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  • Aggredito da boss e punito da Polizia, De Pierro deposita simbolo IdD per Europee e protesta al Viminale

    Il giornalista presidente dell’Italia dei Diritti – De Pierro il 22 aprile depositerà il contrassegno del movimento per partecipare alle elezioni europee e poi manifesterà davanti al Ministero contro l’assurda vicenda che lo vede protagonista. Da poliziotto fu aggredito e minacciato da Armando Spada, ma fu sanzionato da Gabrielli

    Antonello De Pierro
    Roma – Sabato 8 e domenica 9 giugno prossimi gli italiani saranno chiamati alle urne per eleggere i loro 76 parlamentari che li rappresenteranno in seno al Parlamento Europeo e già da qualche tempo i partiti sono in fermento per l’organizzazione di una campagna elettorale che si annuncia molto combattuta e ricca di sorprese.
    Il percorso burocratico che immetterà le forze politiche nella competizione inizierà presso il Viminale domenica 21 e lunedì 22 aprile con il canonico rito del deposito dei simboli, tappa obbligata per chi vuole presentare le liste di candidati presso le Corti d’Appello di Roma, Napoli, Milano, Venezia e Palermo nelle giornate del 30 aprile e del 1 maggio e partecipare pertanto alla tornata elettorale. Agli appuntamenti in programma non mancherà il movimento Italia dei Diritti – De Pierro, realtà ormai consolidata nel panorama politico italiano con vari eletti in seno a numerosi consigli comunali, ma comunque presente ovunque nei territori con un esercito di esponenti territoriali, i cosiddetti consiglieri ombra, i quali monitorano costantemente l’attività dei vari enti, denunciando mediaticamente e amministrativamente eventuali distorsioni e carenze gestionali e risultando spesso più efficaci delle opposizioni elette. La formazione politica, che fa capo al noto giornalista e già poliziotto Antonello De Pierro, ha annunciato che, come già accaduto in altre competizioni, anche questa volta parteciperà alla lunga maratona del Viminale, depositando il proprio simbolo nella giornata di lunedì 22 aprile. Sarà lo stesso De Pierro, accompagnato come di consueto da alcuni collaboratori, a espletare le pratiche previste per il deposito dei contrassegni. Ma quest’anno ci sarà una novità. Il leader dell’IdD, dopo la fine delle operazioni, dalle 16,30, manifesterà davanti al Ministero dell’Interno per portare davanti all’opinione pubblica e sensibilizzare la coscienza collettiva su quella che da sempre ritiene una grave e clamorosa ingiustizia subita in seno ai ruoli della Polizia di Stato, Sarà solo l’inizio di una serie di proteste a oltranza, già annunciate e cantierizzate da tempo, ma sempre procrastinate per varie ragioni, che lo vedranno manifestare davanti alla Questura di Roma, presso l’Aeroporto di Fiumicino e nei pressi di molte altre sedi istituzionali o di organi di informazione.

    E’ già nota a molti la vicenda che lo ha coinvolto, suo malgrado, insieme alla sua famiglia, in particolare sua madre Lucia Salvati, dirigente statale in pensione, i quali, dopo aver presentato un esposto per abusi edilizi sono stati risucchiati in un vortice kafkiano fatto di intimidazioni, coperture istituzionali, aggressioni mafiose. Il giornalista e politico romano, affiancato spesso anche da sua madre, da anni sta combattendo per far emergere la verità e accendere definitivamente i riflettori su una storia torbida fatta di clamorose omissioni da parte di chi, nel tessuto istituzionale, in particolar modo di Ostia, avrebbe dovuto vigilare e far rispettare le norme codificate nel nostro ordinamento giuridico. Soprattutto è balzata più volte agli onori delle cronache l’episodio che vede De Pierro e suo fratello vittime di un’aggressione fisica, condita da minacce di morte, da parte del noto boss mafioso Armando Spada. L’esponente del clan, cugino di quel Roberto Spada che colpì con una testata il reporter Daniele Piervincenzi, è lo stesso che minacciò di morte (“Ti sparo in testa”) e sequestrò la giornalista di Repubblica Federica Angeli, che vive sotto scorta. E’ questo il personaggio che un giorno si presentò alla porta del numero uno dell’Italia dei Diritti, accompagnato in macchina da Alfonso De Prosperis, noto imprenditore della lavorazione del ferro e da sua moglie Angela Falqui, per indurlo, con le maniere forti (dopo l’aggressione fu costretto a ricorrere, insieme a suo fratello, alle cure dei sanitari), a farlo desistere dal proseguire a chiedere giustizia per i torti che riteneva di aver subito. La Falqui era l’intestataria di un immobile, confinante con la proprietà di De Pierro, in cui erano state realizzate delle imponenti opere edili (si parla della trasformazione di una porzione di villetta bifamiliare in 4 appartamenti, poi tutti venduti). Dalla famiglia dell’ex direttore di Radio Roma erano stati presentati degli esposti per chiedere la verifica della liceità dei lavori effettuati, ma non ci sono stati mai riscontri. Come non ci sono stati in merito a un’altra costruzione, sempre della Falqui, risultata poi abusiva, che non solo non rispettava i canonici 5 metri di distanza dal confine altrui, ma addirittura sconfinava di circa 50 cm, come dimostrato apoditticamente con videoriprese da De Pierro. Un illecito visibile ictu oculi e accertato successivamente in sede giudiziale solo su impulso di parte, tramite una citazione in giudizio in sede civile, terminata con una condanna alla demolizione, che però 2 vigilesse in servizio a Ostia, Patrizia Sgueglia ed Emanuela Spito, non solo non notarono, ma arrivarono addirittura a dichiarare che la proprietà della Falqui era stata ispezionata, ma non erano state riscontrate irregolarità.

    E’ questo il contesto in cui si incardina un’altra clamorosa vicenda, direttamente connessa e che è più che lecito domandarsi come sia stato possibile che abbia avuto luogo, in quanto assolutamente in conflitto con qualsivoglia criterio logico e razionale. Non tutti sanno che prima delle intense attività di tipo giornalistico e politico, De Pierro ha espletato per lungo tempo l’attività di poliziotto, a cui ha affiancato un efficace impegno sindacale, iniziato col Siulp e continuato con la Uil Polizia, incassando molti risultati a favore della categoria rappresentata.

    In occasione dell’episodio intimidatorio posto in essere dal boss Spada, che era stato accompagnato dalla coppia De Prosperis e Falqui, si verificarono alcune circostanze che suscitano quantomeno qualche perplessità oggettiva. I componenti della volante del Commissariato di Ostia, intervenuti sul luogo dell’aggressione, avvenuta con l’ausilio di un bastone ,in via Peio, all’Infernetto, dove è ubicata anche la sede nazionale dell’Italia dei Diritti, si rifiutarono, nonostante le insistenze del loro collega De Pierro, di sequestrare il prefato bastone, e di perquisire l’esponente del clan, il quale, in base a quanto riferito loro dallo stesso De Pierro, sembra avesse portato la mano alla tasca come per estrarre un coltello, ma poi avesse desistito dopo che questi si era qualificato come appartenente alla Polizia di Stato. E il sospetto del poliziotto, stando ai fatti registrati dalla cronaca mesi dopo, era alquanto fondato. Infatti lo stesso Spada tempo dopo fu arrestato per aver tagliato la gola a un uomo con un coltello.

    Il procedimento attivato dalla denuncia presentata dal giornalista e da suo fratello fu ascritto alla competenza decisionale del Giudice di Pace, con imputati Armando Spada e Alfonso De Prosperis, a seguito di un’informativa di P.G., redatta presso il Commissariato di Ostia, che sembrò non proprio idonea a tratteggiare fedelmente la dinamica di un episodio di minacce e aggressione da parte di un boss mafioso, ma soprattutto perché l’oggetto del reato (bastone) non fu posto sotto sequestro.

