infatti le porte di accesso agli appartamenti sono decorati con stucchi che inquadrano medaglioni con i ritratti a mezzo busto della famiglia che abitava quell’appartamento.

    Il sovrano Carlo III di Borbone, spesso visitava il palazzo. Proprio nel palazzo infatti cambiava i suoi cavalli, per sostituirli con dei buoi, unici animali capaci di portarlo a Capodimonte, nella sua dimora di vacanza e di caccia. Attraversava la lunga e ripida Via Vergini per arrivare in quello che oggi uno dei musei più apprezzati al Mondo ossia il Museo di Capodimonte.

    Alla fine del secolo, il palazzo venne acquistato da un nobile spagnolo, Tommaso Atienza, il cui il soprannome Spagnolo o Spagnuolo, è il motivo per cui il palazzo si chiama oggi in questo modo. Il nobile spagnolo realizzò delle opere di espansione, come la costruzione di un altro piano e facendo decorare tutto il piano nobile. Decorazioni che purtroppo sono andate perdute a causa dei cattivi restauri avvenuti nel corso degli anni.

    A metà dell’ottocento il palazzo fu acquistato dalla famiglia Costa, grazie al fatto che il nobile Atienza, perse quasi tutto il suo patrimonio, indebitandosi a causa delle estrose opere di abbellimento del palazzo.

    Secoli dopo, il palazzo come molti edifici di Napoli, vide la proprietà frammentarsi, arrivando sino ad oggi ad avere diverse proprietà private. La regione Campania è riuscita ad acquistare solo due degli appartamenti del palazzo. Nell’edificio in passato è stato ospitato L’Istituto delle guarrattelle, un vero e proprio museo dedicato ai burattini locali ed internazionali, invece il secondo e il terzo piano sono sede del museo dedicato a Totò, il principe della risata, vissuto proprio nel Rione Sanità.

    Il palazzo dello spagnolo ancora oggi è considerato uno degli esempi più pregevoli di architettura civile in stile barocco napoletano.

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  • Casa dei Cervi Ercolano

    La Casa dei Cervi di Ercolano, è una domus di epoca romana, sepolta durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

    L’antica città di Ercolano subì lo stesso destino delle antiche città di Pompei, Stabia e Oplonti.

    Gli scavi archeologici dell’antica città di Ercolano iniziarono in maniera quasi casuale nel 1738. La Casa dei Cervi di Ercolano  è cosi chiamata per via del ritrovamento nel giardino, di due statue di cervi assaliti da cani.

    L’elegantissima e lussuosa domus, con terrazza vista mare fu costruita nel periodo in cui a Roma regnava l’imperatore Claudio. Proprietario era Q.Granius Verus, uno schiavo liberato poco prima della distruzione per mano del Vesuvio, di Ercolano. Con il resto della città, anche l’abitazione fu sepolta sotto una coltre di fango ed esplorata prima tramite cunicoli nel XVIII secolo e poi riportata alla luce da Amedeo Maiuri agli inizi del XX secolo.

    L’ingresso della casa è situato lungo il cardo V. Sono presenti decorazioni in IV stile Pompeiano, ricchi di colore e prospettive. Il piano terra della domus era riservato al proprietario alla sua famiglia ed eventuali ospiti. Mentre il piano superiore, ove ancora oggi è visitabile il ballatoio, era riservato alla servitù.

    Il triclinio ha ancora conservate pitture con pannelli neri, incorniciati in rosso e con aggiunte di elementi architettonici, mentre la pavimentazione è in marmo policromi, disposti in figure geometriche.

    Desta ancora oggi molto interesse il criptoportico, affrescato e arricchito grazie alla presenza di circa sessanta quadretti. Alcuni di questi quadretti, che rappresentano nature morte, amorini e elementi architettonici, sono conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il criptoportico aveva una pavimentazione a mosaico bianco e nero. L’ambiente è illuminato da una serie di grandi finestre che affacciano direttamente sul giardino. Nel giardino ritroviamo, come detto prima, oltre alle due statue di cervi assaliti da cani, la statua di un satiro con otre ed una statua di ercole, in evidente stato di ubriachezza, e un tavolino rotondo. Le pareti del criptoportico che si trovano dal lato del giardino sono affrescate di bianco e rosso, e sul lato nord si trova un grande portale con frontone decorato con un mosaico in pasta vitrea raffigurante Oceano, attorniato da numerosi amorini su animali marini.

