Tag: geopolitica

  • SCENARI GEOPOLITICI GLOBALI, FRA NUOVO ORDINE DEL PIANETA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Il nuovo libro di Giancarlo Elia Valori, Ed. Rubbettino.

    Entra nel mondo affascinante della geopolitica globale con il libro straordinario del prof. Giancarlo Elia Valori, uno dei più eminenti manager italiani e esperti di geopolitica del nostro tempo. In “Scenari Geopolitici Globali, Fra Nuovo Ordine del Pianeta e Intelligenza Artificiale”, Valori ci conduce in un viaggio avvincente attraverso i cambiamenti strutturali del nostro pianeta e l’impatto dell’intelligenza artificiale sulle dinamiche geopolitiche.

    Il profondo insight di Valori, coadiuvato dalla prefazione illuminante del Prof. Oliviero Diliberto, Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma, offre una prospettiva unica e informata su come il nostro mondo sta evolvendo. Da una prospettiva accademica e pratica, il libro esplora il delicato equilibrio tra la crescente influenza delle nuove tecnologie, in particolare dell’intelligenza artificiale, e la formazione di un nuovo ordine mondiale.
    Con uno stile accattivante e un approccio accessibile, Valori guida il lettore attraverso i complessi scenari geopolitici che caratterizzano il nostro tempo. Questo libro è un’indispensabile fonte di conoscenza per chiunque desideri comprendere le forze che plasmano il nostro mondo o abbia interesse per i cambiamenti futuri che ci attendono.

     

    la copertina del libro di Giancarlo Elia Valori

  • NASCE LA FONDAZIONE DI STUDI INTERNAZIONALI E GEOPOLITICA, LA PRESIEDE GIANCARLO ELIA VALORI. Ente morale e polo culturale al servizio della pace tra i popoli.

    La Fondazione di Studi Internazionali e Geopolitica presieduta dal Prof. Giancarlo Elia Valori, Honorable dell’Accademia delle Scienze di Francia, rappresenta un punto di riferimento di livello internazionale per la Cultura come strumento di dialogo e di pace

    Tra le sue attività principali vi sono quelle nel campo culturale e politico, destinate a rafforzare la pace e la convivenza tra i popoli: in particolare, a sostenere ogni forma di cooperazione diretta a salvaguardare o ripristinare la Pace;
    b) contribuire all’approfondimento dei temi internazionali, con adeguate iniziative dirette a diffonderne la conoscenza nell’opinione pubblica e – in particolare – tra le nuove generazioni;
    c) promuovere e consolidare forme di cooperazione culturale rivolte a radicare nella coscienza dei popoli i valori della persona e della democrazia, i principi di un equilibrato sviluppo economico e sociale e a favorire le condizioni per la loro concreta attuazione;
    d) promuovere, sia a livello nazionale che internazionale, attività di ricerca nel campo storico, sociologico, politologico, giuridico, economico, della cooperazione internazionale e dell’integrazione oltreché realizzare attività culturali nei settori dei beni e delle attività culturali;

    Come si vede un programma di attività di altissimo livello culturale e sociale che nel 2021 ha portato alla firma dell’accordo di collaborazione tra l’Università La Sapienza di Roma e il Politecnico di Leopoli in Ucraina.
    Nel documento allegato è possibile conoscere tutte le attività di competenza della Fondazione.

    Di grande prestigio il Comitato direttivo, presieduto dal Prof. Giancarlo Elia Valori, che si compone di figure di altissimo livello nel campo della cultura, della scienza, del diritto e delle relazioni internazionali.

    Telefono: +39 06 8537441

    E-mail: [email protected]

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  • Lo stallo nei negoziati per l’ingresso della Serbia nell’Ue avvicina sempre di più Belgrado a Mosca e a Pechino. Di Giancarlo Elia Valori.

    La Serbia attende dal 2012 che l’Unione Europea dia una risposta alla sua richiesta di diventare membro a tutti gli effetti dell’Unione stessa.
    Nonostante estenuanti negoziati, questa risposta tarda a venire e la causa principale dello stallo ha un nome preciso: il Kossovo.
    L’Unione, prima di accettare la richiesta di adesione da parte di Belgrado, pretende una soluzione definitiva dei rapporti tra Serbia e quella regione che da essa si è distaccata dopo il conflitto del 1999, quando in soccorso degli albanesi kosovari si mobilitò la Nato e che nel febbraio del 2008 ha proclamato la propria indipendenza.
    La Serbia non ha mai riconosciuto la nascita della Repubblica kosovara, come del resto non l’hanno riconosciuta molti altri importanti paesi: su 193 membri delle Nazioni Unite, solo 110 stati hanno accettato formalmente la nascita della nuova repubblica mentre i restanti, tra cui Russia, Cina, Spagna, Grecia e Romania-per citarne solo i più importanti- si rifiutano di riconoscere l’indipendenza degli albanesi di quella che un tempo era una regione della Serbia.

    L’Unione Europea non può accettare che uno dei suoi membri, come sarebbe il caso della Serbia se la sua candidatura venisse accettata, non sia di fatto in grado di garantire il controllo delle proprie frontiere.
    Dalla fine della guerra tra Kosovo e Serbia non esiste infatti una chiara e controllata linea di confine tra i due paesi. Per evitare continui scontri Pristina e Belgrado hanno di fatto lasciato aperta la frontiera, chiudendo tutti e due gli occhi sull’ ”economia del contrabbando” che prospera su entrambi i lati del confine.
    In questa situazione, qualora la Serbia divenisse membro a tutti gli effetti dell’Unione Europea, si creerebbe una falla nelle frontiere di tutta l’Area Schengen, in quanto chiunque, passando dal Kossovo potrebbe poi trasferirsi in tutti i paesi dell’Unione.
    Questo non è l’unico ostacolo all’adesione di Belgrado all’Unione: molte cancellerie europee guardano con diffidenza alla politica estera serba, che fin dai tempi della dissoluzione della Federazione Jugoslava ha mantenuto un rapporto privilegiato con la Russia, rifiutando di aderire al programma di sanzioni decretate dall’Europa nei confronti del Cremlino dopo l’annessione della Crimea ai danni dell’Ucraina.
    Durante la pandemia da Covid 19, la Serbia ha addirittura accettato di produrre direttamente nei propri laboratori il vaccino russo “Sputnik V”, snobbando platealmente l’offerta vaccinale di Bruxelles.

    Per gli americani e per alcuni importanti stati europei, l’ingresso formale della Serbia nell’Unione potrebbe spostare verso oriente il centro di gravità della geopolitica del Vecchio Continente aprendo, via Belgrado, un canale privilegiato di dialogo tra Mosca e Bruxelles.
    Questa possibilità, però, non è vista con sfavore dalla Germania che nelle intenzioni del Presidente della CDU, Armin Laschet, prossimo candidato alla successione ad Angela Merkel alla guida della Cancelleria Federale, ha di recente dichiarato di essere favorevole a una politica estera che “si sviluppi in multiple direzioni”, avvertendo i partner occidentali del pericolo derivante “dall’interruzione del dialogo con la Russia e con la Cina”. In proposito, Laschet ha pubblicamente dichiarato che “la politica estera deve essere sempre incentrata sulla ricerca di modalità di interazione, inclusa la cooperazione con paesi che hanno modelli sociali differenti dai nostri, come la Russia, la Cina e le nazioni del mondo arabo”.
    Oggi non sappiamo se Laschet in autunno assumerà la guida del Paese più potente dell’Unione, ma quel che è certo è che l’eventuale ingresso formale della Serbia nei ranghi dell’Unione potrebbe costringere l’Europa a rivedere alcune delle sue posizioni in politica estera, sotto la spinta di un nuovo asse serbo-tedesco.
    Al momento comunque l’ingresso di Belgrado in Europa appare ancora di là da venire, proprio a causa dello stallo dei negoziati serbo kosovari.
    Nel 2013, Pristina e Belgrado hanno siglato il cosiddetto “Patto di Bruxelles”, un accordo ottimisticamente ritenuto dalla diplomazia europea in grado di portare rapidamente a una normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo, in vista di un reciproco riconoscimento politico e diplomatico.
    Parte integrante dell’accordo era, da un lato, l’impegno delle autorità di Pristina a riconoscere un alto grado di autonomia amministrativa alle municipalità kosovare abitate da una maggioranza serba e, dall’altro lato, la collaborazione da parte dei serbi nella ricerca dei resti delle migliaia di albanesi Kosovari presumibilmente eliminate dalle truppe di Milosevic durante la repressione che precedette la guerra del’99.