    Ma peggio accadde presso la caserma dei Carabinieri di Casal Palocco, a seguito di una denuncia che De Prosperis e Falqui redassero contro il presidente dell’Idd e i suoi familiari, probabilmente per attenuare la presenza ingombrante di Spada, con una versione dei fatti che agli occhi, anche distratti, di chiunque abbia un pizzico di buonsenso e obiettività non può che risultare sprezzante del ridicolo.

    Quello che era diventato “il sig. Spada” fu fatto nascondere nell’autovettura per evitare un suo coinvolgimento nell’aggressione che De Pierro e suo fratello avevano posto in essere contro coloro i quali avevano accompagnato il boss mafioso di Ostia, che si era spaventato di fronte a loro. Per ciò che riguarda il bastone servito per colpire il fratello del leader politico, il suo utilizzo nella grottesca ricostruzione dei denuncianti era cambiato. In base alla loro versione dei fatti era servito allo Spada per difendersi da un “pericoloso animale” che il giornalista-poliziotto gli aveva aizzato contro, con riferimento a un cane, che era uscito dall’abitazione saltellando come qualsiasi cucciolo di 6 mesi di vita (era questa la sua età anagrafica all’epoca).

    Sulla conseguente informativa di P.G., redatta presso la suddetta caserma di Casal Palocco, \a firma del maresciallo Giuseppe Liguori, venne indicato il boss Armando Spada come teste, ma non vennero riportati i suoi dati anagrafici (luogo e data di nascita), né fu scritto nulla sulla sua nota caratura criminale. Comunque, il procedimento penale che vedeva indagati Antonello De Pierro e suo fratello, con l’unica “colpa” di aver subito un’aggressione mafiosa, non fece registrare alcuna istruttoria dibattimentale e fu inghiottito dalle sabbie mobili della prescrizione.

    Ebbene, in base a questa circostanza, il dott. Tiziano Vetro, allora direttore della V Zona della Polizia di Frontiera di Fiumicino e titolare della potestà disciplinare circa le condotte del De Pierro poliziotto, considerò affidabili le assurde affermazioni dei signori De Prosperis e Falqui, che avevano accompagnato il boss Spada, il quale ha poi posto in essere l’intimidazione mafiosa, e ritenne che il suo comportamento da appartenente alla Polizia di Stato, vittima dell’aggressione in esame, di cui sembra giusto sottolineare la matrice mafiosa, fosse meritevole di una sanzione disciplinare severa e avviò un procedimento affinché fossi sottoposto al giudizio del Consiglio Provinciale di Disciplina. L’ipotesi irrogativa fu individuata nella punizione estrema della destituzione. In pratica De Pierro, da sempre impegnatissimo per garantire e difendere il rispetto della legalità e della giustizia, da poliziotto in primis, ma anche nell’esercizio delle attività giornalistica e politica, non meritava di continuare a far parte dei ruoli della Polizia di Stato. In sede di processo disciplinare l’ipotesi iniziale fu derubricata e gli fu comminata la pena della deplorazione, ugualmente inaccettabile per chi non solo non ha commesso nulla, ma è stato vittima di un’azione malavitosa da parte di un boss mafioso.

    La notifica del procedimento disciplinare avviato dal dott. Vetro, ex coordinatore del Servizio del Dipartimento della Protezione Civile e stretto collaboratore dell’allora capo della Polizia Franco Gabrielli, quando era al vertice della Protezione Civile, nominato da Mario Monti e confermato poi da Enrico Letta e Matteo Renzi, avrebbe cagionato ingenti danni alla persona del leader dell’Idd, inizialmente di natura clinica (a parte il prevedibile e fisiologico stress emotivo fu costretto solo pochi mesi dopo a un approccio farmacologico, pressoché definitivo, per la cura dell’ipertensione arteriosa sistemica, manifestatasi proprio in quel frangente e che poi gli ha procurato una retinopatia ipertensiva), ma successivamente anche carrieristici e patrimoniali di non poco conto. E non solo a lui, ma a tutta la collettività.

    Nell’immediatezza del fatto fu colto da reattività ansiosa situazionale, indubbiamente fisiologica di fronte a un provvedimento tanto assurdo, peraltro con la triste e dolorosa consapevolezza di essere la vittima dell’episodio disciplinarmente contestato. Nonostante fosse già duramente provato da tutta la vicenda, peraltro già nota presso quegli uffici, e dalle tante collusioni istituzionali annesse, ora stava provando anche il sapore amaro della beffa come destinatario di una paradossale contestazione disciplinare di grado estremo.

    Come conseguenza alla reazione ansiosa fu inviato da parte del medico della Polizia di Stato presso la Commissione Medica Ospedaliera di Roma Cecchignola per essere sottoposto a visita collegiale, al fine di verificare la sua idoneità al servizio, con la formulazione diagnostica di “ansia reattiva situazionale e ipertensione arteriosa” (infatti i valori pressori, a seguito dell’episodio notificatorio dell’avvio procedimentale, si erano alzati di molto). In pratica il poliziotto De Pierro, vittima, sotto casa sua, di un atto criminoso da parte del boss Spada, recatosi appositamente lì al fine di compierlo, veniva strappato al suo lavoro, che stava svolgendo con grande passione e abnegazione, per essere sottoposto all’umiliante iter delle visite mediche accertanti la sua idoneità al servizio, e venivo lasciato in malattia per oltre un anno, a spese dei contribuenti, solo perché il dott. Vetro aveva creduto alle affermazioni alquanto grottesche di chi aveva accompagnato con la propria autovettura il boss in questione, il quale, coadiuvato, secondo l’accusa, da De Prosperis, aveva compiuto l’azione delittuosa.

    Al termine dei vari accertamenti, terminato anche l’iter disciplinare con la già accennata deplorazione (pertanto anche altri appartenenti di vertice della Polizia di Stato avevano creduto alla versione di chi aveva accompagnato in macchina il boss mafioso, ritenendolo colpevole, ma non tanto da essere destituito), rientrò in servizio, ma con una prospettiva di carriera bloccata. Infatti il suo rapporto informativo, già penalizzato dagli effetti di una gravissima situazione di mobbing subita in passato (in un altro reparto capitolino tra il 2001 e il 2005) ed esauritasi nella sua messa in pratica soltanto a seguito di un esposto presentato presso la Procura della Repubblica, a causa della deplorazione comminatagli, subì una variazione peggiorativa e si attestò sotto il giudizio di buono, circostanza che tradotta in termini carrieristici dispiegava effetti consistenti nel naufragio di ogni possibilità di avanzamento professionale ed economico per molti anni. Tale situazione fu aggravata dall’esclusione dal concorso da vice ispettore proprio a causa della sanzione ascrittagli. Dopo le notifiche di questi ultimi provvedimenti, che andavano ad aggiungersi, essendone tra l’altro la conseguenza diretta, a quanto già avvenuto a livello procedimentale, fu inviato nuovamente presso la Cmo, a causa di una nuova manifestazione ansiosa reattiva e sfidiamo chiunque a non esserne vittima a seguito di un tale accanimento da parte della Polizia di Stato, che invece di stargli accanto in quanto vittima di mafia, aveva immotivatamente infierito su di lui proprio credendo a quanto affermato da chi era arrivato sotto casa sua in compagnia dell’esponente del clan.

    Dopo un lungo periodo trascorso in malattia, non richiesto, a carico dei contribuenti (giova ricordare, sempre riconducibile al procedimento avviato dal dott. Tiziano Vetro, che aveva dato per buone le dichiarazioni di chi aveva visto arrivare in compagnia di un boss mafioso), questa volta, al termine di un ulteriore cospicuo lasso temporale passato in convalescenza, sempre a carico dei contribuenti, di un poliziotto strappato alla sua attività istituzionale da un provvedimento che, secondo i canoni della logica, non avrebbe mai dovuto esistere, fu giudicato non idoneo in maniera assoluta al servizio di polizia.

