Tag: spaccanapoli

  • Casa del Bracciale D’oro Pompei

    La Casa del bracciale d’oro di Pompei è anche conosciuta e chiamata Casa di Marco Fabio Rufo. Il nome della domus si deve al ritrovamento di un bracciale in oro dall’incredibile peso di 160 grammi.

    Il bracciale è uno squisito lavoro di oreficeria composto da un laccio d’oro che termina con due teste di serpente. Gli occhi dei serpenti sono rappresentati con l’intarsio di pietre preziose. Nella bocca i serpenti reggono una medaglia con la rappresentazione di Selene. La proprietaria del bracciale, molto probabilmente doveva essere una seguace del culto di Selene, culto più orientale che italico. Questo culto col passare degli anni verrà assimilato al culto della Dea Diana.

    Il prezioso bracciale, è stato ritrovato in un sottoscala della domus dove si erano rifugiati due adulti con un bambino, il giorno dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Con molta probabilità uno dei due adulti aveva tentato di salvare il prezioso bracciale. Un altro fuggiasco portava invece con sé una cassettina in legno e bronzo con 40 monete d’oro e 175 in argento.

    Il grandioso complesso della Casa del bracciale d’oro, negli scavi archeologici di Pompei, si sviluppa su almeno quattro livelli abitativi, con terrazze panoramiche che si aprivano in maniera scenografica verso il mare.

    La casa venne esplorata grazie agli scavi archeologici promossi da Carlo III di Borbone tra il 1758 e il 1763. Il piano terra, che ha l’ingresso dal Vico del Farmacista, presenta l’impianto della domus con l’atrio tuscanico, ove è fiancheggiato da cubicoli, mentre sul lato nord, incontriamo un triclinio dai pavimenti asportati ed un aula che subì almeno tre trasformazioni.

    Le terrazze vennero costruite al di sopra delle mura di cinta, ma in età preromana le case erano invece disposte ai lati di una delle porte della città, come porta Occidentalis, che era considerata il punto di arrivo di via di Nola e Via delle Terme.

    Molte sono le decorazioni pittoriche ritrovate nella domus, anche se in parte molte sono state staccate, per motivi di conservazione. Ritroviamo nella domus sia una lussuosa decorazione sia pavimentale, con mosaici marmi colorati, e sia per una delicata decorazione parietale, soprattutto con affreschi che rappresentano temi mitologici, decorazioni parietali che riprendono vedute di giardini e riproduzioni di originali greci del IV secolo.

    Al momento dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. la casa del bracciale d’oro, come tutte le case dell’antica città di Pompei, erano abitate. La testimonianza ci viene data dalla realizzazione dai calchi in gesso ideata dall’archeologo Giuseppe Fiorelli, delle numerose vittime della città di Pompei.

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  • Macellum di Pompei

    Il Macellum di Pompei è un edificio pubblico di epoca romana, sepolto dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

    La città di Pompei venne ricoperta dall’eruzione del Vesuvio come le città di Ercolano, Oplontis e Stabia. Il Macellum è stato ritrovato grazie agli scavi archeologici dell’antica città di Pompei, avvenuti nel 1748. L’edificio era utilizzato come mercato dell’antica città di Pompei, specializzato soprattutto per la vendita di carne e pesce.

    Il Macellum fu edificato intorno alla fine del III secolo a.C., in seguito alla risistemazione del Foro, cuore della città. Ricostruito tra il 130 ed il 120 a.C., la nuova costruzione non era particolarmente diversa dalla vecchia struttura, se non per la costruzione di un piccolo tempio al centro dell’edificio, e per l’arretramento della facciata principale. Il terremoto di Pompei del 62 d.C., portò notevoli danni al Macellum, che venne infatti nuovamente restaurato. il colonnato in tufo venne completamente eliminato, vennero ricostruite alcune tabernae, vennero rifatte alcune decorazioni pittoriche, in quarto stile che raffigurano scene mitologiche, e costruito un nuovo muro perimetrale nella parte sud, che si rese necessario per la costruzione del Santuario dei Lari Pubblici. L’edifico è posto tra il Foro, la via degli Augustali e come detto prima, il Santuario dei Lari Pubblici. La scelta è stata quella di una posizione centrale, ma che allo stesso tempo nascosta. Decisione presa proprio per non intralciare alle attività della piazza.

