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  • Imprese, costi in aumento e pochi vantaggi con un euro così debole

    La corsa dei prezzi dell’energia ha innescato una spirale inflazionistica enorme, spingendo l’economia UE sempre più verso la recessione. Un vero dramma per tutte quelle imprese che pensavano di essere faticosamente riuscite a lasciarsi alle spalle i disastri della pandemia, e invece si trovano immerse in uno scenario assai critico.

    Lo scenario attuale e le conseguenze per le imprese

    impreseLa conseguenza indiretta del processo inflazionistico è la caduta dell’euro. La valuta unica da diverse settimane ha imboccato la via della discesa rispetto al dollaro americano, e qualsiasi indicatore forex affidabile in questo momento pende a favore del biglietto verde americano. Colpa della divergenza di politiche monetaria tra FED e BCE.

    Se la banca centrale americana può spingere sull’acceleratore del rialzo dei tassi per contrastare l’inflazione, la BCE invece non può farlo perché andrebbe dritta tra le braccia scomode della recessione. Questa divergenza tra le due politiche monetarie ha creato uno squilibrio nel cambio Euro-Dollaro, che per la prima volta in un ventennio ha toccato la parità.

    Euro debole ed effetti sulle imprese

    L’euro debole diventa per le imprese italiane un boomerang. Da un lato genera un vantaggio, perché rende più concorrenziali i nostri prodotti negli Stati Uniti e nei Paesi legati al dollaro. Infatti possiamo vendere a prezzi inferiori e realizzare maggiori profitti.
    Sta già accadendo con i prodotti agroalimentari, le cui esportazioni sono balzate del 19%, segnando un record storico per le esportazioni agroalimentari Made in Italy nel 2022.

    Volano i costi di produzione

    Ma al tempo stesso, un euro così debole rischia di avere pesanti conseguenze sui costi di produzione delle nostre imprese. Significa infatti pagare di più le materie prime, i cui costi stanno già mettendo a dura prova interi settori industriali. E soprattutto vuol dire pagare di più l’energia, dal momento che si paga in dollari e le mani forti di questo mercato sono tutte straniere. Specie russe. Si parla in questi casi di inflazione importata“, che si traduce in bollette più salate.
    In teoria, le uniche imprese che possono trarre pieno vantaggio dalla situazione, sono quelle che importano materie prime dall’area domestica ed esportano verso l’area dollaro. Ma sono poche, davvero poche.

  • Debito pubblico UE alle stelle dopo il Covid. Ma cancellarlo affonderebbe l’Euro

    Per stimolare l’economia colpita duramente dal Covid, i governi dei paesi UE hanno dovuto aumentare la spesa e quindi il debito pubblico. Da solo però questo non è bastato a contrastare l’urto della pandemia, e si è quindi reso necessario l’intervento della BCE. Questo significa altro debito, ed anche se è spalmato su tutti i Paesi, sempre di debito si tratta.

    L’idea di cancellare il debito pubblico

    debito pubblicoMolti si sono chiesti allora se non avrebbe avuto senso, visto che siamo tutti sulla stessa barca, chiedere alla UE di procedere alla cancellazione del debito pubblico da parte delle banche centrali. Ma a ben guardare, ci sono fondati motivi per i quali nessun governo si è avventurato ad avanzare una richiesta del genere.

    Ipotesi sconveniente

    In primo luogo, perché non è interesse delle banche centrali stesse. Infatti all’atto pratico la cancellazione del debito… non cancella proprio nulla. Semmai trasforma una attività (ovvero il credito vantato verso lo Stato) in una passività (ossia in un credito ormai non più esistente).
    I titoli di Stato sarebbero sostituiti da perdite nel bilancio, e non c’è stop loss order che tenga. Teniamo conto che parliamo di montagne di denaro, visto che a ottobre 2020 la Bce e le singole banche centrali dell’area dell’euro, avevano in pancia circa 3.454 miliardi di euro, contro 109 miliardi di capitali e riserve.

    Le conseguenze

    La cancellazione del debito renderebbe necessario quindi il risanamento delle banche centrali dell’Eurosistema.
    Ciò potrebbe avvenire in due modi. Aumentando le risorse in entrata (e quindi le tasse), oppure spalancando la porta a un finanziamento illimitato della spesa pubblica realizzato stampando moneta. Ma chi stampa moneta inevitabilmente la deprezza. L’euro cioè crollerebbe, dando un colpo irreparabile (sfiducia totale) all’Eurozona. Ipotizzando uno scenario simile, domani indebitarci ci costerebbe 10 volte di più, perché chi verrebbe a mettere i capitali da noi? Solo uno al quale viene offerto un rendimento stratosferico (che per noi sarebbe un costo da interessi).