    “A mio avviso — afferma De Pierro — e di quanti ne hanno avuto cognizione e mi conoscono, il provvedimento della Cmo, non corrisponde al mio reale stato clinico, ma mi giunge con un sapore alquanto epurativo. Infatti, non solo non ho mai avuto alcuna necessità di sottoporsi ad alcun tipo di approccio curativo e pertanto di fare ricorso ad uno specialista, ma la mia intensa attività politica (sono titolare di ben 3 cariche elettive), sociale e giornalistica, cresciuta enormemente da quanto sono assente dal servizio (non per mia scelta e pertanto, in perfette condizioni di salute, non ho ritenuto opportuno fermarmi), a mio avviso, e non solo, appare assolutamente in insanabile conflitto col giudizio diagnostico e prognostico formulato dalla Cmo (mi si indica addirittura come soggetto con rapporti sociali ridotti, circostanza agevolmente confutabile anche da un’infinita e pubblica piattaforma probatoria edificatasi in tanti anni di intense e ovvie relazioni sociali, che ha suscitato l’ilarità di chiunque ne sia venuto a conoscenza),che mi avrebbe condannato alla quiescenza a poco più di 50 anni, con una pensione pagata da chi è costretto a lavorare fino a 67 anni e oltre. In ogni caso, se il dottor Vetro non avesse creduto alla versione di persone le quali hanno accompagnato, nel frangente dell’aggressione, un esponente di vertice di un’organizzazione mafiosa, non starei ora a sindacare l’infausto approdo decisionale a cui è giunta la Cmo, che ha strappato ai servizi d’istituto un poliziotto”.

    Inevitabilmente il presidente De Pierro, che è anche, nell’ambito territoriale della Città Metropolitana di Roma Capitale, capogruppo dell’Italia dei Diritti in seno al consesso consiliare del Comune di Roccagiovine, consigliere presso l’Unione dei Comuni Valle Ustica e capogruppo dell’Idd nel consiglio comunitario della X Comunità Montana dell’Aniene (temporaneamente commissariata per ultimare la trasformazione in Unione dei Comuni Montani) si è visto costretto a proporre ricorso di gravame alla Commissione Medica di II Istanza, al fine di vedere accogliere le sue doglianze circa la valutazione del suo reale stato clinico e affinché si esprimesse in riforma di quanto decretato dal precedente consesso medico-legale.

    Avrebbe potuto godere di una baby pensione, sfruttando sin da subito i vantaggi di essere un giovane pensionato, ma ha preferito opporsi categoricamente. L’ha fatto soprattutto perché non sarebbe stato eticamente giusto dover gravare sulla collettività, costretta a corrispondergli un trattamento pensionistico in assenza di una patologia che giustifichi tale approdo decisionale, deciso a dimostrare in ogni sede che la formulazione diagnostica partorita dai medici della Cecchignola non è conforme al reale quadro clinico a lui riconducibile.

    Sarebbe stato questo, qualora fosse stato confermato dalla Commissione di II Istanza il giudizio medico-legale espresso dal consesso della Cecchignola, e di conseguenza il transito allo stato di quiescenza, il grande detrimento arrecato ai contribuenti come conseguenza dell’avvio del noto procedimento da parte del dottor Vetro, che di fatto ha privato il tessuto sociale di un’unità lavorativa nel pieno della sua potenzialità energetica e della sua capacità produttiva.

    Una circostanza che puntualmente si è purtroppo materializzata, con un iter procedimentale che, al di là dell’approdo decisionale conclusivo, lascia spazio a molti dubbi, anche sotto il profilo burocratico-amministrativo oltre che medico-legale, e che verrà approfondito e denunciato mediaticamente in altra occasione, Tanto più che una relazione peritale, frutto di un attento lavoro d’indagine diagnostica svolto da autorevoli esperti, ha assolutamente smentito quanto decretato dalla deputazione del Celio e di conseguenza da quella antecedente della Cecchignola, Per tutto ciò sarà esercitato naturalmente il diritto di accesso alla giurisdizione competente a conoscere della questione, al fine di ottenere un annullamento del provvedimento, appena le condizioni giuridiche lo permetteranno. Attualmente ciò non è ancora possibile, ancorché ci sia una corposa piattaforma documentale a conforto, in quanto non esiste allo stato attuale un provvedimento di dispensa dal servizio. Infatti dopo la pronuncia della Commissione di II Istanza il presidente dell’IdD si è trovato di fronte a una scelta. Da una parte avrebbe potuto attendere la messa in quiescenza, cosa scartata a priori per i motivi già argomentati. Dall’altra avrebbe potuto optare per il transito ai ruoli civili del Ministero dell’Interno o di altra Amministrazione dello Stato. La sua scelta è stata proprio quest’ultima, formulando un’istanza a tutte le Amministrazioni dello Stato con l’esposizione del divenire fenomenico della paradossale vicenda al fine di rendere edotti tutti i destinatari di quanto accaduto. Una scelta obbligata e sofferta per evitare il pensionamento da parte di chi avrebbe potuto continuare a svolgere regolarmente il suo lavoro di poliziotto se qualcuno un giorno non avesse deciso di perseguirlo disciplinarmente e rovinargli il suo percorso professionale e biologico dando credito a persone che si erano recare sotto casa sua accompagnando un boss mafioso, il quale nella circostanza l’aveva minacciato e aggredito, peraltro senza tenere assolutamente in considerazione che l’esponente del clan nella circostanza era stato rinviato a giudizio insieme a uno degli accompagnatori per l’aggressione posta in essere proprio nei confronti di De Pierro. Una congiuntura completamente ignorata dalla Polizia di Stato, che ha assurdamente trasformato, in sede di istruttoria disciplinare, la vittima in aggressore. Lo Stato ha investito dei fondi per formare un poliziotto, il quale aveva superato un concorso pubblico e aveva scelto questo lavoro con grande passione, in servizio e fuori dal servizio, come si evince palesemente dalla grande quantità di atti prodotti anche fuori dall’orario di lavoro, con vari interventi che hanno contribuito a rendere più sicuri i cittadini, arrestando rapinatori, sventando furti, etc., non tirandosi mai indietro di fronte a quanto gli veniva imposto dal suo ruolo istituzionale. E ora, esclusivamente a causa di un procedimento avviato dal dott. Vetro, solo perché quest’ultimo ha ritenuto più attendibili le parole di gente in rapporti con un esponente mafioso, da circa 8 anni il suo apporto sociale in qualità di poliziotto, da sempre acerrimo propugnatore dei valori di legalità, giustizia ed etica (qualcuno in sede di visite medico-legali ha avuto anche l’ardire di affermare che inseguire la verità in nome di questi valori non è compatibile con l’idoneità psicofisica al servizio di polizia), è venuto meno e probabilmente lo resterà per sempre. Il consigliere comunale di Roccagiovine ha chiesto a gran voce che quel provvedimento così paradossale venisse revocato in autotutela (lo ha fatto anche sua madre rivolgendosi direttamente agli allora ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e Capo della Polizia Franco Gabrielli), ma nessuna risposta è mai pervenuta in merito e che ora continuerà a chiedere con le manifestazioni che saranno poste in essere.

    Ha le idee chiare De Pierro sul fatto che una simile assurdità meriti, senza alcuna remora, di essere diffusa il più possibile e che venga sollecitata inevitabilmente l’indignazione dei cittadini onesti, “perché chi non oppone sdegno di fronte a una vicenda del genere foraggia il germe dell’illegalità, di cui si nutre il sistema mafioso”.

    “Se qualcuno si illude — ha dichiarato con convinzione — che tutto ciò possa finire come se nulla fosse accaduto e su questa vicenda possa calare il velo dell’oblìo sbaglia di grosso.

    Con questa manifestazione continua, per me e per il movimento politico Italia dei Diritti, che presiedo, una tetragona battaglia senza precedenti, condotta a oltranza, affinché sui fatti in argomento possano accendersi perpetuamente i riflettori e vengano esposti al giudizio della pubblica opinione. E credo che sarà davvero arduo imbattersi in qualcuno, nel tessuto sociale sano della nostra nazione, che possa esprimersi a favore di un procedimento disciplinare, avviato dalla Polizia di Stato, nei confronti di un poliziotto, in riferimento a un episodio in cui è stato vittima di un’aggressione con minacce di morte da parte di un boss mafioso. L’unica cosa certa è che non mi rassegnerò e non mi fermerò di fronte a questa vergogna, che ha calpestato la mia dignità, riducendola a puro sussurro.