    Nessuno dei due impegni è stato finora rispettato e, durante l’incontro che si è tenuto a Bruxelles lo scorso 21 luglio tra il presidente serbo Alexander Vucic e il primo ministro del Kosovo Albin Kurti, sarebbero volate parole grosse e accuse reciproche sulla mancata implementazione del “Patto” al punto che il responsabile della politica estera europea, Josep Borrel, ha pubblicamente chiesto alle due parti di “chiudere il capitolo di un passato doloroso attraverso un accordo legalmente vincolante sulla normalizzazione delle relazioni reciproche, in vista della realizzazione di un futuro europeo per i propri cittadini”. Questo futuro appare quantomeno nebuloso ove si consideri che la Serbia, di fatto, si rifiuta di riconoscere il valore legale di lauree e diplomi rilasciati anche a membri della minoranza serba del Kosovo dalle autorità accademiche kosovare.
    Al momento, comunque, in Europa e oltreoceano entrambi i contendenti si stanno assicurando supporti e alleanze.
    La Serbia è guardata con favore dal presidente di turno dell’Unione, lo sloveno Janez Jansa, che è un sostenitore del suo ingresso perché “questo sancirebbe in modo definitivo la dissoluzione della Federazione jugoslava”. Anche la stragrande maggioranza dei partiti di destra europei, a partire dal “Rassemblement National” francese all’ungherese “Fydesz”, approvano la richiesta di adesione di Belgrado e corteggiano apertamente le minoranze serbe che vivono nei rispettivi paesi, mentre l’amministrazione Biden, dopo gli anni del disimpegno americano dai Balcani dai tempi di Bush, di Obama e di Trump, avrebbe deciso di riportare la regione nella lista degli impegni prioritari di politica estera, affidando il “Dossier Serbia” al sottosegretario agli Affari Europei ed Eurasiatici, Matthew Palmer, diplomatico di lungo corso e di grande esperienza.

    Per sostenere la candidatura serba di adesione all’Europa, Belgrado ha schierato anche dei lobbisti ufficiali.
    Nello scorso mese di giugno la società di lobbying “ND Consulting” di Natasha Dragojilovic Ciric si è ufficialmente registrata nel cosiddetto “albo della trasparenza” di Bruxelles per promuovere il sostegno alla candidatura di Belgrado. La ND è finanziata da un gruppo di donatori internazionali e si avvale della consulenza di Igor Bandovic, già ricercatore dell’americana Gallup e capo del “Belgrade Centre for Security Policy”, dell’avvocatessa Katarina Golubovic del “Comitato dei Giuristi per i diritti umani” e di Jovana Spremo, già consulente dell’OSCE.
    Queste sono le truppe legali schierate da Belgrado a Bruxelles per supportare la sua richiesta di integrazione formale in Europa, ma nel frattempo la Serbia non trascura le sue alleanze “orientali”.
    All’inizio di questo mese, il capo dell’SVR, il Servizio segreto russo di intelligence estera, Sergey Naryshkin, ha compiuto una visita ufficiale a Belgrado, poche settimane dopo la conclusione di un’esercitazione militare congiunta tra forze speciali russe (gli “Spetznaz”) e forze speciali serbe.

    Nella capitale serba Naryshkin non ha incontrato soltanto il suo omologo serbo Bratislav Gasic, capo della “Bezbednosno Informativna Agencija” il piccolo ma potente Servizio segreto serbo, ma è stato anche ricevuto dal presidente della Repubblica Alexander Vucic allo scopo di rendere pubblica la vicinanza tra Serbia e Russia.
    I tempi della visita coincidono con la ripresa dei colloqui a Bruxelles sull’adesione della Serbia all’Unione e possono essere chiaramente considerati come strumentali all’esercizio di una sottile pressione diplomatica tendente a convincere l’Unione dell’eventualità che, in caso di rifiuto, Belgrado decida di voltare definitivamente le spalle all’Occidente, per allearsi con un oriente evidentemente più disponibile a trattare i serbi con quella dignità e attenzione che un popolo orgoglioso e tenace ritene di meritare.
    Una notizia che conferma che la Serbia è pronta a voltare le spalle all’Ovest, qualora l’Europa continui a procrastinare la decisione sul suo ingresso nell’Unione: La Cina ha firmato nei giorni scorsi un accordo di Partnership con Belgrado nel campo della ricerca farmaceutica, un accordo che fa della Serbia uno dei maggiori, attuali, partner commerciali di Pechino sul Continente europeo.

    Giancarlo Elia Valori

  • GEOPOLITICS OF THE NEW MIDDLE EAST, presentato a Tel Aviv l’ultimo libro di Giancarlo Elia Valori con una platea di eccezione.

    GEOPOLITICS OF THE NEW MIDDLE EAST, di Giancarlo Elia Valori.

    Tel Aviv 29 giugno 2021,
    nella splendida cornice dell’Hotel Hilton, si è svolta la presentazione del volume “Geopolitics of the New Middle East”, l’autore, il Professor Giancarlo Elia Valori, presenta un’opera intrisa delle più considerevoli esperienze di decenni di incarichi e analisi dell’area, maturata sul campo. Esperto di geopolitica e profondo conoscitore del Nuovo Medio Oriente o, per meglio dire, del Grande Medio Oriente, il Professor Valori ci sorprende, ancora, con una disamina accurata e di elevato pregio.


    Felicitazioni giungono, per l’evento, da tutto il mondo e, in particolare dal Decano dell’Istituto per le Relazioni Internazionali dell’Università di Pechino che partecipa, non solo a titolo personale ma a nome della Facoltà intera, le più sentite congratulazioni e la più profonda ammirazione per il pregevole volume.
    Intervenuti all’evento, esperti e analisti di fama internazionale e tra questi una particolare menzione merita l’Ambasciatore d’Italia presso lo Stato di Israele, Dottor Gianluigi Benedetti, Dalia Rabin figlia del Presidente Rabin, Chemi e Yoni Peres figli del Presidente Peres che perseguono l’importante opera paterna curando il famoso fondo Pitango e il Peres Center for Peace and Innovation.

    Tra gli altri personaggi di spicco presenti all’evento, il Gen.le Hefetz, Comandante della sicurezza di Israele, Amos Yaron, Giora Eiland, Guy Zuri, il Vice Presidente di Pitango, Ramy Kalish e l’Israel Special Force Commander, Brig. Gen.le Gal Hirsch.
    Un parterre d’eccezione che, solo il Professor Giancarlo Elia Valori poteva riunire per rende giusto merito alla celebrità dell’autore e alla valenza dell’opera.

    Per informazioni, materiale fotografico e pubblicazioni: [email protected]

     

  • GEOPOLITICS OF THE NEW MIDDLE EAST. Di Giancarlo Elia Valori, presentazione del libro a Tel Aviv il 29 Giugno 2021.

    GEOPOLITICS OF THE NEW MIDDLE EAST.

    Di Giancarlo Elia Valori, presentazione del libro a Tel Aviv il 29 Giugno 2021.
    Un grande evento con protagonista Giancarlo Elia Valori, già Presidente di Autostrade per l’Italia e grande cultore delle relazioni internazionali. A Tel Aviv con Dalia Rabin, Gianluigi Benedetti Ambasciatore d’Italia in Israele, il Generale Moshe Yaalon ex Ministro della Difesa ed altri illustri ospiti internazionali per discutere della situazione in Medio Oriente e delle nuove prospettive di pace prendendo spunto dalla preziosa collezione di analisi geopolitiche che impreziosiscono il volume del prof. Valori.

    Per informazioni e richieste di pubblicazione: [email protected]

    Note sull’autore

    Giancarlo Elia Valori è uno dei più importanti manager italiani. Docente universitario e attento osservatore della situazione politica ed economica internazionale, nella sua lunga carriera ha ricoperto importanti incarichi in prestigiose società italiane (Autostrade per l’Italia) ed estere. Attualmente è Presidente dell’International World Group

    Inoltre è presidente onorario di Huawei Italia nonché detentore di importanti cattedre in prestigiosi atenei quali la Yeshiva University di New York, l’Hebrew University di Gerusalemme e la Peking University.

    Nel 1992 viene nominato Cavaliere della Legion d’onore con la motivazione: “Un uomo che sa vedere oltre le frontiere per comprendere il mondo”, dall’11 maggio 2001 è ambasciatore di buona volontà dell’Unesco per i meriti profusi generosamente nella difesa e nella promozione del patrimonio immateriale. Nel 2002 riceve il titolo di “Honorable” della Académie des Sciences de l’Institut de France.

    Tra i suoi libri ricordiamo: Liberi fino a quando? (Lindau 2019), Rapporti di forza (Rubbettino 2019), Geopolitica e strategia dello spazio (Rizzoli 2006), Antisemitismo, olocausto, negazione (Mondadori 2007), Mediterraneo tra pace e terrorismo (Rizzoli 2008), Il futuro è già qui (Rizzoli 2009), La via della Cina (Rizzoli 2010) e Geopolitica dell’acqua (Rizzoli 2011).

    A riconoscimento del suo poliedrico impegno di studioso e pubblicista a respiro universale, ha ricevuto il premio giornalistico “Ischia Mediterraneo”,il “Gran Premio Letterario 2011” dal Consiglio Mondiale del Panafricanismo e il “Premio Internazionale della Cultura” dalla International Immigrants Foundation delle Nazioni Unite.

     

  • Il petrolio rimasto sul pianeta Terra e l’olio di scisto. Di Giancarlo Elia Valori.

    Quando eravamo molto giovani, sentivamo dire che il petrolio si sarebbe esaurito in pochi decenni al massimo, ma col trascorrere dei lustri, abbiamo scoperto che c’è ancora molto petrolio. I prezzi sono in costante calo e non c’è alcun segno di esaurimento. Perché?Secondo gli ultimi dati di ricerca effettuati negli Usa, il petrolio può essere utilizzato fino ad un lunghissimo periodo.
    Prima di capire il perché così tanto petrolio è spuntato all’improvviso sul nostro pianeta, cerchiamo prima di comprendere il processo di nascita del petrolio.