    L’esempio greco

    La storia recente peraltro ci fornisce un piccolo esempio. Il governo greco dichiarò l’insolvenza sul debito pubblico. In un sol colpo lo tagliò del 70%. Fu una liberazione? No, tutt’altro, fu l’inizio di un periodo nerissimo, con una recessione drammatica lunga quasi sette anni. Inoltre chi conosce il significato di volatilità, cos’è e i suoi effetti, sa benissimo quanti rischi comporta una mossa simile.
    Meglio allora tenerci il debito pubblico così com’è, e fare qualcosa di concreto (riforme?) per affrontarlo.

  • Brexit tutta da gestire per la Ue: c’è un buco di 60 miliardi da colmare

    Con l’attenzione dell’intero mondo rivolta alla questione coronavirus, i riflettori si sono in parte spenti su un altro avvenimento di portata storica, la Brexit. Ormai è imminente il primo incontro dei responsabili politici di tutti i membri dell’Unione Europea, dopo che è stata definitivamente imboccata la via del divorzio col Regno Unito. Nei prossimi mesi bisognerà raggiungere un accordo negoziale per gestire il dopo-divorzio.

    La Brexit e quel buco nel bilancio UE

    brexitL’addio del Regno Unito all’Europa avrà conseguenze importantissime, anzitutto in termini di bilancio. La presenza dei britannici garantiva infatti un sostanzioso contributo nel budget europeo, quantificabile in 60 miliardi di euro. Senza di loro, bisognerà capire come andrà colmato questo gap. Che inevitabilmente passa per un taglio delle spese o un aumento dei contributi di tutti gli stati. Già su questo punto le opinioni fanno emergere fortissimi contrasti tra i paesi membri, perché è chiaro che molti Stati non possono permettersi le spese che invece possono permettersi altri. Queste divergenze di vedute non sono certo un bel modo per cominciare a studiare un efficace piano di azione post-Brexit.

    Le sfide di Bruxelles

    A Bruxelles occorrerà fissare un piano di spesa della durata di 7 anni, che permetta di difendere la produzione europea (specie quella agricola) dalla concorrenza delle importazioni dai paesi in via di sviluppo, che permetta anche di aiutare gli stati più poveri ad accorciare il gap che c’è ancora rispetto a quelli più ricchi, ma anche fissare i paletti di tutti i progetti che legano l’Unione Europea. Senza dimenticare tutti quegli sforzi economici che serviranno per la svolta “green” dell’economia. Un lavoraccio insomma.

    Il coronavirus complica tutto

    Già così il compito di gestire la Brexit sarebbe durissimo, ma adesso c’è la questione coronavirus a rendere tutto più complicato. Le banche centrali avevano programmato un percorso dando per scontato che il contesto stava migliorando. Adesso i migliori indicatori attendibili sullo stato di salute dell’economia europea, evidenziano che quelle previsioni erano troppo ottimistiche. Nessuno del resto poteva immaginare che sarebbe scoppiata questa emergenza sanitaria.

    Adesso andrà effettuata una valutazione dei rischi totalmente differente, occorrerà rimettere mano all’analisi tecnica di ogni scenario, con un minore livello di fiducia nella ripresa economica della Zona euro. E che porterà con ogni probabilità ad un cambio di prospettiva sui tassi d’interesse, che a questo punto potrebbero essere nuovamente tagliati.

  • Telefonia mobile: Italia fra le più economiche d’Europa

    Nonostante gli ultimi rincari sui clienti con contratti già attivi, secondo l’analisi di Facile.it, in Italia nel corso dell’ultimo anno le tariffe di telefonia mobile sono diminuite del 20% e oggi un cliente che cambia operatore spende, in media, 12,50 euro al mese, potendo contare su un traffico dati di circa 45 GB; ma come se la cavano i nostri vicini europei? Per rispondere alla domanda, Facile.it ha analizzato le tariffe di telefonia mobile presenti in 12 Paesi europei, scoprendo che gli italiani sono tra i più fortunati.

