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  • Lucia Salvati, io candidata con Lorenzin contro gli amici degli Spada

    La preside coraggio, nota per la lunga battaglia sostenuta a Ostia contro persone in rapporti con il clan, coperte dalle istituzioni, ha scelto di esporsi in politica per lanciare un messaggio a favore della legalità

    Lucia Salvati incatenata per protesta al Municipio di Ostia

    Roma – Sono quasi tredici anni che Lucia Salvati conduce la sua battaglia contro la corruzione e la mafia a Ostia. Infatti l’ex preside coraggio, assurta agli onori delle cronache per varie manifestazioni di protesta inscenate per richiamare l’attenzione sulla sua kafkiana vicenda, è stata vittima, insieme ai suoi due figli, uno dei quali è il giornalista Antonello De Pierro, presidente del movimento Italia dei Diritti, di vari comportamenti omissivi posti in essere da numerose cellule deviate delle istituzioni per coprire degli abusi, che la stessa aveva denunciato, da parte di persone in rapporti con l’ormai famigeratissimo clan Spada di Ostia.

    Come se non bastasse le prefate persone arrivarono ad accompagnare il boss Armando Spada (lo stesso che pare abbia minacciato la giornalista di Repubblica Federica Angeli, che vive attualmente sotto scorta) sotto casa sua minacciandola di morte insieme ai figli e aggredendo questi ultimi con un bastone procurando loro lesioni a cui è stata attribuita una prognosi clinica di 6 e 8 gg.

    Lucia Salvati incatenata per protesta al Comando Generale della Polizia Locale di Roma Capitale

    Suo figlio Antonello ha scelto di aderire con il movimento Italia dei Diritti, di cui è il leader, alla proposta politica della ministra della Salute Beatrice Lorenzin rappresentata dal gruppo Civica Popolare e, dopo aver accettato la candidatura alla Camera dei Deputati, ha scelto di fare un passo indietro per accettare l’incarico di coordinatore della campagna elettorale dell’on. Jean-Léonard Touadi, candidato alla carica di presidente della Regione Lazio. Per via dell’impegno dell’ex dirigente scolastica per la legalità e la giustizia, l’aspirante governatore le ha chiesto di essere l’emblema della campagna legalitaria della sua lista, accettando di candidarsi al secondo posto alle spalle del capolista Pierluigi Borghini. Ritrovando nella compagine capeggiata da Lorenzin quei valori a cui ha informato tutta la sua carriera al servizio delle istituzioni ha deciso volentieri di dare il suo contributo, anche per via della stima nutrita nei confronti del candidato governatore, un apprezzamento che ha addirittura spinto suo figlio a rinunciare alla possibilità di un seggio in Parlamento.