    La teoria precedente era che le carcasse di animali e molte piante sulla terra affondassero lentamente nel terreno. Dopo centinaia di milioni di anni di complesse reazioni geologiche, le carcasse formavano petrolio e le piante in lenta decomposizione davano origine al carbone.In seguito, venimmo a sapere che qualcosa non andava. Secondo la stima del valore energetico, per formare oggi una scala di stoccaggio così enorme di petrolio e carbone, ci vorrebbero almeno molti più di milioni di anni per un numero x di carcasse animali e piante, a loro volta presenti in numero esponenziale, rispetto alla cifra d’essi necessaria a produrre tanto oro nero sino ad oggi.

    In realtà, quasi tutti gli animali e le piante morti sulla terra si sono decomposte, in particolare le carcasse degli animali era impossibile perpetuassero per così tanto tempo tali funzioni “produttive”.
    Anche in caso di un grave disastro naturale (il cosidetto meteorite che portò all’estinzione i dinosauri) o un terremoto, o un maremoto – peggio ancora grandi incendi che incenerivano il “futuro combustibile” – ciò può accadere una sola volta (la predetta estinzione) e “seppellito” una sola volta, e non a intervalli regolari per milioni di anni.

    Allora da dove vengono così tanto petrolio e carbone?
    Secondo le ultime ricerche scientifiche, il carbone e il petrolio sulla terra sono tutte sostanze idrocarburiche a base di carbonio che sono sepolte nel terreno in resti vegetali. A seconda delle condizioni geologiche, diventano carbone o petrolio, e non hanno nulla a che vedere con le carcasse di animali.
    Però, ci chiediamo, da dove sono venute così tante piante sulla terra per fornire una quantità così enorme di energia, un’energia che la quantità di piante nate nelle ère geologiche non possono giustificare in proporzione all’energia prodotta sino ad oggi?
    Tanto, tanto tempo fa – in quelle ère remote in cui i dinosauri non erano ancora apparsi – nella feroce sopravvivenza ed evoluzione, una pianta altamente motivata ha evoluto in sé per la prima volta quello che oggi noi chiameremmo il concetto di “legno”, diventando così il primo albero sulla terra.

    Nei successivi 40 milioni di anni, nessun batterio o fungo sulla terra era in grado di decomporre la lignina e nessun animale era interessato a nutrirsi d’essa.
    In queste epoche, il legno non si è degradato, proprio come la plastica oggi, per cui l’intera superficie del nostro pianeta è stata “contaminata” dalla crescita degli alberi. Di conseguenza, la foresta divenne l’unico signore supremo sulla terra in quel momento. Con i processi chimico-evolutivi, il legno si è accumulato in riserve incommensurabili, trattenendo una grande quantità di anidride carbonica dall’aria, e favorendo la produzione di ossigeno sulla terra a livelli altissimi: la temperatura scese e la concentrazione di ossigeno divenne più elevata.
    L’ossigeno cambiò direttamente la struttura dell’atmosfera terrestre, causando l’estinzione del 99,99% delle specie sulla terra che non sopravvivevano a causa dell’avvelenamento da ossigeno, e allo stesso tempo lo scorrere delle ère geologiche dette vita ad un sistema di riferimento vitale differente dal passato.

    Per cui non è come si crede che la vita sia sempre dipesa dall’ossigeno; la nostra esistenza si basa sull’ossigeno, ma forme vitali precedenti la nostra e quella dei dinosauri non erano fondate sull’ossigeno, bensì sull’anidride carbonica.
    Però va detto che i sistemi che il genere umano adotta, e che stanno distruggendo l’ambiente terrestre e causeranno, se continua così nel lungo periodo, l’estinzione delle specie sono di gran lunga peggiori delle foreste di allora che annichilirono le forme viventi che si basavano sull’anidride carbonica.

    Il cambiamento si ebbe quando un fungo acquisì le capacità di degradare la lignina, in maniera che il mondo è quello che per ora vediamo oggi.
    Il degrado della lignina era lungo, ed anche oggi molti alberi morti in natura possono resistere al disfacimento per secoli e secoli, quindi il legno è stato scelto successivamente dall’uomo come materiale da costruzione, secondo solo alla pietra e simili.

    Nei tempi in cui quel tipo di fungo non era ancora apparso, il legno che affondava nel terreno a causa dei movimenti geologici che disfecero la Pangea in milioni di anni, fornivano le condizioni sufficienti per la formazione di petrolio e carbone.
    E senza quel fungo che indirettamente provocò l’estinzione della vita basata sull’anidride carbonica e ci fornì di riserve di energia per il futuro, non ci sarebbe stata alcuna possibilità per gli umani di apparire sulla terra.

    Ma torniamo al petrolio oggi.
    Visto in base al modo in cui è formato, il petrolio è una risorsa completamente non rinnovabile. I giorni in cui gli alberi dominavano la terra non torneranno mai più. Ora non ci sono solo funghi sulla terra, e le termiti si sono evolute.
    Per quanto riguarda le condizioni delle foreste di oggi, anche se adesso ci fosse uno sconvolgimento geologico che inghiottisse tutte le foreste e gli animali nel terreno d’un colpo, quella poca energia che fra milioni di anni potrebbe essere prodotta, sarebbe meramente irrisoria.

    Secondo le statistiche della Conferenza mondiale sull’energia, le riserve mondiali di carbone teoriche ammontano a 1.598 miliardi di metri cubi e si prevede che vengano ancora estratte per 200 anni. Invece le comprovate riserve di petrolio recuperabili ammontano a 121,1 miliardi di metri cubi e dovrebbero essere sfruttate per altri 30-40 anni.
    Se le riserve mondiali comprovate di petrolio sono solo 269,90 miliardi di tonnellate e l’estrazione mineraria sarà completata in 30-40 anni, una volta che non ci sarà più petrolio, vedremo infiniti cimiteri di rottami ferrosi i cui cadaveri a cielo aperto andranno dagli aerei alle automobili.

    La prima reazione a tale stato di cose è cercare di accaparrarsi le fonti di petrolio il più rapidamente possibile. Dico questo perché se noi analizziamo il consumo disponibile per Paese a partire da questo momento, abbiamo i seguenti dati: le riserve strategiche di petrolio degli Usa sono sufficienti per 240 giorni; 187 il Giappone, 116 la Francia, 107 la Svezia e 33 la Cina. Chi non può farsi prendere dal panico? Acquistare più petrolio rapidamente significa non far guerre in futuro, ma rafforzare le Marine militari per difendere le linee di trasporto marittimo del greggio.

    Dato che il petrolio sulla terra sta finendo, ci chiediamo ancora una volta perché il prezzo del petrolio greggio è sceso? Sembra, al contrario, che tutti non siano più nel panico e nessuno si affretti a comprarlo.

    Gli Usa hanno inventato una nuova tecnologia chiamata dell’olio o petrolio di scisto (shale oil): è un combustibile non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante i processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica. Lo scisto è una roccia metamorfica caratterizzata da una disposizione regolare, in piani più o meno paralleli, dei componenti mineralogici lamellari o fibrosi, e perciò facilmente sfaldabili.

    Si potrebbe pensare all’olio di scisto come ai prodotti semilavorati della produzione di petrolio della terra. Quindi la disponibilità teorica di combustibile per energia è aumentata grazie a queste tecnologie e ad un livello notevole.
    Le riserve mondiali di petrolio di scisto sono circa 962 miliardi di metri cubi, superando di gran lunga le riserve di petrolio (269,90 miliardi di metri cubi).Le riserve di petrolio di scisto sono di gran lunga superiori a quelle di petrolio e dovrebbero essere utilizzate dagli esseri umani per moltissimi anni ancora. Ci sono anche depositi di petrolio di scisto che vengono costantemente esplorati e monitorati.

    Ma quali sono le carenze dell’olio di scisto? C’è solo un difetto: il costo elevato. Solo una piccola quantità di petrolio di scisto a basso costo è attualmente degno di essere sfruttato.
    Sebbene lo shale oil in molte aree abbia riserve provate, il costo dello sfruttamento è molto più alto di quello del petrolio. Ma non importa quanto sia alto il costo, se è meglio di niente.La dipendenza petrolifera odierna degli Stati ha raggiunto oltre l’80%, quindi si sta sviluppando fortemente la tecnologia dei veicoli elettrici per cercare di ridurre dipendenza dal petrolio, però il petrolio resta ancora la principale fonte di energia sulla terra. Una delle ragioni è che il costo d’esso è basso.

    Molte persone non capiscono perché il costo del nucleare sia superiore a quello del petrolio: non si era sostenuto che il nucleare sia molto economico? Le materie prime dell’energia nucleare sono economiche, ma l’investimento in infrastrutture è elevato; inoltre, le centrali nucleari producono anche scorie, che sono estremamente difficili da trattare e inquinano se interrate in profondità.

    Quindi il vantaggio del petrolio è che è economico, niente di più. Una volta che il petrolio greggio della terra sarà in via di esaurimento e il prezzo del petrolio supererà i 100 dollari a barile (158,987 litri), la tecnologia dell’olio di scisto ed altre potranno essere utilizzate in grandi quantità per soddisfare i bisogni umani. Pertanto, non bisogna preoccuparsi troppo del problema del petrolio: in definitiva è una questione di denaro, non di vita o di morte

    Per informazioni e richieste di pubblicazione: [email protected]

    Note sull’autore

    Giancarlo Elia Valori è uno dei più importanti manager italiani. Docente universitario e attento osservatore della situazione politica ed economica internazionale, nella sua lunga carriera ha ricoperto importanti incarichi in prestigiose società italiane ed estere. Attualmente è Presidente dell’International World Group

    Inoltre è presidente onorario di Huawei Italia nonché detentore di importanti cattedre in prestigiosi atenei quali la Yeshiva University di New York, l’Hebrew University di Gerusalemme e la Peking University.