    Si parla tanto di suicidi nelle forze dell’ordine e mi piacerebbe indagare le vicende professionali e disciplinari delle vittime. La nostra battaglia sarà anche a favore di tutti gli uomini in divisa affinché fatti del genere non si ripetano mai più. Promuoveremo ogni iniziativa che riterremo idonea a suscitare l’indignazione anche dell’ultimo cittadino. Organizzeremo altre manifestazioni di protesta presso ogni sede istituzionale, partendo da altre sedi della Polizia di Stato, per continuare con tutte quelle che riterremo opportune, comprese le redazioni di organi di stampa e televisione. Avremo a disposizione costantemente il nostro ufficio stampa per tutti i lanci mediatici dell’accaduto, con comunicati e video su tutte le piattaforme disponibili. Io e la mia famiglia siamo stati finora coinvolti in una vicenda kafkiana e ci siamo trovati a fronteggiare personaggi che sono stati capaci di accompagnare il boss Armando Spada in occasione dell’aggressione subita e tutte le cellule deviate e colluse delle istituzioni che li hanno favoriti, ma mai avremmo pensato che io avrei dovuto difendermi anche dalla mia tanto amata Polizia di Stato, che invece di tutelarmi (e i fatti erano già noti in atti che il mio reparto già custodiva) mi ha avviato un procedimento disciplinare e mi ha inflitto una sanzione che mi ha notevolmente indebolito nella mia battaglia contro questi soggetti e contro un esponente di una clan mafioso, che di fatto, e questa è la triste realtà, sono stati indirettamente favoriti nella circostanza e hanno condizionato il mio divenire carrieristico.

    A chi finora è rimasto indifferente verrà chiesta la propria opinione ufficialmente e pubblicamente tramite i canali mediatici. Perché di fronte a una circostanza del genere le risposte possono essere solo 2. O si è d’accordo con un procedimento per destituzione a carico di un poliziotto, in riferimento a un episodio in cui questi è stato vittima di un boss mafioso, oppure non lo si è. Delle due l’una. Il silenzio non può essere ammesso.

    E l’avremmo voluto chiedere in primis al dott. Tiziano Vetro, che , a prescindere dall’accaduto, ho sempre stimato per il suo alto senso delle istituzioni, il quale prima di approdare alla meritata quiescenza e godersi, anche se per poco tempo, la sua pensione, ha assunto una decisione incomprensibile e inaccettabile che mi ha rovinato professionalmente, ma mi ha penalizzato notevolmente anche sotto il profilo esistenziale. Purtroppo non sarà possibile in quanto deceduto. Da lui avremmo voluto sapere anche come sia stato possibile tutto questo. Perché qualcuno, alla luce dell’assurdità della vicenda in esame, potrebbe porsi un quesito: ‘Ma la polizia è con la mafia o con i poliziotti?’. Io che ho fatto parte (e ancora sono legato con un sottile filo) della Polizia di Stato so per certo che la polizia è contro la mafia. E’ per questo che è ancora più importante un intervento chiarificatore in merito.

    Come faremo con tutti gli ex ministri del’Interno che si sono succeduti dopo la vicenda e con l’attuale Matteo Piantedosi e con l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, che ha lavorato a stretto contatto con il dott. Vetro quando era a capo della Protezione Civile e che ha firmato il provvedimento disciplinare in esame, e con gli altri capi della Polizia, in particolare l’attuale Vittorio Pisani. Qualcuno dovrà pur spiegarcelo come sia potuto accadere. E chiederemo anche di annullare in autotutela decisoria tutta la vicenda disciplinare, quantomeno per limitare gli ingenti danni provocati.

    Ma chiederemo un’opinione sulla vicenda (e in questo caso anche come sia stato possibile giungere a un processo disciplinare e alla comminazione di una sanzione) altresì a tutti i dirigenti e funzionari coinvolti nel procedimento, che hanno continuato tranquillamente la loro carriera mentre la mia, quella di un poliziotto vittima di mafia, è stata annientata. A iniziare dalla dottoressa Eva Claudia Cosentino, funzionario istruttore nel procedimento, la quale, pur essendo stata resa ben edotta in afferenza ai fatti ed essendo statale fornita una cospicua documentazione in merito, ha insistito per la destituzione. Lo chiederemo all’allora questore di Roma Nicolò D’Angelo, il quale aveva conferito l’incarico istruttorio alla dottoressa Cosentino, e al dott. Giovanni Battista Scali, il quale ha presieduto il consiglio di disciplina, che ha irrogato la sanzione della deplorazione, derubricando sì la punizione estrema della destituzione, ma riconoscendo ugualmente meritevole di censura me, aggredito e minacciato di morte dal boss Armando Spada, e agli altri componenti del sopracitato consesso giudicante che si sono espressi favorevolmente per la sanzione.

    Ma chiederemo il suo punto di vista, inerente all’evento procedimentale e alla censura concretizzatasi, anche all’attuale dirigente della Polaria di Fiumicino, mio reparto di appartenenza, il dott. Giovanni Casavola, estraneo alla vicenda disciplinare, ma che, messo più volte a conoscenza dei fatti non ha speso al mio indirizzo nemmeno una parola di conforto. Mi sarebbe bastata quella. Come colui il quale è stato a capo della V Zona di Fiumicino fino a qualche tempo fa, il dott. Bruno Megale, anch’egli inequivocabilmente a conoscenza dei fatti, ma a quanto pare ha preferito ignorare. Va detto che il dott. Megale, ha raccolto il testimone del dott. Vetro solo pochi mesi dopo (marzo 2017) che quest’ultimo aveva avviato il procedimento in parola (notificato il 7 dicembre 2016) a mio carico ed era in carica a Fiumicino anche all’esito della pronuncia decisionale del consiglio di disciplina (luglio 2017). Ora è stato nominato questore di Reggio Calabria, ironia della sorte proprio la provincia in cui mio cugino, carabiniere, perse la vita in servizio, in un attentato mafioso nel 1994, e la Scuola Allievi Carabinieri reggina è a lui intitolata.

    Fortunatamente io, che ho da sempre amato fortemente la Polizia di Frontiera di Fiumicino e ho svolto con impegno anche il ruolo di dirigente sindacale per la Uil Polizia, ho incassato, in compenso, la solidarietà di tantissimi colleghi, scandalizzati e increduli di fronte all’assurda vicenda. In particolare tengo a sottolineare l’espressione, da parte mia, di un sentimento di grande gratificazione per la vicinanza dimostratami dall’allora mio diretto superiore, il dott. Giuseppe Manzo, con cui ho lavorato per molti anni con ampia motivazione professionale, in un rapporto di reciproca stima, e che ora è entrato a far parte del movimento politico che presiedo.

    Ma comunque ogni prefetto, come ogni questore, dirigente o funzionario della Polizia di Stato, ma anche ogni ufficiale, dirigente o funzionario degli altri corpi di polizia e delle Forze Armate verrà invitato pubblicamente a esprimersi in merito. Come anche i medici della Cmo che hanno giudicato, con disarmante freddezza e distacco rispetto a una vittima di mafia, il mio stato clinico fino a definirmi non idoneo al servizio di polizia, visto che alla mia domanda specifica de visu non si sono degnati di rispondere. E naturalmente tutti i dirigenti nazionali e provinciali dei sindacati della Polizia di Stato, finora rimasti silenti di fronte a un avvenimento di eccezionale gravità.

