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  • Industria 4.0 e ripresa economica italiana – Dopo 10 anni, produzione e occupazione tornano a crescere

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    Le imprese italiane sono definitivamente ripartite. La prosecuzione del Piano Industria 4.0 anche nel 2018 segna nuovi record di investimenti e crescita per le aziende italiane, che assistono, partecipi, ad uno sviluppo che non ha eguali negli ultimi 10 anni. Una scelta quella di prolungare il piano Calenda anche per l’anno prossimo che ha avuto, e continua ad avere, effetti a cascata lungo tutta la filiera produttiva, non solo sulla produzione ma anche sull’occupazione. In merito a quest’ultima, in particolare, uno studio di Regione LombardiaUnioncamere e Assolombarda stima che, a fronte di 8 milioni di posti di lavoro destinati a sparire, sono 10 milioni i posti di lavoro previsti per  i prossimi anni e associati all’avvento delle nuove tecnologie.

    Sembra, dunque, che sia proprio iniziata una nuova era per le imprese italiane. Grazie al Piano Industra 4.0, gli effetti benefici della ripresa dell’economia italiana cominciano a farsi sentire ed a coinvolgere tutti i settori economici, dalla produzione all’occupazione, portando ossigeno e conseguenze benefiche lungo tutta la filiera. A fronte di questo trend positivo e del boom produttivo, centinaia di imprese stanno riprogrammando i loro piani di crescita e i loro processi produttivi e manageriali, in vista di un aumento continuo della domanda di mercato, non solo estera ma soprattutto interna.

    Sono gli stessi imprenditori a rendersi conto dell’enorme crescita economica di questi anni e delle conseguenze positive che questa comporta sull’acquisto di macchinari e sull’occupazione:  sono questi i due elementi che meglio testimoniano che la ripresa è effettivamente ricominciata, soprattutto per quanto riguarda il mercato italiano. Quest’ultimo, infatti,dopo anni di subordinazione al ben più forte mercato estero, sta cominciando a riguadagnare posizioni, grazie alla spirale positiva innescata dal piano Calenda e agli effetti benefici che gli incentivi per l’assunzione e gli ammortamenti per i macchinari hanno su tutta la filiera produttiva.

    Una crescita costante dunque, che va di pari passo con un aumento costante della domanda di macchinari e di personale specializzato . Quest’ultimo, tuttavia, come sostenuto da Fabio Pierini, titolare dell’impresa bresciana Olma, specializzata nel campo della meccanica di precisione, continua ad essere una risorsa scarsa, difficile da trovare, e che spesso le aziende devono creare in toto. Via libera, dunque, agli investimenti in formazione e creazione di competenze specializzate, le quali, come sostenuto da Alberto Orioli, editorialista del Sole 24 Ore, e dal Centro Studi Economico Finanziario ESG89, sono in questo momento il vero fattore chiave della competitività e della crescita delle aziende. Infatti, solo le imprese che riusciranno ad adeguarsi tempestivamente agli standard di mercato in merito alla preparazione delle risorse umane acquisiranno quella competitività da cui non possono prescindere per affrontare le sfide dei mercati e gli obiettivi di crescita di domani.

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  • Addio petrolio, benvenuta energia green – Imprese e società alle soglie dell’era post petrolifera

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    L’avvento della green economy sta cambiando profondamente non solo le dinamiche economiche ma le abitudini stesse degli individui, che in una scala macroscopica vanno a costituire i modi di vivere, pensare e agire di interi popoli. Per quanto l’approccio alle risorse rinnovabili sia sempre più parte del vivere comune, la domanda su che fine farà il petrolio e in che misura ancora questa materia prima condizionerà la vita umana è, anch’essa, più che mai attuale.

    Nel dialogo sulla green mobility e sullo sharing per la costruzione di scenari futuri improntati alla sostenibilità, già al centro delle tematiche affrontate nel tour #Protagonisti organizzato dal Centro Studi Economico Finanziario ESG89, parlare di efficientamento energetico ed energie rinnovabili non può prescindere dal parlare anche del destino del petrolio. Questione che anche gli studiosi del Boston Consulting Group si sono posti, e alla quale hanno provato a rispondere ipotizzando tre scenari, tutti incentrati sul presupposto che la domanda di greggio raggiungerà il picco tra il 2025 e il 2030, per poi procedere verso il declino.

    Tre ipotesi, dunque, che prendono in considerazione l’aumento dello sfruttamento di altre fonti energetiche: nel primo caso, l’energia elettrica, applicata soprattutto al mercato dell’automobile; nel secondo caso, l’aumento dell’efficienza energetica grazie ad una combinazione di incentivi e restrizioni governative; nel terzo caso, la crescita del consumo di gas, a causa di una diminuzione del suo costo, con una progressiva riconversione della produzione industriale, attualmente basata sul carbone, all’utilizzo del gas.