    Nel 1992 viene nominato Cavaliere della Legion d’onore con la motivazione: “Un uomo che sa vedere oltre le frontiere per comprendere il mondo”, dall’11 maggio 2001 è ambasciatore di buona volontà dell’Unesco per i meriti profusi generosamente nella difesa e nella promozione del patrimonio immateriale. Nel 2002 riceve il titolo di “Honorable” della Académie des Sciences de l’Institut de France.

    Tra i suoi libri ricordiamo: Liberi fino a quando? (Lindau 2019), Rapporti di forza (Rubbettino 2019), Geopolitica e strategia dello spazio (Rizzoli 2006), Antisemitismo, olocausto, negazione (Mondadori 2007), Mediterraneo tra pace e terrorismo (Rizzoli 2008), Il futuro è già qui (Rizzoli 2009), La via della Cina (Rizzoli 2010) e Geopolitica dell’acqua (Rizzoli 2011).

    A riconoscimento del suo poliedrico impegno di studioso e pubblicista a respiro universale, ha ricevuto il premio giornalistico “Ischia Mediterraneo”, il “Gran Premio Letterario 2011” dal Consiglio Mondiale del Panafricanismo e il “Premio Internazionale della Cultura” dalla International Immigrants Foundation delle Nazioni Unite.

    International World Group: https://www.internationalworldgroup.it

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  • L’eredità del 2020, ed il 2021 nelle prospettive di Stati Uniti e Cina. Di Giancarlo Elia Valori.

    Il 2020 è stato un anno cruciale a causa del Covid-19 che ha sconvolto l’evoluzione dell’ordine mondiale nella direzione di differenziazione e trasformazione. Questa è la crisi più grave che il mondo umano abbia dovuto affrontare dalla seconda guerra mondiale.

    Al 10 maggio 2021, secondo il Global New Crown Epidemic Statistics Report della Hopkins University, ci sono stati 158.993.826 casi confermati in tutto il mondo e 3.305.018 decessi.
    La pandemia è come un esiziale esperimento sociale globale. Sulla base di un ordine mondiale che è già entrato in crisi, essa non solo ha causato una pausa e quindi la decelerazione dello sviluppo economico, ma ha anche premuto l’accelerazione della divisione sociale e del trasferimento di potere dal politico al tecnico.

    Al momento, sebbene gli analisti più esperti e le principali istituzioni di ricerca abbiano pubblicato vari rapporti di ricerca, nessuno di loro può prevedere con precisione e in dettaglio l’enorme impatto della pandemia sulla storia del XXI secolo. Tuttavia la pandemia apporterà grandi cambiamenti in quattro aree.
    In primo luogo, essa accelererà il trend generale di recessione e differenziazione economica globale. Ciò è dovuto alle politiche di sovremissione di valuta adottate da vari Paesi e all’intensificata polarizzazione sociale interna. La crisi economica e finanziaria mondiale dal 2008 non ancora è stata risolta. Al contrario, la crisi è stata nascosta solo dalla risposta a breve termine della politica monetaria.

    In secondo luogo, la pandemia velocizzerò i cambiamenti interni e la riorganizzazione dell’ordine politico ed economico internazionale dovuti appunto dalla differenziazione sociale interna. A causa dell’influenza turbolenta della politica interna e internazionale, i rischi politici ed economici nelle fragili regioni del il mondo si intensificheranno o avranno effetti a catena.
    In terzo luogo, la pandemia promuoverà il rafforzamento della società digitale e la concorrenza tra i Paesi nella costruzione di nuove tecnologie diventerà più intensa. L’impatto più significativo della società digitale è l’arrivo silenzioso di una società trasparente che esiste ma non ha contatti umani.
    In quarto luogo, la pandemia favorisce l’ascesa del nazionalismo dei vaccini e accelera la rinascita del valore della comunità dei Paesi dell’Asia orientale, il che ha un significato epocale dal punto di vista della storia della civiltà mondiale.

    Per ciò che riguarda lo scorso anno l’evento politico ed economico più influente nel 2020 sono state le elezioni statunitensi e il relativo cambio di amministrazione. Le elezioni statunitensi hanno rappresentato il cambio più netto ma anche il più frustrante nella storia degli Usa. Sebbene Trump abbia perso le elezioni, 74.216.154 cittadini hanno votato per il presidente uscente.
    Per gli Usa, il mutamento di direzione non può essere considerato l’avvento di una politica determinata in una direzione, in quanto la realtà di base della società americana altamente divisa non è stata cambiata, ma è stata rafforzata a causa delle elezioni generali. L’enorme impatto ha promosso la diffusione della violenza politica e delle manifestazioni di protesta negli Usa.
    Prima di tutto, Trump ha perso, ma lo spettro del trumpismo è rimasto negli Usa e persino nel continente europeo, il che generalmente non favorisce il progresso della strategia di sviluppo delle relazioni con la Cina.

    In secondo luogo, l’“antagonismo” della strategia statunitense nei confronti della Cina non è cambiato radicalmente. Trump ha aperto un contenzioso politico- economico con Pechino. È particolarmente degno di nota il fatto che la generazione più giovane della leadership repubblicana stia gradualmente diventando ostile e negativa nei confronti della Cina, ed eserciti grande influenza nel Congresso, e ciò non favorisce la pace nel mondo.

    Terzo, se tale atteggiamento non viene contenuto, porterà a impatti negativi a lungo termine: fra disaccoppiamento high-tech e concorrenza ideologica. Infine, la politica della Cina nei confronti degli Usa è stata perfezionata: sebbene il governo stia ancora aspettando e osservando, la voce della ricerca della cooperazione e dell’essere razionali e pragmatici è ancora la corrente principale a Pechino.

    Oltre alla questione che la Cina ridurrà la sua dipendenza dal mondo e aumenterà la dipendenza di esso dalla Cina medesima; l contempo la Cina ridurrà la sua dipendenza dai modelli di crescita tradizionali e aumenterà la cura per il sociale, il verde e la sostenibilità ambientale.

    Il 2021 sta dimostrando che il fulcro dell’analisi delle tendenze politiche ed economiche globali sarà ancora la concorrenza tra Cina e Stati Uniti. L’amministrazione Biden considera ancora la Cina come il suo principale concorrente strategico, ma i metodi per affrontare il tema sono abbastanza diversi da quelli dell’amministrazione Trump. La differenza principale sta nel fatto che Biden si concentra sulla risoluzione dei problemi interni e non esclude le questioni più importanti con la Cina.

    L’amministrazione Biden ha adeguato la sua strategia per la Cina in quanto l’influenza di importanti gruppi di interesse come la finanza e l’industria militare statunitensi sulla politica è costante rispetto alla precedente amministrazione, ma il fattore cinese nella catena di interessi globali mantiene livelli più alti.
    Infatti sono in aumento anche le voci dei due partiti al Congresso degli Usa che chiedono il contenimento dell’ascesa della Cina.
    In breve, in termini di orientamento della politica cinese, si prevede che l’amministrazione Biden si opporrà a una guerra commerciale perché danneggia gli interessi fondamentali della comunità imprenditoriale americana. Tuttavia, è probabile che ci saranno problemi per Taiwan, Xianggang (Hong Kong), Xinjiang Weiwu’er (Uyghur), Mar Cinese Meridionale, Xizang (Tibet) e altre questioni.

    Si prevede che la possibilità di rinnovati negoziati commerciali tra Cina e Stati Uniti aumenterà notevolmente in futuro e verrà riformata la strategia degli Stati Uniti di concorrenza costruttiva.
    Indipendentemente dai cambiamenti nelle relazioni sino-statunitensi, la Cina promuoverà sicuramente una maggiore cooperazione bilaterale e multilaterale sugli investimenti, cercando nuovo sviluppo e dando forma a nuovi modelli di cooperazione.
    Le aree chiave che sono attualmente le più importanti e degne di attenzione sono, in primo luogo, l’adesione della Cina al Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e cerca di entrare nel Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP), il che dimostra che l’alta dirigenza cinese ha deciso di continuare la strategia di riforma della promozione interna e promozione esterna.

    Il RCEP è un accordo di libero scambio nella regione dell’Asia del Pacifica tra i dieci Stati dell’Association of South-East Asian Nations (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia e Vietnam) e cinque dei loro partner di libero scambio: Australia, Cina, Rep. di Corea (sud), Giappone e Nuova Zelanda. I predetti Paesi membri rappresentano circa il 30% della popolazione mondiale e del PIL, rendendolo il più grande blocco commerciale.

    Il CPTPP, invece, è un progetto di trattato di regolamentazione e di investimenti regionali alle cui negoziazioni, fino al 2014, hanno preso parte dodici Paesi dell’area pacifica e asiatica: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Usa e Vietnam.