    Ma sicuramente il luogo che desta ancor di più meraviglia, è l’ampia terrazza, che affacciava direttamente sul mare e si godeva il panorama sul golfo di Napoli. costruita a ridosso delle mura cittadine che ormai erano inutilizzate, si trova anche una sorta di piccolo gazebo, con pilastri in tufo stuccati n bianco e rosso.

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  • La Villa comunale di Napoli

    La Villa comunale di Napoli è uno dei giardini storici cittadini. È un vasto giardino piantato a lecci, pini, palme, eucalipti. La Villa comunale si estende per oltre 1 Km tra piazza Vittoria e piazza della Repubblica, giardino che è fiancheggiato dalla Riviera di Chiaia e da Via Caracciolo.

    La prima idea e fondazione della Villa Comunale di Napoli, è del  1697, quando il vicerè duca di Medinacoeli fece piantare lungo la Riviera di Chiaia un doppio filare di alberi, che venne abbellito da tredici fontane.

    Questa costruzione vicereale volle dare alla città di Napoli, una prima idea di passeggiata che dalla porta di Chiaia arrivava fino alla Crypta Neapolitana.

    Ma la vera trasformazione di questa passeggiata, e della spiaggia lungo la riviera, avvenne per volere di Ferdinando IV di Borbone. Il sovrano tra il 1778 e il 1780 diede l’incarico a Carlo Vanvitelli, figlio del celebre Luigi Vanvitelli, di trasformare in parte la passeggiata, in un vero e proprio giardino urbano, molto in voga in quegli anni.

    Carlo Vanvitelli prese esempio sia dai giardini francesi, sia dal Salon del paseo del Prado di Madrid creato dal re Carlo III in Spagna. Il Vanvitelli sviluppò diversi progetti e ricorse all’aiuto e ai consigli del botanico Felice Abbate, giardiniere reale. Lunghi viali paralleli abbelliti da statue e fontane, con un estensione senza una conclusione prospettica. Il disegno architettonico dava molta importanza e risalto alla vista del golfo di Napoli. All’ingresso principale, sul lato dell’attuale Piazza Vittoria, erano stati posizionati due casini simmetrici, che ospitavano caffè e botteghe di classe. Il giardino venne inaugurato l’11 luglio del 1781, sorvegliato da guardie, e con accesso consentito esclusivamente alle persone ben vestite.

    Per volere di Giuseppe Bonaparte  nei primi anni del XIX secolo la villa fu ingrandita e ridisegnata dagli architetti Stefano Gasse e Paolo Ambrosino. Incaricato per la scelta delle essenze arboree fu il tedesco Friedrich Dehnhardt, direttore dell’orto botanico. Nello stesso periodo si discuteva anche del rinnovamento della strada che affiancava il giardino, e si riaprì il dibattito sulla Villa e la creazione di una nuova strada. Le discussioni portarono alla creazione di Via Caracciolo, iniziata nel 1872 e terminata nel 1883, secondo il progetto di Alvino. Ma il giardino, con il prolungamento della strada, perse uno degli elementi che lo contraddistingueva, ossia il rapporto esclusivo con il mare.

    Nel 1872 si iniziò la costruzione della Stazione Zoologica Anton Dohrn, l’acquario di Napoli più famoso ed antico d’Europa. Il naturalista seguace di Darwin, volle creare un centro che ancora oggi è luogo di eccellenza che cura e analizza gli animali che provengono tutti dal golfo di Napoli. Anni dopo iniziarono anche i lavori per la realizzazione della cassa Armonica.

    Nel 1900 la parte occidentale della villa venne utilizzata per l’allestimento di padiglioni provvisori per l’esposizione Nazionale dell’Igiene, caratterizzati da uno stile eclettico con molti richiami allo stile liberty.

    Nel 1924, fu eseguita in prima assoluta la Turandot per banda di Giacomo Puccini.

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  • La chiesa di Sant’Eligio Maggiore Napoli

    La chiesa di Sant’Eligio Maggiore è una delle chiese di epoca angioina più antiche della città di Napoli. Situata a ridosso della piazza dove si svolgeva l’antico mercato della città, Piazza Mercato, ancora oggi è considerata uno scrigno dove è custodita la storia della città di Napoli.

