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  • La tradizionale indipendenza ed equilibrio della Repubblica Popolare Democratica della Corea del Nord. Di Giancarlo Elia Valori.

    La tradizionale indipendenza ed equilibrio della RPD della Corea del Nord Anni fa, parlando con Kim Il-Sung, mentre stavamo affrontando le questioni del Mediterraneo, mi raccontò un episodio che riguardava un Paese nostro vicino, ma molto vicino geograficamente: l’Albania.

    Nel corso del XXII Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (17-31 ottobre 1961) – che segnò la spaccatura fra Mosca e Tirana – la rappresentanza, capeggiata dal mio amico in persona, non accolse affatto l’invito di Mosca a stigmatizzare i comunisti albanesi, e non una parola di condanna fu indirizzata nei confronti di Tirana.

    Anzi, cinque anni dopo, una delegazione del Partito del Lavoro della Corea presenziò – con tutti gli onori – ai lavori del V Congresso del Partito del Lavoro d’Albania (terza nell’ordine: dopo il Partito Comunista Cinese ed il Partito dei Lavoratori del Vietnam).

    I residui Paesi socialisti sopravvissuti (e non) al triennio 1989-1991 risentirono di grandi crisi politiche (Madagascar); dissenso e depressione economica (Cuba, ex URSS); nazionalismi ed irredentismi (Paesi dell’ex Jugoslavia, nazionalità ex sovietiche, ecc); compromessi con l’opposizione armata (Angola, Mozambico); riforme radicali (ex URSS, Mongolia) o strutturali (Vietnam, Laos), non dimenticando la guerra civile cambogiana (1975-79); e le guerre fra Paesi socialisti (Etiopia e Somalia nel 1977; Vietnam e Cina nel 1979).

    L’unico regime che ha superato indenne gli esiziali momenti di transizione del comunismo internazionale è stata la Repubblica Democratica Popolare della Corea (nord), al di là di quegli Stati – RP della Cina, Cuba, Laos, Vietnam, ecc. – che hanno sistemato, chi più chi meno, la propria struttura economica.

    Uno dei due motivi basilari di resistenza nord-coreana è l’ideologia Juche, illustrata con lucida analisi da Antonio Rossiello, nel 2009 su un quotidiano italiano.
    La vulgata del perfetto marxismo-leninismo in ambiente asiatico non ha mai convinto. Solo nei pochi studi seri che sino ad ora sono stati condotti nel nostro Paese sulle democrazie popolari estremorientali, Rossiello compreso, si può capire a fondo come le tradizioni di quel Continente, lascino spazio solo formale ai fomiti della Rivoluzione Francese.

    Mentre il maoismo in qualche modo s’è differenziato in Occidente dal mito palingenetico del marxismo-leninismo d’impronta staliniana, il pensiero di Kim Il- Sung, non è mai stato approfondito in pieno, a causa dell’ostracismo del comunismo all’amatriciana italiota e dei suoi chierichetti, pretini, cicisbei e intellettuali da bar. Senza dubbio, la posizione internazionale assunta dalla RDPC nei recenti settant’anni è l’ulteriore causa alla base della stabilità di P’yŏngyang interna ed esterna.

    Il secondo conflitto mondiale, per buona parte dei Popoli asiatici, fu, in pratica, una guerra di liberazione. Il messaggio nipponico «l’Asia agli Asiatici» – teso a sviluppare il disegno imperiale di cacciata dell’Europa dal Continente, produsse nel breve e nel lungo periodo un indebolimento delle vecchie e nuove strutture colonialistiche: emblematici, in quest’ottica, la rivincita cinese (1934-1949), ed il riscatto vietnamita (1945-1975).

    Nel senso dell’ideologia Juche, la parola libertà non ha affatto contenuti di stampo liberal-borghese, e capitalista da mercato libero, ma vuol dire unicamente: «Patria senza presenza straniera sul suolo nazionale».
    La RDPC (proclamata l’8 settembre 1948, mentre il 25 aprile è la Giornata dell’Esercito) precorse i tempi, anticipando in maniera definitiva i capisaldi della propria politica di equilibrio, suggerita dalla contiguità con le due massime potenze comuniste.