    Tra RCEP e CPTPP, in realtà non ci sono solo l’interconnessione della catena industriale e la comunanza – nonché più motivi d’unità che differenze – ma predura anche l’influenza dei fattori strategici delle grandi potenze.
    La principale differenza tra i due è che il CPTPP ha requisiti più elevati di qualità economica, mentre il RECP è più inclusivo. In secondo luogo, è probabile che venga firmato l’accordo commerciale e di investimento Cina-UE, che ha evidenti interessi a breve termine per l’Europa e interessi strategici a lungo termine per la Cina. Tuttavia, la Cina deve ancora assumere un atteggiamento cauto nei confronti della politica europea e dei suoi sistemi legali a due pesi e due misure. In terzo luogo, Cina e Russia al contempo rafforzano una cooperazione strategica globale e ci saranno nuove opportunità per la loro cooperazione nei settori energetico e militare

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    Note sull’autore

    Giancarlo Elia Valori è uno dei più importanti manager italiani. Docente universitario e attento osservatore della situazione politica ed economica internazionale, nella sua lunga carriera ha ricoperto importanti incarichi in prestigiose società italiane ed estere. Attualmente è Presidente dell’International World Group

    Inoltre è presidente onorario di Huawei Italia nonché detentore di importanti cattedre in prestigiosi atenei quali la Yeshiva University di New York, l’Hebrew University di Gerusalemme e la Peking University.

    Nel 1992 viene nominato Cavaliere della Legion d’onore con la motivazione: “Un uomo che sa vedere oltre le frontiere per comprendere il mondo”, dall’11 maggio 2001 è ambasciatore di buona volontà dell’Unesco per i meriti profusi generosamente nella difesa e nella promozione del patrimonio immateriale. Nel 2002 riceve il titolo di “Honorable” della Académie des Sciences de l’Institut de France.

    Tra i suoi libri ricordiamo: Liberi fino a quando? (Lindau 2019), Rapporti di forza (Rubbettino 2019), Geopolitica e strategia dello spazio (Rizzoli 2006), Antisemitismo, olocausto, negazione (Mondadori 2007), Mediterraneo tra pace e terrorismo (Rizzoli 2008), Il futuro è già qui (Rizzoli 2009), La via della Cina (Rizzoli 2010) e Geopolitica dell’acqua (Rizzoli 2011).

    A riconoscimento del suo poliedrico impegno di studioso e pubblicista a respiro universale, ha ricevuto il premio giornalistico “Ischia Mediterraneo”, il “Gran Premio Letterario 2011” dal Consiglio Mondiale del Panafricanismo e il “Premio Internazionale della Cultura” dalla International Immigrants Foundation delle Nazioni Unite.

    International World Group: https://www.internationalworldgroup.it

     

     

  • La tradizionale indipendenza ed equilibrio della Repubblica Popolare Democratica della Corea del Nord. Di Giancarlo Elia Valori.

    La tradizionale indipendenza ed equilibrio della RPD della Corea del Nord Anni fa, parlando con Kim Il-Sung, mentre stavamo affrontando le questioni del Mediterraneo, mi raccontò un episodio che riguardava un Paese nostro vicino, ma molto vicino geograficamente: l’Albania.

    Nel corso del XXII Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (17-31 ottobre 1961) – che segnò la spaccatura fra Mosca e Tirana – la rappresentanza, capeggiata dal mio amico in persona, non accolse affatto l’invito di Mosca a stigmatizzare i comunisti albanesi, e non una parola di condanna fu indirizzata nei confronti di Tirana.

    Anzi, cinque anni dopo, una delegazione del Partito del Lavoro della Corea presenziò – con tutti gli onori – ai lavori del V Congresso del Partito del Lavoro d’Albania (terza nell’ordine: dopo il Partito Comunista Cinese ed il Partito dei Lavoratori del Vietnam).

    I residui Paesi socialisti sopravvissuti (e non) al triennio 1989-1991 risentirono di grandi crisi politiche (Madagascar); dissenso e depressione economica (Cuba, ex URSS); nazionalismi ed irredentismi (Paesi dell’ex Jugoslavia, nazionalità ex sovietiche, ecc); compromessi con l’opposizione armata (Angola, Mozambico); riforme radicali (ex URSS, Mongolia) o strutturali (Vietnam, Laos), non dimenticando la guerra civile cambogiana (1975-79); e le guerre fra Paesi socialisti (Etiopia e Somalia nel 1977; Vietnam e Cina nel 1979).

    L’unico regime che ha superato indenne gli esiziali momenti di transizione del comunismo internazionale è stata la Repubblica Democratica Popolare della Corea (nord), al di là di quegli Stati – RP della Cina, Cuba, Laos, Vietnam, ecc. – che hanno sistemato, chi più chi meno, la propria struttura economica.

    Uno dei due motivi basilari di resistenza nord-coreana è l’ideologia Juche, illustrata con lucida analisi da Antonio Rossiello, nel 2009 su un quotidiano italiano.
    La vulgata del perfetto marxismo-leninismo in ambiente asiatico non ha mai convinto. Solo nei pochi studi seri che sino ad ora sono stati condotti nel nostro Paese sulle democrazie popolari estremorientali, Rossiello compreso, si può capire a fondo come le tradizioni di quel Continente, lascino spazio solo formale ai fomiti della Rivoluzione Francese.

    Mentre il maoismo in qualche modo s’è differenziato in Occidente dal mito palingenetico del marxismo-leninismo d’impronta staliniana, il pensiero di Kim Il- Sung, non è mai stato approfondito in pieno, a causa dell’ostracismo del comunismo all’amatriciana italiota e dei suoi chierichetti, pretini, cicisbei e intellettuali da bar. Senza dubbio, la posizione internazionale assunta dalla RDPC nei recenti settant’anni è l’ulteriore causa alla base della stabilità di P’yŏngyang interna ed esterna.

    Il secondo conflitto mondiale, per buona parte dei Popoli asiatici, fu, in pratica, una guerra di liberazione. Il messaggio nipponico «l’Asia agli Asiatici» – teso a sviluppare il disegno imperiale di cacciata dell’Europa dal Continente, produsse nel breve e nel lungo periodo un indebolimento delle vecchie e nuove strutture colonialistiche: emblematici, in quest’ottica, la rivincita cinese (1934-1949), ed il riscatto vietnamita (1945-1975).

    Nel senso dell’ideologia Juche, la parola libertà non ha affatto contenuti di stampo liberal-borghese, e capitalista da mercato libero, ma vuol dire unicamente: «Patria senza presenza straniera sul suolo nazionale».
    La RDPC (proclamata l’8 settembre 1948, mentre il 25 aprile è la Giornata dell’Esercito) precorse i tempi, anticipando in maniera definitiva i capisaldi della propria politica di equilibrio, suggerita dalla contiguità con le due massime potenze comuniste.

    Il 25 dicembre 1948 l’Armata Rossa di Stalin e l’apparato amministrativo sovietico si ritirarono dalla RPDC dietro richiesta di Kim Il-Sung.

    Nel corso della guerra civile (1950-1953) la RPDC godé dell’aiuto decisivo cinese, non legandosi in seguito con Pechino. Ma questo non significò un’entrata nell’orbita sovietica oppure cinese: all’indomani delle devastazioni belliche P’yŏngyang rifiutò di aderire al Comecon (nonostante notevoli pressioni), rendendo pubblica la propria posizione, difendendola in termini chiari e di principio contro qualsiasi forma di divisione internazionale socialista del lavoro.

    E su queste prospettive prendeva corpo l’idea Juche o dell’autosufficienza: «l’indipendenza economica è anche una garanzia per eliminare gioghi di ogni tipo», onde evitare al Paese il destino di provincia economica, e perciò politica, dell’uno o dell’altro grande Vicino.

    Quando nuovi Stati ottennero l’indipendenza negli anni Cinquanta-Sessanta, e diverse realtà africane, asiatiche, caribiche e latino-americane si affacciavano nel panorama mondiale, la RPDC cercò di smuovere la propria vita di relazione, ristretta ai soli Paesi socialisti (ma non con la Jugoslavia di Tito filo-Usa).
    Da qui, la politica nordcoreana nei confronti del Terzo Mondo si indirizzò verso obiettivi diplomatici, economici e ideologici, innanzitutto per raccogliere consensi e, in seconda fase, per migliorare la propria considerazione all’Onu (di cui non era ancora membro).

    Secondo Kim Il-Sung il Terzo Mondo poteva tutelare gl’interessi di P’yŏngyang, sforzandosi di guadagnare dichiarazioni favorevoli e voti indispensabili su problemi riguardanti l’unificazione pacifica della Patria, e facilitare il tentativo d’ingresso nel blocco non-allineato.
    Oltre a ciò il sostegno ai movimenti di liberazione e ad alcuni gruppi insurrezionali era visto come mezzo per la creazione di nuove entità statali che erodessero la potenza statunitense, ovvero si ponessero militarmente in opposizione alla Casa Bianca in vista del suo definitivo ritiro dalle zone d’influenza.

    Nel 1957 la RPDC varò i primi accordi commerciali con Egitto, Birmania, India e Indonesia; l’anno successivo riconobbe il governo provvisorio algerino, seguirono accordi culturali con Stati afro-asiatici e Cuba.
    Aiuti generali allo sviluppo si diressero ai Paesi di nuova indipendenza, che li apprezzarono molto in quanto reputati non condizionanti; fondamentali le testimonianze di solidarietà nel caso di disastri naturali attraverso l’invio di danaro alle vittime: 1958, uragano a Ceylon (Sri Lanka); 1960, terremoto in Marocco; 1961,

    tifone in Indonesia e inondazione in Somalia.
    Negli anni Sessanta il prestigio internazionale della RPDC aumentò pure grazie al suo elevato livello di sviluppo ed autonomia, con un controllo delle risorse, della natura e delle ragioni del progresso in un Paese ex coloniale, con alle spalle pochi lustri d’indipendenza.