    La costruzione della chiesa di Sant’Eligio risale al 1270. La zona che oggi conosciamo come detto sopra, come Piazza Mercato, un tempo era chiamata Campo Moricino. Luogo avvolto anche da tristezza dato che li, a pochi passi, e anni prima, era stato decapitato il giovane Corradino di Svevia, per opera di tre cavalieri francesi al seguito di Carlo I d’Angiò. Carlo d’Angiò divenuto sovrano di Napoli, fece costruire questa chiesa che inizialmente venne dedicata ai santi Eligio, Dionigi e Martino. Alla chiesa venne affiancato un ospedale e l’intero complesso godette della protezione e dei privilegi reali, prima con Giovanna I d’Angiò e dopo sia con Giovanna II d’Angiò ed Alfonso d’Aragona.

    Nel XVI secolo il vicerè Don Pedro de Toledo, decise di fondare un educandato femminile, chiamato conservatorio per le vergini, dove le ragazze erano istruite al servizio infermieristico nel vicino ospedale. Sul finire del XVI alle attività benefiche dell’educandato e dell’ospedale si aggiunse l’attività di banco pubblico.

    Proprio a questo periodo si fanno risalire i primi interventi di restauro con il rifacimento del soffitto ad opera di Nicolò di Tommaso e il posizionamento dell’organo realizzato da Giovanni Francesco Donadio e da Giovanni Mattia. Nel 1863 l’architetto Orazio Angelini trasformò il soffitto quattrocentesco.

    Il complesso monumentale venne colpito e danneggiato gravemente dal violento bombardamento del 4 novembre del 1943, il restauro fatto alcuni decenni dopo, riportò la chiesa all’originaria linea gotica.

    Molto particolare è l’ingresso della chiesa, attraverso un imponente portale strombato di fattura gotica francese. Si trova nel lato destro della chiesa, essendosi persa la funzione di portale principale a seguito delle stratificazioni strutturali.

    L’arco quattrocentesco  di Sant’Eligio è avvolto da mistero e leggenda. Si innalza su due piani a collegare il campanile della chiesa con un edificio vicino. Sul primo piano è inserito un orologio, sotto si trovano due testine che raffigurerebbero una fanciulla di nome Irene Malarbi e il duca Antonello Caracciolo.

    Pare che il Caracciolo nobiluomo perfido e senza scrupoli, innamorandosi follemente della fanciulla che lo respingeva, fece condannare ingiustamente il padre della fanciulla. Solo in un modo il Caracciolo avrebbe salvato l’uomo, con la resa ai propositi del duca della bella Irene.

    La ragazza con il cuore distrutto accettò, e il padre venne liberato. Ma la famiglia di lei chiese giustizia a Isabella di Trastàmara, figlia del sovrano Ferdinando II d’Aragona, ottenendo come condanna lo sposalizio riparatore della giovane da parte del Caracciolo e la sua successiva morte per decapitazione.

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  • Piazza Dante Napoli

    Piazza Dante è una delle piazze più importanti della città di Napoli. Situata proprio nel cuore del centro antico di Napoli, costituisce l’inizio di via Toledo, e tramite il passaggio di Port’Alba, dalla piazza si confluisce nel Decumano Maggiore della città, conosciuto da tutti come Via dei Tribunali.

    Piazza Dante in origine era conosciuta come Largo del Mercatello, perché fino al 1588, si teneva proprio qui uno dei mercati della città. Si differenziava con il diminutivo di mercatello, proprio perché più piccolo, rispetto al più grande e antico mercato, che si teneva in Piazza Mercato.

    Fino all’ottocento in questa piazza sorgevano le fosse del grano, mentre nel lato sud della piazza, dove oggi si trova il cinema Modernissimo, si trovavano le cisterne dell’olio. Questi due magazzini, per secoli erano i principali luoghi di conservazione delle derrate alimentari della città.

    Importantissima fu nel 1625, l’apertura ufficiale di Port’Alba. Si parla di apertura ufficiale perché in realtà in origine il varco per passare dall’altro lato della città, era un buco che i napoletani avevano creato nelle mura difensive della città. Era un pertugio o in napoletano un pertuso, creato ed utilizzato, per facilitare le comunicazioni tra i borghi, in modo particolare con quello dell’Avvocata, che si stava rapidamente ingrandendo.

    Piazza Dante assunse l’attuale struttura ad emiciclo, nella seconda metà del settecento, grazie all’architetto Luigi Vanvitelli. Il Foro Carolino, così chiamato e a lui commissionato, doveva essere un monumento celebrativo dedicato al sovrano Carlo III di Borbone. I lavori che durarono dal 1757 al 1765, vide alla luce il grande emiciclo, che ancora oggi ammiriamo, tra le mura aragonesi e con l’inserimento di Port’Alba.