    Lucia Salvati incatenata per protesta all'Ansa

    E’ la stessa Salvati a spiegare i motivi della sua scelta: “Sono molti anni che mi batto per vedere riconosciuti i miei diritti. Nel 2005 ho presentato un esposto per lavori edili abusivi realizzati ai miei danni, pensando di vivere in un paese normale e che la risposta istituzionale sarebbe stata quella più rispondente a una logica deduttiva, ossia di reprimere l’illecito ed evitarne la prosecuzione. Mi ero illusa. Da quel momento sono piombata in un incubo. Le fattispecie comportamentali omissive si sono susseguite a dismisura. A iniziare da alcune vigilesse e da dipendenti dell’Ufficio Tecnico di Ostia. Ma anche gli esponenti politici locali sono rimasti a guardare, seppur messi a conoscenza del fatto. Non solo le vigilesse intervenute dichiararono in documenti ufficiali, pur in presenza di abusi visibili agevolmente ictu oculi, che era tutto in regola, ma addirittura riuscirono a denunciare me e i miei figli per abusi edilizi inesistenti, tanto da essere assolti con la canonica dicitura della formula piena ‘perché il fatto non sussiste’. Un’odissea dal sapore kafkiano, che ha visto il suo momento più grave quando le persone in questione hanno accompagnato in macchina, sotto casa mia, Armando Spada, esponente di spicco dell’omonimo clan di Ostia, che ha minacciato di morte me e i miei figli e ha aggredito questi ultimi, servendosi anche di un bastone, procurando loro lesioni guaribili in in 6 e 8 giorni. Lo scopo della sua venuta era di intimidirci per farci desistere dal continuare a chiedere i nostri diritti e il rispetto della legalità. A quel punto abbiamo avuto la certezza che i signori che avevano commesso gli abusi erano in rapporti con un clan mafioso di Ostia e chi li aveva coperti lo aveva fatto a beneficio di soggetti legati, non spetta a me dire in che modo, a un sodalizio mafioso. Su questo non mi pare possano esserci dubbi. Se io accompagno un elemento di vertice come Armando Spada per intimidire qualcuno ho palesemente un rapporto piuttosto stretto con il clan. Ebbene, si è parlato molto negli ultimi mesi della pericolosità degli Spada a Ostia, specie dopo l’aggressione al giornalista Daniele Piervincenzi, si sono adottate misure anche clamorose sotto certi aspetti, ma cosa è stato fatto prima, quando il mio grido d’aiuto è rimasto inascoltato? E’ alquanto singolare che dopo tanti esposti e denunce, tutti ignorati, solo ora ci si accorge di un fenomeno presente già da molto tempo. Il ministro Marco Minniti ha dichiarato che non ci sono zone franche. Questa affermazione mi fa sorridere. Vorrei dire al ministro che in via Peio, 34, all’Infernetto, la zona franca esiste dal 2005, e persone vicine al clan Spada hanno potuto fare di tutto senza che gli organi istituzionali deputati al controllo muovessero un solo dito per ostacolarli. Invito il ministro Minniti a recarsi in via Peio e lo sfido, di fronte alla realtà dei fatti, a ripetere l’assunto concettuale espresso sull’assenza di zone franche. Perché si punta il dito sugli Spada, che hanno fatto una scelta criminale, ma non si guarda a chi vive alla loro ombra nascondendosi dietro una coltre di perbenismo e di insospettabilità. Perché Armando Spada è venuto sì sotto casa mia per consumare quella che, senza mezzi termini, è stata un’intimidazione mafiosa, ma non è venuto da solo. E’ stato accompagnato in macchina. E chi l’ha accompagnato ha un nome e un cognome. Sono Alfonso De Prosperis, noto imprenditore della lavorazione del ferro a Ostia Nuova, e sua moglie Angela Falqui. E l’evento, da intimidazione mafiosa qual’era, grazie a varie e incredibili circostanze, è stato rubricato come lesioni personali lievi ed è finito nell’alveo decisionale del Giudice di Pace, col procedimento instaurato inghiottito poi dalle sabbie mobili della prescrizione. Infatti i poliziotti della volante del Commissariato di Ostia, intervenuti sul posto, non hanno voluto porre sotto sequestro, nonostante le insistenze di mio figlio Antonello, il bastone con cui erano stati colpiti i miei figli. E nemmeno hanno voluto perquisire Spada. Il signori Alfonso De Prosperis e Angela Falqui hanno avuto l’ardire di proporre una denuncia – querela contro di noi, accusandoci di averli aggrediti e indicando Armando Spada come teste. Un atto di accusa per sollecitare un procedimento penale in cui sono state scritte cose che la più elementare e superficiale disamina logica indurrebbe chiunque a definire paradossali e ridicole. Ma non evidentemente chi ha redatto l’informativa di polizia giudiziaria, che definirei quantomeno un po’ distratta. Infatti nella denuncia vi era scritto che i signori De Prosperis e Falqui, hanno fatto nascondere il signor Spada in macchina essendosi spaventato alla vista dei miei figli. Il bastone con cui questi ultimi sono stati colpiti è stato utilizzato da Spada per tenere a distanza un pericoloso animale che mio figlio avrebbe aizzato contro di loro. Peccato che si trattasse di un cucciolo di circa sei mesi di vita. E ha un nome e cognome anche il maresciallo dei Carabinieri che ha firmato l’informativa testé citata in cui, e non sta a me giudicare se involontariamente o meno, ha indicato Spada come teste, senza fare alcun accenno alla caratura criminale del soggetto e senza citare il luogo di nascita, né tantomeno la data. Come hanno un nome e cognome le vigilesse che non sono riuscite a scorgere degli abusi lapalissiani, però sono state molto brave a individuare quelli nostri, perfettamente inesistenti. E hanno un nome e cognome molti altri personaggi di questa vicenda, che con il loro comportamento, ripeto voluto o non voluto, non è affidato alla mia competenza deciderlo, hanno di fatto favorito le condotte illecite di personaggi in rapporti con il clan Spada. Il significato della mia candidatura è proprio questo. Orgogliosa di poter dare il mio contributo a una lista che ha fatto della lotta all’illegalità il punto cardine del suo programma e che propone per la presidenza della Regione Lazio una persona di elevato spessore politico, culturale e umano come Jean-Léonard Touadi“.