    Il 25 dicembre 1948 l’Armata Rossa di Stalin e l’apparato amministrativo sovietico si ritirarono dalla RPDC dietro richiesta di Kim Il-Sung.

    Nel corso della guerra civile (1950-1953) la RPDC godé dell’aiuto decisivo cinese, non legandosi in seguito con Pechino. Ma questo non significò un’entrata nell’orbita sovietica oppure cinese: all’indomani delle devastazioni belliche P’yŏngyang rifiutò di aderire al Comecon (nonostante notevoli pressioni), rendendo pubblica la propria posizione, difendendola in termini chiari e di principio contro qualsiasi forma di divisione internazionale socialista del lavoro.

    E su queste prospettive prendeva corpo l’idea Juche o dell’autosufficienza: «l’indipendenza economica è anche una garanzia per eliminare gioghi di ogni tipo», onde evitare al Paese il destino di provincia economica, e perciò politica, dell’uno o dell’altro grande Vicino.

    Quando nuovi Stati ottennero l’indipendenza negli anni Cinquanta-Sessanta, e diverse realtà africane, asiatiche, caribiche e latino-americane si affacciavano nel panorama mondiale, la RPDC cercò di smuovere la propria vita di relazione, ristretta ai soli Paesi socialisti (ma non con la Jugoslavia di Tito filo-Usa).
    Da qui, la politica nordcoreana nei confronti del Terzo Mondo si indirizzò verso obiettivi diplomatici, economici e ideologici, innanzitutto per raccogliere consensi e, in seconda fase, per migliorare la propria considerazione all’Onu (di cui non era ancora membro).

    Secondo Kim Il-Sung il Terzo Mondo poteva tutelare gl’interessi di P’yŏngyang, sforzandosi di guadagnare dichiarazioni favorevoli e voti indispensabili su problemi riguardanti l’unificazione pacifica della Patria, e facilitare il tentativo d’ingresso nel blocco non-allineato.
    Oltre a ciò il sostegno ai movimenti di liberazione e ad alcuni gruppi insurrezionali era visto come mezzo per la creazione di nuove entità statali che erodessero la potenza statunitense, ovvero si ponessero militarmente in opposizione alla Casa Bianca in vista del suo definitivo ritiro dalle zone d’influenza.

    Nel 1957 la RPDC varò i primi accordi commerciali con Egitto, Birmania, India e Indonesia; l’anno successivo riconobbe il governo provvisorio algerino, seguirono accordi culturali con Stati afro-asiatici e Cuba.
    Aiuti generali allo sviluppo si diressero ai Paesi di nuova indipendenza, che li apprezzarono molto in quanto reputati non condizionanti; fondamentali le testimonianze di solidarietà nel caso di disastri naturali attraverso l’invio di danaro alle vittime: 1958, uragano a Ceylon (Sri Lanka); 1960, terremoto in Marocco; 1961,

    tifone in Indonesia e inondazione in Somalia.
    Negli anni Sessanta il prestigio internazionale della RPDC aumentò pure grazie al suo elevato livello di sviluppo ed autonomia, con un controllo delle risorse, della natura e delle ragioni del progresso in un Paese ex coloniale, con alle spalle pochi lustri d’indipendenza.

    I dubbi sulla politica sovietica nei confronti dei Paesi del suo versante in ogni tipo di confronto con Washington (vedi il ritiro dei missili sovietici da Cuba), e il contrasti fra la RP della Cina e l’Urss nel coordinare gli aiuti alla RD del Vietnam (nord) convinsero maggiormente Kim Il-sung ad intraprendere vie distinte.
    A questo proposito essa fu uno dei Paesi che diede un grande contributo, non solo verbale, al Vietnam del nord ed al FNL Viet Cong. Però la sua offerta di inviare volontari non fu accettata dai vietnamiti, nonostante la presenza di sudcoreani nel Vietnam meridionale: e con questo i vietnamiti confermarono il predetto senso asiatico di libertà: assenza di stranieri.