    L’emiciclo ancora oggi, con le sue caratteristiche ali ricurve, ha in alto 26 statue che rappresentano le virtù di Carlo III di Borbone. Curiosità, tre di queste statue sono di Giuseppe Sanmartino, conosciuto al mondo come l’autore del Cristo Velato, custodito nella Cappella del Principe di Sansevero. Al centro dell’emiciclo la nicchia centrale avrebbe dovuto ospitare una statua equestre del sovrano, che non venne mai realizzata.

    Dal 1843, la nicchia invece, divenne l’ingresso al convitto dei padri gesuiti che divenne nel 1861 Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II. Al centro della piazza si erge una grande statue di dante Alighieri, opera dello scultore Tito Angelini e Tommaso solari junior, inaugurata nel 1871, data in cui la piazza venne dedicata al sommo poeta.

    Piazza Dante a Napoli ancora oggi è sconsiderata la piazza cuore della città. Da qui ci si può spostare in ogni direzione per arrivare in qualsiasi punto della città di Napoli, grazia anche alla Linea 1 della metropolitana, inaugurata nel 2002.

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  • La Chiesa di Santa Caterina a Formiello Napoli

    La Chiesa di Santa Caterina a Formiello, è una delle chiese monumentali della città di Napoli. Sita accanto a Porta Capuana, vicinissima anche a Castel Capuano, è una delle chiese che non può mancare, se si decide di effettuare una visita guidata a Napoli.

    Chiamata a formiello, dal latino ad formis, ossia presso i canali o condotti, la chiesa sorgeva nei pressi di un formale reale, un pozzo dell’acquedotto della Bolla sul sagrato ove sorge un edicola votiva dedicata a San Gennaro, opera di Antonio Vaccaro. L’acquedotto venne totalmente sostituito alla fine dell’ottocento , dall’acquedotto del Serino.

    Tutto il complesso religioso si espandeva nella zona orientale della città, nella nuova cinta muraria che venne ricostruita dai regnanti Aragonesi, che allargava lo spazio urbano antico.

    Una chiesa dalla forma rinascimentale, con forme architettoniche che hanno destato stupore negli amanti dell’arte. Il complesso venne costruito su una precedente e piccola chiesa dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, che venne edificata nel quattrocento assieme al convento, affidato inizialmente ai frati celestini. Santa Caterina a Formiello, custodisce sin dalla sua fondazione le reliquie appartenenti ai celebri Martiri d’Otranto uccisi dai turchi il 14 agosto del 1480, per non aver mai rinnegato la loro fede.

    I corpi dei martiri furono traslati da Alfonso II di Napoli prima nella chiesa della Maddalena e poi, al ritorno delle monache al loro convento, nell’antica chiesa di Santa Caterina.

    Federico d’Aragona, diede nuovo inizio alla storia sia della città di Napoli, che della piccola chiesetta. Il sovrano concesse nel 1499 ai padri domenicani della Congregazione riformata di Lombardia, che ricostruirono l’attuale chiesa e lo tennero senza interruzione fino al 1806, anno in cui Gioacchino Murat, decise la soppressione del monastero. Con il ritorno del nuovo re di Napoli Ferdinando I delle Due Sicilie nel 1815, gran parte del monastero fu riconvertito e riadattato a nuovi usi, tra cui quello di Lanificio militare. Difatti ancora oggi l’ingresso del monastero conserva in alto ancora l’insegna ottocentesca del Lanificio.

    La chiesa subì gravi danni con il terremoto dell’Irpinia del 1980, a cui seguirono importanti restauri.

    Oggi la chiesa ci appare con uno stampo cinquecentesco, grazie al progetto attribuito ad Antonio della Cava ed eseguito dall’architetto settignanese Romolo Balsimelli. Il primo elemento ad essere terminato nel 1514 fu il chiostro grande del monastero con archi e pilastri di forme mormandee. In seguito venne costruito anche il chiostro piccolo che conserva ancora oggi parti di affreschi del cinquecento.

    L’interno della chiesa è a croce latina ad unica navata, con cinque cappelle per lato. Al centro della chiesa si apre sul pavimento una accesso alla cripta delle consorelle del santissimo rosario. L’apertura è in corrispondenza di una lapide che si trova proprio al centro della navata. Sulla lapide sono raffigurate quattro donne in preghiera con il rosario tra le mani.

    La chiesa di santa Caterina a Formiello, è considerata ancora oggi una tra le chiese più antiche e più ricca di storia della città di Napoli.