    Il Macellum, come tutta la città antica di Pompei, venne sepolto sotto una colte di cenere e lapilli il 79 d.C. quando si verificò questo tragico evento vesuviano. Con molta probabilità i lavori di restauro non erano ancora terminati. Riportato alla luce a seguito delle indagini archeologiche eseguite per volere della dinastia borbonica dal 1748. Precisamente tra il 1818 e il 1822, vennero ritrovate delle lastre di marmo.

    In origine il ritrovamento di queste lastre di marmo, fece ipotizzare che la costruzione fosse di un pantheon, dedicato a più divinità. Ma l’ approfondendo delle indagini, rivelarono la presenza di resti di cereali, frutta, pesce , facendo giungere gli archeologi alla conclusione che si trattava di un mercato.

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  • Piazza San Domenico Maggiore Napoli

    Piazza san Domenico Maggiore è una delle piazze più importanti della città di Napoli. Piazza San Domenico Maggiore è situata lungo il decumano inferiore della città, ed è a poca distanza da Piazza del Gesù Nuovo.

    La piazza quindi si trova proprio nel cuore del centro antico partenopeo, crocevia di due importanti strade di Napoli, Via Spaccanapoli strada conosciuta nel mondo, e Via Mezzocannone, deputata ormai a zona universitaria.

    La piazza deve il suo nome alla chiesa monumentale dedicata ai frati domenicani. Della chiesa dalla piazza si può già ammirare la zona absidale chiusa in alto da una cornice merlata. La chiesa di San Domenico Maggiore, che risale come costruzione al periodo angioino, è molto famosa sia per la sua architettura di pregio e per le sue sovrapposizioni stilistiche, ma anche, e soprattutto, per essere stata la sede degli studi di figure storiche di rilievo come Giordano Bruno e San Tommaso d’Aquino.

    Al centro della piazza si innalza una delle guglie di Napoli, costruita nel seicento da Francesco Antonio Picchiatti e dedicata a san Domenico. La guglia fu voluta dai napoletani, come ringraziamento al santo per essere scampati da un’epidemia di peste.

    La piazza è da sempre uno dei luoghi più significativi della città, perché storicamente, rappresenta il limite orientale delle mura greche di Neapolis. La risistemazione urbanistica della piazza fu voluta fortemente da re Alfonso I d’Aragona. Proprio a lui infatti si deve la grande scalinata a fianco della chiesa di San Domenico. Ferdinando IV che amava molto questa piazza addirittura ne vietò gli esercizi commerciali e ludici.

    La zona nel corso dei secoli, ha avuto molteplici usi e ruoli. Da quelli politici a quelli commerciali, ma ha anche avuto un certo alone misterico, data la vicinanza alla famose Cappella Sansevero. Tutt’attorno troviamo palazzi nobiliari, che creano una vera e propria cornice che racchiude la zona. Palazzi come Palazzo Corigliano , Palazzo Petrucci e Palazzo di Sangro Casacalenda. Proprio al primo piano di quest’ultimo palazzo ha sede la plurisecolare pasticceria napoletana Scaturchio, famosa oltre che per le sfogliatelle anche per il dolce chiamato Ministeriale.

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  • La Villa comunale di Napoli

    La Villa comunale di Napoli è uno dei giardini storici cittadini. È un vasto giardino piantato a lecci, pini, palme, eucalipti. La Villa comunale si estende per oltre 1 Km tra piazza Vittoria e piazza della Repubblica, giardino che è fiancheggiato dalla Riviera di Chiaia e da Via Caracciolo.

    La prima idea e fondazione della Villa Comunale di Napoli, è del  1697, quando il vicerè duca di Medinacoeli fece piantare lungo la Riviera di Chiaia un doppio filare di alberi, che venne abbellito da tredici fontane.

    Questa costruzione vicereale volle dare alla città di Napoli, una prima idea di passeggiata che dalla porta di Chiaia arrivava fino alla Crypta Neapolitana.

    Ma la vera trasformazione di questa passeggiata, e della spiaggia lungo la riviera, avvenne per volere di Ferdinando IV di Borbone. Il sovrano tra il 1778 e il 1780 diede l’incarico a Carlo Vanvitelli, figlio del celebre Luigi Vanvitelli, di trasformare in parte la passeggiata, in un vero e proprio giardino urbano, molto in voga in quegli anni.