    Infine le preoccupazioni di Mosca e Pechino alla cattura della nave statunitense Pueblo da parte delle forze nordcoreane (1969) dimostrarono a Kim Il-sung che sovietici e cinesi erano di gran lunga più attenti a tutelare i loro interessi rispetto quelli dei piccoli Paesi “fratelli”.

    Negli anni Settanta, con la crescente moderazione nella politica estera – onde rassicurare l’opinione pubblica mondiale della propria volontà di unificazione pacifica – Kim Il-Sung accentuò nella alleanza con il Terzo Mondo anche la realizzazione della causa della democrazia fra Stati, l’indipendenza nazionale e il progresso sociale. Ma un passato comune di umiliazioni e offese, e di lotte contro il colonialismo e l’imperialismo, era pur sempre vivo nelle attività internazionali di P’yŏngyang.
    La RPDC fu il primo Paese a offrire volontari per la Cambogia dopo il rovesciamento del principe Sihanouk (1970), inoltre aiutò e finanziò numerosi movimenti di liberazione afro-asiatici e latino americani.

    Però nel 1972 il governo nordcoreano – salvo assistenza militare allo Zimbabwe African National Union-Patriotic Front – abbandonò l’appoggio fattivo ai movimenti (mantenendo con loro solidarietà politica), in favore di una campagna sistematica per ottenere un vasto riconoscimento diplomatico. Infatti preferì assistere realtà già consolidate: Egitto, Malta, Mozambico, Seicelle, Uganda, Lesotho, ecc.
    I risultati non si fecero attendere: nel 1973 le fu garantito lo status di osservatore presso le Nazioni Unite, per essere già membro della World Health Organization. Nell’agosto del 1975 la Conferenza di Lima dei ministri degli esteri dei Paesi-non- allineati accettò la candidatura della RPDC (mentre la Corea del sud veniva respinta).

    Gi sforzi effettuati direttamente all’Onu realizzarono in un grande successo simbolico, poiché per la prima volta conquistava la maggioranza un documento consacrante la posizione di P’yŏngyang. In quell’anno l’Assemblea Generale passò con 54 voti favorevoli, 43 contrari, 42 astensioni e 4 assenti, la risoluzione 3390 B (XXX) del 18 novembre, che chiedeva il ritiro delle truppe straniere presenti nella Corea del sud sotto la bandiera Onu e l’apertura di negoziati tra gli Usa e la RPDC (il governo di Seul era ignorato).

    Tra il 1975 ed il 1979 la RPDC continuò a stipulare nuovi accordi economici, scientifici, di trasporto e culturali con i Paesi Emergenti, fino a giungere al VI Congresso del Partito del Lavoro – apertosi il 10 ottobre 1980 – il quale, di fronte a nuove problematiche internazionali, puntualizzò senza equivoci o formule di compromesso la linea tradizionale.
    P’yŏngyang denunciò l’intervento vietnamita in Cambogia (1978) ma prendendo le distanze dai Khmer Rouges, e non invitando delegazioni cambogiane al congresso; fu accettato solo un messaggio di Sihanouk residente nella capitale.

    Interpellati, alcuni dirigenti palesarono di non aver mai approvato la presenza sovietica in Afghanistan, ma di non voler prendere posizioni ufficiali in quanto «non serve a nulla»; essi, nel corso dei lavori congressuali, si limitarono a denunciare le tendenze «dominazionistiche» (si evitò il vocabolo «egemonistiche» per il fatto ch’era usato dai Cinesi nei confronti dei Sovietici).
    Grande fu lo spazio dato da Kim Il-Sung, nel suo rapporto, al Movimento dei Paesi- non-Allineati. Il presidente respinse la tesi cubana, secondo cui il Movimento sarebbe stato l’alleato naturale del campo socialista, dichiarando che «i Paesi allineati non devono assolutamente seguire l’uno o l’altro blocco, né lasciarsi condizionare, o permettere divisioni in seno».

    Queste affermazioni si accompagnarono ad un atteggiamento di apertura verso i partiti dell’Internazionale socialista. Dalle molte e numerose delegazioni socialiste europee invitate, apparve chiaro che la RPDC desiderava partecipare alle riunioni dell’IS in veste di osservatore.