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  • Casa del Poeta tragico di Pompei

    La casa del Poeta tragico di Pompei si trova nella Regio VI degli scavi archeologici dell’antica città di Pompei. È una delle domus che non passa in osservata. Si trova proprio alle spalle del Foro centrale, lungo via delle Terme, nell’area tra Porta Ercolano e come abbiamo detto prima, il Foro. Questa abitazione riportata alla luce nel 1824 dopo l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., è celebre per la ricchissima decorazione pittorica appartenente all’ultimo periodo dell’arte pompeiana.

    La casa del Poeta tragico di Pompei in realtà, è famosissima nel mondo per il suo mosaico pavimentale di un cane legato alla catena, in atto di abbaiare, con su scritto “Cave Canem” ossia “Attenti al Cane”.

    La raffigurazione del cane è estremamente realistica, e proprio per preservarne la bellezza quest’ingresso è chiuso da una vetrata. Ma anche se l’accesso è limitato, permette comunque di apprezzare la bellissima e realistica opera.

    Per entrare nella domus, bisogna andare nel vicolo della Fullonica, dove proprio il secondo ingresso, introduce direttamente al peristilio. A testimonianza del culto familiare che gli antichi romani avevano verso i Lari, numi protettori della casa, si trova proprio qui nel peristilio uno splendido larario con delle forme quasi barocche. Anche se riccamente decorata, il che fa pensare ad un proprietario molto danaroso, la casa però ha dimensioni molto più piccole rispetto alle altre domus dell’antica città di Pompei.

    Le dimensioni piccole però, non incidono minimamente la sua bellezza che è conservata nei suoi mosaici e nei suoi affreschi. Oltre al famoso Cave Canem, l’ingresso era decorato e abbellito con un mosaico che rappresentava l’esibizione teatrale di due attori satireschi, e proprio questo affresco ritrovato, diede il nome alla domus. Altri invece pensano che la scena raffigurerebbe Alcesti e Admeto che ascoltano un oracolo.

    La decorazione oggi è conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, assieme ad altre decorazioni con soggetto mitologico come la scena di Achille e Briseide e la Vendita degli amorini. Ancora oggi nel salottino della domus è visibile l’affresco di Arianna abbandonata da Teseo, anche se danneggiato l’opera ci offre un delicatissimo esempio di pittura romana, e che sottolinea ancora di più il fatto, che i committenti nonché i proprietari di casa dovevano essere davvero benestanti.

    La fama della casa del poeta tragico di Pompei, non dipende solo dalla sua estrema bellezza, ma anche dal romanzo Gli ultimi giorni di Pompei di Edward Bulwer-Lytton, pubblicato ne 1838. Glauco, protagonista della storia, abitava proprio in una domus ispirata a questa.

    La domus divenne nell’immaginario comune, la classica domus di epoca romana, così nel 1854, fu costruita nell’area espositiva del Crystal Palace di Londra e fu adibita per un breve periodo a sala da te. Potremmo dire che la regina Vittoria prese il tea nell’antica Pompei.

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  • Chiesa di San Gregorio Armeno Napoli

    La chiesa di San Gregorio Armeno , conosciuta popolarmente anche come la Chiesa di Santa Patrizia, è una delle chiese più famose del centro antico di Napoli.

    La chiesa di San Gregorio Armeno è una chiesa monumentale sita tra il decumano maggiore, meglio conosciuto come Spaccanapoli, e il decumano inferiore, conosciuto come Via Tribunali. Più precisamente si trova nell’omonima strada via San Gregorio Armeno, conosciuta nel mondo, grazie all’antica arte artigianale dedicata alla produzione presepiale e di statuine del presepe.

    La chiesa, assieme al complesso monastico  costituisce uno degli edifici religiosi più antichi, grandi e importanti del centro antico di Napoli. Un vero e proprio gioiello del barocco napoletano, la chiesa nasce sopra le rovine del tempio dedicato alla dea Cerere, divinità antichissima legata alla vegetazione e al raccolto. Le sacerdotesse della dea erano le più desiderate dell’epoca romana. Secondo una leggende il luogo avrebbe ospitato il monastero fondato da Flavia Giulia Felice, madre dell’imperatore Costantino, di cui Santa Patrizia sarebbe stata una discendente. Santa Patrizia  intraprese diversi pellegrinaggi con le sue monache ed a seguito di un naufragio approdò a Napoli nei pressi di Castel dell’Ovo, dove fondò una sua comunità di preghiera e di aiuto ai bisognosi. Patrizia morì giovane e fu sepolta nel monastero dei santi Nicandro e Marciano.

