Autore: Giacomomozzi

  • Inaugurata la mostra INCONTEMPORANEA al museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi

    Si è aperta con numerosi artisti e molta dinamicità la mostra INCONTEMPORANEA al museo Ugo Guidi.

    

I libri pubblicati da Silvia Landi, la presentazione, a cura di Lodovico Gierut e Giacomo Mozzi, la direzione a cura di Vittorio Guidi hanno messo al centro del pomeriggio gli artisti e la loro arte.
Gli artisti che si sono presentati al pubblico, intervistati dallo stesso Gierut sulla base dei libri scritti da Silvia Landi e un gruppo di artisti che in contemporanea creava un quadro e, sempre in contemporanea, alcuni curiosi che andavano a scoprire la mostra allestita all’interno del museo Ugo Guidi.

    Un pomeriggio dedicato all’arte ed alla creatività, dove la voglia di conoscersi e la curiosità reciproca verso i progetti presentati da ognuno faceva da padrona. 

Finito e posizionato il quadro del gruppo dei Pennelloni all’interno del museo Ugo Guidi, ed aperta ufficialmente la mostra, il pubblico si è spostato all’hotel Logos, dove era stata allestita la mostra, con possibile consultazione del libro “ Il rumore dell’inconscio”. All’hotel Logos è stato possibile parlare con l’autrice delle fotografie, Sara Zamperlin, e dei testi, Giovanna Tondini, che hanno intrattenuto il pubblico e spiegato il lavoro contenuto nel libro.

    

Un pomeriggio, quello d’inaugurazione della mostra INCONTEMPORANEA, dedicato alla creatività ed all’impegno che ogni persona mette per diffondere il proprio messaggio alla collettività. 

Di seguito la descrizione e critica letta durante l’inaugurazione da parte di Lodovico Gierut.

 


Incontemporanea scritto a cura di Lodovico Gierut

    Con “Incontemporanea” si apre un ennesimo capitolo d’ottimo contenuto del Museo “Ugo Guidi”, una struttura magistralmente guidata – mi si consenta la citazione – da Vittorio Guidi, che col fratello Fabrizio alcune settimane fa è stato protagonista al Caffè de “La Versiliana”, a Marina di Pietrasanta, nel notissimo e massimo “Salotto culturale” dove si accentrano le maggiori personalità nazionali e internazionali.
    Il loro intento è dovuto in gran parte alla giusta riproposizione dello scultore Ugo Guidi, già entrato nella Storia dell’Arte, ma pure all’ennesimo riconoscimento pubblico dell’iter di un Museo che, con l’equilibrio e la serietà delle sue proposte valorizza anche l’importanza dell’arte in generale.
    Chi mi conosce, chi ha sfogliato alcune delle mie pubblicazioni, o altre firmate assieme allo stesso Vittorio Guidi, a Marilena Cheli Tomei e ad altri, sa quanto sia favorevole all’unione dei cosiddetti “creativi” d’ogni livello, giacché spesso è col dialogo, col confronto e con l’aggregazione, che si creano i presupposti per quella crescita culturale che non dovrebbe avere limiti. In arte e non.
    Quando l’amico fotografo e giornalista Giacomo Mozzi mi ha parlato, mesi fa, del progetto concretato oggi a Forte dei Marmi, a cura di Vittorio Guidi e dello stesso Mozzi, ma ideato da Silvia Landi, chiarendomi fini e protagonisti, sono stato contento e ho subito accettato l’invito ad una collaborazione.
    Per “Incontemporanea”, di cui vorrei lasciare con questo scritto una traccia, mi limiterò però all’essenziale, giusto l’esaustivo catalogo di Silvia Landi che con le foto e i testi odierni resterà a documentare il tutto.
    Ho apprezzato, vado ulteriormente apprezzando, per quello che mi è dato conoscere, la rispondenza di ogni protagonista con ciò che ha deciso di presentare.
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    I nomi: Carolina Pappalardo, Franco Girondi, Franco Cisternino, Eleonora Lestrange, Giovanni Mascia, Riccardo Magatti, I Pennelloni, Aldo Righetti, Sara Zamperlin e Giovanna Tondini.