    L’analisi è stata realizzata confrontando le tariffe di telefonia mobile di fascia media proposte nel mese di giugno 2019 da un panel di siti di comparazione operanti in Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Norvegia, Olanda, Polonia, Spagna e, chiaramente, Italia. L’analisi ha preso in considerazione un mix di piani tariffari rappresentativi per ciascun Paese, calcolando un valore medio sia in termini di costi, sia di traffico dati, focalizzandosi sulla fascia intermedia dell’offerta, escludendo quindi le proposte entry level, quelle indirizzate a target specifici come gli anziani o i giovani, quelle mirate a stimolare la migrazione da un operatore ad un altro e le offerte categorizzabili come top di gamma.

    Chi paga di meno

    Tra i Paesi presi in esame, guardando al solo prezzo dei piani tariffari di fascia intermedia, emerge che sono pochi gli Stati che fanno meglio dell’Italia. Il più economico risulta essere la Polonia; qui, nella fascia tariffaria analizzata, si spendono in media 6 euro al mese, vale a dire 72 euro l’anno, il 52% in meno rispetto a noi. All’interno di questa fascia di spesa, i piani tariffari polacchi prevedono normalmente chiamate e SMS illimitati.

    Tra gli Stati europei più economici dell’Italia si trova anche la Francia, dove, nella fascia analizzata, in media si spendono circa 9 euro al mese, per un totale di 107 euro l’anno. Anche i francesi, come i polacchi, in questa fascia di spesa possono contare su chiamate e SMS illimitati. Tutto ciò sommato, quindi, la bolletta italiana risulta più alta del 40% rispetto a quella francese.

    Anche in Germania i prezzi risultano inferiori a quelli dell’Italia; i tedeschi con un piano tariffario intermedio spendono, mediamente, 11,60 euro al mese, per un totale di 140 euro l’anno, vale a dire il 6,7% in meno rispetto al Bel Paese. Anche in questo caso chiamate e SMS sono generalmente illimitati.

    Chi paga di più

    Guardando alle nazioni dove i costi sono più alti rispetto all’Italia emerge che, tra gli Stati analizzati, la Norvegia è la più cara; ad Oslo occorrono, in media, circa 28 euro al mese (340 euro l’anno), vale a dire il 126% in più rispetto a quanto spendono gli italiani.

    Tariffe superiori alle nostre anche in Spagna e in Gran Bretagna, dove per un piano tariffario di fascia intermedia si spendono, rispettivamente, 17,40 euro al mese e poco meno di 15 euro al mese.

    Costi elevati rispetto all’Italia anche in Grecia, dove chi sceglie un piano tariffario di fascia intermedia deve mettere in conto una spesa di circa 15,80 euro al mese, vale a dire 190 euro l’anno; per questa fascia di prezzo, però, i greci devono accontentarsi di chiamate limitate (in media 400 minuti) e pochi SMS (in media 100 anche se, in alcuni casi, sono addirittura esclusi).

    Il traffico dati

    Se si punta l’attenzione sui GB dati di traffico incluso nella fascia tariffaria presa in analisi, lo scenario cambia sensibilmente. Da questo punto di vista l’unico Paese che batte l’Italia è la Francia dove, per l’importo medio di spesa calcolato (9 euro), i clienti ottengono in media 50 GB di traffico dati al mese. Sul podio, ma dopo l’Italia, si posiziona l’Irlanda dove è possibile contare, sempre in media, su circa 22 GB di dati ogni mese.

    Decisamente più limitato il traffico dati per gli utenti della Grecia, che devono accontentarsi di poco più di 3 GB ogni trenta giorni; va meglio, ma solo di poco, in Belgio (3,7 GB) e in Norvegia (4,2 GB).

    Il costo virtuale per GB dati

    Considerata l’elevata variabilità delle offerte analizzate, per uniformare il confronto, Facile.it ha calcolato il costo virtuale per GB di traffico dati incluso nei piani tariffari analizzati, valore ottenuto dividendo i GB medi per la tariffa mensile media. Anche in questo caso la graduatoria sorride all’Italia che, con un costo virtuale di 0,28 euro a GB, conquista il secondo posto. Fa meglio, ancora una volta, solo la Francia, dove il costo scende a 0,18 euro; al terzo posto si posiziona invece la Polonia, con un costo di 0,37 euro per GB.

    Sul lato opposto della classifica, invece, si conferma come maglia nera la Norvegia, dove il costo virtuale per il traffico dati è pari a 6,76 euro a GB; seguono la Grecia, con un costo medio di 4,87 euro a GB e il Belgio, con 4,67 euro a GB.

    Nella parte bassa della classifica si posiziona anche la Germania, con costo virtuale pari a 2,06 euro a GB; fanno meglio, ma solo di poco, Svezia e Olanda, dove il rapporto è pari a 2 euro a GB.