    Sebbene alcuni partiti socialisti (la tedesca SPD) fossero più ostili di altri alla natura del regime, tuttavia rimasero sensibili alla volontà sempre manifestata in quegli anni e realizzatasi anche nella posizione assunta durante la prima guerra del Golfo (1980-1988). P’yŏngyang sostenne l’Iran, vittima della tentata invasione irachena, mettendo a disposizione del Paese aggredito armi e tecnologia avanzata in un momento in cui a Saddam Hussein at-Tikriti aveva dalla sua Washington, Mosca e Pechino. Furono RPDC, Siria, Libia ed Albania i soli a sostenere l’Iran che aveva contro il mondo.

    Nel 1991 le due Coree sono state ammesse separatamente all’ONU: il consenso è stato espresso nella seduta inaugurale della XLVI Sessione ordinaria dell’Assemblea Generale (17 settembre). Ciò è potuto accedere perché il 28 maggio la RPDC aveva deciso di soprassedere in maniera definitiva al principio della rappresentanza unica confederale, in seguito ai successi di Seul nell’ottenere assicurazioni da Cina ed Unione Sovietica sul ritiro del veto alla propria candidatura. Un evento di portata storica si è registrato a fine 1991. I due primi ministri coreani, Yon Hyong Muk (nord) e Chung Won Shik (sud), il 13 dicembre siglarono a Seul un trattato di conciliazione e non-aggressione, che formalmente pone fine allo stato di guerra, perpetuatosi sin dall’Armistizio (27 luglio 1953).

    L’accordo ripristinò le comunicazioni, gli scambi di natura economica, e consentì la riunione delle famiglie separate all’indomani del conflitto (25 giugno 1950); inoltre stabilì la presenza di una guarnigione mista a Panmunjon, lungo la fascia demilitarizzata. Primo passo verso l’unificazione della Penisola, auspicata – sia pure in termini diversi – da entrambi i governi.

    Il buon esito si ebbe primamente per la rinuncia di P’yŏngyang (dichiarata appena ventiquattr’ore prima della firma) di voler trattare solamente con la Casa Bianca, in qualità di controparte dell’Armistizio; si evinceva la volontà statunitense di non cedere ai tentativi diplomatici nordcoreani miranti a considerare la Repubblica della Corea come una sua dépendance.

    Al di là di facili entusiasmi, restaroni diffidenze e reciproci sospetti. La stessa permanenza delle forze statunitensi (sotto bandiera Onu) – temuta dai nordcoreani – fu riconfermata dall’allora segretario alla Difesa, Dick Chaney, nel novembre 1991. Attualmente i militari statunitensi in Corea del Sud sono ben 28.500. È il terzo contingente di soldati Usa all’estero; un dato che non coincide col senso di libertà, prettamente asiatico: Giappone: 53.732, Germania: 33.959, Corea del Sud: 28.500, Italia: 12.249, Regno Unito: 9.287, Bahrein: 4.004, Spagna: 3.169, Kuwait: 2.169, Turchia: 1.685, Belgio: 1.147, Australia: 1.085, Norvegia: 733, ecc.
    Italia e RPDC strinsero relazioni diplomatiche nel gennaio 2000.

    Giancarlo Elia Valori, Manager, economista e professore straordinario presso la Peking University

    Giancarlo Elia Valori con Kim Il Sung padre della Corea del Nord

    Fonte dell’articolo: https://www.ildenaro.it/la-tradizionale-indipendenza-ed-equilibrio-della-rpd-della-corea-del-nord/

    Note sull’autore

    Giancarlo Elia Valori è uno dei più importanti manager italiani. Docente universitario e attento osservatore della situazione politica ed economica internazionale, nella sua lunga carriera ha ricoperto importanti incarichi in prestigiose società italiane ed estere. Attualmente è Presidente dell’International World Group

    Inoltre è presidente onorario di Huawei Italia nonché detentore di importanti cattedre in prestigiosi atenei quali la Yeshiva University di New York, l’Hebrew University di Gerusalemme e la Peking University.