    In tutti e tre i casi, il petrolio sarà soggetto ad un declino progressivo, più o meno lento, e le industrie non possono ignorare questo fatto. Per tutte quelle imprese che non vogliono farsi trovare impreparate nel prossimo futuro, la parola d’ordine deve essere “diversificazione”. La sopravvivenza delle imprese nei prossimi anni dipenderà, infatti, dalla loro capacità di sviluppare nuove soluzioni e nuovi modelli di management per affrontare i mercati, e dall’abilità intrinseca delle aziende di sfruttare al massimo le risorse messe a loro disposizione e incorporare, in maniera sempre crescente, le energie rinnovabili nei processi produttivi aziendali.

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  • Chi ha voglia di imparare, alzi la mano – La Business Sales Academy svela agli imprenditori i segreti delle vendite 4.0

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    Formazione e crescita professionale sempre più al centro delle attività trasversali di imprese e liberi professionisti, per i quali l’acquisizione delle competenze è di cruciale importanza dell’era dell’industria e del lavoro 4.0.

    È in atto un vero e proprio cambiamento nel mondo del mercato e delle industrie italiane. Dopo un lunghissimo periodo di stasi e stagnazione, a causa anche della crisi, la voglia di crescere è tornata a farsi sentire, e ha trovato nuovi personaggi pronti a soddisfarla.

    La necessità di formazione tocca non solo le aziende ma anche i liberi professionisti, a beneficio dei quali la Fondazione Enasarco ha predisposto fondi specifici per la maternità e soprattutto per i corsi di formazione e aggiornamento. Il fondatore di EnasarcoGian Roberto Costa, ha precisato come i nuovi obiettivi della Fondazione abbiano al centro la figura degli iscritti alla fondazione e le loro necessità nella prosecuzione sia della loro vita individuale che del loro percorso lavorativo. Ed è proprio in merito a quest’ultimo punto che Enasarco ha deciso di predisporre fondi specifici per sostenere le spese di formazione e aggiornamento dei suoi iscritti.

    Se da un lato, dunque, c’è chi sostiene i liberi professionisti nel loro percorso di crescita e formazione, dall’altro le proposte formative non si fanno attendere. Nasce per questo il progetto del Business Day di Alta Formazione in Selling e Relationship 4.0 promosso e organizzato da BSA (Business Sales Academy). Un’idea di formazione veloce, personalizzabile, interattiva, dinamica e coinvolgente che si è concretizzata nell’organizzazione di una giornata formativa aperta ad imprese, liberi professionisti e studenti. Un ciclo di 12 lezioni che si susseguiranno per tutta la giornata, grazie alla presenza si speaker e formatori di eccellenza, affrontando tutte le tematiche fondamentali del mondo delle vendite e dell’evoluzione del concetto di vendita nel mercato 4.0.

    Di fronte alla richiesta di ampliamento delle competenze, BSA risponde con una giornata formativa dai contenuti quanto più possibile attuali e, allo stesso tempo, spendibili sul mercato del lavoro, per fornire a tutti i partecipanti, indipendentemente dal loro percorso pregresso, gli strumenti per approcciare efficacemente al mondo delle vendite e costruire una carriera di ampio respiro.

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  • L’Annuario è sempre più vicino – Arriva la presentazione del 30 novembre tra nuove idee e nuove domande

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    Anche quest’anno, si avvicina a grandi passi la presentazione dell’Annuario Economico dell’Umbria, di ESG89 la classifica delle migliori aziende umbre che da oltre 20 anni costituisce un punto di riferimento per la conoscenza e la valutazione delle imprese umbre e del loro percorso di crescita e sviluppo nel tempo.

    L’evento di quest’anno, che avrà luogo il 30 novembre 2017 presso l’Aeroporto Internazionale dell’Umbria, metterà al centro dell’attenzione gli sviluppi dell’industria umbra in tutti i suoi settori, non solo nell’ambito dell’agroalimentare, quello generalmente associato in primis a questa regione, ma anche in merito agli altri settori dell’industria e della manifattura, che tanta parte hanno nel tessuto imprenditoriale e nel successo dell’economia della regione.

    Il dialogo che si vuole instaurare mira appunto a capire come l’industria umbra si sia sviluppata negli ultimi anni, quali siano i punti di forza e le connotazioni che ne fanno un’eccellenza regionale, quali possano essere, al contrario, i punti di debolezza e le strategie da implementare per il futuro. Per fare questo, interverranno anche importanti industriali di ogni settore, ed ognuno contribuirà individualmente allo sviluppo del dialogo. Un incontro di voci diverse che vuole portare alla condivisione positiva di contenuti e alla creazione di un immaginario collettivo in cui, in maniera unitaria, emerga in maniera decisa il ruolo dell’industria umbra sia nel centro Italia che a livello nazionale e internazionale.

    Moderatore dell’incontro sarà Giovanni Giorgetti, presidente del Centro Studi Economico Finanziario ESG89 e ideatore dell’Annuario Economico dell’Umbria, che anche quest’anno, in anticipo sui tempi, è stato in grado di comprendere il valore aggiunto intrinseco nella manifattura umbra derivante dalla tradizione e dall’artigianalità, e quali conseguenze ha questa connotazione nel panorama del mercato nazionale e internazionale.