  • Al premio “Le ragioni della nuova politica” ospite Antonello De Pierro

    Il giornalista presidente dell’Italia dei Diritti ha presenziato alla cerimonia di consegna del prestigioso riconoscimento che ha visto insigniti Lamberto Dini, Vincenzo Scotti, il magistrato Antonio Marini e il generale Tullio Del Sette

    Roma – Com’è ormai consolidata tradizione annuale, ha avuto luogo l’altro pomeriggio, nell’elegante sala Vanvitelli dell’Avvocatura Generale dello Stato, la consegna del prestigioso premio “Le ragioni della nuova politica”, giunto alla tredicesima edizione.
    L’autorevole kermesse organizzata da Sara Iannone, presidente dell’associazione culturale “L’alba del Terzo Millennio”, ha fatto registrare ancora una volta una straordinaria affermazione, palesando senza ombra di dubbio quel divenire evolutivo, espresso qualitativamente, che è stato una costante nei suoi anni di vita, caratterizzati, in ogni edizione, dalla manifestazione di un crescente e tangibile perfezionamento. La conduzione è stata affidata alla professionalità indiscussa della giornalista Rai Camilla Nata, che ha magistralmente e compiutamente interpretato il senso della cerimonia, reggendone saldamente le redini. Della Colomba della Civiltà, scultura che rappresenta l’ambito riconoscimento, sono stati insigniti anche quest’anno, come in quelli scorsi, personaggi di grande spessore del panorama politico-istituzionale, della cultura e del giornalismo, ma quest’anno, a conferma dello sviluppo valoriale acquisito, la Iannone ha potuto legittimamente inorgoglirsi di fronte alla lapalissiana connotazione di maggiore maturità e di perfezione organizzativa raggiunta dal più eminente appuntamento capitolino a carattere premiale con le istituzioni della Repubblica. Un commendevole progetto che l’esperta organizzatrice ha saputo coltivare e nutrire negli anni nel fertile giardino della passione e dell’abnegazione e che si avvia a proseguire sul cammino intrapreso verso nuove tappe già visibili, con contorni ben definiti, all’orizzonte.
    Vincenzo Scotti e Antonello De Pierro
    I primi a sfilare, per ricevere il trofeo dalle mani dei premianti sono stati il direttore del Messaggero Virman Cusenza e l’Avvocato Generale della Corte d’Appello di Roma Antonio Marini, magistrato di lungo corso, il quale si è detto orgoglioso di ricevere un riconoscimento dedicato principalmente ai servitori dello stato quale lui è stato e vuole continuare ad essere oltre l’obbligato e non condiviso pensionamento, esternazione che ha fatto scattare un profluvio di scroscianti applausi. Poi è stata la volta del prefetto di Roma Franco Gabrielli, applauditissimo anche lui, come anche l’ex presidente del Consiglio dei Ministri Lamberto Dini, che è stato insignito a seguire.
    Il generale Tullio Del Sette e Antonello De Pierro
    Il termometro dell’entusiasmo in platea si è impennato decisamente verso il rosso quando a ritirare la celebre scultura, realizzata quest’anno dal maestro di fama mondiale Benedetto Robazza, è stato il generale di Corpo d’Armata Tullio De Sette, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, figura di grande spessore e prestigio dell’apparato statale, la cui consegna è stata affidata al padrone di casa, l’avvocato di Stato Giuseppe Albenzio, il quale aveva aperto la cerimonia tributando ai presenti il saluto ufficiale della struttura ospitante.