    Secondo le fonti la chiesa è stata fondata nell’ VIII secolo dalle monache di San Basilio, seguaci di Santa Patrizia. Le monache, dopo la morte della santa, e portando con loro le spoglie di San Gregorio Illuminatore, patriarca di Alessandria, decisero di fonare  la chiesa  che proprio per questo motivo venne dedicata al Santo. Le reliquie del Santo sono ancora oggi conservate all’interno della chiesa napoletana.

    Nella chiesa si decise di portare nell’ottocento anche il corpo di Santa Patrizia. Con il passare del tempo a Napoli il culto verso la santa divenne ancora più forte di quello riservato a San Gregorio. L’urna con il suo corpo è meta di pellegrinaggio, così come l’ampolla che conserva il suo sangue, sgorgato prodigiosamente dalla sua bocca, come se fosse un corpo vivo. Il sangue della santa prodigiosamente si liquefa più volte l’anno.

    La struttura della chiesa che ammiriamo oggi non è esattamente quella originale della sua fondazione. Grandi rifacimenti si sono fatti dal 1572, ad opera di Giovanni Vincenzo Della Monica e Giovan Battista Cavagna. Molti altri lavori nel secolo successivo vennero realizzati dall’architetto napoletano Dionisio Lazzari.

    La chiesa al suo interno è una vera e propria esplosione del barocco napoletano. Il soffitto ligneo a cassettoni è un vero capolavoro  dell’artista Teodoro D’Errico. Volgendo lo sguardo verso l’alto si potranno notare finestre chiuse con reti metalliche, tutte decorate in oro, da cui un tempo,  le monache di clausura assistevano alla messa. Ma quello che colpisce, in questa esplosione decorativa, è l’immensa opera di Luca Giordano “La gloria di San Gregorio” che decora la semi cupola. Non si può considerare completa la visita in questo scrigno barocco, senza aver ammirato il Chiostro delle monache. Avvolto dal verde e completamente stravolto per creare un luogo che rendesse meno dura la clausura, ha addirittura cinque belvedere, cosa che permetteva alle monache di non perdere completamente la visione sul mondo esterno. Al centro del chiostro si incontra un pozzo in marmo con una struttura in ferro in stile barocco, affiancato da due statue settecentesche realizzate dallo scultore salentino Matteo Bottiglieri, raffiguranti Cristo e la Samaritana

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  • Castel dell’Ovo Napoli

    Castel dell’Ovo è uno dei castelli più antichi della città di Napoli. In latino castrum ovi, sorge sull’isolotto di Megaride, dove secondo la leggenda approdò la sirena Parthenope. Infatti proprio la sirena Parthenope diede il primo nome all’antica città di Napoli; primo insediamento dei greci nella metà del VII secolo a.C.

    Il Castel dell’Ovo è uno dei monumenti che spiccano maggiormente nel celebre panorama del golfo di Napoli. Il luogo dove sorge il castello oggi è famoso e conosciuto come il Borgo Marinari. Luogo molto amato dai napoletani e non solo, soprattutto quando d’estate, la brezza marina fa attenuare il caldo e concede refrigerio, grazie alla presenza della baia dove si trovano locali e ristoranti tipici.

    Il borgo Marinari è collegato alla terraferma da un ponte che lo lega al lungomare di Napoli in via Parthenope.

    Ma bisogna fare un passo in dietro, prima della costruzione del Castel dell’Ovo, nel I secolo a.C. l’isolotto di Megaride venne legata alla terraferma grazie al patrizio Lucio Lucullo. Lucullo si rese conto delle e normi potenzialità del posto, acquistò un terreno molto vasto, proprio in quella striscia di terra circondato dal mare, e vi fece costruire la sua magnifica villa, nota come il Castrum Lucullanum.

    Ripercorrere e raccontare tutta la storia di Castel dell’Ovo, non è semplice, proprio perché di tratta di un continuo trasformarsi del castello, assieme al susseguirsi degli eventi storici.

    In principio dal V al X secolo, la villa di Lucullo, divenne un eremo per i monaci basiliani, che scappavano dalla Pannonia. I monaci adottarono la regola benedettina e idearono lo scriptorium, grazie soprattutto alle opere bibliotecarie lasciate in eredità da Lucullo.