    I dubbi sulla politica sovietica nei confronti dei Paesi del suo versante in ogni tipo di confronto con Washington (vedi il ritiro dei missili sovietici da Cuba), e il contrasti fra la RP della Cina e l’Urss nel coordinare gli aiuti alla RD del Vietnam (nord) convinsero maggiormente Kim Il-sung ad intraprendere vie distinte.
    A questo proposito essa fu uno dei Paesi che diede un grande contributo, non solo verbale, al Vietnam del nord ed al FNL Viet Cong. Però la sua offerta di inviare volontari non fu accettata dai vietnamiti, nonostante la presenza di sudcoreani nel Vietnam meridionale: e con questo i vietnamiti confermarono il predetto senso asiatico di libertà: assenza di stranieri.

    Infine le preoccupazioni di Mosca e Pechino alla cattura della nave statunitense Pueblo da parte delle forze nordcoreane (1969) dimostrarono a Kim Il-sung che sovietici e cinesi erano di gran lunga più attenti a tutelare i loro interessi rispetto quelli dei piccoli Paesi “fratelli”.

    Negli anni Settanta, con la crescente moderazione nella politica estera – onde rassicurare l’opinione pubblica mondiale della propria volontà di unificazione pacifica – Kim Il-Sung accentuò nella alleanza con il Terzo Mondo anche la realizzazione della causa della democrazia fra Stati, l’indipendenza nazionale e il progresso sociale. Ma un passato comune di umiliazioni e offese, e di lotte contro il colonialismo e l’imperialismo, era pur sempre vivo nelle attività internazionali di P’yŏngyang.
    La RPDC fu il primo Paese a offrire volontari per la Cambogia dopo il rovesciamento del principe Sihanouk (1970), inoltre aiutò e finanziò numerosi movimenti di liberazione afro-asiatici e latino americani.

    Però nel 1972 il governo nordcoreano – salvo assistenza militare allo Zimbabwe African National Union-Patriotic Front – abbandonò l’appoggio fattivo ai movimenti (mantenendo con loro solidarietà politica), in favore di una campagna sistematica per ottenere un vasto riconoscimento diplomatico. Infatti preferì assistere realtà già consolidate: Egitto, Malta, Mozambico, Seicelle, Uganda, Lesotho, ecc.
    I risultati non si fecero attendere: nel 1973 le fu garantito lo status di osservatore presso le Nazioni Unite, per essere già membro della World Health Organization. Nell’agosto del 1975 la Conferenza di Lima dei ministri degli esteri dei Paesi-non- allineati accettò la candidatura della RPDC (mentre la Corea del sud veniva respinta).

    Gi sforzi effettuati direttamente all’Onu realizzarono in un grande successo simbolico, poiché per la prima volta conquistava la maggioranza un documento consacrante la posizione di P’yŏngyang. In quell’anno l’Assemblea Generale passò con 54 voti favorevoli, 43 contrari, 42 astensioni e 4 assenti, la risoluzione 3390 B (XXX) del 18 novembre, che chiedeva il ritiro delle truppe straniere presenti nella Corea del sud sotto la bandiera Onu e l’apertura di negoziati tra gli Usa e la RPDC (il governo di Seul era ignorato).

    Tra il 1975 ed il 1979 la RPDC continuò a stipulare nuovi accordi economici, scientifici, di trasporto e culturali con i Paesi Emergenti, fino a giungere al VI Congresso del Partito del Lavoro – apertosi il 10 ottobre 1980 – il quale, di fronte a nuove problematiche internazionali, puntualizzò senza equivoci o formule di compromesso la linea tradizionale.
    P’yŏngyang denunciò l’intervento vietnamita in Cambogia (1978) ma prendendo le distanze dai Khmer Rouges, e non invitando delegazioni cambogiane al congresso; fu accettato solo un messaggio di Sihanouk residente nella capitale.

    Interpellati, alcuni dirigenti palesarono di non aver mai approvato la presenza sovietica in Afghanistan, ma di non voler prendere posizioni ufficiali in quanto «non serve a nulla»; essi, nel corso dei lavori congressuali, si limitarono a denunciare le tendenze «dominazionistiche» (si evitò il vocabolo «egemonistiche» per il fatto ch’era usato dai Cinesi nei confronti dei Sovietici).
    Grande fu lo spazio dato da Kim Il-Sung, nel suo rapporto, al Movimento dei Paesi- non-Allineati. Il presidente respinse la tesi cubana, secondo cui il Movimento sarebbe stato l’alleato naturale del campo socialista, dichiarando che «i Paesi allineati non devono assolutamente seguire l’uno o l’altro blocco, né lasciarsi condizionare, o permettere divisioni in seno».

    Queste affermazioni si accompagnarono ad un atteggiamento di apertura verso i partiti dell’Internazionale socialista. Dalle molte e numerose delegazioni socialiste europee invitate, apparve chiaro che la RPDC desiderava partecipare alle riunioni dell’IS in veste di osservatore.

    Sebbene alcuni partiti socialisti (la tedesca SPD) fossero più ostili di altri alla natura del regime, tuttavia rimasero sensibili alla volontà sempre manifestata in quegli anni e realizzatasi anche nella posizione assunta durante la prima guerra del Golfo (1980-1988). P’yŏngyang sostenne l’Iran, vittima della tentata invasione irachena, mettendo a disposizione del Paese aggredito armi e tecnologia avanzata in un momento in cui a Saddam Hussein at-Tikriti aveva dalla sua Washington, Mosca e Pechino. Furono RPDC, Siria, Libia ed Albania i soli a sostenere l’Iran che aveva contro il mondo.

    Nel 1991 le due Coree sono state ammesse separatamente all’ONU: il consenso è stato espresso nella seduta inaugurale della XLVI Sessione ordinaria dell’Assemblea Generale (17 settembre). Ciò è potuto accedere perché il 28 maggio la RPDC aveva deciso di soprassedere in maniera definitiva al principio della rappresentanza unica confederale, in seguito ai successi di Seul nell’ottenere assicurazioni da Cina ed Unione Sovietica sul ritiro del veto alla propria candidatura. Un evento di portata storica si è registrato a fine 1991. I due primi ministri coreani, Yon Hyong Muk (nord) e Chung Won Shik (sud), il 13 dicembre siglarono a Seul un trattato di conciliazione e non-aggressione, che formalmente pone fine allo stato di guerra, perpetuatosi sin dall’Armistizio (27 luglio 1953).

    L’accordo ripristinò le comunicazioni, gli scambi di natura economica, e consentì la riunione delle famiglie separate all’indomani del conflitto (25 giugno 1950); inoltre stabilì la presenza di una guarnigione mista a Panmunjon, lungo la fascia demilitarizzata. Primo passo verso l’unificazione della Penisola, auspicata – sia pure in termini diversi – da entrambi i governi.

    Il buon esito si ebbe primamente per la rinuncia di P’yŏngyang (dichiarata appena ventiquattr’ore prima della firma) di voler trattare solamente con la Casa Bianca, in qualità di controparte dell’Armistizio; si evinceva la volontà statunitense di non cedere ai tentativi diplomatici nordcoreani miranti a considerare la Repubblica della Corea come una sua dépendance.

    Al di là di facili entusiasmi, restaroni diffidenze e reciproci sospetti. La stessa permanenza delle forze statunitensi (sotto bandiera Onu) – temuta dai nordcoreani – fu riconfermata dall’allora segretario alla Difesa, Dick Chaney, nel novembre 1991. Attualmente i militari statunitensi in Corea del Sud sono ben 28.500. È il terzo contingente di soldati Usa all’estero; un dato che non coincide col senso di libertà, prettamente asiatico: Giappone: 53.732, Germania: 33.959, Corea del Sud: 28.500, Italia: 12.249, Regno Unito: 9.287, Bahrein: 4.004, Spagna: 3.169, Kuwait: 2.169, Turchia: 1.685, Belgio: 1.147, Australia: 1.085, Norvegia: 733, ecc.
    Italia e RPDC strinsero relazioni diplomatiche nel gennaio 2000.

    Giancarlo Elia Valori, Manager, economista e professore straordinario presso la Peking University

    Giancarlo Elia Valori con Kim Il Sung padre della Corea del Nord

    Fonte dell’articolo: https://www.ildenaro.it/la-tradizionale-indipendenza-ed-equilibrio-della-rpd-della-corea-del-nord/

    Note sull’autore

    Giancarlo Elia Valori è uno dei più importanti manager italiani. Docente universitario e attento osservatore della situazione politica ed economica internazionale, nella sua lunga carriera ha ricoperto importanti incarichi in prestigiose società italiane ed estere. Attualmente è Presidente dell’International World Group

    Inoltre è presidente onorario di Huawei Italia nonché detentore di importanti cattedre in prestigiosi atenei quali la Yeshiva University di New York, l’Hebrew University di Gerusalemme e la Peking University.

    Nel 1992 viene nominato Cavaliere della Legion d’onore con la motivazione: “Un uomo che sa vedere oltre le frontiere per comprendere il mondo”, dall’11 maggio 2001 è ambasciatore di buona volontà dell’Unesco per i meriti profusi generosamente nella difesa e nella promozione del patrimonio immateriale. Nel 2002 riceve il titolo di “Honorable” della Académie des Sciences de l’Institut de France.