    Altra premiazione salutata con decisa approvazione è stata quella dell’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, attualmente presidente della Link Campus University, intellettuale coerente e politico di lungo corso, recordman di suffragi elettorali, essendo riuscito a ottenere fino a 230mila preferenze in una sola consultazione.
    Antonello De Pierro e il giudice Antonio Marini
    Sono stati premiati inoltre Maria Amata Garito, Rettore Università telematica “Uninettuno”, Daniele Mancini, ambasciatore italiano presso la Santa Sede, l’imprenditrice Lucetta Piperno, la consigliera di Stato Francesca Quadri, il presidente di Assolavoro Stefano Scabbio e Carlo Musto D’Amore, direttore generale dell’Università “La Sapienza” di Roma.
    Un riconoscimento speciale è andato al prof. Stefano Di Girolamo, motivato dall’impegno profuso nell’attività di ricerca nel campo dell’otorinolaringoiatria e della chirurgia cervico-facciale, e al maresciallo dei Carabinieri Fabio Iadeluca, autore dell’Enciclopedia delle Mafie, per il contributo fornito alla lotta contro la criminalità organizzata, sia nell’ambito dei servizi d’istituto come appartenente al (Ra.C.I.S.) Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche, sia come studioso, analista e docente di Criminologia e Sociologia della Devianza.
    Una targa d’argento è stata consegnata anche a Luciano De Crescenzo, del cui ultimo libro “Ti voglio bene assai” è stata consegnata una copia a tutti i premiati.
    Tante le divise della Benemerita tra i numerosi ospiti nel parterre, fra cui molti dei premiati delle scorse edizioni, come Alfonso Rossi Brigante, Vincenzo Sanasi D’Arpe, Gianni Ietto, mons. Luigi Casolini e Giuseppe Chiaravalloti. Non sono passati inosservati altri autorevoli ed emblematici personaggi dell’apparato istituzionale quali il noto giurista Corrado Calabrò, il primo presidente di Cassazione Giorgio Santacroce, la celebre politica e fondatrice di Amnesty International in Italia Margherita Boniver, gli ex avvocati generali dello Stato Oscar Fiumara e Ignazio Caramazza, il presidente della Corte dei Conti Raffaele Squitieri e Giuseppe Faberi, presidente della Sezione Consultiva Atti Normativi del Consiglio di Stato. Presente anche il giornalista presidente del movimento politico Italia dei Diritti Antonello De Pierro, direttore di Italymedia.it e già direttore e voce storica di Radio Roma, che segue sempre con molto interesse la rinomata manifestazione di Sara Iannone condividendone pienamente le peculiarità e i principi nodali.
    “Nutro molta stima per Sara Iannone — ha affermato De Pierro — e quando posso rispondo con grande piacere al suo invito a quello che considero un appuntamento davvero unico nel suo genere. Corro il rischio di ripetermi rispetto a quanto ho già dichiarato in passato, ma repetita iuvant e in virtù del fatto che ho un’assoluta convinzione della validità della prefata locuzione, non mi stancherò mai di tessere le lodi di una manifestazione che lascia trasparire apoditticamente il suo ineguagliabile spessore, che può essere il frutto esclusivamente di un infinito impegno profuso, di un’assiomatica competenza professionale e di una compiuta maturità esperienziale. Organizzare tredici edizioni a questi livelli si può