    A metà classifica si trovano Spagna, Danimarca e Gran Bretagna, paesi dove il costo virtuale del traffico dati incluso nella fascia tariffaria analizzata scende sotto la soglia dei 2 euro, con importi compresi fra 1,10 e 1,25 euro a GB.

  • GeoBlocking: un errore creare il Digital Single Market con l’imposizione

    Aicel, l’Associazione Italiana Commercio Elettronico, preoccupata per l’impatto che il nuovo regolamento potrà avere sui medi e piccoli webshops.

    Desenzano del Garda 23 novembre 2017 – La Commissione Europea ha approvato il nuovo regolamento sul Geoblocking, una mossa che costringerà le imprese di commercio elettronico ad accettare ordini e vendere ai consumatori di tutta Europa, indipendentemente dal paese in cui vivono.

    Nonostante nel testo approvato siano state inserite alcune clausole di salvaguardia, non è invece chiaro quale norma applicare in caso di controversie tra il professionista e il consumatore: AICEL teme che si applichino le norme del paese in cui risiede il consumatore.

    Andrea Spedale, Presidente AICEL, ha dichiarato: “Il regolamento approvato non considera le realtà del mercato europeo, ancora meno quelle del mercato italiano, un mercato fatto di medie, piccole e micro-imprese. Un piccolo eCommerce può davvero affrontare le sfide della vendita in tutta Europa? Cosa succederà se un consumatore polacco avrà una lamentela circa un acquisto effettuato in un webshop italiano? In quale lingua potrà farlo? I nostri legali concordano sul fatto che, a prescindere dalle garanzie, il regolamento approvato non impedirà l’applicazione delle norme di tutela sui consumatori del loro paese.”

    Secondo la UE, l’accordo raggiunto per eliminare le restrizioni e i blocchi online significherebbe più scelta per i consumatori, una spinta all’ecommerce e un grande passo verso il completamento del mercato unico digitale (DSM).

    AICEL ritiene che l’introduzione del regolamento sia prematura. Il presidente infatti ha evidenziato come “in Europa non esistano norme armonizzate per i consumatori, non ci sia un panorama dei pagamenti armonizzato e come sia ancora troppo complesso, per i piccoli venditori, trattare con servizi di consegna paneuropei. I politici dovrebbero occuparsi di questi aspetti ed eliminare le differenze, non dovrebbero rinunciare al loro ruolo delegando il tutto ad altri attraverso un regolamento. La costituzione del Digital Single Market non può essere imposta ex lege costringendo i venditori a metterlo in atto a proprie spese.”

     

    AICEL è l’unica Associazione di categoria in Italia e con i suoi 1200associati è fra le più numerose a livello Europeo. Riprendendo e attualizzando il meccanismo dell’agorà, AICEL è riuscita a far incontrare i merchant pronti a attivarsi per far crescere il mercato. Focalizzandosi sulle problematiche comuni e sulle opportunità di un contesto in forte espansione i vari operatori hanno trovato punti di accordo e interessanti spunti per cooperazioni e progetti comuni.
    Per ulteriori informazioni su Aicel, è possibile visitare il sito all’indirizzo
    https://www.aicel.org/

    Ufficio Stampa AICEL
    [email protected]

  • Testimony – Truth or Politics: The Concept of Testimony in the Commemoration of the Yugoslav Wars

    Sono passati 25 anni dall’inizio delle guerre jugoslave.
    Questa esposizione trova il suo punto di partenza nelle testimonianze di chi ha preso parte alla guerra e di chi ha manifestato contro la guerra: soldati e attivisti, intervistati dai loro pari – compagni di battaglia, parenti, vicini, artisti e attivisti. Le testimonianze mostrano il funzionamento del sistema e la continuità e discontinuità nel tempo: è proprio questa testimonianza che rivela il funzionamento del sistema in tutti i suoi aspetti – politico, economico, sociale e culturale – piuttosto che la testimonianza personale della propria sofferenza, che Primo Levi definisce come politica. Le testimonianze rendono più complessa – a volte, mettono in discussione – la narrazione storica egemonica o la “verità ufficiale”, ad esempio portando alla luce motivazioni e benefici socio-economici della guerra. Riflettono inoltre un’esperienza comune di queste guerre e delle loro conseguenze. Poiché essere testimoni è un atto partecipativo, testimoniare è un atto che parla ad una molteplicità di destinatari: le persone coinvolte nella situazione su cui si testimonia, la situazione stessa del testimoniare e la costituzione di una pluralità di voci attraverso l’atto di rivolgersi a se stessi. La simultaneità di tempo e spazio crea un assemblaggio fluido di relazioni sociali fra singolare e plurale, tra intimo e politico, attivo ben oltre il momento della testimonianza e che si rinnova ogni volta che viene ascoltata. La varietà di relazioni sociali alla base della testimonianza rende complessa la sua relazione con la realtà, tanto quella esperita quanto quella in cui la testimonianza viene ascoltata. Questo la rende instabile per chi la ascolta chiedendo La Verità, ovvero un significato onnicomprensivo che costituirebbe la persona che testimonia come Soggetto e le situazioni testimonianti e testimoniate come Eventi.