    Anche quest’anno, dunque, si prospetta una giornata quella della presentazione dell’Annuario di grande interesse sotto molteplici punti di vista, che porterà sicuramente nuove idee e nuovi progetti al centro dei pensieri e dei piani di lavoro non solo delle industrie umbre, ma sicuramente anche di stakeholder nazionali e internazionali.

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  • Il mondo non è usa-e-getta – La Circular Economy e la sua applicazione per le imprese di oggi e domani

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    Nel 2017, profitti, progresso e crescita economica fanno sempre più rima con economia circolare, riutilizzo e riciclo. Le nuove dinamiche del business rigenerativo, così definito da Elena Cornelli, editorialista del Corriere della Sera, hanno definitivamente messo in luce come il paradigma del mercato monouso e usa-e-getta, di cui è stata capostipite la lametta Gillette, non è più applicabile nel contesto socio-ambientale di riferimento in cui ci troviamo a vivere oggi. Risulta necessario dunque, come sostenuto anche dal Centro Studi Economico Finanziario ESG89 nel dialogo sullo sharing e sulla green economy, dar vita subito a nuovi processi di produzione, ma anche di consumo, dei beni non più unidirezionali, ma circolari.

    Se si guardano gli ultimi settant’anni nel loro complesso, è facile intuire come questo sia l’unico periodo della storia umana a portare il nome di Grande Accellerazione: crescita della popolazione mondiale del 180%, aumento del consumo di acqua del 215%, concentrazione del metano nell’atmosfera raddoppiata e concentrazione dell’anidride carbonica aumentata del 30%.

    A conti fatti, in nemmeno un secolo la presenza umana sul pianeta ha avuto un impatto sulla terra e sulle sue risorse come mai prima d’ora nella storia dell’uomo. Solo oggi, tuttavia, si insinua nella mente di imprenditori, politici e consumatori la “colpevole” certezza che tutto quello che fino a ieri era considerato progresso sia, in realtà, solo un’involuzione, una strada molto ripida verso una potenziale crisi globale delle risorse, con conseguenze inimmaginabili.

    La risposta a questo rischio e a questo consumo sfrenato, insensato e irresponsabile delle materie prime è arrivata già negli anni ’80 dal mondo tedesco, con la teoria del chimico Michael Braungart, che per primo ha teorizzato quello che poi è stato ribattezzato modello “cradle-to-cradle”, ovvero dalla culla alla culla, in opposizione al modello dalla culla alla tomba. Un paradigma che prevede la destrutturazione del modello economico attuale, che va dall’utilizzo irreversibile della risorsa naturale alla sua trasformazione in rifiuto, e la costruzione congiunta e condivisa di un modello nuovo a carattere circolare, in cui ogni prodotto viene realizzato con parti frutto del riutilizzo o del riciclo di prodotti precedenti, in un circolo continuo di ricollocamento e riadattamento degli elementi tecnici e di restituzione all’ambiente di quelli organici.

    La sfida è ardua, senza dubbio. Ripensare interi processi produttivi in virtù della riutilizzabilità dei componenti dei prodotti significa adottare un paradigma industriale completamente diverso, con una supply chain completamente nuova, investire in ricerca e sviluppo e affidarsi a nuove competenze e professionalità. Ma significa anche creare nuove opportunità di sviluppo green delle aziende, nuovi posti di lavoro, stimati in un +30% entro in 2030, nuove prospettive di crescita nel rispetto dell’ambiente e delle persone che in esso vivono. E per quanto la sfida possa sembrare ardua, un simile obiettivo finale la rende oggetto dell’attenzione e dello sforzo di tutti.

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  • Occupazione giovanile, solo una “comparsa” nel teatro dell’Economia Italiana – Approvata la nuova Legge di Bilancio, restano i dubbi su giovani e occupazione

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    La riforma è passata, l’Economia Italiana ha trovato la sua strada anche per il 2018. Forse. Perché l’approvazione della legge di bilancio 2018, una manovra da 20,4 miliardi definita “snella” dal Presidente del Consiglio Gentiloni, appare più promettente di quanto non sia in realtà. La legge è stata approvata il 16 ottobre in consiglio dei ministri e ha raccolto un ampio bacino di consensi grazie al suo profilo moderato. Un atteggiamento che tuttavia, ad un occhio più attento, mostra la sua vera natura, ovvero quella di operazione di mantenimento piuttosto che di incentivo.

    La manovra, infatti, è un investimento di 20,4 miliardi, di cui ben 15,7 sono stati predisposti per evitare l’aumento dell’IVA, e altri 2 miliardi sono stati stanziati  per il rinnovo dei contratti degli statali. Nel conto finale degli aiuti concreti allo sviluppo economico, dunque, pur con il rinnovo del piano Industria 4.0, di cui sono stati confermati il superammortamento, l’iperammortamento e il credito d’imposta per le spese relative alla formazione e all’aggiornamento, la quota disponibile a sostegno dell’occupazione giovanile è di appena 300 milioni. Una cifra che risulta quasi irrisoria rispetto al totale della manovra e che solleva forti dubbi sulla capacità della politica e dei decisori di riconoscere le vere priorità per la crescita economica del paese.