    Eccomi a Carolina Pappalardo, nata a Catania ma residente a Crema, notando come la sua Sicilia abbia forti contatti proprio con la nostra zona apuo-versiliese e che a tal proposito mi vengono in mente subito Francesco Messina, Emilio Greco, Giuseppe Migneco e persino gli antichi popoli Liguri-Apuani.
    Ovvio che la sua ricerca è diversa da quella degli artisti citati.
    Il suo modo espressivo, con agganci figurali non privi di certe densità surreali, si evidenzia in una testa femminile che mi sembra divisa, non certo spezzata, tra una sicura lineare realtà – ovvero la lettura del proprio tempo – e la fuga verso mondi fantastici, quasi irreali.
    Nel tutto vedo un pensiero impegnato, legato alla logicità di forme di linguaggio mai casuali, ben pesate.
    Ella formula le sue immagini in maniera diversificata dal punto di vista inventivo, mostrando così la propria disciplina formativa aperta ben oltre il respiro locale.

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    Ne “Il respiro della notte”, delicato e deciso lavoro su tavola, Franco Girondi mostra quanto sia importante unire il linguaggio dei colori col contenuto del soggetto ritratto, cosa che del resto fa – come è noto – in ogni occasione, qualsiasi sia la tecnica usata.
    Come un poeta che con le parole porta in esse un’idea, il suo racconto è perennemente teso a costruzioni ragionate.
    Non è assolutamente difficile notare come la sua libertà espressiva sia veramente ampia e lineare, fusa con detto termine.
    Ecco che nella concentrazione connessa all’uso della sua cultura e delle esperienze assorbite nel corso di un impegno artistico pluriennale, è la vitalità del pensiero, elaborata nella concretezza delle esperienze di vita, a presentarci l’autorevolezza costante della sua espressione.












    Confesso che pur avendo amici a Bientina, dove vive Franco Cisternino, non c’è stata sino ad oggi la possibilità di incontralo.
    E’ la cosiddetta “bellezza/contenuto” la sua idea/guida, posta all’attenzione pubblica soprattutto col tema pittorico evidenziato oggi in questo spazio.
    Il suo figurativo possiede una vitalità i cui canoni delle cosiddette “forme formate”, tali le definisco, rispondono ad immagini costruite e costituite vive, cioè vitali.
    Sono positivamente prive di quell’asetticità negativa che spesso piace a chi d’arte se ne intende poco o nulla, ma ci propone immagini costruite in modo fresco, sublimate dal sentimento.
    Cisternino è chiaramente andato oltre il fatto puramente tecnico, in un insieme sorretto da una capacità dove i colori e le varie sfumature esprimono un positivo legame tra la scelta del soggetto ritratto (la donna, nel caso) e la messa in essere.
    E’ una pittura, la sua, non priva di una delicatezza musicale: sarebbe sicuramente piaciuta ad un mio caro, grande amico del passato: Pietro Annigoni.

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    Si intitola “Torrente” l’opera presentata da Eleonora Lestrange (al secolo Evelina Menegatti) che simbolicamente ne racchiude una mentalità in cui la natura si unisce al senso spirituale della vita.
    Il dipinto ha come centralità una strada d’acqua vivace, così mi piace chiamarla, vivace come a significare un percorso teso ad un fine, e le sue sponde sono ricche di alberi, di una vegetazione legata alla crescita, col verde della speranza e della sicurezza.
    In fondo, nella pare alta del quadro, troneggia una sorta di castello incantato: c’è il rosso dell’amore e del sacrificio, cioè l’emblema congiunto del sogno e della fiaba, vale a dire della fantasia.
    Impegnata in ambito sociale, considero Eleonora Lestrange una artista sicuramente interessante, direi versatile, data la chiara ampiezza mentale che sgorga (ecco ancora l’acqua, il torrente, il fiume, il cammino) dalla sua lettura/visione del contemporaneo.

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    Su Giovanni Mascia, per cui è stato sottolineata, più volte e in modo esaustivo, “la vivacità” quale “… elemento comune e distintivo” dei lavori, credo opportuno affermare che i suoi dipinti fanno parte di un linguaggio preciso, alimentato da un pensiero che si sposa con un tema specifico, tipo quello delle “scarpe”, una tematica che ci indurrebbe ad entrare nell’argomento della cosiddetta “psicologia delle scarpe”, dato che, come è noto, svelano parte della nostra personalità.
    Esse evidenziano la nostra appartenenza all’universo del bello e della moda, giusto quanto è già stato scritto su di lui e cioè che “i suoi lavori sono caratterizzati da una forza cromatica esuberante che ricordano le foto patinate presenti nelle riviste di moda…”.
    Vi vedo, poi, una sorta di simbolo connesso al tema del viaggio, col colore stesso che si integra alla forma e l’insieme – come i giorni che non solo altro che capitoli – non è fisso, ma muta secondo una lettura interpretativa.
    Se non vado errato qualcuno ha detto che ogni proprietario considera le scarpe un viatico e separandosene rallenta il proprio cammino.