    L’ultimo barlume di speranza a cui era aggrappata la mia permanenza nell’attribuzione mansionale rivestita fino a qualche anno fa, ancorché fortemente penalizzata dalle inaccettabili vicissitudini di natura disciplinare in questione, sarebbe stato un favorevole verdetto medico-legale da parte della Commissione Medica di II Istanza, a cui ho rivolto per competenza la formulazione del ricorso di gravame, che avrebbe sanato, almeno sotto il profilo clinico e medico-legale, una grottesca vicenda che ormai si trascina da lungo tempo. Ciò non è avvenuto ed è ancora più clamoroso alla luce di un relazione peritale pro veritate redatta da autorevoli esperti, che ha demolito nel merito, punto per punto, le statuizioni promananti dal consesso in parola sotto il profilo clinico, senza tener conto di vari e clamorosi vizi di legittimità che a mio avviso e secondo il parere di esperti in diritto amministrativo interpellati, si sono formati in varie fasi endoprocedimentali e che presto saranno oggetto di valutazione giurisdizionale.

    E non essendosi concretizzata quest’ultima’ultima evenienza vorrà dire che io, dipendente civile dello Stato, con una retribuzione quasi raddoppiata per via della pensione privilegiata ordinaria o pensionato baby sulle spalle dei cittadini (è questo il messaggio che dovrà principalmente passare all’opinione pubblica) a seguito delle conseguenze di un procedimento travalicante i confini del paradosso, in cui la Polizia di Stato ha perseguito un dipendente con la sola colpa di essere stato vittima di un boss mafioso, continuerò a svolgere la professione giornalistica in via parziale nel primo caso o in via esclusiva nel secondo, eventualmente anche senza retribuzione (mi occuperò molto anche di questioni inerenti alla Polizia di Stato), E soprattutto continuerò, da presidente del movimento Italia dei Diritti, a lottare, insieme ai tanti dirigenti, eletti e attivisti, per salvaguardare la tutela dei diritti dei cittadini, e a onorare i 3 mandati politici di natura elettiva, come già, perfettamente in ottima salute (a parte i già citati problemi ipertensivi, manifestatisi subito dopo l’avvio del procedimento in questione), ho fatto almeno fino a circa un anno fa (quando ho subito un trauma cranico occipitale che ha rallentato notevolmente la mia attività), arrivando a lavorare fino a 20 ore al giorno per l’esercizio dei mandati politici, un impegno e una profusione di energie un po’ insoliti per chi è stato giudicato affetto da patologia di tipo ansioso così invalidante, con buona pace di chi, inverosimilmente, ha formulato, con riferimento alla mia persona, l’improbabile e ridicola definizione di un soggetto con rapporti sociali ridotti.

    Ma verrà chiesto di esprimersi nel merito e contestualmente tributare un messaggio di solidarietà (naturalmente in via ufficiale tramite canali mediatici) a ogni personaggio istituzionale che riterremo utile alla causa, e senz’altro al presidente della Repubblica, del Senato, della Camera dei Deputati, del Consiglio dei Ministri, a tutti i deputati e senatori, a tutti i presidenti di Regione e agli altri esponenti regionali e a tutti i sindaci e amministratori locali.

    Chiederemo alle assemblee consiliari di tutti i comuni italiani, dando ampia diffusione a mezzo comunicato stampa, di votare una mozione di solidarietà sull’accaduto, che vede un poliziotto punito dopo essere stato aggredito da un boss mafioso.

    Saranno avviate petizioni sul web.

    Ma soprattutto chiederemo di esprimere pubblicamente la propria solidarietà nei miei confronti a tutti i miei numerosi amici personaggi pubblici con cui ho avuto rapporti di lavoro nei tanti anni di attività giornalistica, specie nel decennio trascorso come direttore di Radio Roma.

    E a coloro i quali non rientrano nella mia rete amicale l’invito sarà rivolto mediaticamente. Ma il nostro ufficio stampa sarà a disposizione di chiunque, anche meno noto (attori, attrici, soubrette, cantanti, etc. – o aspiranti tali), crederà di voler lanciare un messaggio di solidarietà in difesa della mia dignità e del mio onore.

    Come sarà anche al servizio di mia madre Lucia Salvati, dirigente dello stato in pensione, che ha espresso la ferma volontà di sostenermi attivamente in questa battaglia.

    La possibilità sarà aperta anche a imprenditori che vorranno farlo a nome della loro azienda. Anzi, specie dopo la crisi causata dall’emergenza Covid 19, verrà offerta un’esposizione pubblicitaria gratuita su tutti i canali mediatici da noi direttamente controllati. E comunque, chiunque vorrà registrare un video solidale potrà farlo e questo sarà pubblicato sui canali che sono già attivi e su quelli che attiveremo.

    Tutto ciò affinché su questo caso, rimasto ormai fin troppo nell’ombra, anche per mia scelta, in quanto non ho mai voluto che fosse reso noto per tutelare l’immagine di quella Polizia di Stato, che finora poco si è preoccupata dell’intima sofferenza che mi è stata cagionata, non venga mai scritta la parola fine.

    Perché su una vicenda come questa è per me un dovere civile e morale tenere alta l’attenzione presso l’opinione pubblica”.

  • De Pierro su condanna Armando Spada, a Federica Angeli è andata meglio che a me

    Il presidente dell’Italia dei Diritti, poliziotto e giornalista, interviene sulla sentenza che punisce con un anno di reclusione il boss di Ostia e racconta l’aggressione ai suoi danni e la clamorosa censura disciplinare della Polizia di Stato, lamentando l’indifferenza della giornalista di Repubblica e neo delegata alle periferie di Roma Capitale nei suoi confronti

    Federica Angeli
    Roma – A più di sette anni dall’evento che, secondo l’accusa, avrebbe visto il noto boss di Ostia Armando Spada minacciare di morte la giornalista di Repubblica Federica Angeli, è arrivata, in primo grado la condanna a un anno di reclusione. La Angeli si recò nello stabilimento gestito da Spada per realizzare un’intervista e le minacce in esame sarebbero state rivolte al suo indirizzo per indurla a cancellare un video realizzato nella circostanza.

    Antonello De Pierro

    Sulla pronuncia sentenziale, che riconosce valida l’ipotesi di reato formulata dalla procura capitolina come tentata violenza privata, è intervenuto il giornalista presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro, il quale, anch’egli vittima di un’aggressione con minacce di morte da parte dello stesso esponente del clan Spada, ha tributato alla collega Angeli, da anni sotto scorta, numerose espressioni di solidarietà, fino a dedicarle un premio ricevuto qualche anno fa ad Aprilia, un riconoscimento valoriale che, nell’occasione, aveva rivolto anche al giudice Paolo Borsellino e alla sua scorta.

    Quando viene resa una sentenza che sanziona una condotta criminale — ha dichiarato De Pierro —, sempre che l’attività istruttoria e dibattimentale sia stata espletata correttamente per accertare la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, è sempre una buona notizia. In questo caso purtroppo non riesco a gioire molto, in quanto la giustizia ha in parte perso. Infatti la rubricazione della fattispecie comportamentale riconducibile al reato in esame vedrà abbattersi sulla vicenda processuale la mannaia inesorabile della prescrizione fra non molto tempo. Federica Angeli vive da anni sotto scorta e porta sulla sua pelle le cicatrici inguaribili di un periodo molto duro del suo cammino esistenziale. In ogni caso questa vicenda, che la vede vittima, ha avuto un esito quantomeno accettabile e comunque frutto di un percorso logico e regolare sotto il profilo giuridico, partito dall’acquisizione della notizia di reato, passato dalla disamina valutativa della sua fondatezza durante la fase delle indagini preliminari, approdato al rinvio a giudizio e, dopo la formazione, in sede dibattimentale, di una piattaforma probatoria tale da dare compiutezza al libero convincimento del giudice circa la colpevolezza dell’imputato, giunto alla statuizione sentenziale di condanna “.

    Nel 2007 Armando Spada si recò a casa di De Pierro, accompagnato in macchina da Alfonso De Prosperis, noto imprenditore della lavorazione del ferro a Ostia, e da sua moglie Angela Falqui, minacciando di morte e aggredendo lui e la sua famiglia, per farli desistere dal denunciare dei presunti abusi edilizi, risultati poi reali, con conseguente demolizione di un immobile abusivo, a seguito dell’esercizio di una vocatio in ius di parte in sede civile, nonostante 2 vigilesse di Ostia, Patrizia Sgueglia ed Emanuela Spito, non li avessero notati arrivando a dichiarare che era tutto regolare.