    È indubbio, infatti, che una manovra così pensata abbia un effetto più residuale che promotrice rispetto alla condizione dell’occupazione giovanile. Lo stanziamento di 300 milioni a sostegno delle assunzioni degli under 29, sebbene sostenuto anche da altre misure approvate per il 2018, quali, ad esempio, lo sgravio fiscale per le assunzioni esteso ai giovani fino ai 35 anni, è un provvedimento molto cauto, che si inserisce in una manovra che punta più al “non-peggioramento” dello status quo piuttosto che all’applicazione di misure strutturali per l’aumento massiccio dell’occupazione.

    Ancora una volta, a tante parole sulla necessità di sostenere in maniera concreta ed efficace l’occupazione giovanile seguono, purtroppo, pochi fatti. Non è una mera questione finanziaria, ma qualcosa di più profondo: la percezione, infatti, è quella di una sottovalutazione del problema, come se il sostegno ai giovani e al lavoro giovanile non fosse una priorità da considerare in maniera distinta, ma piuttosto un elemento di corollario, la cui gestione non richiede un impegno dedicato. È tutta qui la miopia della politica italiana, che a fronte di una legislazione ampia e completa sul sostegno al lavoro giovanile e alle giovani imprese, rimane in disparte nel momento in cui è necessario offrire un supporto economico concreto, rendendo, di fatto, ogni provvedimento legislativo inutile e inefficace.

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  • Il Made in Marche conquista i mercati – Dopo due anni, assunzioni e investimenti tornano a crescere

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    Il Made in Italy torna a crescere e le Marche, nel panorama più ampio del centro Italia, si confermano terra di innovazione e sviluppo. Secondo i dati presentati il 13 ottobre alla 31esima edizione della Classifica delle principali imprese marchigiane, promossa dalla Fondazione Aristide Merloni e ospitata da Confindustria Marche Nord, nel 2016 il Made in Marche ha accelerato la sua crescita, con un +3,6% dei ricavi delle aziende sopra i 5 milioni di fatturato e con un +3,4% di crescita dell’occupazione stimati su un campione di 500 aziende del settore manifatturiero regionale.

    Un’analisi dai dati sicuramente positiva e che fa ben sperare per lo sviluppo del manifatturiero di una regione che da sempre rappresenta un’eccellenza del Made in Italy, con prodotti e brand conosciuti in tutto il mondo. Tra i nomi più importanti, Ariston ThermoTod’s e Biesse si confermano rispettivamente al primo, secondo e terzo postonella classifica delle Migliori imprese marchigiane per fatturato del 2016 stilata dall’Osservatorio Imprese Fondazione Aristide Merloni.

    Un trend positivo e che prosegue da due anni e che ha consentito una ripresa consistente sia degli investimentiin ricerca e sviluppo e strumentazioni che delle assunzioni, come affermato dal curatore della ricerca Donato Iacobucciprofessore di Economia Applicata all’Università Politecnica delle Marche. Una crescita che ha premiato, in primis, i settori del mobile e della meccanica; quest’ultimo, particolarmente importante nel mercato italiano, sarà oggetto di discussione anche in sede di presentazione dell’Annuario Economico del Centro Studi Economico Finanziario ESG89, che si terrà a Perugia il prossimo 30 novembre.

    Oltre alla meccanica, anche settori come chimica e farmaceuticacartaalimentareprodotti in metallo e legnoregistrano andamenti positivi con livelli di produzione e fatturato che superano felicemente i livelli pre-crisi. Tuttavia, in un panorama così roseo non mancano situazioni difficili, che fanno emergere, come sottolineato ancora da Iacobucci, tutte le difficoltà di crescita che ancora affliggono, ad esempio, piccole e medie imprese, legate a produzioni a basso valore aggiunto e a modelli manageriali ad impronta familiare, che limitano l’attrazione di capitali di rischio e di talenti professionali, fattori entrambi fondamentali per la crescita aziendale.

    Innovazionecompetenze e valore aggiunto sono dunque gli elementi che contraddistinguono la corsa allo sviluppo e alla crescita delle grandi imprese marchigiane, e che devono rappresentare una guida anche per le PMI non solo marchigiane ma di tutto il territorio nazionale.

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  • Start-up in bilico – Lo sviluppo delle nuove imprese tra idee e scarse risorse

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    Parlare di start-up e delle loro prospettive nel mercato italiano è all’ordine del giorno, e lo studio “Start up in Italia: mercato, valutazioni ed exit” realizzato da AIAF, Associazione Italiana degli Analisti e Consulenti Finanziari, e presentato al Luiss Enlabs a Roma, tira le somme di un’analisi lunga e approfondita sulle potenzialità e i punti deboli delle start up italiane, tra idee innovative e limiti economici e finanziari che ne appesantiscono lo sviluppo.

    Al centro della discussione, che mirava a valutare la capacità delle start up italiane di sopravvivere oltre i cinque anni dalla creazione, e dunque oltre il periodo di start up, vi è proprio la questione della scarsità delle risorse economiche e dei capitali di rischio veri e propri, indispensabili per alimentare le start up, ma che troppo spesso non sono sufficienti a garantirne la sopravvivenza oltre i cinque anni.