    Carlo Vanvitelli prese esempio sia dai giardini francesi, sia dal Salon del paseo del Prado di Madrid creato dal re Carlo III in Spagna. Il Vanvitelli sviluppò diversi progetti e ricorse all’aiuto e ai consigli del botanico Felice Abbate, giardiniere reale. Lunghi viali paralleli abbelliti da statue e fontane, con un estensione senza una conclusione prospettica. Il disegno architettonico dava molta importanza e risalto alla vista del golfo di Napoli. All’ingresso principale, sul lato dell’attuale Piazza Vittoria, erano stati posizionati due casini simmetrici, che ospitavano caffè e botteghe di classe. Il giardino venne inaugurato l’11 luglio del 1781, sorvegliato da guardie, e con accesso consentito esclusivamente alle persone ben vestite.

    Per volere di Giuseppe Bonaparte  nei primi anni del XIX secolo la villa fu ingrandita e ridisegnata dagli architetti Stefano Gasse e Paolo Ambrosino. Incaricato per la scelta delle essenze arboree fu il tedesco Friedrich Dehnhardt, direttore dell’orto botanico. Nello stesso periodo si discuteva anche del rinnovamento della strada che affiancava il giardino, e si riaprì il dibattito sulla Villa e la creazione di una nuova strada. Le discussioni portarono alla creazione di Via Caracciolo, iniziata nel 1872 e terminata nel 1883, secondo il progetto di Alvino. Ma il giardino, con il prolungamento della strada, perse uno degli elementi che lo contraddistingueva, ossia il rapporto esclusivo con il mare.

    Nel 1872 si iniziò la costruzione della Stazione Zoologica Anton Dohrn, l’acquario di Napoli più famoso ed antico d’Europa. Il naturalista seguace di Darwin, volle creare un centro che ancora oggi è luogo di eccellenza che cura e analizza gli animali che provengono tutti dal golfo di Napoli. Anni dopo iniziarono anche i lavori per la realizzazione della cassa Armonica.

    Nel 1900 la parte occidentale della villa venne utilizzata per l’allestimento di padiglioni provvisori per l’esposizione Nazionale dell’Igiene, caratterizzati da uno stile eclettico con molti richiami allo stile liberty.

    Nel 1924, fu eseguita in prima assoluta la Turandot per banda di Giacomo Puccini.

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  • La chiesa di Sant’Eligio Maggiore Napoli

    La chiesa di Sant’Eligio Maggiore è una delle chiese di epoca angioina più antiche della città di Napoli. Situata a ridosso della piazza dove si svolgeva l’antico mercato della città, Piazza Mercato, ancora oggi è considerata uno scrigno dove è custodita la storia della città di Napoli.

    La costruzione della chiesa di Sant’Eligio risale al 1270. La zona che oggi conosciamo come detto sopra, come Piazza Mercato, un tempo era chiamata Campo Moricino. Luogo avvolto anche da tristezza dato che li, a pochi passi, e anni prima, era stato decapitato il giovane Corradino di Svevia, per opera di tre cavalieri francesi al seguito di Carlo I d’Angiò. Carlo d’Angiò divenuto sovrano di Napoli, fece costruire questa chiesa che inizialmente venne dedicata ai santi Eligio, Dionigi e Martino. Alla chiesa venne affiancato un ospedale e l’intero complesso godette della protezione e dei privilegi reali, prima con Giovanna I d’Angiò e dopo sia con Giovanna II d’Angiò ed Alfonso d’Aragona.

    Nel XVI secolo il vicerè Don Pedro de Toledo, decise di fondare un educandato femminile, chiamato conservatorio per le vergini, dove le ragazze erano istruite al servizio infermieristico nel vicino ospedale. Sul finire del XVI alle attività benefiche dell’educandato e dell’ospedale si aggiunse l’attività di banco pubblico.

    Proprio a questo periodo si fanno risalire i primi interventi di restauro con il rifacimento del soffitto ad opera di Nicolò di Tommaso e il posizionamento dell’organo realizzato da Giovanni Francesco Donadio e da Giovanni Mattia. Nel 1863 l’architetto Orazio Angelini trasformò il soffitto quattrocentesco.

    Il complesso monumentale venne colpito e danneggiato gravemente dal violento bombardamento del 4 novembre del 1943, il restauro fatto alcuni decenni dopo, riportò la chiesa all’originaria linea gotica.

    Molto particolare è l’ingresso della chiesa, attraverso un imponente portale strombato di fattura gotica francese. Si trova nel lato destro della chiesa, essendosi persa la funzione di portale principale a seguito delle stratificazioni strutturali.