    Tra i suoi libri ricordiamo: Liberi fino a quando? (Lindau 2019), Rapporti di forza (Rubbettino 2019), Geopolitica e strategia dello spazio (Rizzoli 2006), Antisemitismo, olocausto, negazione (Mondadori 2007), Mediterraneo tra pace e terrorismo (Rizzoli 2008), Il futuro è già qui (Rizzoli 2009), La via della Cina (Rizzoli 2010) e Geopolitica dell’acqua (Rizzoli 2011).

    A riconoscimento del suo poliedrico impegno di studioso e pubblicista a respiro universale, ha ricevuto il premio giornalistico “Ischia Mediterraneo”, il “Gran Premio Letterario 2011” dal Consiglio Mondiale del Panafricanismo e il “Premio Internazionale della Cultura” dalla International Immigrants Foundation delle Nazioni Unite.

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  • La crisi fra Russia ed Ucraina, di Giancarlo Elia Valori

    Il nuovo articolo di Giancarlo Elia Valori, un’analisi geopolitica accurata sulle tensioni tra Ucraina e Russia, sui suoi possibili sviluppi e risvolti nelle relazioni internazionali.

    Ucraina, Unione Europa e Usa hanno spesso interagito tra loro e la crisi in Donbass è difficile da fermare, in quanto da metà marzo la situazione al confine tra Russia e Ucraina si è surriscaldata. Il 13 aprile, il ministro degli Esteri ucraino ha partecipato alla riunione straordinaria del Comitato NATO-Ucraina e ha tenuto colloqui con il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e il segretario di Stato americano Tony Blinken, sperando di ottenere il sostegno dei Paesi della NATO nel confronto con la Russia.

    Lo stesso giorno, il presidente USA Biden ha parlato con l’omologo russo Putin. Biden ha ribadito il sostegno degli Usa all’Ucraina e ha proposto di tenere un vertice in un Paese terzo nei prossimi mesi per discutere in modo esauriente le attuali questioni che devono affrontare i due Paesi.

    Il motivo per cui le parti sono cadute in una situazione così tesa è naturalmente legato al conflitto storico tra Ucraina e Russia. Dall’inizio del 2021, il governo ucraino ha intrapreso una serie di azioni su questioni come la situazione nell’Ucraina orientale e le relazioni con la Russia.

    Le foto circolate sull’agenzia di stampa Reuters e su alcuni social media hanno mostrato che le truppe russe riunite al confine disponevano di sistemi missilistici antiaerei come Doyle e Beech, oltre ad alcuni carri armati e veicoli blindati.

    BBC, Reuters, Associated Press e altri principali media occidentali hanno riferito ufficialmente che la Russia ha recentemente inviato un gran numero di truppe nelle aree di confine orientale della Crimea e dell’Ucraina.

    Di fronte alla situazione tesa, il governo ucraino ha spesso agito a livello interno e a livello esterno ha anche intensificato la sua interazione con gli esecutivi turco e statunitense.

    Il 2 aprile, Biden ha parlato per la prima volta col presidente ucraino, l’ex attore, il populista Volodymyr Oleksandrovych Zelens’ky, il quale ha affermato che non avrebbe permesso a Kiev di affrontare da sola la pressione di Mosca quando la situazione nell’Ucraina orientale si sarebbe aggravata.

    Il 5 aprile, il portavoce del Dipartimento di Stato, Price, ha accusato l’esercito russo di radunare un gran numero di truppe nell’area di confine russo-ucraina e ha chiesto spiegazioni da parte russa. Inoltre, la Marina militare Usa aveva previsto di inviare due navi da guerra nel Mar Nero attraverso il Bosforo dal 14 al 15, ma la parte turca ha dichiarato il 15 che il piano è stato annullato.

    Per quanto riguarda le relazioni turco-ucraine, il 10 aprile Zelens’ky ha visitato la Turchia e si è incontrato con il presidente turco Erdoğan per discutere la situazione nell’Ucraina orientale e altro.

    Erdoğan ha anche sottolineato che la Turchia sostiene l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina, e la sua posizione è non riconoscere l’annessione della Crimea, che l’idiota Chruščëv regalo all’Ucraina dopo una bevuta nel 1954, meno di un anno dopo la morte di Stalin. Egli, data la sua limitatezza mentale e crassa ignoranza, non capì che la Costituzione staliniana del 5 dicembre 1936 aveva fondate basi giuridiche e rispettava anche la secessione delle Repubbliche dell’URSS (Art. 17: « Ogni repubblica federata conserva il diritto di liberasecessione dall’URSS»). Come noto il primo elemento distruttivo dell’alcool è la cessazione del controllo della propria mente.

    Inoltre, anche la recente cooperazione e interazione militare tra Ucraina e Turchia ha suscitato molte preoccupazioni. Secondo Al Jazeera, nel 2018 l’Ucraina ha acquistato 6 UAV TB2 di fabbricazione turca e 200 armi a guida di precisione per un prezzo totale di 69 milioni di dollari. Il 15 marzo 2021, diversi aerei da trasporto C-17 sono volati dalla Turchia all’Ucraina, trasportando armi e attrezzature.

    Secondo il rapporto, nel recente conflitto per il Nagorno-Karabakh, l’Ucraina ha inviato esperti militari per osservare da vicino come l’esercito azero ha utilizzato questi droni di fabbricazione turca. Alcuni di loro hanno affermato di aver scoperto che i metodi di guerra dell’esercito azero “hanno molto in comune” con la guerra delle forze governative ucraine contro i militanti nell’est.

    Il 13 aprile il sito web di notizie militari Defense Blog ha riferito che il drone TB2 era stato schierato vicino a Donbass, mentre funzionari del ministero degli Esteri russo hanno presentato una protesta pubblica.

    Vale la pena notare che la Turchia è stata solo la prima tappa della visitastraniera del populista Zelens’ky. Egli si è incontrato pure col presidente francese Macron. Prima di questo, i leader di Germania e Francia hanno tenuto una videoconferenza con il presidente russo Putin. Il portavoce di Zelensky ha commentato che tutte le parti non dovrebbero escludere Kiev prima di prendere qualsiasi decisione sull’Ucraina.

    Secondo la Casa Bianca, Biden ha espresso preoccupazione per la presenza militare russa ai confini dell’Ucraina e ha invitato Putin ad allentare le tensioni. L’appello della Casa Bianca ha sì concluso: «Il presidente Biden ha sottolineato il fermo impegno degli Usa per la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina».

    La sintesi del Cremlino ha sottolineato: «Durante lo scambio di opinioni sulla crisi interna dell’Ucraina, Putin ha delineato le basi per le misure del “pacchetto di Minsk” del 12 febbraio 2015 (accordo di cessate-il- fuoco) quale soluzione politica».

    Per questo motivo, nel luglio 2020, il gruppo di contatto tripartito sull’Ucraina (Ucraina, Russia e Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) ha tenuto una videoconferenza con i rappresentanti delle forze armate civili nella regione del Donbass nell’Ucraina orientale, in modo da arrivare ad un cessate-il-fuoco completo nella regione, per poi poter raggiungere un accordo.

    Tuttavia, dalla fine di febbraio di quest’anno, gli incidenti e le vittime nell’Ucraina orientale sono aumentati. Le forze governative ucraine e le forze armate civili nell’est si sono accusate a vicenda di aver infranto l’accordo di cessate il fuoco.

    Il governo ucraino ha affermato alla fine di marzo che l’assembramento delle truppe russe nelle sue zone di confine rappresenta una seria minaccia per la sicurezza nazionale. Al contrario la parte russa ritiene che sia proprio perché le forze militari dei Paesi della NATO e di altre parti stanno diventando più attive nelle aree vicine al confine russo: e tutto questo ha costretto Mosca a rimanere vigile, garantendo stabilità e sicurezza dei propri confini.

    Durante questo periodo, la parte russa ha avuto reazioni che hanno sorpreso l’Occidente. Oltre alle informazioni sulla mobilitazione delle truppe che sono state riportate intensamente dai media occidentali, la Russia ha anche rilasciato segnali più intensi attraverso i canali dei media. Russia Today ha sollevato pubblicamente la questione del “Donbass russo” per la prima volta durante la partecipazione al forum “Russia-Donbass” il 28 gennaio 2021. Mosca ha sottolineato che non è escluso riportare il “modello della Crimea” in situazioni disperate e controllare direttamente la regione del Donbass.

    Per sostenere l’Ucraina, l’amministrazione Biden ha annullato la decisione dell’ex presidente Trump di ritirare le truppe dalla Germania il 13. Nel frattempo, il segretario alla Difesa degli Usa Lloyd James Austin III e il segretario di Stato, Blinken, hanno entrambi visitato i Paesi europei nella prima metà di aprile. Austin ha annunciato il 13 che oltre a fermare il ritiro, gli Usa invieranno altri 500 soldati in Germania. Alla domanda se la mossa fosse quella di inviare un messaggio alla Russia,

    Austin ha detto che stava “inviando un segnale alla NATO” per mostrare l’impegno degli Usa verso l’alleanza transatlantica e verso la Germania.

    Allo stesso tempo, Blinken ha incontrato gli alleati della NATO a Bruxelles e ha tenuto un incontro separato con il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Ivanovyč Kuleba. Blinken gli ha detto: «Gli Stati Uniti sostengono fermamente la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina». E il ministro ha replicato che l’Ucraina ha urgente bisogno dell’aiuto della NATO.

