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  • Varati gli ultimi decreti. La riforma del Jobs Act è completa

    Con gli ultimi quattro decreti di attuazione del Jobs Act si è completata la riforma del lavoro voluta dal governo Renzi. Vediamo i punti fondamentali della chiacchieratissima riforma del lavoro.

    Contratto a tutele crescenti per i neoassunti

    Dal 7 marzo è entrato in vigore il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti per i nuovi assunti: il reintegro nel posto di lavoro viene escluso nei casi di licenziamenti economici, prevedendo un indennizzo economico «certo e crescente» con l’anzianità di servizio (due mensilità ogni anno di servizio con un minimo di 4 ed un massimo di 24); resta il diritto al reintegro nei casi di licenziamenti nulli e discriminatori e specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato.

    Nuova indennità di disoccupazione

    Dal primo maggio è in vigore la Naspi. Chi perde il lavoro e ha almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi quattro anni ha diritto al sussidio (fino a 1.300 euro mensili). L’erogazione della Naspi è condizionata alla partecipazione del disoccupato a iniziative di attivazione lavorativa o di riqualificazione professionale. 

    Congedo parentale sino ai 12 anni del bambino

    Più tempo per beneficiare del congedo parentale facoltativo: quello parzialmente retribuito (al 30%) è passato da 3 a 6 anni del bambino, mentre per quello non retribuito si va da 8 a 12 anni. Al posto del congedo si può chiedere il part-time al 50%.

    Mansioni e contratti, stop ai Co.Co.Pro.

    I contratti di collaborazione a progetto non possono più essere attivati. Dal primo gennaio 2016, ai rapporti di collaborazione che si concretizzino come «continuativi ed etero-organizzati» saranno applicate le norme del lavoro subordinato.

    Cig, tetto a 24 mesi (36 con la solidarietà)

    Si limita la durata della Cig (sia ordinaria che straordinaria) a 24 mesi in un quinquennio mobile. Tetto che può salire a 36 mesi con il ricorso esclusivo ai contratti di solidarietà (24 mesi di solidarietà e poi 12 di Cig), i quali diventano una causale della cassa integrazione straordinaria, a cui viene equiparata anche per quanto riguarda i massimali di integrazione salariale. Allo stesso tempo, gli ammortizzatori sociali vengono estesi alle piccole imprese oltre i 5 dipendenti e cioè a 1,4 milioni di lavoratori prima esclusi, come sottolineato dal governo. Al contempo, si indica una sorta di “bonus-malus”, introducendo da un lato uno sconto del 10% sul contributo ordinario per tutte le imprese e dall’altro quelle che più utilizzano la Cig più pagano (si fissa un contributo addizionale del 9% della retribuzione per chi la usa sino ad un anno; del 12% sino a due anni e del 15% sino a tre).

    Arriva l’Anpal

    Si istituisce una Rete nazionale dei servizi per le politiche del lavoro, coordinata dalla nuova Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal), attiva da inizio 2016. Viene definito lo stato di lavoratore disoccupato e di lavoratore a rischio disoccupazione: valutato il livello di occupabilità, saranno convocati dai Centri per l’impiego, che si punta a rafforzare, per la stipula di un Patto di servizio personalizzato. Ed inoltre c’è un assegno di ricollocazione. 

    Ispettorato nazionale del Lavoro

    Il decreto legislativo prevede l’istituzione dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che sotto la guida del ministero del Lavoro coordinerà tutto il personale ispettivo.

    Niente più dimissioni “in bianco”

    Le dimissioni andranno fatte in via telematica su appositi moduli resi disponibili nel sito del ministero. Moduli che potranno essere trasmessi dal lavoratore anche tramite i patronati, i sindacati, gli enti bilaterali e le commissioni di certificazione.

    Controlli a distanza

    Ed infine l’emendamento più contestato. Le aziende potranno assegnare ai lavoratori strumenti di lavoro come pc, tablet e cellulari senza che sia necessario un accordo sindacale o una autorizzazione del ministero, richiesto invece per installare telecamere. Ma sarà sempre obbligatorio informare preventivamente e in maniera adeguata i lavoratori sulle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli, che devono comunque sempre avvenire nel rispetto delle norme sulla privacy. In base a queste due condizioni, le informazioni raccolte «sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro», quindi potenzialmente anche a fini disciplinari.

     

    Per ulteriori informazioni su tutte le novità introdotte dalla riforma del mercato del lavoro del Jobs Act, rivolgetevi ad ADHR-Agenzia del Lavoro e cliccate qui.

  • AUMENTO DI STIPENDIO: SAI COME CHIEDERLO?

    A fine mese arriva la busta paga: è tempo di bilancio. Si è pagati il giusto? A volte, senza neppure fare grandi ricerche si ha la sensazione che è arrivato il momento di affrontare il datore di lavoro: è arrivato il momento di chiedergli un aumento dello stipendio.

    Ogni dipendente vorrebbe ricevere un aumento ma pochi sanno come procurarsene. Come raggiungere l’obiettivo?

    Secondo una statistica americana, il 95% dei lavoratori dipendenti, durante la propria carriera professionale, non chiede mai all’azienda un aumento di stipendio. Il 45% degli imprenditori inglesi, interrogati sulla questione, dicono di stimare i lavoratori che chiedono un aumento, purché lo facciano con criterio e senza insistere.

    Prima di procedere con la richiesta è necessario valutare se si è nella posizione giusta per farlo. Chi è nuovo, dovrebbe aspettare almeno sei mesi; chi svolge già da tempo e in maniera efficiente i compiti assegnati o si assume nuove responsabilità, può valutare la richiesta. Chiedendo un aumento di stipendio dimostrano coraggio e fiducia in noi stessi. Desiderando un salario più alto, di solito siamo fiduciosi delle nostre competenze che è indubbiamente un  vantaggio. Nella preparazione per una conversazione in merito allo stipendio, vale a sapere quanto guadagnano le persone che coprono la stessa carica  nelle diverse aziende.

    E estremamente importante preparare un ragionamento, bisogna trovare motivi concreti perché dovremmo ricevere la retribuzione dovuta. Facciamo valere la nostra istruzione, l’esperienza e gli altri vantaggi che sono degni di lode.

    Facciamo un compromesso e se necessario, chiediamo un paio di giorni per pensare.

    Tuttavia, se non è possibile ottenere l’aumento, dopo qualche tempo, vale la pena riprovare. Cerchiamo di osservare la situazione della società per la quale stiamo lavorando, in modo da poter intraprendere sforzi al momento ottimale. Perché non ha senso ovviamente chiedere salari più alti se la società è in debito o sta vivendo una crisi di altro tipo.

    Esponiamo la nostra richiesta, soltanto dopo un periodo di diligenza assoluta nell’assolvere i nostri compiti lavorativi. Rispettando gli orari di entrata e di uscita, le pause lavorative e i colleghi con i quali ci interfacciamo quotidianamente.

    Per ulteriori consigli su come chiedere un aumento di stipendio cliccate qui