    L’arco quattrocentesco  di Sant’Eligio è avvolto da mistero e leggenda. Si innalza su due piani a collegare il campanile della chiesa con un edificio vicino. Sul primo piano è inserito un orologio, sotto si trovano due testine che raffigurerebbero una fanciulla di nome Irene Malarbi e il duca Antonello Caracciolo.

    Pare che il Caracciolo nobiluomo perfido e senza scrupoli, innamorandosi follemente della fanciulla che lo respingeva, fece condannare ingiustamente il padre della fanciulla. Solo in un modo il Caracciolo avrebbe salvato l’uomo, con la resa ai propositi del duca della bella Irene.

    La ragazza con il cuore distrutto accettò, e il padre venne liberato. Ma la famiglia di lei chiese giustizia a Isabella di Trastàmara, figlia del sovrano Ferdinando II d’Aragona, ottenendo come condanna lo sposalizio riparatore della giovane da parte del Caracciolo e la sua successiva morte per decapitazione.

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  • Piazza Dante Napoli

    Piazza Dante è una delle piazze più importanti della città di Napoli. Situata proprio nel cuore del centro antico di Napoli, costituisce l’inizio di via Toledo, e tramite il passaggio di Port’Alba, dalla piazza si confluisce nel Decumano Maggiore della città, conosciuto da tutti come Via dei Tribunali.

    Piazza Dante in origine era conosciuta come Largo del Mercatello, perché fino al 1588, si teneva proprio qui uno dei mercati della città. Si differenziava con il diminutivo di mercatello, proprio perché più piccolo, rispetto al più grande e antico mercato, che si teneva in Piazza Mercato.

    Fino all’ottocento in questa piazza sorgevano le fosse del grano, mentre nel lato sud della piazza, dove oggi si trova il cinema Modernissimo, si trovavano le cisterne dell’olio. Questi due magazzini, per secoli erano i principali luoghi di conservazione delle derrate alimentari della città.

    Importantissima fu nel 1625, l’apertura ufficiale di Port’Alba. Si parla di apertura ufficiale perché in realtà in origine il varco per passare dall’altro lato della città, era un buco che i napoletani avevano creato nelle mura difensive della città. Era un pertugio o in napoletano un pertuso, creato ed utilizzato, per facilitare le comunicazioni tra i borghi, in modo particolare con quello dell’Avvocata, che si stava rapidamente ingrandendo.

    Piazza Dante assunse l’attuale struttura ad emiciclo, nella seconda metà del settecento, grazie all’architetto Luigi Vanvitelli. Il Foro Carolino, così chiamato e a lui commissionato, doveva essere un monumento celebrativo dedicato al sovrano Carlo III di Borbone. I lavori che durarono dal 1757 al 1765, vide alla luce il grande emiciclo, che ancora oggi ammiriamo, tra le mura aragonesi e con l’inserimento di Port’Alba.

    L’emiciclo ancora oggi, con le sue caratteristiche ali ricurve, ha in alto 26 statue che rappresentano le virtù di Carlo III di Borbone. Curiosità, tre di queste statue sono di Giuseppe Sanmartino, conosciuto al mondo come l’autore del Cristo Velato, custodito nella Cappella del Principe di Sansevero. Al centro dell’emiciclo la nicchia centrale avrebbe dovuto ospitare una statua equestre del sovrano, che non venne mai realizzata.

    Dal 1843, la nicchia invece, divenne l’ingresso al convitto dei padri gesuiti che divenne nel 1861 Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II. Al centro della piazza si erge una grande statue di dante Alighieri, opera dello scultore Tito Angelini e Tommaso solari junior, inaugurata nel 1871, data in cui la piazza venne dedicata al sommo poeta.

    Piazza Dante a Napoli ancora oggi è sconsiderata la piazza cuore della città. Da qui ci si può spostare in ogni direzione per arrivare in qualsiasi punto della città di Napoli, grazia anche alla Linea 1 della metropolitana, inaugurata nel 2002.

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  • La Chiesa di Santa Caterina a Formiello Napoli

    La Chiesa di Santa Caterina a Formiello, è una delle chiese monumentali della città di Napoli. Sita accanto a Porta Capuana, vicinissima anche a Castel Capuano, è una delle chiese che non può mancare, se si decide di effettuare una visita guidata a Napoli.

    Chiamata a formiello, dal latino ad formis, ossia presso i canali o condotti, la chiesa sorgeva nei pressi di un formale reale, un pozzo dell’acquedotto della Bolla sul sagrato ove sorge un edicola votiva dedicata a San Gennaro, opera di Antonio Vaccaro. L’acquedotto venne totalmente sostituito alla fine dell’ottocento , dall’acquedotto del Serino.