    Io e mio fratello abbiamo sentito colpire il cancello — ricorda il leader dell’Idd ed ex direttore di Radio Roma — e abbiamo visto un uomo che non conoscevamo, accompagnato da Alfonso De Prosperis e Angela Falqui, quest’ultima proprietaria di un immobile dove erano in corso dei lavori imponenti per i quali avevamo presentato più esposti sempre caduti nel vuoto, che ha iniziato a minacciarci di morte e quando siamo scesi in strada ci ha colpiti, mio fratello anche con un bastone. Abbiamo saputo in seguito che si trattava del famigerato boss Armando Spada, lo stesso che ora è stato condannato per le minacce a Federica. Quando giunse sul posto una volante del commissariato di Ostia successe qualcosa quantomeno di strano. I componenti della pattuglia si rifiutarono di sequestrare il bastone con cui il criminale aveva colpito mio fratello, nonché di perquisirlo dopo che avevo loro riferito che a un certo punto lo stesso aveva portato la mano alla tasca come per estrarre un coltello. L’ipotesi era verosimilmente fondata alla luce del fatto che l’esponente mafioso qualche tempo dopo era stato arrestato in quanto aveva tagliato la gola a una persona con un’arma da taglio“.

    A quanto pare il criminale avrebbe desistito dopo che il massimo esponente del movimento Italia dei Diritti, che era anche un poliziotto e storico sindacalista, prima del Siulp e poi della Uil Polizia, si sarebbe qualificato come appartenente alla Polizia di Stato.

    E’ incredibile e paradossale — continua De Pierro — che il procedimento penale avviato con la nostra denuncia, con un’informativa di P.G. redatta presso il commissariato di Ostia, sia stato affidato alla competenza decisionale del Giudice di Pace e sia finito vittima della mannaia della prescrizione prima che venisse esperita alcuna istruttoria dibattimentale. E’ questo il punto che non ho mai compreso e ancora mi perdo in una buia vallata di ipotesi. Federica Angeli, anni dopo l’episodio che mi ha visto vittima di Armando Spada, viene minacciata di morte dallo stesso personaggio. Una cosa gravissima che suscita giustamente l’indignazione di tutti e l’intervento deciso delle istituzioni. A Federica viene assegnata la tutela per motivi di sicurezza e ancora oggi mi risulta che goda di una sacrosanta protezione. Si giunge a un processo e ora possiamo registrare la sentenza di condanna, anche se di fatto inutile sotto il profilo pratico della pena da scontare da parte del condannato. Io e mio fratello, non solo siamo stati minacciati di morte, ma anche malmenati in concorso, con tanto di attestazione e previsione prognostica di un referto clinico, ma come legittimato a conoscere della vicenda viene individuato il Giudice di Pace e il procedimento addirittura viene inghiottito dalla palude della prescrizione prima ancora di far registrare alcuna istruttoria dibattimentale. Ma rispetto alla vicenda che coinvolge Federica nel mio caso c’è di più. Lei può solo, come chiunque creda nello stato di diritto, esprimere una cocente delusione per un procedimento che, causa la decorrenza dei termini prescrizionali, si ferma a una condanna in primo grado. Una disillusione con cui ho dovuto fare i conti anch’io e ciò sarebbe stato davvero poca cosa rispetto al detrimento che è stato arrecato alla mia persona e alle conseguente devastanti che mi hanno travolto. I signori De Prosperis e Falqui, i quali avevano accompagnato sotto casa mia, con la loro autovettura, il boss Spada per porre in essere l’atto intimidatorio in parola, presentarono una denuncia – querela contro di noi, probabilmente per attenuare la presenza ingombrante dello Spada, in cui si lasciarono andare ad affermazioni che sfidavano apoditticamente e senza alcun pudore le punte più alte del ridicolo, almeno per chi abbia il dono del buon senso e dell’obiettività valutativa. Dichiararono grottescamente che ‘il sig. Spada’ fu fatto nascondere nell’autovettura per evitare un suo coinvolgimento nell’aggressione che io e mio fratello avevano posto in essere contro di loro. In pratica chi aveva accompagnato in macchina il boss mafioso per minacciarci e aggredirci lamentava che noi avevamo usato violenza contro di loro e avevano fatto nascondere quest’ultimo, immagino molto spaventato, per non coinvolgerlo e proteggerlo dalla nostra aggressione.

    Per ciò che riguarda il bastone servito per colpire mio fratello, il suo utilizzo nella bizzarra e fantasiosa ricostruzione dei denuncianti era cambiato. In base alla loro versione dei fatti era servito all’esponente mafioso Spada per difendersi da un ‘pericoloso animale’ che io gli avrei aizzato contro, con riferimento a un cane di sei mesi di vita, peraltro di mio fratello, che era uscito dall’abitazione saltellando inoffensivamente come qualsiasi cucciolo di quell’età è abituato a fare.

    La relativa informativa di P.G., redatta presso la caserma dei Carabinieri di Casal Palocco e firmata dal maresciallo Giuseppe Liguori, allora comandante di stazione, indicò Armando Spada, autore dell’intimidazione mafiosa, come teste, ma non vennero riportati i suoi dati anagrafici (luogo e data di nascita), né fu scritto nulla sulla sua nota caratura criminale. Il conseguente procedimento penale che vedeva indagati me e mio fratello, con l’unica ‘colpa’ di aver subito un’aggressione da parte di un noto membro di vertice nella gerarchia di un clan malavitoso, non fece registrare alcuna istruttoria dibattimentale e fu inghiottito dalle sabbie mobili della prescrizione.

    E per quanto fosse già abbondantemente paradossale quanto accaduto fino a quel momento, al pieno trionfo dell’assurdo non avevamo ancora assistito e mai avrei creduto che potesse accadere quanto si verificò successivamente, un’altra surreale vicenda che si incardinò nel vergognoso divenire fenomenico che si era dispiegato fino a qual momento, raggiungendo livelli di illogicità e irrazionalità ardui solo da ipotizzare per chi, come me, ha fatto della giustizia,della legalità e dell’etica un modus vivendi imprescindibile e immarcescibile nel suo percorso esistenziale. E invece no. Non mi era bastato quanto già occorsomi, una circostanza che da anni mi fa vivere col cuore stretto nel terrore, quello che Federica ha in parte mitigato con la tutela assegnatale. Nel mio caso chi avrebbe dovuto difendermi, o quantomeno preoccuparsi, anche solo umanamente di ciò che stavo vivendo, ha segnato per sempre il mio cammino biologico e professionale nella Polizia di Stato“.

    Infatti De Pierro, poliziotto presso la Polizia di Frontiera di Fiumicino, per quei fatti ha subito un processo disciplinare con richiesta di destituzione. Senza ombra di dubbio può risultare strano e surreale, una trama filmica dello sceneggiatore più fantasioso, ma purtroppo e la triste realtà in cui si è trovato catapultato il reporter romano, noto anche per il suo impegno politico nelle istituzioni (è capogruppo dell’Italia dei Diritti, presso il Comune di Roccagiovine e nella Comunità Montana dell’Aniene, attualmente in liquidazione commissariale per favorire la trasformazione in Unione dei Comuni Montani, e consigliere in seno al consiglio dell’Unione dei Comuni Valle Ustica, nel territorio della Città Metropolitana di Roma Capitale, dove il movimento da lui presieduto conta ben 25 amministratori eletti).