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    In Riccardo Magatti è la città, anzi, le città a farla da padrone in un dipingere concretato con le tecniche più variate.
    Queste città vere, inventate, possibili e impossibili, già apprezzate da collezionisti e da critici d’arte, si presentano nell’occasione con lo stesso titolo dato a tutte, cosicché con “Le mie città” egli propone un tema diversificato continuativamente ma con un unico filo propositivo, che è la lettura dei nostri giorni composti di cento e cento momenti, simili e dissimili.
    Nella specifico, assieme alle abitazioni dalle finestre tutte uguali, è la figura umana ad ergersi da protagonista instancabile, mentre una vela, laggiù, verso l’orizzonte, si unisce al tondo del sole e all’acqua della vita a descrivere, unita a qualche nube, la continuità del tempo e il suo desiderio di andare avanti, senza stasi.

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    Il collettivo I Pennelloni è composto da Mario Bianchi, Massimo Guarlotti, Roberto Minera, Angelo Ugazio e Gabriele Vanini.
    Formatosi durante i corsi di pittura tenuti da Roberto Minera, è sorto in occasione dell’apertura di una pagina network ed opera coinvolgendo altri protagonisti culturali, usando in maniera equilibrata e con ottimi risultati la pittura e la musica e – ovviamente – mettendo in essere la cosiddetta “socializzazione”.
    E’ vivo negli ambienti più disparati, con predilezione delle strutture museali come quella odierna del “Guidi”. Ci fanno capire che anche nella diversità ci può essere unione e collaborazione, mantenendo ciascuno il proprio “io” nella finalità di coinvolgere la gente.
    Come è stato scritto: “I Pennelloni parlano del loro amore per la pittura per cui si sono affiatati che li annovera nell’arte contemporanea dei giorni nostri ma anche delle numerose passioni condivise”.

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    Con “L’immenso e appassionato capolavoro d’essere umano” il pittore-scultore Aldo Righetti presenta il chiarore in parte geometrico di un’opera subitaneamente non semplice a decifrarsi, se non entrando in punta di piedi nella sua psicologia dove il bianco ha spesso un posto primario.
    Il suo è un bianco-luce che parla della continuità dell’essere e del vivere, è un bianco che qualcuno dice essere situato, come il suo “controcolore”, il nero, alle estremità della gamma cromatica, e poi c’è il rettangolo, simbolo della sicurezza e d’altro.
    In una intervista rilasciata ad Azzurra Immediato l’autore sottolinea la ricerca della bellezza, creando un proprio mondo “attraverso uno stile simbolico pulito, preciso, lineare, quasi a stabilire un nuovo ordine di vita semplice e contemplativa”.
    In effetti, entrando nel merito di ciò che mi è stato presentato e da quanto già conosco, penso che Aldo Righetti prospetti un tutto libero dagli orpelli, cioè a dire un vivere meno affollato/affogato e positivamente “più umano”.
    Una fuga? No.
    Semmai un suo quotidiano incontro con momenti pieni di serenità, offerti tramite un universo pensato in modo positivo.

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    Sara Zamperlin, pittrice e fotografa si presenta assieme alla scrittrice Giovanna Tondini (condividono un lavoro “diversamente unito”) noto un’opera realizzata fotograficamente, a tecnica mista, consistente in una figura statuaria di antico stampo intitolata “Luca”, vissuta, pungolata dal tempo, dove – al posto della testa – c’è l’irradiazione della luce, che è un elemento di ambedue.
    Luce come simbolo, come metafora, e comunque la luce è messa in relazione con il buio, con l’oscurità, quasi a sottolineare un messaggio molto attuale, date le tante, troppo negative vicende dell’inizio di questo nostro nuovo millennio.
    Indubbiamente questa luce che con i suoi raggi proiettati all’intorno, può essere interpretata unendola ad una frase che amo a dismisura che dice “Cammina… Crea, sogna, soffri, rallegrati, vivi ma semina, per chi vicino sia”, condensa un impegno culturale di primo piano, composto di un lavoro instancabile, quotidiano.
    La medesima solidità della figura umana, vestita non certo con un abito dei nostri tempi, può portare il pensiero ad un ritorno, al tentativo di ritorno da parte di chi ha smarrito la cosiddetta “via”, ad una società più giusta, meno egoista, preda di quel negativo “apparire a tutti i costi”, male oscuro che preda tante persone, troppa gente, anche nel mondo dell’arte.

    Forte dei Marmi, 4 settembre 2021

    Lodovico Gierut
    Critico d’arte e giornalista