    Dallo studio, infatti, emerge che in Italia solo la metà delle start up supera felicemente il primo quinquennio, mentre per le altre la mancanza di fonti di finanziamento, unita anche alla carenza informativa che gli investitori incontrano nell’analisi della domanda e offerta di mercato, come sostenuto da Paolo Marescasocio Aiaf responsabile del gruppo di lavoro dello studio, risultano essere elementi decisivi verso il declino. Un limite, dunque, quello del reperimento delle informazioni utili alla valutazione di mercato che è sempre più un fattore da non sottovalutare da parte delle imprese, che al contrario, come sostenuto e promosso dal Centro Studi Economico Finanziario ESG89 attraverso i portali IoConosco.it e IoValuto.it, devono considerare sempre più dati e informazioni come elementi essenziali per crescere e svilupparsi.

    Non solo carenze finanziarie, dunque, ma soprattutto informative. Come sostengono anche Marco Morchio, Accenture Strategy Lead per Italia, Europa Centrale e Grecia, e Alberto Borgiapresidente di Aiaf, i potenziali angels e investitori finanziari non hanno spesso i mezzi e gli strumenti utili e adeguati per valutare le start up, comprenderne il valore e scegliere su chi puntare, e dunque investire. E questo gap informativo non spinge certamente i potenziali investitori a puntare denaro, e fiducia, in progetti innovativi, dei quali per l’appunto non riescono a comprendere il valore e le potenzialità.

    Torna anche questa volta la tematica dello sharing, che qui è tutta dedicata alla condivisione della conoscenza e delle informazioni, alla circolazione delle idee come dei dati, al fine di creare flussi informativi utili alla comprensione delle realtà e delle dinamiche di mercato da parte di tutti gli stakeholder e consentire una crescita a lungo termine tanto delle start up quanto delle imprese affermate.

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  • Investimenti e crescita all’orizzonte delle imprese italiane – Il Piano Industria 4.0 e le aspettative per il 2018

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    Domanda in crescita sia sul mercato nazionale che estero per la produzione italiana di beni strumentali e robot meccanici, che nel terzo trimestre 2017 registra un +68%, secondo le stime dei produttori, e si riallinea lentamente ai livelli dell’export, che durante la crisi hanno assorbito la maggior parte della produzione nazionale. Un risultato positivo che testimonia l’efficacia del Piano Industria 4.0 e l’utilizzo virtuoso che aziende e imprenditori hanno fatto, e continuano a fare, dei fondi statali messi a disposizione per ammodernamento, ricerca e sviluppo e formazione.

    Sembra dunque che le aziende italiane, in particolare quelle del settore meccanico e della robotica, al centro della discussione del Centro Studi Economico Finanziario ESG89 in occasione della presentazione dell’Annuario Economico 2018-2019, stiano davvero uscendo dal tunnel della crisi economica e dell’immobilismo e la nuova unione positiva di incentivi statali e propensione degli imprenditori sta velocemente guidando le imprese verso il superamento del gap tecnologico nato dalla crisi e che per lungo tempo ha condizionato la produzione italiana e ne ha minato la competitività. Il successo del Piano Industria 4.0 è evidente nella capacità che questo intervento ha avuto nello stimolare la produzione e, soprattutto, nel dare nuova vita al mercato interno, andando a riequilibrare, come sottolinea Massimo Carboniero, presidente di UCIMU, le vendite nazionali e le vendite estere. Un risultato così chiaro e prezioso che il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha dichiarato la ferma necessità di confermare gli incentivi del Piano 4.0 per tutto il 2018, e rassicurare le aziende sulla possibilità di proseguire nei loro programmi di investimento e formazione.

    Dal lato delle aziende, l’ottimismo è palpabile, e la fiducia è ai massimi livelli dal periodo pre-crisi, come testimoniato da Ref ricerche. Un atteggiamento positivo testimoniato concretamente dal livello di saturazione degli impianti che solo in questo momento sta tornando ai livelli di prima della crisi economica. A questo si aggiunge una nuova propensione all’investimento supportata dalle nuove politiche degli istituti di credito, che propongono prestiti a tassi vantaggiosi e rapporti flessibili.

    Un panorama dunque roseo e pieno di aspettative quello delle imprese italiane per il 2018, che hanno voglia di tornare a crescere, produrre e conquistare i mercati, ribadendo come il Made in Italy sia sempre simbolo di qualità, innovazione ed eccellenza.

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  • Dall’Industria 4.0 al Lavoro 4.0 e al nuovo welfare – Come le nuove tecnologie digitali hanno ridefinito mercati, lavoro e previdenza sociale

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    Parlare di Industria 4.0 non significa solo far riferimento al Piano Calenda e agli effetti positivi che ne sono derivati, ma significa anche parlare di Lavoro 4.0 e del nuovo welfare da sviluppare per garantire, come sostiene il Centro Studi Economico Finanziario ESG89supporto e assistenza ai lavoratori di domani nell’epoca della flessibilità e della mobilità costante.