    Il dott. Tiziano Vetro, allora direttore della V Zona della Polizia di Frontiera di Fiumicino (parliamo del dicembre 2016), ha evidentemente ritenuto attendibili le strambe dichiarazioni di chi ha accompagnato il boss Spada in auto per aggredire l’agente – giornalista e l’ha deferito al Consiglio Provinciale di Disciplina. La funzionaria istruttrice Eva Claudia Cosentino, nominata dall’allora questore di Roma Nicolò D’Angelo, pur essendo stata resa compiutamente edotta sulla circostanza dell’aggressione di stampo mafioso, insistette per la rubricazione dell’estrema censura disciplinare individuata nella destituzione dai ruoli. Il Consiglio Provinciale di Disciplina, presieduto dal vice questore vicario Giovanni Battista Scali, lo ritenne comunque meritevole di sanzione, derubricata però in deplorazione, una proposta avallata e resa definitiva dal capo della Polizia Franco Gabrielli. Risultato: carriera bloccata. Infatti l’approdo decisionale compresse ogni opportunità di avanzamento carrieristico e di miglioramento economico per il numero uno dell’Idd e ne ha determinato l’esclusione dal concorso per l’accesso alla nomina di vice ispettore.

    E’ innegabile che le ragioni della logica più elementare, contro le quali ha cozzato inesorabilmente nella congiuntura, si ribellano categoricamente di fronte a un provvedimento in cui la vittima di un’aggressione mafiosa, poliziotto, invece di essere tutelata, viene perseguita e punita come se fosse colpevole dalla Polizia di Stato, che la sanziona disciplinarmente.

    E’ lapalissiano — riprende De Pierro — che ogni criterio di diritto e di giustizia in questa circostanza sia spirato inesorabilmente e abbia dato vita al trionfo dell’iniquità più illogica e inspiegabile. Tanto più che dopo la notifica dell’inizio del procedimento sono stato inviato presso il Dipartimento Militare di Medicina Legale di Roma – Cecchignola al fine di verificare la mia idoneità, sotto il profilo clinico, al servizio, con il quesito diagnostico riferibile ad ansia reattiva situazionale, direi fisiologica nell’immediatezza della palese ingiustizia che mi ha visto vittima. Dopo un lungo periodo di convalescenza, a spese dei corpi collettivi, sono stato giudicato idoneo al servizio. A seguito delle notifiche dei provvedimenti che hanno suonato il de profundis per il mio avanzamento professionale e per ogni miglioramento economico, compresa l’esclusione dal concorso per accedere alla qualifica di vice ispettore, è stato deciso un nuovo invio presso la Cmo. Altro lungo periodo in malattia, sempre a carico della collettività, che avrebbe certamente evitato di pagare un dipendente in malattia se un bel giorno il dott. Tiziano Vetro non avesse attribuito affidabilità alle dichiarazioni di persone in rapporti con un famigerato clan malavitoso, peraltro senza alcun supporto istruttorio-dibattimentale, e avesse deciso di censurare disciplinarmente la vittima di un agguato mafioso, e poi è giunta la statuizione di non idoneità al servizio. Tradotto in termini pratici significa pensione baby a poco più di 50 anni sulle spalle di chi è costretto, dalle norme in vigenza sulla quiescenza, ad andare in pensione a 67 anni. Non potevo assolutamente accettare, sotto il profilo etico e morale, una cosa simile a danno dei cittadini, anche perché non solo io, ma chiunque mi conosce sa perfettamente che l’asserita ansia persistente da eventi stressanti, peraltro nel caso cagionata da una vicenda disciplinare che non avrebbe mai dovuto esistere in una dimensione valutativa di corretta applicazione della logica,prima che del diritto, tale da pregiudicare la mia efficienza operativa in servizio, è ben lontana dal mio reale stato clinico. Per di più, con mio sommo stupore, ho scorto tra le righe del verbale di riforma che io avrei, a loro dire, scarsi rapporti sociali, una circostanza che, con tutto il rispetto, mi fa ritenere inattendibile l’intera statuizione della Commissione Medica Ospedaliera della Cecchignola. Su questo mi piacerebbe che chi ha formulato tale assurdità circa i miei tratti di personalità, agevolmente confutabili da una semplice ricerca su qualsiasi motore di ricerca, a conferma della mia intensa e perpetua attività pubblica, si assuma le sue responsabilità e spieghi pubblicamente come sia giunto a tale conclusione tragicomica, che sta suscitando sonore risate da parte di chiunque ne venga a conoscenza.

    Ora la pronuncia decisionale afferente alla mia idoneità al servizio, affinché non venga confermata l’attuale posizione che mi vede un baby pensionato a spese di chi dovrà, ahimè, suo malgrado, lavorare fino a età avanzata per pagare il mio trattamento di quiescenza, passa alla Commissione Interforze di II Istanza, che ha sede presso l’Ospedale Militare Celio di Roma ed è attualmente presieduta dal Brigadier Generale Mauro De Fulvio, l’organo di gravame deputato a conoscere dei ricorsi avverso le decisioni assunte dalle varie Cmo dislocate sul territorio nazionale, che ho adito nella speranza di veder riformare, melius re perpensa, la deliberazione promanante dai medici della Cecchignola e sancire il mio rientro in servizio, purtroppo con un pregiudizio incommensurabile in termini di progressione carrieristica ed economica, effetto dispiegato dal provvedimento assunto nei miei confronti, reo semplicemente di essere stato vittima di un’intimidazione mafiosa da parte del boss Armando Spada.

    E’ questa la grande differenza che intercorre tra me e Federica Angeli. Lei ha potuto assistere al processo contro chi l’avrebbe minacciata. A me, non solo non è stato concesso ciò che dovrebbe essere logico in uno stato di diritto, ma ho addirittura dovuto subire conseguenze paradossali per aver denunciato. Colgo l’occasione di esprimere nei confronti di Federica il mio rammarico per non aver ricevuto mai una parola di conforto e solidarietà da parte sua in merito alla vicenda di cui sono stato e sono ancora vittima, cosa che io ho fatto, com’è noto, in più occasioni al suo indirizzo. E se prima ciò era un auspicio e un legittimo desiderio, purtroppo mai soddisfatti, ora, in virtù della sua recente nomina istituzionale in qualità di delegata alle periferie, è una pretesa, da cittadino romano legato alla sua città e paladino della legalità e della giustizia. In virtù della sua figura di personaggio antimafia esprima pubblicamente il suo parere sulla vicenda che vede me e la mia famiglia vittima di persone in rapporti con il clan Spada, dello stesso boss Armando Spada e di vari personaggi istituzionali che spesso hanno favorito, con le loro omissioni ai nostri danni, il clan stesso. E naturalmente sarebbe auspicabile anche che spendesse qualche parola sulle grottesche e gravissime conseguenze di tutto ciò sulla mia attività di poliziotto.

    Questa è una richiesta che rivolgo anche alla sindaca Virginia Raggi, peraltro originaria di Roccagiovine, il comune dove siedo in consiglio comunale, la quale ha dichiarato, in occasione della condanna nei confronti di Armando Spada, di essere ‘sempre al fianco dei cittadini che denunciano e combattono con noi contro la criminalità’. Ebbene non mi risulta di averla mai vista al nostro fianco in questa battaglia per la legalità, né che abbia mai speso una sola parola in merito, pur essendo stata resa edotta più volte in merito alla kafkiana vicenda. Come non ho mai scorto la sua presenza in via Peio, all’Infernetto, per verificare al civico 34 le clamorose omissioni di 2 vigilesse capitoline, le quali, come ho già ampiamente dimostrato, sono riuscite a non vedere lapalissiani abusi perpetrati da persone in rapporti col clan Spada, asserendone peraltro addirittura la regolarità. Il tempo dei proclami è terminato. Alle parole auspicheremmo che seguissero azioni concrete, perché ogni denuncia rimasta inascoltata da parte di vittime di mafia, non solo è una sconfitta per le istituzioni democratiche e per tutto il parenchima sociale sano, ma è un regalo indiretto che si porge su un piatto d’argento allo stesso sistema mafioso, che si autoalimenta, purtroppo, grazie alle complicità reciproche con cellule deviate presenti, come spesso inchieste giudiziarie o giornalistiche mettono in luce, nell’apparato amministrativo. Decontaminare le istituzioni dalle infiltrazioni imponenti e pervasive che le hanno messe sotto scacco è una priorità imprescindibile e improcrastinabile, se vogliamo sperare nella palingenesi capitolina. In tal senso la sfida vincente del futuro risiede in un percorso di edificazione collettiva nel terreno della legalità“.