    Nel X secolo, i monaci dovettero abbandonare il castello dopo l’arrivo dei saraceni. I Duchi di Napoli trasformarono quindi l’ormai ex eremo in una fortezza destinata alla difesa del regno di Napoli.

    Basti pensare che è stata fortezza dai Normanni, sino quasi all’unità d’Italia ,ove venne adibito ad avamposto militare.

    Miti popolari, aneddoti e leggende si intrecciano nel raccontare la storia del Castel dell’Ovo, dalla sua fondazione sino ai giorni nostri.

    Una di queste leggende riguarda il suo nome e il poeta Virgilio. La leggenda Medioevale, narra che il nome del castello derivi dal fatto che il poeta e mago Virgilio aveva nascosto nelle segrete dell’edificio un uovo magico, che aveva il potere di mantenere in piedi l’intera fortezza, nonché proteggere Parthenope.

    La rottura dell’uovo magico avrebbe provocato non solo il crollo del castello, ma anche sciagure e catastrofi per la città di Napoli.

    Durante il regno della regina Giovanna I nel XIV secolo, proprio il castello subì dei danni a causa del crollo di una parte di un arco sul quale è poggiato. Per evitare che tra la popolazione si scatenasse il panico, la regina dovette giurare di aver sostituito l’uovo.

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  • Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei

    Il Santuario della beata Vergine del Rosario di Pompei è uno dei santuari mariani più importanti e visitati d’Italia.

    Tra i papi che hanno visitato il santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, ci sono stati san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e papa Francesco.

    La storia del santuario è legata alla figura del beato Bartolo Longo, che è stato il suo fondatore, assieme alla contessa Marianna del Fusco, con la quale condivise anche una vita dedicata all’aiuto dei più bisognosi.

    Il santuario è stato costruito grazie alle offerte spontanee dei fedeli di ogni parte del mondo. Si iniziò nel 1876, ed il primo a seguire i lavori fu Antonio Cua, docente dell’Università di Napoli, e che diresse in maniera gratuita la costruzione della parte rustica della chiesa. Mentre Giovanni Rispoli, si dedicò sia alla decorazione sia alla lavorazione della monumentale facciata che venne inaugurata nel 1901. Il santuario divenne basilica pontificia maggiore grazie a papa Leone XIII nel 1901.

    La chiesa in principio aveva una sola navata. Con il passare del tempo e con l’aumento dei fedeli che si recavano in chiesa, divenne necessario l’ampliamento del santuario che venne eseguito tra il 1934 al 1938. Il santuario così divenne a tre navate. Oltre che meta di pellegrinaggi, il santuario attira anche molti turisti, che oltre a visitare gli adiacenti scavi archeologici dell’antica Pompei, si recano al santuario, per ammirare la quantità di ex voto, presenti nei corridoi, che il quadro della Madonna di Pompei. Immagine mariana a cui migliaia di pellegrini si rivolgono in preghiera e per avere aiuto.

    Si deve ringraziare Bartolo Longo per questa immagine e non solo. Bartolo Longo proprio perché voleva propagare la pratica del rosario, si recò a Napoli per acquistare un dipinto della Madonna del Rosario. Voleva acquistarne uno già visto in un negozio, ma le cose andarono diversamente. In via Toledo per puro caso, incontra infatti, Padre Radente, suo confessore, che gli consigliò di andare a suo nome al Conservatorio del Rosario di Portamedina, e di chiedere a suor Maria Concetta De Litala un vecchio dipinto del rosario che egli stesso le aveva affidato. Bartolo Longo si recò dalla suora, ma rimase sconvolto alla visione del quadro, molto rovinato e con la Madonna che in maniera insolita consegna il rosario a Santa Rosa anziché a santa Caterina da Siena come da tradizione. Bartolo Longo voleva rinunciare, ma la suora con insistenza lo convinse a portar via il quadro. Arrivò al Santuario di Pompei su un carretto che trasportava letame, avvolto in una coperta logora e consumata. Il dipinto rovinato subì vari restauri e ben presto l’immagine della Madonna si coprì di pietre preziose e offerte dei fedeli .

    Ogni anno oltre quattro milioni di persone si recano in visita al santuario in particolare l’8 maggio e la prima domenica di ottobre per assistere alla supplica alla Madonna di Pompei, preghiera e atto d’amore alla Vergine, scritta dal beato Bartolo Longo .

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  • La Basilica di Santa Chiara Napoli

    La Basilica di Santa Chiara o il monastero di Santa Chiara, è una dei più importanti complessi monastici della città di Napoli.