    Nel 1992 viene nominato Cavaliere della Legion d’onore con la motivazione: “Un uomo che sa vedere oltre le frontiere per comprendere il mondo”, dall’11 maggio 2001 è ambasciatore di buona volontà dell’Unesco per i meriti profusi generosamente nella difesa e nella promozione del patrimonio immateriale. Nel 2002 riceve il titolo di “Honorable” della Académie des Sciences de l’Institut de France.

    Tra i suoi libri ricordiamo: Liberi fino a quando? (Lindau 2019), Rapporti di forza (Rubbettino 2019), Geopolitica e strategia dello spazio (Rizzoli 2006), Antisemitismo, olocausto, negazione (Mondadori 2007), Mediterraneo tra pace e terrorismo (Rizzoli 2008), Il futuro è già qui (Rizzoli 2009), La via della Cina (Rizzoli 2010) e Geopolitica dell’acqua (Rizzoli 2011).

    A riconoscimento del suo poliedrico impegno di studioso e pubblicista a respiro universale, ha ricevuto il premio giornalistico “Ischia Mediterraneo”, il “Gran Premio Letterario 2011” dal Consiglio Mondiale del Panafricanismo e il “Premio Internazionale della Cultura” dalla International Immigrants Foundation delle Nazioni Unite.

    https://www.internationalworldgroup.it

     

  • Antonello De Pierro e Maria Grazia Cucinotta insieme contro la violenza sulle donne

    Il giornalista presidente dell’Italia dei Diritti e la celebre attrice hanno partecipato a “Storie di Donne”, la prestigiosa kermesse in omaggio all’universo femminile

    Antonello De Pierro e Maria Grazia Cucinotta
    Roma – Prosegue senza soluzione di continuità l’ impegno dell’indefesso presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro contro la violenza di genere, lamentando, in ogni sede in cui viene invitato a intervenire, l’inefficacia dell’articolo 612 bis del codice di rito penale, che è l’espressione normativa della fattispecie di reato, di recente introduzione, indicata col termine stalking, e invocando una nuova azione legislativa mirata a colmare quelle lacune, che secondo la linea politica propugnata impedirebbero la produzione di compiuti effetti nell’arginare l’odioso e dilagante fenomeno.

    Il giornalista romano, amministratore pubblico in qualità di capogruppo della lista facente capo al movimento di cui è leader in seno al Comune di Roccagiovine, nella Città metropolitana di Roma Capitale, consigliere della X Comunità Montana dell’Aniene e dell’Unione dei Comuni della Valle Ustica, ha partecipato di recente a “Storie di Donne”, l’importante kermesse concepita dall’estro creativo di Lisa Bernardini, giunta alla quarta edizione. Il prestigioso appuntamento con la solidarietà, volto, nell’intenzione ideale dell’artefice, alla sensibilizzazione sociale contro ogni forma di violenza sulle donne e alla valorizzazione delle eccellenze femminili nelle varie aree professionali, si è snodato lungo un percorso fatto di diverse tappe, partito da Frosinone e conclusosi, come ormai da tradizione, presso il ristorante Boccuccia di Anzio, con la consegna di alcuni premi alle rappresentanti del gentil sesso scelte dall’organizzazione per essersi distinte nel settore lavorativo di appartenenza. Quest’anno De Pierro, che già negli anni scorsi era stato ospite della manifestazione, ha voluto marcare con forza il suo sostegno all’iniziativa, intervenendo a ben tre incontri, a iniziare dalla serata inaugurale, che ha avuto luogo presso la Villa Comunale del capoluogo ciociaro, alla presenza dell’assessora frusinate alla Cultura Valentina Sementilli e del suo collega al Bilancio Riccardo Mastrangeli. Qui ha avuto luogo un appuntamento pomeridiano interessantissimo e ricco di attrazioni culturali, dalla consegna di alcuni riconoscimenti a una prestigiosa mostra di fotografia, pittura e scultura, nonché una sfilata di preziosi aurei, indossati da alcune modelle partecipanti al concorso nazionale “Una ragazza per il cinema”, sotto lo sguardo attento del patron regionale Massimo Meschino. La cerimonia di debutto è stata onorata dalla presenza di una madrina d’eccezione, l’attrice Adriana Russo, la quale ha anche concesso la possibilità di ospitare un dipinto di suo padre, il celebre pittore Mario Russo. Tra gli altri artisti che hanno esposto le proprie opere erano presenti Gino Di Prospero, Marco Cesaretti, Francesca Ore, Sabrina Golin, Adriana Mirando, Lino Stronati, Antonino Leanza, Vanessa Macina, Leonardo Dorsi, Paolo Orsoni, Marina Rossi, Daniela Prata, Francesca Guidi. Presenti anche Marco Tullio Barboni, Giovanni Brusatori e Patrizia Viglianti, brillante assessora allo Sport, Politiche Sociali e Giovanili del Comune di Veroli.

