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  • Inflazione, la battaglia delle banche centrali non è ancora finita

    Dal recente simposio di Jackson Hole è emerso un messaggio chiaro da parte delle banche centrali: la lotta contro l’alta inflazione non si è ancora conclusa ed è possibile che saranno necessari ulteriori di alberi dei tassi di interesse nei prossimi mesi.

    Powell e Lagarde uniti contro l’inflazione

    inflazioneNonostante siano evidenti i progressi degli ultimi mesi, grazie alla politica dei tassi di interesse elevati, il rischio che l’inflazione rimanga radicata nell’economia è ancora elevato. Tanto il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, quanto la sua collega della BCE Christine Lagarde hanno sottolineato la necessità di mantenere il costo del denaro ad un livello restrittivo, per il tempo che sarà necessario affinché l’inflazione converga verso il target del 2%.

    Tutto questo non significa che una nuova stretta sui tassi di interesse ci sarà senza alcun dubbio. Rimangono alcuni dubbi sulle mosse che le due banche centrali faranno a settembre, dove è probabile che rimarranno ferme. Ancora più dubbi riguardano i mesi autunnali.

    Aggrappati ai dati

    In questa ottica entrambi i presidenti dei due istituti centrali hanno identificato come stella polare delle prossime decisioni i dati macro che arriveranno cammin facendo. Non solo quelli riguardanti l’inflazione, ma anche quelli relativi allo stato di salute delle rispettive economie. Se gli indicatori di inversione trend racconteranno che le cose stanno davvero cambiando, allora metteranno in pausa le strette.

    La politica dei tassi di interesse alti ha infatti avuto un contraccolpo evidente sulla crescita, tanto negli USA quanto in Europa. Sia la Fed che la BCE non vogliono esagerare con i rialzi dei tassi, rischiando di innescare una recessione. A meno che non sarà strettamente necessario a causa delle pressioni inflazionistiche.

    Mercati in bilico

    Questo clima di incertezza si sta ripercuotendo anche sui mercati finanziari, ed in special modo sull’andamento delle due valute principali. Il rapporto di cambio tra euro e dollaro sembra impantanato tra 1,08 e 1,10 (fonte dati Pocket Option Italia), perché è difficile interpretare le prossime mosse di Fed e BCE per i prossimi mesi.

  • Debiti troppo alti, l’economia cinese sta affogando nella sua corsa

    Per circa 30 anni l’economia cinese ha marciato ad un ritmo impressionante, che è stato sempre superiore al 5% annuo. L’unica eccezione è stato il 2020, l’anno della pandemia cominciata proprio in Cina. Ma adesso i debiti (pari al 300% del PIL) stanno presentando il conto.

    La Cina e una marea di debiti

    debiti cinaEra chiaro che non sarebbe stato possibile mantenere un ritmo di crescita così vertiginoso per sempre. Prima o dopo, certi nodi vengono al pettine. E secondo molte banche internazionali, siamo arrivati a quel momento.

    La ripresa dell’economia cinese dopo la pandemia è stata meno ruggente delle attese e le grandi banche, una dopo l’altra, hanno tagliato le previsioni di crescita di Pechino al di sotto dell’obiettivo del 5% fissato dal presidente Xi Jinping. E secondo l’autorevole Wall Street Journal, il Paese ormai sta annegando nei debiti contratti da imprese, governo centrale e amministrazioni locali (si parla di quasi 70 miliardi di dollari, fonte Pocket Option).

    Rischio bolla?

    Quello che è successo a Evergrande (che ha presentato negli Stati Uniti istanza di protezione dal fallimento) ed altri costruttori immobiliari, collassati sotto il peso dei centinaia di miliardi di debiti accumulati negli anni, sarebbe solo un’avvisaglia dello scoppio di una bolla. Anche perché il settore immobiliare, che negli ultimi decenni ha gonfiato e cavalcato il boom economico del Dragone, vale oltre un quarto dell’economia cinese. La sua crisi potrebbe trascinare a fondo l’intera economia del Paese.

    I segnali in tempo reale di allarme si stanno insomma moltiplicando tanto che il presidente americano, Joe Biden, ha definito il gigante cinese «una bomba a orologeria».

    Conseguenze

    Pare tuttavia da escludere il rischio di una Lemhan Brothers cinese, perché il legame fra banche e gruppi immobiliari non è così stretto.
    Ma il rischio contenuto di un contagio per il sistema finanziario, non vuol dire che la crisi cinese non avrà ripercussioni a livello globale. Del resto parliamo della seconda potenza mondiale.

    Quanto saranno forti queste ripercussioni è difficile dirlo, ma molto dipenderà dal sostegno che le autorità decideranno di fornire per invertire la tendenza discendente.
    La banca centrale cinese ha abbassato i tassi d’interesse e governo ha iniziato ad adottare misure per aiutare i gruppi immobiliari. Ma serve molto di più, e l’ipotesi di un corposo stimolo fiscale sembra che non trovi Xi Jinping troppo accondiscendente.