    Tutto il complesso religioso si espandeva nella zona orientale della città, nella nuova cinta muraria che venne ricostruita dai regnanti Aragonesi, che allargava lo spazio urbano antico.

    Una chiesa dalla forma rinascimentale, con forme architettoniche che hanno destato stupore negli amanti dell’arte. Il complesso venne costruito su una precedente e piccola chiesa dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, che venne edificata nel quattrocento assieme al convento, affidato inizialmente ai frati celestini. Santa Caterina a Formiello, custodisce sin dalla sua fondazione le reliquie appartenenti ai celebri Martiri d’Otranto uccisi dai turchi il 14 agosto del 1480, per non aver mai rinnegato la loro fede.

    I corpi dei martiri furono traslati da Alfonso II di Napoli prima nella chiesa della Maddalena e poi, al ritorno delle monache al loro convento, nell’antica chiesa di Santa Caterina.

    Federico d’Aragona, diede nuovo inizio alla storia sia della città di Napoli, che della piccola chiesetta. Il sovrano concesse nel 1499 ai padri domenicani della Congregazione riformata di Lombardia, che ricostruirono l’attuale chiesa e lo tennero senza interruzione fino al 1806, anno in cui Gioacchino Murat, decise la soppressione del monastero. Con il ritorno del nuovo re di Napoli Ferdinando I delle Due Sicilie nel 1815, gran parte del monastero fu riconvertito e riadattato a nuovi usi, tra cui quello di Lanificio militare. Difatti ancora oggi l’ingresso del monastero conserva in alto ancora l’insegna ottocentesca del Lanificio.

    La chiesa subì gravi danni con il terremoto dell’Irpinia del 1980, a cui seguirono importanti restauri.

    Oggi la chiesa ci appare con uno stampo cinquecentesco, grazie al progetto attribuito ad Antonio della Cava ed eseguito dall’architetto settignanese Romolo Balsimelli. Il primo elemento ad essere terminato nel 1514 fu il chiostro grande del monastero con archi e pilastri di forme mormandee. In seguito venne costruito anche il chiostro piccolo che conserva ancora oggi parti di affreschi del cinquecento.

    L’interno della chiesa è a croce latina ad unica navata, con cinque cappelle per lato. Al centro della chiesa si apre sul pavimento una accesso alla cripta delle consorelle del santissimo rosario. L’apertura è in corrispondenza di una lapide che si trova proprio al centro della navata. Sulla lapide sono raffigurate quattro donne in preghiera con il rosario tra le mani.

    La chiesa di santa Caterina a Formiello, è considerata ancora oggi una tra le chiese più antiche e più ricca di storia della città di Napoli.

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  • Chiesa di San Gregorio Armeno Napoli

    La chiesa di San Gregorio Armeno , conosciuta popolarmente anche come la Chiesa di Santa Patrizia, è una delle chiese più famose del centro antico di Napoli.

    La chiesa di San Gregorio Armeno è una chiesa monumentale sita tra il decumano maggiore, meglio conosciuto come Spaccanapoli, e il decumano inferiore, conosciuto come Via Tribunali. Più precisamente si trova nell’omonima strada via San Gregorio Armeno, conosciuta nel mondo, grazie all’antica arte artigianale dedicata alla produzione presepiale e di statuine del presepe.

    La chiesa, assieme al complesso monastico  costituisce uno degli edifici religiosi più antichi, grandi e importanti del centro antico di Napoli. Un vero e proprio gioiello del barocco napoletano, la chiesa nasce sopra le rovine del tempio dedicato alla dea Cerere, divinità antichissima legata alla vegetazione e al raccolto. Le sacerdotesse della dea erano le più desiderate dell’epoca romana. Secondo una leggende il luogo avrebbe ospitato il monastero fondato da Flavia Giulia Felice, madre dell’imperatore Costantino, di cui Santa Patrizia sarebbe stata una discendente. Santa Patrizia  intraprese diversi pellegrinaggi con le sue monache ed a seguito di un naufragio approdò a Napoli nei pressi di Castel dell’Ovo, dove fondò una sua comunità di preghiera e di aiuto ai bisognosi. Patrizia morì giovane e fu sepolta nel monastero dei santi Nicandro e Marciano.