    Antonello De Pierro e Adriana Russo
    La serata clou dell’intera rassegna ha avuto luogo sempre a Frosinone, presso l’auditorium del Conservatorio “Licinio Refice”, a cui il direttore di Italymedia.it ed ex direttore e voce storica di Radio Roma non ha voluto mancare per gridare a gran voce che la violenza di genere è una piaga che va debellata e che “troppo poco la politica sta facendo in merito, con una produzione legislativa molto carente e lacunosa”. Un urlo di dolore a nome di tutte le vittime di femminicidio e di tutte quelle donne che quotidianamente subiscono, indifese e spesso inascoltate, violenze di ogni tipo, corroborato dalla presenza e dalla voce autorevole di Maria Grazia Cucinotta, madrina dell’evento, che l’ha sostenuto nella sua denuncia di civiltà, prima ancora che di cultura giuridica.
    Antonello De Pierro e Pamela D'Amico

    De Pierro, noto altresì per detenere il non invidiabile primato di essere stato il primo giornalista aggredito da un membro del clan Spada di Ostia, prima di Federica Angeli e Daniele Piervincenzi (fu il boss Armando Spada, accompagnato in macchina dal noto imprenditore di Ostia Alfonso De Prosperis e da sua moglie Angela Falqui, a costringerlo a ricorrere alle cure dei sanitari, al fine di indurlo a fermarsi dal proseguire con alcune denunce che coinvolgevano anche alcune cellule deviate delle istituzioni) ha così parlato: “Manifestazioni come questa andrebbero fatte quotidianamente, e di questo ringrazio l’organizzatrice Lisa Bernardini, per tenere alta l’attenzione sul fenomeno della violenza sulle donne, che purtroppo l’onda populista e demagogica di una certa politica sta allontanando dai riflettori e naturalmente dalla propria agenda. Non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Usare violenza contro le donne rappresenta il rifugio degli incapaci e purtroppo dobbiamo registrare un’alta percentuale di questa categoria tra i maschi italici, vittime di congiunture personali frustranti e non idonei ad affrontare un approccio dialogico con l’altro sesso, complice anche un appiattimento culturale che dilaga nel nostro parenchima sociale e li stritola e li comprime nel loro isolamento mentale prodotto da disarmante e cronica ignoranza. Un’incapacità che affligge anche chi dovrebbe produrre diritto e varare norme idonee ad arginare certe sacche di aggressività. Urge una sensibilizzazione in tal senso. Dobbiamo comprendere che la sfida è culturale. Non basta varare leggi con previsioni sanzionatorie, pertanto di tipo coercitivo e repressivo, senza un’adeguata regolamentazione a scopo preventivo. Sono gli eventi tragici che si consumano quasi quotidianamente che ci dicono che la strada imboccata non è quella giusta. Ma possibile che non si riesca a comprendere che, nella maggioranza dei casi, lo stalker non è un delinquente abituale, ma un soggetto psicologicamente fragile, e pertanto non sono certo i divieti o la possibilità di azioni punitive che riescono a fermare la sua mano vioenta? E’ un concetto elementare e con un po’ di sforzo chi è deputato al varo delle leggi potrebbe capirlo. Ben venga l’art. 612 bis del codice di rito penale, che ha introdotto il reato del cosiddetto stalking, ma è assolutamente lacunoso e totalmente da riscrivere o da integrare, specie laddove non prevede alcun sostegno psicologico al potenziale assassino, che potrebbe indubbiamente evitare in molti casi l’esito tragico delle vicende persecutorie. Lo sosteniamo da sempre e continueremo a gridarlo finché avremo voce”.
    Antonello De Pierro, Pamela D'Amico, Giovanni Brusatori e Camilla Nata
    Lo spettacolo, condotto dalla bravissima Camilla Nata, ha fatto registrare molti altri momenti suggestivi, come l’esibizione dei maestri Franco Micalizzi ed Héctor Ulises Passarella, quest’ultimo noto in tutto il mondo per il suo bandoneòn. Grande attenzione ed entusiasmo da parte del pubblico si sono osservati con l’entrata in scena della talentuosa e incantevole cantautrice Pamela D’Amico, la quale ha strappato applausi scroscianti e interminabili al pubblico che gremiva la platea.