    Potenziare l’orientamento e gli strumenti di passaggio dal mondo della scuola a quello del lavoro, garantire il diritto alla formazione e all’aggiornamento costanti e ripensare il welfare in modo tale da renderlo fruibile ed efficace soprattutto nelle fasi più impegnative della vita dell’individuo. Sono questi i risultati dell’indagine conoscitiva condotta dalla Commissione Lavoro del Senato sull’impatto che i nuovi paradigmi della quarta rivoluzione industriale hanno sul mercato del lavoro e sulla vita quotidiana dei cittadini.

    Il concetto principale che emerge come risultato dell’analisi è la necessità di prendere consapevolezza non solo dei vantaggi delle nuove tecnologie digitali, ma soprattutto dei rischi esse possono comportare. Sarà dunque compito delle istituzioni e dei legislatori creare le condizioni normative e strutturali per coniugare la nuova fluidità del mercato del lavoro con la sicurezza e la stabilità necessarie per il benessere dei lavoratori, ed evitare che la flessibilità si trasformi in una trappola di incertezza e precarietà. È necessario dunque creare un nuovo modello di welfare in grado di integrare previdenzasanità e assistenza, per offrire una protezione a 360 gradi e in grado di coprire ogni aspetto della vita dei lavoratori.

    Ancora una volta, parlare di Industria 4.0 significa entrare in un argomento ampio e trasversale, che tocca nel profondo la vita dei lavoratori. Dai nuovi ritmi lavorativi alle nuove tipologie contrattuali, dalla flessibilità alla formazione costante, il Lavoro 4.0 è qui ora e richiede un adeguamento immediato di lavoratori, enti e istituzioni.

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  • La digitalizzazione fa crescere la produttività del 25% – I dati dell’analisi dell’Osservatorio Industria 4.0

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    Digitalizzare significa aumentare la produttività a livelli superiori rispetto al costo del lavoro. È questo il risultato dello studio condotto dall’Osservatorio Industria 4.0 del Politecnico di Milano su un panel di imprese che, dal 2010 al 2015, hanno investito efficacemente nell’innovazione digitale delle imprese.

    L’analisi dell’Osservatorio mirava a capire qual è l’effettiva efficacia del programma Industria 4.0 e in che modo possano essere misurati l’intensità e la profondità degli investimenti in beni strumentali tradizionali o digitalizzati. Prendendo in considerazione come valori di riferimento il costo del lavoro e la produttività, a fronte di un aumento del primo del 10% si è avuto un aumento del secondo fattore del 25%, portando dunque produzione e ricavi a raddoppiare rispetto al costo dei singoli lavoratori, con un ROI (return on investment) passato dal 3,8% al 6,1%. Il piano Industria 4.0 dunque funziona, e i dati parlano chiaro.

    Sulla base dei risultati dell’analisi, le prospettive sono rosee e la digitalizzazione delle imprese sembra essere la strada giusta per la crescita economica e per lo sviluppo della competitività delle aziende. Tuttavia, pur in presenza di stime positive, è necessario avere delle conferme per esprimere un giudizio più sicuro, e solo i risultati dell’applicazione del superammortamento e dell’iperammortamento nel biennio 2016-2017 potranno fornire un quadro più definito della direzione che hanno preso le aziende italiane e del loro percorso di crescita.

    La parola d’ordine, come sostiene anche il Centro Studi Economico Finanziario ESG89, rimane comunque la formazione. Industria 4.0, infatti, significa non solo ammodernamento degli strumenti ma soprattutto acquisizione delle competenze digitali, settore in cui il mercato del lavoro italiano è fortemente carente, con una percentuale di lavoratori con competenze elevate di appena il 23% (con una media europea del 32%). L’impegno delle aziende per il prossimo biennio dunque, grazie anche al credito d’imposta mirato alla formazione previsto nel Piano Calenda, è quello di far crescere nuove professionalità e adeguarle alle esigenze odierne del mercato del lavoro, sviluppando competenze e figure professionali capaci di supportare le aziende nel loro sviluppo su scala nazionale e internazionale.

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  • Gli imprenditori promuovono il Piano Industria 4.0 e gli investimenti in R&S – Digitalizzazione e Big Data all’edizione modenese del Laboratorio Mecspe

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    Crescita della digitalizzazione delle imprese e propensione all’utilizzo dei Big Data sempre più diffusa e consapevole. Sono questi gli elementi che emergono in maniera netta dalla tappa modenese del Laboratorio Mecspe – Fabbrica digitale, che ha avuto luogo il 9 ottobre e ha valutato l’approccio delle imprese al Piano Calenda e i risultati, a distanza di un anno, sulla crescita e la redditività delle imprese del settore manifatturiero italiano.