    Ricordiamo pure che la NATO ha continuato a fornire assistenza all’Ucraina. Il 10 marzo è arrivata in Ucraina una delegazione di comandanti delle forze di terra della NATO guidati dal tenente generale della NATO Roger Cloutier. Secondo un precedente rapporto sul sito web di notizie Ukrinform, l’esercito ucraino ha commentato che questo viaggio dimostra che la NATO considera l’Ucraina come un “partner strategico”.

    Secondo Stoltenberg, la NATO sta attualmente fornendo vari aiuti all’esercito ucraino, inclusi addestramento, esercitazioni congiunte e modernizzazione militare. Sebbene l’Ucraina non sia un membro della NATO, ha ottenuto armi occidentali come il missile anticarro Javelin attraverso vari canali.

    Noi ci chiediamo: vale la pena una terza guerra mondiale, in caso di invasione dello spazio geopolitico russo da parte della NATO? Vale la pena avere perlomeno 4-5 miliardi di morti ed un pianeta devastato e riportato indietro nel tempo, a cui confronto i 20 milioni della II Guerra mondiale, sembreranno un incidente stradale? E per cosa? Per antichi odi interetnici che terzi vorrebbero sfruttare a loro favore, ritenendo di contrastare forse l’esercito panamense o di Grenada?

    Ponete caso se la Repubblica Popolare Cinese mandasse un corpo di spedizione con tanto di Marina militare e missili verso l’amico Messico: cosa pensate succederebbe?

    Articolo originale: https://www.ildenaro.it/la-crisi-fra-russia-ed-ucraina

    info: [email protected]

    Note sull’autore

    Giancarlo Elia Valori è uno dei più importanti manager italiani. Docente universitario e attento osservatore della situazione politica ed economica internazionale, nella sua lunga carriera ha ricoperto importanti incarichi in prestigiose società italiane ed estere. Attualmente è Presidente dell’International World Group

    Inoltre è presidente onorario di Huawei Italia nonché detentore di importanti cattedre in prestigiosi atenei quali la Yeshiva University di New York, l’Hebrew University di Gerusalemme e la Peking University.

    Nel 1992 viene nominato Cavaliere della Legion d’onore con la motivazione: “Un uomo che sa vedere oltre le frontiere per comprendere il mondo”, dall’11 maggio 2001 è ambasciatore di buona volontà dell’Unesco per i meriti profusi generosamente nella difesa e nella promozione del patrimonio immateriale. Nel 2002 riceve il titolo di “Honorable” della Académie des Sciences de l’Institut de France.

    Tra i suoi libri ricordiamo: Liberi fino a quando? (Lindau 2019), Rapporti di forza (Rubbettino 2019), Geopolitica e strategia dello spazio (Rizzoli 2006), Antisemitismo, olocausto, negazione (Mondadori 2007), Mediterraneo tra pace e terrorismo (Rizzoli 2008), Il futuro è già qui (Rizzoli 2009), La via della Cina (Rizzoli 2010) e Geopolitica dell’acqua (Rizzoli 2011).

    A riconoscimento del suo poliedrico impegno di studioso e pubblicista a respiro universale, ha ricevuto il premio giornalistico “Ischia Mediterraneo”, il “Gran Premio Letterario 2011” dal Consiglio Mondiale del Panafricanismo e il “Premio Internazionale della Cultura” dalla International Immigrants Foundation delle Nazioni Unite.

     

  • La questione dello Xinjiang-Uygur, online l’ultimo articolo di Giancarlo Elia Valori

    Gli Usa, il Canada, il Regno Unito e l’Unione europea hanno intrapreso a fine marzo scorso un’azione concertata per annunciare sanzioni contro le violazioni dei diritti umani degli uiguri e di altre minoranze etniche nello Xinjiang-Uygur da parte del governo cinese. La situazione viene analizzata da Giancarlo Elia Valori nel suo ultimo articolo fruibile online su IlDenaro.it

    https://www.ildenaro.it/la-questione-dello-xinjiang-uygur/

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    Giancarlo Elia Valori (Meolo, 27 gennaio 1940) è attualmente alla guida delle società International World Group (https://www.internationalworldgroup.it) e Global Strategic Business, della Delegazione italiana della Fondazione Abertis e di Huawei Technologies Italia. Inoltre riveste la carica di vicepresidente del prestigioso Isituto Weizmann di Parigi, ed è membro di Ayan-Holding, dell’Advisory Board School of Business Administration College of Management di Israele e dell’ Advisory Committee dell’historical-technical Journal “Conservation Science in Cultural Heritage”. Tra gli innumerevoli incarichi ricoperti, merita particolare attenzione perché non di dominio pubblico anche il diniego che il professor Giancarlo Elia Valori ha espresso alla proposta alla guida del Dicastero dell’Agricoltura offertagli dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi e del Dicastero dei Lavori Pubblici dall’onorevole Massimo d’Alema. Valori è nominato dal Presidente Francesco Cossiga consigliere al Palazzo del Quirinale e negli anni 1986 – 2001 è alla guida di innumerevoli missioni di rilievo internazionale portando a conclusione questioni delicate e sino ad allora irrisolte.

    Elenchiamo esemplificando gli istituti universitari in cui ha docenza il Professor Giancarlo Elia Valori. Già docente in “Scienze della comunicazione nelle relazioni internazionali” presso la Facoltà di lettere e filosofia della Libera Università Maria SS. Assunta di Roma, attualmente esercita l’attività di “professore straordinario” di Economia e politica internazionale presso la Peking University, uno dei più antichi e prestigiosi atenei della Cina, dove vengono formati i futuri dirigenti. Presiede Cattedre in prestigiosi Atenei: la Yeshiva University di New York (Presidente della Cattedra della pace nel pensiero politico ebraico italiano presso la Facoltà di scienze politiche), Hebrew University di Gerusalemme (Presidente della Cattedra per gli studi sulla pace e la cooperazione internazionale), Peking University (Presidente della Cattedra della pace, della sicurezza e dello sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali), nonché di Direttore del Comitato consultivo dell’Istituto per gli Studi Internazionali. Negli stessi atenei di Pechino e Gerusalemme, presiede inoltre, rispettivamente, il “Centro Euro-Cina”, un apprezzato organismo che contribuisce a sviluppare e rendere più fecondi gli interscambi fra paesi di culture diverse, mentre a Gerusalemme riveste la carica di Direttore di uno specifico corso di laurea, nella facoltà di Giurisprudenza, aperto sia a studenti ebrei che arabi. Tra i tantissimi riconoscimenti merita una menzione particolare il titolo di Honorable, conferitogli il 18 febbraio 2002 “per il suo impegno unico e preziosissimo e per le azioni intraprese in favore dell’Académie des Sciences dell’Institut de France”. A cui si aggiunse, successivamente, la nomina a “Presidente d’onore” della stessa Fondazione Internazionale.

    Il Professor Giancarlo Elia Valori “Honorable” è il primo e unico italiano a fregiarsi di un titolo che fu, più di tre secoli fa, del cardinale Giulio Mazzarino. Menzione a parte è riservato al titolo “Legion d’Onore” che l’allora presidente francese Francois Mitterand consegnò a Valori è un riconoscimento “guadagnato sul campo”: quando, nel 1988, riuscì a ottenere la liberazione di tre ebrei, sequestrati in Libano, tre anni prima, dal gruppo islamico battezzato “Organisation de la justice revolutionnaire”. Al Professor Valori venne chiesto da alcuni autorevoli amici, “per così dire internazionali”, di intercedere presso l’allora presidente nordcoreano – Kim Il Sung, conosciuto nel 1975 in Cina durante l’apertura dell’ufficio di corrispondenza Rai – allo scopo di ottenere la liberazione degli ostaggi. Il leader nordcoreano, a seguito dalla richiesta dell’amico Valori, chiese al governo iraniano di esercitare la propria influenza sui sequestratori e, il 5 maggio 1988, Jean Paul Kauffmann, giornalista della televisione francese, Marcel Fontane e Marcel Carton, operatori della stessa emittente, vennero finalmente rimessi in libertà. E solo dieci anni dopo, dallo scioglimento del segreto di stato, si venne a sapere che questo fu possibile grazie all’intervento di un autorevole cittadino italiano. E’ molto significativo ricordare un passo dell’intervento dell’allora ambasciatore di Francia a Roma che, nel consegnare a Valori le insegne di “Cavaliere della Legion d’Onore” per meriti speciali da parte del presidente Mitterand, così si espresse: “il professor Valori è un uomo che sa guardare al di là delle proprie frontiere per comprendere il mondo. Ma è anche un vero europeo che non dimentica quanto l’Europa sia il suo stesso Paese e come attraverso lo sviluppo di ciascuno possa essere costruito e fondarsi l’avvenire di tutti…” Molto stimato in Francia, a seguito del conferimento all’ambita decorazione di “Officier della Legion d’Onore”, Giancarlo Elia Valori è entrato a far parte di una elite ristrettissima di personalità particolarmente autorevoli oltralpe. Ma tanti altri sono i Paesi che hanno voluto annoverarlo fra i personaggi più stimati e ammirati, attribuendogli alti e significativi riconoscimenti. Tra cui il suo amatissimo Paese, dove ha ricevuto le massime onorificenze di Cavaliere di Gran Croce e di Cavaliere del Lavoro al Merito della Repubblica Italiana.