    In pompa magna si è svolta la canonica tappa finale di Anzio da dove il messaggio dell’importante kermesse è partito più forte che mai, con l’assegnazione dei riconoscimenti a personaggi autorevoli dell’universo femminile come Eleonora Vallone, Cinzia Tani, Clarissa Domenicucci, Valentina Ferraiuolo, Valentina Ducros e Maria Teresa Lamberti.

    Molto entusiasta il leader dell’Italia dei Diritti per l’esito della manifestazione, che ha incontrato con piacere il collega lucano Andrea Di Consoli, con cui ha in comune tra l’altro le origini della Basilicata.

    (Foto di Marco Bonanni)

  • Femminicidio, Antonello De Pierro partecipa ad Anzio a Storie di Donne

    Il giornalista presidente dell’Italia dei Diritti è stato ospite nella cittadina neroniana alla kermesse contro la violenza di genere che ha visto premiare Silvana Giacobini e Imma Battaglia

    Antonello De Pierro

    Roma – Continua l’impegno del giornalista presidente dell’Italia dei Diritti e direttore di Italymedia.it Antonello De Pierro contro la violenza di genere.

    Antonello De Pierro e Silvana Giacobini
    Un tributo nei confronti della donna contro ogni prevaricazione fisica e psicologica che l’ex direttore e voce storica di Radio Roma porta avanti da lungo tempo. Prima ancora che fosse varata la nota legge sullo stalking, che ha introdotto nel nostro codice penale l’art. 612 bis, codifica normativa con la previsione di una specifica ipotesi di reato, ha alzato più volte la voce contro questo ributtante quanto dilagante fenomeno, specie dalle frequenze di Radio Roma, sostenendo da sempre “la necessità di disciplinare, oltre alle giuste e opportune prescrizioni legislative di tipo repressivo della condotta penalmente rilevante, altresì interventi di matrice culturale e soprattutto un supporto psicologico preventivo, al fine di scongiurare la degenerazione di comportamenti persecutori nell’epilogo purtroppo diffuso, che la più recente linguistica ha individuato nel neologismo femminicidio“. La ratio della convinzione di De Pierro risiede nel fatto che, “nella stragrande maggioranza dei casi, la pericolosità sociale del reo non trae origine da un’abitualità delinquenziale, ma da una reazione emotiva legata esclusivamente alla relazione amorosa, pregressa o bramata, pertanto questi si trova in condizioni di disagio psicologico tali da essere spesso completamente sordo ai divieti comportamentali espressi dal codice di rito penale. Tanti episodi di violenze, fino a giungere all’epilogo esiziale dell’omicidio, potrebbero essere evitati“.

    Antonello De Pierro e Imma Battaglia

    E’ questo l’assunto concettuale espresso dal leader dell’Italia dei Diritti l’altra sera ad Anzio, presso il ristorante Boccuccia, dove è intervenuto alla serata finale di “Storie di donne”, la prestigiosa kermesse tutta al femminile organizzata dall’indefessa Lisa Bernardini e dedicata alla valorizzazione di quelle donne che si sono distinte nei vari ambiti professionali, determinando un apporto contributivo rilevante al parenchima sociale. A presentare magistralmente la manifestazione, giunta alla terza edizione e che ha riscosso, come annunciato dalle previsioni della vigilia, uno straordinario successo, è stato lo spumeggiante Anthony Peth, nuovo volto di La7. Due sono stati i premi principali consegnati. Il primo è andato a Silvana Giacobini individuata come Donna dell’Anno per l’Editoria, il secondo a Imma Battaglia in qualità di Donna dell’Anno per la Cultura.