    Uno sguardo d’insieme che registra ben un 46% degli imprenditori del settore meccanico soddisfatti del Piano, soprattutto per quanto riguarda l’iperammortamento dei macchinari e gli incentivi per R&S, e propensi alla prosecuzione degli investimenti indipendentemente da cosa prevederà la nuova finanziaria. Lo scenario, dunque, si presenta molto più roseo di quello ipotizzato precedentemente, che vedeva le PMI italiane poco digitalizzate e al passo con gli standard globali. Al contrario, come messo in evidenza dal Centro Studi Economico Finanziario ESG89 e oggetto della presentazione del nuovo Annuario Economico, il settore meccanico si conferma all’altezza delle aspettative, in termini di sviluppo degli strumenti digitali e utilizzo dei Big Data, e in accelerazione sulla crescita, con il 43,7% degli imprenditori in linea con le competenze richieste dall’Industria 4.0 e solo un 17% che ammette la necessità, e la volontà, di un veloce adeguamento.

    La propensione all’investimento e all’innovazione nella digitalizzazione dei processi riguarda, dunque, quasi la metà degli imprenditori inclusi nel panel di riferimento (46,1%), con un aumento dei ricavi stimato al 30% entro il 2020 per un imprenditore su 3. Per raggiungere questi risultati, tuttavia, non basta la volontà. Il passo successivo, come suggerito da Maruska Sabatoproject manager di Mecspe, riguarda la formazione delle risorse umane nell’ambito dello sviluppo delle giuste competenze digitali nel settore dei Big Data, del loro reperimento e della loro analisi. Almeno il 63% delle aziende ha già messo in cantiere investimenti e attività formative dedicate proprio alla creazione di personale specializzato nella digitalizzazione delle imprese e nello sfruttamento delle tecnologie digitali per l’aumento della produttività e dei ricavi.

    Il nocciolo duro rimane, dunque, sempre la scarsità delle competenze, che rallenta ulteriormente lo sviluppo aziendale e costituisce un ostacolo alla competitività delle imprese. Davanti a questa situazione di assenza di percorsi formativi adeguati e davanti alla consapevolezza dell’attuale mancanza di risorse umane formate e utili, le imprese stesse si muovono per formare professionisti in grado di reperire, analizzare e mettere l’utilizzo dei Big Data al servizio della crescita aziendale a livello globale.

    http://www.esg89group.it/gli-imprenditori-promuovono-il-piano-industria-4-0-e-gli-investimenti-in-rs-digitalizzazione-e-big-data-alledizione-modenese-del-laboratorio-mecspe/

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  • L’economia comportamentale e la psicologia dei consumatori – Il Nobel per l’Economia 2017 Thaler parla dell’utilizzo dei Big Data come base della crescita dei mercati

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    Il Nobel per l’Economia 2017 ha premiato Richard H. Thaler e i suoi studi sull’economia comportamentale e su come la psicologia influisce sui comportamenti che regolano la domanda e l’offerta dei mercati. Un nuovo paradigma che introduce tra le variabili economiche le decisioni, non sempre razionali, dei consumatori e gli effetti che queste possono avere sulle dinamiche dei mercati.

    Thaler, nella sua opera “Nudge – la spinta gentile” ha messo ben in evidenza come i consumatori non sempre facciano riferimento a modelli comportamentali razionali nelle loro scelte sia economiche che finanziarie, ma come, al contrario, l’errore e l’aspetto impulsivo giochino un ruolo rilevante nelle scelte degli individui. Aspetti dunque che le aziende non possono ignorare nel contatto con il loro target di riferimento, di cui non è più sufficiente conoscere gusti e abitudini ma è necessario approfondire anche gli aspetti meno prevedibili.

    Pur parlando di errori e irrazionalità delle scelte, Thaler sostiene che anche gli aspetti “illogici” del comportamento dei target di mercato seguono, a modo loro, degli schemi prevedibili, e dunque analizzabili e utilizzabili a vantaggio delle singole imprese, e lo studio di questi aspetti è possibile, in gran parte, grazie alla presenza, e all’utilizzo consapevole, dei Big Data.

    Ancora una volta, come già sostenuto dal Centro Studi Economico Finanziario ESG89, i Big Data sono al centro della discussione economica internazionale, e la volontà dell’Accademia Svedese di conferire il Nobel a Thaler e ai suoi studi in materia ribadisce l’importanza cruciale che lo studio e l’utilizzo dei Big Data hanno per le imprese non solo per la conoscenza e la valutazione dei player presenti nel mercato di riferimento, ma anche in merito ai target a cui l’azienda si rivolge, per sviluppare nel tempo strategie vincenti e acquisire un vantaggio competitivo a lungo termine.

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  • Dall’analisi dei dati alla strategia vincente – I Big Data aprono le porte alle imprese per conoscere e interpretare i mercati

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    Mercati che cambiano, tempi che corrono, strategie da creare e subito ripensare, perché quello che oggi è vincente domani non lo è più. Il mondo delle imprese e dei consumatori è sempre più variegato, fluido e dinamico, e nell’epoca dell’informazione solo la diffusione e la conoscenza di dati e informazioni può costituire per le aziende un reale vantaggio competitivo e un plus per il raggiungimento dei propri obiettivi.