  • Stragi, De Pierro e Padellaro a Roma per il libro della Di Giovacchino

    L’ultimo volume d’inchiesta della nota giornalista e scrittrice è stato presentato presso la Sala Convegni “Giancarlo Imperatori”. Il presidente dell’Italia dei Diritti: “Questo libro è un momento giornalistico che merita di essere eternato e tramandato, per indurre i fruitori a lunghe parentesi riflessive, poiché apre squarci senza appello su spaccati di verità scottanti, da più parti denunciate e puntualmente sottovalutate e sottaciute”

    Roma – C’è una tristissima scia di sangue che ha accompagnato il cammino storico degli italiani nel Dopoguerra, una scia generata da attentati e stragi di proporzioni enormi e dolorose, avvolti da sempre in un alone impenetrabile di mistero e segnati dalla disarmante presenza sullo sfondo di cellule deviate degli apparati istituzionali. Per tutto ciò, nella maggior parte dei casi, è stata scritta una verità ufficiale che non ha mai convinto, più volte non si è giunti nemmeno a una verità processuale, e, tra ombre e ambiguità non è stata quasi mai accreditata una verità storica definitiva. La brava e coraggiosa giornalista Rita Di Giovacchino, firma di punta del Fatto Quotidiano e autrice di diversi libri di inchiesta, abituata da sempre a cercare e indagare oltre quel limite tratteggiato dalle versioni ufficiali degli eventi, ha pubblicato un volume dal titolo Stragi, edizioni Castelvecchi, con prefazione del pm Luca Tescaroli, che va a sviscerare, con la lente d’ingrandimento della neutra obiettività, la sequela di accadimenti tragici che ha salutato il dopo Tangentopoli e la nascita della Seconda Repubblica. Un divenire fenomenico nei cui passaggi nodali l’autrice scava arditamente per portare alla luce depistaggi, vuoti investigativi e addirittura trattative tra uomini delle mafie e rappresentanti delle istituzioni. E tutti questi elementi sono stati al centro del dibattito tenutosi l’altro pomeriggio a Roma presso la Sala Convegni “Gianfranco Imperatori”, in occasione della presentazione del libro, un interessantissimo incontro moderato da Valerio Toniolo, presidente dell’Associazione Buonacultura, che ha visto la partecipazione, oltre che della Di Giovacchino, del noto giornalista e scrittore Antonio Padellaro e del parlamentare e docente di Storia della Criminalità Organizzata Enzo Ciconte. Presente all’evento anche il giornalista presidente del movimento politico Italia dei Diritti e direttore di Italymedia.it Antonello De Pierro, che nei dieci anni in cui ha diretto Radio Roma, diventandone una storica voce nell’etere del Centro Italia, ha dedicato molte puntate all’argomento. Per di più la sua famiglia è stata segnata da azioni criminali di stampo mafioso. Suo cugino, carabiniere, è stato ucciso nel ’94 allo svincolo autostradale di  Scilla, in Calabria, insieme a un collega, in un agguato. Lo stesso De Pierro è stato vittima di minacce e aggressione da parte di un noto esponente del clan Spada di Ostia, indicato nelle carte processuali e sui giornali come il capo del clan stesso. Questi fu accompagnato in macchina sotto casa sua da persone in rapporti con il gruppo criminale, affinché il leader dell’Italia dei Diritti desistesse dal portare avanti delle denunce presentate per consistenti lavori edili effettuati ai suoi danni, resi possibili dalle lapalissiane omissioni da parte di chi avrebbe dovuto controllare. Anche la stessa aggressione con minacce è stata sottorubricata grazie a un’informativa di P.G. nella quale Spada è stato indicato come un personaggio qualsiasi e non ne è stata evidenziata la nota caratura criminale. Ma il ridicolo è stato sfidato quando gli accompagnatori hanno denunciato lo stesso De Pierro e hanno scritto all’incirca che “vista la pericolosità del soggetto abbiamo fatto nascondere lo Spada impaurito nella macchina”. In questo caso chi ha formulato l’informativa stranamente non si è avveduto della reale portata criminale del nome citato e lo ha indicato come teste, senza però ancora più bizzarramente riportare i dati anagrafici completi, attribuendogli  peraltro credibilità testimoniale, complice anche la probabilità di un conseguente convincimento di omonimia in chi è stato chiamato a deliberare sulla rubricazione punitiva. Il tutto si è così avviato incredibilmente a essere inghiottito dalle sabbie mobili della prescrizione, secondo un copione ben consolidato che ha sempre risucchiato scandali e imputati eccellenti. Suona quasi come una beffa se si pensa che il personaggio in questione è il medesimo che avrebbe  minacciato (e non anche aggredito) la giornalista di Repubblica Federica Angeli, che a causa di questo episodio ora è costretta a vivere sotto scorta. Probabilmente quanto accaduto a De Pierro non rientra nei parametri di pericolosità fissati da chi decide in merito e anche se a compiere l’atto è stata la medesima persona è plausibile che il soggetto diventi temibile a intermittenza. Oppure sono stati semplicemente i depistaggi messi in atto ad attenuare la consapevolezza di rischiosità?

    De Pierro si è intrattenuto ancora qualche minuto, dopo la fine della presentazione, a scambiare due chiacchiere con i presenti, in particolare con Emiliano Varanini, noto avvocato e vice responsabile per la Tutela dei Consumatori dell’Italia dei Diritti, nonché figlio dell’autrice, prima di scappare via per un altro impegno che l’attendeva.

    “Sono sempre felice e onorato di partecipare a eventi di questo tipo – ha dichiarato il numero uno dell’Italia dei Diritti – perché la ricerca della verità, in afferenza ai tantissimi punti lacunosi e oscuri della  storia italica degli ultimi decenni, è un caposaldo fondamentale per affermare il principio di giustizia naturale in uno stato di diritto e dovrebbe essere un dovere sacrosanto delle istituzioni, in particolar modo della politica, che purtroppo su questo fronte latita alquanto. Fortunatamente ci sono giornalisti coraggiosi e con commendevole onestà intellettuale come Rita Di Giovacchino, che spesso suppliscono all’abdicazione delle istituzioni e su questo terreno insistono senza remore, perseguendo l’obiettivo caparbiamente, e nonostante la distanza temporale dagli eventi si dilati inesorabilmente, mantengono accesa la memoria. Nel nostro paese sovente le più elementari ragioni di giustizia si infrangono paradossalmente sugli scogli del diritto e ciò non possiamo permetterlo perché significa che delle profonde distorsioni imperano negli ingranaggi della giustizia italiana. Questo sistema va riformato e noi abbiamo numerose previsioni progettuali in merito, è un rinnovamento necessario che incarna una rivoluzione di dignità ontologica. Non possiamo permettere che un cittadino si aggrappi alla speranza rappresentata dalla giustizia, con l’idea coriacea di naturale sinonimia con l’etica, e le sue aspettative vengano disattese, spesso in maniera drammatica. Se c’è un apparato istituzionale inquinato che va al di là di ogni palizzata ideologica, anzi si alimenta proprio con le complicità reciproche, in nome degli interessi personali, l’unica via di fuga resta una giustizia che funzioni, altrimenti altre ombre si allungheranno sempre di più sulla credibilità che i corpi collettivi conferiscono allo Stato, incrementando ineluttabilmente il disagio e la disperazione sociali. Questo libro è un momento giornalistico che merita di essere eternato e tramandato, per indurre i fruitori a lunghe parentesi riflessive, poiché apre squarci senza appello su spaccati di verità scottanti, da più parti denunciate e puntualmente sottovalutate e sottaciute. Ci sono spazi conoscitivi da colmare nella nostra storia recente e il detonatore per far esplodere l’acquisizione è racchiuso concettualmente solo nella parola verità, per poter riaccendere le speranze di una progettualità esistenziale normale e di una ormai accantonata idea palingenetica”.