solo in presenza di una granitica piattaforma operativa su cui si posano saldamente questi tre ingredienti. Tra i meriti che vanno attribuiti all’Alba del Terzo Millennio c’è quello di sottolineare, in un particolare momento storico come l’attuale, dove i cittadini vedono naufragare ideali e speranze, infranti sugli scogli delle inchieste giudiziarie, che disorientano disegnando un orizzonte assolutamente incerto, la presenza maggioritaria di apparati sani dello Stato, dove tanti integerrimi servitori espletano le loro attribuzioni funzionali con serietà e abnegazione. La grande cura con cui vengono selezionate le nomination produce l’effetto di valorizzare e mettere a fuoco quelle figure più rappresentative, che nel loro patrimonio dnatico custodiscono un’idea immarcescibile di attaccamento alla giustizia e alla legalità come patrimonio etico di un Paese. L’atmosfera di solenne conformità alle prescrizioni della produzione normativa, che si respira nella sala Vanvitelli durante la cerimonia, grazie ai concetti espressi dai premiati e dai premianti, farebbe riaccendere una prospettiva di fiducia anche nel cittadino più disilluso verso la possibilità di decontaminare il tessuto istituzionale dalle infiltrazioni imponenti e pervasive che l’hanno messo sotto scacco, lasciandogli intravvedere concreti spiragli palingenetici per la nostra nazione”.
    Il leader dell’Italia dei Diritti si è detto molto contento per aver rincontrato tanti amici, come per esempio il magistrato Antonio Marini, a cui ha rivolto le congratulazioni per il riconoscimento ottenuto, giudicandolo “meritatissimo e va a coronare una brillante e commendevole carriera vissuta sempre nel segno dell’abnegazione e dell’attaccamento incondizionato alle istituzioni, peculiarità che solo i veri servitori dello Stato possono vantare”.
    Poi De Pierro ha espresso entusiasmo e soddisfazione per il premio ricevuto dal generale Del Sette e per la presenza di tanti autorevoli rappresentanti dell’Arma dei Carabinieri, corpo a cui è legato da profonda stima e affetto, con note amarcord anche purtroppo dolorose. Infatti suo cugino, Antonino Fava, era un carabiniere e fu ucciso nel ’94, insieme a un collega, in un agguato mafioso sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, mentre si trovava in servizio nei pressi del casello di Scilla.
    “Fu un grave lutto per la mia famiglia — ricorda —. Mio cugino Nino, a 37 anni, lasciò la moglie e due figli piccoli. Suo padre, subì un duro colpo e non si riprese mai, tanto che morì poco tempo dopo. Sono stato sempre orgoglioso di lui, e non passa tempo che il mio pensiero va a cercare il suo ricordo. Era un emblema di grande attaccamento alla divisa e al suo lavoro. E’ per questo che quando le cronache ci parlano di carabinieri infedeli o rei di comportamenti discutibili, fortunatamente pochi, la rabbia che monta in me è doppia, da cittadino e da custode di un esemplare adempimento del dovere da parte di un appartenente alla gloriosa Benemerita”.
    Tra gli altri numerosi ospiti presenti è d’uopo citare Daniela e Stefano Traldi, Angelo Gargani, Giuliana Passero, Giorgio Cancellieri, Cosimo Ferri, Mario Basili, Loretta Cardoni, Eugenio Mele, gli stilisti Luigi Bruno ed Eleonora Altamore, Pino Pisicchio Publio Fiori, mons. Vincenzo Paglia e il professor Luca Filipponi.