    Sono i Big Data il vero elemento cruciale della crescita delle aziende: reperirli, analizzarli e conoscerli è ormai un fattore fondamentale per ogni impresa. Con la nascita della digital economy e lo spostamento sempre più massiccio del mercato verso l’ambiente online, la crescita delle opportunità e delle prospettive va di pari passo con un livello di incertezza molto più alto, e con un numero di fattori cruciali da considerare in perenne aumento. Per questo i Big Data sono lo strumento per fare impresa oggi: come dichiarato da James Heekin, executive chairman del gruppo Gray, una delle più note agenzie di advertising al mondo e primo fornitore di Big Data di Google, queste informazioni aprono nuovi scenari sull’analisi dei comportamenti dei consumatori, abbassando i margini d’errore e riportando un’immagine fedele del target di riferimento di ogni azienda.

    Una vera e propria rivoluzione a livello globale, alla quale non tutte le aziende e i paesi hanno risposto in maniera uniforme. Guardando al caso italiano, l’utilizzo dei Big Data per le analisi di mercato e per la conoscenza dei consumatori è ancora un concetto più teorico che pratico. Mancano non solo competenze digitali e risorse umane qualificate, ma soprattutto manca una mentalità imprenditoriale diffusa in grado di sfruttare le potenzialità dell’ambiente digitale in maniera produttiva, in grado di dialogare con i nuovi media e trarne un vantaggio economico concreto.

    La strada è segnata. Solo con un utilizzo sapiente dei Big Data – di cui il Centro Studi Economico Finanziario ESG89 si fa promotore con i portali IoConosco.it e IoValuto.it – le aziende possono far fronte all’incertezza e ai rischi presenti ogni in ogni mercato e costruire, giorno dopo giorno, un percorso di crescita solido e in grado di rendere gli obiettivi aziendali sempre più concreti e raggiungibili. La scelta dei giusti partner e dei giusti clienti è la vera strada verso il successo: conoscere, valutare e scegliere con chi fare affari è il punto di partenza vincente.

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    IoConosco —> www.ioconosco.it

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  • L’economia di oggi è casual – Breve vademecum dei nuovi paradigmi dell’Economia contemporanea

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    Sharing, green, circular e blue. Parlare di economia oggi significa adottare categorie di riferimento del tutto nuove, che mettono a sistema non solo l’aspetto della crescita finanziaria, ma anche le pulsioni e le spinte sociali che sempre più di frequente sono la leva su cui si muove l’economia globale.

    Tutto cominciò con la green economy, che partiva dal presupposto che produrre e realizzare guadagni dovesse necessariamente essere in linea con il rispetto dell’ambiente e della natura. Al bando le produzioni industriali degli anni ’70, al bando i combustibili fossili, benvenuto alle materie prime naturali, benvenuto al riciclo e alle pratiche più svariate di riutilizzo.

    Dalla green economy ad oggi, la strada percorsa è stata veramente lunga e dalle modalità di lavoro, ai contratti e alle tipologie di acquisto e pagamento, molto è cambiato. ‘ambito che più ha beneficiato dello sviluppo di nuove modalità di fare economia è stato sicuramente quello legato all’ambiente e al rapporto uomo natura. Di conseguenza, alla green economy è seguita la blue economy, che ha fatto del riciclo una missione e in esso ha trovato sostenitori e opportunità remunerative inesplorate. Sempre nell’ambito della salvaguardia dell’ambiente e del pianeta, la circular economy si è affermata in opposizione alla teoria della società dei consumi di massa e dell’usa-e-getta. Tutto diventa riutilizzabile, reinventabile e ricollocabile all’infinito, in un movimento di materie e oggetti del tutto circolare, quasi “a cascata”, riassumibile nel concetto del regenerative design.

    Se è vero che oggi la forza economica trainante è quella dei giovani, in particolar modo dei millennials o, per meglio definirli, dei nativi digitali, tanta parte dello sviluppo di nuovi paradigmi economici è anche merito loro. Per le nuove fasce sociali, ad esempio, l’acquisto in sé è un concetto superato, molto meglio l’abbonamento. Ed ecco svilupparsi realtà come Netflix e Spotify che fanno dell’abbonamento e di un’offerta sempre variegata e personalizzabile uno stile di vita. Parallelamente, la presenza di nuovi servizi e strumenti condiziona inevitabilmente anche gli stili di vita: la fine dell’orario di lavoro canonico ha portato alla nascita di nuove forme di impiego, tra le quali le più recenti sono la gig economy, lavori a chiamata o a richiesta che si appoggiano a piattaforme digitali in cui vengono messe a contatto domanda e offerta , e la app economy, un vero e proprio boom degli anni più recenti che ha reso il lavoro a casa una realtà concreta e remunerativa.

    A ben vedere, tutte queste nuove forme di economia possono essere sempre ricondotte sotto un concetto-ombrello onnicomprensivo, quello della sharing economy, tematica che per il Centro Studi Economico Finanziario ESG89 è da tempo diventata filo conduttore delle nuove forme di sviluppo economico sia per le piccole che per le grandi imprese. Ogni nuovo paradigma va ad inserirsi nei nuovi schemi di vita contemporanei, che vedono nella perenne connessione delle persone e condivisione delle idee il fulcro del vero sviluppo e della vera innovazione, con risultati ancora in divenire ma che apriranno sicuramente nuovi orizzonti di sviluppo tutti da scoprire ed esplorare.

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