    La basilica di santa Chiara, si trova tra via Benedetto Croce, e Piazza del Gesù, proprio nel cuore del centro antico della città di Napoli.

    Una visita guidata a Napoli, non può per nulla escludere questo complesso monumentale ricco di storia. Si tratta di una delle più grandi basiliche gotico angioina della città. Al suo interno ha quattro chiostri, il più grande quello maiolicato, è il più famoso al mondo. Nel complesso è possibile visitare gli scavi archeologici, venuti alla luce dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Nell’are sono comprese anche altre sale nelle quali è ospitato il Museo dell’opera di santa Chiara.

    La basilica gotica più grande della città, fu voluta da re Roberto d’Angiò e sua moglie Sancia di Maiorca. Sancia era molto devota e desiderosa di diventare monaca di clausura, ma le venne vietato a rispondere a tale vocazione, per questo era desiderosa della nuova costruzione.

    La chiesa trecentesca venne costruita in forme gotiche provenzali, divenne molto presto tra le più importanti di Napoli. Al suo interno lavorarono alcuni dei più importanti artisti dell’epoca, come Tino di Camaino e Giotto. Giotto lavorò nel coro delle monache affrescando episodi dell’Apocalisse e Storie del Vecchio Testamento. I resti di questi affreschi sono ancora oggi possibile da ammirare.

    Ma il vero angolo di paradiso, all’interno della città di Napoli, è il chiostro maiolicato. Il chiostro ideato da Domenico Antonio Vaccaro, aveva lo scopo di soddisfare le richieste della committente, la badessa Suor Ippolita di Carmignano. L’architetto progettò su un impianto del trecento un restauro che iniziò nel 1739 e terminò nel 1742. Un luogo spirituale che conserva eleganza e cura del bello, in conformità con il gusto delle donne che l’avrebbero frequentato, ossia le future Clarisse di stirpe nobile.

    Il monastero di Santa Chiara, con il suo Chiostro, la sua storia e la sua arte, è uno dei luoghi più straordinari di Napoli.

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  • Palazzo Reale di Napoli

    Il Palazzo Reale di Napoli, affaccia su piazza del Plebiscito. In un unico edificio si uniscono storia, arte e cultura. La sua facciata racconta la storia del regno di Napoli. All’interno delle nicchie volute dal Vanvitelli, si trovano per volere di Umberto I, otto statue raffiguranti, i sovrani più rappresentativi delle dinastie che hanno regnato su Napoli: Ruggero d’Altavilla, Federico II di Svevia, Carlo I d’Angiò, Alfonso I d’Aragona, Carlo V, Carlo di Borbone, Gioacchino Murat, Vittorio Emanuele II.

    La costruzione di Palazzo Reale, si decise nel XVII secolo, quando il Vicerè spagnolo Fernando Ruiz de Castro conte di Lemos assieme a sua moglie, decisero la realizzazione e anche la costruzione di un palazzo sontuoso, in onore del re di spagna Filippo III. Un palazzo che lo potesse accogliere in una sua imminente visita nel regno di Napoli. L’architetto ideatore del progetto è Domenico Fontana. Domenico Fontana era uno degli architetti più amati da Papa Sisto V, Il Fontana delineò il progetto del Palazzo reale nell’opera “Dichiarazione del Nuovo Regio Palagio cominciato nella Piazza di San Luigi”. Piazza San Luigi era l’antico nome di Piazza del Plebiscito. Ma ironia della sorte il sovrano non venne mai in visita nel regno di Napoli.

    Carlo di Borbone nel 1734 conquistò Napoli, che ritornò ad essere capitale, di un regno autonomo. Il nuovo sovrano, in primis, decise di utilizzare il palazzo come residenza reale, e avviò in contemporanea dei lavori di restauro, riorganizzando gli spazi e gli ambienti ufficiali. Ampliamenti e abbellimenti che videro a lavoro Antonio Vaccaro, Ferdinando Sanfelice, Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga.

    Con l’arrivo a Napoli di Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte, lo fecero decorare con arredamenti neoclassici in parte arrivati da Tuileries. Il palazzo venne danneggiato da un incendio nel 1837, e fu fatto restaurare da Ferdinando II di Borbone, dall’architetto Gaetano Genovese, che realizzò anche la nuova facciata verso il mare. Il palazzo reale di Napoli fu abitato da tutti i regnanti di Napoli; gli austriaci, i Borbone e i Savoia.

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