    Antonello De Pierro premia Marta Barrano

    Tanti i volti giovani a cui è stato dato spazio come Elisa Pepé Sciarrìa, vincitrice del concorso “Una ragazza per il cinema 2015” e Cristina Alexandra, finalista nazionale all’ultima edizione del medesimo concorso. Tra questi anche la quindicenne Marta Barrano, talento vocale da “Ti lascio un canzone”, che ha incantato i presenti con una perfomance canora straordinaria. A questa è stata assegnata anche una targa quale miglior giovane talento. Per la consegna del riconoscimento è stato chiamato proprio De Pierro, in virtù dell’intensa attività giornalistica, specie nel passato, dedicata a far emergere proprio i talenti giovani, spesso relegati ai margini dall’attenzione degli addetti ai lavori. E’ stato proprio l’ex direttore di Radio Roma a sottolineare il suo impegno in tal senso: “In tutta la mia carriera, ma in particolar modo nei dieci anni trascorsi al timone di Radio Roma, ho sempre dato spazio ai talenti emergenti. Avevo circa 20 anni quando presso un locale chiamato Life ’85, che ancora esiste, insieme al proprietario Rino De Feo, organizzavo e conducevo un talent show dal vivo chiamato ‘Provaci anche tu’. Un’esperienza ripetuta più volte in altre location, fino a giungere al decennio radiofonico, che mi ha dato la possibilità di amplificare la promozione delle giovani speranze in campo artistico. L’ho fatto soprattutto nel teatro, dando spazio anche alle più piccole realtà del palcoscenico, dimostrando al nostri radioascoltatori, che l’Italia non è mai stata avara di talenti, anche se a volte i riflettori non si accendono a illuminare i talenti tanto quanto questi meriterebbero. Sono contento di consegnare questa targa a Marta, una ragazza che se non facesse strada sarebbe un oltraggio gravissimo al patrimonio artistico del nostro paese. Chiudo dicendo che per Marta questa sera ci sono stati gli applausi scroscianti che meritava, ma a volte in alcuni contesti il pubblico resta un po’ più freddo. Questo non è importa perché ho sempre visto nell’entusiasmo dei ragazzi una certezza inossidabile. Se l’applauso a volte non arriva non importa perché chi ha talento e volontà l’applauso ce l’ha già nel cuore“.

    Antonello De Pierro e Marta Barrano

    Tra i premiati anche Saverio Vallone, George Hilton e Carlotta Bolognini per il Cinema. Poi tante donne imprenditrici come Alessandra De Simone per l’agricoltura, Maria Di Prato per le biotecnologie, Loredana Rea, storica e critica d’arte e Anna Maria Massidda per il settore estetico.

    Antonello De Pierro e Saverio Vallone

    Il tutto accompagnato dalle note di “Sirene”, musica composta dal celebre compositore e direttore d’orchestra Franco Micalizzi, presente alla serata.

    Ad applaudire, accomodati ai tavoli a gustare la pantagruelica cena offerta da Mauro Boccuccia, tanti selezionatissimi ospiti tra cui Marco Tullio Barboni, Mirco Petrilli, Modestina Cicero, Maria Laura Annibali, Maria Grazia De Angelis, Ketty Carraffa, Francesca Guidi, Massimiliano Lazzaretti, Massimo Meschino della Mtm Events con alcune modelle di Agenzia, l’ex top model Giuseppina Iannello, la fotografa Maria Teresa Barone, la stilista Luisa Lubrano, la disegnatrice Daniela Prata, lo scultore Valerio Capoccia, la pittrice Emanuela Pisicchio, la storica dell’arte Loredana Finicelli, lo scrittore Alfonso Bottone, il prof. Luca Filipponi dello Spoleto Festival Arte, che ha omaggiato in serata con alcune opere di artisti della sua rassegna molti dei premiati presenti. Altri momenti di intrattenimento musicale sono stati regalati ai presenti dalle cantanti Deborah Xhako e Tatiana Mele.

    (Foto di Marco Bonanni)