    Un bando internazionale ha selezionato 13 artisti e formazioni artistiche. I loro approcci al processo di produzione artistica vanno dalla ricerca d’archivio all’antropologia audio-visiva partecipativa, passando per il ripensamento statistico e tecnologico. I lavori audio esposti spaziano tra vari formati, dalla composizione e performance musicale alle installazioni audio. Inoltre, l’esposizione presenterà un portale fra archivio di testimonianze e social network, che permetterà ai visitatori di ascoltare e cercare fra le interviste (in serbo-croato-bosniaco, italiano e inglese) e inserire le proprie narrazioni. L’esposizione aprirà quindi un canale attraverso il quale queste testimonianze potranno essere ascoltate e contestualizzate.
    L’esposizione è curata da Noa Treister, Dr Zoran Erić e Giorgia Lucchi Boccanera.

    Artisti: Ana Bunjak, Andrea Palasti + Sanja Anđelković, Jelena Marković, Kristina Marić, Lala Raščić, Mersid Ramičević, Nikola Radić Lucati, Iula Marzulli + Marianna Fumai, Ryo Ikeshiro + Aron Rossman-Kiss, Daniel Djamo, Dorone Paris, Filip Jovanovski, Vlada Miladinovic

     

  • Brexit, la May stretta all’angolo. E intanto la sterlina va giù

    La Brexit potrebbe costare carissima alla premier britannica Theresa May. Soltanto pochi giorni fa aveva annunciato la data precisa dell’uscita dalla UE. In realtà ad uscire prima di tutti potrebbe essere proprio lei, visto che la sua posizione è sempre più a rischio.
    Due ministri hanno rassegnato le dimissioni nel giro di poche ore per via di alcuni scandali. Ma oltre a queste faccende, sembra che si sia formata una coalizione trasversale dei deputati filo-europeisti alleati al Parlamento che vuole toglierla di mezzo. Come? Presentando una serie di emendamenti a raffica sul progetto Brexit così da ostacolarne l’approvazione.

    La situazione è sempre più complessa e aumenta le incertezze legate al divorzio dalla UE. Il ministro degli Esteri Boris Johnson, leader del fronte pro-Brexit e quello dell’ambiente Michael Gove, ex avversario del Primo ministro nella leadership dei conservatori, la pressano perché dia luogo alla rottura immediata con l’Ue. Brexit a tutti i costi quindi, anche senza accordo. Dall’altra parte ci sono 40 rappresentanti del suo partito della May, che sarebbero pronti a sfiduciarla per via dello stallo nei negoziati. Proprio questo blocco nel dialogo tra Bruxelles e Londra ha spinto Michel Barnier, capo-negoziatore Ue, a non escludere un collasso delle trattative.

    Gli effetti finanziari della Brexit

    brexitLa vittima maggiore di tutto ciò continua ad essere la sterlina, che non appena fa un passo avanti si ritrova a farne due indietro. La valuta britannica scende di nuovo contro il dollaro, con l’indicatore Chaikin Money Flow che evidenzia un trend al ribasso per il pound. E ne fanno le spese anche gli investimenti, dal momento che sono tutti bloccati nell’attesa di sviluppi il più definitivi possibile.

    Anche nei confronti dell’euro lo scenario è simile. Dopo una lieve ripresa tra agosto e settembre, l’euro sta tornando a premere verso il rialzo. Basta vedere una strategia Awesome oscillator come funziona in questo caso per evidenziare che nel medio periodo c’è un allentamento della fase ribassista, forse propedeutico ad un innalzamento verso la prima area di resistenza vista a 0,89. Se non altro siamo lontanissimi dal rischio parità che aveva allarmato in molti a inizio 2017. Ma è chiaro che certi discorsi rimarranno apertissimi finché non si capirà la reale direzioni che sta prendendo la Gran Bretagna, che al momento è molto distante dall’Europa.