    Secondo le fonti la chiesa è stata fondata nell’ VIII secolo dalle monache di San Basilio, seguaci di Santa Patrizia. Le monache, dopo la morte della santa, e portando con loro le spoglie di San Gregorio Illuminatore, patriarca di Alessandria, decisero di fonare  la chiesa  che proprio per questo motivo venne dedicata al Santo. Le reliquie del Santo sono ancora oggi conservate all’interno della chiesa napoletana.

    Nella chiesa si decise di portare nell’ottocento anche il corpo di Santa Patrizia. Con il passare del tempo a Napoli il culto verso la santa divenne ancora più forte di quello riservato a San Gregorio. L’urna con il suo corpo è meta di pellegrinaggio, così come l’ampolla che conserva il suo sangue, sgorgato prodigiosamente dalla sua bocca, come se fosse un corpo vivo. Il sangue della santa prodigiosamente si liquefa più volte l’anno.

    La struttura della chiesa che ammiriamo oggi non è esattamente quella originale della sua fondazione. Grandi rifacimenti si sono fatti dal 1572, ad opera di Giovanni Vincenzo Della Monica e Giovan Battista Cavagna. Molti altri lavori nel secolo successivo vennero realizzati dall’architetto napoletano Dionisio Lazzari.

    La chiesa al suo interno è una vera e propria esplosione del barocco napoletano. Il soffitto ligneo a cassettoni è un vero capolavoro  dell’artista Teodoro D’Errico. Volgendo lo sguardo verso l’alto si potranno notare finestre chiuse con reti metalliche, tutte decorate in oro, da cui un tempo,  le monache di clausura assistevano alla messa. Ma quello che colpisce, in questa esplosione decorativa, è l’immensa opera di Luca Giordano “La gloria di San Gregorio” che decora la semi cupola. Non si può considerare completa la visita in questo scrigno barocco, senza aver ammirato il Chiostro delle monache. Avvolto dal verde e completamente stravolto per creare un luogo che rendesse meno dura la clausura, ha addirittura cinque belvedere, cosa che permetteva alle monache di non perdere completamente la visione sul mondo esterno. Al centro del chiostro si incontra un pozzo in marmo con una struttura in ferro in stile barocco, affiancato da due statue settecentesche realizzate dallo scultore salentino Matteo Bottiglieri, raffiguranti Cristo e la Samaritana

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  • La Basilica di Santa Chiara Napoli

    La Basilica di Santa Chiara o il monastero di Santa Chiara, è una dei più importanti complessi monastici della città di Napoli.

    La basilica di santa Chiara, si trova tra via Benedetto Croce, e Piazza del Gesù, proprio nel cuore del centro antico della città di Napoli.

    Una visita guidata a Napoli, non può per nulla escludere questo complesso monumentale ricco di storia. Si tratta di una delle più grandi basiliche gotico angioina della città. Al suo interno ha quattro chiostri, il più grande quello maiolicato, è il più famoso al mondo. Nel complesso è possibile visitare gli scavi archeologici, venuti alla luce dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Nell’are sono comprese anche altre sale nelle quali è ospitato il Museo dell’opera di santa Chiara.

    La basilica gotica più grande della città, fu voluta da re Roberto d’Angiò e sua moglie Sancia di Maiorca. Sancia era molto devota e desiderosa di diventare monaca di clausura, ma le venne vietato a rispondere a tale vocazione, per questo era desiderosa della nuova costruzione.

    La chiesa trecentesca venne costruita in forme gotiche provenzali, divenne molto presto tra le più importanti di Napoli. Al suo interno lavorarono alcuni dei più importanti artisti dell’epoca, come Tino di Camaino e Giotto. Giotto lavorò nel coro delle monache affrescando episodi dell’Apocalisse e Storie del Vecchio Testamento. I resti di questi affreschi sono ancora oggi possibile da ammirare.

    Ma il vero angolo di paradiso, all’interno della città di Napoli, è il chiostro maiolicato. Il chiostro ideato da Domenico Antonio Vaccaro, aveva lo scopo di soddisfare le richieste della committente, la badessa Suor Ippolita di Carmignano. L’architetto progettò su un impianto del trecento un restauro che iniziò nel 1739 e terminò nel 1742. Un luogo spirituale che conserva eleganza e cura del bello, in conformità con il gusto delle donne che l’avrebbero frequentato, ossia le future Clarisse di stirpe nobile.

    Il monastero di Santa Chiara, con il suo Chiostro, la sua storia e la sua arte, è uno dei luoghi più straordinari di Napoli.

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